La Lugano del blockchain

Il privato che sostituisce il potere pubblico: un’altra spinta neo-liberale nel progetto di trasformare la città in centro mondiale delle cripto-valute 

Sedotti sempre più dalla realtà virtuale e oggi dai metaversi, avevamo dimenticato che esiste anche la realtà reale. L’invasione criminale dell’Ucraina da parte di Putin – ma prima ancora la pandemia, insieme all’emergenza climatica – ci ha fatto ricordare che invece la realtà reale esiste, è drammatica, può essere fatta di morte vera e non solo finta come nei videogiochi. Le guerre, ovviamente, non sono scomparse, anzi; è che accadono lontano da noi e quindi non le vediamo, anche se, direttamente o indirettamente le produciamo noi. Oggi, invece, la guerra in Ucraina è appena oltre l’uscio di casa nostra.

In realtà, in Ucraina (e non solo) la guerra è non solo fisica e materiale, ma anche virtuale. Si combatte cioè sempre più nel cyberspazio, anche quello mediatico.

Non solo: le guerre vengono fatte sempre più da eserciti di professionisti e/o appaltate sempre più a mercenari: cioè a società private che si offrono/vendono al miglior compratore sulla piazza, cercando di massimizzare il loro plusvalore, organizzando i propri operai-soldati (per altro, ben pagati) mandati a lavorare – su incarico, comando e controllo del complesso militare-industriale quando questo non lo può fare direttamente ed esplicitamente – nelle fabbriche della guerra diffuse nel mondo (e ricordiamo che il termine di complesso militare-industriale venne usato per la prima volta dal Presidente americano Eisenhower per allertare il popolo sul pericolo implicito negli accordi segreti fra potere politico, industria bellica e militare del paese – cui oggi si è potentemente aggiunta quella tecnologica).

Il mercato ha cioè preso anche la guerra – nella sua crescente colonizzazione della vita umana – come fonte di profitto (privato). E poiché il mercato punta alla massimizzazione del profitto (privato), è ovvio che più guerre ci sono – meglio se nascoste o a bassa intensità mediatica (pensiamo a quelle, oggi, per il controllo delle materie prime legate al digitale) – maggiore è il profitto.

Ma qualcosa di analogo sta avvenendo per le cripto-valute e il blockchain – dopo che da tempo anche la rete in sé è ormai diventata (sotto l’apparenza della socializzazione, della condivisione e dei like) una fabbrica di dati di cui ciascuno di noi è operaio addetto alla loro crescente produzione (e consumo), per di più (e peggio) sotto forma di lavoro gratuito per le multinazionali del Big Tech / social.

E veniamo dunque all’evento di mercoledì scorso, quando la Città di Lugano ha annunciato l’avvio di una collaborazione con Tether (impresa privata) puntando a diventare un polo di attrazione per le cripto-valute e per tutto il mondo legato al blockchain – e rimandiamo all’articolo di ieri di Silvano Toppi.

Lugano dunque permetterà ai cittadini, alle imprese e alle start-up che vuole far nascere grazie a questo suo polo di attrazione, di pagare imposte, tasse e tutti i beni e servizi oltre a fare affari in virtualissime cripto-valute. Lugano così diventerà – dicono le retoriche preparate per l’evento – una delle prime città al mondo a implementare “un completo sistema di pagamento in cripto-valute”. Già preventivando per il 26-28 ottobre prossimi (si chiama marketing) il ‘Bitcoin World Forum’, un evento (il marketing li chiama così) dove si promuoverà il tema della libertà di comunicazione e della finanza (curioso, ma in realtà molto tipico della propaganda neoliberale questo associare libertà di comunicazione a finanza e soprattutto a imprese private, il cui fine è per loro natura sempre il profitto e mai la libertà) e si discuterà di disintermediazione (altra parola magica del tecno-capitalismo – come se il blockchain non fosse esso stesso una forma di intermediazione). Con Tether, la cui verginità è tutta da dimostrare – come ha raccontato Bloomberg – che porterà a Lugano i principali leader del settore e del mondo della finanza digitale.

Il futuro è dunque nel blockchain, cioè nella sua realtà smaterializzata (ma dagli effetti ambientali pesantissimi)? Il sistema in realtà lavora da tempo per portarci in una società virtuale / artificiale totalmente amministrata e automatizzata da macchine e da imprese private – e il blockchain come il metaverso vanno in questa direzione. E anche molte banche ‘tradizionali’ (ma esistono ancora banche ‘tradizionali?) investono direttamente o indirettamente nelle cripto-valute. Il problema è quando sono le istituzioni pubbliche a delegare a imprese private la gestione di quella parte importante della democrazia e della cittadinanza che si chiama tassazione e servizi pubblici. Ovvero: così come il capitalismo ha fatto suo anche il business della guerra, così – non potendo cancellare lo Stato perché dallo Stato ha sempre bisogno di essere salvato quando produce disastri (come dopo la crisi del 2007) dannando il mondo intero – prosegue nella sua azione per svuotare progressivamente lo Stato delle sue prerogative e della sua azione politica, sovrapponendosi allo Stato e privatizzando / valorizzando in termini di profitto ogni aspetto della vita sociale. Un processo di mercificazione continuo ma esploso con gli anni ’70 e dove oggi anche l’emissione di moneta (questo sono di fatto le cripto-valute) – e grazie alla tecnologia che permette al capitalismo di fare ciò che prima non poteva ancora fare – passa dall’essere prerogativa dello Stato (o di gruppi di Stati, come l’euro) direttamente al mercato / capitale.

Dunque, siamo al crescente trionfo del capitalismo e della sua ideologia neoliberale. Checché ne pensi Tito Tettamanti.


L’oscenità del potere. La nostra oscenità

Il privato che sostituisce il potere pubblico: un’altra spinta neo-liberale nel progetto di trasformare la città in centro mondiale delle cripto-valute 

Crisi ucraina e poi la guerra, lo zar Putin e l’oscenità criminale del suo potere. Ma oscena è anche l’ipocrisia degli Usa e della Nato che si erano impegnati a “non allargarsi neppure di un pollice verso Est” – come sembra confermato da un documento pubblicato da Der Spiegel e datato 6 marzo 1991, dove il diplomatico tedesco Jürgen Chrobog afferma che “Abbiamo chiarito nei negoziati che non estenderemo la Nato oltre il fiume Elba”– eppure la Nato iniziava subito dopo la sua espansione verso Est. In realtà lo scioglimento del Patto di Varsavia avrebbe dovuto comportare – secondo ragione – lo speculare scioglimento dell’Alleanza atlantica, essendo venuto meno il nemico contro cui era nata.

Ma oscena – oscenamente oscena – non è solo la situazione in Ucraina. Non dimentichiamo che il potere – il Potere, come scriveva Pier Paolo Pasolini – è sempre osceno da che esiste il potere. Sia il potere che viene esercitato dal potere politico, economico e tecnologico su altri uomini e sulla biosfera; sia quello che ciascuno di noi ama esercitare sugli altri appena ne ha l’occasione.

“Oscena non è la foto di una donna nuda che mostra il pelo del pube, bensì quella di un generale vestito di tutto punto che sfoggia le medaglie della campagna del Vietnam”, scriveva il filosofo Herbert Marcuse nel suo Saggio sulla liberazione, del 1969 (un autore da riscoprire, Marcuse, per chi ha un po’ di anni sulle spalle; un autore da far scoprire alle giovani generazioni): e se oggi il pelo del pube non scandalizza più nessuno, in realtà neppure scandalizza un generale che sfoggia le sue medaglie, anzi. Perché ormai ci siamo abituati – l’abitudine è la più perversa e asservente delle patologie umane – anche all’oscenità quotidiana del Potere.

