Salvaguardare e promuovere la diversità dei media svizzeri

Votazione del 13 febbraio: il vero pericolo non è affatto l’interferenza dello Stato, bensì la scomparsa delle piccole testate 

Di Boas Erez, rettore dell’Università della Svizzera Italiana

Il libretto che accompagna i testi in votazione il 13 febbraio, contiene una lunga ed esaustiva presentazione del pacchetto di misure a sostegno dei media. Il testo è relativamente complesso, ma l’idea di base di questa proposta di legge è semplice: si tratta di contribuire a salvaguardare e promuovere la diversità dei media svizzeri. I potenziali inconvenienti delle misure previste non sono sufficienti a giustificare un voto contrario alla legge.

Di fatto, perché la nostra democrazia svizzera resti vitale è necessario che la popolazione disponga di fonti di informazione di qualità, che rappresentino punti di vista diversi. La popolazione svizzera ha accesso a molti media, in particolare numerici, di cui molti gratuiti o esteri, la cui qualità non è però garantita. Il rischio di manipolazione è grande, e il ruolo che svolgono media svizzeri più seri è quindi ancora più fondamentale di qualche tempo fa. In Svizzera, i professionisti dei media fanno il loro lavoro con indipendenza e senso critico (sempre valutato bene nei ranking internazionali per la libertà di stampa). In coscienza non possiamo lasciare la formazione delle opinioni dei cittadini ai social media che, come noto, rafforzano la polarizzazione delle posizioni. Gli algoritmi favoriscono infatti delle “bolle ideologiche” mostrando agli utenti solo le notizie aderenti alla propria visione del mondo e con la propria percezione, ignorando le informazioni contrastanti.

Una misura dell’affidabilità di un media è il numero dei suoi abbonati, e avere abbonati è una delle condizioni per poter beneficiare dei sostegni previsti dalla legge. Dimostrazione che la legge è ragionevole e che i sostegni non saranno distribuiti arbitrariamente.

Il settore dei media attraversa una fase di mutamento strutturale, ma gli effetti sono particolarmente evidenti in un paese piccolo come il nostro, composto da una confederazione di piccoli stati e, per di più, suddiviso in quattro regioni linguistiche con mercati distinti. In Svizzera, i media regionali sono fondamentali. La legge permetterà a questi media di operare più facilmente. Bisogna qui ricordare il recente aumento dei costi di produzione (prezzo della carta) e di spedizione. La legge prevede poi per la prima volta, e a titolo sperimentale, un sostegno ai generalmente giovani e piccoli media digitali svizzeri. Questi arricchiscono il panorama mediatico, proponendo spesso lavori di approfondimento, che non è sempre possibile effettuare nel quadro dei media più classici. Vi sono altre misure previste, che per esempio permetteranno a riviste pubblicate da associazioni come Pro Natura, di beneficiare di un sostegno.

L’argomento degli oppositori alla legge che insiste sul fatto che saranno soprattutto i grandi gruppi a beneficiare dei sostegni, dimentica che sono quelli con il lettorato più numeroso. L’argomento che insinua che un maggiore sostegno ai media minacci la loro autonomia è fallace. La Costituzione svizzera nei suoi art. 16 e 17 ne garantisce la libertà e l’indipendenza, e se nel 2021 la Svizzera ha perso qualche posizione nella classifica stilata da Reporters sans frontières, questo è proprio perché la diversità dei media in Svizzera è considerata a rischio a causa della digitalizzazione. Il maggiore pericolo non è quindi un’interferenza dello Stato, ma la perdita, per dinamiche prettamente economiche, delle piccole testate che contribuiscono alla pluralità delle opinioni.


13 Febbraio 2022

Votazione del 13 febbraio: il vero pericolo non è affatto l’interferenza dello Stato, bensì la scomparsa delle piccole testate 


Un feroce embargo che dura da 60 anni

Votazione del 13 febbraio: il vero pericolo non è affatto l’interferenza dello Stato, bensì la scomparsa delle piccole testate 

Esattamente sessant’anni fa John Fitzgerald Kennedy decretava contro Cuba quello che doveva convertirsi nell’embargo più spietato e senza tregua della storia moderna. È dunque costata cara la sovranità nazionale della Perla de las Antillas, a sole 90 miglia dagli Stati Uniti, che era stata il bordello e la casa da gioco nella “piscina di casa” dell’impero americano.

