Ranucci e Report, un editto in chiave berlusconiana

La Rai ha allontanato il popolare giornalista dalla trasmissione. Un duro colpo alla libertà d’informazione, di fronte al quale, tuttavia, il conduttore deve chiarire alcune sue ambiguità 

Dal nostro corrispondente dall’Italia

Alla fine, ce l’hanno fatta: Sigfrido Ranucci non sarà più il conduttore di Report, il fiore all’occhiello dell’informazione Rai. La nomenklatura dell’ente radiotelevisivo di Stato (per il quale gli italiani, anche coloro che non sono in possesso di un televisore, sono obbligati a pagare il canone attraverso la bolletta dell’elettricità) ha emesso un provvedimento che non ha nulla da invidiare all’editto bulgaro di berlusconiana memoria. Il premier allora in carica prese di mira Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi, accusandoli di un «uso criminoso della tv pubblica» e inducendoli ad andarsene dalla Rai.

Stavolta sono di scena i nuovi padroni del vapore: hanno vinto la battaglia contro la libera informazione Giorgia Meloni, Ignazio Benito La Russa, Matteo Salvini, Maurizio Gasparri, Giovanni Donzelli, Federico Mollicone…

Insieme a loro ha vinto la macchina del fango organizzata coralmente (per conto del governo) dai quotidiani La Verità, Il Giornale, Libero, Il Tempo. Ma, sotto sotto, se la ridono anche molti giornalisti da salotto televisivo e commentatori servili, i quali, in modo subdolo, hanno diffuso sospetti, allusioni, veleni, alimentando una telenovela di pessima qualità. Per loro vale il celebre detto di Ennio Flaiano: «Se i culi dei potenti italiani fossero di carta vetrata, i giornalisti in grande maggioranza sarebbero senza lingua».

Torna in mente un’immagine tratta dal grande cinema, per certi versi metafora di questo interminabile tormentone estivo: quella di un pianista che continua a suonare mentre intorno a lui si scatena l’inferno, tutti gli danno contro. Il film è Tirate sul pianista (Tirez sur le pianiste), che François Truffaut realizzò nel 1960, protagonista Charles Aznavour. È una pellicola strana, malinconica: mescola noir, commedia, tragedia, melodramma, gli stessi “ingredienti” alla base della vicenda Report dopo l’attentato dinamitardo davanti alla casa di Ranucci del 16 ottobre 2025.

Perché, nel caso della trasmissione, si assiste a un curioso rovesciamento: anziché discutere delle inchieste, delle fonti, della loro attendibilità, si finisce per mettere sotto accusa chi le ha coordinate. Il pianista, cioè Ranucci, diventa più importante della musica che sta suonando: non si discute ciò che racconta, si cerca di screditare la sua persona per eliminare il racconto. 

Il vero obiettivo era infatti evidente: distruggere una trasmissione che dava fastidio al potere politico ed economico, nata da un’idea di giornalismo d’inchiesta che dovrebbe essere ovvia in una democrazia, cioè denunciare malaffari, corruzione, intrecci, sprechi, privilegi senza chiedere il permesso al potente di turno. Era così ai tempi di Milena Gabanelli, è stato così con Sigfrido Ranucci per nove anni. Questa si chiama libertà d’informazione, ed è alla base dello straordinario successo del programma di Rai 3. Anche se lo stile di Gabanelli era austero, asciutto, quasi impassibile: lasciava che fossero soprattutto i fatti a parlare. Ranucci ha invece impresso a Report una cifra più personale, più esposta, talvolta teatrale. Entrambi hanno comunque saputo formare e guidare in modo eccellente una squadra di giornalisti di primo piano, che dovrebbero essere orgoglio del servizio pubblico.

La Rai, alla fine, ha deciso, senza dare una spiegazione chiara e imbarcandosi in un prevedibile disastroso flop. Il programma sarà affidato al duo Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, entrambi già impegnati nel giornalismo d’inchiesta ma privi di una minima esperienza di conduzione. Una scelta che l’azienda presenta, in un imbarazzato comunicato, come un investimento su nuove professionalità e come l’avvio di una nuova fase di produzione. Ma la redazione non ci sta. Gli inviati di punta contestano la scelta e minacciano di lasciare la redazione se la nuova gestione dovesse tradursi in una sorta di commissariamento.

A Ranucci sono state offerte tre possibilità: trasferirsi al Tg3, passare a Rainews oppure assumere un incarico di corrispondente all’estero. Proposte che il diretto interessato non intende accettare, annunciando dura battaglia.

Ed è proprio qui che affiora una contraddizione difficile da spiegare. Se Ranucci non è più ritenuto adatto a guidare Report per ragioni di credibilità od opportunità aziendale, perché dovrebbe essere credibile in altri ruoli? Se invece è un giornalista professionalmente affidabile, perché non dovrebbe continuare ad esserlo per il programma che ha contribuito a costruire?

Ranucci è un ottimo professionista, senz’altro uno dei più bravi in circolazione. Ha fiuto, tenacia, mestiere. Negli anni, tuttavia, ha costruito anche un personaggio: quello del giornalista perseguitato, dell’eroe senza macchia. 

Peccato che, sotto la pressione di un sostegno popolare senza precedenti, quasi di santificazione, manifestato in rete e in presenza durante le decine d’incontri in tutta Italia per la presentazione del suo libro, egli abbia ceduto a un ego smisurato, autocelebrandosi come vittima sacrificale di un sistema che ha combattuto per tutta la vita. 

