Il massimo di diversità nel minimo spazio

L’Occidente prigioniero, in due saggi di Milan Kundera appena riuniti in volume da Adelphi 

Sarà la recente scomparsa di Vangelis e dei suoi Chariots of Fire, meglio noti alle nostre latitudini con il roboante titolo di Orizzonti di gloria (1981). Sarà il ciclico e insistente riproporsi, su ogni schermo a portata di occhio e di mano, di storie, film e telefilm della mia prima infanzia (Blade Runner, Miami Vice, persino Top gun), vera apoteosi dei servizi di streaming e dell’industria del remake che tanto caratterizzano questa nostra epoca così priva di fantasia. Sarà, infine, il contesto politico internazionale che da alcuni mesi non fa che rilanciare come un disco rotto quelle contrapposizioni di fronti semplicistiche e manichee (bianco e nero, buoni e cattivi, noi e loro) che credevamo per sempre abrogate dai tribunali della Storia. L’impressione, tra il serio e il faceto, è che non ci libereremo mai degli anni Ottanta, o meglio non ci libereremo mai dell’intero secolo che quel decennio aveva contribuito a definire “breve”, e che invece non si persuade ancora ad andare in pensione.

In tale contesto emotivo e culturale, che immagino ampiamente condiviso, la casa editrice Adelphi ha tirato fuori dal cassetto un paio di vecchie lezioni dello scrittore ceco Milan Kundera che, lette oggi, paiono un perfetto vademecum per l’Europa del terzo millennio. La cosa potrebbe anche non sorprendere: chi si circonda di classici, antichi o moderni che siano, finisce sempre per essere “aggiornato” (Giuseppe Pontiggia li chiamava “i contemporanei del futuro”). L’autore dell’Insostenibile leggerezza dell’essere, esule in Francia dal 1975, era all’epoca uno degli scrittori più rappresentativi delle cultura europea di area sovietica. La distinzione è importante, e la mette in luce lui stesso nel testo che dà il titolo al libro, Un Occidente prigioniero o la tragedia dell’Europa centrale, scritto nel 1983 e subito entrato nel dibattito pubblico: «In relazione al suo sistema politico, l’Europa centrale è l’Est; in relazione alla sua storia culturale, è l’Occidente. Ma l’Europa sta smarrendo il senso della sua identità culturale, sicché non vede nell’Europa centrale che il suo regime politico».

È il grande tema, tipicamente novecentesco, dello spostamento a occidente del confine orientale con il mondo russo, lungo la linea di demarcazione tra l’alfabeto latino e quello cirillico, a seguito della seconda guerra mondiale. È quella cortina di ferro che troppo spesso abbiamo inteso in termini binari (acceso o spento), come funziona ancora oggi con la NATO, e non secondo le categorie della cultura, dove le sfumature, le sovrapposizioni, l’intrecciarsi e il meticciarsi delle identità permettono alle regioni di frontiera di sopravvivere agli scontri frontali, rendendole proprio per questo tanto più interessanti e ricche di stimoli. È il luogo, non per nulla, delle «piccole nazioni» (Kundera pensa naturalmente a quella ceca, ma lo stesso discorso varrebbe per l’Ungheria, la Polonia, i Paesi Baltici), alle quali la Storia non ha dato che fragilità e sofferenze, graziandole però anche con una vivacità culturale sovente sconosciuta all’Occidente più “occidentale”: si pensi al grande cinema ceco e polacco dei Forman e dei Kieslowski, alla letteratura ungherese di un Sandor Marai, un Imre Kertesz o una Magda Szabo, infine all’importante ruolo svolto – in quelle società così esposte alla cultura uniformante dell’ideologia comunista e staliniana – dalla traduzione letteraria.

Kundera non usa mezzi termini e, ripensando ai moti ungheresi del 1956, a quelli praghesi del 1968 e alla persistente opposizione polacca, non teme di affermare che «ciascuna di queste rivolte era sostenuta pressoché dall’intero popolo. Se la Russia non li avesse spalleggiati, quei regimi non avrebbero potuto resistere più di tre ore». Il fatto che ci si ritrovi ancora oggi, a Novecento non concluso, confrontati a simili problemi, spostati soltanto un po’ più a est, è sintomatico di una questione non affrontata (dall’Europa? dall’America?) con la dovuta consapevolezza storica e culturale. «L’Europa centrale voleva essere l’immagine condensata dell’Europa e della sua multiforme ricchezza» continua Kundera, «una piccola Europa ultraeuropea, modello in miniatura dell’Europa delle nazioni concepita sulla base di questa regola: il massimo di diversità nel minimo spazio». Come avrebbe potuto non inorridire di fronte alla Russia sovietica, che si fondava «sulla regola opposta: il minimo di diversità nel massimo spazio»? È il grande confronto dialettico tra una visione imperialista e monocromatica che credevamo defunta e un federalismo dinamico à la suisse, gli «Stati Uniti d’Europa» di Carlo Cattaneo e di tutti quanti ancora credono nel ruolo e nel potere della cultura (storica, politica) in opposizione al più radicale linguaggio delle armi e dei fantomatici “scontri di civiltà”. Leggere Kundera, questo Kundera, con un occhio di riguardo a quanto accade ogni giorno nel contesto ucraino potrebbe essere il migliore antidoto alla banalizzazione e alla strumentalizzazione del discorso ideologico, su entrambi i fronti. Un plauso a chi lo ha voluto rimettere in circolazione.

Nell’immagine: Milan Kundera


La cicatrice dorata

L’Occidente prigioniero, in due saggi di Milan Kundera appena riuniti in volume da Adelphi 

Complice il fulmineo allontanamento del rettore, cui lo scorso 22 aprile sono state concesse solo due settimane per svuotare la scrivania nella proverbiale scatola di cartone, sabato mattina all’USI c’era il pubblico delle grandi occasioni e un’atmosfera di curiosità attenta e partecipe. Il 26esimo Dies Academicus dell’università ticinese non poteva essere infatti come tutti gli altri, nonostante gli sforzi compiuti dai principali attori per contenere al massimo lo scandalo, mettendo la sordina all’inevitabile effetto di novità e di frustrazione.

Se è vero che i simboli hanno un peso, tanto più all’interno di istituzioni che si inseriscono in una storia secolare, l’ingresso trionfale di Boas Erez in aula magna con tanto di collana rettorale – un oggetto mai visto prima di ieri in riva al Ceresio – seguito da alcuni omologhi di atenei svizzeri e stranieri, pure ingioiellati e alcuni persino togati, non poteva che ribadire l’importanza di un ruolo che nelle ultime settimane è stato in parte depotenziato. Indipendentemente dai punti di vista, e senza voler scadere in una banale interpretazione in termini di giochi di potere, è innegabile che la presidenza del Consiglio abbia avuto la meglio sulla direzione del Rettorato (il CdA ha “vinto” sul CEO, per tradurla in brutale lessico manageriale) e ricordare ai presenti il prestigio della figura apicale del mondo accademico ha rappresentato, per l’oramai ex-rettore, un’elegante quanto significativa uscita di scena.