Una sovranità miracolosamente durata fino ad oggi. Sovranità forse incompatibile con l’esercizio democratico di cui abbiamo goduto noi nel benestante emisfero nordoccidentale (anche qui ormai alquanto manipolato). Ma che per i cubani, e agli occhi di centinaia di milioni di latinoamericani diseredati che li invidiavano, ha voluto dire vita decorosa, salute, istruzione e una vecchiaia serena per tutti, senza distinzioni. Fino al vaccino Soberana, somministrato oggi all’intera popolazione.

È l’opera maestra di un grande statista rivoluzionario come Fidel Castro, che per sopravvivere in piena “guerra fredda” dovette destreggiarsi fra l’Urss e il Movimento dei Non Allineati. Ma che in autonomia, per altri trent’anni, ha resistito anche alla caduta del muro di Berlino e alla fine degli aiuti da Mosca. Come dire che quella cubana, col suo socialismo tropical, era stata una rivoluzione popolare vera. Sopravvissuta pure alla scomparsa del comandante en jefe, e poi al ritiro del fratello Raul.

Oggi Cuba, per quell’embargo inasprito nel 1996 dalla feroce legge Helms-Burton, che neanche Barack Obama era riuscito a revocare con l’apertura delle relazioni diplomatiche (e reso ulteriormente spietato da Donald Trump), ha ridotto l’isola alla fame, non potendo più contare neanche sul sostegno del Venezuela e sulle entrate del turismo.

I fratelli Castro hanno fatto la storia; con dignità. Ma nulla può essere per sempre.

La classe dirigente cubana odierna è nata tutta dopo quel primo gennaio 1959 in cui Fidel fece il suo ingresso trionfale a Santiago, mentre il Che e Camilo Cienfuegos entrarono a L’Avana.

I tempi cambiano; in peggio. Le nuove generazioni incalzano, protestano, e chiedono aperture. Il governo deve internamente interloquire (come sta facendo) con le istanze sociali non manovrate da Washington. Così come deve riprendere un confronto con gli Usa, interrotto dai tempi di Obama e non rilanciato da Biden.

Ma prima di ogni altra cosa, deve essere posto fine all’embargo; più volte condannato pressoché unanimemente dall’Assemblea Generale dell’Onu.

Che si apra un dialogo fra pari. Per salvare il meglio e scongiurare il peggio.


L’UDC estende i suoi attacchi dalla RSI alla SSR

Votazione del 13 febbraio: il vero pericolo non è affatto l’interferenza dello Stato, bensì la scomparsa delle piccole testate 

Le notizie sul boicottaggio della RSI, da parte di Marco Chiesa, sono rimbalzate a nord delle Alpi dove si profila un attacco frontale dell’UDC contro la SSR per dimezzare il canone radiotelevisivo. È quanto emerge da un’accurata e circostanziata inchiesta pubblicata dai giornali di CH-media, fra cui l’Aargauer Zeitung, il St. Galler Tagblatt e la Luzerner Zeitung. Citano Marco Chiesa che dichiara candidamente che “non so nulla dei contrasti” con la RSI. Un’affermazione in netta contraddizione con 2 comunicati ufficiali dell’UDC Ticino in cui non solo si boicotta la RSI, negando informazioni ed interviste, ma si chiedono persino le dimissioni del capo dell’informazione Reto Ceschi, come abbiamo riferito recentemente. Il boicottaggio è stato tolto dal presidente dell’UDC ticinese Piero Marchesi, ma non da Marco Chiesa. “Non parla più con noi” ha dichiarato Reto Ceschi ai CH-media. Parla però con Othmar von Matt, l’autore dell’inchiesta giornalistica, e preannuncia un’iniziativa popolare per dimezzare il canone radiotelevisivo.

I preparativi sono già in corso e dietro le quinte si stanno attivando dei falchi come il consigliere nazionale UDC Thomas Matter e il direttore dell’USAM Hans-Ulrich Bigler. L’UDC non si limita dunque alla RSI, prende di mira tutta la SSR. Ha inviato a SRF, la radiotelevisione svizzero tedesca, diverse lettere più o meno pretestuose. Comprensibile l’amarezza per un dibattito sull’accordo quadro con l’UE senza un partecipante dell’UDC. È giusto interpellare i responsabili per sentire le loro ragioni e poi giudicare. Pretestuosa invece la reazione a una trasmissione della Rundschau sull’acquisto dei caccia bombardieri F-35. Documenti segreti rivelano scenari in cui i caccia non si limitano ad azioni difensive, ma compiono anche attacchi offensivi all’estero. I giornalisti di SRF fanno correttamente il loro lavoro, intervistano anche un esponente dell’UDC e danno la parola allo stesso comandante dell’aviazione militare il quale sottolinea che gli scenari sono fittizi.

