Elon Musk, le mani su Twitter

L'uomo più ricco del mondo se lo compra mettendo sul tavolo 44 miliardi di dollari. Esultano i sostenitori di Trump; 'libertà assoluta' e preoccupazioni democratiche 

Di Lorenzo Santucci, Formiche.net

I 44 miliardi di dollari offerti dall’imprenditore sudafricano sono stati sufficienti a convincere i vertici dell’azienda. Entro l’anno dovrebbe arriva l’ufficialità. Poi, inizieranno i cambiamenti radicali che Musk ha in testa. Le prime reazioni dividono la politica: i repubblicani esultano (ma Trump non tornerà), mentre i democratici avvertono sui rischi. Come Bezos, che si chiede quanto la Cina ne potrà godere.

Quando Chris Anderson gli ha domandato se avesse un piano B nel caso in cui Twitter avesse rigettato la sua offerta, in quella risposta affermativa forse non ci credeva neanche lo stesso Elon Musk. Non c’è stato bisogno di alcuna controfferta: il consiglio di amministrazione ha detto sì all’unanimità ai suoi 44 miliardi di dollari (54,20 dollari per ciascuna azione). Il tutto dovrebbe concludersi entro quest’anno, con il Ceo di SpaceX e Tesla pronto ad aggiungere un altro pezzo da novanta nella sua collezione.

In venti giorni si è scritta la storia. Il 4 aprile scorso Musk comprava il 9,2% delle quote passive della società, diventando di fatto il suo maggior azionista. Alla sua promessa di non alzare mai la propria quota oltre il 15% e a quella di non comprare mai l’azienda hanno creduto in pochi. Musk non si muove per caso, né tantomeno è il tipo che accetterebbe di condividere un qualcosa come Twitter insieme ad altri. Lo ha ammesso lui stesso nella chiacchierata con Anderson, al TED22, che non è uno a cui piace perdere. E non ha perso. Neppure la “pillola avvelenata”, con cui il board ha cercato di bloccare Musk nella sua scalata alla vetta, è riuscita a fermalo. I finanziamenti necessari sarebbero stati trovati grazie a Morgan Stanley, che insieme ad un altro gruppo di investitori ha tirato fuori 13 miliardi di dollari, a cui vanno aggiunti i 12,5 miliardi che Musk ha preso in prestito dalle sue azioni in Tesla. Il resto, ha dichiarato l’imprenditore qualche giorno fa, è stato trovato grazie a banche del calibro di Barclays e Bank of America. Ora che manca davvero poco al traguardo, Twitter si appresta a diventare una società privata, fuori dalla Borsa oltre ad essere il primo test su come potrebbe funzionare il mondo dei social se finisse (totalmente) nelle mani dei miliardari.

Come si potrebbe trasformare Twitter con Musk

L’imprenditore sudafricano, nonché l’uomo più ricco sulla faccia della terra, ha festeggiato con una serie di tweet che lasciano intendere l’impronta che vuole dare alla sua nuova creatura. Dovrà essere libera, questo è sicuro. Alla base ci sarà il “free speech” – quello che secondo Musk dovrebbe rappresentare “il fondamento della democrazia” – che dovrebbe apportare il primo vero cambiamento. Cosa voglia esprimere tale concetto, lo ha spiegato nuovamente in un suo post dove si augura che “anche i miei peggiori critici rimangano su Twitter, perché è questo quello che significa la libertà di parola”. In sostanza, bisognerà tollerare quello che non piace senza puntare il dito o etichettare il diverso: tutti potranno dire ciò che vogliono. Più facile a dirsi, che a farsi. Ma, soprattutto, più pericoloso che mai. Secondo alcuni questo modello di dialogo non può che peggiorare i discorsi di odio e la disinformazione che già a fatica si provano a contenere sulle piattaforme.

Le nuove regole potrebbero anche riaprire capitoli che sembravano ormai chiusi. Il primo è quello di Donald Trump, esiliato da Twitter dopo l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio del 2021. “Mi piace Elon Musk”, ha riferito alla CNBC l’ex presidente degli Stati Uniti. “Lui mi piace molto. È un individuo eccellente. Abbiamo fatto molto per Twitter quando ero alla Casa Bianca”, ha sottolineato il tycoon che, tuttavia, esclude la riapertura del suo account. “Non tornerò su Twitter”, ha sentenziato giustificando la scelta con la delusione del trattamento riservatogli dai vertici dell’azienda.

Parole che, conoscendolo, potrebbero essere smentite nel giro di poco tempo. Al momento, però, Trump sembrerebbe voler rimanere e concentrarsi sul suo Truth, un social tutto suo che si fonda proprio su un mondo senza filtri e deregolamentato ma che fa molta fatica a imporsi sulla scena. A lasciare una porta aperta è stato anche il Ceo di Twitter Parag Agrawal. Interrogato sui nuovi cambiamenti a cui andrà incontro il social, ha sottolineato come questi non avverranno prima della chiusura dell’accordo, così come non ci saranno licenziamenti prima di quel giorno. Ma, ha avvertito, nel momento in cui sarà ufficializzato “non sappiamo in quale direzione potrebbe andare l’azienda”.

Lo si sta provando a immaginare, grazie ai sondaggi e ai vari tweet del suo prossimo proprietario. Alle domande rivolte ai followers, Musk ha chiesto se ci fosse l’esigenza di un edit button che permettesse all’utente di modificare i suoi messaggi e di un algoritmo open source. In entrambi i casi, la risposta è stata largamente affermativa. La prima dovrebbe essere più facile, dato che ci si sta lavorando già da adesso. La possibilità di modificare un tweet non deve essere vista come un qualcosa di eterno, ma rimarrebbe semplicemente un modo per permettere a un utente di correggere entro pochi minuti un suo tweet, magari per una svista grammaticale. Non sarà quindi possibile andare a ritroso e cambiare post troppo vecchi. Per quanto riguarda invece l’algoritmo, la questione si lega perfettamente alla deregolamentazione che ha in testa Musk. Nessuna autorità, pertanto, avrà il potere di decidere e manipolare i contenuti che passano sul social.

Un’altra promessa è quella di eliminare bot o spam vari e di combattere le truffe online. “Se la nostra offerta su Twitter va a buon fine” li “sconfiggeremo o moriremo provandoci”, ha scritto cinque giorni fa Musk aggiungendo che sulla piattaforma ci saranno solo “veri umani”. L’offerta, come abbiamo visto, è andata davvero a buon fine e adesso la rivoluzione sembrerebbe pronta.

Come l’hanno presa investitori e dipendenti

Non era così scontato che Musk potesse vincere. Le preoccupazioni del Board di Twitter erano evidenti, in quanto per accettare una proposta del genere bisogna assumersi le proprie responsabilità. Non si tratta infatti solamente di uno degli acquisti più costosi di una società quotata in borsa, che prevede anche il debito (leverage buyout), ma di immaginare quali scenari può aprire uno strumento potente come Twitter a disposizione di una sola persona, la più ricca di tutte per di più. Di certo non si può dire che Musk parta con il vento in poppa.