E significativo è stato tutto il lungo intervento di Boas Erez dedicato al Ruolo dell’università, un tema scelto da tempo che ha finito per diventare una sorta di testamento dei suoi sei anni di rettorato, nonché una risposta indiretta alle incomprensioni degli ultimi mesi. Da persona non sempre a suo agio dietro il microfono, Erez ha stupito per la scioltezza e la profondità del suo argomentare, attraversando questioni cruciali del nostro tempo come l’(in)affidabilità della scienza e la pervasività della tecnologia, richiamando alla mente dei presenti l’intero spettro delle ambizioni e delle responsabilità che sono insite nell’istituzione universitaria. Il suo è stato un intervento da intellettuale puro, che non teme di usare termini quali “verità” e “realtà” e che sa leggere criticamente le questioni con cui si confrontano quotidianamente docenti e studenti. Un uomo capace di visioni, che al termine del suo discorso si è meritato una spontanea standing ovation – tra le file, filtravano commenti del tipo “però è peccato perdere un rettore così”. All’indirizzo della Presidente Monica Duca Widmer, per chi l’ha saputa cogliere, è stata lasciata cadere da Erez soltanto una velata allusione al controllo esercitato dal Consiglio dell’USI sulla sua attività e sulla sua persona, cui non sarebbe corrisposta un’adeguata check list (il contre-rôle, il contro-registro suggerito dall’etimologia francese). I patti, sembrerebbe di capire ancora una volta, non erano chiari, o perlomeno non lo erano per entrambi i fronti.

Oggi l’Università della Svizzera italiana è un po’ come il vaso di ceramica del XVI secolo, di proprietà della collezione Montgomery, esposto per l’occasione in una teca in bella mostra a pochi metri dal palco: una cicatrice dorata, solida per quanto attiene ai numeri delle facoltà, degli istituti e degli studenti (mai così tanti), eppure lacerata nel profondo a causa di una decisione che ancora si fatica a comprendere in tutte le sue implicazioni. Le interviste concesse in giornata da Erez alla RSI hanno lasciato trapelare, grazie alla ferma ma dolce insistenza di Chiara Nacaroglu e Giorgia Roggiani, qualche nuovo dato: su tutti il fatto che il “consenso” sia stato solo sull’interruzione della collaborazione, non però sui tempi. Stringere i denti e pazientare non è forse un’abitudine nelle corde della Presidente del Consiglio; o forse, chissà, lo ha fatto anche troppo e la situazione, sul piano strettamente amministrativo, era davvero così seria e bisognosa di un intervento drastico ed immediato. Se è così, un supplemento di spiegazioni a favore della popolazione ticinese, magari anche per voce del ministro cantonale della pubblica educazione, o della commissione parlamentare di controllo, sarebbe auspicabile. Anche soltanto per ripartire con rinnovato slancio. L’università – era uno dei punti cardine dell’intervento di Erez – è fiducia, e questa fiducia va oggi in parte ricostruita.

Immagine dal servizio della RSI


L’uso ideologico della Storia

L’Occidente prigioniero, in due saggi di Milan Kundera appena riuniti in volume da Adelphi 

Adolf Hitler era veramente di origine ebraica? Fingiamo per un attimo di ritenere pertinente la domanda, anche soltanto per il fatto che ciclicamente si pone e, quel che è peggio, finisce per essere strumentalizzata, come è accaduto l’altra sera su Rete 4 durante una vergognosa intervista con il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, cui è stato concesso microfono aperto per mezz’ora senza alcun contraddittorio (con tanto di auguri e saluti finali).

I dati certi sono pochi ma sarebbero più che sufficienti, in realtà, per ascrivere la questione alle leggende metropolitane: Hitler non seppe mai chi era il suo nonno paterno, cioè il padre di suo padre Alois. La nonna paterna, Maria Schicklgruber, ebbe infatti un rapporto prematrimoniale con un uomo mai identificato, verosimilmente nella Graz del 1850. L’anello mancante nella catena genealogica del Führer, che tutti immagineremmo della più pura razza ariana, ha favorito dicerie e indagini pseudostoriche a partire almeno dagli anni di guerra, ad opera soprattutto dell’avvocato di Hitler, Hans Frank, che aveva ricevuto l’incarico dal diretto interessato. Morto il Führer, nel 1946 Frank ripropose quella strampalata teoria (la nonna sarebbe stata violata dal giovane rampollo di un’importante famiglia ebraica, un non meglio precisato “Leopold” di una altrettanto improbabile dinastia “Frankenberger”) e da quel momento si è scatenata una ridda di ipotesi simil-poliziesche non prive, non fosse per l’enorme tragedia che si staglia sullo sfondo, di tratti comici nel loro argomentare singhiozzante: c’è chi ha voluto negare la possibilità di quell’incontro clandestino “perché nella Graz di metà Ottocento non c’era nemmeno un ebreo” (Nikolaus von Preradovich, 1917-2004) e chi invece, con maggiore serietà, ha identificato comunque una piccola comunità ebraica nella città della nonna del Führer (Leonard Sax, nel recente Aus den Gemeinden von Burgenland. Revisiting the question of Adolf Hitler’s paternal grandfather, 2019). La verità è che, a meno di disporre di una macchina del tempo e di riuscire a convincere la signora Schicklgruber a lasciarsi sbirciare – per mero scrupolo di indagine – sotto le lenzuola, la questione è destinata per sempre a restare irrisolta.

Si torna dunque al punto di partenza: che interesse abbiamo a rispondere a una domanda simile, che di per sé nemmeno si giustifica? È chiaro invece l’interesse malizioso di Sergej Lavrov, che nel paragonare il presunto ebraismo di Hitler alla discendenza ebraica (vera) di Volodymyr Zelensky trova buon agio per continuare a promuovere la vulgata del Cremlino sulla denazificazione dell’Ucraina. L’equazione è semplice: se Hitler (presunto ebreo) ha potuto fare quello che ha fatto, perché non Zelensky? Al di là del delirio di un uomo che passava fino a poco tempo fa per uno dei migliori diplomatici del mondo, l’infelice uscita di Lavrov ha riportato in auge il mai del tutto sopito antisemitismo di una parte dell’opinione politica russa, che ha attraversato storicamente l’epoca zarista e quella sovietica, con poche varianti nella sostanza. Ne sa qualcosa purtroppo la stessa Ucraina, nella quale la popolazione ebraica è stata ugualmente vessata sia dai russi che dai tedeschi: ne è testimone prezioso lo scrittore Vasilij Grossman, giustamente tornato, in queste settimane, alla ribalta internazionale.

