A Faido va in scena il passato remoto

Cosa sarà mai il Covid di fronte ad una bella boccata di aria fresca? 

Il popolo che possiamo genericamente chiamare no-vax fa fatica a digerire la netta sconfitta nella votazione di fine novembre sulla cosiddetta Legge Covid. È di questi giorni la notizia che alcuni di loro stanno pensando a una specie di rifiuto o sciopero fiscale, se non addirittura alla creazione di una specie di società parallela non solo in opposizione alle nostre istituzioni, ma pure aliena dai valori fondanti della democrazia liberale.

Per carità, ognuno è libero di fare quello che meglio crede, purché se ne assuma poi responsabilità e conseguenze, che nel caso di un mancato pagamento di tasse e imposte varie sappiamo essere pecuniariamente assai pesanti.

La notizia che invece ci preoccupa di più è quella che arriva da Faido, dove un gruppo di genitori ha deciso di non inviare a scuola i propri figli. Maestri maneschi e/o impreparati? Piano di studi inadeguato? Struttura fatiscente? Macché! La questione non è didattico-pedagogico-educativa, come dovrebbe essere quando si protesta a scuola: il problema è l’obbligo della mascherina in classe.

E vuoi mettere l’importanza di una cosa del genere – portare qualcosa sul viso per qualche ora al giorno – per la salute fisica (“per diverse ore al giorno respirano la stessa aria”, ha dichiarato una mamma, manco la mascherina fosse diventata una maschera antigas) e mentale (“non conoscono neanche più il valore di un sorriso. Siamo preoccupati per i danni psicologici”, ha continuato) dei nostri piccoli virgulti rispetto ad ammalarsi o più probabilmente, vista l’età, magari infettarsi in modo asintomatico e quindi trasmettere il virus ad altre persone, magari più fragili? Ma sia ben chiaro, ha aggiunto un papà, l’azione è “pacifica” (e ci mancherebbe altro) e ha solo lo scopo di “sensibilizzare il sistema” dando uno “spunto di riflessione” in modo da “aprire una discussione” – e pensare che ero convinto che per discutere bisognasse essere almeno in due, magari confrontandosi (affrontandosi?) di persona.

Così come di persona dovrebbero essere portate aventi le proteste, assumendosene responsabilità, rischi e conseguenze. A Faido invece a “scioperare” non sono stati i genitori, bensì i figli, ben contenti immaginiamo di godere di una settimana improvvisa e imprevista di vacanza ma su cui appunto ricadranno le eventuali conseguenze negative dell’azione, sia da un punto di vista educativo, per il discorso appena fatto, e scolastico (che una settimana di assenza dalle lezioni, soprattutto a quell’età, la si recuperi in fretta è un altro discorso).

Perché la nostra scuola forse non sarà la più bella e la migliore al mondo, ma da sempre la Scuola (sì, proprio con la “s” maiuscola) è il luogo in cui si comincia a preparare e formare il futuro dei nostri figli. Perché loro sono il futuro, loro e nostro; i genitori sono solo al massimo il presente. Che purtroppo comprende anche genitori come quelli di Faido, parte di un passato che pensavamo ormai morto e sepolto ma, ahimè, improvvisamente risorto.


Il mondiale dello scandalo

Cosa sarà mai il Covid di fronte ad una bella boccata di aria fresca? 

A un anno dal calcio di inizio dei Mondiali 2022, il tempo stringe affinché il Qatar mantenga la propria promessa di abolire il sistema di “sponsorizzazione” kafala [considerato una forma di schiavitù, ndr] e di meglio proteggere i lavoratori migranti. Lo ha dichiarato Amnesty International nel presentare «Reality Check 2021», una nuova analisi dei progressi del Qatar verso la revisione del suo sistema di organizzazione del lavoro. L’organizzazione per i diritti umani ha rilevato un rallentamento nei miglioramenti e il riemergere di vecchie pratiche abusive che riporta in vita i peggiori elementi della kafala e compromette alcune recenti riforme.

La realtà quotidiana per molti lavoratori migranti nel paese rimane dura, nonostante i cambiamenti giuridici introdotti dal 2017.

Con l’avvicinarsi della Coppa del Mondo, Amnesty International chiede alle autorità del Qatar di agire con urgenza per accelerare il processo di riforma prima che sia troppo tardi.

“Il tempo passa, ma non è troppo tardi per trasformare gli intenti messi sulla carta in azioni concrete. È ora che le autorità del Qatar devono avere coraggio e abbracciare pienamente il loro programma di riforme del lavoro. Qualsiasi progresso fatto finora sarà sprecato se il Qatar si accontenta di un’attuazione debole delle politiche e non riesce a chiedere conto agli autori degli abusi”, ha dichiarato Mark Dummett, direttore del programma Questioni globali di Amnesty International.

“L’apparente compiacenza da parte delle autorità sta lasciando migliaia di lavoratori a continuo rischio di sfruttamento da parte di datori di lavoro senza scrupoli, con molte persone che non possono cambiare lavoro e sono confrontate con il furto del loro salario. Queste persone hanno poche speranze di ottenere riparazione, compensazione o giustizia. Dopo la Coppa del Mondo, il destino dei lavoratori che rimangono in Qatar sarà ancora più incerto”.

Prime del mese di agosto 2020, il Qatar aveva approvato due leggi volte a porre fine alle limitazioni imposte ai lavoratori migranti che volessero lasciare il paese o cambiare lavoro senza il permesso del datore di lavoro. Se applicate correttamente, queste leggi potrebbero colpire il cuore del sistema kafala, che continua a legare i lavoratori migranti ai loro datori di lavoro. I lavoratori hanno raccontato ad Amnesty International che sono ancora confrontati con ostacoli significativi nel cambiare lavoro e le reazioni dei datori di lavoro scontenti.

Jacob (nome di fantasia), un lavoratore migrante che si trova in Qatar da più di cinque anni, ha detto: “Il cambiamento è arrivato sulla carta ma [non] sul terreno… Quando si va all’interno dell’azienda e tra i lavoratori [si vede che] è avvenuto solo un cambiamento molto piccolo. È ancora spaventoso”.