Gli azionisti hanno già lanciato una causa contro di lui per non aver comunicato con le giuste tempistiche alla Securities and Exchange Commission (SEC) il suo desiderio di acquistare più del 5% delle quote societarie. Quando viene superata questa soglia, infatti, si è costretti a dichiararlo almeno dieci giorni prima dell’opa, in modo tale che gli investitori ne siano informati. Musk se ne è infischiato e ha continuato ad acquistare azioni, il cui valore era molto più basso poiché non teneva conto di una sua offerta. Quando è arrivata, sono schizzate (non del tutto scontato). L’imprenditore di Pretoria ha avuto sì la meglio, riuscendo a convincere chi di dovere, ma adesso dovrà ricucire il rapporto con una parte essenziale del mondo di Twitter.

A storcere il naso ci sono poi i dipendenti, tenuti all’oscuro dalle decisioni da prendere. La loro preoccupazione è che con l’arrivo di Musk tutti gli anni di lavoro impiegati per migliorare Twitter vengano messi da parte. Pochi altri, invece, lo stimano come persona e come professionista e, quindi, sono disposti ad accettarlo come capo. Che ci siano stati d’animo differenti rientra nel normale ruolo delle parti: quando cambiano i vertici di una società, le domande e le paure dei dipendenti sono all’ordine del giorno. In molti si chiedono se Musk possa trasferire la sede di Twitter in Texas, vicino a quella di Tesla, così come molti altri si domandano se ci sarà ancora posto per loro nel nuovo piano imprenditoriale. A placare le loro ansie ci ha pensato il Ceo Agrawal, che ha garantito continuità fino a quando ci sarà lui. Ma oltre questo, non può promettere nient’altro.

La reazione della politica

Abbiamo già detto che quello che era l’utente numero uno – Donald Trump – per il momento non rientrerà su Twitter neanche se fosse Elon Musk a chiederglielo. Ne fa una questione di principio e non nei confronti della persona, di cui ha grande stima. La politica si è tuttavia divisa nel leggere la notizia. Il governatore repubblicano della Florida, Ron DeSantis, ha scritto che l’acquisizione “è un buon affare per gli azionisti e solleva la prospettiva che la piattaforma sarà un luogo in cui la libertà di parola può prosperare”. “Ottima notizia. Tanti complimenti, Elon Musk. Speriamo che questo segni una svolta”, ha twittato il padre della Brexit Nigel Farage.

Dall’altro lato, invece, c’è chi frena e teme che ci possa essere una deriva che metta a rischio la democrazia. La senatrice democratica del Massachusetts, Elizabeth Warren, ribadisce piuttosto la necessità di una tassa sui più ricchi per regolamentare il loro modus operandi. Dello stesso identico avviso anche la rappresentante democratica dello Stato di Washington, Pramila Jayapal: “È assurdo che una persona possa permettersi di acquistare Twitter per più di $ 40 miliardi mentre le famiglie che lavorano in tutto il Paese devono scegliere ogni giorno tra l’acquisto di generi alimentari o i loro farmaci da prescrizione”, ha scritto su Twitter invocando maggiori tasse per le fasce più ricche della società. Robert Reich, che ha fatto parte del governo di Bill Clinton, ha posto l’accento sulla terminologia utilizzata da Musk: “Quando miliardari” come lui si giustificano dietro la parola “libertà, attenzione. Quello che cercano in realtà è la libertà dalle responsabilità”, ha tuonato.

I complimenti di Dorsey, i dubbi cinesi di Bezos

A fare rumore, però, sono altre dichiarazioni. Da una parte ci sono quelle rilasciate dall’ex Ceo e fondatore di Twitter, Jack Dorsey, che ha scritto come il social “è sempre stato il mio unico problema e il mio più grande rimpianto. È stato di proprietà di Wall Street e del modello pubblicitario. Riprenderlo da Wall Street è il primo passo”. Per lui considerare Twitter come un’azienda non è il modo più appropriato per descrivere quello che dovrebbe rappresentare ma, sottolinea, dato per assunto che sia una società “Elon è l’unica soluzione di cui mi fido”. I due condividono infatti la necessità di un mondo virtuale più libero, che può essere riassunto nel concetto di Web3.0. “L’obiettivo di Elon di creare una piattaforma che sia affidabile al massimo e ampiamente inclusiva è quello giusto” ha continuato Dorsey elogiando anche il Ceo Agrawal, da lui scelto e che ringrazia per il grande lavoro svolto. La strada è dunque “quella giusta”.

Non per tutti, forse. I dubbi di Jeff Bezos, il secondo uomo più ricco al mondo, riguardano i benefici che la Cina potrebbe ottenere da questa operazione. Riprendendo un tweet di un giornalista del New York Times che ricordava quanto Tesla fosse importante per Pechino (secondo mercato più grande dopo gli Stati Uniti lo scorso anno; i produttori cinesi di batterie elettriche sono i primi fornitori dell’azienda automobilistica; la minima, se non nulla, influenza del governo cinese su Twitter dopo averlo bandito nel 2009), la domanda che si è posto il patron di Amazon è stata molto semplice: “Il governo cinese ha appena ottenuto un po’ di influenza sulla piazza della città?”. Il riferimento riprende il concetto di digital town espresso da Musk per indicare quanto Twitter sia importante nella società. Una risposta ha provato a darsela da solo. “Probabilmente no. Il risultato più probabile a questo proposito è la complessità in Cina per Tesla, piuttosto che la censura su Twitter. Ma vedremo. Musk è estremamente bravo a navigare in questo tipo di complessità”, ha scritto.

I prossimi mesi chiariranno dove vorrà arrivare Musk e fino a che punto è disposto a spingersi per trasformare Twitter. Al momento, si gode la sua ennesima vittoria, ottenuta secondo i suoi dettami: 44 miliardi di dollari, d’altronde, non necessitano di un piano B.


Emmanuel Macron, ‘surfista’ sulle crisi

L'uomo più ricco del mondo se lo compra mettendo sul tavolo 44 miliardi di dollari. Esultano i sostenitori di Trump; 'libertà assoluta' e preoccupazioni democratiche 

Di Lorenzo Erroi, per gentile concessione de laRegione

Un presidente-outsider, lontano dagli intrighi dei vecchi partiti, capace di ridare speranza a un Paese in declino. Anzi, no: un iperliberista megalomane nato con la camicia, espressione di quelle élite che non hanno mai messo piede fuori dagli arrondissement più centrali di Parigi. Balle: un leader forte, capace di garantire il futuro dell’Europa e sconfiggere il drago del nazionalismo. Macché: un camaleonte traditore dei valori francesi, un cavallo di Troia dell’eurocrazia continentale. Le rappresentazioni di Emmanuel Macron emerse durante la campagna elettorale riflettono la segmentazione della società francese, ma anche la natura sfuggente dell’enarca 44enne, così diverso dai ‘vecchi’ presidenti passati per l’Eliseo. Risultato: una rielezione frutto del mix tra sostenitori della prima ora, pragmatici annoiati ed elettori terrorizzati dall’ipotesi di ritrovarsi sul collo l’ultranazionalista Marine Le Pen. Per capire meglio come leggere gli eventi abbiamo interpellato il politologo Paolo Modugno, docente presso Sciences Po a Parigi.

