“Con le mani, io, posso fare castelli / Costruire autostrade e parlare con Pablo”

In una canzone di De Gregori si racchiude un discorso profondo sul senso ed il valore del lavoro di ciascuno 

Fra i nostri articoli usciti ieri vi è un contributo di Graziano Pestoni intitolato “Le aspettative di Arturo”che riferendosi all’imminente votazione sulla revisione dell’AVS ha ricordato le vicende di vita da immigrato di un operaio portoghese, che al nostro paese ha dato le sue forze, il suo lavoro, fino all’età in cui, per lui come per ognuno di noi, arriva (o arriverebbe) il momento della cosiddetta “quiescenza”. Ma proprio l’oggetto in votazione il 25 settembre, ci dice come non sia per nulla scontato che Arturo possa raggiungere serenamente questo “traguardo” e, lo sappiamo, questo vale a maggior ragione per le tante donne che si vedono messa in discussione l’età del pensionamento, dopo che il loro lavoro per anni, decenni, già è stato pagato meno rispetto agli uomini. Nella votazione sul tema AVS21, di cui ha scritto opportunamente in questa sede anche Delta Geiler Caroli, si racchiude, in un certo senso, anche un discorso profondo sul senso ed il valore del lavoro di ciascuno, di uomini e donne che con le loro storie personali, fatte spesso di fatiche e sacrifici, hanno fatto la Storia del nostro Paese. Una Storia che è di svizzeri e di chi svizzero lo è stato o lo è diventato, come Arturo, o come il Pablo della splendida canzone di Francesco De Gregori (scritta con Lucio Dalla) cui è dedicato questo intervento di Mattia Pelli. (red.)


Non sono mai stato appassionato di De Gregori, appartengo alla parrocchia De André, cantautore che ho adorato con fede incrollabile. Ma riconosco al romano alcune delle canzoni più belle della tradizione cantautorale italiana. 

Tra queste,  due che – forse non è un caso – parlano di storia. Una è naturalmente il suo grande capolavoro, “La storia siamo noi”. L’altra è “Pablo”. Una canzone sull’emigrazione in Svizzera, che mette uno di fronte all’altro due migranti, uno spagnolo e un italiano, il protagonista della canzone, colui che racconta. 

Abbiamo dunque un migrante che parla di un altro migrante, con la tenerezza e la partecipazione che gli viene dal condividere la sua stessa sorte. Il luogo di questo dialogo è il lavoro nell’edilizia. De Gregori si immedesima in Pablo e nel suo destino malinconico e tragico. Ma soprattutto i particolari che si susseguono nel testo – la latteria, il gallo da battaglia, la stessa “Svizzera verde” – sono così specifici da fare venire il sospetto che De Gregori abbia vissuto questa situazione o che ne abbia avuto un racconto diretto. 

Nonostante le numerose dichiarazioni di disimpegno del cantautore, in generale e nello specifico, per quanto riguarda proprio “Pablo”, la pietas che emerge da questo testo, così come i dettagli che la costellano, ne fanno la canzone più bella sull’emigrazione italiana nel secondo dopoguerra.

Ne ho capito la profondità e la sua specifica qualità, quasi documentaria, solo dopo aver passato sei mesi a lavorare come manovale alla centrale delle poste svizzere a Zurigo negli anni ‘90. In questo enorme edificio accanto alla stazione tutte le nazionalità lavoravano fianco a fianco nello smistare posta e pacchi, ininterrottamente. Varie lingue si mescolavano a raccontare storie di famiglie lontane, di case in costruzione e di galli da battaglia. E spesso le mani diventavano davvero strumento di comunicazione, per colmare i vuoti tra una parola in serbo e una in portoghese. 

Come dimenticare dunque quel testo:

Mio padre seppellito un anno fa
Nessuno più coltivare la vite
Verde rame sulle sue poche, poche unghie
E troppi figli da cullare

E il treno io l’ho preso e ho fatto bene
Spago sulla mia valigia non ce n’era
Solo un po’ d’amore la teneva insieme
Solo un po’ di rancore la teneva insieme
Il collega spagnolo non sente e non vede
Ma parla del suo gallo da battaglia e la latteria diventa terra

Prima parlava strano e io non lo capivo
Però il pane con lui lo dividevo
E il padrone non sembrava poi cattivo

Hanno pagato Pablo, Pablo è vivo
Hanno pagato Pablo, Pablo è vivo
Hanno pagato Pablo, Pablo è vivo
Hanno pagato Pablo, Pablo è vivo

Con le mani, io, posso fare castelli
Costruire autostrade e parlare con Pablo
Lui conosce le donne e tradisce la moglie
Con le donne ed il vino e la Svizzera verde
E se un giorno è caduto, è caduto per caso
Pensando al suo gallo o alla moglie ingrassata come da foto

Prima parlava strano e io non lo capivo
Però il fumo con lui lo dividevo
E il padrone non sembrava poi cattivo

Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo
Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo
Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo
Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo
Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo
Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo, vivo, vivo, vivo

Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo
Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo
Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo
Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo
Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo, vivo, vivo, vivo

E come dimenticare la sua interpretazione?