Lavoratori costretti a mantenere impieghi che vorrebbero lasciare

Dal 2017 il Qatar ha messo in atto una serie di riforme positive a beneficio dei lavoratori migranti. Queste includono una legge che regola l’orario di lavoro per i lavoratori domestici che vivono sul posto di lavoro, tribunali del lavoro per facilitare l’accesso alla giustizia, un fondo per sostenere il pagamento dei salari non pagati e un salario minimo. Ha anche ratificato due trattati internazionali chiave sui diritti umani, anche se senza riconoscere il diritto dei lavoratori migranti ad aderire a un sindacato.

La mancata attuazione significa che lo sfruttamento continua

Per esempio, anche se il Qatar ha abrogato il requisito di ottenere un permesso di uscita e un certificato di non opposizione (No-Objection Certificate NOC) per la maggior parte dei lavoratori migranti, permettendo loro di lasciare il paese e cambiare lavoro senza chiedere il consenso dei loro sponsor, è emerso un processo NOC de facto ed elementi problematici della kafala rimangono in vigore. Questo include la capacità dei datori di lavoro scorretti di bloccare il trasferimento dei lavoratori migranti e di controllare il loro status legale.

Aisha, che lavora nel settore dell’ospitalità, ha raccontato di essere stata minacciata dal suo datore di lavoro quando si è rifiutata di firmare un nuovo contratto con lui e ha chiesto invece di cambiare datore di lavoro. Le è stato detto che doveva pagare 6.000 QR (1.650 dollari) – più di cinque volte il suo stipendio mensile – per un NOC, altrimenti sarebbe stata mandata a casa. Anche se il cambiamento della legge avrebbe dovuto permettere ad Aisha di cambiare lavoro liberamente, il reclamo che ha presentato al Ministero dello sviluppo amministrativo, del lavoro e degli affari sociali (MADLSA) è stato respinto.

“L’intera situazione ha avuto un grande impatto su di me, ma anche sulla mia famiglia, perché in qualità di capofamiglia non è facile gestire questa situazione. A volte sento di non volermi svegliare la mattina”, ha detto Aisha ad Amnesty International.

Mentre il NOC è stato abolito nella legge, le organizzazioni che sostengono i lavoratori migranti e le ambasciate a Doha hanno notato che la mancata inclusione di una forma di approvazione scritta da parte del datore di lavoro attuale sembra aumentare la possibilità che una richiesta di trasferimento di lavoro venga rifiutata. Questo a sua volta ha dato origine a un “commercio di NOC” che è diventato un business redditizio per alcuni datori di lavoro scorretti.

Altre pratiche abusive includono la trattenuta dei salari e dei sussidi per rendere più difficile ai lavoratori lasciare il proprio impiego. I lavoratori migranti rimangono dipendenti dai loro datori di lavoro per entrare e rimanere in Qatar, dando luogo all’uso di accuse di “fuga” e alla cancellazione dei permessi di soggiorno, una strategia che i datori di lavoro usano per controllare la loro forza lavoro.

Lo sfruttamento su vasta scala continua

Nella sua analisi, Amnesty International ha anche scoperto che il ritardo o il mancato pagamento dei salari e di altri benefici contrattuali rimangono alcune delle forme più comuni di abuso della forza lavoro con cui i lavoratori migranti si devono confrontare in Qatar. Eppure il loro accesso alla giustizia rimane scarso e ai lavoratori è ancora vietato organizzarsi per lottare collettivamente per i propri diritti.

Nell’agosto 2021, Amnesty International ha documentato l’incapacità delle autorità del Qatar di indagare sulla morte di migliaia di lavoratori migranti, nonostante le prove di legami tra morti premature e condizioni di lavoro insicure. Malgrado l’introduzione di alcune nuove protezioni per i lavoratori, rischi importanti rimangono – per esempio, i nuovi regolamenti non includono periodi di riposo obbligatori proporzionati alle condizioni climatiche o al tipo di lavoro svolto – e le autorità hanno fatto poco per indagare sull’entità delle morti inspiegabili.

“Il Qatar è uno dei paesi più ricchi del mondo, ma la sua economia dipende dai due milioni di lavoratori migranti che ci vivono. Ognuno di loro ha il diritto di essere trattato in modo equo sul lavoro, e di ottenere giustizia e risarcimento in caso di abusi”, ha detto Mark Dummett.

“Inviando un chiaro segnale che gli abusi sul lavoro non saranno tollerati, penalizzando i datori di lavoro che infrangono le leggi e proteggendo i diritti dei lavoratori, il Qatar può darci un torneo che tutti possiamo festeggiare. Ma questo obiettivo non è ancora stato raggiunto”.

Amnesty International chiede anche all’organizzatore della Coppa del mondo, la Fifa, di essere all’altezza delle sue responsabilità nell’identificare, prevenire, mitigare e porre rimedio ai rischi per i diritti umani connessi al torneo. Questo include i rischi per i lavoratori in settori come l’ospitalità e i trasporti, che si stanno espandendo massicciamente per facilitare la consegna delle strutture per i mondiali. Deve anche usare la propria voce, sia pubblicamente che privatamente, per chiedere al governo del Qatar di realizzare il suo programma di riforme del lavoro prima della partita di apertura della Coppa del Mondo.


Sergio Rossi – Super-franco, moneta rifugio

Cosa sarà mai il Covid di fronte ad una bella boccata di aria fresca? 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


La scarcerazione di Patrick Zaki e i catalizzatori popolari

Cosa sarà mai il Covid di fronte ad una bella boccata di aria fresca? 

Nell’introduzione al memoir di Patrisse Khan-Cullors e asha bendele, When they call you a terrorist (Quando ti chiamano terrorista, uscito per Ottotipi nel 2020), Angela Davis denuncia la rapidità e l’efficienza con cui l’accusa di terrorismo viene usata dalle istituzioni allo scopo di neutralizzare soggetti socialmente scomodi, per motivi pregiudiziali legati ad appartenenze per loro stessa natura sospette. Sebbene Davis si riferisca alla sorte dei neri nel contesto statunitense suprematista e bianco, questo meccanismo giudiziario è riscontrabile anche altrove, e con una sorprendente frequenza, ogni volta che ci si riferisce a identità minoritarie, difformi, vulnerabili, divergenti. Collocare quel che accade a Patrick Zaki in questo orizzonte ideale aiuta a superare la parzialità delle vicende individuali e a comprendere la sanzione sistemica di cui sono oggetto alcune minoranze in diversi contesti nazionali. Si comprende il funzionamento dell’oppressione, consolidando il giudizio di inammissibilità di questo modo di procedere.