Se siamo onesti però dobbiamo anche ammettere che alle argomentazioni fallaci di Lavrov abbiamo prestato noi stessi, opinionisti occidentali, gli argomenti necessari su un bel vassoio d’argento: dire che l’Ucraina non è nazista perché il suo presidente è un ebreo è un non-argomento. L’Ucraina non è nazista perché è una nazione ben avviata sulla strada della democrazia, perché si riconosce in alcuni valori liberali e perché, nonostante il momento attuale e la presenza di frange estremiste (il famigerato battaglione Azov), non è una società militarizzata basata su ideali razzisti. Questi sono gli argomenti che dovremmo opporre alla propaganda del Cremlino: fatti, non pregiudizi positivi stimolati dalla simpatia per un partito preso. Storici e giornalisti, in questo, hanno pari responsabilità, declinate soltanto in modo diverso.

L’intervista a Sergej Lavrov ha finito infatti per sollevare, ancora una volta, l’annosa questione dell’utilizzo ideologico della storia, uno strumento di cui i totalitarismi hanno sempre fatto uso per mezzo della potentissima arma della selezione: dire anche cose vere, ma non dirle tutte, gettando un occhio di bue su alcuni fatti facilmente strumentalizzabili, e omettendone altri perché meno adatti alla bisogna. In una parola: banalizzare, impedire al discorso storico di svolgere quella che è la sua prima e principale missione, il racconto della complessità. In un’epoca come la nostra, contraddistinta da una memoria sempre più corta e dal ciclico rinascere di movimenti populisti, quelli secondo i quali esistono soluzioni semplici a problemi complessi, l’allerta sull’uso ideologico e banalizzante della storia deve restare massima. Se ci vengono proposte come interpretazioni e come sintesi – due esercizi assolutamente necessari alla comprensione del presente – delle letture faziose e fuorvianti del nostro passato, sta a noi evitare di bere in modo acritico ed indiscriminato tutto quanto ci passa davanti al naso. I rapporti dell’Accademia Serba delle Scienze, con i quali il regime di Milosevic era riuscito a “giustificare” la pulizia etnica del Kosovo, sono sempre dietro l’angolo.


Le dimesse dimissioni del rettore Boas Erez. E ora?

L’Occidente prigioniero, in due saggi di Milan Kundera appena riuniti in volume da Adelphi 

Di separazioni consensuali è piena la storia ma alla fine l’unico dato che conti veramente è la separazione, non certo il “consenso”. Che la notizia delle dimissioni-lampo di Boas Erez dal ruolo di rettore dell’Università della Svizzera italiana, alla cui testa stava dal 2016, sia stata “un bel terremoto per un piccolo borgo”, come scriveva ieri tra il serio e il faceto un amico italiano, è pacifico a chi guardi le prime pagine dei giornali di questa mattina, che a lettere cubitali e con foto a piena pagina danno il giusto peso alla partenza di una figura che negli anni aveva finito per identificarsi in toto con l’USI, e che certo sarà difficile sostituire in tempi brevi.

Il comunicato stampa rilasciato venerdì pomeriggio parla laconicamente di “divergenze di vedute sulla gestione amministrativa”: una motivazione che dice tutto e dice niente e che richiede, per essere compresa a fondo, almeno un paio di passi indietro. Fondata nell’autunno del 1996 come ente autonomo di diritto cantonale, l’USI è stata retta per alcuni mesi dall’amministratore delegato Giuseppe Buffi, per passare poi nel febbraio del 1997 al primo presidente-rettore Marco Baggiolini. La scelta di fondere in un’unica figura le due cariche storicamente separate del presidente (con compiti strategici e di fundraising) e del rettore (con compiti per lo più accademici) era stata dettata dalle dimensioni inizialmente ridotte dell’ateneo ticinese e, come tale, riconfermata nel 2006 in occasione del passaggio di consegne tra Baggiolini e il fisico Piero Martinoli, anche se nel frattempo l’USI era oramai diventata una realtà assai più complessa. I tempi furono giudicati maturi per un radicale cambiamento di governance soltanto dieci anni più tardi, con l’assunzione appunto di Boas Erez, giunto da Bordeaux con alle spalle una solida esperienza di gestione universitaria ad alto livello in contesto francese. 

Il capitolo che si è chiuso bruscamente il 22 aprile, con un anno e mezzo di anticipo sul termine del secondo mandato, era insomma il primo esperimento di gestione dell’ USI con un presidente e un rettore divisi tra due persone. Il sospetto, al netto delle difficoltà che possono sempre sorgere tra i singoli e che inevitabilmente impattano anche sulla vita delle istituzioni, è che la ripartizione dei compiti tra Consiglio dell’USI e Rettorato non fosse così chiara nemmeno ai diretti interessati, e che il logorio degli scorsi mesi abbia portato quelle frizioni a un esito quasi inevitabile. Non metterei sul medesimo tavolo, come è stato fatto da più parti, questioni di politica comunale, cantonale o federale nelle quali l’oramai ex rettore si è esposto in prima persona negli ultimi anni (dall’autogestione giovanile luganese alle strategie nazionali di contenimento della pandemia) perché rischierebbero di dare un’impressione sbagliata e in fondo provinciale della reale posta in gioco: il rettore dell’USI non lo nomina, per fortuna, il Municipio di Lugano e nemmeno direttamente il Dipartimento cantonale dell’educazione, della cultura e dello sport.

La goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo da tempo è stato lo scontro, silente ma fermo, attorno alla direttrice amministrativa Cristina Largader, difesa d’ufficio da Erez nonostante l’infittirsi di problemi nella gestione del personale che erano stati portati recentemente all’attenzione del Consiglio dell’USI. La nomina di un nuovo “direttore operativo con compiti amministrativi”, annunciata dalla presidente Monica Duca Widmer il 31 marzo, ha finito per esautorare la linea del rettore, imponendogli un modello separato di gestione amministrativa e accademica, simile a quanto accade in molti atenei italiani. Un modello evidentemente non condiviso. Ci si potrebbe chiedere ora quale sarà il destino della Largader e quello, pure cruciale, di Giovanni Zavaritt, che ha ereditato il difficile ruolo di segretario generale dell’USI da figure storiche come Mauro Dell’Ambrogio e Albino Zgraggen, ma che ha dovuto interpretarlo in un contesto assai più complesso, costantemente chiuso tra il martello della presidente e l’incudine del rettore…

I meriti di Boas Erez, nei suoi quasi sei anni di rettorato, sono sotto gli occhi di tutti e vanno da una repentina scalata dei ranking internazionali (anche grazie alla stratosferica bibliografia scientifica di un istituto affiliato come l’IRB) a una maggiore democratizzazione delle strutture accademiche, con la creazione ad esempio del Senato dell’USI. Ci ha inoltre ricordato in più occasioni che quella da lui diretta non era l’università “di Lugano” ma dell’intera Svizzera italiana: da Chiasso e Balerna, dove ha fatto trasferire l’Archivio del Moderno, alla Casa della Sostenibilità da lui promossa nel comune di Airolo. Il consolidamento dei rapporti con l’EOC per la nuova facoltà di biomedicina e l’affiliazione dell’Istituto di Ricerche Solari e della Facoltà di Teologia hanno chiuso il cerchio di una visione strategica che è parsa chiara e coerente sin dall’inizio, giustamente celebrata nei molti eventi che hanno contraddistinto, lo scorso anno, il 25esimo di fondazione dell’ateneo.