E quindi, andando oltre Marcuse, non dimentichiamo che oscena è stata la tecnocrazia dell’Unione Europea contro la Grecia; osceno è il complesso militare-industriale-tecnologico che sempre più governa il mondo intero e che deve generare guerre (la Terza guerra mondiale, secondo Papa Francesco) per poter massimizzare i propri profitti attraverso la disruption della vita; osceni sono i Grandi della terra (sic!) che fanno fallire la Cop 26 di Glasgow in nome del profitto privato e delle élite capitalistiche del globo; osceno è il genocidio europeo dei migranti nel Mediterraneo; oscene sono le banche svizzere al servizio di criminali, narcotrafficanti e dittatori (Suisse secrets, e non solo) e oscena è la legge che impedisce di fatto alla libera stampa di indagare sulle stesse banche; osceno è il GAFAM e osceno è il Metaverso di Zuckerberg, ulteriore passaggio alla artificializzazione della vita e all’amministrazione automatizzata della società via algoritmi, a prescindere dall’uomo e sempre in nome del profitto; oscena è la ricchezza di Bezos e di Musk.

Osceni in sé e per sé sono gli Stati Uniti, con la metà degli americani dalla parte del fascista / populista / riccastro Donald Trump; osceno è il colonialismo / apartheid israeliano (denuncia di Amnesty International) nella Palestina; osceno è lo sfruttamento dell’ambiente e del lavoro umano in tutte le sue forme; osceno è il rifiuto dei governi italiani di mettere fuori legge Forza Nuova e Casa Pound; osceno è il comportamento della polizia italiana che manganella gli studenti che protestano contro l’alternanza scuola-lavoro e chiedono una scuola che produca conoscenza per pensare e che stimoli lo spirito critico e non una scuola che insegni solo competenze a fare e quindi piegata agli interessi delle imprese; oscena è l’ideologia neoliberale che ci impone solo di adattarci al capitale; oscena è la privatizzazione dell’acqua a livello mondiale; osceno è l’egoismo dei No-Vax e dei No-Green pass.

Oscena è la nostra irresponsabilità verso la crisi climatica e verso le future generazioni (che poi sono i nostri figli e nipoti, ma sembra che di loro non ci importi nulla); oscene sono quell’industria e quella finanza globale che stanno trasferendo nell’ombra le attività dannose per l’ambiente (lo scrive The Economist), per cui negli ultimi due anni diversi fondi di private equity hanno comprato attività legate alle fonti fossili (e cioè inquinanti) per un valore di circa 60 miliardi di dollari, cercando ovviamente di ricavarne poi un profitto per sé; oscena è la nostra rinuncia alla privacy, cioè alla nostra libertà individuale, perché ce lo ha chiesto Mark Zuckerberg, a cui servivano i nostri dati e sempre per il proprio profitto privato.

Osceno era, una volta, ciò che appariva contrario al comune senso del pudore; ma osceno – lo ricorda ad esempio Nicola Piovani – “è anche una parola di origine teatrale. […] Ob scena, fuori dalla scena. Osceno quindi sarebbe ciò che sulla scena non deve essere mostrato, che non va esibito al pubblico”. In realtà, il Potere osceno ama sempre più mettersi in scena (Putin, ancora, su tutto), essere e presentarsi come deliberatamente osceno; e tutto diventa quindi, per contaminazione, osceno (nei due sensi indicati qui sopra) – e oscena è anche la nostra crescente mercificazione e la nostra datificazione / reificazione / alienazione impostaci dal sistema. Una oscenità accettata e quindi normalizzata – che è poi il modo con cui il Potere osceno rafforza se stesso e la volontà di potenza di sé e del proprio nichilismo. Cioè l’oscenità del Potere (nelle sue forme viste in precedenza, in un elenco che potrebbe continuare ancora) sembra oggi autoreferenziale e a riproducibilità infinita.

Ma allora, osceno – nel senso per noi più vero e fatto (marcusianamente) di spudoratezza, violenza, guerra esplicita e implicita, irresponsabilità, cinismo, disumanità, ecocidio, arroganza, sfruttamento – non è solo il Potere; osceno è anche ciascuno di noi che accetta questa oscenità del Potere.

Stéphan Hessel ci spronava a reagire, con la forza della passione e della ragione: Indignatevi! Era il 2010.

Nell’immagine: Keith Haring, “Retrospect” (1989)


Abbiamo dimenticato la giustizia sociale

Il privato che sostituisce il potere pubblico: un’altra spinta neo-liberale nel progetto di trasformare la città in centro mondiale delle cripto-valute 

Ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri, governi sempre più inchinati davanti al Dio Capitale (banche, finanza, imprese, tecnologia) e che sempre raccontano la favola neoliberale – ormai vecchia e sempre fallimentare, ma sempre ripetuta come una pubblicità che deve entrarci a forza nella testa e farci credere in una illusione – quella per cui, arricchendo i ricchi, poi la ricchezza e il benessere goccioleranno per forza di gravità verso il basso, cioè naturalmente – o per magia della mano invisibile – senza necessità di un intervento dello Stato per redistribuire la ricchezza e riparare le ingiustizie del libero (sic!) mercato. Stato che infatti non la redistribuisce più – la ricchezza, crescente, ma di pochi – secondo equità, come aveva invece cercato di fare in Europa grazie a politiche keynesiane nei gloriosi trent’anni seguiti al 1945; diversamente da allora e con il paradossale consenso dei disuguagliati, lo Stato (neoliberale) persegue e pianifica la disuguaglianza. Una scelta politica prima che economica – secondo l’economista Joseph Stiglitz – di quello che si chiama neoliberalismo, una delle ideologie più ideologiche (scusate il gioco di parole) della storia. Ideologia che non vediamo/percepiamo perché promette, pur negandola di fatto (insieme alle nuove tecnologie), libertà e autonomia – e questo ci spiazza, cancellando ogni nostra capacità di reazione. Neppure reagiamo quando alcuni di questi super-ricchi – è notizia recentissima (al Forum di Davos) – chiedono di essere tassati di più.

Di Svizzera, di ricchi e di politiche neoliberali ha già scritto Federico Franchini – su queste ‘pagine’ – lo scorso 28 gennaio. Ma il tema deve essere ripreso, richiamando la pubblicazione dell’ultimo Rapporto Oxfam sulla disuguaglianza nel mondo. Se ne è parlato, poco in realtà, al momento della sua pubblicazione; poi è stato lasciato alla azione potente della smemoratezza collettiva – che poi è quello che da sempre ricerca il potere, per evitare ogni possibile pensiero critico.