Macron è stato rieletto con quasi il 60% dei voti, ma la sfidante Marine Le Pen ha superato la soglia psicologica del 40%. Quella del presidente uscente è stata davvero una vittoria storica, come sostengono alcuni?

Macron è riuscito a farsi rieleggere con il suo governo ancora in carica: non accadeva dal 1965 con Charles de Gaulle, visto che poi François Mitterrand e Jacques Chirac ottennero sì la rielezione, ma dopo un periodo di coabitazione con un primo ministro dello schieramento opposto. Quindi sì, si tratta di un risultato notevole, a maggior ragione se si pensa che negli ultimi cinque anni il presidente ha dovuto affrontare una serie di grandi crisi: le proteste di piazza contro le riforme, in particolare quella delle pensioni; i gilet gialli; il Covid, ovviamente; e ora anche la guerra in Ucraina. Come ha detto il grande filosofo della politica Marcel Gauchet, Macron ha dimostrato di saper “fare surf” su queste crisi, ottenendo anche risultati importanti: ad esempio la creazione di un milione e 200mila posti di lavoro grazie a forti sovvenzioni e sgravi alle imprese nell’era Covid, a costo di aumentare il debito pubblico, ma anche con la creazione di un inedito sistema di apprendistati. Si è visto anche un inizio di riforme e innovazioni sul mercato del lavoro, per quanto bloccate dalla pandemia e legate secondo i critici a una ‘uberizzazione’, ovvero a una precarizzazione figlia dei nuovi impieghi dell’era digitale.

Quali sono invece le variabili ‘esogene’ che ne hanno aiutato la rielezione?

Anzitutto, non aveva avversari: i socialisti e i gaullisti, che appena dieci anni fa ottenevano il 55% dei voti, si sono fermati poco sopra il 6% complessivo. Macron ha beneficiato di una sinistra già molto in crisi – spezzata addirittura in “due sinistre inconciliabili”, secondo la definizione dell’ex primo ministro socialista Manuel Valls – e di una destra nazionalista che con Marine Le Pen ha saputo riposizionarsi un po’ più al centro, ma è a sua volta percorsa da tensioni interne, come dimostra la rivalità con Éric Zemmour. Inoltre una parte dei francesi continua a vedere Le Pen come incompetente. Persiste infine una certa paura degli estremi, la stessa che ha penalizzato anche un politico pur abilissimo e capace di appassionare gli elettori come Jean-Luc Mélenchon.

Il rifiuto di una deriva a destra, unito alla mancanza al secondo turno di un’alternativa di sinistra, ha insomma premiato Macron.

Come si suol dire: al primo turno delle Presidenziali si sceglie, al secondo si esclude. In parte è una conseguenza del sistema elettorale alla francese. Ma riflette anche un riallineamento storico.

Di che tipo?

Come ha notato ancora una volta Gauchet, la politica francese era dominata da tre orientamenti: socialista, liberale e conservatore. Se però un tempo la sinistra di governo mescolava socialismo e liberalismo mentre la destra combinava liberalismo e conservatorismo, ora la situazione è esplosa: la sinistra è andata verso il ‘neosocialismo’ di Mélenchon e la destra verso il conservatorismo nazionalista di Le Pen. Nel mezzo è rimasto come liberale Macron, che ha saputo vincere pescando ecletticamente alcuni elementi più conservatori e altri più progressisti.

Il risultato di Le Pen resta comunque straordinario, specie se si pensa ai suoi imbarazzanti legami col presidente russo Vladimir Putin.

In Francia come altrove, non è la politica estera che decide le elezioni. Marine Le Pen è riuscita a dribblare abbastanza bene le accuse dovute al prestito ricevuto da una banca russa per le presidenziali del 2017, sostenendo di esservi stata costretta perché le banche francesi si erano rifiutate di finanziarla. Poi è stata aiutata dal fatto che a finire davvero investito dalla questione russa sia stato Zemmour, che in passato aveva detto “sogno un Putin francese”.

Ma cosa ha aiutato Le Pen a ottenere il 41,5% dei voti, dimezzando il suo distacco da Macron rispetto al 2017? Il suo Rassemblement National è davvero cambiato rispetto al Front National di suo padre?

Le Pen è riuscita a far breccia con una visione di carattere sovranista e nazionalista meno estrema rispetto a quella che in passato aveva caratterizzato il Front National – ad esempio superandone la connotazione antisemita – e parlando a chi si sente escluso e inascoltato. Resta comunque indiscutibilmente legata a quel passato per almeno tre motivi: la ‘preferenza nazionale’, ovvero la volontà di dare priorità ai francesi in ambiti quali l’impiego pubblico e l’aiuto sociale, in contrasto con la Costituzione e le leggi dell’Unione europea (contro la quale la polemica si è un po’ attenuata rispetto ai vagheggiamenti di una ‘Frexit’, ma resta presente); la forte opposizione all’immigrazione; infine, la critica alle élite governative.

Critica che d’altronde contraddistingue anche la sinistra di Mélenchon. C’è qualcosa che li accomuna?

Ad avvicinarli è la risposta alla questione sociale, come è emerso in particolare nel dibattito sulle pensioni che ha dominato la campagna. Mentre la riforma proposta da Macron suggerisce un innalzamento progressivo a 65 anni dell’età per andare in pensione – oggi fissata mediamente a 62 anni –, il Rassemblement National e La France Insoumise chiedevano addirittura di abbassarla a 60 anni. Un discorso che peraltro ha permesso a entrambi i partiti di ottenere l’appoggio dei giovani, mentre gli anziani – ormai già pensionati – hanno sostenuto più nettamente Macron.

Cosa ne distingue la base?

Il consenso per Le Pen è inversamente proporzionale alla vicinanza ai grandi centri e al livello di istruzione. Per Mélenchon è l’opposto: ha preso addirittura più voti di Macron in sette dei principali centri urbani e il suo elettorato mostra un livello di istruzione superiore alla media. Inoltre, per la prima volta possiamo parlare di un voto ‘etnico’: ben il 69% degli elettori musulmani ha preferito La France Insoumise al primo turno.

Eppure si direbbe che al secondo turno il banco vinca sempre, lasciando fuori una maggioranza di fatto della popolazione. Col rischio che il malcontento si esprima al di fuori del sistema istituzionale.