In realtà siamo tutti vittime, telespettatori e cittadini, perché anche noi abbiamo ceduto, rendendoci partecipi di una sarabanda insopportabile, da tifoseria da stadio, che ha oscurato per settimane le grandi tragedie di un mondo in fiamme. Abbiamo reso in tal modo quasi un favore a un governo che odia la libera informazione e che approfitta dell’occasione per non parlare dei propri fallimenti.

Questo compiacersi del proprio ruolo certamente non ha giovato a Ranucci e, soprattutto, non lo rende immune dalle domande. A cominciare da quella, pesante come un macigno, sul rapporto di “amicizia fraterna” con il pluripregiudicato faccendiere Valter Lavitola, agli arresti dopo aver confessato di essere il mandante dell’attentato a Ranucci. Una vicenda inquietante, per ora incomprensibile in quanto nascosta nella mente patologicamente contorta di Lavitola, sulla quale la giustizia cerca di far luce.

«Nessuno è puro», ha ammesso il giornalista, e proprio per questo egli dovrebbe avere il coraggio di spiegare le ambiguità e le contraddizioni che lo riguardano, anziché trasformare ogni critica in un nuovo capitolo della propria persecuzione. 

Se lo facesse, davanti ai giudici e davanti al suo pubblico, potrebbe chiarire un nodo centrale di questa storia, sul quale è intervenuto a In Onda, su La7, il costituzionalista Roberto Zaccaria. L’ex presidente Rai si è chiesto: e se Lavitola fosse stato pagato da qualcuno per raggirare Ranucci con l’obiettivo di affossare Report? Il faccendiere potrebbe essere non il punto d’arrivo dell’inchiesta, ma soltanto un anello di una catena tutta da ricostruire. Il tormentone continua.

Nell’immagine: Sigfrido Ranucci


Midterm, Trump spinge sulla strategia del caos

La Rai ha allontanato il popolare giornalista dalla trasmissione. Un duro colpo alla libertà d’informazione, di fronte al quale, tuttavia, il conduttore deve chiarire alcune sue ambiguità 

Di Luca Celada, il manifesto

Con il conto alla rovescia ormai avviato per finalizzare i preparativi, il contenzioso legale attorno al voto per posta negli Stati Uniti continua a produrre un groviglio di indicazioni contraddittorie. L’ultima in ordine di tempo è stata l’ingiunzione di una giudice federale di Boston.

La honorable Indira Talwaniha bloccato ieri l’ordine esecutivo che Trump sta cercando di imporre a poche settimane dalle parlamentari del 3 novembre. La “riforma” consiste in un decreto con cui a marzo il presidente ha vietato agli stati di usare schede per posta se non avessero prima consegnato a Washington le proprie liste elettorali.

Nel 2024 oltre 48 milioni di americani (il 31% del totale) hanno usato le poste per spedire la propria scheda. In alcuni stati come Washington si svolgono interamente per posta, altrove come in California vi fanno ricorso l’80% degli elettori. Vi sono inoltre cittadini all’estero e militari. Per posta vota anche lo stesso Donald Trump la cui scheda viene imbucata dalla Florida.

NEL LABIRINTICO e complesso sistema americano, inoltre, l’organizzazione modalità delle elezioni competono a ciascuno dei 50 singoli stati, regola su cui la costituzione è ineccepibile. Questo non ha impedito a Trump di tentare in ogni modo di influire sul loro svolgimento, prima ordinando agli “stati amici” (come Texas e Florida) di riconfigurare la mappa dei propri collegi elettorali per favorire vittorie repubblicane. La rodata strategia del “voter suppression” prende storicamente di mira le minoranze propense a votare democratico come gli afroamericani e molti stati del sud, come la Louisiana e il Tennessee, hanno riattivato strategie in uso durante gli anni della segregazione.

SECONDO OBIETTIVO del presidentissimo è stata il voto per corrispondenza a cui statisticamente ricorrono più elettori democratici che repubblicani. Il pretesto per abrogarlo o limitarne l’uso è stato la solita teoria complottistica dei “vasti brogli” messa in campo nei prodromi del tentato golpe del 6 gennaio 2021, una tesi cui lo stesso Trump non sembra davvero credere. A marzo ha dichiarato a parlamentari del suo partito che la riforma fosse passata, la vittoria nei midterm «sarebbe stata garantita».

A QUESTO SCOPO ha chiesto agli stati di fornire alle autorità federali le liste degli iscritti al voto per un “vaglio”. Quando i tribunali hanno respinto l’ordine come palesemente contrario alla costituzione che non assegna all’esecutivo alcun ruolo di controllo, Trump si è rivolto direttamente alla direzione delle poste, ordinando all’agenzia federale di non consegnare le schede per posta ad elettori che non compaiano su una lista preparata (in base ad ignoti criteri) dal dipartimento per la sicurezza nazionale.

OGNI MANOVRA è stata accolta da numerosi ricorsi da parte di autorità elettorali di 24 stati democratici, cittadini ed associazioni civiche. Virtualmente bloccate ad ogni ripresa, le misure sono giunte al vaglio della Corte suprema che la scorsa settimana ha prodotto una (non) sentenza. Con fine acrobazia giuridica, il massimo tribunale ha scritto che i tempi «non erano ancora maturi» per una sentenza definitiva dato che il progetto (sulla cui costituzionalità ha evitato di pronunciarsi direttamente) «non aveva ancora prodotto danni».

