Non sono “infiltrazioni mafiose”. È complicità

Certo, la 'ndrangheta. Ma chi ha guadagnato su appalti a prezzi stracciati e condizioni di lavoro disumane? 

Venerdì 4 settembre del 2020, Camorino. Alla presenza delle massime autorità federali e cantonali e dei vertici di Alptransit Gottardo SA e delle FFS va in scena il taglio del nastro per il nuovo tunnel di base del Monte Ceneri. Tutti sottolineano come la galleria cambierà la mobilità in Ticino e contribuirà all’aumento del trasporto merci su rotaie. Discorsi di circostanza che non hanno lasciato spazio all’autocritica. Già, perché quello che è successo negli anni precedenti sotto il colle che da sempre divide il Cantone ricorda molto quanto, nei secoli addietro, avveniva sopra: brigantaggio, taglieggiamenti e violenza.

Sempre quel 4 settembre, in mattinata, un manipolo di persone aveva protestato chiedendo giustizia per chi quel tunnel lo aveva costruito. Una decina di manifestanti di sinistra, ignorati da tutti in quel giorno di festa, gridava nel vuoto per ricordare le intimidazioni subite da molti operai all’interno della galleria di base.

Quanto successo era emerso a seguito di un servizio di Falò del 2019. Un cantiere della vergogna, fatto da turni infiniti, buste paga taroccate, assenza di controlli e lacune nella sicurezza. In seguito a quel servizio, grazie alla testimonianza degli operai e al lavoro del sindacato Unia, la magistratura ticinese ha aperto un’inchiesta (tuttora in corso). Nel frattempo chi in quel servizio ci ha messo la faccia ha pagato sulla propria pelle il coraggio di denunciare: «Mi hanno fatto perdere il nuovo lavoro, offerto 100mila euro per ritirare la denuncia e minacciato» ha raccontato Fouad Zerroudi, il principale testimone protagonista del servizio della RSI.

Dietro a queste storie, dietro ad abusi, taglieggiamenti e minacce, vi è una guerra. È la “guerra dei prezzi” per accaparrarsi gli appalti. La concorrenza è sempre più spietata: se vuoi vincere, spesso, devi giocare sporco. Fouad lavorava per l’impresa italiana GCF che fa parte del consorzio italo-svizzero Mons Ceneris. Quest’ultimo ha vinto l’appalto per i lavori di tecnica ferroviaria con un’offerta del 30% più bassa rispetto al consorzio concorrente. È in questa percentuale che si nasconde lo sfruttamento del personale senza il quale, per le imprese, non sarebbe possibile riempirsi le tasche.

Ma non è tutto. Quanto succede ora prende un’altra, ancor più preoccupante, dimensione. La notizia è quella della recente inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Milano sulle presunte infiltrazioni della ‘ndrangheta nei subappalti per i lavori sulla rete ferroviaria italiana. Un’inchiesta che tocca direttamente i vertici della GCF, tra cui il presidente Edoardo Rossi, membro anche del CdA della filiale di Bellinzona della società. L’uomo è accusato dagli inquirenti italiani di aver preso parte a un’associazione a delinquere operante tra Varese e Milano e di avere avuto “solidi e perduranti legami” con la ‘ndrangheta assieme ad altri soggetti. Si parla della cosca Nicoscia-Arena di Capo Rizzuto le cui società avrebbero ottenuto in subappalto lavori che le ferrovie italiane appaltava a colossi del settore, come la GCF.

Una notizia, quella delle indagini italiane, che è quindi rimbalzata in Svizzera dove la ditta italiana ha ottenuto altri appalti: oltre a quello ultimato al Ceneri, GCF sta ad esempio lavorando alla realizzazione di una linea di metrò a Losanna.

La vicenda non può che fare riflettere. Anche perché non si tratta di un caso unico. Basta ricordare quando è andato in scena sempre nel cantiere per il tunnel di base del Ceneri. Nel 2009, gli appalti per la realizzazione della galleria sono stati affidati ad un consorzio guidato dall’italiana Società Condotte d’Acqua. Un colosso la cui reputazione, all’epoca, era già macchiata. Nel 2008, in piena gara d’appalto, il gruppo romano aveva perso il certificato antimafia italiano per una vicenda di subappalti sulla Salerno-Reggio Calabria. Un fatto che non ha impedito di ottenere il succoso appalto svizzero. D’altronde, l’offerta presentata da Condotte era troppo allettante: con il 7% in meno rispetto al principale consorzio concorrente, l’opera sarebbe costata 70 milioni di franchi in meno.

Anche in questo caso, questi bassi costi hanno significato soprusi e lacune nella sicurezza. È in questo contesto che, il 21 settembre del 2010, ci è scappato il morto. Pietro Mirabelli, minatore figlio di minatore, lancista esperto assunto qualche mese prima, viene travolto da 400 chili di roccia staccatasi da un’altezza di 8 metri. La causa: l’impatto sulla parete del braccio della macchina di perforazione, il Jumbo, guidato da un operaio poco pratico. Una tragedia ha messo in luce le responsabilità di Condotte in termini di sicurezza.

Ma non solo: quello che emerse era un clima di omertà e di paura. Quando la Procura arrivò sul posto qualcuno aveva già pulito la scena del crimine. Per questa vicenda non è mai stata fatta giustizia. Resta però la sensazione che qualcosa di più marcio, in quel cantiere, c’era. Non a caso l’allora Procuratore generale John Noseda ha dichiarato alla stampa che la mafia «ha messo le mani su AlpTransit». Il sospetto, mai provato, è quello che delle persone legate alla ’ndrangheta fossero state assunte a Sigirino al fine di far tacere chi si opponeva alla “cultura d’impresa” imposta da Condotte. Quest’ultima, nel 2012, è stata poi implicata in un’operazione antimafia in Calabria che ha portato all’arresto di alcuni dirigenti locali, accusati di aver collaborato con aziende legate alle cosche.

Un’esperienza che, alla luce di quanto successo in seguito con la posa dei binari, non sembra aver turbato più di tanto i nostri committenti pubblici.

 


Lara, o della gioia sublime: oro nel supergigante olimpico

Certo, la 'ndrangheta. Ma chi ha guadagnato su appalti a prezzi stracciati e condizioni di lavoro disumane? 

I cinesi amano i superlativi: i cibi che ti presentano vengono spesso definiti “tesori”, meglio se le pietanze sono 8, il numero portafortuna: giusto che Lara Gut abbia vinto l’oro in quel Paese, oltretutto nell’ “Anno della Tigre”, per quanto, stranamente, d’acqua.

E definirla “Piccola Tigre”? No, perché se la tigre richiama l’artiglio e la bellezza maestosa della bestia, quel piccolo potrebbe sminuire la portata dell’impresa di Lara: una grande vittoria, una prodezza che supera anche quelle recenti dei mondiali, quando a Cortina vinse l’oro nel gigante e nel supergigante e fu terza in discesa.

Ma l’Olimpiade è un’altra cosa, è legata al mito. Bisognerebbe pagare tributo ai numi del monte Olimpo che l’hanno creata, ufficialmente nel 776 avanti Cristo: Pindaro dice che la vittoria a Olimpia brilla più dell’oro. E dunque, dopo il bronzo di 4 anni fa a Soči, battuta da Dominque Gysin e Tina Maze a pari merito, sconfitta sopportata a muso duro, ecco che Lara azzecca l’ennesima gara perfetta e batte l’austriaca Puchner e la sua (formale) compagna di squadra Michelle Gysin che sul podio festeggia la sua prodezza (dopo il disastroso slalom) piangendo nemmeno avessero tagliato la coda al suo gatto preferito.