Un pericolo che si riflette anche nel record di astensionismo – al 28% – e nel fatto che il 56% dei suffragi espressi al primo turno delle presidenziali per i candidati di partiti “antisistema” o “di protesta”, difficilmente troverà poi una sua rappresentazione a livello legislativo. Attualmente, a causa del sistema elettorale, questi partiti esprimono in tutto il 4% dei parlamentari. Se l’uninominale a doppio turno garantisce infatti la governabilità, finisce però per riaffermare la distanza tra la classe dirigente politica e una parte enorme del paese, col rischio del cosiddetto “terzo turno sociale”, giocato cioè nelle piazze. Macron ne è consapevole e ha promesso di introdurre correttivi proporzionali, referendum e un maggior ricorso a meccanismi di partecipazione civile come la ‘convenzione cittadina’, un meccanismo di consultazione della popolazione utilizzato finora per la discussione sulle misure contro i cambiamenti climatici.

‘Cahiers de doléances’ che però lasciano il tempo che trovano. E poi Macron si è sempre presentato come un presidente ‘jupitérien’, semidio lontano dalla politica politicante e dai partiti, uno al quale corpi intermedi come sindacati e associazioni di categoria paiono fare perfino un po’ schifo. Riuscirà a cambiare?

Il problema è proprio questo. Macron riflette anche i limiti di un sistema elitista, in cui una certa classe dirigente pare convinta di avere la verità in tasca. Per quanto abbia detto di voler essere il ‘presidente di tutti’ già dopo la rielezione, si vedeva già nel dibattito con Le Pen che faticava a non mostrare un atteggiamento di superiorità. Inoltre sa già che non potrà più ricandidarsi, per cui potrebbe essere tentato di forzare la mano – ad esempio sulle pensioni – e dare così sfogo a un suo penchant naturale. Parliamo pur sempre del presidente che nel 2017, la sera stessa della sua elezione, portò il suo entourage alla basilica di Saint-Denis dove sono sepolti i re di Francia, commentando: “Sono tutti qui”.

Ego smisurato a parte, potrebbe essere costretto a più miti consigli dall’esito delle elezioni legislative previste per il 12 e il 19 giugno. Potrebbe essere già quello un ‘terzo turno’, specie se il risultato dovesse portare a Matignon un governo di colore diverso rispetto all’Eliseo (il fatto che le competenze esecutive siano spartite tra governo e presidenza ingarbuglia ulteriormente le cose).

Su questo, Mélenchon è partito in quarta già dopo il primo turno puntando esplicitamente alla carica di primo ministro. Con un 56% di francesi che secondo i sondaggi spera in una sconfitta di Macron, questi dovrà ponderare le possibilità di un’‘ouverture’ ad altre forze. In passato lo aveva fatto ad esempio Mitterrand rispetto ai socialisti più liberali come Rocard. Chirac si rifiutò, col risultato che il suo secondo mandato fu pressoché privo di risultati. La République en Marche è un partito molto più debole del suo presidente e poco radicato sul territorio, ma potrebbe provare a tenere il timone assorbendo ulteriormente i Républicain – con l’aiuto dell’ex presidente Nicolas Sarkozy – e appoggiandosi a socialisti ‘macronisti’ come il sindaco di Digione François Rebsamen.

Cosa succederà in Europa? Con la partenza di Angela Merkel, Macron tenterà di consolidare una leadership francese?

Macron ha puntato molto sul semestre francese alla presidenza del Consiglio dell’Unione europea e in generale sul ruolo della Francia in Europa. Parigi è da sempre tormentata dalla volontà di mantenere il suo rango sulla scena internazionale e la sua leadership politica in Europa, mentre quella economica è esercitata dalla Germania. Di fronte alla scelta ‘storica’ del cancelliere tedesco Olaf Scholz di rilanciare la spesa militare, è verosimile che Macron cerchi di riaffermare il suo ruolo, rafforzando l’alleanza franco-tedesca e cercando soluzioni condivise sia per la crisi ucraina che per il futuro dell’Unione.

Nell’immagine: fotografia di Serge Tenani


Da Kiev a Taiwan, l’isola bersaglio di Pechino

L'uomo più ricco del mondo se lo compra mettendo sul tavolo 44 miliardi di dollari. Esultano i sostenitori di Trump; 'libertà assoluta' e preoccupazioni democratiche 

Dopo l’invasione russa in Ucraina, Taiwan ha alzato il livello d’allerta e intensificato le esercitazioni militari nelle acque a pochi chilometri dalla provincia cinese del Fujian, ma la Presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen, ha anche cercato, in più occasioni, di minimizzare i timori attorno alla logica “Oggi l’Ucraina, domani Taiwan“: lo ha fatto anche citando le differenze tra i due paesi, a cominciare dalla barriera naturale dello stretto che separa Taiwan dalla Cina e l’importanza geostrategica dell’isola.

L’aggressione di Mosca ha messo molti paesi asiatici in allerta. Se l’Europa può contare sulla Nato e su chiare “linee rosse”, che non possono essere violate, l’Asia orientale, pervasa da tensioni potenzialmente esplosive, non ha una tale alleanza a cui rivolgersi.

Lo ha ricordato recentemente il Primo Ministro di Singapore, Lee Hsien Long, che, imponendo delle sanzioni contro la Russia, ha rotto con il suo approccio neutrale e il principio di non interferenza del passato, avvicinandosi ulteriormente a Washington. Proprio durante una visita nella capitale statunitense Lee ha fatto appello allo status quo nello stretto di Taiwan e si è espresso contro l’uso della forza militare sull’isola. La posizione di Lee è significativa poiché Singapore ha spesso sostenuto l’amministrazione cinese e tali dichiarazioni lasciano trasparire il nervosismo diffuso nella regione.

Più volte, dall’inizio della guerra, le autorità di Pechino hanno sottolineato che Taiwan è un “affare domestico”, mentre lo scontro tra Russia e Ucraina coinvolge due Stati “sovrani”. Pechino ha detto senza mezzi termini che non accetterà mai l’indipendenza di Taiwan, né le interferenze straniere sulla questione. La legge anti-secessione approvata nel 2005 fornisce un quadro legale a Pechino per riprendersi l’isola anche con la forza, se Taipei dovesse dichiarare formalmente l’indipendenza.

Taiwan, ufficialmente Repubblica di Cina, è una nazione sulla carta completamente autonoma dal 1949, ma non è riconosciuta come tale dalle Nazioni Unite, perché la Repubblica popolare cinese non vede Taiwan come uno stato libero, ma come una provincia canaglia che deve essere riportata sotto controllo.

Ma quanto imminente sia un attacco, e quale forma di offensiva dobbiamo aspettarci, rimangono dei punti interrogativi. La Cina non è più stata coinvolta in un conflitto armato su larga scala dalla sua breve guerra contro il Vietnam nel 1979.

