La fame come strategia di guerra

La violazione dei diritti umani nel Tigrai si aggiunge alla fame e all'insicurezza alimentare 

di Letizia Pinoja, Fondazione diritti umani

Fra gli obiettivi di sviluppo sostenibile 2030 vi è quello di porre fine alla fame nel mondo. Tuttavia, ad oggi, nella regione semi-autonoma del Tigrai (Etiopia), 350’000 persone soffrono la fame. Altri 5,5 milioni di persone vivono in condizioni di grave insicurezza alimentare. Ma cosa ha reso l’Etiopia, storicamente una delle regioni più fertili del mondo, il teatro di quella che, secondo gli esperti, rischia di essere la peggiore crisi alimentare del decennio?

Nel Novembre 2020 l’esercito federale etiope entrava nel Tigrai per disarmare il Fronte Popolare di Liberazione del Tigrai (FPLT), entità considerata ribelle da Addis Abeba. Le cause delle tensioni fra la regione del Tigrai e il governo centrale sono varie e di lunga data. Di particolare importanza è stata l’elezione del premier Abiy Ahmed nel 2018 e lo smantellamento del dominio tigrè a favore di una coalizione governativa non comprendente il Tigrai. La miccia che ha fatto scoppiare gli scontri è stata il posticipo delle elezioni nazionali causato dalla pandemia. Lo stato federato del Tigrai si è infatti opposto a tale decisione, definendola incostituzionale e indicendo delle elezioni in settembre del 2020. Un anno dopo essere stato insignito del Premio Nobel per la Pace, il Premier etiope ha reagito alla contestazione tigrè invadendo la regione nel Novembre 2020.

Le perplessità riguardo all’onorificenza di Abiy Ahmed risalgono fin dal momento della premiazione alla fine del 2019, in particolare per quanto riguarda la pace con l’Eritrea. Un conflitto nato negli anni Novanta con l’indipendenza di quest’ultima dall’Etiopia, esso si fonda sulla contesa territoriale di una parte della regione del Tigrai. Essendo il FPLT “nemico comune” dei governi eritrei e etiopi, varie sono state le accuse contro Abiy Ahmed di opportunismo politico. Il coinvolgimento delle truppe eritree nel conflitto in Tigrai non ha fatto che corroborare tali accuse, e le gravi violazioni dei diritti umani emerse nel conflitto mettono sempre più in dubbio la legittimità dell’onorificenza.

Infatti, la violenza che pervade il Tigrai da novembre ha conseguenze nefaste per la popolazione locale. Recentemente, le agenzie dell’ONU (FAO, WFP e UNICEF) hanno denunciato il rischio imminente di carestia nella regione. Oltre alle sfide poste dal cambiamento climatico – invasione di locuste, inondazioni e siccità – la sicurezza alimentare della regione è messa a dura prova da quella che l’Associated Press (AP) ha denunciato come “fame quale strategia di guerra”. Quest’ultima è perpetrata dalle truppe etiopi ed eritree, accusate di bloccare i convogli di aiuti umanitari.

Inoltre, l’AP ha denunciato gli eserciti di impedire ai contadini tigrè di coltivare le proprie terre rubando sementi, uccidendo bestiame e saccheggiando materiale agricolo. Gli operatori di Medici Senza Frontiere (MSF) hanno infine segnalato come le distruzioni sistematiche di case, pozzi, ospedali e altre infrastrutture fondamentali alla sopravvivenza, abbia spinto più di 40’000 persone a lasciar le proprie terre per cercare rifugio nel vicino Sudan o affrontare il pericoloso viaggio alla volta dell’Europa.

Gli eserciti etiopi ed eritrei stanno volontariamente inducendo una carestia. Tali pratiche costituiscono una grave violazione del diritto universale ad un’alimentazione sana. Indirettamente, sono tuttavia vari i diritti umani violati. Per esempio, la fame impedisce ai bambini di andare a scuola, priva le persone del lavoro e della salute. La fame compromette il funzionamento economico e sociale della società, e ne nega lo sviluppo. Le carestie conducono a miseria e violenza.