In realtà il suo oro olimpico Lara l’ha vinto nel gigante, quando è risalita dall’ottavo al terzo posto con una seconda manche da piccola-grande tigre: lì abbiamo capito che avrebbe vinto il supergigante. La pista cinese non è delle più belle: il tratto finale è troppo piatto, dà troppa importanza al materiale, alla potenza fisica e alla scorrevolezza. La sezione centrale invece è bellissima, con una sequela di curve paraboliche come non si vedono da nessuna parte, da sci acrobatico quasi: è lì che Lara ha costruito la vittoria con una straordinaria intelligenza nella scelta della linea, simile a quella di Feuz, salvo che lei la usa per pennellare le curve a raggio più stretto: sa esattamente in che misura la traiettoria va anticipata, sa sino a che punto bisogna puntare sul palo, sull’interno della curva, senza correre il rischio di dover frenare, non per evitare d’incocciare la macchina che arriva di fronte, ma per evitare la correzione in uscita.

Non per nulla il supergigante è la sua specialità d’elezione: contrariamente alla discesa il disegno del tracciatore si può solo osservare, in pista non si entra. Tutto sta ad avere il tracciato impresso nella memoria, ben visibili i punti, i tempi dell’attacco e della chiusura. Alla fine ha salvato pochi centesimi, 22 sull’austriaca Puchner, 30 sulla Gysin. Ma l’ha spuntata malgrado il finale atipico, brutto e piatto.

A questo punto Lara potrebbe anche (si fa per dire) tornarsene a casa dalla mamma o dal suo Valon (anche in ordine inverso). Farà naturalmente la discesa, che non sarà molto diversa, anche se più aperta. Paradossalmente non è lei la favorita, questo non vuol dire che non possa vincere.

Oltre all’oro e alla sublime, raggiante gioia che traspare dal suo volto, Lara ci regala un abbraccio commovente al papà-allenatore, qualche lacrima sul podio e qualche strofa dell’inno elvetico: si, una dura, ma non troppo, quasi come uno o una di noi, come la Doris o la Michela: forse in qualche caso ha dovuto essere scostante, magari anche astiosa, per potersi meglio concentrare sul traguardo di una vita: vincere l’oro olimpico. Ci credeva solo lei, e Pauli, forse, dopo l’infortunio patito a S. Moritz 5 anni fa: ha dovuto ricominciare da zero, nel gigante sembrava aver disimparato a sciare. Con l’aiuto di papà Pauli è tornata più forte di prima. Chapeau.

Immagine dalla diretta RSI


Non solo livelli

Certo, la 'ndrangheta. Ma chi ha guadagnato su appalti a prezzi stracciati e condizioni di lavoro disumane? 

La discussione sulla scuola media ticinese sembra essersi incanalata su un solo aspetto, il superamento -o meglio l’eliminazione- dei livelli. Un’evoluzione questa che, paradossalmente, nessuno o quasi contesta e sulla quale tuttavia il mondo politico ticinese si è incagliato, dando vita allo squallido teatrino delle ultime settimane.

Nessuno o quasi finora ha proposto alternative, forse perché per farlo bisognerebbe finalmente spiegare cosa si intende per scuola e di conseguenza esplicitare le finalità desiderate. Anche se in fondo sarebbe esercizio facile, visto che queste sono già ampiamente descritte all’art. 2 della legge. In sintesi: promuovere lo sviluppo armonico delle persone, educarle attraverso la trasmissione del sapere (corretta ma critica), promuovere principi come responsabilità, parità, democrazia, pluralismo ecc., ridurre gli ostacoli che pregiudicano tutto questo.

La discussione si è impantanata proprio su quest’ultimo punto: c’è chi punta prevalentemente sul recupero degli indubbi svantaggi socio-culturali che alcuni allievi hanno e chi invece, sottolineando le naturali differenze intellettuali degli individui, vorrebbe percorsi formativi differenziati (alcuni molto differenziati, altri meno, alcuni solo all’interno delle singole materie, altri anche ipotizzando la formazione di nuovi ordinamenti scolastici).

Eppure, come già sottolineato da Gerardo Rigozzi in un contributo su La Regione, la stessa legge sulla scuola all’art. 58 indica la via da percorrere: “Gli allievi hanno il diritto di ricevere un insegnamento conforme alle finalità della scuola e alle loro caratteristiche individuali”. Con buona pace della politichetta osservata in queste ultime settimane, non si tratta quindi di scegliere tra una o l’altra strada, ma di trovare il modo di farle convivere in modo il più possibile armonioso.

L’alternativa è porsi al di fuori della legge, ossia cambiarla nelle sue finalità. Al netto del lapsus del PLR (“abolizione della scuola media”, sta scritto in un suo comunicato), se qualcuno lo desidera, è giunta l’ora che lo proponga in modo chiaro, abbandonando questa guerriglia di logoramento che nulla giova e molto nuoce.

Fintanto che questo non avverrà, è bene concentrarsi sull’assunto di fondo, ossia come armonizzare un insegnamento di principio pubblico, dunque di massa e generalizzato, con le caratteristiche di (idealmente almeno) ogni singolo allievo. Non sono un pedagogo, quindi sui modi di una possibile attuazione di questo assunto lascio volentieri la parola agli esperti. Mi preme qui comunque sottolineare un aspetto di cui poco si parla, eppure a mio avviso di non secondaria importanza: indipendentemente dal metodo usato e dalla materia, ad un certo punto il docente si troverà infatti ad emettere dei giudizi sull’allievo (le famigerate e tanto temute note). Stilerà insomma una classifica dividendo la classe tra gli ottimi, i bravi, i mediocri, gli scarsi e i molto scarsi. Se non è zuppa-livelli, è simil pan bagnato.

Ci impantaniamo quindi nuovamente in un paradosso: da una parte chiediamo alla scuola di educare i nostri ragazzi, nel senso etimologico di “ex ducere”, ossia portare fuori, esprimere il meglio di quanto in loro possesso, dall’altro li incaselliamo e li irreggimentiamo in statici compartimenti numerici, che de facto se non impediscono per lo meno ostacolano, e non poco, lo “sviluppo armonico delle persone” declamato all’art. 2 della legge sulla scuola, e rende vuoto di significato l’art. 58, in particolare nel punto in cui si parla di insegnamento “conforme alle caratteristiche individuali”.

Si tranquillizzino destra e centro-destra: non si tratta di abolire le valutazioni tornando magari al fantomatico e dannosissimo “4 politico” di sessantottesca memoria, ma piuttosto di trasformarle dall’accezione attuale, come visto fortemente classificatoria, a una diversa, incline a focalizzarsi più sugli aspetti positivi che quelli negativi. In estrema sintesi, una valutazione che rispecchi soprattutto i progressi fatti dall’allievo durante l’anno, e che questi premi, non solo come ora il livello delle conoscenze acquisite in funzione di uno standard identico per tutti.

In fondo è logico: se chiediamo alla scuola di abbandonare i livelli e di conseguenza di individualizzare il più possibile l’insegnamento focalizzandosi sugli obiettivi da raggiungere da parte di (quasi) ogni singolo allievo, per quale motivo la valutazione deve essere espressa solo da un numero assoluto per di più dal significato identico per tutti? La contraddizione ci pare evidente, e deve perciò essere superata. Pena non solo il continuo incagliarsi politico in una discussione senza apparente via d’uscita, ma la difficoltà da parte di ogni allievo, scarso, mediocre o ottimo che sia, di sviluppare appieno le proprie potenzialità, qualunque esse siano. Come legge comanda.