Nonostante ciò, SRF viene denigrata dall’UDC, viene accusata di complicità con il gruppo per una Svizzera senza esercito. È un’accusa gratuita, un tentativo d’intimidazione e quindi una sferzata all’indipendenza della stampa. Ma l’UDC non molla, adesso attende il responso delle urne, il 13 febbraio, all’iniziativa sull’aiuto ai media. Confida in un NO degli elettori per mettere in riga gli editori privati. Dopodiché ripartirà all’arrembaggio del servizio pubblico con l’iniziativa per dimezzare, né più né meno, il canone della SSR.


Nella vetrina delle vanità e delle nudità

Votazione del 13 febbraio: il vero pericolo non è affatto l’interferenza dello Stato, bensì la scomparsa delle piccole testate 

Anche quest’anno, per la settantaduesima volta nella storia, si è consumato il rito italico della sagra canora di Sanremo, sempre più tecnologica, sempre più social, sempre più carrozzone circense della RAI che, sempre di più, mette in fila una serie di cantanti e canzoni fra dosi massicce di pubblicità e promozioni dei programmi di punta della stagione televisiva a venire, in una gara dall’esito un po’ scontato e un po’ ininfluente.

Quel che conta, sempre più, è l’indice di ascolto che polverizzi ogni record precedente e le visualizzazioni e le interazioni social che il Festival scatena anche grazie alle tonnellate di emissioni prodotte e diffuse in questi giorni da canali televisivi e radiofonici tutti a rincorrere la dichiarazione inedita, lo “scoop” del dietro le quinte, in un carosello di rara autoreferenzialità.

Sanremo è Sanremo anche, se non soprattutto, per la capacità di alimentare forsennatamente il discorso su se stesso, sulla propria storia, la propria importanza, a tal punto da poter tranquillamente aprire la serata finale di sabato con l’esecuzione dell’inno nazionale da parte della banda della Guardia di Finanza.

È la vetrina della cultura nazional-popolare nelle sue più diverse accezioni ed eccezioni, che si vuole specchio e rappresentazione del costume italico e dei suoi cambiamenti in una forma che in fondo è consolidata ed immutabile, un po’ come la politica.

Delle sue diverse e numerose sfaccettature di dettaglio nell’edizione di quest’anno si è già detto e scritto di tutto, con il corollario delle imperdibili ed intramontabili “pagelle” di cui si nutrono giornalisti e media come non ci fosse un domani. Non è dunque il caso qui, senza averne, per di più, la patente di relativa autorevolezza, di mettersi ad aggiungere l’ovvio e il superfluo.

Semmai, un esercizio che si può provare a fare, molto modestamente e sommessamente, potrebbe essere quello di individuare, fra la “mercanzia” messa in luce e in vetrina anche stavolta, un elemento che possa apparire davvero come qualcosa di ragionato e ragionevole nel brusio frastornante di elogi, scuse, appelli, messaggi che il Festival non si risparmia di esprimere, così, un po’ random, affiancando, nel giro di pochi minuti, per dire, una canzone che dice “Ciao Ciao… con il c..o” ad un intervento di Roberto Saviano sul trentennale della morte dei giudici Falcone e Borsellino.

Già, qui si ritrova forse proprio quell’Italia (che ci appartiene culturalmente, lo si voglia o no) che mette, appunto, in vetrina quel che ha e quel che è, in un mix di finta opulenza che solo la tv sa gonfiare a dismisura, dentro una eccezionale scenografia festosa e festiva, fra esibizioni anche lodevoli, magari, per qualcuno memorabili, immerse in una melassa indistinta di baci, abbracci, ringraziamenti a non finire.

In quanto “vetrina”, in uno spettacolo (apprezzatissimo, parrebbe) dalla drammaturgia sempre più, ed esclusivamente televisiva, a frotte si sono presentati sul palco personaggi, fra cantanti, attori, ospiti di vario genere, tutti tesi a “mostrare” di sé la parte migliore e più virtuosa, elargendo buoni sentimenti e dolorose sofferenze superate dall’estro musicale (non sempre evidente), in una corsa a “mettersi a nudo” che forse mai come quest’anno ha voluto dire, letteralmente, presentarsi in “originalissimo” (e firmatissimo)  abbigliamento che mettesse in risalto, appunto, laddove possibile, le nudità di artiste e artisti. Gli uomini, in particolare, non hanno lesinato la messa in mostra di toraci e bicipiti come se si fosse ad un concorso, chessò, casualmente, della Costa Toscana, nel giorno dell’elezione del sirenetto della crociera. 