La strategia già spesso impiegata dalla Corte alleata Maga consiste nel permettere all’esecutivo plenipotenziario di completare l’opera (esempio la demolizione di mezza Casa bianca, lo stanziamento di militari nelle città o altre palesi trasgressioni della legge) prima di intervenire, assicurando in pratica che il danno diventi irreparabile. Nel caso in cui alcuni stati si preparano spedire le schede già dalla prossima settimana, la decisione è non solo un invito a delinquere, ma un assist palese alla strategia del caos messa in campo dalla Casa bianca.

NEL MOTIVARE l’ultima ingiunzione, la giudice federale Indira Talwani ha notato che l’amministrazione non aveva fornito «alcuna prova relativa a frode comprovata dovuta a votazioni per corrispondenza». L’interesse del governo a «correggere un problema infondato attraverso mezzi probabilmente incostituzionali», ha aggiunto, «è sopravanzato dal rischio preponderante di una privazione generale del suffragio». Talwani ha affermato che gli stati «non hanno a questo punto né il tempo né i fondi» per soddisfare i requisiti necessari, tra cui «l’aggiornamento dei sistemi di gestione elettorale e la formazione del personale».

Il confronto, il rinvio di un verdetto definitivo da parte del Corte suprema, insinua l’idea che vi sia qualche cosa di vagamente sospetto nel processo, incrementando la possibilità di astensione e preparando il terreno per eventuali ricorsi contro risultati non graditi al presidente.

IL PROGETTO SEMBRA dunque ricalcare il copione seguito dall’estate 2020 al gennaio 2021 quando le ripetute infondate accuse di brogli, indussero migliaia di trumpisti a prendere d’assalto il Parlamento.

È ancora possibile che una sentenza possa definitivamente cassare la riforma ma la paradossale confusione così prossima agli scrutini potrebbe essere già bastata per propagare dubbi sufficienti per il possibile rinvio della certificazione di vittorie “contese”. Non si tratterebbe a questo punto di fantapolitica ma della replica di una collaudata strategia di destabilizzazione potenzialmente definitiva.

Nell’immagine: la marcia per i diritti del 28 agosto 1963 lungo Constitution Avenue, a Washington


I diritti camminano insieme. Quando ho chiesto del woke pensavano fosse una birra

La Rai ha allontanato il popolare giornalista dalla trasmissione. Un duro colpo alla libertà d’informazione, di fronte al quale, tuttavia, il conduttore deve chiarire alcune sue ambiguità 

Di Massimo Giannini, La Repubblica

«No, mi dispiace, quella birra non ce l’abbiamo…». Per Maurizio Maggiani è una pentola cinese, per me è stata una birra. Di passaggio in Svizzera per qualche giorno di vacanza, ho chiesto alla giovane cameriera italiana di un ristorante di Basilea cosa pensasse del woke. E lei mi ha risposto così. Il woke, per una persona qualunque che si suda lo stipendio (quando ce l’ha), è tutt’al più la marca di una lager molto di nicchia. Altro che la terribile e temibile tirannia del “politicamente corretto” che ha distrutto le nostre società, come ripetono da anni le destre meloniane e adesso vannacciane. Ora se n’è convinto anche Giuseppe Conte, che invita le sinistre a liberarsi una volta per tutte da una gabbia mentale e valoriale che ha fatto solo danni, trasformandosi in «religione morale autoreferenziale» e in «repressione della libertà di opinione».

Certo, come Mussolini per Giorgia, la cultura Woke per Giuseppi «ha fatto anche cose buone»: ci ha spinto ad allargare il concetto di giustizia, ad adottare un linguaggio più rispettoso, a contrastare «le varie forme di razzismo, di sessismo, di discriminazione». Però, ecco il grande interdetto: non può più essere «l’ossatura ideologica di una forza progressista». Augh. La maggioranza applaude, compiaciuta per l’ennesimo autodafé del Campo largo. L’opposizione si divide, invece di spiegare finalmente ai cittadini-elettori come vuole governare il Paese.

Non butto la croce addosso a Conte, che è astuto e fa il suo gioco: ha aperto la sua campagna elettorale per le primarie – rovinose e dunque inevitabili, per usare l’iperbole di Francesco Piccolo – e ha messo una polpetta avvelenata sul piatto di Elly Schlein, toccandola sul nervo suo malgrado più sensibile. È lesbica, e i nemici la accusano di pensare solo alla galassia Lgbtq+. Un falso storico: la segretaria del Pd ha i suoi limiti, ma da tre anni parla solo di liste d’attesa nella sanità, di salario minimo e di bollette, spesso in modo quasi compulsivo. Ma la realtà non importa più a nessuno. Conta solo “il percepito”, che rimbalza nei talk, sui social e sui giornali: con Elly, il Pd ha abbracciato i diritti civili e ha abbandonato i diritti sociali. Un altro falso storico: il Nazareno ha smesso di difendere sia i primi che i secondi molto prima di Schlein. Per questo ha fallito. Ma oggi di che Paese parliamo? Possibile che i sedicenti progressisti, indegni di Gramsci perché incapaci di qualunque egemonia culturale, consegnino così il loro scalpo agli incolti patrioti al comando?