La situazione nel Tigrai è drammatica, ma non ancora irreparabile. Il 29 giugno 2021 il governo etiope ha dichiarato unilateralmente un “cessate il fuoco”, ha ritirato le proprie truppe e il FPLT è rientrato nel capoluogo Macallé. Si auspica che gli aiuti umanitari, benché limitati nelle risorse, possano raggiungere la popolazione tigrè al più presto e porre fine alla disperazione di 5,5 milioni di persone.

 


Dal cucù all’antifragilità elvetica

La violazione dei diritti umani nel Tigrai si aggiunge alla fame e all'insicurezza alimentare 

C’è anche chi parla di «antifragilità» elvetica. E non sembra un pregiudizio o un cliché o una battuta alla Welles o l’immunità di “un’isola che non c’è” (vedi il recente e stimolante contributo di Enrico Lombardi su Naufraghi/e). Certamente un modo diverso di collocare e vedere la Svizzera che ha la sua ragion d’essere.

Dopo le turbolenze della pandemia c’è la tendenza a dire, in lingua bernese o anche ticinese (ultime interviste televisive ai responsabili dell’economia) che, tutto sommato, non è poi andata così male. In termini di PIL (prodotto interno lordo o, per semplificarla, di crescita economica) o di disoccupazione si era previsto peggio. Dietro a questi rilievi c’è molto orgoglio nazionale o cantonale (quanto siamo bravi, nonostante tutto!), ma sotto sotto si nasconde l’immancabile confronto con chi ci sta attorno, che fa peggio e non sembra uscirne (anche se l’Italia prevede quasi un punto di aumento del PIL come conseguenza della vittoria negli Euro). E così si nutre, in un momento politicamente delicato (v. rifiuto dell’accordo quadro con l’Ue) la glorificante idea di Svizzera, paese delle meraviglie: non ha smarrito la crescita e nel bailamme generale mantiene stabilità politica, grazie alle sue istituzioni particolari, non ancora impegolate, aggiungono i soliti, nelle quadrature di Bruxelles.

Qualche tempo fa scoprivo per caso un saggista, specializzato nella gestione dei rischi e dell’incertezza, Nassim Taleb, che ha scritto un libro, intitolato (in inglese) «Antifragile» (traduciamo pure Antifragilità) che dà spiegazioni e dimostrazioni interessanti. Sostiene, ad esempio, che la Svizzera è «il paese più stabile al mondo» perché ha nel sangue (o nel suo DNA, se si vuole) l’«antifragilità». Che cos’è? È la capacità di resistere ai contraccolpi ma, meglio ancora, la capacità di approfittarne. Abilità estrema, altro che orologio a cucù!

C’è la spiegazione politica: l’antifragilità è data dalla struttura istituzionale costruita dal basso verso l’alto, dal cittadino verso lo Stato, dall’assenza di un governo forte o dalla necessità di persone carismatiche, dal rifiuto dei tribuni, da «una superba protezione contro il romanticismo delle utopie» (si sottolinea persino). C’è quindi l’aspetto economico, intrecciato alla stabilità: il pragmatismo, l’accortezza nello sfruttare ogni opportunità o ogni contrarietà, l’assenza o quasi di interventismo statale «ingenuo» (come viene definito, un po’ misteriosamente). È vero, la Svizzera suscita invidia e sta subendo numerose pressioni da ogni parte (anche con la tassa sulle multinazionali decisa a Venezia. Che ha messo di malumore il nostro ministro delle finanze, Maurer). Ma è proprio questo continuo stress politico-economico che ne rafforza il sistema immunitario e la rende unica.

Affascinante. In buona parte anche vero. Sono comunque in molti a crederci. Dovremmo però metterci appresso, ad esempio, per correttezza o oggettività, quel mezzo milioni di lavoratori, con famiglia, che devono vivere con meno di 4 mila franchi al mese. Forse è un elemento di fragilità, anche se ce lo ricorda un sindacato, istituzione emarginata. Oppure soffermarci su altri tre rilievi emersi proprio da informazioni recenti sul PIL. La prima: è l’immigrazione ad avere un ruolo molto importante e a farci evitare la recessione, soprattutto grazie alla maggior domanda creata, fattore essenziale nella crescita (ma forse anche al fatto che gli immigrati sono una massa di manovra che si può indurre a tornare al proprio paese quando risultano in esubero). Fragilità demografica ed umana, quindi. La seconda: la creazione di maggior valore aggiunto (e, quindi, di ricchezza) risulta dovuta alla produzione di servizi che riguardano la salute, le attività sociali, l’amministrazione pubblica; assieme hanno contribuito quasi alla metà della crescita. Interventismo pubblico, quindi. Per fragilità privata. Se non ci fosse sarebbe il crollo. La terza, più particolare, confermata anche da una recente analisi dell’OCSE: quasi la metà del maggior valore delle esportazioni svizzere è dovuto a prodotti semifiniti importati. Dunque, non ci sono esportazioni possibili e crescita senza importazioni. Forte dipendenza, quindi.

