Circondati da un’idea

E lo schiavo ribelle Spartaco assiste rinchiuso nel Municipio blindato 

L’amico che mi vede e mi aspetta all’angolo della strada mentre scendo in città.
Piazza Manzoni già riempita a metà, per tre quarti, completamente, di corpi e anime.

Le due di un sabato pomeriggio di fine primavera per la manifestazione a difesa dell’autogestione a Lugano. Già, a Lugano.

A un passo, ecco il Municipio. Si erge tetragono. Nel suo ventre – constato assieme a un amico giornalista – tre camionette della polizia vuote. Lo Spartaco del Vela, trasportato tempo fa nel suo luogo originario, è circondato da un bel mucchio di transenne “di contenimento”. Uno Spartaco incatenato? Il simbolo della ribellione ai soprusi, seppur di pietra, ammanettato pure lui? I simboli contano, ha detto qualche giorno fa in tv il rettore dell’Usi, i simboli contano ma evidentemente non tutti vogliono saperne di un simbolo.

Dopo un’oretta di kermesse il corteo – colorato, intergenerazionale, musicale – parte. È sospinto, o trascinato, vedete voi, da un’auto che erutta ritmi e note. Ci sono le scritte, naturalmente, “SOA – strade occupate autogestite”, ci sono i proclami, non ci arrenderemo, non ci arrenderemo mai.

All’altezza del palacongressi, dopo due curve, ecco che alto nel cielo compare un drone. Con una balestra futuristica un dimostrante lo mira, emette un paio di scariche luminose, lo mira ma non lo colpisce. Non è tempo di Guglielmo Tell, a quanto pare. E il drone non è la fatidica mela, evidentemente.

La manifestazione prende quota. C’è chi dice: siamo in duemila. Rilanciano: anche tremila che, come è noto, è la cifra perfetta di J.J. Rousseau per gli abitanti di una città.

Una città nella città? Perché no. Sennonché, nonostante i volantini anti-violenza distribuiti a profusione, nonostante gli inviti a essere pacifici e a non farsi provocare – non farsi provocare neppure da quell’animo ribelle cantato dalle canzoni e che un po’ alberga in tutti noi – un gruppo di giovani nero vestiti e mascherati imbratta le vetrine di Viale Cattaneo. Un conoscente di lungo corso viene alle mani con uno di essi. Gli dice: ma cosa fai? ma cosa fai?

Intanto giunge voce che la polizia blocca, già da alcune ore?, coloro che vorrebbero unirsi ala manifestazione. L’Mps, solerte, lo denuncia immediatamente. Ma è democrazia questa? Ma la difesa di un centro sociale, di un’idea sociale è un delitto, un crimine? I tanti che da Nord e da Sud volevano partecipare, sono respinti, impediti, devono andarsene.

Ora il corteo rousseauiano, la piccola città, procede lungo il fiume. Piove. E allora? All’altezza dell’ex Macello, rasentato dal corteo, piovono le prime forti proteste. L’autogestione non rinuncia, l’autogestione non si arrende.

Il corteo è un mare – piove! – la Sinistra è compatta, in tutte le sue varietà. Noto anche qualche liberale (radicale?), qualche popolardemocratico, un paio di presidenti di partito. E gente comune, molti ragazzi, un paio di generazioni della vecchia guardia, tanti, tanti discorsi di quello che è stato e di quello che sarà.

Un’altra curva e il corteo si dirige verso Piazza Molino Nuovo. Di polizia visibile nemmeno l’ombra. Dicono che sono in tanti, dicono che sorvegliano a distanza, dicono che ci sono anche e ancora i poliziotti vodesi: “baby come back” cantano un paio di compagni.

Un autopostale fermo per strada è intercettato da alcuni sprayer giovanissimi. Sul vetro del bus scrivono: SAREMO OVUNQUE. L’autista, non proprio contento, li fotografa col telefonino. I ragazzi lavorano di gomito, si scusano, cancellano.

Saremo ovunque? Sì, è una promessa, un mantra, una constatazione.
Saremo ovunque e siamo qui, in Piazza Molino Nuovo, dopo aver bruciato dei copertoni (*), almeno fino alle dieci, e oltre.

Bevo una birra con Marko, Rosi e Renato. Il bilancio della manif è positivo, ma tutti già si proiettano al giorno dopo. Cosa succederà dopo?