Che a decretare la morte del Woke 1.0 siano i democrat americani è un’ottima notizia. Dopo le sacrosante rivolte degli esordi, Black Lives Matter e #MeToo hanno prodotto degenerazioni insopportabili. Ma l’America è lontana: dall’altra parte della luna, cantava il poeta Dalla. In Italia il woke non è mai esistito, se non nelle invettive strumentali del populismo di destra e nelle couche intellettuali del radicalismo di sinistra. Cito due esperienze personali. La prima: ho discusso più volte in tv con qualche Fratello d’Italia che attaccava le follie del politicamente corretto dei partiti di sinistra, ma quando ho chiesto qualche esempio ho ottenuto solo supercazzole. La seconda: da direttore della Stampa, ho pubblicato con orgoglio il primo editoriale di Michela Murgia con lo schwa, mi pareva un eccesso ma ci stava tutto nelle visioni di quella scomodissima queer pasolinana, che non a caso le nomenklature dei due poli non amavano e che io invece non finirò mai di rimpiangere.

E se dalle nostre parti il politically correct è solo un po’ di “civiltà del linguaggio”, capisco Maggiani che preferisce un insulto umano a un acronimo, ma a me sta benissimo. Anche qui, un’esperienza personale: tre mesi fa a DiMartedì ho usato una metafora sbagliata, cinque anni fa non se ne sarebbe accorto nessuno, stavolta ha suscitato reazioni tra i disabili: ne ho preso atto, ho chiesto pubblicamente scusa. È giusto così.

Ora, che l’autocritica la faccia Alexandria Ocasio-Cortez è legittimo, nella nazione dove in certe università un docente, solo perché nero omosessuale, otteneva la cattedra scavalcando un prof bianco etero con più titoli accademici. Ma cosa dobbiamo abiurare qui, nel Belpaese dove si invocano la “remigrazione” e l’abolizione del reato di femminicidio, la revisione della legge 194 e il “patriarcato mediterraneo”? La difesa a oltranza di tutte le minoranze, la rinuncia all’identità storica italiana per rispettare quella altrui («ci vogliono togliere il Natale!», per dirla alla Salvini), la cancel culture declinata non più come inclusione dei “diversi” ma come esclusione dei “normali”: niente di tutto questo è mai stato il cuore della proposta politica della classe dirigente progressista. Siamo agli ultimi posti nelle classifiche sui diritti civili: i migranti sono il demonio, i gay li picchiano per strada, le donne e i giovani sono penalizzati nel lavoro e nel salario, le coppie di fatto hanno zero tutele, la legge sull’aborto è disapplicata in molte regioni e quella sul fine vita non vedrà mai la luce.

Questa è la realtà italiana, dove il woke non ha mai toccato palla. A meno che – come scrive Luigi Manconi – non si vogliano ascrivere a suo merito le poche leggi che hanno riconosciuto (tardi e male) il testamento biologico, le unioni civili, il codice rosso contro la violenza di genere. Ma sono stati sussulti isolati. Nulla di paragonabile alle grandi conquiste degli anni ’70, dal divorzio al Servizio sanitario nazionale, dallo Statuto dei lavoratori al nuovo diritto di famiglia. Io la grande lezione di quell’epoca l’avevo capita così: i diritti si sommano, non si elidono e avanzano insieme. Avevo capito che fosse proprio questa la forza inesausta della nostra Costituzione, che insieme alla libertà individuale protegge la solidarietà sociale.

Avevo capito che quel magnifico articolo 3 fosse già il pilastro sul quale cementare insieme tutti i diritti, civili e sociali, dando a ognuno di noi pari dignità, senza distinzioni di razza lingua sesso religione, ma impegnando lo Stato a «rimuovere gli ostacoli» che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti alla Res Publica. Questo è il vero problema italiano: non i diritti woke che ci soffocano, ma i diritti fondamentali che ci sfuggono. Lo disse Calamandrei nel 1955: la Costituzione «è promessa e polemica contro il presente», perché quegli «ostacoli di ordine economico e sociale» non li abbiamo mai rimossi. Ecco l’ultima cosa che avevo capito: questa è la missione della sinistra. Non litigare se il bagno dei genderfluid a scuola deve venire prima dell’asilo nido per i neonati.

Torno così alla cameriera in Svizzera. Non eleggo certo quel posto a modello, dopo l’immane tragedia di Crans-Montana. Ma nelle città o nei rifugi a quattromila metri, ho trovato quasi solo giovani italiani. Felici di essersene andati, sicuri di non tornare più. Quella di Basilea, 30 anni, è andata via dieci anni fa dal suo borgo nell’entroterra della Sicilia. «Per disperazione, perché lì per noi non c’è niente, né scuola né lavoro, manca pure l’acqua corrente che arriva un giorno ogni quattro. Qui sto bene, la vita è cara ma lo stipendio è molto alto, mi pago l’affitto, le tasse sono basse, funziona tutto…». A Interlaken ne ho incontrato un altro, 28 anni, scappato dalla sua Sardegna cinque anni prima: «In Italia? Mai più, è la giungla, tutto in nero, senza garanzie, qui ti mettono subito in regola, hai un contratto stabile e un primo stipendio da quasi cinquemila euro, se lavori bene ti fanno crescere, riconoscono il merito, la mia ragazza lavora a Como, ogni mese le mando i soldi io se no non ce la fa a campare, per questo tra poco si trasferisce qui anche lei».

Sto parlando di camerieri, se parlassi di ingegneri sarebbe anche peggio. Il rapporto Onu-Oil appena uscito dice che negli ultimi dieci anni sono emigrati 367 mila giovani tra i 25 e i 34 anni, il 39,7% laureati. Se ne vanno «per instabilità occupazionale»: il 31,3% dei lavoratori italiani sotto i 29 anni ha un contratto a termine, il 61,4% un contratto a tempo parziale. Tornato in una Roma semi-deserta, vado a mangiare una pizza nel mio quartiere e trovo l’ultimo paradosso: quasi tutti camerieri stranieri. Romeni, ecuadoregni, un egiziano. Provo a parlargli, ma mi ferma subito: «Scusa, no possibile, mi cacciano…». Eccola, la vita vera nella sua “materialità”. Anche qui, tra i poveri cristi arrivati pieni di speranze nella Capitale, nessuna traccia di birra Woke.


