Ágota Kristóf – Uno sguardo disperato dentro una lingua nemica

Parole, suoni, immagini da una terra tormentata 

Il suo sguardo non lo si poteva dimenticare. Incontrando Ágota Kristóf, salutandola, nella sua casa operaia di Neuchâtel o in qualche evento letterario, il primo impatto era dato proprio da quello sguardo, profondo eppure quasi come assente, o opaco, appannato, accompagnato da un accenno di sorriso, pieno di malinconia.

Ágota Kristóf, cresciuta negli anni di guerra e fuggita poco più che ventenne dall’Ungheria invasa dalle truppe sovietiche con il marito ed una bimba di quattro mesi, ha avuto una storia piena di sofferenze, di congedi dolorosi, di esperienze laceranti, di distacco, divenuto definitivo, dal suo paese natale e dalla sua lingua madre, proprio nel momento in cui, scrivendo in francese, è diventata, da svizzera, un vero e proprio “caso letterario” e, in definitiva, una delle voci più importanti della letteratura europea di fine Novecento.

La sua “Trilogia della città di K.” (pubblicata in Italia da Einaudi) è un libro capitale ed indimenticabile, tradotto in oltre 30 lingue, che ha soprattutto nella sua prima parte, uscita in Francia nel 1986 con il titolo “Le grand cahier”, un esempio potremmo dire unico di scrittura deflagrante, nella sua voluta, ricercata, ossessiva scarnificazione, oggettivazione, senza superflui aggettivi.

Una scrittura unica, fortemente legata al fatto che la Kristóf sceglie, per i suoi testi, il francese, la lingua “d’adozione” (che definirà “nemica”) imparata negli anni di lavoro in fabbrica, in Svizzera, frequentando corsi per adulti, per raccontare molte delle sue vicende biografiche attraverso lo sguardo, disperato eppure vitale, di due giovani ragazzini, due gemelli, confrontati con le atrocità della guerra, con l’istinto di sopravvivenza che li porta alle forme più terribili di “rimozione sentimentale”.

In queste settimane di conflitto, con le truppe russe che invadono, un’altra volta, una terra di confine per affermare, nella follia della logica delle armi, il proprio dominio in nome di inquietanti principi etnici, spirituali e politici, proprio come in quel 1956 ungherese, la lettura dei libri di Ágota Kristóf è di quelle che possono raccontarci o magari anche farci “convivere”, “sentire”, quel che sta succedendo alle vittime d’Ucraina, anche di più, forse, di quei dibattiti manichei fra esperti ed opinionisti che nei media si accaniscono gli uni contro gli altri nel definire i termini del conflitto.

Leggere i libri di Ágota Kristóf, morta a Neuchâtel nel 2011, vuol dire trovarsi improvvisamente catapultati (impreparati) a convivere con le vittime del conflitto, di ogni conflitto: bambini, ragazzini, che si “esercitano” a sopravvivere, giorno dopo giorno, sotto le bombe, applicando una sorta di ferrea autodisciplina, quella dell’annullamento di ogni aspetto che abbia a che vedere con la sfera emotiva, fino a raggiungere una sorta di tragica ma salvifica “anestesia dei sentimenti”.

Così, insieme ai suoi due protagonisti, Lucas e Claus, ci si ritrova a dover fare i conti con l’essenza della vita in guerra, in una realtà intrisa di morte: vivere è sopravvivere, a qualunque costo, senza potersi permettere di pensare ad altro, senza perdersi nel giudicare, nel voler capire. Con loro siamo davanti al puro orrore, alla crudele capacità dell’uomo di provocarlo e alla strenua volontà dell’uomo di superarlo, per provare, un giorno, forse, a dimenticarlo.

Dentro uno sguardo profondo, che riflette un vuoto lontano, indicibile, malinconicamente irrecuperabile.