Scrive dunque il Rapporto Oxfam – La pandemia della disuguaglianza – che nei primi due anni di Covid-19, i dieci uomini più ricchi del mondo hanno più che raddoppiato i loro patrimoni, passati da 700 a 1.600 miliardi di dollari. Questo significa un ritmo di crescita di 15mila dollari al secondo, ovvero 1,3 miliardi di dollari al giorno. Negli stessi due anni di pandemia, oltre 160 milioni di persone (in più di quelle già povere) sono cadute in povertà. E solo per Jeff Bezos, numero uno di Amazon, una delle aziende il cui fatturato è lievitato (e ancora lievita) con il Covid-19 – e che ciascuno di noi arricchisce con ogni acquisto fatto online, dimenticando lo sfruttamento dei suoi lavoratori – Oxfam calcola un “surplus patrimoniale” nei primi 21 mesi di pandemia di 81,5 miliardi di dollari, l’equivalente del costo stimato della vaccinazione (due dosi e booster) per l’intera popolazione mondiale. E ancora: gli stessi dieci super-ricchi detengono una ricchezza sei volte superiore al patrimonio del 40% più povero della popolazione mondiale, ovvero di 3,1 miliardi di persone. Di più: “dall’inizio dell’emergenza Covid-19, ogni 26 ore un nuovo miliardario si è unito a una élite composta ormai da oltre 2.600 super-ricchi. Questo mentre i brevetti detenuti da Pfizer, BioNTech e Moderna hanno permesso di realizzare utili per 1.000 dollari al secondo, ma meno dell’1% dei loro vaccini ha raggiunto i Paesi a basso reddito, dove è stata vaccinata solo il 4,81% della popolazione”.

Sono numeri impressionanti. In altri tempi avrebbero provocato una reazione collettiva politica forte, un rovescio elettorale dei governi e dei partiti che lo hanno permesso. Se non un’autentica rivoluzione: un po’ come quella francese del 1789 contro l’Ancien Régime assolutistico e colpevole della disuguaglianza e della povertà dei sudditi di allora. E invece non accade nulla.

Eppure, oggi l’Ancien Régime è quello dei dieci supermiliardari citati sopra e che sono in gran parte anche i padroni dell’hi-tech e che governano/guidano/orientano/sorvegliano, attraverso la rete/digitale/social/Big Data, la vita (ne sono appunto i padroni) di miliardi di persone. Con il paradosso – parallelo a quello segnalato sopra – che noi li veneriamo come guru tecnologici, come imprenditori visionari, come maître à penser del nuovo che non si può e non si deve fermare e da cui ci attendiamo un futuro affascinante e meraviglioso e ricco e felice. E invece… Il problema è che questo Ancien Régime non è fatto solo di imprese autocratiche e di sovrani tecno-capitalisti circondati, come allora, dal lusso; ma anche di governi, di partiti, delle élite di Davos ma anche di larga parte degli elettorati dei paesi che si dicono democratici (Svizzera compresa). Abbiamo cioè dimenticato – come società, come persone, come cittadini: (1) il concetto di uguaglianza e di fraternità/solidarietà (e questo era appunto il piano neoliberale per renderci sempre più competitivi e flessibili, adattandoci senza reagire le esigenze del capitale e delle imprese); e (2) l’altro e correlato concetto, altrettanto fondamentale e necessario per il buon funzionamento di una democrazia e di un sistema di autentica libertà, quello della giustizia sociale.

Se rileggessimo un po’ di Keynes – “I difetti lampanti dell’economia odierna sono: la sua incapacità di provvedere alla piena occupazione; e la sua distribuzione arbitraria e iniqua della ricchezza e dei redditi. Il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non produce i beni necessari”. Inoltre, spreca deliberatamente una quantità enorme di risorse nella lotta per la concorrenza (e lo scriveva quasi cento anni fa, ma è di una attualità sconvolgente anche oggi) – se rileggessimo dunque un po’ di Keynes, non potrebbe che farci bene.

Ricordandoci di aggiungere giustizia ambientale (intergenerazionale, verso le future generazioni) a giustizia sociale.


Assange: la democrazia è nuda

Il privato che sostituisce il potere pubblico: un’altra spinta neo-liberale nel progetto di trasformare la città in centro mondiale delle cripto-valute 

Torniamo alla notizia del via libera dell’Alta Corte di Londra alla estradizione negli Usa del giornalista indipendente Julian Assange – ne ha scritto Aldo Sofia, su queste ‘pagine’ lo scorso 12 dicembre. Lo facciamo perché il tema della libertà d’informazione e del pensiero critico – parte del più ampio concetto di libertà e di diritti (naturali) dell’uomo – non va lasciato cadere.

Sì, perché anche il caso Assange dimostra che le nostre democrazie sono sempre più ipocrite (la definizione è di Tommaso Di Francesco, condirettore de il manifesto – e che facciamo nostra), sono cioè sempre meno democrazie. Sì, ipocrite se oltre ad Assange (che incarna la lotta della verità contro il potere che non vuole essere visto né essere giudicato) pensiamo al tema dei migranti e ai comportamenti degli Usa e dell’Europa contro quel diritto di movimento riconosciuto all’individuo, a prescindere dalla cittadinanza, dalla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 (art. 13: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese); ipocrite se pensiamo al fallimento della Cop 26 di Glasgow per il potere occulto della lobby delle energie fossili; se pensiamo alle disuguaglianze sociali che aumentano (un tema espulso/rimosso dalle agende politiche e dai mass media neoliberali dell’Occidente, dimenticando che se non si garantiscono i diritti sociali, muoiono anche quelli politici e civili); ipocrite se pensiamo alla nuova corsa al riarmo nel mondo (la spesa militare mondiale è raddoppiata dal 2000 a oggi e si avvicina a 2 trilioni di dollari Usa all’anno, in aumento in tutte le regioni del mondo, nel quasi totale silenzio dei media mainstream).

E allora, per mettere in rilievo questa ipocrisia neoliberale (Biden che vuole la testa di Assange negando la libertà di stampa e di informazione e negli stessi giorni promuove un summit per la democrazia invitando a partecipare democratici come Bolsonaro, Erdogan, il Pakistan, la Polonia sotto infrazione dalla Corte Ue per violazione dello stato di diritto, cioè compie un’operazione che anche il settimanale Time ha definito una “vetta di ipocrisia”), proviamo allora a sottolineare due o tre cose che riguardano la democrazia e il nostro rapporto di cittadini con il potere, non solo politico.

Ha scritto la politologa italiana Nadia Urbinati (è una liberale critica) che insegna alla Columbia University: “Nella democrazia, l’agire politico non solo è pubblico, ma deve essere reso pubblico, messo sotto gli occhi del pubblico; e lo è in due sensi: perché volto ad occuparsi di problemi che direttamente o indirettamente riguardano e condizionano tutti; e perché deve essere esposto sempre al giudizio dei cittadini, i quali, in quanto ‘corpo sovrano’, hanno due poteri: quello di autorizzare con il voto e quello di giudicare e controllare perpetuamente, prima o dopo aver votato, coloro che hanno autorizzato” a governarli (in Liberi e uguali, 2011). In democrazia inoltre, il diritto al dissenso è fondamentale: un dissenso critico (ancora Urbinati), perché avere “una grammatica comune non implica non avere ragioni per dissentire su come e dove applicare le regole, ovvero su che cosa dire o credere”. Occorre cioè avere “un distacco salutare, che Socrate aveva insegnato a praticare ai suoi concittadini democratici, invitandoli a non accettare nulla senza il vaglio della loro ragione critica”. Ma questo è possibile solo se esiste una cittadinanza attiva sempre, e critica sempre – per essere appunto capace, come Socrate, di fare domande, porre questioni, attivare un pensiero critico e riflessivo – perché democrazia significa la scelta dei fini da parte del demos e poi la predisposizione dei mezzi per raggiungere tali fini, ma per farlo occorre partecipazione, immaginazione, appunto libertà di espressione e di stampa senza le quali muore il pensiero critico. Che infatti oggi sta morendo.

Certo, storicamente il potere non vuole essere trasparente, mentre vuole noi assolutamente trasparenti. Ma questa sua malattia cronica ha subito una accelerazione (e una sua accettazione totalmente passiva da parte nostra) con le tecnologie di rete e il Big Tech: un potere assolutamente oscuro e opaco, ma che ci vuole massimamente trasparenti (profilabili, cioè spiabili per il Big Data in ogni istante della nostra vita capace di produrre profitto privato), per questo ci ha fatto rinunciare volontariamente al concetto di privacy, convincendoci che fosse una cosa del passato.

