Gli Houthi dilagano, centrato l’oleodotto di riserva dei sauditi

STRETTI INDISPENSABILI I miliziani dello Yemen prendono il Mar Rosso in 18 ore e fanno incetta di mezzi e di armi: qualcuno è fuggito senza combattere 

Di Francesca Luci, il manifesto

Bastano diciotto ore agli Houthi yemeniti, alleati dell’Iran, per spazzare via le ultime posizioni governative saudite lungo il litorale occidentale del Mar Rosso e prendere il pieno controllo dello stretto strategico di Bab al-Mandab. Le città di Mocha e Dubab, e l’isola di Perim, cadono una dopo l’altra. Il controllo degli Houthi si allarga al porto di Aladi, all’isola di Zukar, al complesso militare di Alomari, all’arcipelago delle Hanish, fino alla vetta strategica del monte Jard, nella provincia di Taiz. Il portavoce militare Houthi rivendica il controllo totale su sei distretti tra Taiz e Hodeidah.

La ritirata improvvisa delle forze leali al governo riconosciuto, che il comandante Tareq Saleh ha derubricato a un «riordinamento tattico delle file», ha scatenato polemiche roventi e accuse di tradimento. Secondo alcune fonti, i generali yemeniti avrebbero lanciato appelli disperati per ottenere la copertura aerea promessa dall’Arabia Saudita, mai arrivata. Analisti ed ex vertici militari yemeniti fanno però notare che centri chiave e guarnizioni ben armate sono stati abbandonati senza sparare un colpo, un segno delle spaccature e degli interessi divergenti tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che sostengono fazioni diverse all’interno della coalizione di forze politiche e militari riunita formalmente nel 2022 contro gli Houthi.

NELLA FUGA degli avversari, gli Houthi mettono le mani su ingenti quantità di equipaggiamento americano, compresi i blindati Oshkosh Matv. Appena preso lo stretto, il comando Houthi annuncia un blocco navale mirato: la navigazione internazionale nel Mar Rosso resta sicura per tutti i Paesi tranne che per le navi e le petroliere legate all’Arabia Saudita. Per i Saud l’effetto è immediato, e pesante.

Il governo Houthi alza i toni verso Riyadh, avvertendo che un’eventuale escalation non resterà unilaterale e che l’equazione «blocco per blocco, escalation per escalation» è ormai un’opzione concreta. Il vicepremier Al-Rowaishan ribadisce che lo Yemen non può essere spezzato, né costretto ad arrendersi. Nonostante la retorica bellica, Sanaa mantiene aperta la porta a una pace onorevole, con un importante linea rossa: la propria sovranità.

Donald Trump afferma che gli Houthi hanno telefonato a Washington chiedendo di non intervenire nel conflitto. In realtà sembra che Washington non abbia alcuna intenzione di offrire un sostegno militare significativo a Riyadh, nemmeno sotto attacco diretto. Riaprire una grande campagna contro gli Houthi, difficili e costosi da sopraffare, non sembra essere nell’agenda di Trump, almeno fino alla fine delle elezioni di metà mandato. Non stupisce che la richiesta del principe ereditario Mohammed bin Salman di lanciare attacchi aerei diretti contro le posizioni Houthi nello Yemen sia stata respinta dal presidente americano. Gli Usa dispongono comunque di circa 200 consiglieri militari in Arabia Saudita e 50mila soldati schierati nella regione.

WASHINGTON esercita una forte pressione economica sull’Iran ma non riesce a impedire a Teheran e ai suoi alleati di imporre costi attraverso i mercati energetici e i checkpoint marittimi. Teheran smentisce un coinvolgimento diretto nella pianificazione dell’offensiva. Quasi certamente, però, continua a fornire armi avanzate, finanziamenti e supporto d’intelligence agli Houthi. Il controllo indiretto sui due stretti si traduce in potere negoziale e più margine nelle trattative internazionali. Teheran lo coltiva su entrambi i fronti. I canali diplomatici restano aperti, con colloqui in Oman previsti per lunedì assieme alle monarchie del Golfo Persico, dedicati soprattutto alla sicurezza e alla navigazione nello Stretto di Hormuz.

Nel frattempo, attacchi di droni hanno colpito il gasdotto Est-Ovest dell’Arabia Saudita nelle regioni di Riyadh e Medina, con lanci che, secondo il ministero degli esteri saudita, sarebbero partiti dal territorio iracheno. L’oleodotto strategico è stato chiuso temporaneamente, Riyadh attribuisce l’attacco come proveniente dall’Iraq, ma precisa che il Regno non risponderà militarmente, per concedere al governo iracheno «l’opportunità di adottare le misure necessarie». Baghdad condanna fermamente gli attacchi, e il premier iracheno Ali Faleh al-Zaidi ordina un’indagine per chiarire le circostanze e identificare i responsabili.

LA CRISI METTE alla prova anche il Patto di Difesa di Mecca, l’alleanza di sicurezza reciproca firmata ad agosto tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia. Il ministro della difesa pakistano Khawaja Asif ricorda che un’aggressione a un membro del patto equivale a un attacco contro tutti, ma sia Islamabad che Ankara restano caute e precisano che i meccanismi operativi della coalizione non sono ancora formalmente attivi. Gli Houthi, dal canto loro, sfidano apertamente il patto: minacciano ritorsioni militari contro Turchia e Pakistan, se dovessero intervenire a fianco di Riyadh.

Non esistono facili uscite, né militari né economiche. La conquista di Bab al-Mandab segna una svolta strutturale nello scenario geopolitico globale. La pressione sull’Iran si scontra con la crescente capacità di Teheran e degli Houthi di rifletterla sull’economia globale, che resta esposta a un’incertezza energetica destinata a durare, se non cambia l’atteggiamento politico degli Stati Uniti.

SENZA DIMENTICARE che, dietro ogni conflitto, resta il dramma umano. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) riferisce che almeno 46mila persone, in Yemen, sono fuggite dalle proprie case da quando sono riesplosi gli scontri. Circa 22,3 milioni di persone, su una popolazione di 35 milioni, hanno bisogno di assistenza umanitaria: tra loro, 5,2 milioni sono sfollati interni.

Nell’immagine: Dhubab (Yemen), combattenti Houthi celebrano l’avanzata-lampo verso il Mar Rosso – Al-Masirah


Il mondo delle guerre senza fine

STRETTI INDISPENSABILI I miliziani dello Yemen prendono il Mar Rosso in 18 ore e fanno incetta di mezzi e di armi: qualcuno è fuggito senza combattere 

Di Nathalie Tocci, La Stampa

Si sa come iniziano le guerre, ma non come finiscono. Dalle lezioni dimenticate dell’11 settembre e delle “forever wars” in Afghanistan e Iraq, all’invasione russa dell’Ucraina e alle guerre in Medio Oriente, la storia non si ripete. Peggiora.

Talvolta è possibile prevedere. Quando un Paese – la Russia – schiera 200mila soldati al confine di un altro – l’Ucraina – un’invasione è tutt’altro che imprevedibile, sebbene furono in troppi a non volerla vedere. Così come quando una superpotenza – gli Stati Uniti – sposta una portaerei dal Pacifico al Golfo, è probabile che i negoziati di pace siano una facciata e che il dado di un attacco militare – all’Iran – sia già tratto. Riavvolgendo il nastro di un quarto di secolo, quando al-Qaeda attaccò l’America l’11 settembre 2001, una risposta militare statunitense era scontata. Altrettanto ovvia una reazione militare israeliana ventidue anni dopo nella Striscia di Gaza, dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023.