Da Ágota Kristóf, “Quello che resta” [Il grande quaderno], Milano, Guanda, pp.93-95

Nostra madre

Siamo in giardino. Una camionetta militare si ferma davanti alla casa. Nostra Madre scende, seguita da un ufficiale straniero. Attraversano il giardino quasi di corsa. Nostra Madre tiene un bambino piccolo tra le braccia. Ci vede, grida:
– Venite! Correte subito sulla camionetta. Partiamo. Sbrigatevi. Lasciate perdere le vostre cose e venite.
Domandiamo:
– Di chi è il bambino piccolo? Dice: È la vostra sorellina. Venite! Non c’è tempo da perdere.
Domandiamo:
– Dove andiamo? Nell’altro paese. Smettetela di fare domande e venite.
Diciamo:
– Non vogliamo andarci. Vogliamo restare qui.
Nostra Madre dice:
– Io sono obbligata ad andarci. E voi verrete con me.
– No. Noi resteremo qui.
Nonna esce di casa. Dice a nostra Madre:
– Cosa fai lì? Cos’è che hai in braccio?
Nostra Madre dice:
– Sono venuta a prendere i miei figli. Vi manderò dei soldi, madre.
Nonna dice:
– Non voglio i tuoi soldi. E non ti ridarò più i bambini.

Nostra madre chiede all’ufficiale di prenderci con la forza. Ci arrampichiamo alla svelta in soffitta, con la corda. L’ufficiale cerca di acchiapparci, ma gli diamo dei calci in faccia. L’ufficiale bestemmia. Tiriamo su la corda.
Nonna sghignazza:
– Lo vedi? Non vogliono venire con te.
Nostra Madre grida con tutta la voce:
– Vi ordino di scendere immediatamente! Nonna dice: Non obbediscono mai agli ordini.
Nostra Madre si mette a piangere:
– Venite bambini miei. Non posso partire senza di voi.
Nonna dice:
– Il tuo bastardo straniero non ti basta?
Diciamo:
– Stiamo bene qui, Madre. Partite tranquillamente. Stiamo benone qui da Nonna.
Si ode il rumore dei cannoni e delle mitragliatrici. L’ufficiale prende nostra Madre per le spalle e la spinge verso la macchina. Ma nostra Madre si divincola:
– Sono i miei figli, li voglio! Li amo!
Nonna dice:
– Io ho bisogno di loro. Sono vecchia. Tu, tu puoi ancora farne degli altri. E difatti…
Madre dice:
– Ve ne supplico, non tratteneteli.
Nonna dice:
– Non li trattengo. Andiamo ragazzi, scendete alla svelta e andate con la vostra mamma.
Diciamo:
– Non vogliamo partire. Vogliamo restare con voi, Nonna.

L’ufficiale prende nostra Madre tra le braccia, ma lei lo respinge. L’ufficiale va a sedersi sulla camionetta e accende il motore. In questo preciso istante avviene un’esplosione nel giardino. Subito dopo vediamo nostra Madre a terra. L’ufficiale corre verso di lei. Nonna vuole allontanarci. Dice:
– Non guardate! Rientrate in casa!

L’ufficiale bestemmia, corre sulla camionetta e parte a tutta velocità. Guardiamo nostra Madre. Le viscere le escono dal ventre. È tutta rossa. Anche il bambino. La testa di nostra Madre penzola sul buco provocato dalla granata. I suoi occhi sono aperti, e ancora umidi di lacrime.
Nonna dice:
– Andate a cercare il badile!

Posiamo una coperta sul fondo del buco, vi corichiamo sopra nostra Madre. Il bambino è sempre stretto al suo petto. Li avvolgiamo in un’altra coperta, poi riempiamo il buco.
Quando nostra cugina torna dalla città, domanda:
– È successo qualcosa?
Diciamo:
– Sì, una granata ha fatto un buco in giardino.

Un recente bell’articolo su Ágota Kristóf su può leggere nel sito “The vision” a firma Mattia Madonia



Dal Ticino buoni affari con la Russia

Parole, suoni, immagini da una terra tormentata 

Passati gli ottant’anni, Bruno Bolfo continua a macinare utili da capogiro. Il manager ligure installato a Lugano, dove controlla diverse società di trading, ha realizzato nel 2021 un risultato stupefacente: 445 milioni di utile netto; il 300% in più rispetto al 2020. A pesare, certo, vi è un evento straordinario, ossia l’acquisizione della totalità di un’acciaieria italiana che prima divideva con il gruppo americano Nucor. Escludendo questa operazione, gli utili di Bolfo sono comunque aumentati del 200%.

