Una colomba nera
La campagna spregiudicata e ingannevole di UDC & Co. nasconde un’idea di neutralità illusoria e ipocrita, quando la situazione internazionale richiederebbe invece una vera politica di pace
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La campagna spregiudicata e ingannevole di UDC & Co. nasconde un’idea di neutralità illusoria e ipocrita, quando la situazione internazionale richiederebbe invece una vera politica di pace
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La campagna spregiudicata e ingannevole di UDC & Co. nasconde un’idea di neutralità illusoria e ipocrita, quando la situazione internazionale richiederebbe invece una vera politica di pace
Nell’autunno del 1989 circolavano cartoline in cui spiccavano, su sfondo rosso, una colomba della pace, col rametto di ulivo nel becco, e un grande SI bianco. Quel sì era per l’iniziativa popolare «Per una svizzera senza esercito e per una politica globale di pace». E ancora c’erano degli “autocollanti” in cui la stessa colomba appariva su sfondo rossocrociato, con lo slogan quadrilingue (qui riprendo solo il romancio, in omaggio alla minoranza più minoritaria: «Per ina Svizra senza armada»). Ecco che ora mi ritrovo quella colomba, con quello stesso rametto nel becco, sui cartelloni dei sostenitori dell’iniziativa detta «Salvaguardia della neutralità» con le scritte a caratteri cubitali «No alla guerra» e «Sì alla neutralità svizzera».
Magnifico! «No alla guerra», come abbiamo sempre detto!
O forse c’è qualcosa che non quadra?
L’UDC e i suoi satelliti (in questo caso Pro Schweiz) ci hanno abituati a una pubblicità politica fuorviante, a campagne astutamente menzognere e però, anche per questo, molto efficaci. Va riconosciuto che questa destra lavora con ottimi esperti di comunicazione e buoni grafici (oltre che con ragguardevoli risorse finanziarie, come dimostra la quantità di cartelloni messi in giro in questi giorni). Pochi mesi fa, propagandando l’iniziativa antistranieri «No a una Svizzera da 10 milioni» – presentata come iniziativa per la sostenibilità! – l’UDC ha cavalcato istanze che di solito avversa: la lotta alla cementificazione, l’allarme per la perdita di permeabilità dei suoli, la difesa di una natura in sofferenza, il richiamo alla perdita di biodiversità, la preoccupazione per l’aumento degli affitti. Si è addirittura tormentata perché «il suolo non è più in grado di assorbire sostanze inquinanti» (dopo aver fin qui combattuto tutte le iniziative tese a limitare l’uso di quelle sostanze).
E ora eccola lì a promuovere il rifiuto della guerra, pur essendo sostenitrice di un sistema di pensiero fondato sulla sacralità della libertà economica e del profitto, sul darwinismo sociale, sull’assenza di regole o la loro riduzione, sulla marginalizzazione del diritto internazionale, sulla propagazione di sentimenti xenofobi, sulla spinta al riarmo, su tutto quanto di fatto alla guerra, direttamente o indirettamente, conduce. La mentalità di questa destra partecipa insomma pienamente alla costruzione di un mondo strutturalmente belligeno, lontanissimo dalla ricerca della pace. Poi meglio se le guerre le combattono gli altri, e noi ce ne stiamo tranquilli intorno alle nostre montagne, possibilmente approfittando quanto si può della situazione: non schierarsi formalmente, trafficare con tutti (sarebbe questo il vero slogan da propagandare sui cartelloni).
Insomma, siamo ancora una volta di fronte a una campagna spregiudicata e ingannevole (qualcuno ha scritto che c’è sorveglianza sulla correttezza degli slogan pubblicitari ma non su quelli delle campagne politiche, dove non sembrano proprio esserci limiti ai tentativi di raggiro), ma indubbiamente ben pensata. Non che gli oppositori siano esenti da semplificazioni pubblicitarie, come quella di parlare insistentemente di “iniziativa pro-Putin”. Anche se è vero che la questione delle sanzioni è centrale e che l’iniziativa è nata dopo che la Svizzera aveva aderito alle sanzioni europee contro la Russia, puntare troppo su questo tema, anche tenuto conto della quantità di “Stati canaglia” che animano l’attuale deriva planetaria (in testa USA e Israele), è veramente riduttivo e magari anche controproducente.