È un potere – questo del Big Tech – d’impresa e tecnologico sempre più autocratico (l’autocrazia intesa come quel sistema dove il sovrano o autocrate ricava la propria autorità solo da sé stesso o dal diritto divino, oggi dal diritto del mercato e dell’impresa), sempre meno controllato e controllabile, cioè sempre meno democratico e che tuttavia è abilissimo a farci credere che la rete e l’innovazione siano democratiche e liberanti in sé. E allora, contro questa autocrazia d’impresa delle multinazionali del Big Tech – il cui impatto si è fatto oggi globale e capace di modificare a sua totale discrezione la vita di miliardi di persone (da Amazon a Google ai social) a prescindere da ogni controllo democratico del suo potere – occorre riprendere Montesquieu e la sua teoria del bilanciamento dei poteri di uno stato (oggi da applicare a imprese più potenti di uno stato) dove, partendo dalla considerazione che il “potere assoluto corrompe assolutamente” Montesquieu analizzava i tre poteri che vi sono in ogni stato: il potere legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario. E quindi, condizione oggettiva per l’esercizio della libertà del cittadino, quindi della democrazia è che questi tre poteri restino nettamente separati e soprattutto controllati e bilanciati.

Se questo è vero (ed è vero), oggi abbiamo il dovere di affrontare il nuovo potere del Big Tech e dell’impresa multinazionale. Un potere “assoluto e che corrompe assolutamente” sia la democrazia, sia la libertà, sia i diritti umani molto più di quanto sia accaduto in passato, proprio per la pervasività delle nuove tecnologie nella vita dell’uomo. Potere che è opaco, che vuole restare opaco, che non vuole essere giudicato. E invece anche il potere dell’impresa – un potere sempre più politico, nel senso di governo della polis oggi globale – deve essere reso pubblico ed esposto al giudizio dei cittadini. Perché il demos non lo ha consapevolmente autorizzato a governarlo, bensì questo potere si è preso il diritto (autocraticamente) di farlo a prescindere da un voto e dal controllo sul suo operato, imponendosi come un dato di fatto. Ma perché questo possa accadere – cioè che il superpotere del Big Tech venga controllato e bilanciato democraticamente – questo potere deve essere prima riconosciuto come tale da tutti e da ciascuno, per non finire noi governati (ma lo siamo già) da imprese private che ovviamente non perseguono il bene comune/pubblico-interesse generale, ma solo il profitto privato.

Per farlo ci servirebbe un pensiero critico della e una informazione indipendente sulla innovazione tecnologica e sul potere delle multinazionali, che invece non abbiamo (più). Semmai questo potere è capace sempre più di autocelebrarsi oltre ogni pudore (e questo nonostante voglia essere sempre più opaco e nascosto, ma diventa appunto sempre più nascosto, e sempre più potente, quanto più lo celebriamo e lo aduliamo), non solo con l’Economist che incorona Mario Draghi in copertina, ma anche con programmi – osceni dal punto di vista informativo e del pensiero critico – come quello dedicato a Sergio Marchionne, andato in onda su Rai Tre la sera del 17 dicembre scorso.

E con questo torniamo al caso Assange, da cui siamo partiti.


Rovesciare la scacchiera

Il privato che sostituisce il potere pubblico: un’altra spinta neo-liberale nel progetto di trasformare la città in centro mondiale delle cripto-valute 

Fallimento della Cop 26 di Glasgow, con i Grandi della terra che si fanno Piccoli piccoli davanti alle pretese del capitale e dell’industria; oligarchie economiche e tecnologiche sempre più potenti e autocratiche (un tempo si chiamavano, in senso negativo/spregiativo multinazionali; oggi si chiamano, ma in senso positivo e fideistico Big-tech, vengono osannate come visionarie e la Silicon Valley è diventata nuova terra di pellegrinaggio dei devoti alla religione tecno-capitalista); processi di digitalizzazione che sempre più chiaramente si manifestano non come il nuovo che avanza bensì come il vecchio taylorismo che ritorna, però digitalizzato e così tutto sembra nuovo, quando non lo è (e quindi non siamo nella quarta rivoluzione industriale, ma sempre nella prima, anche se il digitale ha sostituito la macchina a vapore e il telaio meccanico); Ralph Hamers, Ceo di Ubs che candidamente ha affermato: “il nostro core business, che ci piaccia o no, è supportare i ricchi che diventano sempre più ricchi”, salvo poi ammettere, quasi a malincuore, che “più abbiamo successo, più effettivamente contribuiamo alla disuguaglianza nel mondo. Il che non è un bene”; e poi TiSin, il più classico dei sindacati gialli per aggirare un sacrosanto principio di giustizia distributiva e retributiva.

E l’elenco potrebbe continuare, perché la cronaca giornaliera è piena di fatti che dimostrano (che dovrebbero dimostrare) l’irrazionalità di questo sistema; che tutti però amiamo, a cui tutti ci adattiamo qualunque cosa decida per noi – e che si chiama capitalismo, ma che molti disastri sta producendo nella quasi indifferenza di troppi. Su tutti, il disastro climatico, che invece ci imporrebbe, se non di uscire da questo sistema, almeno di riformarlo radicalmente in nome della giustizia sociale, della giustizia ambientale e del futuro dei nostri figli (nei cui confronti ci comportiamo tutti – perché questo è – come madri e padri irresponsabili o come giocatori al casinò).

E allora – per cercare conforto – abbiamo ripreso in mano un bellissimo articolo dello scrittore Claudio Magris, uscito qualche mese fa. Partiamo però da una premessa: le regole sono parte costitutiva di ogni società e della vita di ogni uomo. E ciascuno deve darsi e deve rispettare delle regole per vivere con gli altri e con se stesso (altrimenti ci comportiamo come i no-vax e i no-green pass che rivendicano una egoistica libertà per sé, incapaci di capire che la libertà e la convivenza impongono anche dei doveri e una responsabilità verso gli altri). Il problema è quanta libertà, quanta autonomia e soprattutto quanta consapevolezza degli uomini vi è nella costruzione condivisa di queste regole. Perché non basta votare ogni tanto, e ogni tanto mettere un sì o un no a un referendum. Perché il potere (il Potere, usando Pier Paolo Pasolini) è altrove da dove pensiamo che sia (Parlamenti, governi, eccetera): sono nella Silicon Valley, nella finanza, nei mercati, nell’ideologia neoliberale – ed è questa consapevolezza (capire dov’è il Potere, come funziona e come ci fa funzionare) che oggi drammaticamente ci manca. E le regole del gioco – i neoliberali le chiamano catallassi – del capitalismo le abbiamo così introiettate, che ci sembrano normali e naturali, anche se non lo sono (e si dovrebbe rileggere La grande trasformazione, di Karl Polanyi; qualche testo di Teoria critica francofortese, come Eclisse della ragione, di Max Horkheimer – che tra l’altro visse in Ticino per molti anni; o Psicanalisi della società contemporanea di altro grande intellettuale, anch’egli ticinese di adozione, come Erich Fromm); non lo sono perché le regole del gioco del capitalismo sono in realtà frutto di interessi economici e di processi culturali e storici e quindi non sono naturali né immutabili – e dovremmo quindi urgentemente pensare a delle alternative.