Non è che la pretesa antifragilità elvetica sia costruita sulla fragilità? Paradosso o abilità elvetici. Oppure c’è ancora un’altra spiegazione, forse da scoprire nella cultura nazionale o, meglio, nell’etica… elvetica.

Nell’immagine: mappa genealogica dei temi trattati da Nassim Taleb


John Maynard Keynes – Il ruolo economico dello Stato

La violazione dei diritti umani nel Tigrai si aggiunge alla fame e all'insicurezza alimentare 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Notiziole sul tema ex-Macello

La violazione dei diritti umani nel Tigrai si aggiunge alla fame e all'insicurezza alimentare 

Leggiamo, un po’ increduli, le esternazioni del presidente di una fondazione benefica, che ha da anni abbandonato l’edificio in cui il 29 maggio erano sciamati per un po’ gli autogestiti, per un rave o un flashmob simbolico; senza nemmeno un dubbio né un rossore, ci dice che «l’irruzione degli anarchici ha turbato i ragazzi». Delle due l’una, come direbbe qualche nostrano leguleio: o la fondazione continua(va) a utilizzare il dismesso e fatiscente edificio per metterci i suoi “ragazzi” (visto il track record di talune organizzazioni umanitarie elvetiche, non saremmo stupiti di apprenderlo), quindi in spregio a ogni legge sanitaria e amministrativa; o l’esternazione è una sesquipedale e inutile sciocchezza, in quanto il prospettato rave degli autogestiti in una struttura abbandonata non avrebbe potuto per definizione turbare nessuno, se non al massimo il sonno di qualche parruccone benpensante. Diciamocelo francamente; dopo le costanti cavolate che Municipio, Cantone e polizia hanno cercato di farci digerire in queste settimane, le commoventi parole in libertà del “Signor Vanoni” sono pinzillacchere, il meno della cavagna.

La polizia ha manifestato una certa insofferenza per il tentativo dell’amministrazione cittadina di farle portare il cappello, e la responsabilità, della assurda opera di distruzione di parte dell’ex-Macello, in un rincorrersi di motivazioni, di scuse e di giustificazioni contraddittorie che lascia allibiti; l’ultima è la “motivazione” economica, cioè che l’abbattimento fu stato deciso per … risparmiarsi i costi e gli oneri della sorveglianza del manufatto sgomberato.  La polizia non pare proprio un covo di cuordileoni, come ben alludono i giubbotti antiproiettile degli inflessibili e seriali multatori, più che non l’inutile esibizione di muscoli palestratissimi: lo dimostrano episodi recenti, in cui c’era forse da rischiare qualcosina, e non solo da mettere qualche bollettino di versamento sotto un tergicristallo; e anche tutto il cancan che si fa a proposito dei tremendi pericoli che gli agenti corrono quotidianamente, e della legislazione speciale che si invoca a tutela delle forze “dell’ordine”. In queste condizioni, e con queste premesse, certamente la polizia non è neppure pronta ad assumersi, almeno non senza idonea contropartita, la responsabilità di decisioni prese altrove e di cui furono al massimo acritici esecutori.