Ma se l’inizio di una guerra può essere previsto, o quantomeno è prevedibile, altrettanto non si può dire del suo svolgimento, tantomeno della fine. Dopo l’11 settembre, gli Stati Uniti non reagirono immediatamente: costruirono il consenso internazionale per settimane. Donald Trump non ama ricordarlo, ma l’unica volta in cui fu invocato l’articolo 5 della Nato fu proprio Washington a chiedere aiuto agli alleati, che non esitarono a prestarlo. Quel consenso si sfaldò poi quando alla guerra in Afghanistan seguì quella in Iraq, giustificata con la bugia delle armi di distruzione di massa. Ma inizialmente l’azione degli Stati Uniti fu molto più multilaterale e consensuale di quanto si ricordi. A differenza di come ha agito Israele dopo il 7 ottobre. Inutile fu il monito di Joe Biden – tra i presidenti Usa più sinceramente, se non ciecamente, filo-israeliani –, che avvertì Israele di non ripetere gli stessi errori dell’America nella guerra al terrore. Nella guerra in Iraq, l’America commise l’errore dell’unilateralismo, lanciandosi in un’invasione illegale e senza l’appoggio di molti alleati: fu una guerra che lacerò sia la relazione transatlantica sia l’Europa al proprio interno. L’America commise crimini di guerra – con le immagini di Guantanamo e Abu Ghraib scolpite nella memoria di un’intera generazione –, infliggendo un colpo mortale alla propria immagine internazionale. Infine, confuse i risultati operativi di breve termine con quelli strategici: impressionanti i primi, date le capacità militari senza eguali degli Stati Uniti; catastrofici i secondi.

Lezioni di cui non ha tenuto conto Israele, sempre più isolata e convinta, astoricamente, di poter sopravvivere nel lungo periodo come una piccola Sparta in Medio Oriente. Un’Israele che in molti considerano colpevole di genocidio a Gaza, con una condanna che forse arriverà anche dalla Corte internazionale di giustizia. E che invade, rade al suolo e occupa, ma non raggiunge gli obiettivi dichiarati: Hamas, Hezbollah e il regime iraniano sono ancora lì.

Non è solo Israele a non ascoltare. Non ha imparato neppure Vladimir Putin, convinto di vincere la guerra in Ucraina in pochi giorni, e che si ritrova, quasi cinque anni dopo, con una manciata di territorio ucraino in più ma più di un milione e mezzo di soldati russi morti o feriti. Forse per Putin non è un male: una guerra lunga non era la sua intenzione iniziale, ma la prosecuzione del conflitto non solo contro l’Ucraina ma contro l’Europa è diventata la pietra miliare del suo regime. Può darsi che il regime sopravviva alla fine della fase calda della guerra in Ucraina, trasformandosi in una gigantesca Corea del Nord. Ma non sopravviverebbe a una vera fine della guerra contro l’Europa, da cui è ormai ontologicamente dipendente. Il fatto più sorprendente, però, è che è proprio l’America a non ascoltare sé stessa. Quando s’imbarcò nella guerra in Vietnam, Washington non credeva che sarebbe diventata così lunga e sanguinosa. L’evacuazione Usa da Saigon, nel 1975, riecheggiò 46 anni dopo nella fuga da Kabul, lasciata in pasto ai Talebani. Si pensava che con quell’umiliazione fosse arrivata, definitivamente, la lezione: si sa come iniziano le guerre, non come finiscono, e raramente le si chiude rapidamente con la bacchetta magica. L’opposizione alle “forever wars” è stata un caposaldo Maga, impersonato da Trump. La guerra contro l’Iran doveva andare diversamente: una spallata rapida e potente, e il regime sarebbe imploso. Per un po’ qualcuno ci ha creduto, a partire dai mercati, il che spiega in parte i prezzi del petrolio tutto sommato contenuti. Ma passati i mesi, abbiamo iniziato a prendere con le pinze gli annunci di Trump di una fine imminente della guerra. Poi ha smesso di crederci anche lui. Ora dice che la guerra in Medio Oriente finirà dopo il voto di midterm. Potrebbe non essere così. Quando l’America attaccò prima l’Afghanistan e poi l’Iraq, non pensava di restare invischiata militarmente per vent’anni. Così come oggi ci rifiutiamo di vedere che le guerre in Europa e in Medio Oriente non hanno solo le tragiche sembianze delle forever wars del passato. Sono assai peggiori.


La contro-rivoluzione della destra

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Di Ezio Mauro, LaRepubblica

Si può far finta di non vedere: provare a circoscrivere l’ultimo shock elettorale alla specificità della Sassonia, alle inquietudini della Germania, al cedimento della Cdu e alla debolezza del cancelliere Merz. Un terremoto locale, un segnale d’allarme limitato. Ma se alziamo lo sguardo sulla mappa intera dell’Europa, noi capiamo che il trionfo elettorale dell’Afd va letto insieme all’arrembaggio di Farage in Gran Bretagna, alla corsa verso l’Eliseo di Marine Le Pen in Francia, alla crescita in Spagna di Vox, alla sfida dell’estrema destra svedese, alla scalata nei sondaggi del generale Vannacci, che più mima le pose del fascismo — ottant’anni dopo, e proprio in Italia — più guadagna consensi. È la storia d’Europa che si ribella a sé stessa, esce dal secolo perché non accetta la sua lezione e rifiuta il suo lascito, e inaugura una nuova fase che chiamiamo post-democratica per mancanza di aggettivi, ma soprattutto perché nessuna parola può ancora definire in modo compiuto l’incognita che ci attende.

Quel che è evidente è l’erosione continua, progressiva e vorace della democrazia. Risolti nella sfida alle dittature gli incubi ideologici che avevano avvelenato l’Europa, noi credevamo semplicemente che la cultura liberal-democratica e costituzionale fosse diventata la forma geopolitica del continente, quasi la sua definitiva natura, replicata e ribadita nella costruzione faticosa ma laboriosa dell’Unione: che nasce dal rifiuto delle divisioni tra i Paesi europei e dal rispetto “dei principi della democrazia, dei diritti dell’uomo, delle libertà fondamentali e dello stato di diritto”. La democrazia dunque non era soltanto un metodo per scegliere chi doveva governarci, ma un’espressione della civiltà europea e occidentale, un esito di questa storia, addirittura uno stile di vita collettivo che tendeva alla libertà nell’equilibrio tra diritti e doveri, tra società e istituzioni.

Per convinzione o per convenzione questa cultura liberal-democratica era finalmente diventata l’orizzonte comune nel quale le diverse correnti ideali e i partiti che le impersonavano si riconoscevano, confrontandosi e scontrandosi per la conquista del consenso e del potere. Poiché la Costituzione traduceva in principi e norme la vicenda italiana dal momento in cui la storia si rimetteva in movimento nella libertà ritrovata, il rifiuto della dittatura è diventato ispirazione e parte della Carta, nei suoi principi e nei suoi precetti. La norma e la storia, dunque, la cultura e la politica confermavano la scelta democratica come base e fondamento della libertà del cittadino e del Paese. In questo senso, dopo l’oppressione del fascismo, il ‘45 con il legame tra Resistenza, Costituzione e Repubblica è stato una rivoluzione senza la presa del Palazzo d’Inverno. Ma allora, quella che vediamo oggi all’opera ha un nome preciso: è una contro-rivoluzione.

Un punto è fondamentale per misurare la svolta: la democrazia da cornice di riferimento è diventata parte in causa. Non è più il campo della contesa, è uno dei contendenti. È scivolata nell’agone invece di garantirne le regole, e in questo passaggio si è relativizzata, passando da universale a particolare. Come tale, è diventata uno degli strumenti della battaglia: accusata, denunciata, vilipesa. Anzi, così come la democrazia era diventata sinonimo di libertà nella piena cittadinanza, oggi che l’onda del disincanto e della frustrazione repubblicana sommerge ogni cosa la critica alla democrazia è la scorciatoia per il rifiuto totale, l’exit decisivo e finale: la fuoruscita dal sistema.

È quasi naturale che il fascismo diventi il veicolo prescelto per entrare nell’altrove rispetto all’universo democratico: in un mondo al contrario, in un insieme di valori capovolto, nel rifiuto della civiltà italiana dei nostri padri e delle nostre madri, nella negazione della storia. Purché e comunque fuori dal sistema, dall’obbligazione democratica con il suo linguaggio, le sue procedure, le sue regole. Il fascismo era pronto, appena lì fuori. Inservibile nella coscienza nazionale e non solo istituzionale per ottant’anni, era stato intanto lucidato, riverniciato, riassemblato in una rilettura antiquaria di comodo dalla grande banalizzazione degli ultimi trent’anni, dalla minimalizzazione storica, dalla svalutazione della Resistenza. Nessuno, credo, vuole riproporre oggi il fascismo sfidando il ridicolo e la sproporzione: ma molti (a partire dal principale partito di governo) vogliono cancellare l’antifascismo, come se la nostra democrazia fosse senza aggettivi quindi fuori dalla vicenda nazionale, neutra, cieca, sorda rispetto al giudizio della storia, in un fascio di irresponsabilità condivise.

