Il calcio nel pallone

Fra verità e menzogne, è guerra aperta nel mondo del calcio 

È un vero pandemonio, quello che si è scatenato ai vertici del calcio europeo (e mondiale) , tristemente in consonanza con i tempi di pandemia che tutti stiamo vivendo. La notizia della nascita della Super League, che sta ammorbando giornali e siti sportivi ma non solo, ha già avuto qui (“Ed ecco il calcio solo per super-ricchi”, 20.4.21) un primo commento a caldo ma dopo una notte infuocata, che ha portato al naufragio del progetto, impone qualche riflessione, seppur ancora “a caldo”.

Avrebbe dovuto prender vita un torneo europeo fondato sul principio di essere ristretto e riservato ad un massimo di 20 squadre, le più blasonate, quelle che in questi ultimi decenni già continuano a dominare la scena continentale della Champions League organizzata dall’UEFA.

Un progetto definito da più parti come un golpe, un colpo di stato nei confronti del sistema calcio così com’è gestito dall’UEFA; un progetto ideato e voluto dalla “casta” delle società calcistiche più ricche che si sono dette: basta con l’UEFA, basta con la Champions League, basta con la lotta sportiva per “entrare in zona Champions” nei campionati nazionali e basta, infine, con i troppo scarsi introiti che la manifestazione europea garantisce.

Finiti ormai da tempo dentro una logica borsistica che li costringe ad un gigantismo senza freni, con l’anno di pandemia a sigillare e suggellare un trend di indebitamento inarrestabile i maggiori club europei sembrano trovarsi sull’orlo della bancarotta, con (si dice) cifre rosse per circa 5 miliardi complessivi.

È finanziariamente legittimo, dunque, in questa logica che ha certamente più di un aspetto perverso, che le dirigenze dei dodici club fondatori della Super League rivendichino, con questo progetto, un maggior beneficio di introiti che sono loro a generare, ma che, allo stato attuale, è la UEFA a gestire ed amministrare (senza nulla rischiare) nutrendo un “apparato” del calcio europeo perlomeno ipertrofico che “in rosso” non va e non andrà mai.

Da domenica scorsa a stanotte,  è stato  tutto un susseguirsi di urla e strepiti un po’ da ogni fronte ed in ogni lingua: in Germania e Francia disapprovano e prendono le distanze squadre importanti come il Bayern o il PSG; in Inghilterra parte la crociata di federazione e lega calcistica per boicottare il progetto e le squadre che vi aderiscono. In Italia volano gli stracci fra presidenti e vertici delle società a suon di imprecazioni, insulti, minacce.

Ci sono poi, naturalmente, le durissime prese di posizione dell’UEFA e del suo presidente Aleksander Ceferin, che non risparmia niente e nessuno e minaccia a sua volta ritorsioni di portata biblica, affermando, come riferito da tutti i giornali, che “l’egoismo sta sostituendo la solidarietà. Il denaro è diventato più importante della lealtà e i dividendi più importanti della passione. Per alcuni, i tifosi sono diventati clienti e le competizioni sono diventate prodotti.”

Certo, ha ragione, ma fa un po’ specie che il massimo rappresentante dell’UEFA si metta a fare improvvisamente la mammoletta, il paladino dei valori puri e duri dello sport, quando in questi ultimi anni, decenni, è proprio l’UEFA, con i suoi meccanismi e le sue manovre più o meno sottobanco ad aver grandemente contribuito a far diventare il calcio quello che è. Insomma, quello di Ceferin è il pianto di chi si accorge di perdere il dorato giocattolo, che si è gonfiato a dismisura ed ha ormai preso il volo per una vita autosufficiente e senza regole, o meglio, con le regole che vogliono imporre le società che ci mettono soldi e rischi.

Ai margini, ma invece presentissimi sui social fra faziosità e disperazione, quelli che del calcio, finora, a parole, erano considerati parte imprescindibile e sostanziale:

i “tifosi”, quelli più estremi che del tifo hanno fatto una professione (di fede) anche oltre il lecito, così come quelli semplicemente innamorati del “più bello sport del mondo”. Ecco, milioni e milioni di appassionati, disposti a svenarsi per un abbonamento alle pay tv  o un biglietto per una partita della propria squadra del cuore, oggi hanno fatto capire che anche se trattati come “consumatori di un prodotto” ( quali ormai effettivamente sono) ne sono in qualche modo anche artefici, in virtù di un attaccamento verso la squadra che da generazioni rappresenta per loro molto di più o molto altro che non solo un’azienda di intrattenimento.