Dal Municipio, il solito perdurante silenzio sui fatti del 29 maggio, che ha trovato molto opportuna giustificazione nella conclamata volontà di non interferire con la procedura penale in corso, di cui cominciano a preoccupare un po’ le tempistiche, che legittimano qualche dubbio e forse anche qualche sospetto. Ricordiamo, sommessamente, l’ovvio: e cioè che la gestione pubblica deve essere come la moglie di Cesare, cioè al di sopra di ogni sospetto, e non unicamente rispettosa del codice penale, come sembrano invece volerci sdoganare i nostri amministratori. Che essi abbiano violato sia il codice civile (con lo sgombero coatto, senza preventiva decisione di un giudice: ricordiamo che vi era un contratto e che il Cantone pagava ogni anno un affitto alla città) sia norme banali del diritto amministrativo (demolizione senza licenza, nessun rispetto per normative sanitarie e ambientali) è fatto accertato ictu oculi (come direbbe il giurista di cui sopra), e di questo dovrebbero rendere conto già ora; in questo senso, e lo ripetiamo, l’amministrazione si è resa responsabile di violazioni del diritto che se commesse da un privato sarebbero state giustamente e puntualmente sanzionate.  Lo Stato è il tutore della legalità, non può esserne il violentatore; se non a prezzo di perdere legittimità e legittimazione.

Passano le settimane e siamo sempre lì, a vedere se qualcuno finalmente troverà (nei pantaloni e nello scampolo di buona fede e di onestà rimasto nel cerebro) il coraggio di assumersi la responsabilità di quanto successo; e magari per ammettere di avere sbagliato.


Le cifre salgono, le misure vanno riviste

La violazione dei diritti umani nel Tigrai si aggiunge alla fame e all'insicurezza alimentare 

L’inversione di tendenza è ormai lampante. Da due settimane, il numero dei contagi è tornato a salire e si tratta, a non dubitarne, di una crescita esponenziale: l’aumento era di 666 casi l’altra settimana e di 1293 in quella appena conclusa. In altre parole, le cifre raddoppiano in poco più di una settimana e di questo passo entro la fine del mese ci troveremo a circa diecimila casi a settimana: ancora lontani dai diecimila ai giorno dei primi di novembre, ma ormai vicini al picco della terza ondata (oltre 15 mila a settimana, a metà aprile).

Non è ovviamente detto che la quarta ondata prosegua con questi ritmi e ci si può sempre consolare perché per ora decessi e ospedalizzazioni non fanno segnare aumenti: dai 14 morti registrati due settimane fa siamo scesi a 5, mentre le ospedalizzazioni erano 49 nella settimana del 1. luglio e sono state 35 la scorsa settimana (comunque in leggera risalita rispetto a quella precedente). Non dimentichiamo però che nel Regno Unito, dopo settimane di stagnazione nonostante casi in forte aumento, ospedalizzazioni e decessi stanno crescendo ora, e notevolmente:  gli ultimi dati, indicano su base settimanale un aumento del 46,8 per cento delle ospedalizzazioni e del 47,7 per cento dei decessi.

Se i vaccini riducono il rischio di malattia grave e quindi di ospedalizzazione e di morte, più persone si contagiano più gli ospedali si riempiono, ovviamente, con esiti a volte letali anche perché a contagiarsi sono soprattutto i non vaccinati. E se questo succede oltre Manica, dove a essere completamente vaccinato è il 67 per cento della popolazione, cui si aggiunge un 20 per cento che ha ricevuto la prima dose, difficilmente potrà non succedere in Svizzera, dove queste percentuali sono sensibilmente inferiori: 43,3 per cento completamente vaccinato, 9 per cento con la prima dose.

Tutto questo per dire che in Svizzera sarebbe tempo e ora di ripensare l’approccio alla pandemia e chiedersi se gli allentamenti introdotti a fine giugno non debbano essere rivisti. “Le fasi di riapertura del 19 aprile e del 31 maggio non hanno avuto conseguenze negative sulla situazione epidemiologica”, scriveva il Consiglio federale, che per giustificare le riaperture citava “il miglioramento della situazione epidemiologica” e “il buon andamento della campagna vaccinale”. Oggi la situazione epidemiologica peggiora, complici di certo anche le ultime riaperture, e la campagna vaccinale ha ormai il fiatone, come mostra eloquentemente questo grafico.

Se questa è la situazione, com’è possibile continuare a permettere a negozi, strutture per il tempo libero e impianti sportivi di sfruttare appieno la propria capienza; consentire 1000 spettatori sia al chiuso che all’aperto per manifestazioni che non richiedono il certificato COVID, a condizione che stiano seduti; 250 spettatori al chiuso e 500 all’aperto se stanno in piedi, seppur con obbligo di mascherina e di registrazione?