Scintille e accuse di tradimento tra Netanyahu e Ben-Gvir

La Rai ha allontanato il popolare giornalista dalla trasmissione. Un duro colpo alla libertà d’informazione, di fronte al quale, tuttavia, il conduttore deve chiarire alcune sue ambiguità 

Di Fabiana Magrì, La Stampa

Sono le prime scintille di questa campagna elettorale tra Benjamin Netanyahu e il suo “peggior amico”, il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir. Lo scontro si consuma via social. Giovedì sera Bibi chiama i leader dei due partiti estremisti – Ben-Gvir di Potere Ebraico e Bezalel Smotrich di Sionismo Religioso – a unire le forze in vista del voto ma Ben-Gvir respinge la proposta al mittentee gli risponde con un’accusa di doppio gioco.

Il problema è che Smotrich è in bilico sulla soglia e, per il premier, disperdere voti può consegnare il governo all’avversario Gadi Eisenkot, in testa ai sondaggi da settimane. C’è un’emorragia di consensi nel Likud, imputabile non tanto alle mosse elettorali dell’opposizione quanto alla comparsa di una micro-galassia di piccole nuove formazioni nel campo della coalizione di governo che possono bruciare voti. E secondo indiscrezioni di stampa, Netanyahu avrebbe ammesso, in colloqui riservati, di temere che la situazione sia persino peggiore di come appare nelle proiezioni.

Passano pochi minuti prima che Ben-Gvir rovesci il tavolo: «Vuoi che ci uniamo per indebolire me» e governare domani con Eisenkot. Netanyahu replica accusandolo di rischiare di danneggiare la destra. Ben-Gvir rincara: «Farò di tutto perché tu non formi un governo con Eisenkot».

Un’uscita che non è frutto di paranoie. Casomai di un boomerang lanciato dallo stesso premier. Sulla stampa israeliana trapela (o è lasciato trapelare) che nel Likud e attorno al premier si studi il caso in cui nessun blocco arrivi alla maggioranza di 61 seggi. La soluzione presa in considerazione è quella di un’ampia coalizione con possibile rotazione del premierato tra Netanyahu e il suo avversario più accreditato, nonché suo ex capo di Stato Maggiore, il generale Gadi Eisenkot.

Lo scenario suona improbabile ai più. «Non accadrà», assicura lo stesso Eisenkot. Mettere in circolo la voce, tuttavia, potrebbe essere un tentativo di utilità politica: inoculare nell’elettorato anti-Bibi il dubbio che, come accadde disastrosamente con l’ex ramatkal Benny Gantz – passato dall’opposizione alla maggioranza – il nuovo leader emergente Eisenkot possa, alla fine, salvare Netanyahu.

Il guaio per Bibi è che il sospetto ha attraversato il campo. E che il ruolo di alleato va ormai stretto al leader degli estremisti Ben-Gvir, che proietta di sé l’immagine di garante ideologico del prossimo governo: il premier gli chiede di anteporre il bene del blocco di destra al proprio; Ben-Gvir risponde che la coalizione va protetta da Netanyahu dopo il voto. Se non è ancora una rottura, è senz’altro una campagna nella campagna con un rovesciamento rispetto al 2022. Allora, Bibi non voleva nemmeno farsi fotografare con Ben-Gvir, temendo di allontanare la destra moderata. Nel 2026 è Ben-Gvir che vuole disciplinare Netanyahu per il giorno dopo.

Nelle dinamiche di una corsa elettorale per un voto storico per Israele – Netanyahu è al potere in un modo o nell’altro da quasi vent’anni: se cadrà, sarà davvero un cambiamento epocale – il premier più divisivo ma comunque più longevo nell’incarico è alla ricerca di una soluzione per sopravvivere ancora politicamente. Ma nei tentativi di infangare il fianco sinistro, rischia di scoprire quello destro e di finire come l’asino di Buridano: morto di fame. Nel caso di Netanyahu, non per indecisione ma per errori di valutazione.


Usa, maxi accordo sul petrolio con il Venezuela. Trump: “A noi 65 miliardi di barili, raddoppiate le riserve”

La Rai ha allontanato il popolare giornalista dalla trasmissione. Un duro colpo alla libertà d’informazione, di fronte al quale, tuttavia, il conduttore deve chiarire alcune sue ambiguità 

La Repubblica

Un accordo monstre sul petrolio. Gli Stati Uniti controlleranno oltre 65 miliardi di barili dalle riserve venezuelane. A scriverlo è Donald Trump sulla piattaforma Truth: “Si tratta del più grande accordo petrolifero nella storia del mondo”. E precisa che il patto sarà “a costo zero per il contribuente americano”.

“Questa transazione storica più che raddoppia le riserve petrolifere americane, aumenta notevolmente la nostra fornitura di petrolio e ridurrà sostanzialmente i prezzi del carburante per tutti gli americani, a lungo nel futuro, contribuendo al contempo a indirizzare il Venezuela verso un enorme successo e una grande prosperità”, scrive il presidente Usa, secondo cui l’intesa “rafforzerà notevolmente la relazione già crescente” tra Washington e Caracas.