Ma no, qui era tutt’altro, si dirà: gli artisti si mostravano com’erano, nella loro intima essenza e originalità, quella che mettono nelle loro canzoni e nelle loro interpretazioni. E infatti, nei testi e nella loro presentazione, è tutto uno svelarsi, un “mettersi a nudo”, appunto, che dovrebbe quasi a priori, da sé, rendere grande un brano di tre minuti e mezzo e farlo ricordare a futura memoria.

E allora viene da pensare ad una possibile e solo apparente antitesi che, in questo senso, potrebbe essere molto interessante non solo per parlare di Sanremo, ma che il Festival ha offerto con la partecipazione (ampiamente lodata in questi giorni) di Drusilla Foer, un “personaggio femminile” fatto nascere ed interpretato dall’attore toscano Gianluca Gori.

Nobildonna sarcastica di età incerta, fra i 50 e i 70 anni, ma dalla certa e affascinante presenza, il personaggio di Drusilla Foer era annunciato ed atteso come un momento di “scandalo” o “provocazione” in chiave LGBT che permettesse alla macchina festivaliera di “far parlare di sé” scatenando dibattiti e polemiche. 

E invece, niente di tutto ciò, perché Gori/Drusilla è semplicemente un bel “personaggio”, ricco di sfumature, di una donna “di classe” e di una certa età, senza peli sulla lingua e con la battuta pronta. Non solo: cosa fa Drusilla, ad un certo punto, per sorprendere (si fa per dire) il conduttore e patron Amadeus? Si presenta vestita da Zorro dicendo di averlo fatto per tranquillizzare tutti coloro che erano inquieti per la presenza di un uomo “en travesti”. 

Strepitosa capovolta e controcapovolta, che in un gesto, con le fattezze di Zorro, ha letteralmente smascherato un mondo di conformismi perbenisti e di pregiudizi inveterati. Con leggerezza, con intelligenza. Ecco apparire, di colpo, l’antitesi (forse apparente): con tutti i cantanti alla Achille Lauro, pronti in ogni momento a vestire i panni dell’ignudo sofferente (oltre che tatuato), chi davvero si è messo a nudo è stata la vestitissima Drusilla Foer.

La televisione nasconde, da sempre, e sempre più, un suo meccanismo implicito ed ineludibile: se si appare in tv, appunto, si appare, non si è, mai. Certo, c’è il “trucco acqua e sapone”, ovvero una maniera, che si acquisisce e si affina, per imparare ad essere sé stessi, o quello che si vuol far credere di essere e che non sta soltanto nel farsi truccare, ma nel muoversi “naturalmente” davanti ad uno sguardo di principio impietoso com’è quello della telecamera. 

Le nudità dei Lauro e compagnia cantante, sono frutto consapevole, in questo senso, di una strategia di marketing che punta tutto e subito sulla provocazione e l’eccesso, da “reality”, il peggio della tv dei nostri giorni. Drusilla ha smontato, senza dirlo, anche questo meccanismo, dichiarando con una meravigliosa raffinatezza (così rara in tv) di essere uomo che sa essere donna che sa essere uomo, per concludere con un monologo, forse appena un po’ retorico, ma di grande eleganza, che invita tutti a cercare e trovare in sé stessi, semplicemente, la propria (ed altrui) unicità.

E questo potrebbe o dovrebbe valere non solo a Sanremo. Grazie Drusilla.    


Israele-Svizzera, fermissimo cedimento

Votazione del 13 febbraio: il vero pericolo non è affatto l’interferenza dello Stato, bensì la scomparsa delle piccole testate 

Ecco una storia di fermissimo… cedimento. Riguarda i rapporti fra Israele e Svizzera. La quale, da quando a capo della sua diplomazia c’è Ignazio Cassis, ha un occhio di riguardo particolare nei confronti dello Stato ebraico. Veniamo alla vicenda. Da oltre vent’anni Berna pianifica l’aiuto ai palestinesi della Cisgiordania occupata attraverso un ufficio della DDC (Direzione dello sviluppo e della cooperazione), ufficio situato a Gerusalemme Est, la parte araba della ‘città santa’ (e contesa), che Israele ha annesso nel 1980: in violazione del diritto internazionale, ma senza poter cancellare il sogno dei palestinesi di recuperarla in futuro, attraverso negoziati di pace, come sede di un loro ipotetico Stato. Ufficio importante, quello della DDC. Tanto che l’ottobre scorso, alla vigilia di un suo viaggio nella regione, l’allora presidente Guy Parmelin aveva dichiarato: “La Svizzera manterrà l’ufficio della DDC a Gerusalemme Est, se potrà”.