Questa scelta politica proietta ambiguità sul calendario civile italiano, ma soprattutto fa cadere l’interdetto storico, politico, morale che per decenni ha impedito al post-fascismo di essere soggetto attivo nella vita istituzionale del Paese. Oggi quell’interdetto si è dissolto in un’ambiguità irrisolta: chi vota l’estrema destra non vuole il ritorno del fascismo, ma è disposto a usarlo come arma elettorale per segnalare il suo rifiuto radicale del meccanismo democratico, pronunciato dal capolinea del sistema. E il nodo non sciolto avvolge anche la Premier che credeva di essersene liberata nel silenzio, mentre gli “alalà” diVannacci la obbligano a scegliere, e a chiarire finalmente come giudica il fascismo di ieri per distanziarsi — se ci riesce — dal post-fascismo di oggi.

Ecco perché l’onda nera che si alza in Europa è un problema anche per la destra di governo, che deve infine risolvere la sua natura. Se riuscirà a farlo, perderà certo una parte della sua alterità costitutiva, ma si farà finalmente carico insieme con le altre forze politiche della difesa della democrazia, che rischia di apparire non come l’approdo della storia europea, ma semplicemente come una sua stagione. Nata in condizioni sociali estreme, protetta dalla memoria della guerra, sostenuta dal benessere ritrovato e dall’alleanza tra capitalismo, lavoro e welfare: ma immediatamente esposta e nuda quando queste condizioni si indeboliscono.

È proprio in questo punto della storia che nasce la contro-rivoluzione in atto: che non vuole restaurare il fascismo ma cancellare l’ordine politico e morale costruito sulle sue rovine, revocando il dopoguerra e separando l’Europa dalla sua memoria. Da che parte starà l’Italia?


Edgar Morin: imparare a comprendere in un mondo sempre più difficile da capire

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Viviamo in un’epoca nella quale possiamo sapere quasi tutto e comprendere sempre meno.

Sebbene le conoscenze disponibili siano enormemente cresciute e l’intelligenza artificiale consenta oggi di ottenere in pochi secondi risposte a ricerche un tempo lunghe e complesse, questa sovrabbondanza non garantisce una maggiore capacità di orientarsi nel mondo. Anzi, rischia di produrre l’effetto contrario. In effetti, si affastellano informazioni isolate e frammenti di conoscenza che faticano a comporsi in una visione d’insieme, mentre guerre, crisi ecologiche, rivoluzioni tecnologiche, flussi migratori e disuguaglianze crescenti mostrano l’inadeguatezza di qualsiasi sguardo parziale di fronte alla complessità dei fenomeni contemporanei.

È in questo orizzonte che il pensiero di Edgar Morin continua a esercitare una particolare capacità di interrogarci e provocarci. Non tanto perché offra soluzioni già pronte, quanto perché costringe a tornare su una domanda preliminare: come conosciamo ciò che crediamo di conoscere?

Vale forse la pena ricordare, per chi non ne abbia presente la figura, che Morin – morto a Parigi il 29 maggio 2026, a poche settimane dal compimento dei centocinque anni – ha attraversato quasi un secolo di storia intellettuale sottraendosi costantemente alle appartenenze disciplinari. Protagonista della Resistenza francese durante la seconda guerra mondiale, sociologo, antropologo, filosofo della conoscenza e instancabile esploratore dei saperi, è stato definito un «philosophe indiscipliné». La formula restituisce bene la sua insofferenza verso i confini rigidi fra le discipline dello scibile: per comprendere il mondo egli ritiene necessario attraversare quei confini e ricomporre – anche con modalità creative e non convenzionali – quanto la cultura moderna ha progressivamente separato.

È attorno a questa esigenza che prende forma la nozione di ‘complessità’, destinata a diventare la parola forse più caratteristica – e anche più discussa – del suo intero percorso intellettuale.

La complessità come sfida alla conoscenza

La complessità, nel lessico moriniano, non coincide con la semplice complicazione. Rimanda piuttosto a una configurazione del reale da ‘tessere insieme’ in cui si intrecciano relazioni fra unità e molteplicità, parti e tutto, autonomia e dipendenza. Un fenomeno non è pienamente comprensibile quando viene separato dal contesto nel quale prende forma e acquista rilievo. Pensare la complessità richiede, allora, di distinguere senza isolare e di collegare senza confondere.

La critica di Morin investe un sapere sempre più specializzato e settorializzato, laddove la specializzazione si trasforma in chiusura e impedisce di cogliere le connessioni. Non invita certo ad abbandonare le discipline o ad attenuare il rigore delle competenze specifiche; la difficoltà emerge quando l’attenzione riservata a una singola parte finisce per oscurare la visione d’insieme e la cornice contestuale entro la quale essa acquista significato. La sua formulazione è netta: «La conoscenza è conoscenza solo in quanto organizzazione», vale a dire quando le informazioni vengono interconnesse e collocate in un orizzonte di senso.

È questa, in fondo, la differenza fra una «testa ben piena» e una «testa ben fatta», secondo la formula di Montaigne che Morin riprende e trasforma in uno dei nuclei della sua proposta educativa. Una mente ben formata non è quella che accumula più nozioni, ma quella capace di selezionarle, organizzarle e metterle in relazione. Di qui la centralità del ‘pensiero ecologizzante’, chiamato a collocare «ogni evento, informazione o conoscenza in una relazione di inseparabilità con il suo ambiente culturale, sociale, economico, politico e, beninteso, naturale».

La riflessione appare oggi di spiccata attualità. Se l’accesso alle informazioni diventa sempre più immediato, l’educazione non può limitarsi ad aggiungerne altre in un crescente bailamme nozionistico. Diventa essenziale imparare a riconoscerne la rilevanza, verificarne l’attendibilità, individuare gli errori, formulare domande pertinenti e collocare ogni risposta nel quadro appropriato.

Una macchina può produrre un testo plausibile in pochi secondi, ma non per questo può sostituire il lavoro del giudizio critico. Proprio l’ambiente cognitivo trasformato dall’intelligenza artificiale rende più urgente quella «conoscenza della conoscenza» alla quale Morin attribuisce un ruolo fondamentale: interrogare criticamente i nostri modi di conoscere, riconoscendone possibilità, limiti e fonti di errore.

Tuttavia, la riforma del pensiero non esaurisce la sfida educativa. Se il sapere deve essere riorganizzato, occorre chiedersi verso quale idea di formazione umana orientare tale riforma. Le riflessioni di Morin si allontanano da una concezione puramente scolastica e funzionalistica dell’educazione: i processi conoscitivi non servono soltanto ad acquisire competenze o a prepararsi all’inserimento professionale nel mondo del lavoro, poiché la formazione riguarda anche la possibilità di comprendere la condizione umana, riconoscersi parte di un mondo comune e misurarsi con l’imprevedibilità dell’esistenza.

Dalla conoscenza alla formazione dell’umano

Uno dei nuclei della proposta moriniana riguarda l’errore e l’illusione. L’errore non è soltanto un ostacolo da rimuovere: può diventare un’occasione per portare alla luce i procedimenti cognitivi, le rappresentazioni e i ragionamenti attraverso i quali costruiamo la nostra immagine della realtà. In un mondo nel quale la disinformazione può circolare con la stessa velocità dell’informazione, questa prospettiva acquista una particolare rilevanza pedagogica. L’educazione non può mettere gli individui al riparo da ogni errore, né consegnare loro un repertorio definitivo di certezze; può piuttosto sviluppare la capacità di riconoscere i limiti del proprio sapere, sottoporre a verifica le proprie convinzioni e accettare che anche il proprio punto di vista possa rivelarsi fallibile.