Nell’autunno dello scorso anno, il Consiglio federale aveva temporeggiato. Con quali risultati abbiamo visto tutti. Sarebbe il caso non lo facesse di nuovo.

Ma visti i precedenti, come sottolineavo la scorsa settimana, non resta che incrociare le dita.


Casa…

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foto © Marco D’Anna

Sì lo so, avevo bevuto quella sera e Jenny se n’era andata sbattendo la porta, non le andava giù che me ne andassi sempre in giro, diceva che la mia casa sembrava l’accampamento di un beduino, non sopportava i miei silenzi al ritorno dai viaggi, non le fregava niente se venivo dall’Indonesia, dal Tibet o da Marte, non guardava una fotografia, non voleva ascoltare le storie dei miei incontri, i miei incubi.
Lei era bella, sensuale, divertente, stavo bene insieme a lei, ma Jenny cercava qualcosa che volevo evitare, la sicurezza del domani, Jenny mi voleva bloccare con un lavoro tranquillo in città.
Quella mattina mi svegliai tutto sudato, avevo sognato ancora la mia pantera nera, era successo altre volte, sempre al ritorno da qualche luogo sperduto, sempre quando stavo per decidere di smetterla con giungle e deserti, io cercavo quella bestia ovunque, sapevo che l’avrei incontrata, sapevo che mi avrebbe portato nel suo altrove segreto, era per lei che continuavo a vagare.

testo © Marco Steiner

Dopo tanti anni di viaggi, Marco & Marco non potevano fermarsi. Abbiamo deciso di ripartire attraverso l’Immaginario, del resto lo diceva Saramago, “Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione…” Ecco quello che faremo, torneremo per vedere con altri occhi… se volete potrete partire con noi.


Anche per la Svizzera nubifragi annunciati

La violazione dei diritti umani nel Tigrai si aggiunge alla fame e all'insicurezza alimentare 

“La protezione dalle alluvioni diventerà un problema gigantesco. Le catastrofi naturali estreme si ripetono ormai a scadenze regolari, i danni sono molto più gravi ed ingenti rispetto ai decenni precedenti”. Sono le testuali parole del consigliere federale Moritz Leuenberger quando lo intervistai una decina d’anni fa. Presentava un piano d’azione miliardario per contenere disastri come quelli subiti dalla Svizzera centrale nel 2005 e dal Vallese nel 2000.

Molto tempo prima, ben 30 anni fa, si erano già levati i moniti di scienziati e ricercatori. Basta rispolverare un approfondito studio sulle cause delle ancor più disastrose alluvioni che hanno sconvolto il canton Uri nel lontano 1987. Vi si legge che le eccezionali precipitazioni sono riconducibili “d’un canto ai cambiamenti naturali, dall’altro all’impatto dell’uomo”. Il riscaldamento climatico – precisa – intensifica le evaporazioni, l’umidità si accumula nell’atmosfera e si scarica sotto forma di piogge sempre più intense e prolungate.

Nel frattempo la ricerca è sulle tracce degli effetti dei gas serra sul Jetstream, i venti d’alta quota che influenzano il tempo del pianeta. A causa del riscaldamento climatico, le correnti a 10 km d’altitudine si mettono a serpeggiare e si rallentano. La conseguenza, un ristagno delle condizioni meteorologiche con prolungate siccità o all’inverso piogge torrenziali. E’ quanto succede attualmente con le canicole in Canadà, nel nord degli Stati Uniti e in Scandinavia e nel contempo le devastanti intemperie nell’Europa centrale, in Germania, Belgio, Svizzera.

Questi fenomeni sono destinati ad intensificarsi di fronte ai considerevoli ritardi nella lotta al riscaldamento climatico sia a livello internazionale sia in Svizzera, in particolare dopo il no popolare alla legge sul CO2. Il punto di non ritorno si avvicina pericolosamente. Lo studio di 30 anni fa illustrava i suoi moniti con l’immagine di un beduino accampatosi in un uadi, un canale desertico ed asciutto che viene improvvisamente inondato durante la stagione delle piogge ed altrettanto rapidamente prosciugato. Quando il nostro beduino vede in lontananza l’arrivo di un forte temporale può speculare e sperare che non inonderà il suo uadi. Ma se si sbaglia non avrà più il tempo per fare i bagagli.