Ma ora, a soli tre mesi da quell’affermazione, grazie a una rivelazione di ‘Le Temps’ si apprende che la Svizzera ha deciso di sloggiare: cioè di trasferire quella struttura a Ramallah, in Cisgiordania, dove si trova la centrale dell’ANP (l’Autorità nazionale palestinese). Trasloco confermato da Berna, anche se non sono ancora stati trovati i locali dove sistemare la nuova sede. E decisa soprattutto in seguito alle pressioni delle autorità israeliane, che a Gerusalemme Est non vogliono traccia alcuna di presenza favorevole ai palestinesi, anche se si tratta di progetti e programmi umanitari. Ma c’è un motivo in più. L’ufficio elvetico si trova infatti nel quartiere di Sheik Jarrah [in primo piano nell’immagine], dove sono iniziate le espulsioni di famiglie arabe, uno dei motivi scatenanti dell’ultima ‘guerra’, due anni fa, tra Israele e Hamas.

Il dipartimento di Cassis assicura di aver fatto di tutto per evitare il trasferimento. E di aver pensato ad altre soluzioni. Addirittura di spostare il DDC presso la nostra ambasciata a Tel Aviv: che, sotto l’aspetto politico, sarebbe stato pure peggio. C’è da chiedersi quanto sia stata ferma la reazione elvetica. Interrogativo legittimato dalla ‘linea’ (personale) di Cassis sulla questione palestinese. Non solo perché col suo comportamento che ha favorito le dimissioni del responsabile svizzero dell’UNWRA (l’organizzazione dell’ONU per il sostegno umanitario ai palestinesi), ma durante un viaggio in Medio Oriente, a proposito dei campi per rifugiati palestinesi, il nostro ministro degli esteri dichiarò che quei profughi avrebbero dovuto integrarsi nella società locale, in sostanza abbandonando qualsiasi pretesa al ‘ritorno’ in Palestina. Dichiarazione che contraddice la posizione ufficiale elvetica, e che, soprattutto, coincide perfettamente con la politica israeliana, e, allora, con quella dell’amministrazione Trump e dell’uomo che ne guidava la diplomazia, Mike Pompeo, quello della passeggiata fra le mura dei castelli a Bellinzona. Recente è poi la decisione elvetica di abbandonare l’ ”Iniziativa di Ginevra” (per una soluzione basata sulla formula dei ‘due Stati’), che era stata firmata nel 2003 anche grazie al sostegno della diplomazia elvetica.

Il ‘caso DDC’ dimostra come “con atti puramente amministrativi si dà ragione a Israele”, dichiara il consigliere nazionale Carlo Sommaruga, che insiste affinché invece la Confederazione “mantenga una linea strategica chiara”. Chiara, equilibrata e basata sulle risoluzioni dell’ONU. Di cui molte cancellerie occidentali ormai non chiedono più, in termini netti, il rispetto. Almeno in questo, il ‘teorema Cassis’ è (purtroppo) coerente.


Gli attacchi dell’UDC ticinese all’indipendenza della stampa

Votazione del 13 febbraio: il vero pericolo non è affatto l’interferenza dello Stato, bensì la scomparsa delle piccole testate 

Sono tutti d’accordo : l’indipendenza della stampa è importante, a maggior ragione in una democrazia diretta, permette ai cittadini d’informarsi, di farsi un’opinione e votare con cognizione di causa, ad esempio il prossimo 13 febbraio. Il consenso si sbriciola quando si tratta di aiutare concretamente i giornali. Boccheggiano, il crollo della pubblicità e degli abbonamenti sgretola le loro risorse finanziarie. Gli uni dicono che senza sovvenzioni la stampa perde la sua indipendenza perché si ritrova in balia dei più forti sul mercato. Sul fronte opposto invece, le sovvenzioni sono un veleno per la libertà di stampa, perde la sua indipendenza e si ritrova in balia dello stato.