Ha scritto dunque Claudio Magris: «La regola del gioco, anche tacita ma imperiosa, diviene facilmente una maschera di ferro, una camicia di forza. […] La partita a scacchi è diventata uno dei grandi temi di tanta letteratura, nelle epoche più diverse. Oggi la scacchiera su cui si svolge il grande gioco è il Mercato, vitale, inesorabile, spietato, quasi volto attuale del destino; Mercato la cui energia si adorna di tutte le seduzioni possibili, sembra farsi sempre più forte e anche quando stritola fa credere che stia abbracciando. Una minaccia alla libertà concreta di ogni giorno non è costituita, almeno nei Paesi occidentali, da dittature che controllano e reprimono ogni gesto e ogni individuo, come nei romanzi di George Orwell o di Aldous Huxley, ma da una valanga di offerte e prescrizioni di ogni genere, sigle da decifrare, moduli da riempire, sollecitazioni da seguire. Un corteo danzante come quello degli spiriti elementari in certi quadri medievali, un Sabba in cui ogni fuoco fatuo è rassicurante perché ha il suo marchio registrato. […] Stiamo vivendo nel mondo in cui tutto è permesso, annunciato da Dostoevskij. Forse l’unico modo di sottrarsi, nella modestissima misura in cui ciò è possibile, al Grande Gioco che ci fa marciare in fila nel cortile della prigione, è la mossa di quella favorita di un imperatore cinese, di cui si racconta e che, costretta a giocare a scacchi con il suo sovrano e signore, accorgendosi che stava perdendo, fa uno schiocco con le labbra come faceva quando chiamava il gatto per dargli da mangiare e l’animale, con un balzo leggero, piomba sulla scacchiera sconvolgendo l’ordine di tutti i pezzi, mandando all’aria il gioco e forse permettendo così di dedicarsi ad altro, senza regole vincolanti da seguire» (Il gioco che non fa giocare, in Corriere della sera del 16/05/2021).

Il sovrano/signore è oggi il tecno-capitalismo (il sistema integrato di tecnologia e capitalismo) che ci impone di giocare al suo gioco e con le sue regole. La favorita dovremmo essere noi, diventati finalmente consapevoli che il sovrano/signore gioca solo per sé e contro di noi e soprattutto contro la Terra.

Ci manca ancora il gatto… ma soprattutto, l’idea di far schioccare le labbra.


“Metaverso”… ma verso dove?

Il privato che sostituisce il potere pubblico: un’altra spinta neo-liberale nel progetto di trasformare la città in centro mondiale delle cripto-valute 

Dopo giorni di accuse circostanziate a Facebook e a Mark Zuckerberg in particolare – documenti interni alla mano – rei di avere favorito deliberatamente l’odio online e la diffusione di fake news mettendo i profitti davanti alla sicurezza, ecco la replica: Metaverso. Arrivata o rilanciata con tempismo perfetto come ogni classica arma di distrazione di massa per rilanciare un sistema di social in evidente crisi di immagine. Cui è stata abilmente aggiunta – per avere il sostegno di governi e opinione pubblica – la promessa di creare 10’000 posti di lavoro in Europa entro i prossimi cinque anni, necessari, dice la promessa, per dare vita a un nuovo mondo digitale, ancora più affascinante di quello attuale.

E allora, avendo sullo sfondo Metaverso, concentriamoci su due o tre questioni a intersezione tra comportamenti sociali, immoralità strutturale del capitalismo, nostro feticismo compulsivo per la tecnologia e conflitto tra tecno-capitalismo e democrazia e quindi libertà dell’uomo.

Torniamo agli inizi della storia di Mark Zuckerberg (e nostra): come è stato possibile che Facebook (e poi gli altri social) raggiungesse il successo in così breve tempo, offrendosi con la parola-magica di amicizia e poi di like? Molta stupidità umana; un conformismo digitale crescente e tendenzialmente totalitario; il bisogno umano di non sentirsi soli sfruttato abilmente dal capitalismo, posto che i social sono imprese private (lo dimentichiamo sempre) il cui obiettivo, come per tutto il capitalismo, è quello di massimizzare i profitti per sé, con ogni mezzo e senza alcuno scrupolo. Cosa ovviamente non nuova – il cinismo del capitale – e basta ricordare l’industria del tabacco, del petrolio, delle armi, della finanza e delle banche, per non dire del resto, e oggi le lobby che manovrano per far fallire Cop 26 sulla crisi climatica. Il cinismo è infatti strutturale al capitalismo – in realtà a ogni forma di potere ma oggi il potere è tutto (totalitario?) del tecno-capitalismo, dove poche imprese multinazionali private governano direttamente la vita di miliardi di persone in nome del loro profitto (non era mai successo nella storia) – e i social non sono da meno, anzi ne sono la forma più perfetta. Semmai è inquietante la nostra credulità, la nostra totale mancanza di spirito critico, il nostro dover/voler essere bambini mai cresciuti (è questo che vuole il marketing) che rincorrono ogni nuovo giocattolo tecnologico al grido – ormai inconscio, ma potentissimo – di: lo voglio! Ed eccoci quindi ora pronti a lasciarci conquistare/affascinare da Metaverso, termine che rimanda a Neal Stephenson e al suo romanzo Snow Crash, genere cyberpunk, pubblicato nel 1992. Immaginato come la nuova frontiera di Internet, cioè oltre il mondo virtuale odierno e dove gli utenti, per mezzo dei loro avatar, vivranno esperienze interattive multimediali straordinarie e immersive, accrescendo ancora di più le interazioni umane (la socialità, di nuovo mediata però dalla tecnologia perché possa produrre dati e quindi profitto capitalistico; di nuovo la promessa di costruire comunità, di mettere in contatto soggetti in realtà sempre più isolati dagli altri proprio a causa della tecnologia), liberandoci dal peso dei vincoli fisici. Ma anche, aggiungiamo, permettendo al tecno-capitalismo di farci dimenticare di nuovo la drammaticità della crisi climatica (e sociale) presente nella realtà vera.

Metaverso come evoluzione di Facebook, dunque. E ovviamente “non si tratterà solo di creare una nuova formidabile esperienza”, ma anche “un’onda economica che potrebbe creare nuove opportunità per le persone di tutto il mondo”. Cioè – di nuovo – business e profitti per Mark Zuckerberg. E qui veniamo al vero punto critico impostoci della tecnica, ma che nessuno affronta seriamente (o volutamente): il conflitto tra potere delle imprese (tecnologiche ma non solo) e democrazia.

Scriveva il sociologo italiano (troppo in fretta dimenticato) Luciano Gallino (1927-2015), nel 2011: “Il fatto nuovo del nostro tempo è che il potere della grande impresa di decidere a propria totale discrezione che cosa produrre, dove produrlo, a quali costi per sé e per gli altri, non soltanto non è mai stato così grande, ma non ha mai avuto effetti altrettanto negativi sulla società e sulla stessa economia”. E aggiungeva: “il potere esercitato dalle corporation sulle nostre vite configura un deficit di democrazia tale da costituire ormai il maggior problema politico della nostra epoca”.

Ovvero, abbiamo il problema – ancora più urgente oggi – di imparare a governare i processi di innovazione tecnologica. Pratica mai tentata finora perché resa impossibile dall’autocrazia dell’imprenditore neoliberale (ogni controllo violerebbe la mia libertà, io sono il vero creativo e innovatore), ma soprattutto dal mainstream tecno-capitalista che ci porta a credere (proprio in senso religioso/fideistico) che l’innovazione tecnologica sia sempre il nuovo che avanza – meraviglioso sempre, a prescindere dai suoi effetti – e che quindi non si debba fermare mai. Mentre invece – lo diciamo da tempo – si deve fermare o almeno regolamentare se minaccia la democrazia e la libertà degli uomini, oltre alla biosfera.