E ora? La ricerca del successore non sarà semplice (nulla è mai semplice nel piccolo e litigioso Canton Ticino) ma una cosa è certa: il nuovo rettore riceverà dal Consiglio dell’USI un mansionario dettagliato dei suoi compiti e dei “confini” che contraddistingueranno il proprio raggio d’azione. Che questa figura venga espressa dall’interno dell’USI oppure giunga ancora una volta da fuori è secondario rispetto alla necessità di un ritrovato equilibrio tra le parti. Per amicizia e stima, personalmente terrò d’occhio anche il futuro professionale di Boas Erez, che ha sì di diritto il titolo di professore ordinario dell’USI, ma che difficilmente resterà a lungo, in quella veste, nell’università che ha diretto per tanti anni. Ha messo un piede, e forse anche uno e mezzo, nell’agone della politica, da battitore libero di sensibilità liberale (non però di destra) quale è sempre stato. Che possa aprirsi, anche per lui, un nuovo capitolo? Affaire à suivre.

Foto Boas Erez  dal sito RSI


Chiara Frugoni e il Medioevo di tutti, per tutti

L’Occidente prigioniero, in due saggi di Milan Kundera appena riuniti in volume da Adelphi 

Basta pronunciare la parola «medioevo» e subito parte la colonna sonora dei Carmina Burana (composti da Carlo Orff nel 1935), saltano su roghi di streghe (un fenomeno tipico soprattutto del XVI e del XVII secolo), si stagliano sullo sfondo minacciosi inquisitori e si intravedono le sfortunate sagome di Giordano Bruno, Tommaso Campanella e Galileo Galilei (tutti ben addentro la luminosa epoca moderna). È curiosa l’imperitura leggenda nera di questo millennio abbondante della storia dell’uomo, tuttora associato, dai più, a torture e stragi di vario genere, come se le ere che l’hanno preceduto o seguito ne siano state in qualche modo esenti. Le bianche statue marmoree dell’antichità greco-latina furono in realtà imbrattate del sangue di innumerevoli popolazioni (un milione e duecentomila morti soltanto nelle campagne del De bello gallico, che fu un genocidio in piena regola) e mentre si stendeva in Francia la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino l’Europa del Settecento continuava a vessare i più deboli in ogni angolo del globo. Nonostante questo, tali colpe continuano a essere quasi esclusivamente “medievali”.

Un buon antidoto a questa vulgata dura a morire potrebbe essere la lettura degli studi di grandi medievisti come Jacques Le Goff o Jacques Verger oppure, per la cultura italofona, dei nostri Franco Cardini, Alessandro Barbero e Chiara Frugoni, quest’ultima venuta a mancare domenica pomeriggio all’età di 82 anni dopo una vita spesa a raccontare un’epoca tra le più ricche e affascinanti, in perenne contrasto con le banalizzazioni del sentire comune. Nata a Pisa nel 1940, portava nel nome un destino che pareva segnato: «Chiara» come la Santa di Assisi a cui dedicò pagine memorabili (vedere almeno Una solitudine abitata, 2006, e Storia di Chiara e Francesco, 2011), ma anche «Frugoni» come il padre Arsenio (1914-70), celebre medievista della Scuola Normale di Pisa e dell’Università di Roma, dal quale aveva mutuato la sua passione per l’epoca di mezzo e per le peregrinazioni scientifiche in terra toscana.

A chi l’osservi con attenzione, il Medioevo non necessiterebbe infatti di alcuna difesa d’ufficio, tali sono la qualità e l’importanza delle sue principali “invenzioni”: dalle università alle banche alle prime associazioni professionali. Per non parlare naturalmente dell’arte, a cui Chiara Frugoni ha dedicato gran parte delle sue energie per cercare di decrittare il codice figurativo di un’epoca ricca quant’altre mai, nella convinzione che attraverso La voce delle immagini (così si intitola un suo bellissimo saggio del 2010) fosse possibile entrare nella mente del popolo, e non soltanto in quella delle élite; allo stesso modo in cui, con la sua scrittura scientificamente rigorosa eppure sempre accessibile e sempre piacevole, ha cercato di raccontare al grande pubblico di oggi lo spirito di quei secoli, senza chiudersi nel consueto recinto dei tecnicismi accademici. Perché Chiara Frugoni ha scritto non solo di tutti («uomini, donne e soprattutto bambini», come recita il sottotitolo di Vivere nel Medioevo, 2017), animali non esclusi, ma anche per tutti, quasi a voler portare il popolo dell’anno mille in contatto con quello dell’anno duemila, con un vasto progetto di divulgazione a tutto tondo frutto di grande umiltà – oltre che di grande competenza – che ha pochi eguali nella nostra storia recente. Per sincerarsene basterebbe dare un’occhiata a campione ad alcuni dei suoi testi proemiali: dalla Breve introduzione (se possibile, da non saltare) che apriva con grande understatement il recentissimo Uomini e animali nel Medioevo, 2018, ai continui appelli ai suoi lettori, che invitava ogni volta a scriverle per suggerimenti, correzioni, scambi di idee.

Non possono esserci dubbi attorno al valore della sua opera per la nostra epoca tormentata, questa sì veramente “media” e di transizione, soprattutto se si pensa alle pagine sull’ecologismo precoce e provocante di San Francesco, oppure a quelle sull’Allegoria del Buon Governo [sullo sfondo nell’immagine, ndr] di Ambrogio Lorenzetti per le sale di Palazzo Pubblico. Proprio attorno a questa sua ultima ricerca, che partendo dal lontano passato senese finiva per affrontare il tema sempre vivo delle politiche del bene comune, ci aveva concesso per “Cenobio” nel dicembre del 2020 una generosa intervista che così si chiudeva:

«Il comune cittadino a chi si deve rivolgere? Alla scuola; ai libri; ai giornali e agli amici. Io, per esempio, anche se purtroppo non ho più un giornale dove mi sento ben rispecchiata, ne prendo vari e cerco di farmi un’idea. Ma il discorso è difficile, mancano spazi e momenti di discussione sana, di confronto. Bisognerebbe che anche nelle famiglie si ricominciasse a parlare. I momenti un tempo deputati allo stare insieme e scambiarsi parole ed esperienze non ci sono più: il pranzo perché molto spesso si mangia fuori; la cena perché poi si accende la televisione. È un grandissimo peccato. Comunque penso che il ruolo della scuola rimanga fon­damentale. E poi, se si riuscisse a far sì che ai ragazzi piacesse leggere… Perché se uno legge, non è mai solo».