E in un vero “coup de théâtre” come quello di ieri sera, sono scesi in piazza in Inghilterra, alleandosi con giocatori, allenatori, dirigenti nel dire forte e chiaro il loro “NO alla Super League”, con il risultato di produrre il più rapido esempio di “Brexit” della storia e con esso il fallimento del progetto della Super League, ormai abbandonato anche da altre società.

E forse anche qui, il pandemonio c’entra con la pandemia: le misure antipandemiche hanno imposto la chiusura degli stadi, hanno fatto dire e ripetere che senza il pubblico, senza il sostegno del “dodicesimo uomo”, le squadre non avrebbero più saputo esprimersi come prima, ma poi, con il passar del tempo, ci si è accorti che, in fondo, anche da casa in televisione, si poteva comunque restare fedeli sostenitori dei propri beniamini superpagati dai floridi contratti per i diritti di trasmissione degli incontri.

In questo periodo anche un colosso come “Amazon” è corso ad acquisire diritti per la diffusione di partite dei vari campionati europei, con contratti apparentemente strampalati (qualche partita qui, qualche partita lì) ma in verità ben chiari e ragionati: nessun interesse verso il calcio, ma grande interesse per i suoi fruitori, acquisiti (insieme ai dati personali) come potenziali clienti dell’e-commerce.

Arriverà il giorno in cui il pubblico tornerà allo stadio, certo, e sarà un giorno critico e delicato, perché oggi i tifosi hanno capito che alle loro squadre del cuore (quelle grandi, s’intende) di loro non importa più un fico secco. Il calcio del futuro prossimo venturo, gestito dall’UEFA o dalle società ricche, o da un accordo fra le parti, sembra piuttosto destinato ad assomigliare sempre più ad un evento di intrattenimento digitale, virtuale, una partita alla PlayStation giocata, in diretta mondiale, da Florentino Perez e Andrea Agnelli contro Aleksander Ceferin.

A meno che, proprio la pressione di giocatori, allenatori e spettatori non tolga loro di mano sia la console che le manopole: ma a questo punto, i protagonisti dello spettacolo, i grandi e meno grandi calciatori, da Ronaldo a Neymar a Mbappé, con i loro procuratori sanguisughe, sapranno accontentarsi di stipendi e contratti meno faraonici?

 


SuperLega addio, per ora

Fra verità e menzogne, è guerra aperta nel mondo del calcio 


(Br)exit Superlega

Fra verità e menzogne, è guerra aperta nel mondo del calcio 

La Superlega si affloscia subito, come un pallone bucato e senza nemmeno aver provato a giocare, sotto la pressione della piazza e, a cascata, di quella della politica. Proviamo a fare un po’ di storia e di contesto, con qualche tentativo di spiegazione.

Era il 2010 e i capi di alcuni dei colossi dell’automobile, BMW, DaimlerChrysler, Fiat, Ford e Renault (Honda e Toyota arrivarono più tardi) stavano seduti in una sala conferenze tutta legni pregiati e acciai spazzolati. Non era certo un’amena e fraterna agape, ma la formalizzazione di un progetto (GPWC, poi FOTA) che aveva l’obiettivo di dare vita a un campionato alternativo alla Formula 1. Saltando un paio di passi (e alcune coltellate nella schiena tra questi amici), basti dire che il progetto era ambizioso e complicato da realizzare, ma che i promotori presero – almeno a parole, ma con il peso economico dei loro gruppi industriali – abbastanza sul serio da mettere molta paura alla FIA (la federazione) e al commercial rights holder (all’epoca, la FOA di Ecclestone) e convincerli a firmare un nuovo Concorde Agreement che dava molti più soldi ai team. Tutto bene e tutti contenti, fino alla prossima.