A portare denari nelle casse dell’imprenditore, alla guida di un impero che spazia dalla siderurgia al commercio marittimo, sono soprattutto le sue società ticinesi. A partire da quella Duferco che fondò oltre quarant’anni fa e che oggi è un leader mondiale nel commercio di acciaio. La maggioranza di Duferco è stata ceduta nel 2014 al gigante cinese Hebsteel, ma Bolfo detiene ancora una quota di minoranza del 21,5%. La DITH, la casa madre lussemburghese di Duferco, ha registrato nel 2021 un utile netto di 255 milioni di dollari, buona parte realizzati proprio dal Ticino. Una cifra record, sedici volte più grande quella del 2020, che in parte – 36,2 milioni – sono finiti nella BB Holding Investment, la cassaforte privata di Bolfo in Lussemburgo (a sua volta controllata da un trust del Lichtenstein).

Altri milioni sono arrivati dalla DTX Commodities di Lugano. Il nome forse vi dirà poco, ma la DXT è da qualche anno la prima ticinese nella lista delle società svizzere stilata dal giornale economico Handelszeitung. Fondata nel 1999 da alcuni manager di Duferco, la DXT è attiva soprattutto nel commercio di gas naturale ed è controllata da una catena di società del Gran Ducato in mano a Bolfo e al suo fido genero Antonio Gozzi. Da Lugano, DXT Commodities nel 2021 ha registrato 43,5 milioni di euro di utile netto.

Altri 20,4 milioni di dollari (sei volte rispetto al 2020) sono invece finiti nelle casse del manager tramite la Nova Marine Holding, attiva nel commercio marittimo e detenuta fifty-fifty con la famiglia  dei Romero, armatori napoletani. La holding è lussemburghese, ma il gruppo è attivo soprattutto da Lugano dove controlla alcune società di shipping*.

Il 2021, insomma, per Bolfo & Co è stato un anno di record. Alla faccia della pandemia. Oggi, la piazza delle materie prime di Lugano è però preoccupata dagli effetti della guerra in Ucraina e dalle sanzioni alla Russia. Diverse società attive nel commercio di acciaio e di carbone sono particolarmente esposte, dato che operano principalmente con controparti russe o ucraine. Due società – la MMK Steel Trading e la Severstal Export – sono controllate da due oligarchi finiti sotto sanzione, Viktor Rashnikov e Alexej Mordashov. Per queste aziende, ma anche per altre legate in un modo o nell’altro alla Russia, il rischio è la paralisi. Tra gli addetti la preoccupazione è molta anche se c’è chi, attivo su altri mercati, potrebbe paradossalmente guadagnare da questa situazione. È spesso grazie a crisi e instabilità che i giganti delle materie prime hanno costruito le principali ricchezze. Abbiamo visto i risultati fuori norma della galassia di Bolfo in un anno, il 2021, caratterizzato dalla crisi pandemica e dall’aumento dei prezzi delle materie prime. In Ticino difficilmente troviamo altre società che hanno raccolto così tanto lo scorso anno.

Nel resto della Svizzera i guadagni salgono in un’altra dimensione. I colossi elvetici del trading  hanno registrato, proprio nel 2021, utili mai visti prima: 5 miliardi di dollari per Glencore, 4 miliardi per Vitol, 3,1 miliardi per Trafigura (+ 94% rispetto al 2020), 1,25 miliardi per Mercuria (+ 59%).

Come spiegato da Le Temps, i trader spesso fanno grandi profitti quando i mercati sono volatili. È stato il caso durante la crisi finanziaria del 2008, della primavera araba nel 2011 o del crollo dei prezzi delle materie prime nel 2014. Durante la pandemia sono stati in grado di comprare enormi carichi di petrolio quando i prezzi erano bassi e immagazzinarli per poi venderli a un prezzo più alto.

Glencore, Trafigura e Vitol sono anche molto attive nel commercio di petrolio russo grazie ai contratti a lungo termine stabiliti con la società statale russa Rosneft. Una società, quest’ultima, che assieme a Gazprom è una sorta di salvadanaio del Cremlino. Gli autori di The World for Sale, pubblicato nel 2021, si spingono a dire che queste tre aziende potrebbero aver contribuito più di qualsiasi altra entità commerciale a mantenere Vladimir Putin al potere.

Oggi, nonostante la guerra in Ucraina, i commercianti elvetici continuano ad essere i principali compratori mondiali del petrolio russo. Secondo le informazioni provenienti dall’analisi dei dati marittimi la ginevrina Litasco – antenna commerciale del gruppo russo Lukoil – è stata la più grande acquirente mondiale di greggio russo da gennaio a marzo. Litasco è seguita a ruota da Vitol e Trafigura. «Se questo commercio non è per ora illegale, ci sembra illegittimo e pericoloso poiché le vendite di petrolio e gas hanno permesso la modernizzazione dell’esercito russo, continuando così ad alimentare il tesoro di guerra di Vladimir Putin», ci spiega Adrià Budry Carbò, autore di un’inchiesta sul tema per l’ONG Public Eye.