  • Sulla figura di Chiara Frugoni segnaliamo anche la puntata di Laser (RSI Rete Due) curata da Roberto Antonini e Raffaella Barazzoni


Vasilij Grossman, nazismo e stalinismo pari sono

L’Occidente prigioniero, in due saggi di Milan Kundera appena riuniti in volume da Adelphi 

È una linea sottile quella che, come poche, ha oscillato per secoli a segnare i confini tra le attuali Russia, Ucraina, Polonia e Bielorussia, senza trovare mai requie: un taglio netto verticale che nella sua incostanza ha finito per stravolgere le vite di migliaia di persone, contribuendo alla mescolanza di lingue e culture diverse. A pochi chilometri e pochi anni di distanza sono nati infatti alcuni dei maggiori intellettuali polacchi e ucraini dell’Otto-Novecento, cittadini dell’Unione sovietica o dell’Impero austro-ungarico, cattolici, ortodossi o ebrei. Un patrimonio culturale che merita di essere riscoperto.


Nonostante il rigido controllo da parte degli apparati statali incaricati della censura, non sono mancati nella lunga storia dell’Unione Sovietica letterati dissidenti di grande spessore, subito accolti a braccia aperte – se non di persona, almeno attraverso le loro opere – al di qua della cortina di ferro. Ne ho fatto esperienza indiretta scovando nei primi anni Ottanta, nella biblioteca dei miei genitori, alcuni titoli di Aleksandr Solženicyn e di Andrej Sinjavskj, noto quest’ultimo con lo pseudonimo di Abram Terc. Come quei testi, pubblicati da una piccola ma coraggiosa casa editrice milanese come Jaca Book, fossero finiti in un appartamento di Daro, frazione di Bellinzona, è storia per un’altra occasione, ma rimane significativo che abbiano avuto, prima della caduta del Muro, una loro vita anche alle nostre latitudini.

I veri capolavori di questa cultura della resistenza clandestina sono però i ben più celebri romanzi di Boris Pasternak e Vasilij Grossman, cioè Il dottor Zivago e Vita e destino, due libri che ebbero un percorso editoriale piuttosto simile: sfuggiti alle maglie del KGB, approdarono per vie tortuose in Occidente, il primo da Feltrinelli, il secondo presso l’Âge d’Homme a Losanna, casa editrice dell’esule jugoslavo Vladimir Dimitrijević. La fortuna arrise più al primo che al secondo, soprattutto per la fama di Pasternak, già molto stimato come poeta e in seguito vincitore del Premio Nobel (che fu costretto a rifiutare), fino alla definitiva consacrazione grazie al kolossal hollywoodiano di David Lean (1965), non senza qualche deriva sentimentale rispetto al più compassato archetipo letterario.

Che agli occhi del Partito comunista si trattasse però, in entrambi i casi, della medesima materia incandescente, potenzialmente pericolosissima, era cosa pacifica: nella storia di Zivago, Tonia e Lara il problema stava soprattutto nell’elogio degli aspetti più intimi e privati dell’esistenza (l’amore, la malinconia per la proprietà privata e per un’esistenza borghese), mentre in Vita e destino il vero scandalo erano la sottolineatura del tradimento degli ideali più alti della rivoluzione e il racconto schietto delle derive del totalitarismo staliniano, fenomeni che il reporter di guerra Vasilij Grossman non esitò a paragonare all’altro totalitarismo, quello nazista, anche in forza della sua identità ebraica, che entrambe le ideologie avevano provato a cancellare dalla faccia della terra.

Nato a Bedyciv nell’oblast di Zytomyr, nell’Ucraina centro-occidentale a metà strada tra Leopoli e Kiev, Grossman era stato tra i primi ad entrare nel campo di sterminio di Treblinka e negli anni quaranta aveva raccontato in presa diretta la Grande Guerra Patriottica e gli orrori commessi dai tedeschi sul fronte orientale. La presa di consapevolezza che una buona parte di quelle aberrazioni era stata compiuta però anche dai sovietici (stupri, pulizia etnica, antisemitismo), e in special modo nella sua Ucraina, fece nascere in lui l’esigenza di scrivere una grande opera che mettesse a tema il rapporto dell’essere umano con i sistemi totalitari, poco importa se di destra o di sinistra.

Nacque così Vita e destino, terminato nel 1959 e concepito attorno a una miriade di personaggi che da Stalingrado e Mosca si estende fino ai gulag siberiani e ai lager nazisti, cogliendo in un unico grande abbraccio tutte le contraddizioni di un’epoca tormentata e sofferta. Posizionati sulla cartina d’Europa come tanti spilli, i personaggi del romanzo finiscono per ruotare attorno a quell’area (e a quel confine) che corrisponde oggi all’Ucraina, proprio là dove Oriente e Occidente si incontrano e dove emergono, per contrasto o per somiglianza, le caratteristiche di entrambi gli schieramenti. Sullo sfondo, nella Russia di Stalin non meno che nella Germania di Hitler, il grande tema della verità e del linguaggio ad essa connesso, la prima, vera vittima di ogni totalitarismo assieme alle limitazioni della libertà personale.

Non vorrei parlare, è una tortura, ma devo farlo. […] È il mio ultimo dovere di rivoluzionario, e lo compirò! Sei una persona speciale, compagno Abarčuk. E anche il momento in cui ci siamo incontrati era speciale, il nostro momento d’oro. Quel che ho da dirti è che… abbiamo sbagliato. E il nostro errore ha portato a questo. È nostro dovere chiedere perdono anche a lui, dietro di te. Dammi una sigaretta. Anzi no, c’è poco da pentirsi. Non c’è pentimento in grado di scagionarci. È questo che volevo dirti. E uno. Veniamo al due. Non abbiamo mai capito cosa fosse la libertà. L’abbiamo soffocata. Neanche Marx la teneva in gran conto, mentre invece è la base, il senso, il fondamento di ogni fondamento. Senza libertà la rivoluzione proletaria non esiste
(Vita e destino, libro I, par. 41)

Consigli di lettura



Stanislaw Jerzy Lec – Il totalitarismo raccontato in due righe

L’Occidente prigioniero, in due saggi di Milan Kundera appena riuniti in volume da Adelphi 

È una linea sottile quella che, come poche, ha oscillato per secoli a segnare i confini tra le attuali Russia, Ucraina, Polonia e Bielorussia, senza trovare mai requie: un taglio netto verticale che nella sua incostanza ha finito per stravolgere le vite di migliaia di persone, contribuendo alla mescolanza di lingue e culture diverse. A pochi chilometri e pochi anni di distanza sono nati infatti alcuni dei maggiori intellettuali polacchi e ucraini dell’Otto-Novecento, cittadini dell’Unione sovietica o dell’Impero austro-ungarico, cattolici, ortodossi o ebrei. Un patrimonio culturale che merita di essere riscoperto.