Questi eventi ormai antichi possono servire per un tentativo di lettura di quanto si è tentato di fare nel calcio con la Superlega, e di quello che avviene in altri sport (basket ad esempio); ma non del tutto. Da una parte il tentativo dei promotori era forse, anche sulla scorta del precedente di cui sopra, di mettere UEFA e FIFA con le spalle al muro e ottenere una più grande parte della torta; dall’altra parte, il fatto che le proprietà delle squadre promotrici della Superlega sono per lo più in mano a gruppi americani, russi o cinesi, del tutto estranei peraltro al contesto nazionale e alla mentalità in cui le loro squadre operano, ciò che spiega tante cose e soprattutto gli ultimi sviluppi: questi gruppi hanno dello sport una concezione assai diversa da quella europea e già ben conoscono il sistema delle leghe sportive “chiuse”.

Le ultime notizie danno il progetto per moribondo, con inglesi e spagnoli a sfilarsi per primi dopo il casino suscitato, e con pochissimi (su tutti Juve e Real) rimasti con il cerino in mano, o buoni ultimi a prendere atto della clamorosa déconfiture. Insomma, tira aria da “indietro tutta”, un colpo di scena inatteso, soprattutto per il fatto che si riteneva che i protagonisti della vicenda ci avessero pensato su bene prima, e valutato tutte le possibili conseguenze (sociali, giuridiche, politiche), prima di esporsi; un bell’esempio di dilettantismo da parte di cotanti strateghi e imprenditori sportivi, non c’è che dire.

Non bisogna però spiegare a nessuno che lo sport del calcio è diventato un business globale, con squadre quotate in borsa e divenute aziende a tutti gli effetti. I tifosi, anche quelli che stanno in queste ore elevando alti e commossi lai per la perdita di qualcosa che è morto e sepolto da anni (la purezza dello sport, l’attaccamento alla maglia, la competizione etica, e via sognando), sono i primi che però reclamano risultati, emozioni, investimenti in giocatori e in infrastrutture (stadi), gloria a gogo; aspettative che, unite alla grande concorrenza globale e a una tremenda improvvisazione imprenditoriale (di cui la Superlega è l’ultimo e plateale esempio), hanno precipitato le grandi squadre europee in un vertiginoso vortice di debiti. Ad eccezione delle squadre inglesi, per le quali gioca, come detto, un ruolo soprattutto una visione “americana” della fruizione sportiva, le altre partecipanti a questo progetto sono tutte indebitate per centinaia di milioni di euro ciascuna, tecnicamente fallite ma salvate con espedienti contabili (plusvalenze farlocche sui trasferimenti di giocatori, tra gli altri) che gli organismi di controllo, cioè le federazioni, non osano indagare per non rompere il giocattolo che a loro rende parecchio. Significativo notare che gli ultimi rimasti sulla tolda della nave che affonda sono i club più indebitati, mente quelli ricchi (gli inglesi, appunto) hanno fatto in fretta ad andarsene dopo la prima difficoltà; per i primi, la Superlega era un’ancora di salvezza, per i secondi una bella opportunità di business.

Quindi, probabilmente tutto sembra risolversi con un comico nulla di fatto, senza nemmeno la necessità di concessioni economiche da parte delle federazioni. Il fallimento, se fallimento sarà, è soprattutto da ricondurre al fatto che il progetto di una superlega calcistica è molto più complicato da mettere in piedi rispetto alla Formula Uno (o al basket), ma soprattutto perché questo sport ha acquisito un’enorme valenza sociale ed emozionale, ha un forte radicamento locale a livello della tifoseria, difficilmente replicabile ed esportabile in un campionato “di plastica” come quello che si prospetta(va), e perché una simile ipotesi ha effetti di natura politica non irrilevanti (è il motivo per il quale i leader europei si sono affrettati a esprimere sdegno elettorale, con qualche sfoggio di stucchevole retorica). E poi il calcio è sport “europeo” e nazionale, e non potrà che difficilmente metabolizzare un cambiamento di paradigma che lo metta insieme a spot assurdi come il baseball o il football americano, in cui l’evento sportivo è diventato un inessenziale epifenomeno di un evento commerciale che si svolge in quei grandi supermercati del consumo idiota che sono gli stadi americani.

Quando (e se) questo pericolo sarà scampato, occorrerà però pur fare qualche riflessione sull’oscena girandola di milioni che ruota attorno all’attività pedatoria, con stipendi allucinanti (non solo quelli dei calciatori) e commissioni assurde ai mediatori, con strutture ipertrofiche; con sullo sfondo le attese e le pretese illimitate dei tifosi, che vogliono il sogno a tutti i costi (altrui), anche a prezzo di far male a se stessi e ai propri eroi della domenica. Insomma, se si sgonfia la fronda dei grandi club, i problemi del pianeta calcio restano intatti e richiedono una cura.