Neppure l’argomento equestre di Ignazio Cassis, che per funzione si trova in prima linea nella campagna, sembra adatto a contrastare la subdola iniziativa: nel maggio del 2025 aveva detto in un’intervista: «Perché non cambiare la neutralità? Perché non si cambiano mai in corsa i cavalli vincenti: da 180 anni viviamo in pace, prosperità e sicurezza con questa neutralità» (Corriere del Ticino, 12.5.25). L’immagine gli è piaciuta così tanto che l’ha ripresa qualche giorno fa alla RSI: «non si cambiano i cavalli in corsa. Hai una cosa che funziona da 180 anni: è meglio non toccarla» (è un livello argomentativo che illustra bene le qualità del ministro: che sia lui il primo cavallo da cambiare?).
E però, bisogna riconoscerlo, in una campagna spinosa come questa non è facile portare ragioni articolate. Meglio formulette (il cavallo vincente), spauracchi (Putin) e specchietti per le allodole (No alla guerra). A proposito di quella “cosa che funziona da 180 anni” bisognerebbe per esempio riflettere su com’è stata mutevolmente interpretata in questo arco di tempo, cosa ha “funzionato”, in che senso e in che contesto. Proprio grazie a Cassis vediamo bene come possa funzionare a geometria variabile, con le sanzioni alla Russia e la scandalosa acquiescenza nei confronti di Israele, il che non può che indebolire l’immagine di una Svizzera neutrale e dar corda al discorso dell’UDC e degli altri soggetti politici, diversamente colorati, che promuovono il sì.
Certo la soluzione non può essere quella proposta dall’iniziativa, portatrice di un’idea di neutralità illusoria e ipocrita. Invece di seguire solo le sanzioni decretate dall’ONU (cioè, dato il contesto attuale, nessuna), la Svizzera dovrebbe, come Stato depositario delle Convenzioni di Ginevra, intervenire ogni qual volta il diritto internazionale umanitario viene crassamente svilito. Non quindi chiudere un occhio con tutti e passare l’acqua bassa, ma denunciare con coerenza le violazioni di quel diritto, indipendentemente da chi le commette.
E per essere credibile non dovrebbe partecipare al riarmo generale (e a quello dell’area Nato, in cui è di fatto integrata, e continuerebbe a esserlo anche con un sì all’iniziativa) ma investire in strumenti di pace: non F-35, batterie Patriot e droni ma cooperazione internazionale, solidarietà con i deboli, promozione della risoluzione nonviolenta dei conflitti, insomma perseguimento di una vera politica di pace. Se poi la Svizzera non avesse un esercito, ancora meglio… Ma dire questo oggi è come seminare tra i ciottoli, in un terreno inaridito non solo da caldo e siccità ma dalla generale barbarie.
Tornando alla colomba della pace, una piccola differenza grafica c’è pure, tra quella di allora e quella mendace che vediamo affissa per strada: il rametto di ulivo portato dalla “nostra” aveva le foglioline verdi. Questa qui le ha nere (e non certo per ragioni di risparmio, visti i milioni che l’UDC butta nelle sue campagne). Forse è un piccolo indizio, cromatico, di quell’abisso che separa un genuino rifiuto della guerra (di tutte le guerre!) dal pensare alla propria tranquillità, individuale e nazionale, e ai propri interessi, non necessariamente sporchi ma spesso sì. Certo sarebbe stato più onesto fare nera anche la colomba.
Danilo Baratti è consigliere comunale verde a Lugano e membro del GSse
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