Nato per una manciata d’anni nella Leopoli austro-ungarica nella quale erano cresciuti Bruno Schulz e Joseph Roth, alla cui generazione e al cui orizzonte anch’egli appartiene, Stanislaw Jerzy Lec (1909-1966) ha associato il suo nome a una vena satirica e irriverente di grande intelligenza formale, per giunta apparentemente inesauribile. Polacco per lingua ed ebreo per tradizione e cultura, rispetto ai ben più timorosi Schulz e Roth ebbe uno spirito assai più combattivo, una forza d’animo mista a ironia sagace che gli permise ad esempio, dopo alcuni tentativi infruttuosi, di sfuggire al lager nazista nel quale era stato rinchiuso vestendo i panni di un soldato tedesco, la cui lingua conosceva alla perfezione.

Dopo la guerra iniziò a incanalare le sue zampillanti energie creative, sino a quel punto tramutate per lo più in poesie ed epigrammi umoristici recitati in cabaret o pubblicati in riviste satiriche fondate assieme all’amico Leon Pasternak (1910-1969), in un nuovo format di aforismi brillanti di argomento politico e antropologico, poi raccolti in più serie di Pensieri spettinati. Il titolo stesso nasconde la duplice natura della sua creazione: la profonda razionalità del ragionamento (sostenuta da un’ottima conoscenza dei principali meccanismi linguistici) e al tempo stesso la libertà quasi anarchica, “spettinata” appunto, del suo stesso procedere per allusioni, metafore, accostamenti audaci. Sullo sfondo, la sua posizione di uomo di estrema sinistra mai catturato dalle sirene dell’ideologia comunista.

La tecnica dell’aforisma raggiunge con Lec uno dei vertici del genere e fu, non per nulla, un autore apprezzatissimo da palati fini come quello del lituano-polacco Czeslaw Milosz o del nostro Umberto Eco, che non temette di affermare che di fronte alla scelta tra lui e Karl Kraus, dovendo partire per la proverbiale isola deserta, avrebbe optato senza esitazioni per il primo. Le due raccolte principali di Pensieri spettinati, apparse dopo il 1957, toccano i principali temi del nostro vivere sulla terra, come il rapporto tra la massa e il potere, il contrasto tra verità e menzogna, la natura misteriosa della creazione artistica, la sessualità, la violenza, i limiti dell’ideologia, le contraddizioni della trascendenza.

Nel preparare la breve antologia che qui si propone, selezionata non solo per la qualità dei testi ma anche per la loro rappresentatività, non si è potuto dimenticare la tragedia ucraina attualmente in corso: la validità dei testi di Stanislaw Lec, se accostati alla cronaca drammatica di questi giorni, si mostra benissimo da sé, purtroppo, senza l’ausilio di ulteriori spiegazioni.

Stato, potere, popolo

«Non bisogna mai cominciare l’industrializzazione del paese dall’automatizzazione della gente»
«Il cittadino cieco, sordomuto, è una benedizione per lo Stato»
«Preferisco i popoli che sono una somma di “io” ai membri dei popoli che sono una particella di “noi”»
«Essere libero in sogno è il primo gradino della libertà»
«La maggioranza della gente ha una visione del mondo definita. Dalla minoranza»
«I dittatori sostengono che i popoli si disgregano. Per questo li legano con il filo spinato»
«Sovente la piramide sociale è al tempo stesso una sfinge»

 Ideologia

«Puoi uccidere un uomo con il martello e puoi uccidere un uomo con la falce. Figuriamoci con falce e martello»
«Chi rapisce la gente viene punito. E chi rapisce le masse?»
«Anche il pensiero va esercitato ogni giorno. Ma non collettivamente»
«Pretendono che la società gli faccia credito in base al Capitale»
«Quando vogliamo dispiegare le bandiere, bisogna andare controvento»
«Resto fedele alla fede dei miei padri. Credo nell’uomo»

 Guerra

«Un tempo gli uomini saranno fra di loro fratelli e ricominceranno da Caino e Abele»
«Abbiamo svuotato la terra delle sue ricchezze, e la farciamo di defunti»
«Ci sono stati anni in cui la storia ha dato un raccolto abbondante – cesti pieni di teste»

 Verità e menzogna

«Ho perso la fede nella parola, me l’ha restituita la censura»
«Per il vecchio Rockefeller veniva stampato un giornale speciale, pieno di notizie inventate. In altri paesi possono permettersi di pubblicare giornali simili non solo per i miliardari, ma per tutta la popolazione»
«Quando la menzogna ottiene diritto di cittadinanza, non per questo diventa verità»
«Promise il sovrano: “Muterò la realtà in fiaba”. Lo fece. Non c’era più nulla di vero»

 Arte e creatività

«Tiro per i capelli questi pensieri spettinati»
«C’è chi nasce per dire qualcosa, e chi per impedirglielo»
«Il poeta è la spia della fantasia nel paese della realtà»
«Il mio pastorale è il punto interrogativo»

 Dio

«A volte mi sembra che il Creatore sia affascinato dal sistema monarchico inglese: Dio regna, ma non governa»
«Dio non è un angelo»
«Per garantirgli il martirio, Dio diede a suo figlio la sembianza di un ebreo»

Consigli di lettura

  • Stanislaw Jerzy Lec, Pensieri spettinati, illustrati da Roland Topor, a cura di Pietro Marchesani, Milano, Bompiani, 2015, pp. 290.
  • Stanislaw Jerzy Lec, Altri pensieri spettinati, a cura di Pietro Marchesani, Milano, Bompiani, 1999, pp. 119.
  • Stanislaw Jerzy Lec, Pensieri spettinati, traduzione dal polacco di Riccardo Landau, nota finale di Guido D. Neri, Milano, Bompiani, 1965, pp. 86.


Bruno Schulz – Il punto fermo

L’Occidente prigioniero, in due saggi di Milan Kundera appena riuniti in volume da Adelphi 

Nella speciale classifica dei confini più longevi e immobili d’Europa, subito dietro quello che divide dal XV secolo i regni di Spagna e Portogallo, sta il triangolo rovesciato che il Canton Ticino disegna tra Lombardia e Piemonte, incuneandosi verso sud. Si definì, dopo alcuni assestamenti, tra il 1513 e il 1521 e da allora non si è più spostato. Chi abita in questa parte del mondo non è quindi particolarmente portato a intendere i confini come fattori dinamici, tutt’al più come fenomeni di maggiore o minore osmosi, a seconda delle epoche e dei rivolgimenti politici.