La storia di Patrick Zaki si integra senza intoppi in questo quadro. La sua vicenda carceraria, in gran parte inspiegabile, viene strumentalmente agganciata alla pubblicazione, sul sito web Daraj, di un articolo in difesa della minoranza copta, alla quale egli stesso appartiene. Il pezzo, nella sua elementare linearità etica, figura come una delle motivazioni primarie dell’arresto e, insieme ad alcuni post dei quali non si è mai dimostrata l’autenticità, è usato a sostegno di un’accusa di terrorismo (semplificando) e di una carcerazione cautelare durata, fin qui, 22 mesi.

L’udienza di ieri – la terza dall’inizio della custodia – segna una piccola svolta e determina l’interruzione di un percorso che in molti abbiamo temuto inarrestabile. Non vi è assoluzione, ma una delibera di scarcerazione in attesa della prossima udienza, che è fissata per il primo febbraio. Certo, la questione non è risolta, e la comunicazione appare giustamente cauta, da parte di Hoda Nasrallah, legale di Zaki: “Abbiamo appreso che la decisione è la rimessa in libertà ma non abbiamo altri dettagli al momento”.

Anche così, la decisione del giudice, nella vicenda di Zaki, è di una novità sfavillante.

Per quanto sperata, questa risoluzione non era scontata né attesa: rappresentava, cioè, un desiderio che si teme sia deluso in partenza. Non è facilissimo leggere questa scelta del tribunale egiziano. Mi piace pensare – e non credo di essere lontanissima dal vero – che il ruolo della mobilitazione diffusa in favore di Patrick Zaki, in Italia, in Europa e nel mondo, abbia avuto un impatto non trascurabile. Quello che è accaduto, soprattutto negli ultimi mesi, rappresenta un caso singolare e un esempio confortante di mobilitazione della comunità di base, tanto più appariscente quanto incerti e indecisi sono parsi i passi delle istituzioni. Le iniziative si sono moltiplicate in molte città italiane, e sebbene Bologna abbia continuato a essere la capofila e l’animatrice forse primaria dell’ondata di supporto a Patrick Zaki, le dimostrazioni di sostegno sono state e sono moltissime. Il sito di Amnesty International ne riporta una mappa, traducendo in un’unica, efficace immagine un fenomeno che si vorrebbe più frequente: lo spontaneo coagularsi del sentire popolare intorno a una questione di equità giuridica e di diritti umani.

Il fenomeno ha tanto più rilevanza in questi tempi difficili, e mi viene di dire che forse aver sperimentato collettivamente la semplice idea di una prigionia indotta durante l’emergenza pandemica ha avuto il suo ruolo. Il processo si chiama, con una denominazione che trovo bellissima, “simpatia”, quel soffrire insieme che Paul Gilroy invoca in tanti suoi scritti sull’immane tragedia delle migrazioni di massa.

L’altro fatto rilevante, e nuovo e ancora flebile in Italia, è quello che di recente va sotto il nome di “artivism”: la pratica per cui l’arte sceglie di farsi portavoce di battaglie civili, esponendosi in un agone politico, anche qui nell’obsoleto senso etimologico del termine. Il gesto artistico in difesa dei diritti della polis come comunità è confluito in libri, spettacoli teatrali, contest visuali, premi per la pace e infine tavole disegnate, una per tutte quella presentata da Zerocalcare a Più libri più liberi. Nel contesto di questa bella fiera del libro, prima ancora dell’udienza, si è tenuto un incontro dedicato a Patrick Zaki, al quale hanno partecipato Mohamed Hazem Abbas, Francesca Caferri e Riccardo Noury: uno scambio appassionato e istruttivo, informale e documentato, sulla condizione di un ragazzo che certo è importante in sé stessa, ma anche per le implicazioni che essa comporta per la salute etica di un’intera cultura.

E questa è solo una parte di quel che è accaduto e che vorremmo vedere sempre, in circostanze analoghe. Molte persone comuni si sono esposte sui social, e per quanto le voci fossero sommesse e poco udibili in sé stesse, nel loro insieme hanno creato, a me pare, una sensazione di appartenenza, un sentire diffuso che ha fatto percepire il senso di una comunità dove la giustizia ha un suo posto, che non va riempito di promesse vuote ma di fatti. È fondamentale che di questa richiesta si sia fatto portavoce per primo l’ateneo del quale Patrick è stato studente, l’Università degli Studi di Bologna. La battaglia non è affatto per un singolo soggetto, spiega Rita Monticelli, docente del master in studi di genere Gemma: “la nostra istituzione persegue una richiesta di giustizia per tutti. Abbiamo compiuto un passo deciso in nome della tutela dei diritti umani e delle persone: è impegno per noi fondamentale e fondativo”.

Questa scarcerazione è un fatto e una consolazione. Non è la fine della storia, perciò la mobilitazione deve continuare, e questo è importante. In ogni caso, però, è un bel momento. Esso dimostra, tornando alle parole di Angela Davis, “come l’arte e l’attivismo possano trasformare confronti tragici in catalizzatori di una più grande consapevolezza collettiva e di una resistenza più efficace”. E da qui, solo da qui, si procede per costruire una interazione giusta tra uguali.


La pagliuzza e la trave

Cosa sarà mai il Covid di fronte ad una bella boccata di aria fresca? 

A Berna, parlamento e governo l’hanno chiamato: “Pacchetto di misure in favore dei media”. Ed è considerato come una sorta di scialuppa di salvataggio per aiutare le testate giornalistiche svizzere – anche quelle online – a rimanere a galla in questo tormentato periodo storico. Basti dire che negli ultimi trent’anni il nostro Paese ha perso per strada una settantina di giornali, messi irrimediabilmente alle strette dalla mancanza di mezzi finanziari, dal calo degli abbonamenti e della pubblicità. E dalla drastica modifica delle abitudini del pubblico, sempre più attratto dal richiamo – gratuito – dei social media. Negli ultimi anni in Ticino ne hanno fatto le spese il “Giornale del Popolo” e “Il Caffè”. E così il mondo della politica si è mosso e ha dato vita a questo pacchetto in sostegno dei media, in tutto 150 milioni di franchi all’anno che vanno ad aggiungersi agli oltre 130 milioni già versati oggi. Si tratta di misure a sostegno della distribuzione postale dei giornali, in favore delle radio e delle televisioni locali e di aiuti ai siti online di informazione.