“TiSin e salari”, un filmaccio

Certo, la 'ndrangheta. Ma chi ha guadagnato su appalti a prezzi stracciati e condizioni di lavoro disumane? 

Di Lorenzo Erroi, laRegione Ticino

Se ci fosse un manuale di sceneggiatura per la gestione degli scandali cantonali, la figuraccia di TiSin vi meriterebbe lo spazio e l’attenzione che si dedicano a un film di culto: tutte le sue scene e i suoi dialoghi, almeno fino a questo momento, sono talmente esemplari che resta solo da decidere se il finale debba virare al thriller o alla farsa.

La trama, per sommi capi: un finto sindacato leghista cerca di aggirare la nuova legge sul salario minimo – votata anche dalla stessa Lega – inventandosi un contratto collettivo altrettanto fasullo, scarabocchiato dalla mano dei padroncini e degli enfant prodige di via Monte Boglia. Sindacati (veri) e altri politici si accorgono della falla nella legge e cercano di correre tardivamente ai ripari con un’iniziativa che impedisca certi trucchetti. Il successo della raccolta firme è notevole, possibile sintomo di un malcontento diffuso, anche se non è detto che sortisca risultati concreti in tempi brevi. Dissolvenza.

Panoramica orizzontale, ‘in un paese lontano lontano…’, come nelle fiabe. Galoppini più o meno noti corrono in soccorso degli amici finiti sotto i riflettori. In una surreale operazione a metà fra la destrutturazione cognitiva e il più pedestre depistaggio, si alzano voci sempre più garrule per convincerci che è tutto normale, non è successo nulla di grave, il problema è altrove. La scena, all’inizio, ricorda quelle vecchie comiche in cui un monello sorpreso dal preside cerca di nascondere la sigaretta nella tasca dei pantaloni, con quel che ne consegue. Poi però l’intreccio si fa più articolato e il mozzicone si cerca di spegnerlo direttamente sulla nuova legge, giudicata estrema e pericolosa (le stesse note di regia usate per bloccare qualsiasi riforma: il salario minimo, la transizione energetica, perfino la bizzarra pretesa di non fomentare il tabagismo tra i minori, sempre tutto ‘estremo e pericoloso’). Così i protagonisti incappati nel fortunale – in questo caso, in primis, capogruppo e vicecapogruppo della Lega in Gran Consiglio – possono abbandonare il set imboccando la porta sul retro, fischiettando come se nulla fosse.

Piano sequenza. Mentre qualcuno spera di rendere più solida una piccola legge che non salverà il lavoro come pretendevano i promotori, ma è un segnale per chi non vede la differenza tra libertà d’impresa e di sfruttamento, i solerti difensori dello status quo si sfilano la grisaglia e si sbracciano a lanciar fumogeni. Il salario minimo è presentato come un “grande inganno” che in ogni caso “va soprattutto a vantaggio dei lavoratori frontalieri”, i quali “ovviamente meritano rispetto”, e magari una pacca sulla spalla se fanno i bravi, ma guai se per tutelare i diritti di tutti gli si paga più d’una manzoniana luna di polenta. Con parole grevi s’insinua l’equivalenza tra i sindacati gialli come TiSin e quelli che bene o male rappresentano ancora i lavoratori, “perché il sindacalismo sarà idealmente una missione, ma è concretamente un business”. In preda a visioni ortopedico-botaniche si esorta addirittura a “tagliare al piede” l’“albero storto” della legge, come se le nuove, modeste retribuzioni potessero davvero mettere in ginocchio aziende che non siano già decotte. Monologhi che un tempo avremmo trovato solo sui domenicali più arruffapopolo ora finiscono ovunque, perfino sulla prima d’un quotidiano, nella fretta di chiudere il film con un’altra formuletta fiabesca: e vissero tutti felici e contenti. Titoli di (reggi)coda.


Esodare per lottare

Certo, la 'ndrangheta. Ma chi ha guadagnato su appalti a prezzi stracciati e condizioni di lavoro disumane? 

“Il capitale ha dominato il lavoro per mezzo secolo. Ma la situazione sta cambiando. Datori di lavoro, prendete nota”. Si conclude con queste parole l’editoriale del Financial Times di mercoledì scorso dedicato alla Grande dimissione, The Great Resignation, il movimento di massa che dall’inizio della pandemia vede milioni di cittadini licenziarsi per riconquistare una qualità di vita, un equilibrio tra lavoro e vita, profondamente compromesso da decenni di deriva liberista. Nell’inserto de laRegione (Ticino7) di questa settimana si può leggere un’analisi molto accurata di questa “svolta esistenziale” a cura di Mariella Dal Farra: “È successo qualcosa d’imprevisto, o meglio, sta succedendo. Sì, certo, una pandemia, si dirà. Ma non è solo questo: si tratta delle implicazioni più o meno dirette che tale evento sta generando”. Vivere per lavorare o lavorare per vivere, è questo l’interrogativo che la crisi pandemica suscita nell’immaginario collettivo.

Non si tratta di un movimento esclusivamente americano, se è vero che secondo un recente sondaggio di Microsoft il 41 percento della forza-lavoro globale sta considerando di dare le dimissioni perché rifiuta il sovraccarico di lavoro, il lavoro sottopagato, il burnout digitale, la mancanza di rispetto e l’isolamento sociale. Basti ricordare che in Giappone, paese tra i più lavoristi al mondo, il governo ha proposto la settimana lavorativa di quattro giorni. In Cina, altro paese noto per i ritmi di lavoro massacranti, tra i giovani il movimento Tang Ping (sdraiati) si sta espandendo in modo sorprendente e politicamente allarmante per le autorità cinesi.

È certo che il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro venutosi a creare non appena le economie hanno ripreso a crescere (a singhiozzo) dopo mesi di stallo, le misure di contrasto alla pandemia – dal lavoro ridotto nei paesi europei ai sussidi diretti ai lavoratori licenziati negli Stati Uniti – la formazione di un risparmio forzato durante i mesi del confinamento, sono tutti fattori che hanno giocato a favore di quel distanziamento esistenziale e critico dal lavoro che caratterizza il tempo presente. Mentre si sta ritornando rapidamente ai livelli di occupazione pre-pandemici, ovunque i posti di lavoro vacanti sono in aumento, il mercato del lavoro è teso e sempre più spesso i datori di lavoro sono costretti ad aumentare i salari per attirare forza-lavoro. In questo “non più non ancora”, nel tempo sospeso tra la pandemia e quel che seguirà, c’è chi temporeggia prima di accettare un lavoro qualsiasi, chi si mette in proprio e chi manifesta apertamente la propria disaffezione al lavoro senza timore di essere licenziato.

Più che un ”grande sciopero silenzioso”, come l’ha definito Paul Krugman, premio Nobel per l’economia, sulle colonne del New York Times, la Grande dimissione rappresenta una forma di lotta inedita in queste dimensioni, un Grande esodo, l’uscita da un mondo del lavoro che in questi anni ha distrutto la collettività sostituendola con la connettività, la rete di relazioni impersonali che produce ricchezza a mezzo di solitudine. Esodare per lottare, sottrarsi da contesti lavorativi in cui si può solo perdere perché soli, isolati, non rappresentati. Una forma di lotta che sembra pagante, come dimostra uno studio della Federal Reserve di Atlanta secondo cui, nella seconda metà del 2021, i lavoratori che si sono dimessi hanno conosciuto aumenti salariali superiori a quelli dei lavoratori che sono rimasti fedeli al loro datore di lavoro.