La Svizzera nella sala d’aspetto del dentista

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Sono giorni difficili e complicati da capire, tempi di instabilità non solo meteorologica.

Questioni “globali” esondano con i loro effetti penetrando anche impunemente i nostri confini nazionali e cantonali.

Prendiamo ad esempio il “Patto di Venezia” in cui il G20 ha stabilito e messo nero su bianco un’aliquota minima del 15% per la tassazione dei profitti delle multinazionali nei Paesi in cui operano.

Una decisione storica di un consesso, il G20 appunto, in cui la Svizzera non c`è, ma che rappresenta i Paesi che producono, insieme, il 90% del PIL mondiale (vedi “La Regione”, 12.7.21).

Una misura frutto di anni di studi e ricerche di un altro importante consesso internazionale, l’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) di cui siamo fra i paesi fondatori.

Ora, dice il nostro ministro delle Finanze Ueli Maurer, “dobbiamo svegliarci”, perché ci tocca accettare per forza questa decisione rinunciando ad un altro pezzo di “privilegio” che credevamo garantito per sempre grazie al nostro sistema fiscale compiacente verso le aziende multinazionali, sia nostre con sedi all’estero, che estere con sedi in Svizzera.

Aiuto!, non saremo più attrattivi come prima e rischieremo che senza i vantaggi di cui godono finora le multinazionali in regime fiscale elvetico se ne restino (o se ne tornino) a casa propria.

Google, per dire, con i suoi quasi 5000 collaboratori nella sede di Zurigo, piattaforma e motore di ricerca online che sta assorbendo, fra l’altro, gran parte delle entrate pubblicitarie perdute dai nostri media nazionali, ecco, Google, ora che farà? Resterà o se ne tornerà a Silicon Valley, che tanto il 15% deve pagarlo comunque?

E la Svizzera come proverà, di fronte a questi casi, a rendersi comunque “appetibile”? Cosa metterà sul piatto per trattenere tali aziende? E, ancora, come si muoverà, in questo senso, il nostro Ministro, con il proprio partito che passa il tempo a voler negare che il nostro Paese sta dentro il mondo e con il mondo e quel che succede intorno a noi, deve interagire senza isolarsi?

Che succederà, nel nostro piccolo, dentro quel fronte politico? Cosa leggeremo domenica prossima a firma Cip e Ciop o Gigi di Viganello? “G20, una banda di falliti”? Oppure “Fuori subito dall’OCSE”? Chissà, forse un giorno allo scriba qualcuno spiegherà che il pianeta su cui viviamo è uno solo, per ora, e dissociarsi da tutto e da tutti è impossibile. Se ne faccia una ragione, il giornaletto di Via Monte Boglia e chi lo infarcisce di livore. Altrimenti, può sempre decidere di trasferirsi sulla luna con Richard Branson e la sua navicella Virgin Galactic.

Anche un altro grande tema di questi giorni ripropone, in un certo senso, un’analoga situazione diciamo “contraddittoria”: il piano di riduzione delle emissioni di CO2.

Benché nettamente in ritardo con la tempistica che idealmente dovrebbe portare la Svizzera, come il resto del mondo, alla “neutralità climatica” entro il 2050, lo scorso 13 giugno si è votato contro una revisione di legge che andava appunto in tal senso, con gioia e soddisfazione, sempre da parte di un certo versante politico, per aver “asfaltato l’ennesimo balzello”.

Beh, certo, la revisione implicava dei costi, ed oggi, per certa politica, è gioco facile evocarli come sciagurata misura sul borsello dei contribuenti, per vincere la battaglia delle urne.

Ma pure in questo caso, guarda un po’, ora siam qui tutti a constatare che comunque l’obiettivo resta necessariamente lo stesso, e che dunque occorrerà da subito attivare misure concrete: per dirla con il Corriere del Ticino del 13.7.21, con “obiettivi mancati, sale il balzello”, ed ecco che la tassa sul CO2 passerà da 96 franchi a 120 franchi a tonnellata a partire dal 1 gennaio prossimo. Eh, sì, perché fino a prova contraria, obiettivi e progetti di ogni genere hanno dei costi, anche gravosi: negarli o incitare a combatterli è pura retorica elettorale.