L’esperienza ci insegna che le pressioni più forti sui media non vengono dalle istituzioni come il consiglio federale, ma dall’economia attraverso la pubblicità o ancora da forze politiche. Un esempio ci viene dall’UDC ticinese, dal presidente cantonale Piero Marchesi e dal presidente nazionale Marco Chiesa. Hanno festeggiato il primo d’agosto in un grotto della Valcolla. La RSI non si è recata sul posto. Apriti cielo, Chiesa e Marchesi si sono offesi. Intendiamoci, hanno tutto il diritto di criticare la RSI, ma non di chiedere, come hanno fatto, le dimissioni del capo dell’informazione Reto Ceschi. È un’ingerenza spropositata ed astiosa con il solito ritornello sulla tendenziosità di sinistra del servizio pubblico. Le cose precipitano poi in dicembre. Chiesa e Marchesi boicottano sistematicamente la RSI per un mese, niente dibattiti, niente interviste, nessuna informazione. Certo nessuno è tenuto a rilasciare interviste, ci sono motivi legittimi, persino quel famoso “non ne ho voglia” di Ueli Maurer. Ma un boicottaggio sistematico, con lo scopo dichiarato di punire e addomesticare un media, è un attacco diretto all’indipendenza della stampa. L’ha fatto l’UDC ticinese e il presidente del partito nazionale, non l’ha di certo fatto lo stato.

Va poi ricordato che il caso più pesante di boicottaggio viene dall’economia. Per vent’anni, avete letto bene, per vent’anni, dal 1979 al 1999, il più grande importatore d’auto ha soppresso ogni forma di pubblicità al Tages Anzeiger. Il titolare, Walter Frey, è stato consigliere nazionale, capogruppo e vice-presidente dell’UDC. Fa parte di un gruppo di industriali e finanzieri miliardari come Christoph Blocher, Tito Tettamanti e Konrad Hummler. Sostengono e finanziano organi d’informazione come la Weltwoche, il Nebelspalter e parecchie decine di giornali locali che impastano il giornalismo con la propaganda politica a favore dell’UDC. Combattono la legge sull’aiuto ai media in nome dell’indipendenza della stampa dalla morsa dello stato. In realtà, il grande capitale vuole indebolire la stampa tradizionale per aumentare la sua presenza nel paesaggio mediatico ed operare una decisa sterzata a destra. Un obiettivo prioritariamente politico e non giornalistico, in barba all’indipendenza dei media.


Strade e spiagge

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Di Danilo Baratti, portavoce dei Verdi di Lugano

«Oggi possiamo creare un’ultima opportunità per ripensare questo sciagurato progetto. Poi sarà troppo tardi». Si conclude con questa frase l’interrogazione presentata dai Verdi di Lugano, e sottoscritta da altri tre consiglieri comunali, intitolata «Ripensare via Stadio» (la si può trovare qui con il numero 1258).

Via Stadio? Eh sì: via Stadio. Un via che ancora non esiste e di cui si è riparlato nel corso della campagna di votazione sul Polo sportivo e degli eventi (PSE). In quel dibattito infuocato, Verdi, ATA e Cittadini per il Territorio hanno più volte cercato di portare l’attenzione su questo infausto progetto viario, elemento estraneo al referendum (il piano viario è cantonale) ma strettamente connesso alla pianificazione del comparto di Cornaredo. La propaganda visiva dei favorevoli lo occultava spudoratamente. In particolare il render assurto a immagine ufficiale del progetto – icona ricorrente del PSE, sfondo immancabile dei dibattiti televisivi e illustrazione di molti articoli – ci presentava quella striscia di territorio come un’oasi tranquilla percorsa in tutto relax da pedoni e ciclisti. Cinque anni fa, quando è stata presentata l’ultima versione del piano viario previsto dal cantone tra la galleria Vedeggio-Cassarate e l’area di Cornaredo – che prevede all’uscita la creazione di una megarotonda sul fiume Cassarate e più a sud la creazione della nuova via Stadio – l’opinione pubblica si è mostrata un po’ distratta. Non così ATA e Cittadini per il territorio, che hanno inoltrato un’opposizione ben argomentata e nel 2019 un ricorso ancora in attesa di un giudizio definitivo. Ma in precedenza anche il Municipio aveva avversato l’ipotesi di via Stadio, che taglia in due la proprietà comunale dedicata allo sport: “l’inserimento di un nuovo tracciato non deve in alcun modo costituire una cesura tra le aree e le strutture esistenti”, aveva scritto l’esecutivo. Saggia considerazione. Ora non più: quella strada che taglierà in due l’area sportiva, prevista di 4 corsie con una larghezza di quasi venti metri, va bene. Anche la prima reazione all’interrogazione da parte della Municipale Zanini Barzaghi (vedi «Corriere del Ticino» del 2 febbraio, giorno della Candelora) lascia intendere che non ci saranno ripensamenti, vaneggiando di riduzione del traffico a vantaggio della «mobilità lenta» e di «ricucitura» con la collina di Trevano grazie alla creazione di via Stadio. Ora si sa che aprendo nuove strade non si riduce il traffico, anzi. E per una fantasmatica ricucitura con la collina (il tratto di via Sonvico a nord dell’attuale stadio e del Cinestar rimarrà, per quanto alleggerito) si crea una potente cesura all’interno dell’area sportiva e tra questa e il Cassarate. Sì, perché creare via Stadio significa necessariamente anche portare quel traffico sul tratto di via Ciani che costeggia il futuro stadio. E così, in barba a tutti i bei discorsi sull’«asse verde» del Cassarate, tra l’area sportiva e il fiume ci sarà una bella barriera di traffico pulsante (mentre senza la via Stadio si potrebbe addirittura immaginare una fitta ricucitura verde, questa sì reale e allettante, tra stadio e fiume). O forse anche la nuova strada va vista come parte integrante di «una risposta allo sfilacciamento territoriale che è anche disunità sociale», capace di dare all’area «vitalità, dignità, bellezza» a tutto vantaggio dei ceti popolari che vivono in zona? (Anche questo ci è capitato di leggere, e non lontano da qui, a favore del PSE: quanto ai suddetti abitanti, ne avranno un generoso assaggio, e prolungato, con l’avvio del cantiere).