A fianco di questi giganti mondiali troviamo anche un nome ticinese. Secondo dati che abbiamo potuto consultare, la Petraco di Lugano ha acquisito da febbraio a marzo 2022 un milione di tonnellate di petrolio (circa 7,3 milioni di barili) dai porti russi di Ust-Luga e di Primorsk. La società ticinese si troverebbe al quinto posto a livello mondiale tra gli acquirenti di greggio russo per questo periodo. Petraco ha riferito alla Reuters che il petrolio russo che ha caricato, o che doveva caricare, è stato contrattato con le società russe Neftisa Zarubezhneft (società pubblica) prima dell’invasione dell’Ucraina e che la società rispetta rigorosamente le politiche del governo.

Anche il nome di Petraco forse non vi dirà nulla. Eppure questa società – operativa da Lugano e controllata da un’entità basata sull’isola anglo-normanna di Guernsey – è un attore di primo piano nel commercio mondiale di petrolio. Presente in Ticino sin dagli anni Settanta, Petraco è storicamente focalizzata sul petrolio russo e dispone di un ufficio anche a Mosca. Da sempre discreta, la società ticinese ha fatto di recente parlare di sé per un’inchiesta della Procura di Cagliari, che ha rinviato a giudizio la società e alcuni suoi manager. In causa: del petrolio acquistato nel Kurdistan iracheno e venduto a basso costo, tramite una società offshore alla Saras, l’azienda petrolifera della famiglia Moratti. Il sospetto – respinto con fermezza da Petraco – è che parte di queste operazioni possa aver finanziato le milizie dello Stato islamico. Accuse certo da provare, ma che mettono in luce tutti i rischi di chi si avventura nel favoloso mondo delle materie prime.

*Tutti i dati economici citati sono stati estrapolati dai rapporti annuali pubblicati nel registro di commercio del Lussemburgo


Tre romanzi ucraini tradotti in italiano per capire il popolo che resiste

Parole, suoni, immagini da una terra tormentata 

Di Yaryna Grusha Possamai, Linkiesta

La letteratura ucraina è relativamente giovane e, nella sua evoluzione travagliata, si è trovata spesso a investire gran parte delle sue energie nella lotta, nell’adattamento e nei postumi del pericolo esterno russo, che in questi giorni si è materializzato di nuovo.

Oltre alla minaccia fisica agli scrittori, poeti ed editori ucraini, impegnati al fronte o nel volontariato, la letteratura ucraina rischia di subire una pausa prolungata, anche perché quelli che hanno qualche spazio per scrivere si ritrovano senza voglia di prendere la penna in mano.

Dopo l’annessione della Crimea e l’inizio della guerra russo-ucraina nel Donbas nel 2014, la letteratura ucraina si è trovata a riflettere sui temi dell’identità attraverso la guerra in corso: in questa riflessione collettiva, la voce più marcata appartiene agli scrittori e poeti sfollati dal Donbas. Olena Stiazhkina, Iya Kyva, Volodymyr Rafeienko, Liuba Yakymchuk. I loro esperimenti, anche linguistici, con cui hanno scelto di passare dal russo all’ucraino per ragioni morali hanno contribuito alla nascita di nuovi lineamenti della letteratura ucraina contemporanea. Nelle librerie italiane si trova purtroppo una scelta di testi limitata e, per di più, al maschile nonostante negli ultimi anni la letteratura ucraina abbia assunto un volto sempre più femminile.

I testi qui scelti potranno aiutare a capire l’oggi dell’Ucraina.

Serhij Zhadan, Il convitto (Voland, 2020)
Un romanzo-viaggio di tre giorni oltre la linea del fronte nella città occupata dalle truppe russe senza bandiera nel Donbas. In questo testo, veloce e furtivo, dove si scioglie la neve sporca e girano i cani randagi, non c’è spazio per la riflessione, perché è accaduto quello che è accaduto. A differenza dei primi due romanzi tradotti in italiano, “La strada del Donbas” (Voland, 2016) e “Mesopotamia” (Voland, 2018) che avevano lunghe pagine di descrizioni poetiche dei paesaggi, ne “Il Convitto” Zhadan presenta una sua nuova prosa nuda e cruda. Il protagonista Pasha, un insegnante di lingua ucraina in una delle scuole del Donbas, indeciso e distaccato, alla fine del suo viaggio riesce a prendere una posizione anche per merito del suo giovane nipote, che è andato a recuperare in un convitto.