Secondo l’intelligence di Taipei, è improbabile che Pechino lanci un’incursione in autunno, smentendo così un presunto documento dei servizi segreti russi, che indicava come probabile un’azione militare cinese contro Taiwan alla vigilia del 20esimo Congresso del Partito comunista. Lo aveva affermato qualche settimana fa Vladimir Osechkin, capo del gruppo umanitario Gulag Net, citando fonti di intelligence russa di cui sarebbe entrato in possesso.

Chen Ming-tong, direttore dei servizi segreti taiwanesi, è invece dell’avviso che Xi Jinping voglia stabilità prima del Congresso, per assicurarsi uno storico terzo mandato. Una visione sostenuta da altri esperti, secondo cui il problema dell’immagine internazionale della Cina, la necessità di stabilità, e l’obiettivo dichiarato di una riunificazione pacifica dovrebbero dissuadere Pechino da azioni militari, nonostante l’allarmismo americano.

Pechino ha accusato gli Stati Uniti di giocare con il fuoco, dopo che sei legislatori statunitensi di alto profilo si sono recati senza preavviso a Taiwan per esprimere il sostegno di Washington all’isola in caso di intervento dell’esercito popolare di liberazione. La Cina ha definito la visita una provocazione, che danneggia la fiducia tra le due parti, già ai ferri corti e, in risposta a tale iniziativa, ha lanciato esercitazioni navali e aeree nelle acque circostanti, in una chiara dimostrazione di forza.

Taiwan apprezza il sostegno e la solidarietà di Washington, ma secondo alcuni sondaggi, buona parte della popolazione non crede che gli Stati Uniti interverrebbero in caso di un’invasione cinese. Abituati a vivere con questa minaccia esistenziale, un’alta percentuale di taiwanesi non crede nemmeno che il pericolo sia dietro l’angolo, anche se sono rassegnati all’idea che un intervento cinese sia inevitabile in futuro. Detto questo, le stesse ricerche suggeriscono che l’invasione russa ha reso i cittadini di Taiwan più preoccupati e pronti ad imbracciare le armi per difendere il proprio Paese.

Intanto la guerra in Ucraina offre delle lezioni per tutti: la Cina studia le mosse militari della Russia, la resistenza delle forze ucraine, le reazioni dell’Occidente; Taiwan si prepara, intensificando il balletto diplomatico e il dispositivo militare; mentre l’intera regione si arma, riconsiderando la propria posizione.

Nell’immagine: illustrazione di Kyoko Nemoto


Ma la Nato cosa c’entra?

L'uomo più ricco del mondo se lo compra mettendo sul tavolo 44 miliardi di dollari. Esultano i sostenitori di Trump; 'libertà assoluta' e preoccupazioni democratiche 

Di Francesco Cundari, Linkiesta

Le discussioni sul 25 aprile e la marcia Perugia-Assisi sono le classiche polemiche in cui i già convinti di una parte e dell’altra si convincono ancora di più, ma in pochi cambiano idea. Per una volta, proviamo dunque a prenderla larga.

Scriveva ieri [il 24 aprile, ndr] sulla Stampa Anna Zafesova che dalle strade di Mosca è scomparso il cartello con l’indicazione per l’Hotel Ucraina, perché così non bisogna più chiamarlo; che dalle autorità è arrivata l’indicazione alla maggiore casa editrice specializzata in testi scolastici di nominare l’Ucraina il meno possibile nei manuali; che al posto di Ucraina, per le zone occupate, si torna a usare il nome di Novorossiya (Nuova Russia), da tempo caro ai separatisti; che deputati russi dicono che i territori ucraini occupati andranno a formare «il distretto federale della Crimea».

La domanda, per i teorici dell’estrema complessità della situazione e per tutti coloro che in questi due mesi hanno parlato senza mezzi termini di responsabilità della Nato, è semplicissima: cosa c’entra l’allargamento dell’alleanza atlantica con la scelta di cancellare il nome dell’Ucraina dai libri di scuola?

Intenzioni e motivazioni degli aggressori sono sotto gli occhi di chiunque le voglia vedere. Gli orrori che ogni giorno di più emergono dalle zone occupate non lasciano spazio ad ambiguità. E invece le ambiguità si moltiplicano. E non mi riferisco solo alle modeste acrobazie verbali di Giuseppe Conte. Tanti a sinistra continuano a formulare sottili distinguo, a ripetere che bisogna sì aiutare gli ucraini, ma bisogna farlo per spingerli a trattare e a trovare un compromesso, perché «l’Ucraina non deve diventare il terreno in cui si vuole battere la Russia», come ha ripetuto ieri Pier Luigi Bersani.

A giudicare da simili discorsi, risuonati ampiamente negli ultimi giorni, dalla marcia Perugia-Assisi al congresso di Articolo uno, sembra quasi che il rischio sia che gli ucraini esagerino, che si finisca in un eccesso di legittima difesa. Ma come si possono fare questi discorsi dopo le atrocità di Bucha, dopo le fosse comuni di Mariupol, dopo aver visto intere città rase al suolo?

Cosa significa, concretamente, dire che bisogna aiutare gli ucraini ma fino a un certo punto? Cosa significa dire che non bisogna pensare di sconfiggere la Russia? Quali e quante città e villaggi abbiamo deciso che sono dunque sacrificabili, che vanno consegnati nelle mani degli aguzzini di Bucha, quegli stessi macellai che Vladimir Putin non ha esitato a decorare pubblicamente, dando così un segnale inequivoco circa le sue intenzioni? Cosa c’è ancora da capire?

Nell’immagine: la devastazione di Mariupol


Battuto il populismo (e anche Putin)

L'uomo più ricco del mondo se lo compra mettendo sul tavolo 44 miliardi di dollari. Esultano i sostenitori di Trump; 'libertà assoluta' e preoccupazioni democratiche 

Sia chiaro, spesso le vittorie elettorali non sono facili da gestire. Non lo sarà nemmeno questa, prevista e finalmente ottenuta da Emmanuel Macron. Con un risultato (oltre il 58% dei voti) più sostanzioso di certi pronostici, che probabilmente hanno mobilitato più del temuto. Comunque, dopo due presidenti ‘bruciati’ al termine di un solo mandato (Sarkozy sconfitto nelle urne, Hollande per abbandono) l’ottavo capo dello Stato della Quinta Repubblica rimane all’Eliseo dopo un quinquennio per nulla facile: dai gilet gialli agli scioperi dei ferrovieri, dalle proteste giovanili agli interventi muscolari della polizia, dal biennio dell’emergenza sanitaria alla tragedia ucraina, dalle sanzioni alle sue ricadute economiche anche su questa parte della nuova cortina di ferro alzata da Putin scatenando la sua guerra. Bilancio di un lustro, il suo, non disonorevole, (fra l’altro un milione e 200 mila posti di lavoro in più). Ma l’incertezza c’era, per tre motivi:

1. una Francia che – nonostante una capillare assistenza sociale, la settimana lavorativa di 35 ore, una bassa produttività, un pensionamento a 62 anni – conosce comunque marginalizzazione sociale, sindrome d’abbandono nelle periferie, senso di identità nazionale perduta nel fenomeno migratorio e nei flussi della mondializzazione che ha ridimensionato anche il mito della grandeur, che dunque regolarmente si infiamma di protesta popolare;

2. a causa della personalità del presidente, colto e preparato ma freddo saccente, considerato il presidente dei ricchi per i vantaggi fiscali garantiti agli industriali, e “caratterialmente il più detestato capo dello Stato nella storia recente”, diceva ancora ieri lo storico Marc Lazar;

3. per l’ampio, variegato fronte dell’anti-establishment e dell’anti-sistema cresciuto in questa esplosiva miscela di insoddisfazione.