Laddove, come in Svizzera, il lavoro ridotto ha vincolato la forza-lavoro al posto di lavoro, la ripresa economica ha subito riportato il mercato del lavoro alla sua (quasi) piena occupazione. Lo era già prima dell’evento pandemico, benché fosse di fatto una piena occupazione precaria, con percentuali molto elevate di lavoro parziale, sottoccupazione, lavoro a tempo determinato, interinale, lavoro a chiamata, freelance. Un mondo del lavoro attraversato da forme di povertà laboriosa e sempre più precario. Le forme di dimissione, se ci sono, si intravedono parzialmente nell’andamento dei posti vacanti o nell’aumento discreto del lavoro indipendente. Ma occorre orientare meglio lo sguardo.

Remigio Ratti si è chiesto recentemente se “è proprio vero che i frontalieri costituiscono per il Ticino un bacino di manodopera illimitato. Si direbbe di no, o, almeno, siamo invitati a riflettere” (L’Osservatore, 22 gennaio 2022). Le province di Como e Varese si stanno sviluppando piuttosto a sud, per la tradizionale attrazione del motore milanese e per i grandi impulsi, diretti e indiretti, emergenti dagli importanti investimenti in corso. Ne risulta, secondo Ratti, la volontà di trattenere forza-lavoro qualificata al di là della frontiera. “Il tema dell’ineluttabilità della presenza di frontalieri viene ora accelerato dalla fine, analizzando gli ultimi cinque anni, del fenomeno degli immigrati, svizzeri o stranieri. Per la prima volta, risulta come siano più gli italiani partenti che non quelli in arrivo. E, soprattutto, le forze centrifughe ci sono anche da noi, con quasi un migliaio di giovani ticinesi che non rientrano dopo gli studi e chi trova lavoro oltralpe”. Se a queste tendenze si aggiungono i probabili effetti dell’entrata in vigore degli Accordi fiscali (2023?), con l’aumento della pressione fiscale per i frontalieri nei loro comuni di residenza che comporterà una riduzione dell’attrattività salariale del Ticino, è lecito chiedersi se anche da noi la Grande dimissione non si declinerà in modo dirompente.

A meno che in Ticino si esca finalmente da quel modello economico che ha visto molte, troppe imprese parassitare sulla disponibilità di lavoro vivo a buon mercato, migliorando le condizioni di lavoro, innovando i processi produttivi, investendo nella socialità come bene comune, insomma prendendosi cura della vita della comunità. Non è per niente scontato, le priorità politiche stanno altrove. In ogni caso, prendete nota.


Una beatificazione, e il riscatto di mons. Romero

Certo, la 'ndrangheta. Ma chi ha guadagnato su appalti a prezzi stracciati e condizioni di lavoro disumane? 

A neppure una settimana dal XXX anniversario degli accordi di pace che nel 1992 posero fine alla guerra civile in El Salvador fra il governo civico-militare e la guerriglia del Fronte Farabundo Martì ed esattamente 90anni dopo la sollevazione dei contadini capeggiata da Agustín Farabundo nel ’32 (repressa nel sangue dal generale Maximiliano Hernandez), si è svolta il 22 gennaio scorso nella capitale salvadoregna la cerimonia di “beatificazione” del gesuita Rutilio Grande, primo sacerdote ad essere ucciso nel minuscolo paese centroamericano (nel marzo del 1977) dalla Guardia Nacional, su ordine dei latifondisti che lo additavano come “un comunista dalla parte dei campesinos”. Con lui nell’agguato, consumatosi nella zona rurale di Aguilares, perirono trivellati di colpi nella stessa auto un anziano e un quindicenne. Anch’essi sono stati dichiarati “beati”; insieme al missionario francescano di origine italiana Cosma Pessotto, ammazzato in una chiesa più tardi nel giugno ’80 a guerra civile già iniziata.

Alla funzione, presieduta dal cardinale salvadoregno Rosa Chavez, non ha assistito il giovane presidente twittero Najib Bukele che già aveva provocatoriamente cancellato la precedente commemorazione della fine del conflitto. Bukele ha preferito partire per Ankara per sottoscrivere un inedito accordo commerciale col suo omonimo turco Erdogan. Oltre a promuovere negli Emirati Liberi Uniti la sua folle politica sul bitcoin, che ha convertito (primo paese al mondo) in cripto-moneta di libera circolazione nel settembre scorso (accumulando già 20 milioni di dollari di perdite per l’erario pubblico) Fu un pesante tributo di sangue quello pagato negli anni ’70 e ’80 da quella parte di chiesa salvadoregna in odore di Teología de la Liberación: 20 sacerdoti (fra cui i sei gesuiti dell’Università Centroamericana), quattro monache e centinaia di catechisti di un popolo eminentemente cattolico. Fino al sacrificio rimasto impunito dell’arcivescovo di San Salvador Oscar Romero il 24 marzo 1980 mentre diceva messa. Sì, proprio lui che era stato proposto in Vaticano come metropolita dai suoi colleghi vescovi reazionari per essere egli stesso un conservatore; a perpetuare il secolare schema coloniale di una oligarchia con i suoi due bracci operativi, militare ed ecclesiastico.

Ma il tormentato e scorbutico mons. Romero aveva paradossalmente allora come unico amico (nonché confessore) il padre Rutilio Grande, che aveva scelto come “cerimoniere” per il suo insediamento alla massima carica religiosa. È l’assassinio di Rutilio, neanche un mese dopo, a spalancargli definitivamente gli occhi sulla realtà della repressione nel suo paese, convertendolo nella “voce dei senza voce” per una riconciliazione nazionale fondata sulla giustizia sociale.

Da quel momento Romero ha avuto violentemente contro la destra, l’esercito e tutto l’episcopato locale (tranne mons. Arturo Rivera y Damas). A Roma invece papa Paolo VI lo ricevette incoraggiandolo. I problemi gli si complicarono anche in Vaticano dall’ottobre ’78 con l’avvento al pontificato di Karol Woytjla e il suo piano di azzeramento della sovversiva ”opción preferencial por los pobres” latinoamericana (che spazzò via nell’arco di qualche anno). La curia romana cominciò a giocare apertamente contro il primate salvadoregno fino a chiederne l’esautoramento con l’invio di un amministratore apostolico. Giovanni Paolo II non avallò quel provvedimento. Ma nel maggio ’79 quando ricevette Romero per la prima volta nella Santa Sede lo rimproverò severamente: “devi dialogare con il governo” gli intimò. E Romero: “ma Santo Padre ammazzano la nostra gente…”. Fu una vera e propria delegittimazione che isolò del tutto Monseñor nel suo paese. Fino al suo ammazzamento (dopo appena tre anni da arcivescovo) orchestrato dal fondatore della destra di Arena, nonché degli squadroni della morte, l’ex maggiore Roberto D’Aubuisson. Anche i suoi funerali furono “profanati” con l’uccisione di decine di fedeli nella piazza della cattedrale.

È all’indomani di quel magnicidio che, di fatto, in El Salvador si scatenò il conflitto civile che si sarebbe prolungato per dodici lunghi anni con un saldo di 75mila vittime.

Nel marzo 1983 nel suo primo viaggio in Centroamerica (che seguimmo sul posto) al papa polacco toccò essere ricevuto, fra gli altri, anche da D’Aubuisson, in quel momento presidente del parlamento. Ma al suo arrivo alla capitale San Salvador, violando ogni protocollo, volle prima di ogni cosa andare a pregare sulla tomba di Romero. Forse in segno di riparazione. Di certo per la preoccupazione che la figura di mons. Romero non fosse scippata dalla sinistra politica. “Mons. Romero è nostro, è della Chiesa”, ebbe a ripetere più volte negli anni successivi.