Zhadan, classe 1974, la rock star della letteratura ucraina, scrittore, poeta e cantante, originario di Starobils’k, regione di Luhans’k, dal 2014 ha organizzato concerti nelle zone ravvicinate al fronte con la sua fondazione. Dall’inizio dell’invasione su larga scala della Russia in Ucraina, è rimasto a Kharkiv, la città dove ha vissuto negli ultimi 30 anni, e si è dedicato al volontariato.

Markijan Kamysh, Una passeggiata nella zona (Keller, 2019)
Un po’ diario di bordo, un po’ reportage, “Una passeggiata nella zona” racconta l’esperienza personale dell’autore in veste di stalker o di passeggiatore solitario durante i giorni, settimane e mesi trascorsi nella zona di alienazione di Chornobyl’ (la variante ucraina di Chernobyl, usata anche nel libro). Una passione tossica, un filo spinato che lega Markiyan con la Zona lo costringe a tornare più volte in estate e in primavera per ritrovare la sua pace interiore tra le Antenne di Chornobyl-2, i tetti dei palazzoni abbandonati e la chiesa ortodossa del paese Krasno.

Un posto dove l’autore scarica la sua rabbia e supera e distrugge le sue paure. Nel farlo, distrugge anche la zona, le sue staccionate per riscaldarsi d’inverno, «un lavandino (…) per noia o per disperazione (…) a pezzi con un mattone»: la distrugge come lei a sua volta ha distrutto le vite intere di una comunità, compresa quella di suo padre, liquidatore dell’incidente. La solitudine e il paesaggio annientato conducono all’annientamento dell’io dell’autore, lo riducono fino allo zero, ed è da lì che riparte per ritrovare di nuovo se stesso.

A marzo del 2022 lo spettro della Centrale di Chornobyl’ si è palesato di nuovo in Europa, con i lavoratori ucraini presi in ostaggio dai soldati russi e le ulteriori minacce di terrorismo nucleare.

Dopo aver portato la famiglia in salvo dalla capitale ucraina durante l’invasione russa, Markiyan Kamysh, classe 1988, si è arruolato volontario per la difesa territoriale e pubblica il suo diario della guerra sulle pagine di Repubblica.

Andrei Kurkov, I diari ucraini (Keller, 2014)
Le pagine del diario privato dello scrittore rimandano il lettore nei primi giorni della protesta studentesca di novembre 2013 nella piazza principale di Kiev — Majdan. In quei giorni freddi e umidi, sotto la pioggerella autunnale, nasce il movimento europeista che durerà per i successivi tre mesi e che costringerà il presidente filorusso in carica Viktor Yanukovych a fuggire in Russia. La penna temperata dello scrittore, la cui casa si trovava a due passi dallo spazio delle proteste, fissa accuratamente, a modo del diario di Aleksandr Blok o Franz Kafka, i cambiamenti nella società che avvengono giorno dopo giorno.

Il diario finisce con la data del 27 giugno 2014, segnata nella postfazione, quando il presidente eletto a maggio Petro Poroshenko firma a Bruxelles l’accordo sull’integrazione dell’Ucraina all’Unione Europea. Kurkov scrive del concetto di “guerra ibrida”, imparato velocemente dagli ucraini: quel tipo di conflitto che la Russia conduceva nei loro territori. Le ultime parole del diario dicono: «L’Europa, che durante il Majdan ha sbandierato il suo sostegno, ora si è fatta da parte, si è ammutolita, dando la precedenza ai suoi rapporti commerciali con la Russia. Il denaro è più importante della democrazia. Questo cinico insegnamento, che l’Europa ha lasciato all’Ucraina, influirà senz’altro sul futuro sul futuro del mio Paese. E quindi anche sul mio. E quello dell’Europa stessa. Di tutta l’Unione Europea».

Andrei Kurkov, classe 1961, nato a Leningrado, di lingua madre e di scrittura russa, dal 2017 comincia a sperimentare con la prosa in lingua ucraina. Dal 2018 è il presidente del Pen Ukraine. Da febbraio 2022, Kurkov insieme alla famiglia è sfollato dalla capitale ucraina e vive a Leopoli, da dove rilascia interviste e commenti ai media internazionali.