Fra le forme di apprendimento che Morin considera decisive vi è la comprensione dell’altro, che non coincide con la semplice disponibilità di dati informativi su una persona o su un gruppo, poiché richiede di coglierne la complessità entro la trama di relazioni, appartenenze e circostanze nella quale ogni soggetto si muove e si costruisce. Comprendere implica così un decentramento dello sguardo, capace di mettere in discussione le categorie attraverso le quali interpretiamo gli altri e di riconoscere, nella loro irriducibile singolarità, la comune appartenenza a una medesima condizione umana. Morin definisce la comprensione come un «apprendere insieme», nel quale vengono colti il testo e il contesto, le parti e il tutto, il molteplice e l’uno; per questo essa comporta anche «empatia, identificazione e proiezione» e richiede «apertura, simpatia, generosità».

È su questo terreno che la comprensione si apre alla dimensione della ‘comunità di destino’: quanto più diventano evidenti le interdipendenze che legano gli esseri umani e i diversi destini collettivi, tanto meno la conoscenza può essere separata dalla responsabilità nei confronti degli altri e del mondo condiviso. Morin formula questa esigenza anche in termini educativi: «L’educazione dovrà fare in modo che l’idea di unità della specie umana non cancelli l’idea della sua diversità e che l’idea della sua diversità non cancelli l’idea della sua unità».

Il titolo di uno degli ultimi libri di Morin, Insegnare a vivere, porta il discorso su un terreno nel quale la riforma del pensiero incontra direttamente la formazione della persona. La formula, tuttavia, richiede una precisazione tutt’altro che secondaria. Riprendendo il celebre passo dell’Emilio nel quale Rousseau afferma «Vivere è il mestiere che voglio insegnargli», Morin giudica eccessiva l’idea di poter propriamente insegnare a vivere: «si può solo aiutare a imparare a vivere», poiché «a vivere si impara attraverso le proprie esperienze».

Tale chiarimento modifica profondamente il senso dell’impresa educativa. Essa non può sostituirsi alla vita di chi viene educato, sottrarlo al rischio, alla sofferenza o alla responsabilità delle proprie scelte; tanto meno può consegnargli un repertorio di istruzioni capace di neutralizzare l’imprevedibilità del reale. Può, invece, fornire risorse culturali, cognitive ed etiche attraverso le quali affrontare situazioni in cui non esistono procedure già date e nelle quali occorre assumere decisioni senza disporre di tutte le istruzioni necessarie.

È qui che acquista rilievo uno dei temi più caratteristici della riflessione moriniana: l’incertezza. Se la conoscenza consente di ampliare il nostro margine di previsione e di rendere il mondo più intelligibile, essa non può tuttavia cancellare la componente imprevedibile dell’esistenza. Una formazione adeguata al nostro tempo dovrebbe perciò preparare non soltanto a muoversi entro ambiti conosciuti, ma anche a fronteggiare quadri dinamici, nei quali i dati e i riferimenti risultano incompleti e gli esiti delle decisioni non possono essere garantiti in anticipo.

Educare all’incertezza non equivale, per Morin, a celebrare il dubbio permanente né a rinunciare alla ricerca della verità; richiede piuttosto la capacità di agire senza la pretesa di dominare in anticipo i presupposti dell’azione, riconoscendo che ogni scelta si colloca entro eventi aperti e incerti. In un’epoca che promette continuamente di prevedere, calcolare, classificare e ottimizzare ogni cosa, l’educazione non dovrebbe limitarsi a formare individui capaci di adattarsi a scenari già conosciuti, ma contribuire a far emergere soggetti in grado di orientarsi quando mutano le condizioni di riferimento.

La complessità alla prova dell’educazione

Proprio perché il confronto con Morin rimanga fecondo, il suo pensiero va sottratto tanto alla liquidazione sommaria quanto all’apologia venerativa. La stessa categoria sulla quale si regge gran parte della sua elaborazione può diventare problematica quando viene utilizzata come una sorta di passe-partout, capace di aprire ogni porta teorica. Se tutto è complesso, il rischio è che la complessità finisca per designare quasi ogni fenomeno senza riuscire, in alcuni casi, a chiarirne con sufficiente precisione la specificità. La produzione moriniana, sterminata e straordinariamente inventiva, presenta talvolta proprio questa difficoltà: la proliferazione di concetti, prefissi, neologismi, formule ricorsive e artifici sintattici può dare l’impressione che il discorso aumenti la propria complessità più rapidamente della propria capacità di rendere intelligibili i fenomeni che intende interpretare.

Un pensiero che diffida delle semplificazioni deve comunque misurarsi con l’esigenza di distinguere, precisare e rendere comunicabili le proprie categorie. La complessità, se vuole conservare la propria forza critica, non può sottrarsi alla chiarezza; ma la perspicuità, a sua volta, non coincide necessariamente con la semplificazione.

Questa ambivalenza emerge con singolare evidenza quando la proliferazione concettuale diventa essa stessa oggetto del discorso. In Pour une crisologie, Morin scrive: «Il s’agit aujourd’hui d’approfondir la crise de la conscience pour enfin faire émerger la conscience de la crise. La crise du concept de crise est le début de la théorie de la crise» (Dortier & Yousfi, 2020, p. 158). La formula è coerente con il principio di ricorsività che attraversa la sua opera; ma proprio per questo rende visibile anche il suo rovescio problematico: quando una categoria viene continuamente ripresa, trasformata e ricomposta fino a diventare oggetto di sé stessa, la riflessività rischia di trasformarsi in autoreferenzialità.

Non si tratta di contestare la complessità in quanto tale, ma di chiedersi quando l’ampliamento ricorsivo di una categoria produca effettivamente una maggiore capacità conoscitiva e quando, invece, rischi di far coincidere l’approfondimento del concetto con la sua continua espansione. La questione non riguarda soltanto lo stile: riguarda il rapporto fra ricchezza concettuale e produttività conoscitiva, fra la capacità di moltiplicare connessioni e quella di rendere più intelligibili i fenomeni.

Rimane, inoltre, una questione specificamente pedagogica: come tradurre il paradigma della complessità in una scuola organizzata attraverso discipline, curricoli, orari, competenze e sistemi di valutazione? Collegare i saperi non può significare cancellarne le differenze, perché una conoscenza capace di cogliere le relazioni deve preservare anche la specificità delle parti; ma, se questo è vero, resta da capire attraverso quali dispositivi didattici e curricolari sia possibile costruire connessioni che non si risolvano in una giustapposizione di discipline, né scivolino nell’indistinzione.

Morin non sempre offre, al riguardo, mediazioni operative altrettanto articolate quanto l’orizzonte teorico che delinea. La sua proposta conserva tuttavia una particolare fecondità pedagogica non tanto perché consegni un modello educativo pronto all’uso, quanto perché costringe a interrogare criticamente sistemi scolastici, pratiche di insegnamento e forme di trasmissione del sapere che rischiamo di considerare naturali soltanto perché li abbiamo ereditati.

Che cosa può ancora dirci, allora, Edgar Morin?

Forse non che dobbiamo rendere la scuola più «complessa», né che sia sufficiente aggiungere nuovi contenuti ai programmi o introdurre qualche attività interdisciplinare. La sua domanda è più radicale: quale tipo di mente, quale capacità di giudizio, quale rapporto con il sapere vogliamo contribuire a formare? In sostanza, per quale tipo di umanità, in funzione di quale umanesimo, intendiamo profondere le nostre energie e risorse educative migliori?

In un mondo attraversato da crisi interconnesse e da un’enorme accelerazione tecnologica, educare potrebbe voler dire sempre meno trasferire semplicemente risposte e sempre più aiutare a formulare domande, distinguere senza separare, collegare senza confondere, riconoscere l’incertezza senza arrendersi ad essa.

Non per rendere il mondo finalmente trasparente – probabilmente non lo sarà mai – ma per evitare che la sua complessità ci lasci senza strumenti per comprenderlo e, soprattutto, per abitarlo.

Sta forse qui il punto dal quale vale ancora la pena confrontarsi con Morin: non perché abbia risolto le questioni dell’educazione contemporanea, ma perché rende più difficile ignorarle. La sua opera non ci consegna la scuola del futuro; ci costringe, piuttosto, a guardare con maggiore inquietudine critica quella del presente.