Aerosol: proteggiamoci misurando il CO2

Fra verità e menzogne, è guerra aperta nel mondo del calcio 

“Gli aerosol emessi dalle persone possono accumularsi in ambienti chiusi scarsamente ventilati, aumentando il rischio di trasmissione di SARS-CoV-2”. Lo scrive la Task force scientifica svizzera in un Policy Brief pubblicato ieri (qui il riassunto in italiano e il link alla versione completa oin inglese).

Come sottolineavo ieri, citando gli articoli pubblicati settimana scorsa da British Journal of Medicine e Lancet, oggi vi è un consenso sempre più ampio sul fatto che il SARS-CoV-2 si diffonda soprattutto per via aerea. Viste però le resistenze bernesi, la Task force, con la sua abituale diplomazia, si limita a dire che vi è ormai la certezza che gli aerosol “contribuiscono alla trasmissione di SARS-CoV-2, soprattutto negli spazi chiusi scarsamente aerati, con un elevato numero di occupanti, permanenza prolungata dei presenti o attività ad elevata emissione virale come, ad esempio, parlare a voce alta o cantare”.

L’obiettivo del Policy Brief non è d’altronde quello di intervenire in questo dibattito, ma di spiegare come ci si può proteggere: “I sensori di CO2 – spiegano i ricercatori – misurano la qualità dell’aria, e rappresentano uno strumento semplice ed economico in grado di avvertire i presenti della scarsa ventilazione dell’ambiente e dell’opportunità di intervenire con un’azione adeguata, come aprire le finestre o uscire dalla stanza in cui ci si trova”.

Perché misurare il CO2? Perché le concentrazioni di virus nell’aria sono difficili da determinare: i sensori di CO2, invece, costano poco e permettono di tenere constantemente sotto controllo la qualità dell’aria e di valutare, in particolare, quanta aria sia passata nei polmoni di altre persone e potrebbe quindi essere carica di virioni.

Il limite di sicurezza indicato dai ricercatori della Task force è di 1000 ppm (parti per milione). Altri sono più prudenti, come i risercatori che hanno dato vita a Aireamos.org, i quali situano il “rischio assumibile”  al di sotto delle 700 ppm. Quel che conta, però, è avere uno strumento di facile utilizzazione, che permetta di intervenire non appena la qualità dell’aria peggiora di ridurre di conseguenza il rischio di contagio.

Benché in ogni spazio chiuso andrebbero adottati, la Task force ne raccomanda l’uso soprattutto nelle scuole: l’ideale, scrive, sarebbe che ogni spazio comune (aule, mensa, biblioteca…) fosse dotato di un sensore. Questo per “mantenere le scuole aperte anche in caso di un peggioramento della situazione epidemiologica”, ma anche per sensibilizzare la popolazione e facilitarne “un più ampio uso anche in altri settori (ad esempio nei ristoranti)”.

C’è da sperare che, dopo questi suggerimenti, l’Ufficio federale della sanità pubblica raccomandi a sua volta i sensori di CO2. Nell’attesa, su Aireamos.org si possono trovare indicazioni per sapere quali sono gli apparecchi migliori e addirittura le istruzioni per costruirne uno do it yourself.

Viste le resistenze e le lentezze bernesi, chi fa per sé fa per tre!


Tempesta perfetta in casa liberale

Fra verità e menzogne, è guerra aperta nel mondo del calcio 

Alla RSI hanno qualche problema di aritmetica, che ha impedito di cogliere ieri tutta l’entità del tracollo liberale alle ultime Comunali. Tutti infatti a commentare la stabilità a livello di seggi, il nuovo plebiscito popolare per l’alcalde (un evento da teatro dell’assurdo), la new entry che suscita attese, e la old entry che segnala tante cose e tutte un po’ inquietanti; ma, passando a quantificare, ecco il pur preciso notista politico (Melchionda) parlare al Quotidiano di una flessione del 7.6 per cento dei voti liberali, mentre la verità è assai diversa, ben più drammatica per l’ex partito-faro della città-faro del Cantone: in effetti, alle elezioni per il Municipio, il PLR è passato dal 31.5% al 23.9%, con una perdita sì di 7.6 punti percentuali, ma corrispondente a un’erosione  di quasi un quarto del suo elettorato (-24%, più o meno). Scenario che sembra in sostanza replicarsi al legislativo, con i liberali al 25 per cento. Un terremoto, né più né meno.