Recito, per quel che mi ricordo, il finale di un mio vecchio racconto:

“I capelli della ragazza, lunghi, lisci, biondocastani. Portava jeans aderenti, una maglietta azzurra. Lui la guardava e sapeva che non era possibile una storia migliore. La beauté est la promesse du bonheur aveva letto da qualche parte. Poi avevano fatto pace, si erano amati nella cabina come se fosse l’ultima volta o come se si fossero conosciuti alcune ore prima. ‘Prima di andare a Istanbul, mi porti a vedere la Città, scrittore?’ aveva chiesto la ragazza. ‘Non c’è niente a Hissarlik’ aveva risposto lo scrittore ‘però se vuoi ci andiamo, c’è l’idea’”.

L’idea, sì, l’idea: per tutto il giorno, qui e oggi, a Lugano, di sabato, siamo stati circondati da un’idea.

p.s. e il giorno dopo? Il giorno dopo la stampa confederata si occupa dei respingimenti preventivi della polizia e di tutta la situazione del centro sociale, dell’autogestione, della demolizione. Scrive la stampa confederata: se si dimostrano alcune cose, alcune colpe, cadranno delle teste. Cadranno? Delle? Teste?


*) Un testimone oculare ci ha inviato il seguente testo: “Abito in piazza Molino nuovo e volevo solo precisare che nessuno ha bruciato copertoni. Sono stati i ragazzini vestiti di nero che hanno dato fuoco ai vestiti neri che indossavano, fermati in parte da chi ha subito buttato acqua sul fuoco.” 
Ne prendiamo atto e ringraziamo l’autore. La redazione


Contro quel sasso

E lo schiavo ribelle Spartaco assiste rinchiuso nel Municipio blindato 

Penso che fossero circa le 17.30. Mica lo guardi l’orologio quando già da quattro ore ti stai godendo questo corteo che è una festa anche se una certa apprensione rimane perché sai che basta un nulla per mandar tutto alla malora.

Ma questo è il corteo che si potrebbe definire della rivincita democratica, la risposta alla mano pesante (eufemismo) del Municipio che, proprio una settimana prima, in un timing molto molto ma molto sospetto, aveva già preparato lo schifo di  ruspe con significativo anticipo.

E allora bella replica al signor sindaco.

Qualche migliaio, forse tremila; musica, canti, bambini  su un carretto addobbato con palloncini e, assieme ai molinari, tanti altri venuti da tutte le parti e anche reduci sopravvissuti come me, che le manifestazioni per un Centro Autonomo le facevano già mezzo secolo fa.

Uno striscione tra i palloncini chiede: perché tanto odio?

Così ti godi la festa che fino ad ora smentisce quelle voci sui possibili incidenti che nelle ore di una nervosa vigilia i benpensanti avevano già attribuito a quella banda di “brozzoni”.

Ma, all’improvviso eccolo il gruppetto di black-block.
Sette, otto tutti neri col cappuccio e il volto coperto di nero si stacca dal corteo. Pare abbiano già usato gli spray in precedenza per scrivere i soliti slogan non certo originali. E ti viene un sospetto.

Rapidissimi, hanno puntato una banca, la PKB. Scrivono slogan con gli spray sui muri e sulle vetrine. Poi un schianto secco.

Un sasso manda in frantumi una vetrina.

Ma un gruppetto di molinari li ha già isolati gridando basta! fascisti! provocatori!
Si può temere il peggio ma questi si intrufolano nella calca del corteo e spariscono.

E rimane quel sasso a terra sotto la vetrina infranta che vorrebbe rovinare una manifestazione del tutto civile e pacifica che, senza la presenza dei black-block, non avrebbe creato problemi di alcun genere.

Riappaiono in Piazza Molino Nuovo dove accendono un fumogeno blu per poi, di nuovo isolati, sparire chissà dove.

Ma tanto sai già che questi atti vandalici gratuiti serviranno puntualmente alla destra e ai benpensanti per scatenare livore, rabbia e disprezzo sulle teste dei molinari chiedendone il definitivo allontanamento dal suolo cittadino.

Adesso però sei qui ancora in mezzo alla festa che continua e pensi che quelli hanno comunque perso, e questa é l’immagine simbolo, l’immagine bella e forte di tutti gli altri, che hanno reagito alle provocazioni e che continuano a ripetere che non rinunciano al loro spazio, a uno spazio di cultura alternativa, che “vogliono toglierci, ma non possono farcela”.