Sul fronte energetico pare che siamo talmente indietro rispetto ai progetti di sviluppo legati alla produzione di “energia pulita” ( nei confronti degli altri paesi ma anche rispetto ai buoni propositi annunciati ufficialmente) che si dovrà tenere in vita almeno per ulteriori 10 anni le nostre “temute” centrali nucleari, che ancora producono il 33% del fabbisogno annuale di elettricità (vedi “Le Matin Dimanche” ripreso da Tio)

E’ vero, nel 2016 il popolo svizzero aveva votato contro un’iniziativa che voleva l’abbandono del nucleare. Perciò si va avanti fino ad esaurimento degli impianti esistenti, per forza di cose. Ma in fondo il nucleare, se non altro, è “pulito”.

Ora, è mai possibile che non vi siano altre soluzioni, che non sia messa immediatamente fra le priorità una diversa e più accentuata politica di promozione di forme alternative di energia? Possibile che in un momento così contraddittorio, si riesca invece ad approvare una spesa di 15 miliardi e mezzo di franchi per acquisto e manutenzione di 36 jet da combattimento F-35 (fra le varie cose anche altamente inquinanti, ammesso che volino)?

Inutile aggiungere, poi che, quando sarà, la chiusura delle centrali nucleari riproporrà in modo bruciante il tema delle scorie e del luogo sotterraneo in cui depositarle in sicurezza. Si, perché intanto sono conservate in speciali depositi quasi tutti nel Canton Argovia (cosa avranno mai fatto di male gli argoviesi?).

E ancora, si ricorderà come il dibattito sullo smaltimento delle scorie scavando e perforando l’altipiano della Greina, avesse scatenato paure, proteste, polemiche a non finire. E ora? A che punto siamo? Siamo al punto che prolunghiamo la vita delle centrali e rimandiamo sine die la questione, sperando magari che, nel frattempo, si riesca a trovare qualche atollo nell’Oceano Pacifico in cui nascondere l’imbarazzante carico: mal che vada ci sarà qualche conseguenza a Bora Bora, ma noi sani e salvi, ancora una volta.

Negli anni ’80, Elsi Attenhofer, una grande attrice e cabarettista svizzera nata a Lugano e cresciuta a Tesserete, aveva messo nel proprio repertorio teatrale uno sketch legato al tema delle scorie radioattive che aveva fatto molto discutere. Interpretava infatti una dentista, che al paziente di turno, cui doveva praticare un’otturazione, spiegava che nel dente avrebbe messo anche un po’ di scorie, in nome del principio che ciò che vogliamo produrre è di responsabilità di ciascuno di noi e che dunque, nel caso delle centrali nucleari, toccava poi ad ogni cittadino farsi carico delle scorie.

Nel suo stile cabarettistico graffiante, Elsi Attenhofer metteva sin da allora in evidenza, certo in modo provocatorio e satirico, quello che resta uno degli aspetti più delicati non solo del rapporto fra politica energetica e salvaguardia del territorio, ma anche e soprattutto nella riflessione necessaria sul tema delle responsabilità collettive ed individuali.

Troppo spesso il nostro Paese ha affrontato questioni “globali” come finissero ai propri confini, tenendosi in casa i benefici e “cacciando fuori”, da qualche parte, poco importa, costi, sacrifici, conseguenze negative.

Sempre colpa degli altri? Eh no, e se non lo capiamo, prepariamoci ad aprire la bocca che arriva la  dentista! E non sarà il trapano a far più male.


Cambiare le parole per non cambiare nulla

La violazione dei diritti umani nel Tigrai si aggiunge alla fame e all'insicurezza alimentare 

C’è una parola che sta diventando sempre più di moda, soprattutto in Europa. Certo, non come smart (smart-phone, smart-working, smart-cities, smart-shopping, smart-factory, smart-tutto, smart-eccetera) – parola magica che dice tutto e il contrario di tutto – eppure ha la sua stessa capacità di dire e non dire, mascherare e affascinare. Una parola che richiama qualcosa di morbido, di piacevole e insieme di coinvolgente.  La parola è: resilienza.

In Italia, Draghi ha presentato all’Europa il suo Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Le politiche europee e il Next Generation EU si pongono l’obiettivo di arrivare a “un’Europa più ecologica, digitale e resiliente” ai cambiamenti climatici.