All’estremo opposto della classifica sta invece quella linea che, come poche, ha oscillato per secoli tra le attuali Ucraina, Polonia e Bielorussia, senza trovare mai requie: un taglio netto verticale che nella sua incostanza ha finito per stravolgere le vite di migliaia di persone, contribuendo alla mescolanza di lingue e culture diverse. A pochi chilometri e pochi anni di distanza sono nati infatti alcuni dei maggiori intellettuali polacchi e ucraini dell’Otto-Novecento, cittadini dell’Unione sovietica o dell’Impero austro-ungarico, cattolici, ortodossi o ebrei. Un patrimonio culturale che merita di essere riscoperto.


Cittadino austroungarico di cultura ebraica e di lingua polacca, Bruno Schulz (1892-1942) ha vissuto per tutta la sua breve vita a Drohobyč, oggi Ucraina, pochi chilometri a sud di Leopoli. La sua morte insensata per mano di un SS, che gli sparò alle spalle per vendicarsi di un collega che aveva ucciso il “suo” ebreo, è la quintessenza delle tragedie del XX secolo, cui si unisce l’incapacità di Schulz di concepirsi in altro luogo che non fosse la sua città d’origine.

A seguito dello sciagurato patto Molotov-Ribbentrop, con il quale nel 1939 Hitler e Stalin si erano divisi la Polonia a tavolino, la piccola Drohobyč si era trovata in mezzo agli eventi e quasi tutti gli amici di Schulz avevano levato le tende. Non lui, rimasto fermo come una pallina da tennis al centro della bufera, mentre la rete si spostava freneticamente avanti e indietro.

Forse anche per questa ragione l’orizzonte di riferimento di questo scrittore e disegnatore autodidatta, umile e schivo fino al parossismo, fu un mondo di fantasia, concepito attorno alla bottega del padre Jakub e ai ricordi della propria infanzia, trasfigurati dalla finzione letteraria. Autore di racconti al quale non fu mai concesso, per la brevità della vita, di portare a termine il suo unico vero romanzo (intitolato Il Messia), nei suoi testi Schulz celebra indirettamente un’epoca in repentino disfacimento: un Kafka nato un po’ più a est, lo si potrebbe definire, o un Joseph Roth cresciuto lontano dall’amata Vienna.

«Uscii nella notte invernale colorata dall’illuminazione del cielo. Era una di quelle notti chiare in cui il firmamento stellato è così vasto e ramificato da sembrare frantumato, spezzato e suddiviso in un labirinto di cieli distinti, sufficienti a provvedere un intero mese di notti invernali e a ricoprire con le loro campane argentee e variopinte tutti i fenomeni, avvenimenti, vicende e carnevali notturni. È una leggerezza imperdonabile mandare un ragazzo in una notte simile con un incarico importante e urgente, perché nella penombra le strade si moltiplicano, si confondono e si scambiano l’una con l’altra. Nel cuore della città si aprono, per così dire, strade doppie, strade sosia, strade ingannevoli e fallaci. Stregata, aberrante, l’immaginazione crea una pianta illusoria della città, apparentemente ben nota e risaputa, in cui quelle strade hanno un loro posto e un nome, mentre la notte nella sua inesauribile fecondità non trova meglio da fare che fornire sempre nuove e immaginarie configurazioni»
(Le botteghe color cannella, 1933)

Consigli di lettura



La guerra che è in noi

L’Occidente prigioniero, in due saggi di Milan Kundera appena riuniti in volume da Adelphi 

Da molti anni mia nonna ha preso l’abitudine, una di quelle rigorosissime abitudini tipiche delle signore di una certa età, di tenere da parte abiti smessi «per l’Albania». Ne deduco che deve avere cominciato attorno al 1997, quando il paese era sull’orlo della guerra civile a causa di un improvviso quanto prevedibile collasso economico, e non mi sono mai dato la briga di spiegarle che i suoi abiti avranno trovato nel frattempo altre destinazioni, e saranno approdati verosimilmente ad altri drammatici lidi, comunque mediterranei (Siria, Turchia, Grecia). Ho il sospetto però che questa volta, senza fare grandi discorsi, abbia colto al volo anche da sola che la nuova Albania si chiama Ucraina.

Questo piccolo aneddoto familiare, cui si potrà dare il valore che ha, mi è tornato alla mente leggendo il coraggioso affondo di Tomaso Montanari in difesa del pacifismo e del suo valore pedagogico, apparso su «Micromega» e ripreso in seguito pure su queste pagine. L’obiezione cui ci troviamo confrontati quotidianamente, noi idealisti ingenui del terzo millennio, quelli che un tempo si sarebbero chiamati uomini e donne «di buona volontà», è la sostanziale inutilità sia delle parole ragionevoli che delle manifestazioni di piazza. Non si fermerà così una guerra fratricida che ogni giorno alza la posta gioco, a spese soprattutto di civili inermi. È vero e non è vero, perché le guerre come questa sono sempre duplici: una è quella che si combatte sul campo, per la quale servono armi, soldi, sacrifici e una volontà di ferro, e l’altra è quella che si combatte tra di noi, «nei nostri cuori», avrebbe chiosato uno di quei vecchi sacerdoti da oratorio, prima di dare un calcio a un pallone. Una guerra fisica e una guerra culturale, altrettanto importanti, anche perché la seconda, di solito, dura molto più della prima.

Seduti nelle nostre poltrone o davanti agli schermi del pc, fatichiamo ad accettare che la battaglia da combattere alle nostre latitudini non è la stessa che si dispiega tragicamente tra le strade di Kiev: nessuno ci chiede, per fortuna, di imbracciare fucili o anche soltanto di offrire soluzioni praticabili, di cui siamo invece prodighi, forti del nostro passato di allenatori e virologi e, oggi, di grandi strateghi militari ed esperti di geopolitica. Quello che ci è richiesto è molto più semplice e al contempo difficilissimo: continuare a fare quel «mestiere» che è la vita (chi inventò questa formula ne pagò in prima persona tutte le contraddizioni) senza venire meno al dispiegarsi della nostra umanità. Senza diventare cinici. Senza rinunciare a un futuro di speranza per tutti, nonostante le notizie drammatiche e le contingenze terribili del momento presente.

Non è possibile gioire di fronte a matrimoni in tuta mimetica o a bambini di dieci anni che preparano bombe molotov, anche se questi gesti dicono tutto l’amore per la propria terra e la propria casa in pericolo. Non è possibile gioirne perché la guerra proietta sempre un’ombra lunga ben oltre la stretta cronologia del conflitto armato, imbrattando della sua pece intere generazioni, e si fa prima a ricostruire edifici bombardati che a disegnare un orizzonte praticabile di convivenza pacifica.