Chiudiamo facendo nostre le parole scritte qualche giorno fa da Christian Rocca, direttore de Linkiesta: Metaverso “è soltanto cosmesi per nascondere il fatto che Zuckerberg non ha alcuna intenzione di cambiare rotta, anzi pensa di modellare [ancora di più] la società del futuro sui principi del gaming e di passare al nuovo livello di controllore unico dell’ambiente virtuale e fisico collegato a Internet. […] Una prospettiva spaventosa, visti i precedenti. Sui giornali americani il dibattito è partito con grande intensità. L’editoriale di apertura dell’ultimo numero dell’Atlantic lo scrive senza giri di parole: ‘Facebook [è molte cose insieme, ma oggi] in realtà è anche una potenza straniera ostile’. E come una potenza ostile andrebbe affrontato, perché a una potenza straniera ostile non si può consentire che si costruisca un suo ecosistema virtuale e alternativo a quello reale, dentro il quale intrappolare e manipolare miliardi di utenti”. Ma il problema non è ovviamente solo Zuckerberg, ma tutta la Silicon Valley.

Nell’immagine: adattamento da Pieter Bruegel il Vecchio, Parabola dei ciechi (1568), dettaglio


La pedagogia del Partito comunista cinese, e quella del capitalismo

Il privato che sostituisce il potere pubblico: un’altra spinta neo-liberale nel progetto di trasformare la città in centro mondiale delle cripto-valute 

Scandalosissima e totalitaria Cina, vergognati! Fai il lavaggio del cervello alla gente, iniziando dai bambini e dalle scuole. Cosa che hanno fatto già tutti i totalitarismi (ma non solo) del Novecento e che rifà oggi anche la Cina non di Mao ma quella diventata seconda/prima potenza economica del mondo. Contro cui opponiamo i sottomarini nucleari, ma anche i media, oggi inorriditi dal fatto che l’indottrinamento cinese preveda non solo il culto del partito ma anche quello del presidente Xi Jinping.

Da settembre gli alunni delle scuole elementari hanno iniziato infatti a studiare una nuova materia: “il pensiero di Xi Jinping”. Dove Xi Jinping non è tanto il piccolo padre, come si faceva chiamare Stalin, ma il nonno della Cina e dei bambini, con un nuovo tocco di familiarità che non guasta mai.

E molti media occidentali hanno scritto di un ulteriore processo di colonizzazione ideologica – ma anche personalistica – della mente dei giovani che ormai va appunto dalle elementari fino all’università, dove già da tempo il pensiero di Xi Jinping peserebbe nei corsi accademici. Agli insegnanti viene dunque demandato il compito di piantare nei cuori dei giovani i semi dell’amore per il Partito, la patria e il socialismo, come si legge nelle istruzioni emanate dal governo cinese. E ancora: “Le scuole primarie si concentreranno sulla coltivazione dell’amore per il Paese, il Partito comunista e il socialismo. Nelle scuole medie, l’attenzione sarà invece focalizzata sulla combinazione di esperienza percettiva e studio della conoscenza, per aiutare gli studenti a formare giudizi e opinioni politiche di base”, ovviamente secondo l’ideologia ufficiale. Nei college, invece, “ci sarà una maggiore enfasi sul pensiero teorico”. A questo si è aggiunta una campagna di moralizzazione per limitare l’uso dei videogame online (tre ore a settimana), cancellando i talent show in Tv e allo stesso tempo promuovendo una immagine più virile dell’uomo tra i giovani. Ma ciò che marcherebbe davvero la strategia di Xi Jinping – secondo le critiche occidentali – è la sua pervasività. Finalizzata a maggiorare/affinare la capacità di cattura e di controllo da parte del Partito su affari, mass/social-media, cultura e istruzione – sulla vita intera dell’uomo. Costruendo fin da piccoli gli uomini nuovi necessari alla Cina di domani.

Scandaloso, tutto questo? Ma è esattamente ciò che fa anche il capitalismo e il sistema tecnico nel mondo occidentale, la differenza è che l’occidente si dice democratico, la Cina no. Anche in occidente infatti, a partire dalle scuole fino alle università, con accompagnamento di media e di social, si insegna un pensiero unico e un modello esistenziale, quello dell’ideologia neoliberale e della ragione solo calcolante; si insegna che bisogna adattarsi velocemente all’innovazione tecnologica quale che sia e alle esigenze della rivoluzione industriale; che bisogna valorizzare non se stessi come persona, ma il proprio capitale umano per vendersi meglio sul mercato (povero Socrate!); che si deve essere e vivere come imprenditori di se stessi in un regime di concorrenza infinita; che importante è acquisire competenze a fare (hard o soft skill che siano) e non conoscenza per pensare. E la pubblicità non è forse una forma di propaganda capitalistica (lo scriveva già Günther Anders in L’uomo è antiquato), per farci consumare sempre di più, una propaganda come o forse peggio (perché molto più invasiva, pervasiva e persuasiva) della propaganda politica? E la Silicon Valley non è forse una fabbrica di immaginari collettivi e di ideologia, prima che di tecnologia? E il tecno-capitalismo non vuole produrre anch’esso il suo uomo nuovo, formattandolo fin da piccolo sia attraverso il consumismo (da rileggere I persuasori occulti di Vance Packard, libro degli anni ’50 ma attualissimo anche in tempi di micro-targeting), sia con videogiochi e smart-phone e tecnologie-giocattolo? E non vive forse anche l’occidente nel culto della personalità, soprattutto non politica ma imprenditoriale (i guru, i visionari, i creativi) – arrivando a quello che era un grande giornale italiano e che si sta dedicando da settimane alla costruzione mitopoietica di Elon Musk quale modello virtuoso per i giovani italiani? Ma allora: dov’è la differenza con la Cina che celebra Xi Jinping? Prima di scandalizzarci per la Cina (comunque giusto e doveroso) che colonizzerebbe le menti di giovani innocenti ingegnerizzandoli psichicamente con lo stampino dell’ideologia, dovremmo cominciare a scandalizzarci di noi stessi: dei nostri modelli pedagogici (che devono piantare nei cuori dei giovani i semi dell’amore per il mercato, la tecnologia e la competizione) e che rifuggono a priori dal pensiero critico; scandalizzarci dell’ideologia neo-liberale e tecnologica che ci è entrata dentro diventando la nostra forma di vita quotidiana (produrre-consumare-produrre-consumare…oggi anche o soprattutto dati), impedendoci di immaginare altro e di meglio; scandalizzarci per le celebrazioni ad Angela Merkel come grande leader quando in realtà ha demolito l’idea di Europa e di solidarietà (generando populismi ovunque), ha praticato la macelleria sociale sui greci (e non solo), ha vissuto nel dogma dell’austerità quando invece servivano più Stato e più spesa pubblica in funzione anticiclica; scandalizzarci del nostro culto per il denaro e del nostro feticismo infantile per la tecnologia.

Tutti pezzi, questi, di un modello pedagogico/ideologico neoliberale e tecnofilo a prescindere che da tempo ha colonizzato le nostre menti per maggiorare la capacità di cattura e di controllo da parte del capitale e della tecnologia sulla vita intera dell’uomo. Da cui discende poi anche il no svizzero alla tassa sulla CO2 e alla iniziativa 99% e gli industriali del mondo che vogliono tornare a prima della pandemia, producendo ancora più ingiustizia ambientale (non pensando alle future generazioni) e ingiustizia sociale; e pure il voto in Germania, dove per principio ideologico neoliberale ormai introiettato non si cambia nulla o si cambia troppo poco. Anche davanti a un cambiamento climatico sempre più drammatico.