A prescindere dalla crisi generale di idee e di progetti che attanaglia quasi tutti i partiti, i liberali stanno scontando a Lugano dinamiche personali astruse e suicide, agguati e coltellate, messaggi trasversali e concordanze di comodo, cavalli di razza sacrificati sull’altare di altrui mediocrità, e via sbagliando; ma soprattutto paga l’incapacità di avviare una chiara riflessione identitaria, di smarcarsi dalla narrazione e dalla prassi della Lega, di formulare un credibile e valido progetto alternativo rifiutando alleanze spurie; e trovando persone in grado di promuovere questo progetto. La sensazione è che a Lugano, prima che altrove, il vecchio modo di fare politica partitica stia mostrano platealmente la corda; l’appiattimento sulle posizioni altrui non funziona, e comunque mai in momenti come questi, in cui la crisi, il senso di incertezza e lo sconcerto generale dominano, e nei quali si ha bisogno di trovare e proporre visioni e progetti chiari, la sfida dell’alternativa.

Ho sempre pensato che non vi fosse nulla di male a perdere le elezioni, se però si ha la forza delle idee, il coraggio di elaborare e di difendere con forza e chiarezza un progetto politico, se si rifiutano compromessi in nome di uno strapuntino nella stanza dei bottoni; altre elezioni arriveranno, e se si lavora bene e con serietà, la ruota può facilmente girare. Il peggio è invece tentare di leggere le tendenze dell’elettorato, meglio di certo elettorato, e di elaborare una narrazione che non faccia altro che assecondarle; nessuno vota la fotocopia se può votare l’originale, o vota senza intestazione (facendo di questa modalità penalizzante di voto il “partito” quasi più grande della città). Il mantra liberale è l’ascolto dell’elettorato, che può sì essere una premessa ma non può mai esaurire l’analisi; il tema vero è infatti quello delle idee e dei progetti, e della capacità di … farsi ascoltare. Il presidente della sezione di Lugano se n’è andato, come aveva preannunciato al momento della nomina; il risultato delle urne lo avrebbe comunque condannato, ma senza una sua vera colpa in un disastro che ha radici lontane.

Ora si torna ai soliti cantieri della politica, che sono i cantieri di una progettualità senza testa e senza senso, e alle miserie che da tempo ci occupano. L’alcalde chiede ora concordanza, ovviamente, per condividere la responsabilità delle scelte e magari tentare di passare alla storia a spese altrui (soprattutto dei contribuenti). Uno dei Municipali liberali se ne sta seduto su un bel cuscino di voti leghisti e quindi in odore di alleanza di legislatura, più o meno sotterranea, con il partito di maggioranza relativa; e il presidente biancoblù farà il battitore libero a beneficio più della propria agenda personale che non della città. Tempesta perfetta, per un partito senza vele e senza timone come quello liberale.


Ventilare, ventilare, ventilare!

Fra verità e menzogne, è guerra aperta nel mondo del calcio 

Domenica ne ha parlato anche il Blick: “Esperti internazionali sottolineano l’importanza della ventilazione nella lotta contro il coronavirus” titolava il quotidiano svizzero-tedesco, e nell’occhiello sottolineava che “gli aerosol restano nell’aria per ore”.

Dopo quella di Nature (come avevo scritto su Naufraghi/e più di un mese fa), la scorsa settimana, due voci autorevoli si sono i  effetti unite al coro sempre più ampio di chi sottolinea l’importanza degli aerosol nella trasmissione del SARS-CoV-2. Giovedì sul Lancet uno studio, firmato da sei dei maggiori specialisti in materia, enumerava le “Dieci ragioni scientifiche a sostegno della trasmissione per via aerea del SARS-CoV-2”. “Vi sono convergenti, solide prove – concludevano gli autori – che il SARS-CoV-2 si diffonda per via aerea. Benché altre vie possano contribuire, riteniamo che la via aerea sia probabilmente dominante. Chi si occupa di salute pubblica dovrebbe comportarsi di conseguenza senza ulteriori ritardi”.