Sono previsti anche finanziamenti in favore dell’agenzia di stampa svizzera e delle scuole di giornalismo. Esclusa da questo pacchetto sarà la SSR, visto che riceve già il canone e, in gran parte, i maggiori gruppi editoriali elvetici. Il sistema prevede infatti che il sostegno finanziario sia destinato soprattutto alle piccole testate che si muovono su scala regionale. Maggiore sarà il fatturato e minore sarà l’aiuto pubblico che si potrà ricevere: questo il principio attorno a cui ruota il meccanismo di sovvenzioni ideato da governo e parlamento. Il 13 di febbraio si andrà alle urne perché in particolare il PLR e l’UDC, con qualche sostegno sparso anche da parte dell’Alleanza di centro, hanno lanciato il referendum. Un’alleanza di destra che non ne vuole sapere di questo aiuto pubblico ad un settore in chiara difficoltà e da più parti ritenuto fondamentale per la coesione del Paese, per la promozione della pluralità delle opinioni e in definitiva per la qualità democratica della nostra società.

Ma al di là degli aspetti tecnici di questa riforma – sono ad esempio esclusi i quotidiani e i siti di informazione online gratuiti – va sottolineato con forza un aspetto che viene molto spesso dimenticato. Il mercato pubblicitario svizzero cede circa un miliardo e 400 milioni di franchi all’anno ai giganti di Internet, Google e Facebook su tutti. Cifra riportata dallo studio sulla qualità dei media pubblicato annualmente dall’Università di Zurigo. L’impressione è che i referendisti preferiscano prendersela con le piccole testate elvetiche e che non si siano nemmeno accorti di questi falchi feroci e ingordi che fan man bassa di entrate pubblicitarie. Soldi che oggi finiscono negli Stati Uniti ma che in altri tempi sarebbero rimasti in Svizzera. E non stiamo parlando di briciole ma appunto di quasi un miliardo e mezzo di franchi. Anche per questo motivo, per il ruolo crescente di Google e affini, i ricavi pubblicitari sono calati del 40% negli ultimi venti anni.

Fa dunque sorridere – ma ci sarebbe da piangere – che proprio il fronte sovranista si schieri contro questo pacchetto di misure ma lasci del tutto indisturbati questi poteri mediatici stranieri, liberi di saccheggiare il mercato pubblicitario elvetico. Un sovranismo dunque a due velocità, che si inalbera ad esempio per il cosiddetto “miliardo di coesione” destinato ai Paesi più poveri dell’Unione europea – si tratta di un miliardo e 300 milioni, spalmato su 10 anni – e non fa nulla per una cifra simile – ma su base annuale – che invece finisce nelle casse straniere dei grandi giganti di Internet. La campagna in vista della votazione del 13 febbraio sarà di certo agguerrita, anche perché i media sono finiti nel mirino delle critiche pure della rumorosa galassia “no vax”.

Se il fronte del “sì” vorrà riuscire a vincere dovrà dar prova di compattezza e far leva sulle tante contraddizioni dei referendisti, prima fra tutte quella, appunto, del sovranismo a due velocità. Google e Facebook liberi di fare quello che vogliono nel nostro Paese e stampa locale sempre più penalizzata. È questa la visione davvero lungimirante di chi combatte questi aiuti ai media!

Roberto Porta è presidente dell’Associazione ticinese dei giornalisti (ATG)


Aung San Suu Kyi, declino di un’icona

Cosa sarà mai il Covid di fronte ad una bella boccata di aria fresca? 

“La vera prigione è la paura e l’unica vera libertà è essere liberi dalla paura”. Vien da chiedersi se nel luogo segreto dove trascorre le giornate in detenzione, Aung San Suu Kyi riesca a trovare conforto nelle parole che l’hanno resa famosa. A undici anni dalla sua liberazione, dopo 15 anni trascorsi agli arresti domiciliari, la leader deposta dal colpo di Stato del 1. febbraio, rimane prigioniera dei militari e rischia di esserlo per diversi anni a venire.

La condanna a quattro anni di carcere, ridotti a due poche ore dopo, per incitamento a disordini pubblici e violazione dei protocolli Covid-19, non è una sorpresa. La giunta militare birmana ha dimostrato di voler soltanto consolidare il proprio potere, soffocando qualsiasi possibilità di dialogo e di compromesso, incurante delle pressioni della comunità internazionale. Questa è la prima volta che ASSK è stata condannata per più crimini, a dimostrazione che l’esercito è più duro e determinato di quelli precedenti.

Nella più recente dimostrazione di brutalità, domenica un veicolo militare in corsa ha investito una folla di manifestanti pro-democrazia a Yangon, uccidendo cinque persone e ferendone almeno 15.

Servono a poco le condanne e gli appelli dei leader occidentali, che hanno parlato di accuse fasulle, di processo farsa. Gli Stati Uniti, l’Unione Europa, il Regno Unito e molti altri, hanno chiesto l’immediato rilascio di Aung San Su Kyi. A 76 anni, la donna ha già trascorso dieci mesi agli arresti domiliciari, ma è accusata di altri 9 crimini e se ritenuta colpevole di tutti i capi di accusa, rischia fino a 100 anni di carcere.

Secondo il leader del governo civile in esilio, conosciuto come governo di unità nazionale, il generale Min Aung Hlaing la vuole vedere morire in prigione. Di sicuro il capo dell’esercito le vuole impedire di candidarsi alle elezioni promesse entro il 2023, perché sa che le vincerebbe di nuovo, come ha fatto nel 2020 e nel 2015. Le accuse contro Aung San Suu Kyi e dozzine di altri parlamentari detenuti sono una scusa dell’esercito per giustificare la presa di potere illegale.

Il verdetto di ieri non convincerà nessuno, al contrario galvanizzerà il movimento di protesta, che ha spronato migliaia di persone ad arruolarsi con i gruppi armati del Paese. Si tratta di un movimento democratico, composto da attivisti giovani, progressisti, coraggiosi e determinati a guardare oltre i leader del passato per trovare ispirazione o motivazione.