È il contesto che aveva alimentato le speranze di Marine Le Pen, la quale ha smesso, ma solo occasionalmente, l’abito dell’estrema destra fascista, xenofoba, antieuropeista, per concentrarsi su potere d’acquisto e su ricette economiche che anche i tecnici meno critici hanno definito ‘disastrose’ per il paese. ‘Bleu Marine’ uscirà di scena, e non dispiacerà all’estremista Eric Zemmour (la destra della destra) che spera di sostituirla alla guida di un nuovo fronte reazionario. La scelta era fra due modelli di società, due civiltà contrapposte. Era fondamentale la diga repubblicana anti-le Pen. Il comodo successo di Macron elimina la scelta peggiore, che avrebbe fatto esultare Putin.

Il presidente rieletto ne terrà conto per riequilibrare la sua politica interna, anche in senso più ambientalista? Sollevata l’Europa, comunque consapevole che il sovranismo rimane una minaccia nel suo orizzonte. Ma manca il passo finale. Si torna alle urne in giugno per il voto legislativo. Di solito favorisce l’inquilino dell’Eliseo. Ecco il problema di gestire la vittoria. Macron dovrà riaffrontare un paese frammentato, dove sono stati affossati neogollisti e socialisti, e con la sinistra radicale in crescita di Jean Luc Mélenchon, già ripartito all’attacco. Maggioranza assoluta o coabitazione obbligata? Sarà l’ultima incognita, e non minore, della scelta francese.

Articolo scritto per laRegione


Massimo Nava – Il peso politico di un successo non facile

L'uomo più ricco del mondo se lo compra mettendo sul tavolo 44 miliardi di dollari. Esultano i sostenitori di Trump; 'libertà assoluta' e preoccupazioni democratiche 

Massimo Nava è corrispondente da Parigi e analista politico del Corriere della Sera


USI e costumi ticinesi: quando il successo diventa ingombrante

L'uomo più ricco del mondo se lo compra mettendo sul tavolo 44 miliardi di dollari. Esultano i sostenitori di Trump; 'libertà assoluta' e preoccupazioni democratiche 

La “bomba” è scoppiata venerdì pomeriggio ed è una deflagrazione che, intorno al cratere generato, ha inevitabilmente scatenato una nutrita serie di commenti e prese di posizione. Ne abbiamo già riferito in questa sede con gli interventi di Pietro Montorfani e di Virginio Pedroni.

Invece di lasciar giungere Boas Erez alla conclusione del suo secondo mandato di rettore dell’USI (fra un anno e mezzo) e permettergli così di coronare un percorso che è da tutti considerato di notevole successo, si è arrivati a decretare la fine del suo rettorato entro un paio di settimane, giusto il tempo di “salutarlo” (come no) nel dies academicus del 7 maggio prossimo.

Delle dimissioni improvvise di Boas Erez dal ruolo di rettore dell’USI per “divergenze di vedute sulla gestione amministrativa dell’Università” hanno parlato un po’ tutti, con la premessa (ma tu guarda) che la faccenda era nell’aria e che gli attriti erano ben noti fra gli addetti. L’unico a non aver detto ancora nulla in proposito è proprio lui, il diretto interessato, che si è negato diplomaticamente ed elegantemente ad ogni tipo di dichiarazione. Ed il suo è forse il più rumoroso dei silenzi, in questo momento.

Non ci permette, infatti, di capire niente di più di quanto si sia riusciti a desumere dal criptico comunicato del Consiglio dell’USI, dalle dichiarazioni della sua presidente Monica Duca Widmer, così come dalle reazioni colte al volo sia a livello di politica cantonale che comunale.

Anzi, proprio da Duca Widmer e da Manuele Bertoli sono arrivate dichiarazioni che lasciano perlomeno perplessi. Nelle interviste proposte al “Quotidiano” della RSI, per esempio, la presidente del Consiglio dell’USI, alla domanda relativa ad un presunto “braccio di ferro” personale fra lei ed il rettore, non nega per nulla che ci sia stato, ma afferma che, nell’antagonistico esercizio, non è uscito né un vincitore né un vinto, poiché Boas Erez ha condiviso la designazione di un nuovo “Direttore operativo” e rimarrà comunque come docente di matematica. Tutto è stato fatto nel bene dell’Università, che deve moltissimo a Boas Erez. Appunto, e allora?

Manuele Bertoli, dal canto suo, pur sedendo di diritto in ben due dei consessi decisionali dell’USI, ovvero il Consiglio dell’USI e la Fondazione per le Facoltà di Lugano dell’USI, e dunque pur avendo un ruolo importante e decisionale, dichiara che lui ha fatto da “mediatore” fra le parti ed ora prende atto della decisione. Ma l’avrà anche decisa? L’ha condivisa?

Curiosa, restando in ambito cantonale, la posizione del granconsigliere UDC Edo Pellegrini, Presidente della Commissione parlamentare di controllo su USI e SUPSI, che alla “Regione” si dichiara all’oscuro di tutto, dicendo che nulla faceva presagire una tale decisione, neanche dopo un incontro fra le parti dello scorso 6 aprile.

Altre voci, fra il sorpreso e il rammaricato, le ha raccolte anche “La Domenica” del CdT: dall’ex-sindaco Giorgio Giudici (“Da un’università che insegna comunicazione non poteva esserci modo peggiore di comunicare”) a Mauro Baranzini (“Non so perché non si sia riusciti ad affiancare un ottimo amministratore a un rettore eccezionale”) è un corollario di commenti che non sembrano per nulla in linea con la decisione presa; Fabio Merlini, direttore della Scuola universitaria federale per la formazione professionale della Svizzera italiana (SUFFP), si spinge a trovare una spiegazione non priva di aspetti inquietanti: «Oggi siamo tutti confrontati con un mercato della formazione che rende più difficile di un tempo il compito educativo e operativo. Anche in ambito accademico c’è una concorrenza molto forte, basti pensare alla progressiva trasformazione del pubblico degli studenti in un pubblico di clienti. Questo significa che il sapere deve stare dentro un mercato. Una logica che può generare più facilmente dissidi a livello di conduzione».