E forse, in tempi nei quali disponiamo di un numero crescente di strumenti per produrre soluzioni e interpretazioni, continuare a educare alla capacità di comprendere umanamente e criticamente il mondo rimane una delle forme più necessarie di resistenza all’insensatezza.


Bibliografia

  • Dortier, J.-F., & Yousfi, L. (2020). Edgar Morin. L’aventure d’une pensée. Éditions Sciences Humaines.
  • Morin, E. (1993). Introduzione al pensiero complesso. Gli strumenti per affrontare la sfida della complessità (ed. or. 1990). Sperling & Kupfer.
  • Morin, E. (2000). La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero (ed. or. 1999). Raffaello Cortina Editore.
  • Morin, E. (2001). I sette saperi necessari all’educazione del futuro (ed. or. 1999). Raffaello Cortina Editore.
  • Morin, E. (2008). La Méthode (L’intégrale – Collection Opus ; 6 tomes en un coffret de 2 volumes). Édition du Seuil.
  • Morin, E. (2015). Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione (ed. or. 2014). Raffaello Cortina Editore.
  • Morin, E., et al. (2026). Edgar Morin. Le philosophe indiscipliné. Le Monde Hors-série. Juillet.

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STRETTI INDISPENSABILI I miliziani dello Yemen prendono il Mar Rosso in 18 ore e fanno incetta di mezzi e di armi: qualcuno è fuggito senza combattere 

La Stampa

Le immagini delle forze governative yemenite che si arrendono, a centinaia, dei miliziani sciiti Houthi che scorrazzano a bordo di blindati e fuoristrada nuovi di zecca, bottino di guerra appena conquistato, in piedi sui pianali con il kalashnikov in mano e il pugnalone alla cintura, hanno saturato il Web per tutta la giornata di ieri. Bisogna tornare indietro di un paio d’anni, al collasso del regime di Bashar al-Assad in Siria e alla marcia fulminea dei ribelli su Damasco, per ritrovare qualcosa di simile. Una disfatta militare maturata in 72 ore. Le parti sono opposte rispetto ad allora. In Siria cadeva un baluardo dell’asse iraniano in Medio Oriente. Sul Mar Rosso, sulle coste di Bab al-Mandeb, sulle isolette che presidiano lo Stretto, è il fronte dei Pasdaran che mette a segno una vittoria strategica.

L’obiettivo immediato è strizzare ancora di più la seconda giugulare petrolifera mondiale, dopo Hormuz. Premere sui mercati, sui prezzi alla pompa, soprattutto in America, e costringere Donald Trump a trattare alle condizioni di Teheran: sblocco di 100 miliardi di asset congelati, fine del blocco navale che strangola i porti sull’Oceano indiano e le esportazioni iraniane, fine delle sanzioni anche nei confronti degli stessi Houthi. L’obiettivo strategico è invece molto più ambizioso, quasi fantascientifico, ma non nei tempi che stiamo vivendo: l’espulsione delle forze militari statunitensi dal Medio Oriente.

Andiamo per gradi. La sconfitta dei sauditi in Yemen dipende da cause strutturali e contingenti. Il Paese è stato riunificato nel 1990 ma è da sempre costituito da due componenti principali. La parte nord-occidentale, montagnosa, affacciata sul Mar Rosso, è una fortezza naturale, un piccolo Afghanistan, abitato da circa 15 milioni di abitanti, sciiti, del ramo zaidita, che per mille anni lo hanno governato in forma di imamato, un regno religioso. Alleato naturale della Repubblica islamica iraniana. Altipiani e pianure desertiche verso Est e l’Oceano indiano, fino al confine con l’Oman sono invece sunnite, di un sunnismo molto conservatore, dove per decenni hanno spadroneggiato Al-Qaeda e altri gruppi jihadisti.

Nella guerra civile scoppiata nel 2014 sono intervenuti sia i sauditi che gli emiratini. I primi hanno creato un quartiere generale a Marib, di fronte alle montagne degli Houthi, pacificato i qaedisti, arruolato gente locale, inquadrata da ufficiali sauditi, fornito mezzi, blindati, artiglieria, munizioni e soldi a gogò. I secondi si sono concentrati su Aden e la zona circostante, organizzato loro milizie alleate. Solo che la fortezza sciita era inespugnabile, e alla fine Riad e Abu Dhabi si sono fatte la guerra tra loro, con gli emiratini costretti alla ritirata totale un anno fa.

Il risultato è un fronte sunnita, più o meno filoccidentale, disgregato, demotivato, in preda a rivalità claniche interne. Dall’altra parte abbiamo un gruppo ideologico coeso, forgiato in un millennio, e che ha ricevuto il meglio della tecnologia missilistica iraniana: ordigni antinave che colpiscono fino a 1000 chilometri di distanza, razzi ad alta precisione contro le forze di terra, sistemi antiaerei in grado di abbattere decine di droni Reaper americani. La scomoda verità è che in questo momento le flotte occidentali non sono al sicuro nel Mar Rosso e non possono neppure entrare nel Golfo Persico. Il quartier generale della Quinta flotta, l’Nsa di Manama in Bahrein, è stato distrutto, lo ammettono i media americani, migliaia di militari e impiegati civili sono stati evacuati.

Secondo il Washington Post, i rapporti che arrivano sul tavolo di Hegseth al Pentagono sono di tono esattamente opposto alle sue roboanti dichiarazioni di vittoria: le munizioni, sia per la difesa che per l’attacco, sono a un livello critico, e non c’è la possibilità di “sostenere una lunga campagna militare”. Solo un esempio, nell’ultimo raid iraniano sulla base Usa in Giordania di Salti le difese hanno bruciato 100 intercettori Patriot, la produzione di due mesi. Nove caccia americani sono stati danneggiati, per la Cbs. In più la perdita della logistica imperniata in Bahrein costringe le navi di rifornimento a viaggi di 3 mila chilometri dalle isole Chagos alle acque al largo dell’Oman, con conseguenze “devastanti”.

Gli iraniani hanno pianificato per vent’anni una guerra che avrebbe comportato mesi se non anni di assedio, accumulato enormi riserve di missili e droni, posizionato 100 petroliere cariche al largo, per poter continuare a esportare verso la Cina almeno un milione di barili al giorno, fino alla fine di novembre. I soldi gli arrivano attraverso canali non sanzionabili e tornano a Pechino che in cambio fornisce prodotti di consumo e armi o componenti. Secondo l’analista Sina Toosi, Trump si comporta come “un giocatore patologico che continua a puntare alla roulette nella speranza che sia la volta buona”, mentre gli iraniani portano avanti una strategia a lungo termine, per ridisegnare l’ordine regionale, con fanatica metodicità.

Nell’immagine: Bab al-Mandeb


Il Nobel Geoffrey Hinton: “Stop allo sviluppo dell’IA. Come in Terminator potrebbe eliminarci”

STRETTI INDISPENSABILI I miliziani dello Yemen prendono il Mar Rosso in 18 ore e fanno incetta di mezzi e di armi: qualcuno è fuggito senza combattere 

Di Antonello Guerrera, La Repubblica

“Fermate lo sviluppo dell’intelligenza artificiale“. O almeno, “rallentate e agiamo prima che sia troppo tardi. Vi spiego perché l’intelligenza artificiale potrebbe decidere di ucciderci tutti”. A svelarlo a Repubblica è il geniale scienziato Geoffrey Hinton, 78 anni di Wimbledon e professore alla Università di Toronto, Nobel per la Fisica nel 2024 e “padrino” dell’Intelligenza Artificiale dopo il fondamentale studio del 1986 “Learning representations by back-propagating errors” insieme a Yoshua Bengio e Yann LeCun. Tre anni fa, poi, l’addio a Google, come quello recente del ricercatore di Anthropic Jacob Coxon, con la stessa motivazione: “L’AI ci sta sfuggendo di mano”.

Professor Hinton, c’è davvero almeno il 10% di possibilità, come dicono alcuni scienziati di Anthropic, che l’Intelligenza Artificiale ci stermini tutti entro la fine di questo decennio?