Nell’immagine: Markijan Kamysh, Serhij Zhadan e Andrei Kurkov

 


Parole e sacrifici

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A pochi piace viaggiare a cento all’ora in autostrada, ancora meno in questa epoca di minuti contati e di tempo ridotto per ogni cosa. Ma il momento è “delicato”, anzi decisamente “brutto”: c’è una guerra qui vicino, il nostro quotidiano -complici i media- non ne è più psicologicamente immune. È vero che “abbiamo fatto la nostra parte” spedendo milioni di pannolini, di abiti vecchi e di scatole di conserva e di qualche medicinale, è vero che abbiamo aperto le frontiere con generosa disponibilità (anche se non tutti sono d’accordo), è vero che abbiamo scelto il nostro campo (anche se non tutti sono d’accordo), è vero, è vero…

Quindi, pochi giorni fa, un neo deputato vodese al Consiglio nazionale, avvocato di professione e Verde per convinzione, ha proposto di abbassare la velocità in autostrada a cento all’ora. Si tratterebbe di una piccola misura, magari anche transitoria, ma di comprovata utilità per diminuire il consumo di idrocarburi: quindi di una misura che potrebbe contribuire, nel suo piccolo, a infastidire la Russia e essere utile all’Ucraina, per i motivi che tutti conoscono.

Recentemente, l’ex ambasciatore francese all’ONU, politico di lunga e autorevole carriera (unico occidentale ad aver detto, agli Stati Uniti, a Nuova York e diritto negli occhi, no alla guerra in Iraq poi andata a finire come si sa) intervistato a proposito della guerra russa in Ucraina (che per taluni, da noi, è solo un “semplice conflitto”) disse che “di fronte a questa tragedia dovremmo e dovremo pagare un prezzo anche noi, dovremmo e dovremo farci male anche noi se vogliamo che l’Ucraina e la democrazia ne escano vincitori. Farci male significa, ad esempio, essere pronti a pagare il prezzo di penurie energetiche, oltre che di altre materie prime; farci male significa imporre alla Russia anche misure che, in qualche modo, si ritorceranno contro di noi. Per l’appunto, una fra quelle misure potrebbe essere quella proposta dal deputato nazionale Raphaël Mahaim, e il suo obiettivo è duplice: “spezzare la dipendenza nei confronti delle fonti energetiche fossili” e “consumare meno carburante, quindi ridurre le emissioni di CO2“.

Si potrebbe pensare che, ragionevolmente, sia difficile non concordare con questi due principi, semplici e sentiti. Così non è, e non c’era da dubitarne. Ci sono almeno due autorevoli parlamentari ticinesi che ritengono questa proposta decisamente improponibile. Uno, Fabio Regazzi, la definisce addirittura “una sciocchezza” (in Svizzera ci saranno milioni di sciocchi che ringraziano…), l’altro, Rocco Cattaneo, afferma che si tratta “di un cerotto”. Con buona pace di coloro i quali hanno a cuore, tra altri valori, quello della salute e del benessere dei cittadini.

Vale la pena di aggiungere un paio di osservazioni. Regazzi è membro dell’USAM (cartello delle piccole e medie imprese svizzere, fulcro dell’economia del Paese), è membro del comitato politico del TCS (quello della mobilità ad ogni costo), è membro del comitato consultivo dell’ASTAG (quelli che comandano il traffico su gomma, potentissima lobby politico / economica), è membro di Auto Schweiz (potente associazione dei venditori di auto, che chiedono incessantemente norme meno restrittive per il “caso-Svizzera”). Regazzi è pure ticinese, e come tale rappresenta a Berna almeno una parte dei cittadini che soffrono terribilmente del traffico autostradale e che da anni si battono contro l’inquinamento e gli ingorghi. Quindi quando Regazzi afferma che la misura proposta da Mahaim è “una sciocchezza”, sa perfettamente ciò che dice e che interessi difende.

Rocco Cattaneo afferma invece che “se vogliamo davvero ridurre la dipendenza dalle fonti energetiche fossili… dobbiamo investire nell’idroelettrico e nelle energie rinnovabili”. Si tratta di una vecchia e ben collaudata tattica politica (oramai diventata una strategia) che consiste nell’affermare -quando non si hanno più argomenti seri per contrastare una idea o una proposta- che quanto ventilato non è sufficiente, che bisogna fare ben di più, che una approvazione significa un passo d’arresto: meglio aspettare qualcosa di meglio e lasciare le cose come stanno. Il buon Gattopardo, al confronto, è un dilettante. Ma occorre allora ricordare che Cattaneo è figlio di “petroliere”, petroliere a sua volta per trent’anni alla guida della Carburoil, società che ha lasciato nel 2020 a fratello e sorella… Insomma, anche lui sa di cosa parla e quali interessi difende.