Per questa ragione non riesco ad accettare il paragone con le due guerre mondiali, di cui questa sarebbe quindi la terza in forza degli ampi fronti contrapposti e soprattutto della paventata minaccia nucleare. Mi pare assai più calzante, ahimè, il confronto con i Balcani, che troppo spesso si dimenticano quando si parla in questi giorni di «ritorno della guerra in Europa» (figurarsi se mancava dal ’45! E in questo, giornalisti e politici occidentali sono colpevoli in pari grado). La tragedia jugoslava è stata, tra le altre cose, una débacle del pacifismo e della cultura della fratellanza, una guerra esportata per anni in tutto il continente sotto forma di odio latente e corrosivo – la Svizzera ne sa qualcosa – e sapere che russi e ucraini sperimenteranno per decenni la medesima cappa velenosa, pur provenendo dalla stessa tradizione secolare, affascinante come poche, è la principale sconfitta di questi pochi giorni di guerra. Un’eredità lugubre alla quale saremo tutti confrontati e alla quale saremo chiamati in un modo o nell’altro a rispondere, con le “armi” di cui sapremo dotarci per disinnescarla il prima possibile.


Neutrale sarai tu

L’Occidente prigioniero, in due saggi di Milan Kundera appena riuniti in volume da Adelphi 

A leggere la stampa estera di martedì mattina, insolitamente allineata ai comunicati stampa dell’UDC nazionale e ai meno composti sfoghi del «Mattino», sembrerebbe di essere stati improvvisamente catapultati indietro nel tempo fin sulle soglie di Marignano (1515), quando i fanti confederati scorrazzavano a destra e a manca portando le loro terribili picche al servizio di questo o quel fronte bellico in tutte le lande d’Europa (in fondo era sufficiente pagarli). Poi uno sfoglia per fortuna anche l’ottima ricostruzione di John Robbiani sul «Corriere del Ticino», e magari ascolta con la dovuta attenzione il reportage di Alan Crameri al Radiogiornale RSI, e inizia pian piano a mettere assieme i pezzi di un ritorno al futuro. Potere del giornalismo onesto ed equilibrato, quello che richiede tempo, energie e sano spirito critico per essere esercitato al meglio, con buona pace di chi vuole togliere quasi tutti i soldi al servizio pubblico.

Che la neutralità svizzera sia da sempre un tema a fior di pelle non sorprende forse più nessuno. Stupiscono invece i toni drammatici con i quali si parla oggi di «punto di non ritorno» e di «tradimento della nostra storia secolare» dopo la decisione del Consiglio federale di adeguarsi alle sanzioni economiche contro la Russia promosse dall’Unione Europea. Si tratta di una decisione storica? Certamente, così come sono state “storiche” tutte le espressioni della neutralità svizzera, specie quelle degli ultimi decenni. Considerando retrospettivamente le cose, più che una rigida camicia inamidata – come non pensare ai ridicoli arbitri incravattati della boxe? – la neutralità è stata sovente per la Confederazione un abito da indossare con consapevolezza e cura, con un occhio di riguardo alla “meteo” internazionale per vedere fuori che aria tirava… Un delicato quanto elastico esercizio di equilibrismo, insomma, più che una formula data una volta e per sempre. Dovessi definirla – ma non mi ci proverò – applicherei le categorie della giurisprudenza più che quelle della legislazione: è la storia dell’uso della neutralità a determinarne la sua vera natura, non tanto (e non solo) quello che c’è scritto sulla carta.

L’immaginario collettivo identifica l’inizio di tutto nella débacle della Battaglia dei Giganti, nel piccolo comune lombardo che oggi si chiama Melegnano, quando l’espansionismo confederato subì la più dura e duratura battuta d’arresto. Milano divenne per sempre off limits e ci si dovette accontentare dei baliaggi italofoni (è l’inizio della nostra storia regionale). Giuridicamente parlando la neutralità della Confederazione venne sancita però soltanto nel 1674, con decisione della Dieta federale, e che si trattasse comunque di un soluzione ibrida e non assoluta è nozione pacifica a chi consideri il fatto che il servizio mercenario (gli attuali «foreign fighters») fu messo al bando soltanto nel 1859, ben oltre il riconoscimento della «neutralità perpetua» sancita dal Congresso di Vienna nel 1815.

Anche dal punto di vista dell’adesione a sanzioni economiche, cioè l’attuale oggetto del contendere, chi voglia dedicare qualche minuto alla nostra storia troverà oscillazioni notevoli: la Dichiarazione di Londra del 1920 dispensava la Svizzera dalle sanzioni militari verso terzi ma non da quelle finanziarie, nel 1938 si ripristinò invece la «neutralità integrale» (e non mancarono, ahimè, lucrosi affari con la Germania nazista), poi di nuovo un ritorno a una discrezionalità più allineata alle decisioni dell’ONU o della NATO in occasione di grandi fatti tragici come quelli di Ungheria (1956) e Cecoslovacchia (1968), anche perché esisteva un accordo segreto con gli Stati Uniti in funzione anticomunista, almeno dal 1951, sotto forma di embargo commerciale. La caduta del Muro ha riorientato di nuovo le scelte (non ancora le leggi) della neutralità svizzera in un’accezione più proattiva, ad esempio nei confronti della Serbia e del conseguente riconoscimento del Kosovo (1999-2000), cosa che non ha impedito una posizione di reale equidistanza nel caso dell’Iraq (2003).

Per farla breve, la neutralità svizzera è stata nei fatti più una biscia sinuosa che una linea retta, perché si è sempre adattata con intelligenza (a volte per mero profitto, più spesso per un alto senso morale) alla realtà dei fatti, e a quelle scelte hanno sovente corrisposto valori comunemente riconosciuti: l’indipendenza e la sopravvivenza del Paese, naturalmente, ma anche i cosiddetti «buoni uffici» e una grossa fetta della sua lunga e gloriosa storia diplomatica (Carl Lutz, se un nome va fatto e uno solo). Perché «neutralità», ci ricorda l’ex Consigliera federale Micheline Calmy-Rey, «non significa tacere nelle quattro lingue nazionali». Al cuore della questione c’è sempre stato, tra le righe, un rapporto dinamico con gli altri Stati e con le istituzioni sovranazionali in cui di volta in volta questi si sono riconosciuti (dalla Società delle Nazioni all’ONU alla NATO, poco importa che la Svizzera ne facesse parte o meno) e su una cosa ha ragione chi oggi grida allo scandalo di lesa neutralità: è necessario che chi ci osserva da fuori capisca fino in fondo le ragioni della nostra politica internazionale, per non cadere nelle banalizzazioni e nelle approssimazioni che sono proprie soltanto di chi non conosce nel dettaglio la nostra storia.