Altre immagini della giornata

 

 


Lugano, 5 giugno 2021

E lo schiavo ribelle Spartaco assiste rinchiuso nel Municipio blindato 


Pietro Martinelli – Tutte/i in piazza sabato per scoraggiare qualsiasi tentativo di repressione

E lo schiavo ribelle Spartaco assiste rinchiuso nel Municipio blindato 

L’intervista completa inizia a 3’03, dopo una sintesi dei passaggi più importanti


Emigrazione giovanile, o si cambia politica o sarà declino

E lo schiavo ribelle Spartaco assiste rinchiuso nel Municipio blindato 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Valori liberali dismessi?

E lo schiavo ribelle Spartaco assiste rinchiuso nel Municipio blindato 

Mi sono candidato alle ultime cantonali, per il PLR; al di là del previsto esito, l’esperienza è stata interessante sotto diversi profili, ma soprattutto potentemente metaforica dell’attuale modo di fare politica. Il partito liberale dovrebbe essere, come fu per molto tempo, una casa con tante finestre, dalle quali diverse sensibilità possano manifestarsi in sana dialettica e in libertà; se questo ora non avviene è in primo luogo colpa della qualità della classe politica, ormai paralizzata in una sorta di letargo che ha ottuso ogni tensione ideale e progettuale. Le finestre ci sono ancora, ma nessuno vi si affaccia perché nessuno ha qualcosa di significativo da dire, se non qualche slogan senza sostanza, o addirittura per meramente ascoltare, e poi fare proprie, le voci più sguaiate che vengono dal territorio. Un narcolettico appiattimento a livello di idee e di visioni, e una totale omologazione su minimi comun denominatori senza nerbo, percorrono in verità trasversalmente tutti i partiti veri, cioè quelli che dovrebbero essere portatori di un rinnovato progetto di società (assai necessario soprattutto ora); non stupisce invece che, fuori dal coro degli ammutoliti partiti storici, la galassia leghista si palesi solo e sempre producendo problemi e non soluzioni, identificando ogni giorno un nuovo mostro e un nuovo nemico da esporre a ludibrio pubblico. Non è un esattamente un dramma che costoro abbiano deciso, con risibile e arrogante pretesto (un paio di insulti all’alcalde, di persona o per interposto social: niente, quindi), di fisicamente disertare il Parlamento cantonale; ce ne faremo una ragione, del resto la loro presenza era già… assente prima, almeno a livello di proposte utili.

Tornando ai liberali, non posso fare altro che manifestare incredulità e financo sdegno per quanto avvenuto sabato, soprattutto per il ruolo centrale che una Municipale liberale ha svolto nelle violenze di Stato che hanno condotto allo sgombero e alla distruzione di parte dell’ex-Macello. Non vi è probabilmente nulla di più contrario all’etica liberale del premeditato blitz orchestrato dall’ente pubblico contro gli autogestiti, delle soluzioni adottate (sgombero e demolizione, in un comparto di cui si prevedeva un utilizzo solo tra anni) e delle pretestuose e un po’ oscene proposte che ora il Municipio, in piena confusione, sta mettendo sul tavolo (un depuratore dismesso, alla Stampa, cavoli; perché non un cimitero purgato, o una fogna a cielo aperto?); e sono sintomo, e fonte di imbarazzo, le scuse in cui si sta purtroppo avvitando la Municipale liberale, per tentare di giustificare un intervento che evoca spettri nel passato ed terribili esempi nel presente.

Non mi aspetto nulla dai rappresentanti della Lega, a partire dall’alcalde e dal suo compare vallerano; mi aspetto invece molto dai “miei”. Invece nulla di liberale nella gestione del dissenso del molinari, anche se esso è ostile, ispido e a volte incomprensibile nella sua chiusura; ci si poteva e doveva attendere da un liberale un maggior grado di apertura, di approfondimento, di riflessione, di cura e di rispetto anche per coloro che con tale radicalità esprimono una posizione antagonista e minoritaria; e, infine, è incomprensibile come sia stato possibile avallare un tale sfregio da parte delle istituzioni ai principi della legalità e dello Stato di diritto. Essere liberali significa, anche, sapersi confrontare con un pensiero diverso, criticamente rispettarlo, e trovare soluzioni affinché esso possa trovare spazio e cittadinanza; e, comunque, significa mettere al centro del proprio operare (come premessa irrinunciabile) il rispetto della legge e delle procedure.