Messaggio analogo quello del British Medical Journal, che il giorno prima aveva pubblicato un articolo intitolato: “Il Covid-19 ha ridefinito la trasmissione per via aerea” in cui gli autori, anch’essi esperti rinomati del tema, sottolineano: “Ora è chiaro che il SARS-CoV-2 si trasmette soprattutto tra persone a distanza ravvicinata attraverso l’inalazione”.

Il dibattito non è solo di interesse scientifico, ma ha importanti risvolti pratici perché – per dirla con gli autori dell’articolo del BMJ – “se accettiamo che qualcuno in un ambiente chiusto possa inalare abbastanza virus per contagiarsi benché sia a più di due metri dalla sorgente originale – e anche dopo che la sorgente originale se n’è andata – il ricambio dell’aria e i sistemi per purificarla diventano molto più importanti. Questo significa aprire le finestre o installare o migliorare gli impianti di riscaldamento, ventilazione e condizionamento dell’aria”.

A questo punto non dovrebbero più esserci dubbi, ma raccomandazioni e piani di protezione, a parte qualche generico richiamo ad “arieggiare regolarmente tutti i locali in cui sono presenti persone” (come scrive l’Ufficio federale della sanità pubblica), ancora si concentrano su goccioline e fomiti e considerano la trasmissione per via aerea l’eccezione e non la regola: “La trasmissione a più lunga distanza tramite goccioline microscopiche (aerosol) è possibile, ma non frequente” si legge sul sito dell’Ufficio federale della sanità pubblica.

Un conservatorismo pericoloso, a dir poco, contro il quale in America latina si è formato un movimento che fin dal nome indica chiaramente il suo obiettivo: Aireamos, arieggiamo. Attraverso un sito (aireamos.org) e un account Twitter (@aireamos), l’organizzazione si propone di “promuovere la ventilazione e la misurazione del CO2 per ridurre i contagi di Covid-19”.

Oltre all’uso di mascherine adeguate e dei rilevatori di CO2 (l’anidride carbonica), che permettono di controllare la qualità dell’aria, Aireamos punta sulla divulgazione affinché ogni singolo cittadino sappia proteggersi efficacemente: ed è un aspetto sempre più urgente anche in Svizzera, considerato che l’unica priorità del Consiglio federale sembra essere quella di riaprire al più presto e l’Ufficio federale della sanità pubblica continua ad eccellere soltanto nell’ignorare le evidenze scientifiche.


Da ieri terrazze aperte per la felicità di tutti anche perché i rischi veri stanno altrove

 


Elezioni comunali: palloni rotondi e navigazione a vista

Fra verità e menzogne, è guerra aperta nel mondo del calcio 

I primi commenti all’esito delle elezioni comunali provano ad indicare vincenti e sconfitti, analizzandone cause e strategie. Inutile soffermarcisi troppo, anche se è giusto segnalare che pure lo spoglio dei Consigli comunali (al momento di scrivere mancano i risultati dei maggiori centri cantonali, Chiasso esclusa) confermano quelli dei Municipi: PLR al settimo cielo anche se arriverà una probabile botta da Lugano a smorzare gli entusiasmi, destra arrancante con più dolori che gioie (sia detto come spunto per un’ulteriore riflessione: che si stia confermando una svolta nella gerarchia tra Lega e UDC?), area di sinistra in buona salute anche se meno arrembante rispetto a un anno fa e PPD ai gironi infernali.

Sorprende in questo senso la comunicazione post ennesima batosta dei vertici di questo partito: perdi alle elezioni cantonali, perdi alle federali e perdi pure alle comunali, e tutto quello che si sa dire è “una volta si vince e una volta si perde” e come grande strategia per uscire dalla crisi  si indica la necessità  di “ripartire dal territorio”? In confronto il mitico “la palla è rotonda” è un capolavoro di filosofia analitica tattico-sportiva.

I due anni elettorali possono essere sintetizzati così: ha vinto chi ha dato un’immagine di sé nuova, disponibile al cambiamento e ad ascoltare le istanze della società (che poi questo sia reale o solo facciata è un altro discorso), ha perso chi invece si è presentato con gli abiti di sempre, forse impeccabili ma comunque dal sapor di naftalina.