Sinistra, vaccini e libertà neoliberista

Il privato che sostituisce il potere pubblico: un’altra spinta neo-liberale nel progetto di trasformare la città in centro mondiale delle cripto-valute 

No-Vax, Sì-Vax? Il dibattito è decisamente surreale (se non peggio). Dovrebbe essere infatti evidente a tutti che vaccinarsi è cosa buona e giusta. Eppure, si è arrivati anche a mostruosità come l’equiparazione tra pass vaccinale e persecuzione degli ebrei, con molte croci uncinate sui manifesti di protesta.

Chi ha una certa età ricorderà le vaccinazioni antipolio di massa con il vaccino Sabin, che hanno permesso di debellare la poliomielite. Oggi i bambini sono vaccinati contro una serie di malattie, dal morbillo alla rosolia e nessuno grida allo scandalo. Per il vaccino contro il Covid-19 molti straparlano invece di dittatura sanitaria, accusando lo Stato di voler imporre un obbligo vaccinale che violerebbe la libertà individuale. Dimenticando che in ogni sistema liberale e democratico (ma anche a Cuba, con il suo vaccino socialista e senza dover alimentare i profitti delle multinazionali), la libertà individuale non può e non deve confliggere con la libertà degli altri. Cioè, l’io non esiste senza il noi, e viceversa. Chi rivendica il proprio diritto individuale a non vaccinarsi dimentica appunto che gli altri hanno un analogo e speculare diritto civile e sociale a non essere contagiati. Quale diritto deve prevalere? Ovviamente l’interesse generale, rispetto al quale il diritto di ciascuno di non volersi vaccinare deve (e sottolineiamo il deve) fare un passo indietro (come per la libertà di voler passare col rosso al semaforo), perché la libertà individuale deve essere anche responsabilità e cura della libertà degli altri. Su questo è stato detto e scritto molto, non vogliamo aggiungere altro.

Vogliamo invece sottolineare ciò che pochi hanno evidenziato. E cioè che questo individualismo anti-vaccinale è figlio dell’ideologia neoliberale e anarco-capitalista egemone ormai da quarant’anni a questa parte (e in parentesi ricordiamo che l’anarchia è idea molto nobile e soprattutto migliore da come è stata abusata dal capitalismo, che l’ha trasformata in quell’anarco-capitalismo per il quale l’unica libertà che conta è quella del mercato, considerato a sua volta come massima espressione della libertà individuale). Un individualismo neoliberale egoista; egotista (con il culto narcisista di sé e della propria unicità); solipsista (per cui tutto è incentrato sul sé dell’individuo e il resto viene rimosso); e competitivo (gli altri sono solo miei competitors e nella savana del tecno-capitalismo vince solo chi corre più veloce).

Un (falso) individualismo evidentemente, che ha una delle sue fonti in quello slogan della neoliberista Margaret Thatcher che quarant’anni fa diceva: la società non esiste, esistono solo gli individui (e la famiglia).

Paradossale è allora che oggi questa idea di libertà e di individuo (falsa, ma molto accattivante) sia fatta propria anche da intellettuali che si dicevano (un tempo; oggi forse non più) di sinistra. Prendiamo il filosofo Massimo Cacciari, che insieme a Giorgio Agamben ha scritto cose surreali a proposito del Green pass italiano, come: “La discriminazione di una categoria di persone [quelle che non lo possono avere perché non si vogliono vaccinare, non potendo così entrare in certi luoghi], è di per sé un fatto gravissimo, le cui conseguenze possono essere drammatiche per la vita democratica”.

Discriminazione? Pericoli drammatici per la democrazia? Siamo seri: i pericoli per la democrazia arrivano piuttosto dal capitalismo e dalla finanza, dall’oligopolio della Silicon Valley, dalla profilazione di massa per usi commerciali e politici, appunto dal neoliberalismo.

Certo, Cacciari e Agamben aggiungono poi: “Nessuno invita a non vaccinarsi!”. Ma ciò che appunto è paradossale è che una certa parte della sinistra che vive soprattutto di social – o quella che era sinistra (Cacciari e Agamben sono infatti la punta di un iceberg molto grande e profondo) – usi il concetto di (falsa) libertà proprio dell’ideologia neoliberale, destrorsa, illiberale e antidemocratica in sé e per il capitale. Facendo cioè propria l’idea che la società non esiste, che esiste solo l’individuo e così rovesciando come un guanto ogni idea di uguaglianza e di fraternità che invece erano iscritte, con la libertà, sulle bandiere della Rivoluzione francese (e dell’illuminismo).


Cambiare le parole per non cambiare nulla

Il privato che sostituisce il potere pubblico: un’altra spinta neo-liberale nel progetto di trasformare la città in centro mondiale delle cripto-valute 

C’è una parola che sta diventando sempre più di moda, soprattutto in Europa. Certo, non come smart (smart-phone, smart-working, smart-cities, smart-shopping, smart-factory, smart-tutto, smart-eccetera) – parola magica che dice tutto e il contrario di tutto – eppure ha la sua stessa capacità di dire e non dire, mascherare e affascinare. Una parola che richiama qualcosa di morbido, di piacevole e insieme di coinvolgente.  La parola è: resilienza.

In Italia, Draghi ha presentato all’Europa il suo Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Le politiche europee e il Next Generation EU si pongono l’obiettivo di arrivare a “un’Europa più ecologica, digitale e resiliente” ai cambiamenti climatici.

Ma cosa significa resilienza? Secondo treccani.it in ecologia la resilienza è “la velocità con cui una comunità (o un sistema ecologico) ritorna al suo stato iniziale, dopo essere stata sottoposta a una perturbazione che l’ha allontanata da quella condizione”; mentre in psicologia, la resilienza è “la capacità dell’individuo di reagire a traumi e difficoltà, recuperando l’equilibrio psicologico attraverso la mobilitazione delle risorse interiori e la riorganizzazione in chiave positiva della struttura della personalità”.

Se applichiamo questa definizione all’oggi, dover tornare a come eravamo prima della pandemia attraverso la mobilitazione delle risorse interiori individuali e la riorganizzazione in chiave positiva della struttura della personalità – è oggi il mantra che il sistema e i mass/social-media ci fanno recitare ogni giorno per assorbire l’urto della pandemia senza rompersi (senza rompere il sistema produttivo e consumativo, semmai rilanciandolo come prima  e più di prima), cioè senza cambiare nulla rispetto a prima della pandemia. Dimenticando che di fronte a noi abbiamo una crisi climatica sempre più grave, contro la quale non bastano un po’ di green economy, di economia circolare e di digitale.

Concentriamoci sulla definizione di resilienza in psicologia. Che esprime una classica retorica neoliberale (non contare sugli altri ma conta solo su te stesso, pensa positivo), ma è anche una classica azione manageriale di problem solving a valle – e non di eliminazione a monte della causa che ha prodotto il problema. Per questo la parola è usata soprattutto dalle tecnocrazie e dai governi neoliberali. La resilienza sembra diventata allora niente più che un modo diverso per dire adattamento dell’uomo anche alla crisi climatica e non la sua reale soluzione.