“Avete provocato la generazione sbagliata” gridavano decine migliaia di giovani nelle strade di Yangon, di Mandalay, di Naypyidaw nei mesi scorsi. La generazione Z, intelligente, educata, informata, ha destabilizzato il potente esercito. Le proteste si sono ridotte, ma non si sono mai fermate. La giunta ha ucciso più di 1.300 persone e ne ha arrestate più di 10.600, ma l’uso

della forza non è bastato a fermare il dissenso. I guerriglieri e i gruppi etnici ribelli nelle terre di confine del paese rappresentano una sfida più grande del previsto. Le defezioni si moltiplicano a causa dei bombardamenti e degli attacchi contro i soldati in diverse città.

Il Myanmar è ad un punto di non ritorno: la sua gente è disposta a morire pur di non ritornare al buio del passato e sebbene Aung San Suu Kyi rimanga una figura rispettata all’interno del Paese, il governo di unità nazionale ha preso le distanze da alcune delle sue politiche, in particolare quelle verso le minoranze etniche come i musulmani Rohingya, che le sono costate la credibilità sul palcoscenico internazionale.

Aver difeso lo stesso esercito che la tiene ora prigioniera dalle accuse di genocidio contro la minoranza musulmana, è una macchia indelebile che ha cambiato il suo destino. Quando ha deciso di recarsi di persona alla Corte penale internazionale dell’Aia per tutelare i militari dalle peggiori atrocità, pensava forse di guadagnarsi per sempre la fiducia e il sostegno della giunta.

Secondo i suoi avvocati il contatto sporadico con il mondo esterno, la prospettiva di anni in isolamento, cominciano a pesare sul suo stato di salute. Forse è consapevole del fatto che non solo non sarà mai Presidente del Paese per cui ha sacrificato tutto, ma sa che intere generazioni guardano ad un futuro senza di lei.

Nulla è mai come sembra in Myanmar e Aung San Suu Kyi è stata proclamata “finita” più volte per poi tornare trionfante, ma dopo dieci mesi di caos e brutale repressione, è difficile immaginare che sarà così anche questa volta: la parabola discendente di un’icona è il simbolo di un Paese che ha ancora molta strada da fare prima di godere della democrazia che per anni ha rappresentato.


Aurelio Lio Galfetti, uomo generoso

Cosa sarà mai il Covid di fronte ad una bella boccata di aria fresca? 

Di Luca Bellinelli, architetto

Per certi aspetti – il rigore nella continuità del lavoro, l’umiltà di fronte alle situazioni e ai problemi, la fedeltà ad una interpretazione dell’architettura, la comprensione e il rispetto profondo del territorio – Aurelio Lio Galfetti può considerarsi il migliore fra gli architetti della sua generazione e fino ai giorni nostri. Egli ha avuto la fortuna di lavorare per lunghi anni e a progetti importanti e ci ha lasciato molto su cui riflettere. Lo ha fatto sempre con grande rispetto di ciò che andava a modificare con i suoi interventi, ogni volta in modo originale, rifuggendo da monumentalità e manierismo, ma sempre lungo un cammino ben segnato della sua idea di architettura, senza enfasi, mai ripetitivo, quasi facendo un passo indietro di fronte a se stesso e alle sue opere. Non è da tutti.

Lio Galfetti non era unicamente un eccellente architetto – l’aggettivo “grande” gli starebbe scomodo per indole e per pensiero – nel suo Paese e ben oltre i suoi confini. Egli è stato, forse innanzitutto, un uomo generoso e, di conseguenza, un uomo aperto e tollerante. Non accondiscendente, ma attento alle ragioni e alle opinioni degli altri. Anche questo non è da tutti.

La sua generosità aveva molte facce: vale la pena ricordarne alcune.

Delle sue origini parlava con l’affetto semplice di chi ama le cose essenziali: l’amore per la madre che lo ha allevato quasi da sola; le montagne attorno a Biasca che amava percorrere, ancora in età avanzata, in solitario e in modo estemporaneo; il ricordo degli amici di infanzia e adolescenza che lo avevano accompagnato come una famiglia parallela. Ma parlava anche con generosità di quegli amici colleghi che, lui giovane architetto da Biasca in Lugano, gli “insegnavano” la giusta e unica strada ideologica che avrebbe dovuto intraprendere, e parlava con tolleranza di quella sessantottina intolleranza. Pochi sanno che, per parecchi anni, Lio Galfetti ha fatto parte di una Commissione cantonale, oggi sostituita, ma allora denominata “Commisione cantonale delle bellezze naturali” e responsabile di tutte le domande di costruzione sul territorio ticinese. In quella Commissione succedette a Luigi Snozzi, che pure ne fu figura di spicco per diversi anni, e vi profuse, diligentemente e anche con passione, molte energie. Vi svolse, con la naturale autorevolezza che lo contraddistingueva, una continua e paziente opera pedagogica, con una particolare attenzione al territorio: sempre cercando di far comprendere ai colleghi interlocutori, il perché di richieste di aggiustamenti o di inevitabili rifiuti. In quegli anni si parlava parecchio di piani regolatori, di piano direttore, di impatto territoriale di grandi opere: gli era chiara l’importanza della giustezza di quegli interventi, in particolare riguardo alla linea veloce delle FFS. Non venne sempre ascoltato: la sua era una visione che superava la realtà del momento per proiettarsi nel paesaggio del futuro e quindi fatalmente “irrealizzabile” .

E generosità e entusiasmo lo guidarono nell’accettare di essere il primo direttore della nascente Accademia di architettura, antesignana dell’USI, poiché di accettazione di condizioni improbabili dal profilo logistico e tutte da inventare da quello accademico si trattava. Mancavano gli spazi, mancavano i mobili, mancavano le persone, mancavano anche i mezzi per realizzare tutto e subito. Pazientemente, con infinita umiltà, ma senza modestia, Lio Galfetti vi si adoperò e diede un contributo forse poco appariscente, ma fondamentale alla nascita e alla prima crescita dell’Accademia. Pur in tutte queste ristrettezze egli ascoltò le idee degli altri, ne realizzò talune, chiese la collaborazione di quegli amici che riteneva adatti alla concretizzazione di questa o quella iniziativa, talvolta a costo di scontri anche duri con chi mostrava di non voler sempre comprendere come la riuscita dell’Accademia fosse anche legata alle sue molteplici attività e all’apertura verso architetture e pensieri di altri luoghi.

