L’Occidente prigioniero, in due saggi di Milan Kundera appena riuniti in volume da Adelphi
Sarà la recente scomparsa di Vangelis e dei suoi Chariots of Fire, meglio noti alle nostre latitudini con il roboante titolo di Orizzonti di gloria (1981). Sarà il ciclico e insistente riproporsi, su ogni schermo a portata di occhio e di mano, di storie, film e telefilm della mia prima infanzia (Blade Runner, Miami Vice, persino Top gun), vera apoteosi dei servizi di streaming e dell’industria del remake che tanto caratterizzano questa nostra epoca così priva di fantasia. Sarà, infine, il contesto politico internazionale che da alcuni mesi non fa che rilanciare come un disco rotto quelle contrapposizioni di fronti semplicistiche e manichee (bianco e nero, buoni e cattivi, noi e loro) che credevamo per sempre abrogate dai tribunali della Storia. L’impressione, tra il serio e il faceto, è che non ci libereremo mai degli anni Ottanta, o meglio non ci libereremo mai dell’intero secolo che quel decennio aveva contribuito a definire “breve”, e che invece non si persuade ancora ad andare in pensione.
In tale contesto emotivo e culturale, che immagino ampiamente condiviso, la casa editrice Adelphi ha tirato fuori dal cassetto un paio di vecchie lezioni dello scrittore ceco Milan Kundera che, lette oggi, paiono un perfetto vademecum per l’Europa del terzo millennio. La cosa potrebbe anche non sorprendere: chi si circonda di classici, antichi o moderni che siano, finisce sempre per essere “aggiornato” (Giuseppe Pontiggia li chiamava “i contemporanei del futuro”). L’autore dell’Insostenibile leggerezza dell’essere, esule in Francia dal 1975, era all’epoca uno degli scrittori più rappresentativi delle cultura europea di area sovietica. La distinzione è importante, e la mette in luce lui stesso nel testo che dà il titolo al libro, Un Occidente prigioniero o la tragedia dell’Europa centrale, scritto nel 1983 e subito entrato nel dibattito pubblico: «In relazione al suo sistema politico, l’Europa centrale è l’Est; in relazione alla sua storia culturale, è l’Occidente. Ma l’Europa sta smarrendo il senso della sua identità culturale, sicché non vede nell’Europa centrale che il suo regime politico».
È il grande tema, tipicamente novecentesco, dello spostamento a occidente del confine orientale con il mondo russo, lungo la linea di demarcazione tra l’alfabeto latino e quello cirillico, a seguito della seconda guerra mondiale. È quella cortina di ferro che troppo spesso abbiamo inteso in termini binari (acceso o spento), come funziona ancora oggi con la NATO, e non secondo le categorie della cultura, dove le sfumature, le sovrapposizioni, l’intrecciarsi e il meticciarsi delle identità permettono alle regioni di frontiera di sopravvivere agli scontri frontali, rendendole proprio per questo tanto più interessanti e ricche di stimoli. È il luogo, non per nulla, delle «piccole nazioni» (Kundera pensa naturalmente a quella ceca, ma lo stesso discorso varrebbe per l’Ungheria, la Polonia, i Paesi Baltici), alle quali la Storia non ha dato che fragilità e sofferenze, graziandole però anche con una vivacità culturale sovente sconosciuta all’Occidente più “occidentale”: si pensi al grande cinema ceco e polacco dei Forman e dei Kieslowski, alla letteratura ungherese di un Sandor Marai, un Imre Kertesz o una Magda Szabo, infine all’importante ruolo svolto – in quelle società così esposte alla cultura uniformante dell’ideologia comunista e staliniana – dalla traduzione letteraria.