Il caso di Lugano in questo senso è esemplare: il PPD ha tirato fuori dall’armadio Filippo Lombardi (e non dimentichiamo Beltraminelli per il CC); a breve termine una mossa vincente, nel senso che il seggio in Municipio, malgrado una lieve erosione delle preferenze, è stato salvato; a medio e lungo termine significa però bloccare per almeno quattro-otto anni il rinnovamento del partito, un passo che appariva e appare oggi più che mai necessario. Per di più – e qui parliamo di comunicazione politica in senso stretto – candidare un ex consigliere agli Stati e un ex consigliere di Stato aveva dato al partito una buona visibilità, una base di partenza ottimale che tuttavia non è stata sfruttata: ci si è limitati al compitino (cartellonistica, inserzioni sui giornali, “santini” e qualche articoletto sparso) dimenticandosi dell’essenziale, ossia immagine, strategie e contenuti. Vero che le elezioni comunali seguono una logica tutta loro, che sfuma le differenze di partito e di ideologia per privilegiare la componente personale e clientelare, pur tuttavia in una campagna elettorale anomala bisognava avere il coraggio (l’idea?) di provare strade nuove.

Discorso diverso anche se per certi versi simile per il PLR, che nella città faro del cantone, il suo più importante “feudo” cantonale fino a qualche anno fa, ha subito una scoppola storica, tanto che il presidente della sezione ha dato le dimissioni senza neppure aspettare i risultati del legislativo. Sbagliando, a nostro avviso, perché proprio grazie a questa sconfitta avrebbe potuto fare pulizia e iniziare quell’opera di rinnovamento che è stata bloccata da trent’anni e più di monarchia giorgiana (cui aggiungiamo quelli del suo patetico delfino). Perché non è un caso che l’ex partitone vince più o meno dappertutto e perde proprio in una sua roccaforte: altrove si sono da tempo portati aria fresca e uomini nuovi (non grazie a Speziali; l’operazione, diamogliene atto, l’aveva iniziata Rocco Cattaneo), a Lugano no. Una comunicazione senza una strategia chiara e lasciata più che altro all’iniziativa dei vari candidati (mi si permetta un plauso a Rupen Nacaroglu, uno dei pochi che in questo campo ha provato a smarcarsi) unita a dissidi e divisioni interne hanno poi fatto il resto. Che il PPD guardi e, se può, impari: arriverà comunque in ritardo, ma magari non fuori tempo massimo.

Vogliamo ancora parlare di comunicazione? Sia pure in difficoltà, la Lega a Lugano si è salvata in corner proprio grazie a una strategia che ha imposto all’attenzione dei cittadini i suoi temi: il muscolare sgombero del Molino e l’altrettanto muscolare imposizione del Polo sportivo e degli eventi al Consiglio comunale. E non solo li ha imposti, ma li ha pure saputi gestire e, quando necessario, rilanciare, con innegabile maestria. Il risultato? Cinque anni di amministrazione poco cristallina e trasparente e di pochi risultati dimenticati in un mesetto scarso: chapeau e sette più.

Un agire da furbetti del quartierino, certo, e che non nasconde il malessere che attraversa il movimento (si piange tuttora il fiuto politico, il carisma e la genialità di Giuliano Bignasca), malessere che potrebbe anche aumentare se i risultati del Consiglio comunale dovessero, come si vocifera e si teme in via Monte Boglia, essere di molto sotto le attese. “Se questo è perdere fateci sempre perdere così”, ha esultato sui social il figliolnano Boris. Fumo negli occhi del suo popolo, che dopo aver perso alle cantonali e alle federali mastica amarognolo pure alle comunali. Come il PPD (e chi vuol capire, capisca).

E la sinistra e i Verdi? In tempi di Covid e quindi di minor attenzione ai temi ambientali non ci si poteva forse aspettare di più, anche se forse una comunicazione più decisa, pure sui temi sociali, la si poteva fare. Ma qui mancano i mezzi, più che idee e strategie, oltre ai canali di comunicazione, che sui grandi media la visibilità è quella che è, e i social e i siti web sono tendenzialmente autoreferenziali e/o per addetti ai lavori. Insomma, o si trova un nuovo modo per diffondere le proprie idee, oppure la crescita, se mai ci sarà, sarà lenta.