Dal “pubblico di studenti” siamo dunque al “pubblico di clienti”: insomma, l’Università, quella che si vorrebbe laboratorio di formazione e cultura sta dentro il mercato, e forse Boas Erez, che perseguiva esplicitamente in questi ultimi tempi anche altri obiettivi, a cominciare dal più vivo e fruttuoso rapporto fra Istituto e Territorio per togliere all’Università l’immagine di torre d’avorio, ecco, forse non si è mostrato sufficientemente sensibile alle “esigenze del mercato”.

Anzi, fra i suoi “torti”, proprio nell’ottica di una diversa predisposizione verso la città ed il territorio da parte della sua gestione, vi è stato quello, rilevato ed enfatizzato in vario modo, a cominciare dal solito “Mattino”, di essersi messo all’ascolto e a disposizione in quanto mediatore nei confronti delle rivendicazioni dell’autogestione nel post-29 maggio.

Una questione, quella della “vicinanza” di Boas Erez all’autogestione (in verità tutta da analizzare e soprattutto da leggere in termini, appunto, di mediazione e di coinvolgimento personale, non istituzionale) che è stata strumentalmente già impugnata da Paride Pelli nel suo fondo del CdT di sabato 23.4.22 per dire, in buona sostanza che chi va al Molino s’infarina, insomma che un rettore che si siede in assemblea con i molinari, la sanzione se la va poi a cercare.

Le tesi di Pelli hanno poi trovato adeguata e (questa sì) prevedibile eco nella prima e nella terza pagina del “Mattino”, in cui, una volta di più, Lorrendo Quadri (ci si passi, per una volta, l’utilizzazione del suo repertorio stilistico) parla di “siluramento”, di “rottamazione”, esultando per l’allontanamento di Boas Erez, definito “protettore dei brozzoni autogestiti”.

Eccoci così ripiombati nel “paese reale”, quello della politichetta spicciola, delle esecuzioni sommarie, dei giudizi lapidari, poco importa se fedeli ai fatti. L’Università è quella voluta da Bignasca, ci ricorda Quadri, e come tale va gestita, non certo lasciandola in mano ad un rettore “dalla forte personalità”, poco incline al compromesso, sempre per dirla con Paride Pelli.

Che Boas Erez abbia condotto l’Istituto ai successi che tutti gli riconoscono e nello stesso tempo cercasse, a modo suo forse, nuovi modelli di organizzazione socio-culturale per una “Lugano aperta”, questo conta poco, visto che a contare sono i conti, gli aspetti amministrativi, per un CU in cui ci si guarda bene dal mettere altrettanto in discussione le competenze di chi lo presiede, e per opinionisti di vario genere (sempre con occhio attento alla politica) che impugnano subito la penna come una baionetta, con varie gradazioni di eleganza.

Peccato, perché i quasi 4000 studenti dell’USI di oggi, che pagano mediamente 4000 franchi all’anno di retta (8000 per gli stranieri) si meriterebbero un istituto che, adeguate fin che si vuole le sue strutture amministrative, continui comunque ad essere anzitutto quello che è diventato in questi venticinque anni: un polo di formazione, ricerca, cultura a livello internazionale. Un’eccellenza, nonostante le logiche da provincia che lo circondano e che potrebbero condizionarne tristemente il futuro.


USI e confUSI

L'uomo più ricco del mondo se lo compra mettendo sul tavolo 44 miliardi di dollari. Esultano i sostenitori di Trump; 'libertà assoluta' e preoccupazioni democratiche 


Né con il medioevo, né con l’illuminismo?

L'uomo più ricco del mondo se lo compra mettendo sul tavolo 44 miliardi di dollari. Esultano i sostenitori di Trump; 'libertà assoluta' e preoccupazioni democratiche 

Il Rettore dell’USI, Boas Erez, è stato “dimissionato”. La nostra giovane università ha deciso di farsi notare, nel panorama accademico, non solo per i suoi significativi miglioramenti nel ranking internazionale, ma anche per i metodi spicci nella gestione dei contrasti: “una non bella figura da parte del Consiglio dell’USI”, ha commentato amaramente Piero Martinoli, per molti anni alla guida dell’ateneo. Ma che cosa mai sarà successo, a solo un anno e mezzo dalla scadenza naturale del secondo mandato di Erez?

I paludati comunicati ufficiali parlano di divergenze sulla conduzione amministrativa, che già avevano portato alla definizione di una nuova figura di vertice (un direttore/direttrice operativo/operativa) in quell’ambito, da affiancare al Rettore. Comunque, che cosa si rimproveri precisamente ad Erez non è dato sapere a chi non è addentro alle segrete cose. Qualche elemento è fornito, sulle pagine di Naufraghi/e, da Pietro Montorfani, coautore di una storia dell’Università della Svizzera italiana (Dadò editore), che fa nomi e cognomi dei protagonisti dei presunti contrasti, senza che si chiariscano veramente i termini della questione. Chiarissimi e numerosi, invece, sono i meriti riconosciuti al Rettore uscente per quanto compiuto in favore dell’USI; un riconoscimento che rende ancora più strano il siluramento.

Ma, in mezzo a tanti sussurri, giunge, forte e chiaro, il grido di Paride Pelli, che dalle colonne del Corriere del Ticino fornisce, con inesorabile realismo, una interpretazione tutta politica dell’accaduto, sotto il titolo: “Un epilogo doloroso ma anche inevitabile”. Ad essere rimproverati a Erez sarebbero soprattutto gli atteggiamenti critici assunti, a titolo personale, riguardo a eventi di interesse pubblico assai scottanti, come ad esempio l’abbattimento del centro autogestito. Se vogliamo fare ricorso a concetti kantiani, tratti dal famoso testo “Che cos’è illuminismo” (1784), a Erez non vien tanto rimproverato il suo “uso privato della ragione” (cioè nell’ambito dell’esercizio della sua funzione di Rettore), ma il suo “uso pubblico della ragione”, in quanto libero cittadino e intellettuale che si rivolge all’opinione pubblica. Kant rivendicava in questo secondo ambito l’assoluta libertà di parola e lodava il suo re, il despota illuminato Federico II di Prussia, per il rispetto di questa importante libertà. Una distinzione, quella fra i due usi della ragione, rispettata nella Königsberg e nella Berlino del tempo dei Lumi, e che, invece, in Ticino qualcuno considera orami superata. Che tale trascuratezza venga condivisa e promossa dal direttore di un quotidiano indipendente, che dovrebbe d’ufficio sostenere, invece, la libera espressione del pensiero, rende la cosa ancora più inquietante.