L’intervento stupidamente muscolare del fine settimana e la finora scarsissima reazione di deputati e dirigenza hanno, tra gli altri segnali negativi, dato la misura dell’imbarazzo e dello smarrimento in cui versa il partito, che dovrebbe incarnare in azioni lo spirito nobile e intelligente del liberalismo. Dalla presidenza, e dagli organi, del partito mi permetto di sperare in un segnale che manifesti una critica seria e articolata a questo modo di procedere, anche se nel pasticcio è coinvolto un eletto liberale. Distinguere, essere se stessi, ammettere errori, fondare una riflessione critica e mettere punti fissi dal punto di vista dell’etica pubblica: sono condizioni non sufficienti, ma necessarie, per una ripartenza della politica dei liberali.


La tolleranza arrugginisce le ruspe

E lo schiavo ribelle Spartaco assiste rinchiuso nel Municipio blindato 

“Gli abusivi hanno preoccupazioni legittime” e ancora, un’occupazione “provvisoria e negoziata di edifici vuoti è un potenziale, non un pericolo”. Suona come un’eresia per il municipio delle ruspe di Lugano, non lo è affatto per Michael Aerbersold, capo del dicastero che gestisce gli immobili della città di Berna. D’un canto le aspirazioni dei giovani, la voglia di sperimentare e avventurarsi, non senza eccessi, sulle vie tortuose dell’indipendenza, dell’emancipazione. D’altra parte gli edifici abbandonati da anni che non servono a nessuno e non sono di certo una bella carta da visita di una città.

Una combinazione inconciliabile? Per nulla. Da Berna a Basilea, da Zurigo a Bienne la chiamano la “Zwischennutzung”. È una forma regolata contrattualmente per l’uso provvisorio di costruzioni disabitate da parte di abusivi, ma non soltanto. Ne beneficiano anche gestori di ristoranti, start-ups, giovani imprenditori che condividono uffici collettivi a pigione moderata e così di seguito. E funziona. A Zurigo gli edifici pubblici occupati possono essere liberati soltanto quando vi è una licenza di costruzione o di demolizione, non prima. Dal canto suo la città di Berna ha istituito un apposito ufficio di coordinamento. Promuove l’impiego di edifici pubblici in disuso e presta consulenze ai proprietari privati.

Negli scorsi 6 anni, da quando è stato creato il centro di coordinamento, ci sono state una ventina di occupazioni. Tutte hanno avuto un decorso pacifico, gli abusivi se ne sono andati alla scadenza del contratto per l’uso temporaneo dei locali vuoti. Una sola eccezione quando uno sgombero è sfociato in tafferugli fra polizia e un collettivo di giovani. Insomma i conflitti sono talvolta inevitabili, ma globalmente si è trovato un modus vivendi.

Berna, come Lugano, non vede di buon occhio le occupazioni abusive, ma le modalità per affrontarle divergono diametralmente. Berna ha adottato una strategia di de-esclation, gli interventi della polizia vanno, se possibile, evitati e devono essere proporzionati. Lugano fa esattamente il contrario. Usa le ruspe.


Fabio Pusterla – Un sabato a Lugano

E lo schiavo ribelle Spartaco assiste rinchiuso nel Municipio blindato 

Pubblichiamo qui, con l’autorizzazione dell’autore, la registrazione audio e il testo dell’intervento del poeta Fabio Pusterla al “Poetry Slam” a sostegno della causa dell’autogestione, organizzato ieri sera (2.6.21) dal CSOA davanti alle macerie dell’ex-Macello.

La registrazione audio è stata realizzata e concessa a “Naufraghi” da Olmo Cerri.

https://www.spreaker.com/user/olmo/pusterla-un-sabato-a-lugano

Questa poesia, prima la leggo e poi dico perché è sbagliata.
Si intitola “Un sabato a Lugano”.

UN SABATO A LUGANO

Parlano di dialogo accendono le ruspe
fanno dichiarazioni snudano manganelli
prendono aperitivi lusingano i turisti:

                            certo sarebbe ingenuo definirli fascisti.

Accendono le ruspe sognano i carri armati
radono al suolo incrociano i loro lunghi coltelli
sorridono gentili vestono da statisti:

                            c’è forse una ragione per dire che sono fascisti?

All’imbrunire un sindaco agisce virilmente:
chiama la polizia ma lui non ne sa niente.
Ordina distruzione la cosa lo rattrista:

                            ma in fondo lui è soltanto un sindaco leghista.

Il fascismo è una voce dentro i libri di storia
non c’è nessun motivo di usare la memoria.
Un sasso sul passato basta discorsi tristi:

                            oggi non mette conto dichiararsi fascisti.