Delle sue opere già si è scritto molto, un libro è stato presentato pochi giorni fa, altro si scriverà in futuro. Sarebbe bello, oltre che interessante, che si scrivesse pure dell’uomo, della sua innata empatia per il prossimo, del suo saper relativizzare, e anche del calore che emanavano le cene magistralmente cucinate dalla insuperabile compagna Lorenza, e offerte per lunghi anni a tanti amici.


Macerie #6 – L’alba della vergogna

Cosa sarà mai il Covid di fronte ad una bella boccata di aria fresca? 

Ottobre 2001, un plotone di agenti in tenuta anti-sommossa sgombera all’alba la sede del CSOA al Maglio di Canobbio. Uno sgombero che avviene, con il pretesto del disturbo della quiete notturna, mentre sono in corso dei tavoli di trattativa con le autorità. In quel periodo, al Maglio, oltre ad essere inaugurata la sala concerti più grande del cantone, vengono ospitati anche decine di migranti provenienti dall’Ecuador, famiglie con bambini di cui la politica istituzionale si disinteressa completamente.  A Molino Nuovo nasce l’esperienza autogestita della CLI Casa Laboratorio Inti che si propone di organizzare un asilo libertario e offrire varie proposte sociali e culturali. L’autogestione ritorna in piazza.

I nuovi podcast vengono pubblicati quindicinalmente il martedì su naufraghi.ch così come su Spreaker,  Spotify e su Apple podcast. Inoltre vengono ritrasmessi da Radio Gwen e da alcune radio di movimento italiane. Per commenti: macerie@inventati.org

Ascolta tutte le puntate della serie


Un naufragio di civiltà

Cosa sarà mai il Covid di fronte ad una bella boccata di aria fresca? 

Ieri, al termine del suo viaggio, papa Bergoglio, per la seconda volta durante il suo pontificato si è recato sull’isola greca di Lesbo, simbolo della tragedia dei profughi, che da anni vivono nell’attesa di poter trovare accoglienza in Europa: Europa che Francesco ha in questi giorni nuovamente chiamato sia a contrastare i nuovi egoismi nazionalistici sia alla solidarietà, denunciando i muri che sempre più numerosi vengono alzati contro i rifugiati che lasciano paesi devastati dalla guerra e dalla povertà. A Lesbo, il pontefice ha incontrato i profughi, rivolgendosi loro con il discorso che pubblichiamo integralmente.


“Sorelle, fratelli, sono nuovamente qui per incontrarvi. Sono qui per dirvi che vi sono vicino, e dirlo col cuore. Sono qui per vedere i vostri volti, per guardarvi negli occhi. Occhi carichi di paura e di attesa, occhi che hanno visto violenza e povertà, occhi solcati da troppe lacrime. Il Patriarca Ecumenico e caro Fratello Bartolomeo, cinque anni fa su quest’isola, disse una cosa che mi colpì: «Chi ha paura di voi non vi ha guardato negli occhi. Chi ha paura di voi non ha visto i vostri volti. Chi ha paura di voi non vede i vostri figli. Dimentica che la dignità e la libertà trascendono paura e divisione. Dimentica che la migrazione non è un problema del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale, dell’Europa e della Grecia. È un problema del mondo» (Discorso, 16 aprile 2016).”

“Sì, è un problema del mondo, una crisi umanitaria che riguarda tutti. La pandemia ci ha colpiti globalmente, ci ha fatti sentire tutti sulla stessa barca, ci ha fatto provare che cosa significa avere le stesse paure. Abbiamo capito che le grandi questioni vanno affrontate insieme, perché al mondo d’oggi le soluzioni frammentate sono inadeguate. Ma mentre si stanno faticosamente portando avanti le vaccinazioni a livello planetario e qualcosa, pur tra molti ritardi e incertezze, sembra muoversi nella lotta ai cambiamenti climatici, tutto sembra latitare terribilmente per quanto riguarda le migrazioni. Eppure ci sono in gioco persone, vite umane! C’è in gioco il futuro di tutti, che sarà sereno solo se sarà integrato. Solo se riconciliato con i più deboli l’avvenire sarà prospero. Perché quando i poveri vengono respinti si respinge la pace. Chiusure e nazionalismi – la storia lo insegna – portano a conseguenze disastrose. Infatti, come ha ricordato il Concilio Vaticano II, «la ferma volontà di rispettare gli altri uomini e gli altri popoli e la loro dignità, e l’assidua pratica della fratellanza umana sono assolutamente necessarie per la costruzione della pace» (Gaudium et spes, 78). È un’illusione pensare che basti salvaguardare se stessi, difendendosi dai più deboli che bussano alla porta. Il futuro ci metterà ancora più a contatto gli uni con gli altri. Per volgerlo al bene non servono azioni unilaterali, ma politiche di ampio respiro. La storia, ripeto, lo insegna, ma non lo abbiamo ancora imparato. Non si voltino le spalle alla realtà, finisca il continuo rimbalzo di responsabilità, non si deleghi sempre ad altri la questione migratoria, come se a nessuno importasse e fosse solo un inutile peso che qualcuno è costretto a sobbarcarsi!”

“Sorelle, fratelli, i vostri volti, i vostri occhi ci chiedono di non girarci dall’altra parte, di non rinnegare l’umanità che ci accomuna, di fare nostre le vostre storie e di non dimenticare i vostri drammi. Ha scritto Elie Wiesel, testimone della più grande tragedia del secolo passato: «È perché ricordo la nostra comune origine che mi avvicino agli uomini miei fratelli. È perché mi rifiuto di dimenticare che il loro futuro è importante quanto il mio» (From the Kingdom of Memory, Reminiscences, New York, 1990, 10). In questa domenica, prego Dio di ridestarci dalla dimenticanza per chi soffre, di scuoterci dall’individualismo che esclude, di svegliare i cuori sordi ai bisogni del prossimo. E prego anche l’uomo, ogni uomo: superiamo la paralisi della paura, l’indifferenza che uccide, il cinico disinteresse che con guanti di velluto condanna a morte chi sta ai margini! Contrastiamo alla radice il pensiero dominante, quello che ruota attorno al proprio io, ai propri egoismi personali e nazionali, che diventano misura e criterio di ogni cosa.”