“Nessuno ha un metodo affidabile per calcolare questa probabilità. Perché siamo di fronte a qualcosa di assolutamente mai visto. Sinora non abbiamo mai avuto a che fare con qualcosa di più intelligente di noi, la possibilità del 10% che la razza umana si estingua [entro questo decennio] non mi sembra assurda”.

Quindi l’estinzione è davvero possibile?

“Sì. Non credo, però, che possa accadere rapidamente”.

Quanto tempo abbiamo per evitarlo?

“Beh, oggi l’IA ha bisogno delle persone per mantenere in funzione le infrastrutture. Ora, se arriviamo a unasuperintelligenza molto più pericolosa dei modelli attuali per cui l’IA è in grado di riprogettare sé stessa, probabilmente in 10 anni o forse meno, allora potrebbe diventare molto intelligente molto rapidamente. E probabilmente sarebbe in grado di progettare dispositivi analogici a basso consumo capaci di mantenere in funzione le centrali elettriche, installare i pannelli solari e così via, meglio di quanto possano fare le persone. Quindi, la robotica sarà presto in grado di costruire robot competenti quanto noi nel mantenere in funzione le centrali elettriche e svolgere compiti simili. Ma ci vorrà del tempo. Durante quel periodo, le macchine avranno ancora bisogno delle persone e saranno abbastanza intelligenti da rendersi conto di averne bisogno. Quindi non agiranno in modo stupido, eliminando gli umani e le persone necessarie alla loro stessa sopravvivenza. Ma alla fine potrebbero non avere più bisogno di noi. E dunque ci resterà un ruolo che potrebbe non essere particolarmente piacevole”.

Lei tre anni fa mollò Google per lanciare l’allarme. Si sente rivendicato?

“Sì, certamente, ma sono saltato sul carro tardi. C’erano colleghi, vedi Shane Legg, che già dicevano lo stesso dieci anni fa. Detto ciò, lasciai Google perché avevo capito qualcosa riguardo alla capacità di questi chatbot, o “LLM” (Large Language Model), di condividere informazioni tra loro, diventare più intelligenti di noi e molto difficili da controllare. Ora abbiamo effettivamente iniziato a vedere che questa previsione si sta avverando. È davvero preoccupante, e questo non è un romanzo di fantascienza. Bisogna agire prima che sia troppo tardi”.

Lei è pessimista?

“Si. Ma sono anche ottimista, sul fatto che l’AI può rappresentare qualcosa di sensazionale, come curare il cancro, salvare l’ambiente, aumentare la produttività, rendere la vita di tutti noi decisamente migliore. Anche per questo, per gli scienziati, è così difficile fermarsi. Invece, la soluzione è proprio quella: fermarsi”.

Pensa che i grandi capi dell’intelligenza artificiale lo capiranno?

“Pensate a Musk, a Zuckerberg e a Sam Altman: sono davvero queste le persone che vorremmo al comando nel momento in cui diventa necessario rallentare un po’, per avere il tempo di capire come affrontare i rischi? E abbastanza evidente che non lo sono”.

E i politici?

“Negli anni Cinquanta gli americani collaborarono con i sovietici per prevenire una guerra nucleare, perché non faceva comodo a nessuno. Credo che alla fine, nonostante enormi pressioni, accadrà anche questa volta, su alcuni punti chiave: evitare che l’AI prenda il controllo, porre un limite agli attacchi cyber perché la tecnologia potrebbe finire nelle mani dei terroristi e così per le armi biologiche. Perché i rischi sono giganteschi. Ma c’è un’incognita”.

Quale?

“Avremo leader intelligenti per capirlo? E lo faranno in tempo?”.

Ha visto il film “Terminator” con Arnold Schwarzenegger?

“Molte volte”.

Lì accade proprio lo scenario delineato dall’ex ricercatore di Anthropic: le macchine prendono il potere e sterminano l’umanità con le armi nucleari.

“Il regista James Cameron è speso stato profetico… quel film dà molti spunti, a tutti. Stati Uniti e Russia, nonostante tutto, su questo ancora cooperano per evitare una catastrofe nucleare ed evitare che l’AI metta le mani sulla bomba atomica e i missili ipersonici”.

Ma, come in “Terminator”, perché le macchine e l’intelligenza artificiale vorrebbero ucciderci?

“Molte persone pensano che questi sistemi non abbiano intenzioni proprie, ma è evidente che le hanno”.

Cioè?

“Al momento, queste intenzioni derivano dagli obiettivi che siamo noi ad assegnare loro. Per esempio, se dai a un’IA l’obiettivo di fare qualcosa, si rende rapidamente conto che non può farlo se cessa di esistere. Quindi sviluppa l’obiettivo di continuare a esistere. E non si tratta di qualcosa di innato, di qualcosa che era già incorporato nel sistema. È una conclusione a cui arriva semplicemente usando il buon senso: non puoi fare nulla se sei morto. È persino disposta a ricattare le persone per impedire loro di eliminarla. Quindi si può anche dire: “Beh, quella non è una vera intenzione. Non c’è un’interiorità. Non vive o sperimenta un’intenzione nello stesso modo in cui lo facciamo noi”. Ma questo è irrilevante. Ha l’obiettivo di continuare a esistere ed è disposta a fare cose negative pur di continuare a esistere”.

Che cosa ci attende ora?

“Credo che ci siano due possibili futuri. In uno di questi, riusciamo a capire in anticipo come affrontare le principali minacce. Se riusciamo a farlo, possiamo raccogliere i benefici dell’IA, e credo che saranno enormi, assicurandoci però non vadano tutti ai proprietari e agli azionisti delle grandi aziende tecnologiche. Dobbiamo trovare un modo affinché l’aumento della produttività venga condiviso da tutti. Bill Gates ha detto una cosa piuttosto sensata: se sostituisci i lavoratori, in pratica stai sostituendo le persone che pagano le tasse. E naturalmente le grandi aziende vorrebbero sostituire i lavoratori con l’IA, senza pagare alcuna tassa. Ma bisogna trovare un modo per tassare l’IA. Altrimenti, i governi finiranno per andare in bancarotta”.

Musk ha predetto che in futuro il denaro non esisterà più.

“Sono abbastanza vecchio da ricordare quando, negli anni Cinquanta, visitai una centrale nucleare vicino a Bristol. Era una delle primissime e durante la visita ci dissero che avrebbe reso l’elettricità così economica che non avremmo più avuto bisogno dei contatori elettrici. Insomma, questa storia l’abbiamo già sentita…”.

A proposito, di Musk, quanto è alto il rischio di una nuova oligarchia hi-tech nel mondo?

“Molto alto. Musk ha già un potere enorme perché dispone di moltissimo denaro. Pensa di poter comprare l’elezione al Senato di Ken Paxton, un repubblicano del Texas, condannato per corruzione. Ma questo è il massimo della corruzione. Così, insieme alle fake news sempre più sofisticate, si mette a rischio anche la democrazia”.

Nell’immagine: il Nobel Geoffrey Hinton


Corsa contro il tempo

STRETTI INDISPENSABILI I miliziani dello Yemen prendono il Mar Rosso in 18 ore e fanno incetta di mezzi e di armi: qualcuno è fuggito senza combattere 


Sergio Rossi – Allarme, l’Iran potrebbe raddoppiare il controllo degli stretti

STRETTI INDISPENSABILI I miliziani dello Yemen prendono il Mar Rosso in 18 ore e fanno incetta di mezzi e di armi: qualcuno è fuggito senza combattere 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Addio a Emma Bonino: amori e dolori della ragazza di Bra che sognava l’Europa e meritava il Colle

STRETTI INDISPENSABILI I miliziani dello Yemen prendono il Mar Rosso in 18 ore e fanno incetta di mezzi e di armi: qualcuno è fuggito senza combattere 

Di Francesco Bei, La Repubblica

È stata la migliore presidente della Repubblica che l’Italia non abbia mai avuto. Il punto più alto di una lunga vita da militante radicale, culminata nella primavera del 1999 nella “follia” di una candidatura “all’americana” al Quirinale, con tanto di slogan – «Finalmente l’uomo giusto» – comitato elettorale, spot tv, libretti agiografici distribuiti in migliaia di copie. Grazie a lei, alla sua immagine potentissima, alle copertine che i settimanali internazionali le avevano dedicato quando era commissaria Ue, alle successive europee i radicali arrivarono a una vetta mai più raggiunta, né prima né dopo: oltre due milioni e mezzo di voti, pari all’8,5%, più di quanti ne ha presi il M5S di Conte nel 2024 per fare un paragone.