Kundera non usa mezzi termini e, ripensando ai moti ungheresi del 1956, a quelli praghesi del 1968 e alla persistente opposizione polacca, non teme di affermare che «ciascuna di queste rivolte era sostenuta pressoché dall’intero popolo. Se la Russia non li avesse spalleggiati, quei regimi non avrebbero potuto resistere più di tre ore». Il fatto che ci si ritrovi ancora oggi, a Novecento non concluso, confrontati a simili problemi, spostati soltanto un po’ più a est, è sintomatico di una questione non affrontata (dall’Europa? dall’America?) con la dovuta consapevolezza storica e culturale. «L’Europa centrale voleva essere l’immagine condensata dell’Europa e della sua multiforme ricchezza» continua Kundera, «una piccola Europa ultraeuropea, modello in miniatura dell’Europa delle nazioni concepita sulla base di questa regola: il massimo di diversità nel minimo spazio». Come avrebbe potuto non inorridire di fronte alla Russia sovietica, che si fondava «sulla regola opposta: il minimo di diversità nel massimo spazio»? È il grande confronto dialettico tra una visione imperialista e monocromatica che credevamo defunta e un federalismo dinamico à la suisse, gli «Stati Uniti d’Europa» di Carlo Cattaneo e di tutti quanti ancora credono nel ruolo e nel potere della cultura (storica, politica) in opposizione al più radicale linguaggio delle armi e dei fantomatici “scontri di civiltà”. Leggere Kundera, questo Kundera, con un occhio di riguardo a quanto accade ogni giorno nel contesto ucraino potrebbe essere il migliore antidoto alla banalizzazione e alla strumentalizzazione del discorso ideologico, su entrambi i fronti. Un plauso a chi lo ha voluto rimettere in circolazione.
Nell’immagine: Milan Kundera
I veri capolavori di questa cultura della resistenza clandestina sono però i ben più celebri romanzi di Boris Pasternak e Vasilij Grossman, cioè Il dottor Zivago e Vita e destino, due libri che ebbero un percorso editoriale piuttosto simile: sfuggiti alle maglie del KGB, approdarono per vie tortuose in Occidente, il primo da Feltrinelli, il secondo presso l’Âge d’Homme a Losanna, casa editrice dell’esule jugoslavo Vladimir Dimitrijević. La fortuna arrise più al primo che al secondo, soprattutto per la fama di Pasternak, già molto stimato come poeta e in seguito vincitore del Premio Nobel (che fu costretto a rifiutare), fino alla definitiva consacrazione grazie al kolossal hollywoodiano di David Lean (1965), non senza qualche deriva sentimentale rispetto al più compassato archetipo letterario.
Nato a Bedyciv nell’oblast di Zytomyr, nell’Ucraina centro-occidentale a metà strada tra Leopoli e Kiev, Grossman era stato tra i primi ad entrare nel campo di sterminio di Treblinka e negli anni quaranta aveva raccontato in presa diretta la Grande Guerra Patriottica e gli orrori commessi dai tedeschi sul fronte orientale. La presa di consapevolezza che una buona parte di quelle aberrazioni era stata compiuta però anche dai sovietici (stupri, pulizia etnica, antisemitismo), e in special modo nella sua Ucraina, fece nascere in lui l’esigenza di scrivere una grande opera che mettesse a tema il rapporto dell’essere umano con i sistemi totalitari, poco importa se di destra o di sinistra.
Nato per una manciata d’anni nella Leopoli austro-ungarica nella quale erano cresciuti Bruno Schulz e Joseph Roth, alla cui generazione e al cui orizzonte anch’egli appartiene, Stanislaw Jerzy Lec (1909-1966) ha associato il suo nome a una vena satirica e irriverente di grande intelligenza formale, per giunta apparentemente inesauribile. Polacco per lingua ed ebreo per tradizione e cultura, rispetto ai ben più timorosi Schulz e Roth ebbe uno spirito assai più combattivo, una forza d’animo mista a ironia sagace che gli permise ad esempio, dopo alcuni tentativi infruttuosi, di sfuggire al lager nazista nel quale era stato rinchiuso vestendo i panni di un soldato tedesco, la cui lingua conosceva alla perfezione.