“Cinque anni sono passati dalla visita compiuta qui con i cari Fratelli Bartolomeo e Ieronymos. Dopo tutto questo tempo constatiamo che sulla questione migratoria poco è cambiato. Certo, molti si sono impegnati nell’accoglienza e nell’integrazione, e vorrei ringraziare i tanti volontari e quanti a ogni livello – istituzionale, sociale, caritativo, politico – si sono sobbarcati grandi fatiche, prendendosi cura delle persone e della questione migratoria. Riconosco l’impegno nel finanziare e costruire degne strutture di accoglienza e ringrazio di cuore la popolazione locale per il tanto bene fatto e i molti sacrifici provati. E vorrei ringraziare anche le autorità locali, che sono impegnate nel ricevere, nel custodire e portare avanti questa gente che viene da noi. Grazie! Grazie di quello che fate! Ma dobbiamo amaramente ammettere che questo Paese, come altri, è ancora alle strette e che in Europa c’è chi persiste nel trattare il problema come un affare che non lo riguarda. Questo è tragico. Ricordo le Sue [rivolto alla Presidente] ultime parole: “Che l’Europa faccia lo stesso”. E quante condizioni indegne dell’uomo! Quanti hotspot dove migranti e rifugiati vivono in condizioni che sono al limite, senza intravedere soluzioni all’orizzonte! Eppure il rispetto delle persone e dei diritti umani, specialmente nel continente che non manca di promuoverli nel mondo, dovrebbe essere sempre salvaguardato, e la dignità di ciascuno dovrebbe essere anteposta a tutto! È triste sentir proporre, come soluzioni, l’impiego di fondi comuni per costruire muri, per costruire fili spinati. Siamo nell’epoca dei muri e dei fili spinati. Certo, si comprendono timori e insicurezze, difficoltà e pericoli. Si avvertono stanchezza e frustrazione, acuite dalle crisi economica e pandemica, ma non è alzando barriere che si risolvono i problemi e si migliora la convivenza. È invece unendo le forze per prendersi cura degli altri secondo le reali possibilità di ciascuno e nel rispetto della legalità, sempre mettendo al primo posto il valore insopprimibile della vita di ogni uomo, di ogni donna, di ogni persona. Disse ancora Elie Wiesel: «Quando le vite umane sono in pericolo, quando la dignità umana è in pericolo, i confini nazionali diventano irrilevanti» (Discorso di accettazione del Premio Nobel per la pace, 10 dicembre 1986).”

“In diverse società si stanno opponendo in modo ideologico sicurezza e solidarietà, locale e universale, tradizione e apertura. Piuttosto che parteggiare sulle idee, può essere d’aiuto partire dalla realtà: fermarsi, dilatare lo sguardo, immergerlo nei problemi della maggioranza dell’umanità, di tante popolazioni vittime di emergenze umanitarie che non hanno creato ma soltanto subito, spesso dopo lunghe storie di sfruttamento ancora in corso. È facile trascinare l’opinione pubblica istillando la paura dell’altro; perché invece, con lo stesso piglio, non si parla dello sfruttamento dei poveri, delle guerre dimenticate e spesso lautamente finanziate, degli accordi economici fatti sulla pelle della gente, delle manovre occulte per trafficare armi e farne proliferare il commercio? Perché non si parla di questo? Vanno affrontate le cause remote, non le povere persone che ne pagano le conseguenze, venendo pure usate per propaganda politica! Per rimuovere le cause profonde, non si possono solo tamponare le emergenze. Occorrono azioni concertate. Occorre approcciare i cambiamenti epocali con grandezza di visione. Perché non ci sono risposte facili a problemi complessi; c’è invece la necessità di accompagnare i processi dal di dentro, per superare le ghettizzazioni e favorire una lenta e indispensabile integrazione, per accogliere in modo fraterno e responsabile le culture e le tradizioni altrui.”

“Soprattutto, se vogliamo ripartire, guardiamo i volti dei bambini. Troviamo il coraggio di vergognarci davanti a loro, che sono innocenti e sono il futuro. Interpellano le nostre coscienze e ci chiedono: “Quale mondo volete darci?” Non scappiamo via frettolosamente dalle crude immagini dei loro piccoli corpi stesi inerti sulle spiagge. Il Mediterraneo, che per millenni ha unito popoli diversi e terre distanti, sta diventando un freddo cimitero senza lapidi. Questo grande bacino d’acqua, culla di tante civiltà, sembra ora uno specchio di morte. Non lasciamo che il mare nostrum si tramuti in un desolante mare mortuum, che questo luogo di incontro diventi teatro di scontro! Non permettiamo che questo “mare dei ricordi” si trasformi nel “mare della dimenticanza”. Fratelli e sorelle, vi prego, fermiamo questo naufragio di civiltà !”

“Sulle rive di questo mare Dio si è fatto uomo. La sua Parola è echeggiata, portando l’annuncio di Dio, che è «Padre e guida di tutti gli uomini» (S. Gregorio di Nazianzo, Discorso 7 per il fratello Cesario, 24). Egli ci ama come figli e ci vuole fratelli. E invece si offende Dio, disprezzando l’uomo creato a sua immagine, lasciandolo in balia delle onde, nello sciabordio dell’indifferenza, talvolta giustificata persino in nome di presunti valori cristiani. La fede chiede invece compassione e misericordia – non dimentichiamo che questo è lo stile di Dio: vicinanza, compassione e tenerezza. La fede esorta all’ospitalità, a quella filoxenia che ha permeato la cultura classica, trovando poi in Gesù la propria manifestazione definitiva, specialmente nella parabola del Buon Samaritano (cfr Lc 10,29-37) e nelle parole del capitolo 25 del Vangelo di Matteo (cfr vv. 31-46). Non è ideologia religiosa, sono radici cristiane concrete. Gesù afferma solennemente di essere lì, nel forestiero, nel rifugiato, in chi è nudo e affamato. E il programma cristiano è trovarsi dove sta Gesù. Sì, perché il programma cristiano, ha scritto Papa Benedetto, «è un cuore che vede» (Lett. enc. Deus caritas est, 31). E non vorrei finire questo messaggio senza ringraziare il popolo greco per l’accoglienza. Tante volte questa accoglienza diventa un problema, perché non si trovano vie di uscita per la gente, per andare altrove. Grazie, fratelli e sorelle greci, per questa generosità.”