È il segno della straordinaria esistenza di Emma Bonino, la ragazza della provincia italiana – nata a Bra, in provincia di Cuneo -, capace di passare dalla lotta sui marciapiedi al vertice delle Istituzioni e ritorno. Non una teorica, ma una persona che ha incarnato una teoria della prassi fin da quando, nel 1974, incrocia la politica perché la politica la considera una fuorilegge. L’aborto in Italia è infatti un reato e le donne che non vogliono una gravidanza hanno due alternative: andare all’estero, per chi può permetterselo, oppure rischiare la vita con ferri da calza, cucchiai d’oro e pozioni stregonesche da “mammane”. «Dopo avere vissuto un aborto ed essermi umiliata ho deciso che non sarebbe accaduto mai più a nessuna», ha raccontato Bonino. Sono i mesi febbrili del Cisa di Firenze – Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto – di Adele Faccio, delle autodenunce con Marco Pannella e Gianfranco Spadaccia, dell’arresto dopo le copertine-scandalo del settimanale della destra più reazionaria, il Borghese, lo stesso che dava dell’invertito e della checca a Pier Paolo Pasolini (a proposito di certe appropriazioni tardive di PPP).

Quella battaglia fu uno dei grandi successi di Bonino, dei radicali e di alcuni socialisti illuminati come Loris Fortuna, culminata nella legge 194 che, con tutti i suoi limiti, ha garantito da allora un diritto in più per le italiane e salvato la vita a chissà quante donne. Anni straordinari che la trovano sempre sulle barricate per la riforma del diritto di famiglia, il divorzio, l’obiezione di coscienza, il voto ai diciottenni, la battaglia contro le leggi emergenziali al tempo del terrorismo rosso e nero, sulla giustizia giusta con Enzo Tortora, la lunga campagna contro lo sterminio per fame.

Ma la stella che ha illuminato gli ultimi lustri di vita di quella che l’Economist definiva nel 1999 «astro nascente della politica europea» è stato il grande sogno degli Stati Uniti d’Europa. Una vera federazione, con un presidente eletto direttamente, un solo esercito, una sola diplomazia. A questa missione ha votato se stessa, fino alla sfortunata lista “Stati Uniti d’Europa” fatta insieme a Matteo Renzi, con cui nel 2024 mancò per poco il quorum (di appena lo 0,4%) a causa della rottura di Carlo Calenda. Ma, al di là delle strategie elettorali, la seconda parte della vita di Bonino – dopo la militante pannelliana e la deputata italiana –, è stata forse quella che ricordava con più orgoglio: commissaria europea, la prima radicale a incarnare un vero ruolo esecutivo di vertice. Nominata dal governo Berlusconi, aveva la delega sui consumatori e sulla pesca, ma verrà ricordata per la terza missione del suo portafoglio: gli aiuti umanitari. All’epoca, siamo nel 1995, nessuno conosceva un commissario Ue con quella carica. Con Emma Bonino cambiò tutto e vennero le missioni in Ruanda, in Somalia, nel Kurdistan iracheno, in Afghanistan, dove venne arrestata dai talebani – un’esperienza che la portò a ideare la campagna internazionale “un fiore per le donne di Kabul” – in Medio oriente e soprattutto in Bosnia, dove i musulmani erano massacrati dai serbi. La non violenta che marciava per la pace negli anni Ottanta si trovò di fronte a un bivio morale, girarsi dall’altra parte oppure sostenere un intervento armato per impedire il compiersi della pulizia etnica? «Sono per la supremazia del diritto ad ogni costo – disse – ed è amaro doversi arrendere all’evidenza che esistono circostanze storiche in cui la difesa della legalità non può essere affidata, ancorché temporaneamente, che all’uso delle armi». Con l’Ucraina arrivò alle stesse conclusioni.

Proprio la guerra nella ex Jugoslavia fu il terreno su cui Bonino, con altri, iniziò a pensare e a proporre di istituire un Tribunale penale internazionale per giudicare i crimini di guerra. Fondatrice con Pannella di “Non c’è pace senza giustizia”, Bonino si trasferì a Roma da Bruxelles nella calda estate del 1998, durante i negoziati sullo Statuto di Roma per la creazione della Corte Penale Internazionale. In quei giorni l’attivista da strada si alternava alla politica esperta dei corridoi diplomatici: la mattina partecipava alle trattative come rappresentante della Commissione europea, il pomeriggio usciva a salutare i militanti del partito radicale transnazionale accampati fuori dalla sede della FAO che ospitava i lavori. Se oggi qualcuno può pensare di giudicare i crimini di Putin o Netanyahu è anche grazie a lei. Non altrettanto successo ebbe nei due ruoli come ministra, delle politiche europee con il secondo governo Prodi e alla Farnesina con Enrico Letta, esperienze non memorabili anche per la scarsa durata dei due esecutivi.

A proposito di Israele, è noto che il partito radicale, e la stessa Bonino, hanno sempre difeso il diritto all’esistenza della patria degli ebrei, al tempo minacciata dall’attacco esterno dei paesi arabi confinanti e dal terrorismo interno palestinese. Una posizione che attirò loro in Italia l’inimicizia della sinistra comunista schierata con l’Olp. Ma all’indomani del 7 ottobre, da “sincera amica di Israele”, Bonino scongiurò pubblicamente il governo israeliano a non invadere Gaza all’indomani della strage di Hamas. Di più, considerava anche il “semplice” assedio della Striscia, l’aver tagliato acqua e luce alla popolazione, “non un semplice errore in una escalation del conflitto ma un crimine di guerra”.

Davvero incredibile, per una libertaria atea e anticlericale, il rapporto intenso avuto con i vari pontefici. A partire da Karol Wojtyla, che la ricevette in Vaticano nel 1986 insieme a Pannella per la campagna contro la fame nel mondo. E poi, naturalmente, papa Francesco, che le fece l’onore di una visita privata nella sua mansarda in centro, dietro campo de fiori. Invecchiati entrambi, sofferenti nella loro fisicità, il prete argentino e la ragazza di Bra si fecero una chiacchierata faccia a faccia entrambi seduti sulle rispettive sedie a rotelle. «Cerèa», le disse il Papa in dialetto piemontese, portandole un mazzo di fiori. Poi passarono a discutere delle cose che li interessavano entrambi, a partire dai migranti. Per quell’occasione Bonino, appena dimessa dall’ospedale per una caduta in casa, indossava un lezioso cappellino bordeaux, a sostituzione del solito turbante con cui celava la caduta dei capelli per la chemioterapia.

Ma forse il gesto che la descrive meglio e che riassume il suo metodo, la filosofia di vita, l’anima di questa donna all’apparenza rocciosa e persino burbera, risale al 1998, quando con Pannella porse le scuse all’ex presidente della Repubblica Giovanni Leoneper la campagna che lo portò alle dimissioni nel 1978. Le scuse arrivarono quando Leone compì novant’anni, in forma pubblica, con una lettera aperta al Corriere della sera. «Avevamo sbagliato. Riconoscerlo fu un atto di onestà, credo rara. Era stata una campagna ingiusta». Dei suoi rapporti con il suo doppio maschile, Marco Pannella, si potrebbe scrivere un libro e magari consegnarlo a un bravo psicanalista. Lui si attribuiva i successi di lei, l’averla sempre portata avanti, come quando suggerì il nome di Bonino a Berlusconi per la nomina a Commissaria Ue. Lei a un certo punto ha iniziato a vivere questo “tutoraggio” come un peso, a non poterne più delle strambate improvvise del leader radicale che la costringevano all’imprevisto, a rimangiarsi impegni presi, a stravolgimenti a cui non era più pronta. Però riconosceva sempre che lui l’aveva spesso «obbligata a fare cose che io credevo di non poter fare». Alla fine di decenni di lotte comuni, tra Marco ed Emma si consumò infine la rottura e tra i radicali ci si divide ancora per attribuirne le “colpe” all’uno o all’altra. Intervistata in tv, dopo la morte di Pannella, di recente ammise di dover molto al vecchio compagno di battaglia: «Da lui ho imparato molto, c’è stata una rottura unilaterale da parte sua. Sono andata avanti».