«Get Back» e il mistero della creatività

In una canzone di De Gregori si racchiude un discorso profondo sul senso ed il valore del lavoro di ciascuno 

“Meanwhile back at home too many Pakistanis, Living in a council flat Candidate Macmillan, tell us what your plan is, Won’t you tell us where you’re at”

Mia figlia di 11 anni è una vera fan dei Beatles e io, pur non essendo mai stato appassionato come lei dei “Fab Four”, ne sono molto fiero. Così venerdì, nella serata tradizionalmente dedicata alla visione di un film in famiglia, quando mi ha proposto di vedere “Get back” ho accettato, senza ben sapere quello a cui stavo andando incontro.

Dopo circa un’ora delle quasi otto totali di durata della docu-fiction in tre parti di Peter Jackson, il resto della famiglia aveva gettato la spugna e sul divano eravamo restati solo io e lei. Ipnotizzati.

“The Beatles: Get Back”, che si può vedere in streaming sulla piattaforma Disney+ [trailer in fondo alla pagina], è il montaggio di oltre cinquantasei ore di riprese e centocinquanta ore di audio raccolte nel 1969 durante la creazione dell’album “Let it be”. Dopo oltre due anni di assenza dalle scene e in mezzo a forti tensioni tra i membri del gruppo, i Beatles decidono di riprovarci tornando alle origini, al rock’n roll dei primi album, e si impongono una sfida: scrivere in appena due settimane 14 nuove canzoni da suonare dal vivo in un grande ritorno sulle scene, che si realizzerà con il celeberrimo “concerto sul tetto”.

Decidono anche di ingaggiare un regista, Michael Lindsay-Hogg, al quale chiedono di documentare tutto il processo creativo: lui li prende molto sul serio e mette microfoni (anche nascosti) ovunque e registra immagini in continuazione, come in un vero e proprio reality, spesso a loro insaputa, mentre i Beatles cercano giorno dopo giorno, chiusi in un grande studio, di fare emergere la musica, provando e riprovando.

Immagini e suoni che sono restati per oltre 50 anni sepolti da qualche parte e su cui ha messo le mani il regista neozelandese Peter Jackson (quello de “Il signore degli anelli”) che con pazienza certosina da questo magma di immagini ha fatto emergere una storia, un senso, una direzione. “The Beatles: Get Back” è tante cose insieme: a me ha ricordato le tensioni di “Dogville”, di Lars von Trier, o un documentario di Frederick Wiseman, come il suo capolavoro “Welfare”, nel quale la pellicola scorre quasi senza interruzione e fa emergere naturalmente le relazioni fra le persone.

In “Get back” si assiste al crescere della tensione tra Paul, John, George e Ringo, il cui sodalizio creativo è ormai entrato in crisi ma che lascia ancora spazio all’esplosione di momenti intimi, folli, di risate e schitarrate che li uniscono al di là delle parole. Sopra tutti, fisicamente, Ringo, appollaiato con la sua batteria, silenzioso e pensoso. Sotto c’è Paul, che al contrario parla tantissimo, in continuazione, analizza la situazione, si deprime, si fa prendere dalla rabbia, dalla gioia. John lo guarda, chitarra in braccio, lo ascolta e parla poco. Da parte, accanto a lui, c’è Yoko, che parla ancora meno. George è il terzo incomodo tra McCartney e Lennon, e a un certo punto se ne va, arrabbiato, rischiando di mandare a monte tutto il progetto. Ma sarà proprio lui a regalare ai Beatles la soluzione, momentanea, che permetterà di superare la crisi, grazie al coinvolgimento del tastierista Billy Preston, che darà nuova energia ai quattro.

Nel film si alternano lunghi momenti di stasi, che per alcuni risulteranno noiosi, ma che sono necessari per capire la bellezza dei sussulti di creatività, quando di colpo Paul e John si accendono, suonano, creano e coinvolgono George e Ringo. Uno dei momenti più intensi è quello nel quale si sente nascere dal basso di Paul “Get back”, inizialmente “la solita canzone”, come dice lui e che di colpo, grazie all’apporto di George, di Ringo e di John diventa la canzone che conosciamo, una protest song antirazzista, contro il nazionalismo bianco, anche se McCartney deciderà poi di “mondare” l’ultima strofa, quella più politica, quella detta “dei pachistani”.

Più che un documentario sui Beatles, quello di Jackson è un film sulla creatività e sulla bellezza e su come essa possa nascere anche in situazioni difficili, da esseri pieni di imperfezioni e miserie quali siamo tutti noi, senza eccezioni, Beatles compresi.