Giovani sani e forti che ballino contenti
città che sappia offrire feste divertimenti
questo il programma giusto tutti felici e artisti:

                            gaudenti spensierati non vuol dire fascisti.

Parlano di dialogo negano che le ruspe
siano state volute pensate programmate
la vita che continua non vuole complottisti:

                            e chi oserebbe adesso parlare di fascisti? 

Anarchici bastardi schifosi comunisti
feccia rossastra negri drogati: inevitabile
dovuto e democratico il loro repulisti:

                            sono dei governanti non sono fascisti.

Si fregano le mani si grattano le palle
pescano qualche oliva dicono barzellette
si vestono di bianco mangiano fritti misti

                            ma con tutta evidenza non sono fascisti.

(applausi)

Lo sapevo che avreste applaudito. Ma è una poesia sbagliata. È un poesia sbagliata perché l’ho scritta sulla scia dello sdegno e della rabbia. E non è questa la strada che io penso si debba seguire.

In questi giorni, credo che tutti noi,  e voi più di me, abbiamo sentito lo sdegno e la rabbia, l’ingiustizia di cui molti hanno parlato. Ma io credo che questa sia una strada che va superata con altro, con qualcosa di positivo, quello che ho sentito in tutto le cose che abbiamo ascoltato questa sera. Sono io quello che ha detto le cose più brutte.

Credo che davvero questa sia una cosa su cui riflettere per non cadere nella trappola che attende tutti noi: la rabbia e la violenza farebbero il gioco di chi, la rabbia e la violenza, le ha usate qui dietro di noi, in tutt’altro modo.


Manifestazione sacrosanta, e qualche rischio

E lo schiavo ribelle Spartaco assiste rinchiuso nel Municipio blindato 

Siamo di parte, certo. La parte di chi ritiene che cinque sere fa a Lugano lo Stato di diritto abbia subito una torsione grave. La parte di chi non può accontentarsi di spiegazioni ufficiali che non sono spiegazioni bensì un cumulo (un altro) con cui si cerca di nascondere verità fin troppo palesi, e il sindacato Unia sostiene addirittura di avere le prove che l’ordine di far partire le ruspe è addirittura delle 17.30, a corteo ancora in corso. La parte di chi crede che sotto le macerie di un’ala dell’ex Macello non sia finito in frantumi soltanto il simbolo di una cultura alternativa che si può non condividere ma che una società aperta, così definita e intesa dal filosofo liberale Karl Popper, deve per definizione saper tollerare contrapponendo i propri principi e non la violenza degli escavatori.

La parte di chi ritiene preciso e inderogabile dovere della democrazia parlamentare non tendere rovinosi agguati ad anti-conformisti e dissidenti, ma piuttosto soppesare le conseguenze delle fratture sociali aperte da una reazione muscolare sproporzionata. Di chi ha segnalato senza timori gli errori (anche tattici, come l’occupazione pur simbolica dell’ex Istituto Vanoni) di un’autogestione che nulla deve cedere in fatto di rivendicazioni sulle proprie autonome scelte e sul proprio diritto ad esistere, e tuttavia che non dovrebbe perdere di vista il rapporto con la cittadinanza – da non confondersi con un ammuffito establishment – per favorire quel tipo di coesistenza che ha consentito il consolidarsi di centri autogestiti in altre realtà urbane svizzere; addirittura, a  Berna, ben sei votazioni popolari hanno respinto, ancora in tempi recenti, altrettante iniziative  della destra per decretarne la chiusura.

Anche la parte di chi quasi una settimana fa, fra il fiume di slogan anche surreali della manifestazione pacifica poi finita in uno scenario drammatico, non fece solo finta di sentire la parola “dialogo”. Di di chi non si rassegnava all’idea che fosse irripetibile il faticosissimo compromesso di un ventennio fa, in cui si impegnarono politici ticinesi di sponde addirittura opposte. E poi anche di chi da settimane ripeteva che la voluta tenace provocatoria mancanza di una struttura alternativa all’ex Macello, impegno solo teoricamente preso dall’esecutivo cittadino, era inevitabilmente destinata a chiudere qualsiasi spiraglio; figurarsi, adesso che la ‘casa degli autogestiti’ non c’é più, si parla di mandarli il più vicino possibile al carcere cantonale della Stampa e il più lontano possibile dalla città, “ma serviti da ottimi servizi di trasporto” (sic).