“Ora preghiamo la Madonna, perché ci apra gli occhi alle sofferenze dei fratelli. Ella si mise in fretta in viaggio verso la cugina Elisabetta che era incinta. Quante madri incinte hanno trovato in fretta e in viaggio la morte mentre portavano in grembo la vita! La Madre di Dio ci aiuti ad avere uno sguardo materno, che vede negli uomini dei figli di Dio, delle sorelle e dei fratelli da accogliere, proteggere, promuovere e integrare. E amare teneramente. La Tuttasanta ci insegni a mettere la realtà dell’uomo prima delle idee e delle ideologie, e a muovere passi svelti incontro a chi soffre.”


La miccia ucraina

Cosa sarà mai il Covid di fronte ad una bella boccata di aria fresca? 

Per Mosca – quella imperiale, quella sovietica, quella post-comunista – il vincolo con l’Ucraina sotto forma di dipendenza o di alleanza condivisa è sempre stato considerato essenziale per la sicurezza dell’impero. Anche il ‘regalo’ della penisola di Crimea all’Ucraina deciso da Kruscev nel 1954 in realtà rientrava in questo schema, poiché il suo principale scopo era quello di convincere i dirigenti comunisti locali, guidati da Nikolaj Podgorny, a rimarginare le ferite di un passato recente: il filo nazismo ucraino, che offrì 80.000 combattenti alle occupanti Divisioni SS, e le purghe staliniane, con tanto di pulizia etnica e deportazioni di massa, soprattutto contro i contadini ribelli in quello che era ‘il granaio dell’Urss’. 

Piccolo promemoria storico che ci fa capire meglio un articolo pubblicato qualche giorno fa sul sito web del Cremlino dallo stesso Vladimir Putin: con titolo inequivocabile, “Sull’unità storica  dei popoli russo e ucraino”, testo di cinquemila parole in cui il ‘neo-zar’ sostiene la tesi che “le forze del male” – dalla comunità lituano-polacca, all’Austria-Ungheria, a Hitler, all’Occidente postbellico – “hanno sempre voluto separare un popolo unito dalla lingua, dalla fede cristiano-ortodossa, e da una famiglia reale –, dividendoli in russi e ucraini”. Senza tener conto di questa centenaria filigrana che fa da sfondo anche alle attuali tensioni, sarebbe più difficile capire appieno il surriscaldamento della crisi che si sta consumando fra Mosca da una parte, Ucraina Europa e Stati Uniti dall’altra, a sette anni dalla riannessione russa manu militari della setssa Crimea e l’inesaurito conflitto armato a bassa intensità nella parte russofona della regione ucraina del Donbass. Né, probabilmente, si capirebbe una famosa battuta dell’ex consigliere per la sicurezza americana Zbigniew Brzezinski: “la Russia senza l’Ucraina cessa di essere un impero, ma con l’Ucraina subordinata lo diventa automaticamente”.

L’esito finale dell’attuale escalation, esasperata dall’afflusso di oltre centomila soldati russi lungo i confini dell’ex repubblica sovietica (che Mosca continua a ritenere la culla stessa della cultura russa), e il pubblicizzato sospetto che Putin possa decidere un intervento militare in Ucraina (obiettivo principale, imporre un corridoio per collegare via terra la Crimea alla ‘patria ritrovata’) divide gli analisti. Sostanzialmente: fra chi ritiene improbabile un atto di forza che esporrebbe Putin ad una situazione internazionalmente indifendibile oltre a ulteriori e più pesanti sanzioni occidentali; e, sull’altro fronte, chi non esclude affatto che il leader del Cremlino sia davvero tentato dallo ‘schema 2008’ (evocato di recente e non casualmente da Fedor Lyukyanov, archietto della politica estera putiniana), anno in cui l’esercito russo stroncò in meno di una settimana il tentativo della Georgia di Mikhail Saakashvili di riprendersi la sovranità delle due regioni autonome dell’Abkhazia e dell’Ossezia meridionale. Stavolta al posto di Saakashvili c’è il presidente ucraino Volodimir Zelensky, ex attore comico, finito nella lista dei ‘Pandora papers’ sui grandi evasori fiscali, in perdita di popolarità interna proprio per lo stallo del contenzioso (anche armato) con la Russia, e che oltre alle armi occidentali invoca l’integrazione del suo paese nella Nato.

Una prospettiva, questa, che rappresenta la principale e insormontabile ‘linea rossa’ evocata da Putin, che considera una sorta di dichiarazione di guerra l’eventuale inclusione dell’Ucraina ribelle nell’Organizzazione dell’Alleanza Atlantica, con basi militari, ha protestato il presidente russo, che ospiterebbero missili ‘in grado di colpire Mosca in cinque minuti’. L’allargamento della Nato a Est dopo l’implosione dell’Urss rappresenta per il Cremlino la minaccia che tutto il ventennio putiniano ha finora inutilmente cercato di stoppare. Un espansionismo militare verso i confini della Russia che in realtà ha sollevato dibattiti e dissensi anche negli Stati Uniti: per i rischi che comporta e per quanto alimenta delle frustrazioni di una ex potenza ossessionata dal recupero della sua dimensione imperiale, che per Vladimir Putin rappresenta l’assoluta priorità, ripagato dallo stato d’animo della nazione. Per potenzialità, un’autentica polveriera.

Motivo per cui, a soli sei mesi dal summit di Ginevra, prematuramente celebrato come il ‘ritorno al dialogo fra i due nemici della guerra fredda’, la video-conferenza Biden-Putin di domani è di cruciale importanza per disinnescare un’escalation fra le due superpotenze che in fin dei conti si gioca sul terreno di sempre: l’Europa, al tempo stesso refrattaria a seguire una posizione americana troppo combattiva, e comunque preoccupata da un’offensiva politica russa che si snoda dai confini dell’Ucraina, a quelli della Polonia, e persino alle terre balcaniche dove non a caso la componente serba, cristiano-ortodossa, e pro-russa di Bosnia lavora in favore di una minacciosa secessione.