Nel suo secondo viaggio in El Salvador (nel febbraio ’96) in una riunione con l’episcopato locale Giovanni Paolo II volle sondare gli umori sul processo di canonizzazione di mons. Romero, avviato dal suo successore Rivera y Damas due anni prima. In un primo momento nessuno fece obiezioni; ma a un certo punto uno dei vescovi storicamente avversi all’arcivescovo martire prese la parola e si avventurò ad attribuire a lui la responsabilità dei 75mila morti della guerra civile… Sta di fatto che quella pratica rimase chiusa nel cassetto in Vaticano per tutto il resto del papato di Woytjla, così come del suo successore Joseph Ratzinger (nonché “inquisitore” da prefetto della Congregazione della Fede quale per lui era stato). A tenerla bloccata nella curia romana fu, primo fra tutti, il cardinale colombiano Alfonso Lopéz Trujillo, strettissimo consigliere del papa polacco e da lui nominato (all’inizio del suo pontificato) alla guida dei vescovi del Centro e Sudamerica (Celam) proprio per azzerare la Teologia della Liberazione (allora in rapida espansione nel subcontinente).

C’è voluto l’avvento sul soglio di Pietro del primo papa latinoamericano (nonché gesuita) per riprendere quel percorso. Appena un mese dopo la sua elezione papa Francesco, fra le sue priorità, diede disposizione al postulatore vaticano di riprendere in mano quel dossier, compiendo un vero e proprio atto di risarcimento nei confronti del prelato salvadoregno. Beatificato a San Salvador due anni dopo (nel maggio 2015) mons. Romero veniva dichiarato “Santo” a Roma dallo stesso Bergoglio nell’ottobre 2018; guarda caso insieme a papa Paolo VI, l’unico che l’aveva sostenuto.

Bene ha sintetizzato recentemente il gesuita Martin Maier (attuale direttore in Germania di Adveniat-America Latina) affermando che “la canonizzazione di mons. Romero costituisce il paradigma del pontificato di papa Francesco”. Nel suo intento di riscattare il Concilio Vaticano II.

Ma non poteva finire lì. Per completare l’opera di riparazione anche padre Rutilio Grande, l’ispiratore di colui che poi divenne San Romero d’America, è stato dichiarato a tempo di record beato “in odio alla fede”, cioè dire da cattolico martirizzato per mano di stessi cattolici.

Lo stesso papa Francesco, nell’Angelus domenicale in piazza San Pietro, così si è riferito a Rutilio e agli altri tre beatificati il giorno precedente nella capitale salvadoregna: “martiri della fede che sono stati al fianco dei poveri testimoniando il Vangelo, la verità e la giustizia fino all’effusione del sangue; il loro eroico esempio susciti in tutti il desiderio di essere coraggiosi operatori di fraternità e di pace”.

Nell’immagine: Oscar Romero e Rutilio Grande in un mural


La sconfitta dell’educazione

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Mi sento di esprimere la mia più profonda delusione per il progetto di Centro educativo chiuso per minorenni che si sta concretizzando nel nostro Cantone, in quanto, a mio modo di vedere, esso costituisce una sorta di fallimento della dimensione pedagogico-educativa: sconfitta o prevaricata da una logica di “contenimento” rassicurante (per chi?) del “disturbo” attraverso il ricorso a una struttura improntata alla “chiusura” e a una forma di istituzionalizzazione ‘forte’ o ‘pesante’ (qualcuno potrebbe, per certi versi, riconoscervi i tratti delle cosiddette “istituzioni totali”).

La storia dell’educazione e della pedagogia, in particolare negli ultimi due secoli e mezzo, si è caratterizzata – attraverso le esperienze, le iniziative e le riflessioni più significative che ha visto la Svizzera protagonista, sin dall’inizio, con personaggi del calibro di Jean-Jacques Rousseau e di Johann Heinrich Pestalozzi – per la costante tensione nel realizzare il ‘Principio di educabilità’.

Filo conduttore di tutto il portato culturale ed esperienziale di questa nobile tradizione della nostra civiltà, tale principio consiste nell’affermare l’inderogabile convincimento e volontà di riportare sul terreno dell’educazione qualsiasi traiettoria esistenziale, anche la più deviante, disastrata e scassata.

Philippe Meirieu, noto pedagogista francese, sintetizza magistralmente il concetto alla base dei vari tentativi psico-socio-educativi: “l’educabilità è innanzitutto il principio ‘logico’ di qualsiasi attività educativa: se non si parte dal postulato che le persone che si vogliono educare sono educabili, è meglio cambiare mestiere. Si tratta di un principio euristico essenziale: soltanto il postulato dell’educabilità dell’altro impedisce all’educatore di attribuire i suoi insuccessi a delle cause sulle quali egli non ha potere e di impegnarsi a fondo nella ricerca di nuove mediazioni. È senza dubbio per questo motivo che le più importanti ‘invenzioni didattiche’ sono state effettuate da coloro che si sono assunti l’educazione delle persone ritenute sino allora ineducabili”.

Proprio alla luce degli innumerevoli sforzi prodotti, costellati da successi ma anche da fallimenti – che comunque non hanno fatto derogare dal principio guida testé evocato –, appare anacronistico ricorrere oggi a “soluzioni” del tipo del CECM, dentro o mediante il quale si cerca di coniugare un po’ avventatamente un mandato contenitivo-repressivo, con un’anima redentiva-riabilitativa. La scommessa, un po’ pretenziosa o presuntuosa, è che il passaggio di tre mesi dentro le mura “rassicuranti” (per tutti noi, vale a dire “per chi sta fuori”) del Centro in questione possa condurre alla normalizzazione del soggetto deviante e riportarlo sulla retta via, pronto a rientrare in società o in qualche altro istituto meno “contenitivo”.

Non è difficile ipotizzare, anzi, prevedere come allorché la struttura fosse approntata essa verrebbe occupata il più possibile, non fosse che per giustificarne l’esistenza e i costi di gestione: in letteratura simile prospettiva viene denominata “sindrome di appropriazione”, secondo la quale un’istituzione (o il sistema al quale essa è agganciata) tende naturalmente alla propria sopravvivenza o autoriproduzione, non di rado inducendo il bisogno, l’esigenza o l’urgenza.

Certo, secondo il rilevamento dei dati raccolti dallo studio, prettamente quantitativo, licenziato da un gruppo di lavoro della SUPSI nel 2017, su un totale di 505 “casi trattati dalle ARP [Autorità regionali di protezione] e dalla Magistratura dei minorenni nel 2015, una cinquantina (53) risulta annoverabile sotto l’etichetta “casi di crisi” per cui si giustificherebbe il ricorso al CECM, secondo tre categorie classificatorie: “urgenza”, “gravità”, “rifiuto”. Sempre dai dati raccolti dallo studio emerge che “nell’86,8% dei casi i giovani si trovano confrontati con un contesto famigliare assente o problematico”, mentre sul fronte della formazione e del lavoro il quadro che emerge fa stato di un “85% dei casi che vive una situazione di disadattamento, di insuccesso o di abbandono”. Pertanto, nelle conclusioni si giunge a sostenere che “due delle dimensioni cardine per lo sviluppo dell’identità personale e dell’integrazione nella società, quali lo sono la Famiglia e la Formazione/Lavoro, risultano essere assenti, problematiche, fonte di frustrazioni e insuccesso”.

Se questo risulta il contesto di riferimento, mi chiedo se il collocamento in un centro chiuso per tre mesi possa riconfigurare un paesaggio psico-sociale così compromesso e dare la forza e lo slancio per proiettarsi in una progettualità esistenziale palingenetica di riscatto personale e di integrazione socio-formativa/professionale.