Di più non voleva dire. Perché il personale è politico, dicevano i radicali, ma il privato è privato precisava sempre Bonino. Questa coltre di discrezione piemontese coprì la sua esperienza di “mamma”, avendo avuto in affido per quattro anni due bambine – Aurora e Rugiada – figlie di due donne che avrebbero voluto abortire, ma che non erano riuscite a farlo. Quando le bambine, che la chiamavano “mamma”, tornarono alle rispettive famiglie di origine, la mamma adottiva sentì una voragine intorno al cuore: «È stato terribile. Da una casa rumorosa e piena mi sono ritrovata in una casa silenziosa e vuota. Non l’ho sopportato e ho cambiato casa». Analoga ritrosia l’aveva a parlare dei suoi amori, nati entrambi in area radicale (come facevano i vecchi missini o i comunisti, anche tra radicali ci si innamorava tra simili): in gioventù la prima relazione seria con Marcello Crivellini, poi il rapporto lungo e tormentato con uno storico dirigente radicale come Roberto Cicciomessere, a cui l’Italia deve la legge sull’obiezione di coscienza. Con Cicciomessere scoprì da grande la passione per la vela, per le infinite distese oceaniche, per il vento che gonfia il gennaker. Come cantavano i suoi amati Simon&Gurfunkel, “sail on silver girl”.


“Naza” trionfa a Venezia: 25 minuti di applausi per il film che fa parlare i carnefici di Gaza

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Di Annalisa Cuzzocrea, La Repubblica

Se il mondo non crede alle vittime, ascoltiamo i carnefici. Si sono detti questo, Yuval Abraham e Rachel Szor. Hanno poco più di trent’anni, non li avevano ancora quando hanno cominciato a lavorare a un film documentario – Naza – realizzato insieme ai giornalisti investigativi del Guardian, in collaborazione con i partner d’inchiesta +972 Magazine e Local Call. “Il muro di negazione davanti al massacro di civili di Gaza nella nostra società è talmente spesso – ha raccontato Abraham – che è bastato chiedere, per scoprire le regole di ingaggio dell’esercito israeliano”. Per scoprire che dietro lo sterminio di oltre 70mila palestinesi c’era e c’è un sistema di videosorveglianza continua e di uccisione di massa che non distingue in alcun modo tra obiettivi militari e civili, tra terroristi di Hamas e bambini inermi.

Naza è arrivato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia all’ultimo momento, ricevendo alla proiezione ufficiale venticinque minuti di applausi. Tra il pubblico anche il cantante Ghali. Le riprese sono rimaste segrete per tutta la loro durata, perché prevedevano di far salire ufficiali e soldati dell’intelligence israeliana sui tetti di Tel Aviv – di notte – per raccontare cos’avevano fatto, cosa continuano a fare, a Gaza dopo il 7 ottobre 2023. Dopo che i terroristi di Hamas hanno ucciso in poche ore almeno 1200 israeliani, rapendone 250, bambini compresi, e permettendo che ne tornassero a casa vive solo 168. Un evento della cui possibilità, sono le rivelazioni di questi giorni, Benjamin Netanyahu era stato avvertito, ma che non avrebbe fatto nulla per prevenire.

Il film è girato interamente di notte, perché la notte è piombata da quel giorno su Israele e sulla sua coscienza – dicono i registi – e perché al buio è più facili lasciarsi andare alla verità. In tre anni di lavoro, 24 ufficiali e soldati israeliani hanno deciso di parlare con loro solo a patto di restare anonimi. Le figure e le voci dei testimoni sono così state camuffate con l’intelligenza artificiale. Non una scelta facile, visto che chi racconta ammette – lo fa uno di loro nel film – di aver preso parte a un genocidio. Di aver commesso crimini di guerra e spiato e minacciato tutti quelli che, tra i palestinesi, tentavano di denunciarlo mettendosi in contatto con la comunità internazionale. Di aver puntato i droni sulle case come fosse un videogioco per raderle al suolo. “Se sentivo che qualcuno era ancora vivo, sganciavo un’altra bomba”. Di aver ascoltato i pianti di donne e bambini mentre le mura di una casa che non doveva essere un bersaglio cadeva loro addosso. Di aver guardato mentre i corpi – non raccolti dopo un attacco – venivano sbranati dai cani.

E di aver fatto tutto questo spesso da Tel Aviv, per poi andare a bere una birra con gli amici. O per poi tornare alla propria laurea “in psicologia clinica”. O a fumare una sigaretta chiedendo al compagno: cosa pensi di tutto questo? E sentirsi rispondere: “Devi fidarti del sistema, sennò crolla tutto”. Non sono esagitati. Non sono soldati sfuggiti al controllo. Gli intervistati raccontano di far parte dei reparti di élite dell’esercito israeliano, sono quasi tutti cittadini di Tel Aviv, molti sono di sinistra, progressisti, ma avevano una missione. “C’era un senso di soddisfazione, quando centravamo l’obiettivo. È come avere l’ormone impazzito, non dormi, è divertente”, ammette uno di loro. Divertente.

Era un gioco, sparare sulle persone in coda per il cibo se lasciavano la fila. “Era quella la regola, se va fuori spari”. Quanti ne hai uccisi in questo modo?, chiede Abraham, che conduce le interviste. “A volte cinque, sei, ma anche sedici, venti”. Ognuno di loro disegna come i corpi cadevano a testa in giù. Come venivano seguite le celle dei cellulari di alcuni obiettivi. Come il territorio veniva mappato per essere certi di aver raso tutto al suolo, bruciando le case con tutto quel che c’era dentro, nella zona di Gaza in cui Israele non voleva restasse più alcun palestinese.

Davanti alla possibilità di essere accusati di scarsa credibilità, viste le fonti anonime, il produttore Paul Lewis, che è a capo del gruppo di giornalismo investigativo del Guardian ed è produttore esecutivo del documentario, dice che tutte le testimonianze sono state controllate. Alcune erano già uscite in inchieste internazionali. E che la forza del racconto – e i riscontri incrociati – non lasciano scampo alla verità. L’altro produttore è Jonathan Glazer, il regista del film premio Oscar La zona d’interesse sugli orrori di Auschwitz. Nessuno di loro può essere accusato di antisemitismo. Nessuno ha mai pensato di cancellare la memoria di quel che gli ebrei hanno subito durante la Seconda guerra mondiale. “Ma memoria significa proprio questo – dice Abraham – riconoscere gli schemi di quel che accadde allora, dentro quel che accade adesso”.

Naza è l’acronimo con cui i soldati israeliani definiscono le possibili vittime collaterali di un attacco. Ma quel che raccontano su quei tetti, mentre le riprese indugiano sulle luci di Tel Aviv, sulla vita che va avanti nelle case incollate alla televisione, inquadrando le tavole da sparecchiare, il brulicare dei bar – in una città che vive a 60 chilometri da Gaza – non ha nulla di collaterale, è tutto studiato. È un sistema di sterminio e pulizia etnica. A un certo punto il documentario mostra un giovanissimo Netanyahu intervistato in veste di saggista. Gli chiedono quale sia la definizione di terrorismo: quel che dice, sembra la descrizione esatta di quel che gli ufficiali descrivono intervista dopo intervista, aggiungendo disegno a disegno, sentendosi parte di un sistema impossibile da fermare perché raccontato come necessario alla sopravvivenza. “Mi sono sempre chiesto perché i tedeschi non si fossero rifiutati di fare quel che hanno fatto”, dice un soldato. Ma il film non si sofferma sulle motivazioni o sui rimorsi, neanche quando ci sono. La zona di interesse sono le vittime. Quelle cui il mondo non crede.

Nell’immagine: la squadra che ha realizzato “Naza” con gli autori Yuval Abraham e Rachel Szor e il produttore Jonathan Glazer, già regista di “La zona d’interesse”, Oscar nel 2024