Insomma, le ragioni per un ripensamento non mancano. Questa è forse l’ultima spiaggia per rimediare almeno in parte all’infelice pianificazione di quell’area dopo il voto popolare che ha accolto tutto quel ben di dio offerto alla cittadinanza (o forse agli investitori privati), voto ottenuto anche con una spesa pubblicitaria impressionante e subdola (ne ho detto qualcosa il 31 dicembre su «La Regione»). Le affermazioni della municipale fanno però pensare che il Municipio a questa spiaggia proprio non vorrà approdare, preferendo magari un’altra spiaggia, quel «sogno» rilanciato con l’anno nuovo da Alessio Petralli e garbatamente definito qui da Marco Züblin una corbelleria. Da uno sproposito pianificatorio all’altro. E sempre nel segno di un malinteso “progresso” di cui faremmo volentieri a meno.


Sergio Rossi – UBS: super-profitti, e mannaia sul personale

Votazione del 13 febbraio: il vero pericolo non è affatto l’interferenza dello Stato, bensì la scomparsa delle piccole testate 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Pechino 2022 nell’anno della tigre: d’acqua, di carta, dai lunghi artigli?

Votazione del 13 febbraio: il vero pericolo non è affatto l’interferenza dello Stato, bensì la scomparsa delle piccole testate 

Le Cerimonie d’apertura dei Giochi Olimpici, viste da più di 2 miliardi di umani, sono un’occasione unica per il Paese organizzatore, non solo di rappresentare sé stesso, ma anche, e soprattutto, di mandare messaggi. Secondo la Carta Olimpica, entro certi limiti, dopo l’osceno discorso dei nazisti nel 1936 a Berlino, quando Goebbels paragonò la fiamma a quella millenaria del Terzo Reich: in diesem Sinne, heilige Flamme, glühe und erlösche nie!”. Sacra fiamma, ardi e non spegnerti mai.

Nell’“Anno della Tigre d’Acqua”, la Cina, da molti considerata come la futura massima Potenza Mondiale, non si sa quanto tenera, ha fatto di tutto per dare un’immagine di grandezza, ma anche di rispetto per gli altri con una cerimonia di altissimi contenuti, un son et lumière fine, poetico, elegante, basato sui cicli della natura, diverso dal solito “glamour” hollywoodiano; paragonabile a quella che lo stesso regista, Zhang Yimou, mise in scena nel 2008. Zhang Yimou ha un ricordo indelebile del Ticino: nel 1987 vinse a Locarno con “Sorgo rosso” a cui fece seguito “Lanterne rosse”.

Figlio di un funzionario di Chang Kai-shek, malvisto dal nuovo potere della Repubblica popolare, povero al punto da vendere il suo sangue per comperare una cinepresa, fu osteggiato sino al trionfo di Locarno.

Nel 2008 i telecronisti di tutto il mondo sono testimoni di un contenzioso passato “all’acqua bassa”. Zhang ci presenta la Cerimonia che partirâ con 8 colpi di cannone alle 8 e 08 di sera, il giorno 8 dell’ottavo mese dell’anno, in onore al numero 8, portafortuna per i cinesi: inizio” toppato” dalla sola RSI che aveva mal calcolato la durata dell’inserto pubblicitario.