Vi è piuttosto il rischio che la rabbia, la riottosità e la frustrazione, invece di attenuarsi e incanalarsi in una direzione pro-positiva, si traduca in un incremento di rancore e rifiuto delle regole del gioco, a seguito anche della rappresentazione stigmatizzante di aver frequentato un luogo segregativo e connotato socialmente da una valenza non di certo valorizzante. L’etichettatura nell’esser passati attraverso un istituto denominato in quel modo, andrebbe ad accumularsi a tutta una serie di altri fallimenti o collocamenti, incrementando il proprio “dossier” di soggetto orientato al tralignamento, se non addirittura alla devianza e alla delinquenza.

È mai possibile che per ragazzi di 12-18 anni, la soluzione più idonea che si ritiene di mettere in atto, nel 2022 e alle nostre latitudini, sia una traiettoria del genere? Sarebbe stato altresì interessante e utile per comprendere il fenomeno che si intende arginare, prestare ascolto alla viva voce dei diretti interessati, per coglierne le posizioni, i vissuti e i retroterra. Essi, invece, sono stati descritti, interpretati e spiegati da altri (dagli specialisti) e soprattutto appaiono, nei documenti ufficiali o formali sottoposti ai decisori, in forma di numeri o di “casi”.

Per rassicurare gli animi, d’altra parte, si avanza l’argomentazione che il CECM sarà attivato solo in casi estremi, ma quando si parla di “ultima ratio” – a parte la deriva della propensione alla “sindrome d’appropriazione” citata sopra – dovremmo porci l’interrogativo: ma siamo poi sicuri che tutto il sistema di prevenzione e di azione/intervento relativo all’infanzia e all’adolescenza funzioni al meglio nella nostra realtà cantonale? Il tanto decantato “lavoro di rete” consente veramente una presa in carico adeguata delle difficoltà nella crescita e nel rapporto con il mondo dei nostri ragazzi di 12-18 anni? Oppure non manifesta tuttora qualche falla e maglia rotta, tanto da non rendere così fluida ed efficiente l’attivazione di risposte adeguate a situazioni sicuramente assai ardue cui far fronte? Non sono d’altronde così ingenuo da credere che non vi siano dei casi veramente difficili da affrontare e da gestire, per i quali mi chiedo però, tenuto conto dell’esiguità dei numeri e del margine migliorativo che sempre sussiste nel funzionamento delle strutture esistenti, se invece di creare un complesso istituzionalmente così consolidato come quello in oggetto, non sia più idoneo avvalersi di strutture in Svizzera interna o in Italia, come si sta già facendo con successo. Invece di investire 6,4 milioni di franchi (metà a carico del Cantone) per l’edificazione di un Centro chiuso, si potrebbero utilizzare questi soldi per finanziare progetti e iniziative volti a consolidare il sistema di prevenzione (per esempio il SAE-Servizio di sostegno e accompagnamento educativo) e al potenziamento dei CEM-Centri educativi per minorenni (iniettandovi nuove risorse, come meriterebbero, così d’avere un maggior margine di manovra ed occuparsi, fra l’altro, delle conseguenze “pesanti” di due anni passati in emergenza, con i loro strascichi per le frange più fragili della popolazione) e di tutte le altre misure accompagnatorie che in questi anni hanno dato buoni frutti nell’affrontare le emergenze e il disagio giovanili, compreso quello di ordine psichiatrico.

Un esempio virtuoso è costituito dal Progetto Tipì – Promozione di una cultura condivisa dell’infanzia, teso a valorizzare le risorse, le capacità e le competenze delle famiglie nell’accudimento dei figli, con una sinergica collaborazione e co-responsabilità educative instaurata fra culture familiari e culture istituzionali (mediante il coinvolgimento di tutti i principali partner del territorio), in maniera da creare condizioni favorevoli alla crescita e al dispiegamento massimo delle potenzialità dei cittadini di domani. Credo che questo sia il miglior approccio e la più idonea metodologia da adottare per cercare di rispondere al meglio ai fenomeni socio-educativi più impellenti.

Mi conforta il pensiero che quasi 500 persone, in gran parte operatori sociali, dunque degli addetti ai lavori che conoscono bene il settore in causa, abbiano firmato una petizione contraria al CECM: leggo questo dato come segno di disponibilità e volontà ad impegnarsi nell’escogitare altre soluzioni e a trovare strade operative ben diverse per affrontare i problemi dei nostri giovani. Di quanti spazi e occasioni dispongono per stare insieme, per aggregarsi attorno a una progettualità che consenta di esprimere la loro vitalità ed espandere la propria personalità? Certo, la sicurezza in un successo per ogni “caso” o soggetto non c’è mai, ed è proprio questa la grande sfida: la drammaticità e insieme lo straordinario fascino dell’impresa educativa.

Ma occorre perlomeno impostare bene le premesse per la sua ideazione e realizzazione, perché francamente non credo si vada molto lontano con un corollario linguistico-concettuale del tipo: Centro [educativo?!] chiuso, contenzione (con tanto di corredo di cinghie ai letti per l’applicazione di questa pratica, anche se poi, ultimamente, ci si è accordati nello stralciarla almeno nominalmente dal rapporto conclusivo della Commissione parlamentare incaricata di esaminare il Messaggio relativo al CECM), misure restrittive della libertà dei minorenni, misure disciplinari, pene di privazione della libertà di breve durata … che ricalca una certa terminologia in voga qualche anno fa nel settore scolastico allorché ci si riferiva a sedicenti “ragazzi ingestibili”: un vero e proprio ossimoro educativamente parlando, proprio per il principio di educabilità cui si è fatto accenno all’inizio di questo scritto.

Questa armamentario terminologico-concettuale informa inevitabilmente l’intero assetto architettonico (murario e logistico) ed “ideologico” alla base dell’idea progettuale in discussione e vi permane anche allorché si procede a smussarne i toni semantici e linguistici, addolcendo o togliendo talune nomenclature.

I giovani “in crisi” o “in opposizione” non hanno bisogno di strutture in cemento armato come risposta al loro disagio o disadattamento, e nemmeno di interventi muscolosi ‘manu militari’ a suon di ruspe. In effetti, i “rifiuti” e gli “scarti” possono dare origine a risultati assai promettenti se ascoltati, percepiti inclusivamente e minimamente valorizzati: “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior” (De André).

Oggi, le nuove generazioni meritano qualcosa di più, soprattutto in momenti sicuramente non facili come questi, dove esse hanno sofferto più di altre categorie, dando peraltro prova – in gran parte più degli adulti – di notevole senso di responsabilità.

Come sosteneva uno dei giuristi più acuti del secolo scorso, il tedesco Carl Schmitt, non è durante i tempi usuali/normali, bensì nei periodi di crisi eccezionali che si manifesta la vera stoffa, la qualità, “il profilo più acuto” della classe politica, chiamata a dar prova di lungimiranza progettuale e originalità creativa nel trovare risposte coraggiose e soluzioni nuove.

Politica e pedagogia possono ritrovarsi soprattutto sul terreno dell’utopia, vale a dire nell’alleanza facente leva sulla speranza, come suggerisce il pedagogista Jean Houssaye, pronunciatosi in un recente convegno tenuto a Roma:

“È l’utopia che genera, nutre e fa sbocciare le dottrine pedagogiche. (…) Qui la politica e la pedagogia si ritrovano insieme: come pensare e fare senza proporre alternative? Come limitarsi ad accettare solo ciò che è? Come non insorgere quando si è responsabili? Come non rassegnarsi a rassegnarsi? Come non accontentarsi dell’efficacia relativa di ciò che è? Ritrovando e portando con sé la speranza, perché la speranza significa che dietro ogni realtà ci sono altre possibilità che possono essere liberate dalla prigione dell’esistente. Non è forse questo il senso sia dell’atto politico che dell’atto pedagogico? Non è forse questo il senso della possibilità e dell’urgenza di ciò che li lega? Che fare, in questo caso? Quali punti di riferimento possiamo darci?”