Dopo il blitz statunitense che a gennaio ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro, Trump aveva subito annunciato che sarebbero arrivati dal Venezuela dai 30 ai 50 milioni di barili. E poi a febbraio cinque grandi compagnie petrolifere hanno ricevuto la licenza a operare nel Paese sudamericano dalle autorità statunitensi, tra cui anche Eni.

Il nuovo accordo garantirà agli Stati Uniti “il 55% di output effettivo di una nuova joint venture privata che sarà la seconda più grande compagnia petrolifera privata per riserve al mondo”, riferisce poi la Cnn, che cita un funzionario della Casa Bianca secondo cui con il sostegno degli Usa la presidente Rodriguez ha concesso a una società privata concessioni per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi per 100 anni.

Rubio ha definito l’intesa “un’enorme vittoria sia per il popolo americano che per il Venezuela”. Il segretario di Stato aggiunge che il patto “porterà al popolo venezuelano quasi 100 miliardi di dollari in investimenti privati, sosterrà migliaia di posti di lavoro ben retribuiti e guiderà la ricostruzione dell’economia del Venezuela”.


Sergio Rossi – Trump, guerra economica totale all’Iran, e già che c’è sanziona ancor più l’Europa

La Rai ha allontanato il popolare giornalista dalla trasmissione. Un duro colpo alla libertà d’informazione, di fronte al quale, tuttavia, il conduttore deve chiarire alcune sue ambiguità 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Quella dell’UDC è la neutralità di chi fa profitto sulle guerre

La Rai ha allontanato il popolare giornalista dalla trasmissione. Un duro colpo alla libertà d’informazione, di fronte al quale, tuttavia, il conduttore deve chiarire alcune sue ambiguità 

Di Franco Cavalli, Quaderni Alternativi

Tobia Schnebli è un militante storico del GSsE (Gruppo per una Svizzera senza esercito). È consigliere comunale del Partito del Lavoro (PdL) a Ginevra nel Gruppo Ensemble à Gauche e Union Populaire.

Come attivista storico del GSsE (Gruppo per una Svizzera senza esercito) come spieghi il vostro NO deciso all’ iniziativa UDC sulla Neutralità?

La concezione della neutralità “permanente e armata” promossa dall’iniziativa dell’UDC è agli antipodi della política di pace e di disarmo sostenuta dal GSse. La neutralità dell’UDC vuole permettere all’economia e alla finanza di continuare a accumulare profitti in Svizzera sulle rapine e i saccheggi neocoloniali e sulle guerre che imperversano nel mondo. È la stessa neutralità che permise alla Svizzera di fare profitti enormi col Terzo Reich nazista vendendo armi e riciclando l’oro saccheggiato nell’Europa occupata dai tedeschi. L’applicazione del diritto internazionale, il rispetto dei diritti umani, la lotta contro tutte le ineguaglianze e per il disarmo sono i cardini di una politica di pace sincera e interessata a combattere le cause di tutte le guerre. La neutralità promossa dall’iniziativa vuole invece impedire alla Svizzera di operare per un mondo più equo e solidale, meno sottomesso allo strapotere dei più ricchi e potenti.

A sinistra c’è chi dice che nella situazione geopolitica attuale bisogna essere per l’esercito svizzero. Che ne dici?

Siamo circondati da paesi dotati di armi nucleari. E nella situazione geopolitica attuale non vedo da quali aggressioni o minacce militari l’esercito svizzero dovrebbe o potrebbe difendere la Svizzera con prospettive di vittoria.

Mentre taglia, tra gli altri  sulla protezione alle donne, sulla ricerca , sulle misure per combattere la crisi climatica, proprio ora il Consiglio Federale regala un altro miliardo ai militari. Se vince il SI sarà ancora peggio?

Penso che il miliardo dato all’esercito svizzero in fretta e furia a qualche settimana dalla votazione vada letto proprio in questo contesto. Agendo in questo modo il Consiglio federale mostra che la Svizzera non ha bisogno di aderire alla NATO per dotarsi di tutte le armi necessarie per proteggere, da sola, tutte le ricchezze del nostro Bel Paese.

C’è chi sostiene che l’iniziativa permetterebbe di tenere la Svizzera „alla larga“ da alleanze militari belliciste come la NATO, cosa ne pensi?

È uno degli specchietti per le allodole di questa iniziativa. Lo stesso capoverso che dice “La Svizzera non aderisce ad alleanze militari o difensive” afferma anche “È fatta salva una collaborazione con tali alleanze in caso di aggressione militare diretta contro la Svizzera o in caso di atti preparatori in vista di una simile aggressione.” L’approvazione dell’iniziativa non farebbe cessare la collaborazione già in atto della Svizzera nell’ambito del “Partenariato per la Pace” della NATO a cui la Svizzera ha aderito nel 1999 con lo scopo  di garantire la “interoperabilità” delle armi e attrezzature dell’esercito svizzero con quelle della NATO. E non cesserebbe certo nemmeno la partecipazione della Svizzera alla “Iniziativa europea per lo scudo aereo”, un sistema europeo di difesa aerea e missilistica fondata nell’autunno 2022 dalla Germania nel contesto del “cambiamento epocale” (la Zeitenwende coi cento miliardi di Euro di nuove spese militari) proclamata dal cancelliere Olaf Scholz in seguito all’aggressione russa in Ucraina. Comunque, anche in caso di rifiuto dell’iniziativa, l’adesione formale a un’alleanza militare come la NATO dovrebbe essere sottoposta al voto del parlamento e poi ancora al voto del popolo con un referendum obbligatorio.