Zhang preoccupa i cronisti con la durata della banda militare: 9 minuti. Ci mettiamo d’accordo per una protesta formale: è troppo, non siamo a una parata dell’esercito.

Zhang dà un’occhiata all’alto funzionario che gli sta al fianco, e dice: i 9 minuti restano, quando la Cina è rientrata a Los Angeles nel 1984, la fanfara di 800 membri è stata in scena altrettanto a lungo.

Bene: alla prova dei fatti, l’esibizione dell’Esercito Popolare è ridotta a metà! 14 anni dopo i militari (che con i Giochi Olimpici non c’entrano nulla, ma bisogna tollerarli) si limitano a rendere onore alla bandiera olimpica con tanto di passo dell’oca.

Nel 2008 la Cina basò la cerimonia sulle sue grandi invenzioni: la carta, la stampa, il compasso, la polvere da sparo, e sull’armonia, precetto del confucianesimo, osteggiato dal regime comunista, ma riproposto per l’occasione.

Questa volta la massima è “assieme”, secondo il motto del dominicano Henry Didon ripreso da De Coubertin: citius, altius, fortius: non per imporre il proprio “ordine” agli altri: ma per essere, assieme, più veloci, più in alto (in tutti i sensi), più forti.

Together. Assieme ai 19 brani musicali di tutto il mondo, assieme a John Lennon: immaginatevi un mondo senza più guerre, e che non sia un sogno… Assieme ai 76 gruppi etnici della Cina, uiguri compresi. Compresi a tutti gli effetti, pare di no, ma i cinesi negano che siano discriminati. Assieme ai campioni di domani che fanno i primi passi, o piuttosto i primi capitomboli, con un sensazionale cagnolino, ammaestrato immaginiamo, che si mette a scavare la neve. Assieme soprattutto, ed è un “classico” di Zhang Yimou, a 400 bambini che, incredibilmente, cantano in greco l’inno olimpico di Kostas Palamas musicato da Spyros Samaras per i Giochi resuscitati da De Coubertin nel 1886: “antico spirito immortale/ fonte pura del bello, del grande e del vero/ ogni popolo al tuo Tempio accorre/ ogni popolo/ oh antico spirito immortale/ ogni popolo.

I popoli accorsi a Pechino sono 92 contro i quasi 200 delle Olimpiadi estive.
La maggior parte degli umani i piedi li appoggia sulla nuda terra, non sul ghiaccio e sulla neve.

Con il pensiero rivolto ai molti conflitti in atto e potenziali, Thomas Bach ricorda la tregua sacra dei greci, la ekecheiria, decretata da tutti i membri dell’Onu: anche da quelli che preparano la guerra.

Siamo fatti così. Non per questo va tolta alla gioventù la meravigliosa storia dei Giochi, dove il vincitore non umilia e non uccide lo sconfitto.

La cerimonia si chiude come ha avuto inizio: nel segno della poesia, della grazia: la fiamma olimpica è accesa al centro di un grande fiocco-cristallo di neve composto da 91 particelle: come le nazioni partecipanti, da quelle possibili a quelle impossibili, come chi è rappresentato da qualche studente di stanza in Europa, anche nel canton Ticino, e in qualche modo scia. Conta l’idea: accomunare i popoli.

Speriamo che alla bellezza della teoria faccia seguito il bello dei fatti.

Certo è che nessuno, a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento, durante la guerra dell’oppio e la rivolta dei “boxer”, avrebbe immaginato in poco tempo un tale progresso ad opera di un Paese smembrato, sbranato da un’orda di cani affamati nelle ultime fasi di un Impero millenario, morente in tutti i sensi, con un’unica eccezione: l’imperatrice e poi reggente Ci Xi, concubina del grado più basso, il quinto, arrivata al trono per aver partorito un figlio maschio: aveva scritto alla Regina Vittoria: “lei come madre, non piangerebbe nel vedere i suoi figli distrutti dall’oppio?”. Gli inglesi avevano obbligato i cinesi a commerciarlo con due precisi intenti: fare soldi e indebolire la resistenza del popolo.

Inghilterra, Stati Uniti, Germania, Austria-Ungheria, Francia, Australia, Italia e Belgio avevano occupato e lacerato la Cina, a cui fu sottratta Hong Kong.

Ora la Cina siede al tavolo dei Grandi da pari a pari: qualcuno dice in attesa di essere la più grande: se e come, ce lo dirà, a breve, la Storia.