Fulvio Poletti è pedagogista


Sergio Rossi – Un crollo da libri di storia

Certo, la 'ndrangheta. Ma chi ha guadagnato su appalti a prezzi stracciati e condizioni di lavoro disumane? 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Beat “homo helveticus” Feuz: una breve storia

Certo, la 'ndrangheta. Ma chi ha guadagnato su appalti a prezzi stracciati e condizioni di lavoro disumane? 

Moltissimi sono gli ori olimpici ma non tutti brillano allo stesso modo: quello del curling a coppie miste non è lo stesso di quello conquistato in discesa, dove si rischia l’osso del collo.

Il marchio d’origine di Beat “Swiss made” Feuz è “bodenständig”: nato con i “piedi per terra”. Un vero rossocrociato: se un marziano dovesse portare lassù l’immagine di un umano elvetico, sceglierebbe il tipo nato l’11 febbraio 1987 a Schangnau (Be), una specie di pacioso frate laico (ora et labora) benvoluto da tutti, mai sopra le righe nei trionfi, mai immusonito nelle sconfitte, mai invidioso, umile malgrado i molti trionfi.

Al traguardo della pista disegnata da Russi, unico ingegnere costruttore al mondo (appollaiato su una roccia, Russi’s Rock, con tanto di stemma urano inciso), un Beat sorridente ha semplicemente detto “bene, vedremo…”. Aveva fatto il suo: probabilmente non lo sa, ma ha sempre applicato un principio del buddismo zen: ogni giorno fai quello che devi fare, dalle piccole alle grandi cose, le scodelle lavale sempre e sempre bene.

Alla fine, dopo un oro (S. Moritz 2017) e due bronzi ai mondiali, dopo un bronzo e un argento (nel supergigante) alle Olimpiadi, è arrivato l’oro al termine di una gara bellissima, sofferta sino all’ultimo, con il francese Johan Clarey, 41 anni e un mese, a 10 centesimi, e il grande favorito Meyer, stanotte primo nel supergigante, a 16. Quando ha sentito sua moglie e la prima figlia gli è scappata una lacrimuccia.

Feuz, che ha sposato un’ex sciatrice austriaca, vive con una gamba in Svizzera e una in Austria: gli è andata bene: nel 2007, in seguito a una infiammazione al ginocchio curata male, ha rischiato la cancrena e l’amputazione.

Era reduce da una serie impressionante di trionfi a livello juniores, a partire da un bronzo, incredibile, nello slalom, a Bardonecchia, in epoca preistorica, quando fu attaccato due volte da uno pterodattilo, un uccellaccio dall’apertura alare di un metro, dal becco di 45cm e capace di andare in picchiata attorno ai 100km orari: gli era sfuggito facendo il bronzo nello slalom, a zig-zag, appunto.

Due anni dopo ad Altenmarkt, dove Lara Gut fu seconda, vinse 3 ori: discesa, gigante, e combinata, e un altro bronzo nello slalom.

Poi, una lenta evoluzione lo ha trasformato: ora Feuz è il prototipo del discesista, sembra scolpito nel bronzo: cosce come pilasti d’autostrada ben agganciate al robusto bacino, addominali potenti, estremamente compatto, stabile sullo sci. Un blocco unico.

Ma le sue vittorie sono dovute ad altro: a una dote che nessun tecnico, nessuna scuola può insegnare: la sensibilità di piede (non si direbbe…) unita a un senso unico della traiettoria: nelle curve strette non è il migliore, ma non appena il disegno diventa più fluido, non ce n’è per nessuno, nemmeno per Kilde e Paris, troppo violenti nel piazzare gli spigoli: Feuz sembra una figura da PlayStation; sembra seguire un filo magnetico che vede solo lui.

E pazienza se stanotte ha fatto la stessa fine del favorito Odermatt, uscendo però di pista già dopo pochi metri: Beat non c’era.

L’oro nella discesa gli ha dato alla testa: non per superbia, non la conosce, ma perché nel sonno ha rivisto la sua vita, stordito dall’impresa del giorno precedente; e se ora, salute permettendo, volesse aggiungere altri 4 anni sull’esempio di Clarey?


Dov’è, o sinistra, la tua vittoria?

Certo, la 'ndrangheta. Ma chi ha guadagnato su appalti a prezzi stracciati e condizioni di lavoro disumane? 

Se proprio vogliamo navigare nelle metafore, ruotanti attorno alla stessa persona, un finanziere d’alto bordo che campeggia nel Ticino, avremo il canto del cigno che diventa “vanto”, ma anche  l’ululato del coyote che diventa “lamento” (pare che nella notte pianga le prede mancate di giorno). Con il vanto si è fatto festa alla RSI e qui se ne è parlato. Il lamento è stato pubblicato come “pubbliredazionale” a pagamento dai quotidiani ticinesi con il titolo categorico “La sinistra ha vinto”.

Come? La sinistra ha vinto?

 La prima verifica è un po’ fantozziana. Sia l’uomo di sinistra sia quello di destra sbatteranno il pugno sul tavolo e, come il mitico ragionier Ugo Fantozzi dopo  che aveva scoperto le “letture maledette”, finiranno per esclamare esterrefatti: “Ma allora mi han sempre preso per il culo!”.

Quello di destra perché non si è ancora accorto che la sinistra ha vinto e deve affrettarsi a far le valigie per Monaco o Panama (se non l’ha già fatto per altri motivi più sinistri). Quello di sinistra, più tonto che mai, o perché troppo occupato a litigare con gli altri compagni o perché riconta le posizioni nei parlamenti nazionali, cantonale o comunali  e riesamina tutto quel che gli capita attorno, nella politica come nell’economia, dal posto di lavoro alle batoste elettorali, deve ammettere che  non si è  per niente accorto di aver vinto. Quindi, o gli han falsato la geografia o contraffatta la sinderesi politica.

Poi, in seconda istanza, nasce un atroce dubbio: non è che si ricorra al “tafazzismo” per ingannar le menti? Tafazzismo: propensione a lamentarsi, ricavandone piacere. E cioè: facciamo credere che noi di destra siamo perdenti e che la sinistra domina dovunque; inganneremo la sinistra a continuare come ora… ed è sempre festa per la destra. Questa strategia è applicata ad esempio con successo nei confronti della RSI: bolliamola, con stillicidio continuo, come levogira e avversa alla destra: le inoculeremo un complesso destrorso colpevolizzante che  la renderà timorosa e generosa in interviste gloriose e sfottenti.

Tre tormenti destrorsi

Veniamo alle cose serie. La predominanza della sinistra, stando al lamento, sarebbe partita dalla Scuola di Francoforte, che fu anche matrice del ’68 e “della quale ancora oggi vi sono ampie tracce”. E via con una sequenza di nomi che hanno nutrito e poi alimentato la “sinistra progressista”. Per farla breve, potremmo cogliervi tre tormenti destrorsi: il dominio ideologico sinistrorso che è molto più determinante del puro potere economico; la società liberal-democratica (neoliberale) che sarà minata e decostruita dall’interno, per accedere al potere; “rivolta dei discriminati”  (con la  perenne critica all’ingiustizia) determinante per accedervi. Oggi saremmo alla “dittatura del discorso assunta dalla maggioranza discriminata” (che non permette più di discutere, anche perché il conservatore è considerato fascista camuffato, il moralismo ha il sopravvento ovunque, l’analisi e il giudizio sono sostituiti dal pregiudizio). Conclusione, quasi apocalittica, del lamento: “tutti coloro che si sentono discriminati sono strumentalizzati dal progressismo marxista, non rendendosi conto di ciò, e stanno contribuendo alla proliferazione della tesi post-marxista. È ora che i partiti «borghesi» si riprendano dalla confusione ideologica riconoscendo quali sono le tesi contro le quali battersi”.