E di adattamento – fondamento della filosofia (sic!) neoliberale – aveva scritto, tre quarti di secolo fa, Walter Lippmann sostenendo appunto che compito del neoliberalismo è quello di modificare l’uomo, adattandolo alle esigenze della produzione e del capitalismo, divenendo “un nuovo sistema di vita per l’intera umanità”, così che “l’ambiente sociale e il sistema capitalistico possano formare un tutto armonico”. Adattamento: qualcosa di profondamente illiberale e di immorale, poiché nega all’individuo la sua libertà e gli impone solo di adattarsi alle esigenze del capitale.

Due notizie recenti per approfondire il tema e capire cosa sia la resilienza. La prima: secondo il Rapporto Focsiv sui ‘Padroni della terra’ – se nel 2018 l’agrobusiness concentrava nelle sue mani 88 milioni di ettari di terra nel mondo, nel 2020 (in piena pandemia e crisi climatica) questo fenomeno ha raggiunto e superato i 93 milioni di ettari, “strappati alle popolazioni locali e consegnati ad un sistema estrattivista che sta portando il Pianeta a un punto di non ritorno”. Si chiama land grabbing e “questi 93 milioni di ettari sono pari alla superficie di Germania e Francia messe insieme”. Ovvero il capitalismo continua a sfruttare sempre di più la terra e gli uomini; altro che sostenibilità ambientale e transizione ecologica…

La seconda: l’accordo raggiunto al G20 di Venezia sulla proposta (la decisione è rimandata a ottobre) di aliquota globale minima di tassazione delle multinazionali si dimostra sempre più uno specchietto per le allodole (e le allodole siamo noi). Il trucco – ma accolto con grande favore da (quasi) tutti, presentandolo come una rivolta della politica contro le multinazionali – sta nell’avere applicato un’aliquota minima molto modesta (15%), vicina alla media già usata dagli Stati che fanno concorrenza fiscale sleale. Di più: dall’accordo sono state escluse le società finanziarie. Altro che rivolta: la politica si adatta alle esigenze del capitale, con una spolverata di falsa giustizia sociale e fiscale. E noi ci adattiamo alle esigenze del capitale. In perfetta resilienza neoliberale.

Cambiare tutto (in apparenza) per non cambiare nulla: si chiamava trasformismo o gattopardismo riprendendolo da Il Gattopardo, l’opera famosa di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Non vorremmo che oggi si chiamasse resilienza.


Quarta rivoluzione industriale? Non scherziamo!

Il privato che sostituisce il potere pubblico: un’altra spinta neo-liberale nel progetto di trasformare la città in centro mondiale delle cripto-valute 

Woebot è una app che permette di simulare il divano di uno psicoterapeuta attraverso lo smartphone. Utilizza l’intelligenza artificiale per realizzare delle terapie contro l’ansia e la depressione e permette di risparmiare sui costi dello psicoterapeuta, in una sorta di fai da te dell’anima. Potenza e meraviglie della tecnologia! O invece qualcosa di molto preoccupante, perché la cura richiede umanità (ascolto, dialogo, relazione) in presenza e non un algoritmo da remoto. Eppure, le app di questo tipo sono già oltre 10mila, evidentemente il business dell’affective computing è molto promettente. È il fascino dell’algoritmo, è la seduzione dell’intelligenza artificiale. Volete mettere la comodità della vostra poltrona invece della scomodità del lettino dello psicoterapeuta?

E allora ricordiamolo ancora una volta: davanti all’innovazione tecnologica siamo come bambini a cui viene fatto desiderare un nuovo giocattolo. Entusiasmo, feticismo, parole come: ‘lo voglio e lo voglio subito’; e poi: ‘è mio e solo mio’. Quando poi il giocattolo è circondato da un’aura di smart e si offre come intelligente ma anche come facile facile da usare – e basta toccare lo schermo perché si apra un mondo di meraviglie infinite – siamo stati catturati dalla tecnologia. Quando poi i meccanismi dei social (like, followers) sono ingegnerizzati per produrre in noi dopamina – il neurotrasmettitore del piacere – e creare in noi un’autentica dipendenza, allora non siamo più capaci di resistere e di razionalizzare i nostri comportamenti verso la tecnica e di liberarci.

Ed è una dipendenza che ci porta pericolosamente a delegare alla tecnica (a un algoritmo/app/piattaforma/assistente virtuale) la valutazione e poi la decisione da prendere (compresa la cura delle nostre ansie e le decisioni dei tribunali), appunto delegando sempre più l’intera organizzazione e gestione della nostra vita alle macchine e a un algoritmo. Sognando – ma sta diventando già realtà con gli algoritmi predittivi che predicono/anticipano/guidano i nostri desideri futuri di consumo sulla base di ciò che abbiamo desiderato fino a cinque minuti prima – sognando cioè di avere le risposte prima ancora di avere fatto le domande… e se questa non è una delle forme della alienazione…

Tecnofobia, la nostra? Tutt’altro – e personalmente ci piacerebbe essere su una delle due sonde Voyager che hanno varcato i confini del sistema solare e sono entrate nello spazio interstellare. Questa è la tecnologia che ci piace: un mezzo per accrescere la conoscenza.

È un’altra la tecnologia che non ci piace: quella dell’Industria 4.0 che si presenta come assolutamente nuova e invece è il vecchio taylorismo anche se digitalizzato (e quindi è peggio del vecchio, con l’intensificazione dei tempi ciclo di lavoro e l’eterodirezione di un algoritmo); quella di Amazon (le vecchie vendite per corrispondenza più un algoritmo), ma con lo sfruttamento quasi schiavistico del lavoro di dipendenti e corrieri; quella dei social, un surrogato di socializzazione che ci fa dimenticare che i social sono imprese private che vogliono massimizzare i loro profitti e dove noi che produciamo dati h 24 siamo la loro forza lavoro e il loro mezzo di produzione di dati. La tecnologia che non ci piace è cioè quella che permette al capitalismo di estrarre profitto per sé dalla nostra vita intera (relazioni, emozioni, affetti, comunicazione eccetera) – cioè dalla vita intera messa in produzione – e non più solo dal nostro lavoro.

E allora dovremmo ricordare che negli anni ’90 – quando le nuove tecnologie iniziavano a imporsi e noi a giocare con esse – economisti, politici, sociologi ci dicevano con convinzione e con insistenza che grazie alle nuove tecnologie avremmo lavorato meno, fatto meno fatica, avuto più tempo libero per le cose belle della vita e che saremmo entrati in una nuova era di crescita economica infinita favorita e promossa dall’economia della conoscenza. È accaduto esattamente il contrario, ma non lo vediamo o non vogliamo vedere questa realtà, sempre affascinati dall’ultima novità tecnologica. O lo abbiamo dimenticato.

E questo perché abbiamo smesso di leggere ad esempio il Marx sociologo e soprattutto il francofortese Marcuse o Anders o Bauman. Forse sarebbe il caso di tornare a farlo per accorgerci che grazie alle nuove tecnologie non siamo entrati nella quarta rivoluzione industriale ma siamo tornati indietro alla prima (l’hi-tech è applicato soprattutto per lo sfruttamento ottocentesco del lavoro); e farlo per uscire dalla grande fregatura in cui siamo caduti. Riscoprendo – come ha detto l’attrice Rosamund Pike interpretando Marie Curie – che “usare il cervello è più sexy che saper usare Instagram”.

Lelio Demichelis, che con questo articolo inizia la sua collaborazione a Naufraghi/e, è docente di Sociologia economica nel Dipartimento di Economia dell’Università degli Studi dell’Insubria 

Nell’immagine un fotogramma dal video “Are You Lost In The World Like Me?”  diMoby & The Void Pacific Choir