Se l’eredità illuminista sembra fuori moda, vorremmo almeno sapere che ne è di quella medievale, relativa all’autonomia delle università. Nate nel medioevo come corporazioni di studenti o professori, le università e i loro operatori furono storicamente sempre molto gelosi delle loro autonomie e prerogative. Ci piacerebbe dunque sapere che cosa, oggi, pensano studenti e professori dei motivi e dei modi di questo siluramento. È possibile che una decisione così traumatica non meriti una valutazione da parte del corpo docente e discente? Ci attendiamo, quindi, parole chiare dal Senato accademico dell’USI, fra l’altro opportunamente voluto nel 2016 dal Rettore appena congedato.

Le crisi portano difficoltà, ma possono anche essere occasioni di crescita. Sarebbe bello se questa vicenda rafforzasse le richieste di maggior trasparenza e democrazia nella gestione del nostro ateneo, la cui nascita e il cui consolidamento sono fra i pochi eventi positivi in Ticino negli ultimi due decenni.


La Francia del ‘NO’ condiziona il voto

L'uomo più ricco del mondo se lo compra mettendo sul tavolo 44 miliardi di dollari. Esultano i sostenitori di Trump; 'libertà assoluta' e preoccupazioni democratiche 

Di Massimo Nava, Corriere della Sera

Quando il governo annunciò un aumento di centesimi del diesel, Jacline Mouraud sfogò il suo disappunto su Facebook e il video divenne virale: sei milioni di visite. La solitaria protesta ebbe un seguito con la petizione di Priscillia Ludosky contro l’aumento dei prezzi del carburante e l’appello di Eric Drouet a bloccare strade e rotatorie. Era l’ottobre 2018 : trecentomila manifestanti con il gilet giallo hanno bloccato tutto il Paese. Ampiamente sostenuto dai francesi – almeno all’inizio – questo movimento è durato quindici mesi e ha sconvolto il programma del presidente Emmanuel Macron, costringendolo a diluire misure fiscali e progetti di riforme in dosi massicce di spesa pubblica.

A Bohal, il paese della Mouraud, non c’è un ufficio postale, solo una panetteria e un bar-tabacchi. È uno dei tanti villaggi della Francia rurale e periferica che si sentono abbandonati dallo Stato quando le decisioni passano sulle teste dei cittadini, come l’installazione di pale eoliche nel proprio giardino, «che sembra di vivere con un aereo in camera da letto», o l’arrivo del TGV che fa salire i prezzi delle case. Esempi del «Paese invisibile» che ha sconvolto il quadro politico della Francia. «Paese invisibile» nel senso che non appare nelle inchieste sui drammi delle banlieues degli immigrati, o sulle questioni economiche, sui problemi dell’immigrazione o del disagio giovanile.

Il «Paese invisibile» è fatto di gente che lavora sodo, che vive nelle campagne spopolate, che vorrebbe pagare meno tasse dopo avere subito il taglio di servizi essenziali o di prossimità, come l’ufficio postale o il medico condotto, che è costretta a usare l’auto per recarsi al lavoro o accompagnare i figli a scuola. È anche una Francia a stragrande maggioranza bianca e tradizionalista che ha perso molti posti nella gerarchia delle priorità e delle attenzioni. La rivolta dei «gilet gialli» è finita, salvo qualche squillo che ancora risuona nelle cronache, ma la rabbia, il senso di abbandono e di ingiustizia continua a covare sotto la cenere ed è entrato di prepotenza nelle urne sotto varie forme: astensione record, adesione all’estrema destra di Marine Le Pen e Éric Zemmour, il campione della Francia identitaria e nostalgica, islamofobica e un po’ xenofoba, e successo del vecchio ultraradicale Jean-Luc Mélenchon, abilissimo nella retorica dei diseredati e degli oppressi. Quest’ultimo, a settant’anni, ha stupito ancora una volta con le sue progressioni in dirittura di arrivo. Nel 2012, è entrato in gara al 5 per cento ed è arrivato al primo turno all’11. Aveva il 10 all’inizio del 2017, ha finito con quasi il 20. Era intorno all’8 all’inizio di quest’anno; è arrivato al 20, al terzo posto, dietro Marine Le Pen.

I gilet gialli non sono stati capiti in tempo dalla sinistra riformista e dalla destra moderata, mentre l’Eliseo ha dovuto affrontare un clima pre rivoluzionario, rischiando addirittura l’assalto al palazzo. I gilet gialli non chiedevano soldi, ma meno tasse e più servizi, se ne infischiavano di ecologia e sostenibilità, pretendevano che i loro lavori, spesso pesanti, in sella a un trattore o di notte sui Tir, fossero considerati. Una rivolta molto francese, rivoluzionaria secondo tradizione, emblematica di una frattura che si allarga nonostante il mantra dell’uguaglianza e della solidarietà sociale.

Macron ha cercato di disinnescare il movimento con il rituale del grande dibattito nazionale sulle cose da fare, per dare l’impressione che il vertice e le élite si avvicinassero al popolo. È riuscito a calmare la rivolta con un po’ di miliardi di debito pubblico, ma non a recuperare consenso. Impresa ardua se la Francia è un paradiso in cui molti francesi credono che sia l’inferno. Il voto del primo turno è stato quasi una sentenza. In dipartimenti come Pyrénées-Orientales, Mosella o Bouches-du-Rhône, la gente non crede più nei partiti e nel sistema politico. Da sette a otto elettori su dieci hanno votato un candidato antisistema (Marine Le Pen, Jean-Luc Mélenchon, Eric Zemmour o Jean Lassalle) o si sono astenuti. Se includiamo i voti per il partito comunista e le schede bianche, il 78 per cento degli elettori dei Pyrénées-Orientales ha espresso malcontento o indifferenza. Il tasso è del 77,4 in Bouches-du-Rhône, 77,3 in Aisne, 76,4 in Haute-Marne o 75,6 in Moselle.

Sono casi limite, ma la tendenza è nazionale: la «Francia del no» rappresenta il 55,6 degli elettori che hanno votato, e il 68 degli elettori registrati, anche se naturalmente atteggiamenti e tendenze vanno interpretati. Le Monde ha interrogato alcuni sociologi sulla disintegrazione delle relazioni sociali. «I luoghi che riunivano le persone e formavano le comunità stanno scomparendo. Le associazioni si estinguono, i club e le bande di paese attirano sempre meno persone, le chiese si svuotano, le scuole sono ridotte e i pub chiudono. Qui, il fronte repubblicano non funzionerà. Questo potrebbe spingere l’elettorato astensionista a vedere in Marine Le Pen un’opportunità. Ma se Macron sarà rieletto, sarà molto difficile governare un Paese che si oppone in modo schiacciante al potere che lui rappresenta». Lo scontro non è più fra destra e sinistra, ma fra piani alti e piani bassi. I sociologi usano un ossimoro: individualismo di massa.