Purtuttavia la loro avanzata è in parte assimilabile a quella delle schede senza intestazione (il terzo partito del cantone ormai) e delle liste civiche: sintomo dell’esistenza di un malessere e di un disincanto verso la politica tradizionale, sempre meno capace di idealità, visioni e progetti. In questo senso sia il PS e i suoi fratellini minori, sia gli ecologisti, tutte formazioni per molti aspetti ancora ideologiche ed “etiche”, rispetto ai rivali partono con un certo qual margine di vantaggio. A loro riuscire a sfruttarlo e trasformarlo dapprima in riflessione (anche di flebile respiro, purché ci sia!), poi in progetto e infine in consenso popolare.

Sottolineature della redazione


Ed ecco il calcio solo per super-ricchi

Fra verità e menzogne, è guerra aperta nel mondo del calcio 

D’accordo, non è il caso di fare le verginelle. Sono notoriamente i quattrini (tanti, ma proprio tanti) il carburante che muove il circo del grande calcio europeo, e non solo. Acquisti e ingaggi super-milionari, e noi febbricitanti della pelota ormai da anni costretti a ingoiare il diktat delle pay tv, che per drenare più guadagni ci spalmano le partite su diversi giorni, ci obbligano a tener d’occhio un calendario sempre più incongruo, e così addio alle domeniche dove tutto si consumava la domenica pomeriggio, prima il calcio minuto-per-minuto, poi un tempo di una partita in bianco e nero, più tardi i cosiddetti riflessi filmati. Autentico rito famigliare.

In un mondo cangiante a tutta velocità, anche questo doveva finire. E certe società si quotano in Borsa, altre cadono nelle mani di petrol-principi arabi, o cinesi controllati dal partito unico, o ancora da magnati russi arricchitisi arricchiti raccogliendo per pochi spiccioli i residui pezzi pregiati dell’ex impero. Ma, accidenti, qui si tocca davvero il fondo, con gente che organizza il calcio ma che evidentemente non lo ama, se non per le tasche piene, e che ce ne importa se “l’illuminato esempio” sarebbe quello pallacanestraro dell’americana NBA. Cinismo da cafoni parvenus, altro che necessità imposta dalla crisi economica da Covid (e infatti ci stanno provando da anni). I club più ricchi (una ventina, per spartirsi un monte premi di oltre 4 miliardi a stagione), raccolti in un esclusivo super-campionato continentale, a cui si sono associati una decina di club, fra i quali, maledizione, c’è anche il ‘mio’. Idea partita da Real Madrid e Juventus. Per gli altri, quelli esclusi, c’è solo una specie di sterminata serie b continentale. Comprese tutte le squadre svizzere.

“Ma il calcio è soprattutto sentimento”, insiste l’ottimo e sconcertato Mario Sconcerti (Corrierone della Sera); ed è anche il delizioso miracolo di “squadrette” che contro ogni pronostico ‘impallinano’ le grandi: come quando, ahimè, in un torneo ‘europeo’ il Lugano di Morinini buttò fuori l’Inter, vincendo andata e ritorno, con reti di un certo “Edo” Carrasco, famiglia di rifugiati cileni sfuggiti alla dittatura militare cilena (e fu per me l’unica consolazione). Oppure pensate alla strepitosa “Dea” (Atalanta per i non addetti) che da Bergamo e da anni fa paura, in Italia ed in Europa, agli ultramilionari del calcio. Questa Superlega esclusiva e per soli ricchi assesterebbe un ‘colpo mortale’ a Champions e tornei nazionali. E i diritti televisivi più ghiotti immaginiamo in quali tasche finiranno. Per fortuna qualche altra potente società si è sfilata (ma attenti, più per documentabile opportunità immediata che per idealismo sportivo); la UEFA promette di escludere i ‘facoltosi ribelli’ dai tornei nazionali europei mondiali; e quasi tutti i principali leader politici si oppongono al progetto, invocando ‘valori sportivi’ che sfoderano ‘opportunamente’ quando sono in automatica sintonia con l’incavolatura popolare. Ma basterà? Nulla è più incerto.


Andrea Pilotti – Vincitori e liste civiche, i diversi motivi di un successo

Fra verità e menzogne, è guerra aperta nel mondo del calcio 


Donne, come sempre…

Fra verità e menzogne, è guerra aperta nel mondo del calcio