Dimenticato Marcuse

Una piccola annotazione storica, quasi tragicomica. È interessante rilevare come della Scuola di Francoforte si fanno tutti i nomi tranne quello di Herbert Marcuse. Il quale, capitato proprio nel ’68 come un referente nel rapporto sulla legge urbanistica (1968-69) per tentare di capire ciò che stava avvenendo nel mondo, subito demonizzato come destrutturante, servì come utile  pretesto infamante per denunciare la legge, voluta oltretutto da un serio liberale, Franco Zorzi, e per affossarla. Quindi, proprio a causa di un esponente della Scuola di Francoforte… si seppellì un liberale e si stesero tappeti all’economia a rimorchio della speculazione edilizia e degli affaristi immobiliari (“gnam gnam”, li chiamava il Bianconi) foraggiati dai capitali in fuga dall’Italia democristiana.  Uno dei grandi paradossi cantonali. Infatti così, grazie anche a un esponente della Scuola di Francoforte che ce l’aveva con “l’uomo a una dimensione”, criticando tanto il capitalismo quanto il comunismo, più che “ampie tracce di sinistra” son rimasti ampi scempi territoriali.

Quel Monte svizzero

C’è però un’altra dimenticanza. È talmente enigmatica e grave che nasce il sospetto che sia voluta ai fini di rendere  più credibile il lamento e meno colpevole la trascuratezza degli imbambolati partiti “borghesi”. La Scuola di Francoforte sta quindi nel gozzo, come lisca di pesce e come principio del male sinistrorso e causa della vittoria della sinistra. Si dimentica però bellamente una fucina creatasi in Svizzera che ha rifuso, diffuso nel mondo, inscatolato senza alternativa storica, imposto in maniera totalitaria dagli anni ’70-’80 in poi, ipnotizzato  o disfatto persino la sinistra francofortiana, quello che viene comunemente definito neoliberismo.

L’operazione è partita da più lontano, è vero, da quando Friedrich von Hayek  nel 1947 chiamò a raccolta sul Mont Pèlerin, poco distante da Montreux, un gruppo di 38 economisti e altri intellettuali (tra cui gli ormai famosi Allais, Eucken, von Mises, Fridman, Popper) che fondarono la MPS (Mont Pèlerin Socitey) che, via via moltiplicatasi, sparsasi in tutto il mondo, ha occupato tutti gli spazi possibili nelle università, nei governi, nelle organizzazioni internazionali (Fmi, Ocse, Banca mondiale, Organizzazione commercio mondiale), producendo migliaia di saggi e di libri, sequestrando i Nobel per l’economia, portandovi l’essenza del neoliberalismo (poi subito neoliberismo). E cioè, in termini spicci ma sufficienti per capire: la liberalizzazione del movimento dei capitali e delle merci, la superiorità fuori ogni discussione (e totalitaria) del libero mercato con la competitività portata all’ultimo sangue; la messa in concorrenza dei lavoratori, ridotti solo a un costo, con le dislocazioni produttive là dove i salari sono più bassi; la riduzione del ruolo dello Stato; la deregolamentazione  economica e finanziaria; la privatizzazione dei servizi pubblici (posta, telefoni, energia ecc.); la credenza che la ricchezza, se facilitata dalle esenzioni fiscali, sgocciola come miele dall’alto verso il basso favorendo tutti e che la globalizzazione del mercato con  capitale e merci  eliminerà  disuguaglianze e povertà.

Una cultura egemonica

Due caratteristiche segnano l’egemonia di questa cultura emanata dalla MPS: 

La prima è la dismisura della vittoria su ogni altra corrente di pensiero, tanto da poter sostenere che non c’è alternativa. Pensiero unico, totalitarismo, dogmatismo persino metafisico, tanto si è fatto religione. Altro che vittoria della sinistra, se la sinistra è il contrario di tutto questo! Persino il keynesismo, un  arcinemico per la MPS, è stato ridotto alla insignificanza (risuscitato in parte, per disperazione, dalla pandemia, che senza il ricorso allo Stato, ai suoi interventi finanziari, all’effetto moltiplicatore della sua spesa, chiamati in soccorso anche dai neoliberisti, sarebbe stata una catastrofe completa). A forza di liberalizzazioni ispirate a quella “cultura”, il sistema finanziario -in cui guazzano i nostri finanzieri e si attruppano milionari e miliardari- domina la politica, tanto nazionale quanto cantonale, non meno dell’economia.

La seconda caratteristica della cultura economica neoliberale dominante, formato MPS, è la sua inverosimile resistenza alle pesanti confutazioni che la realtà le infligge da almeno vent’anni, nonostante  un susseguirsi  continuo di crisi che hanno reso i ricchi più ricchi e i poveri (i famosi “discriminati”?) più poveri. Fatto emerso ancora in maniera  paradossale e incontrovertibile anche con la crisi pandemica (si veda qui l’articolo di Lelio Demichelis).

Dov’è, o sinistra, la tua vittoria?

Dov’è quindi, o sinistra, la tua vittoria? Ci si può piuttosto chiedere come mai le sinistre svizzera o europee, comunque denominate, siano piuttosto state travolte senza opporre grande resistenza all’offensiva egemonica, totalizzante e totalitaria, del neoliberismo targato Mont Pèlerin. Chi sa dove li trova, il nostro lamentoso coyote, il dominio ideologico della sinistra, la dittatura del discorso dei discriminati, la rivolta dei discriminati, la decostruzione della società liberalliberista, la presa del potere, la strumentalizzazione del progressismo marxista, persino il sopravvento del moralismo il quale richiederebbe, per esserci e per logica, il senso della vergogna, che non c’è più.

Aldilà di tutto, del lamento senza senso e realtà, di una pretesa vittoria proclamata per strategia pacchiana, dell’interrogativo che interroga anche la pochezza della parte avversa, rimangono forse due ragioni da perlustrare.

La prima, per non essere pessimisti, è che l’ideologia, ferreamente e disumanamente impostaci negli ultimi quarant’anni e che ci stanno propinando ancora, non ci offre nessun futuro, e stiamo accorgendocene e presto saremo obbligati a un bilancio senza riserve o fughe per la tangente. Non è  un’ideologia di speranza, brandisce solo la minaccia della bancarotta e della rovina. Pensiamo anche solo all’ambiente: ogni giorno, rivestendosi di ipocrite sostenibilità economiche e finanziarie, tanto per continuare come e peggio di prima ricavando soldi dai soldi, ci sottraggono il futuro del nostro pianeta e dei nostri figli.

La seconda è che non è dai parlamentari e tanto meno dalla ritrovata memoria dei borghesi che dobbiamo aspettarci un futuro o un miglioramento: tutte le riforme del mondo hanno sempre avuto un origine extraparlamentare. Tutt’al più i parlamentari o i governi,  benché per loro ogni iniziativa vada sempre troppo oltre, finiscono solo  col ratificare a malincuore misure che  gli possono imporre movimenti di cittadini, la piazza, gli scioperi o i “tumulti” per usare il linguaggio di Machiavelli. Non è un caso se anche la democrazia si sta interrogando.