Fa discutere il marketing politico dell’iniziativa, da attivista per la pace e il disarmo che effetto ti fa vedere le strade tappezzate da colombe della pace e scritte no alla guerra? 

Proprio su questo tema mi permetto di rinviare all’eccellente articolo di questi giorni “Una colomba nera” del mio collega antimilitarista Danilo Baratti. Le campagne politiche menzognere e ipocrite dell’UDC non sono una novità. Questa volta, l’UDC riprende per il proprio conto un’inquietudine sicuramente sincera e profonda tra la popolazione per il mondo in preda a guerre devastanti (materialmente e/o moralmente) per tutta l’umanità. Di fronte al mondo orrendo dei Trump, dei Cassis e dell’UDC, di fronte all’orrenda guerra senza fine in Ucraina e all’orrendo genocidio senza fine in Palestina, le sinistre occidentali non sono ancora state in grado di costruire vere resistenze e vere alternative pacifiste, egualitarie, solidali, antimilitariste e anticapitaliste. E l’UDC può servirsi dei nostri slogan senza rischiare che qualcuno li prenda veramente sul serio.


C’è silenzio e silenzio

La Rai ha allontanato il popolare giornalista dalla trasmissione. Un duro colpo alla libertà d’informazione, di fronte al quale, tuttavia, il conduttore deve chiarire alcune sue ambiguità 

Di Manuele Bertoli, laRegione

Il Centro rimprovera al Consiglio di Stato di non comunicare abbastanza a proposito dei tumulti politici di questa estate, di non far sapere alla cittadinanza di esserci e di presidiare con attenzione quanto sta accadendo. Che il Governo sia al suo posto e che si occupi anche di quanto accaduto e delle sue ripercussioni, lasciando preliminarmente alla magistratura svolgere le sue indagini per capire bene cosa sia davvero successo, a me, ma non credo di essere il solo, appare più che evidente. Sarei anzi preoccupato se esso dovesse sentire la necessità di far sapere attivamente di esistere, di lavorare, di seguire i fatti, perché allora sì manifesterebbe smarrimento e debolezza.

A fronte di un silenzio istituzionale corretto, almeno fino a nuovi sviluppi fattuali, ce n’è un altro, che tocca sia la politica che i media, che invece non convince. Il concatenamento temporale degli avvenimenti di questa estate non può non generare il dubbio che il Ticino abbia assistito a un’operazione orchestrata volta ad influenzare la composizione del Consiglio di Stato e forse i risultati delle prossime elezioni. A prescindere dalle motivazioni più che fondate delle dimissioni di Zali, e dal fatto che è noto che purtroppo la cosiddetta lotta politica non avviene solo dibattendo su temi e visioni, risulta infatti davvero difficile credere che la diffusione a nove mesi dalle elezioni di parti dell’ormai famosa registrazione di ben quattro anni fa e del contenuto del messaggio email al presidente dell’EOC di ben sei anni fa costituisca una concatenazione casuale di eventi. Troppe sono le domande ancora aperte che sono venute anche a uno come me, in generale non sospettoso verso gli accadimenti o le persone.

Perché la donna tragicamente scomparsa e chi aveva ottenuto copia della/e registrazione/i del 2022-2023, rispettivamente chi aveva ottenuto copia del messaggio e-mail del 2020, ha pubblicato questo materiale solo ora, lasciando passare anni e segnatamente le elezioni del 2023, invece di informarne il Ministero pubblico o di pubblicarlo al momento dell’avvenuto possesso? Perché le preoccupazioni etiche sorte relativamente al loro contenuto valide oggi non lo sono state in passato? Forse perché, più forti delle preoccupazioni etiche, erano le attese sui benefici delle inevitabili ricadute delle pubblicazioni? C’è stata una regia che ha organizzato queste pubblicazioni in maniera concatenata e in un momento preciso (9 mesi prima delle elezioni, un mese prima della conferma della ricandidatura di Zali da parte del suo partito)? Se sì, chi ne ha avuto parte e chi ne ha avuto conoscenza?

Le risposte a queste domande sono di natura politica e servono a capire se quello che appare chiaramente come un filotto di troppe coincidenze sia il frutto di un timing preordinato da qualcuno o no. Sono risposte dovute al Ticino democratico, che vuole sperare di non essere vittima di meccanismi di dossieraggio e di scandali pianificati ad orologeria. Intendiamoci bene, i fatti di rilevanza pubblica è bene che siano resi noti, non c’è alcun dubbio, ma questo deve accadere senza agendarli in base alle convenienze di qualcuno. Se le risposte a queste domande saranno convincenti io sarò tra i primi ad esserne felice, ma il troppo silenzio da ormai un mese di quasi tutti, salvo qualche isolato accenno sui media, non è normale, soprattutto in un Cantone che è abituato a discutere pubblicamente e a lungo anche di questioni ben meno rilevanti.


Che se ne vada, subito!

La Rai ha allontanato il popolare giornalista dalla trasmissione. Un duro colpo alla libertà d’informazione, di fronte al quale, tuttavia, il conduttore deve chiarire alcune sue ambiguità 

Questo è il testo della lettera che il segretariato MPS ha inviato alla presidente del Consiglio di Stato in merito alle questioni poste dalla presenza (fino alla fine di settembre) del consigliere di Stato dimissionario Claudio Zali.