E di tanti altri aspetti, politici e sociali, questa ‘parte’ ha scritto e riflettuto e discusso nelle nostre pagine. Anche sul timore di un’escalation, frutto di una comprensibile esasperazione di coloro che sono vittime (i “brozzoni”) di una narrazione in cui s’è deciso di illustrare unicamente quella parte di violenza (due episodi due) che doveva servire a marchiarli a vita. Nemmeno a fronte di tutto questo i “Naufraghi’ che siamo possono rivendicare alcunché. Men che meno di calar lezioni. Al massimo invitare chi parteciperà alla manifestazione di sabato ad evitare trabocchetti, trappole, provocazioni, infiltrazioni, e il timore di isolare chi ci provasse da parte di chi – magari arrivando da fuori cantone per portare ‘rinforzi’ – ritiene che l’unica ricetta sia di rispondere alla forza con la forza, alla violenza con la violenza, all’arbitrio con altro arbitrio.


Tendenze molto positive, ma ancora non è finita

E lo schiavo ribelle Spartaco assiste rinchiuso nel Municipio blindato 

Nemmeno un morto, ieri: non succedeva dal 6 di ottobre. Quasi sette mesi fa. La china discendente imboccata dalla pandemia è davvero stupefacente. Diminuiscono i nuovi casi, le ospedalizzazioni, i decessi e, negli ultimi giorni, il tasso di positività dei test è sceso un paio di volte sotto il 3 per cento: per ritrovare dati simili bisogna risalire addirittura alla prima metà di settembre!

Ciliegina sulla torta, il Ticino è tra le regioni che hanno i tassi di incidenza più bassi, come su Twitter mostrava questa cartina elaborata in base a dati raccolti da CovidLaws, un sito che mette in cifre la pandemia in Svizzera e nel mondo. A fine maggio, con 24 casi per 100 mila abitanti nei sette giorni precedenti, il Ticino ancora non era nella categoria di testa (in cui troviamo due distretti basilesi, uno friborghese e tre grigionesi, tra cui la Mesolcina), ma si trovava, seppur di misura, nella seconda.

Sul fronte delle buone notizie, la campagna di vaccinazioni prosegue e accelera, tanto che nella sua ultima comunicazione, l’Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP) annuncia che oltre il 20 per cento della popolazione è stato completamente vaccinato, cifra che sale al 25 per cento per il Ticino (con un 15 per cento che ha invece ricevuto solo la prima dose, sia a livello svizzero che ticinese).

Almeno finora, non sembra quindi far sentire i suoi effetti la temuta variante indiana, ribattezzata variante delta, per evitare riferimenti geografici inesatti e in qualche caso all’origine di stigmatizzazioni di nazioni o gruppi etnici. Secondo gli ultimi dati del GISAID, la piattaforma internazionale di condivisione dei dati genomici dei virus, oggi in Svizzera rappresenta lo 0,9 per cento delle varianti individuate, in crescita rispetto allo 0,6 per cento annunciato dall’UFSP la scorsa settimana (ne avevo parlato qui), ma per ora pur sempre marginale rispetto alla variante alfa (quella inglese), largamente dominante in Svizzera.

Tutte queste belle notizie non devono però farci dimenticare che l’uscita dal tunnel non è per domani, da una parte perché poco meno di due persone su tre ancora non hanno ricevuto nemmeno la prima vaccinazione, dall’altra perché c’è una parte importante della popolazione per la quale ancora non vi sono vaccini: parlo dei più giovani. E se per i ragazzi tra i 12 e i 16 anni la procedura di autorizzazione è in corso, per gli under 12 ci vorranno mesi prima che possa iniziare.

Poco male diranno alcuni che ancora si fidano di quel che diceva il famigerato Mr. Coronavirus un anno fa, ma non è così, perché anche ragazzi e bambini possono soffrire di conseguenze gravi e soprattutto perché possono contagiarsi e contagiare, come conferma l’ultimo studio dell’epidemiologo tedesco Christian Drosten: anche in assenza di sintomi, i bambini sono contagiosi e possono essere dei “superspreader”, riassumeva Watson qualche giorno fa. Nel suo studio, Drosten si è concentrato su pazienti pre-sintomatici, asintomatici e poco sintomatici e, misurando il loro carico virale, conclude che “le differenze tra bambini e adulti sono troppo piccole per produrre da sole differenze importanti nell’infettività”.

È la conferma che, al di là dei rischi che corrono (ne avevo parlato a metà maggio), per lasciarci davvero alle spalle la pandemia la vaccinazione di ragazzi e bambini sarà irrinunciabile.