Ma cosa significa resilienza? Secondo treccani.it in ecologia la resilienza è “la velocità con cui una comunità (o un sistema ecologico) ritorna al suo stato iniziale, dopo essere stata sottoposta a una perturbazione che l’ha allontanata da quella condizione”; mentre in psicologia, la resilienza è “la capacità dell’individuo di reagire a traumi e difficoltà, recuperando l’equilibrio psicologico attraverso la mobilitazione delle risorse interiori e la riorganizzazione in chiave positiva della struttura della personalità”.

Se applichiamo questa definizione all’oggi, dover tornare a come eravamo prima della pandemia attraverso la mobilitazione delle risorse interiori individuali e la riorganizzazione in chiave positiva della struttura della personalità – è oggi il mantra che il sistema e i mass/social-media ci fanno recitare ogni giorno per assorbire l’urto della pandemia senza rompersi (senza rompere il sistema produttivo e consumativo, semmai rilanciandolo come prima  e più di prima), cioè senza cambiare nulla rispetto a prima della pandemia. Dimenticando che di fronte a noi abbiamo una crisi climatica sempre più grave, contro la quale non bastano un po’ di green economy, di economia circolare e di digitale.

Concentriamoci sulla definizione di resilienza in psicologia. Che esprime una classica retorica neoliberale (non contare sugli altri ma conta solo su te stesso, pensa positivo), ma è anche una classica azione manageriale di problem solving a valle – e non di eliminazione a monte della causa che ha prodotto il problema. Per questo la parola è usata soprattutto dalle tecnocrazie e dai governi neoliberali. La resilienza sembra diventata allora niente più che un modo diverso per dire adattamento dell’uomo anche alla crisi climatica e non la sua reale soluzione.

E di adattamento – fondamento della filosofia (sic!) neoliberale – aveva scritto, tre quarti di secolo fa, Walter Lippmann sostenendo appunto che compito del neoliberalismo è quello di modificare l’uomo, adattandolo alle esigenze della produzione e del capitalismo, divenendo “un nuovo sistema di vita per l’intera umanità”, così che “l’ambiente sociale e il sistema capitalistico possano formare un tutto armonico”. Adattamento: qualcosa di profondamente illiberale e di immorale, poiché nega all’individuo la sua libertà e gli impone solo di adattarsi alle esigenze del capitale.

Due notizie recenti per approfondire il tema e capire cosa sia la resilienza. La prima: secondo il Rapporto Focsiv sui ‘Padroni della terra’ – se nel 2018 l’agrobusiness concentrava nelle sue mani 88 milioni di ettari di terra nel mondo, nel 2020 (in piena pandemia e crisi climatica) questo fenomeno ha raggiunto e superato i 93 milioni di ettari, “strappati alle popolazioni locali e consegnati ad un sistema estrattivista che sta portando il Pianeta a un punto di non ritorno”. Si chiama land grabbing e “questi 93 milioni di ettari sono pari alla superficie di Germania e Francia messe insieme”. Ovvero il capitalismo continua a sfruttare sempre di più la terra e gli uomini; altro che sostenibilità ambientale e transizione ecologica…

La seconda: l’accordo raggiunto al G20 di Venezia sulla proposta (la decisione è rimandata a ottobre) di aliquota globale minima di tassazione delle multinazionali si dimostra sempre più uno specchietto per le allodole (e le allodole siamo noi). Il trucco – ma accolto con grande favore da (quasi) tutti, presentandolo come una rivolta della politica contro le multinazionali – sta nell’avere applicato un’aliquota minima molto modesta (15%), vicina alla media già usata dagli Stati che fanno concorrenza fiscale sleale. Di più: dall’accordo sono state escluse le società finanziarie. Altro che rivolta: la politica si adatta alle esigenze del capitale, con una spolverata di falsa giustizia sociale e fiscale. E noi ci adattiamo alle esigenze del capitale. In perfetta resilienza neoliberale.

Cambiare tutto (in apparenza) per non cambiare nulla: si chiamava trasformismo o gattopardismo riprendendolo da Il Gattopardo, l’opera famosa di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Non vorremmo che oggi si chiamasse resilienza.


Grazie Zio

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