Gentile Presidente,

con questo scritto vogliamo sottoporre all’attenzione del Governo una questione che, a nostro avviso, non può essere elusa in questa fase di transizione che riguarda il consigliere di Stato Claudio Zali, dimissionario ma ancora formalmente in carica fino alla fine di settembre.

Siamo consapevoli che Zali abbia rinunciato a esercitare alcune responsabilità – come quella relativa al corpo di polizia. Tuttavia, questa decisione non modifica il dato sostanziale: fino alla sua uscita definitiva dal Governo, egli rimane consigliere di Stato, con la possibilità di frequentare gli uffici dell’Amministrazione, di accedere a informazioni, dossier e strutture e, più in generale, di esercitare tutte quelle prerogative e possibilità di accesso che la sua posizione istituzionale ancora gli garantisce.

È proprio questa situazione che riteniamo problematica, alla luce delle inchieste della magistratura e delle vicende nelle quali il consigliere di Stato è coinvolto e che hanno suscitato, e continuano a suscitare, preoccupazione tra cittadini e cittadine.

Non intendiamo sostituirci alla magistratura né formulare anticipazioni sull’esito dei procedimenti. Riteniamo tuttavia che, accanto alla dimensione strettamente giudiziaria, vi sia una questione politica e istituzionale che il Governo non può ignorare: la fiducia nelle istituzioni e la necessità di preservarne la credibilità e l’imparzialità.

In questo senso, comprendiamo la volontà di Zali di concludere alcuni dossier prima della sua partenza definitiva. Ci chiediamo però se, nelle attuali circostanze, non sarebbe più saggio e soprattutto più comprensibile agli occhi della popolazione che egli si astenesse, fino alla fine di settembre, dall’accedere agli spazi, alle informazioni e alle attività dell’Amministrazione che la sua posizione di consigliere di Stato gli consente formalmente di frequentare.

Una simile scelta non costituirebbe un giudizio anticipato sulle responsabilità personali di Zali, né una sanzione. Sarebbe piuttosto una misura di prudenza istituzionale, volta a evitare qualsiasi possibile situazione di conflitto, interferenza o anche solo percezione di un uso improprio della posizione istituzionale. In una fase nella quale sono in gioco la fiducia della popolazione e la credibilità delle istituzioni, anche l’apparenza di un possibile condizionamento dovrebbe essere considerata con la massima attenzione.

Molto spesso sentiamo affermare che lo Stato dovrebbe funzionare come un’azienda; una considerazione che non condividiamo. Tuttavia non possiamo non constatare che, in una situazione simile, verosimilmente nessuna direzione aziendale avrebbe tollerato una presenza di questo tipo fino alla conclusione del periodo di disdetta.

Per queste ragioni, chiediamo al Governo di intervenire affinché, fino alla conclusione del suo mandato alla fine di settembre, Claudio Zali si astenga dall’accedere all’Amministrazione e dall’esercitare le prerogative connesse alla sua carica, fatta salva naturalmente la gestione di quanto strettamente necessario e formalmente previsto per la conclusione del suo mandato. Riteniamo che una decisione in questo senso rappresenterebbe un atto di responsabilità istituzionale e contribuirebbe a garantire quella trasparenza e quella fiducia nelle istituzioni che, oggi più che mai, devono essere salvaguardate.


F35, nuovi guai per il super-cacciabombardiere

La Rai ha allontanato il popolare giornalista dalla trasmissione. Un duro colpo alla libertà d’informazione, di fronte al quale, tuttavia, il conduttore deve chiarire alcune sue ambiguità 

Di Luigi Grassia, La Stampa

 

Ammirato e criticato, l’F35 non smette di far discutere. Questo cacciabombardiere americano (ma costruito grazie a una vasta collaborazione internazionale, che include l’Italia) è un gioiello tecnologico i cui costi però non smettono di crescere; inoltre, dal punto di vista operativo dà molte preoccupazioni: secondo un recente rapporto del Pentagono, fra il 2021 e il 2025 il tasso di operatività della flotta di F35 è sceso dal 67% al 44%. Tale indicatore misura quanto un velivolo è in grado di svolgere almeno una delle missioni assegnate. Ma l’F35 fa molto peggio quando si misura il suo tasso di piena operatività, un parametro più rigoroso che mostra se il velivolo è in grado di svolgere tutte le missioni assegnate: fra il 2021 e il 2025 questo parametro è calato dal 38% al 25%.

I costi complessivi del programma

Guardando ai numeri aggregati, il costo stimato per l’acquisizione della flotta di F35 delle forze armate statunitensi è aumentato di circa 51 miliardi di dollari dalla fine del 2023, portando il costo totale del programma a circa 536 miliardi di dollari. L’aumento di oltre il 10% è dettagliato nell’ultimo Modernized Selected Acquisition Report del Pentagono, datato 21 aprile 2026. Aerospace Global News sottilinea che quando il programma Joint Strike Fighter entrò in fase di sviluppo nel 2001, il suo costo di acquisizione era stimato intorno ai 233 miliardi di dollari.

L’F35 è ormai saldamente integrato nelle forze armate statunitensi e nelle forze aeree alleate, con oltre 1.200 velivoli operativi in 20 nazioni. La produzione ha raggiunto il record di 191 consegne lo scorso anno. Eppure il Pentagono sta ancora affrontando i ritardi relativi al prossimo importante aggiornamento del caccia, e la quota del 25% degli F35 statunitensi pienamente operativi per tutte le missioni assegnate è un dato preoccupante per gli Usa.