Regazzi e Cattaneo sono davvero favorevoli a tutte le misure che si potrebbero prendere a sostegno dell’Ucraina, o contro la Russia o contro il CO2? Che credibilità hanno? Entrambi fanno parte di gruppi politici e parlamentari che, di fatto, si oppongono sistematicamente a serie misure anti inquinamento e che vogliono sgravi fiscali su carburanti e combustibili, per favorirne il consumo. Con almeno due obiettivi: da un lato ottenere facili consensi (ossia “fare voti”), dall’altro vuotare ancora di più le casse dello Stato (sempre e comunque troppo invadente, tranne quando -sovente- corre in loro soccorso con generosi sussidi). L’ipocrisia è dietro l’angolo.

Alla prova dei fatti, senza scomodare né ideologie né sensibilità religiose alle quali si potrebbe pure accennare, quando bisogna investirsi per fare e far fare qualche -piccolo- sacrificio, gli interessi personali, di categoria o politici prendono immancabilmente il sopravvento. Con buona pace dei morti massacrati in Ucraina.

Il nome dell’autore è noto alla redazione


Economia svizzera durante e dopo il Covid

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Questo capitolo analizza come e in quale misura l’economia svizzera è stata influenzata dalla pandemia del coronavirus le cui prime tracce risalgono alla fine del 2019 (Covid-19). Negli anni precedenti, il sistema economico elvetico era caratterizzato da una forte dipendenza dalle esportazioni di beni, da una situazione generalmente equilibrata per le finanze pubbliche (fatta astrazione dai regimi pensionistici) e da una politica monetaria orientata all’indebolimento del saggio di cambio del franco svizzero. Con la chiusura forzata (lockdown) di numerose attività economiche a seguito della pandemia e la crisi economica che ne è scaturita sul piano globale, il sistema economico svizzero è stato scosso per diversi motivi. Le esportazioni di beni prodotti in Svizzera hanno molto sofferto sia per il forte rallentamento o l’interruzione della catena di produzione sul piano globale sia per l’apprezzamento del saggio di cambio del franco svizzero – che funge da valore-rifugio nei periodi di crisi o di grande incertezza. Le finanze pubbliche elvetiche sono così state molto sollecitate allo scopo di sostenere le imprese duramente colpite dal lockdown, tanto quelle orientate all’esportazione quanto quelle che vendono beni e servizi nel mercato nazionale. In questo capitolo si analizzerà come l’economia svizzera stia riorientando le proprie attività e quali scenari appaiono verosimili riguardo anche alle scelte di politica economica sul piano federale e su quello cantonale. Più in generale si cercherà di capire in che modo l’esperienza del Covid-19 ha radicalizzato o introdotto delle svolte nelle attività e nelle politiche economiche della Svizzera.

L’economia svizzera prima dello scoppio della pandemia

La situazione dell’economia svizzera prima dello scoppio della pandemia da Covid-19 era caratterizzata da numerosi punti di forza e qualche elemento problematico (Rossi e Vallet 2017). Diversi indicatori macroeconomici rappresentano l’economia svizzera in quanto ben posizionata e performante a livello mondiale (Schwab 2019, International Institute for Management Development 2020). Considerando il tasso di crescita reale del prodotto interno lordo, il tasso di inflazione e quello di disoccupazione, come pure la bilancia dei pagamenti, la Svizzera, in generale, si situa nelle prime posizioni delle classifiche mondiali riguardanti la competitività di una nazione. La crisi finanziaria globale scoppiata nell’autunno 2008, quella della zona euro esplosa verso la fine del 2009 e quella indotta dalla pandemia all’inizio del 2020 hanno confermato e in parte consolidato la posizione elvetica ai vertici delle graduatorie riguardanti l’economia mondiale.

Nel primo ventennio di questo secolo, ossia dal 2000 al 2019, l’economia svizzera è stata sorretta sostanzialmente dalle spese di consumo della popolazione.

Tabella 1: I fattori della crescita economica in Svizzera (percentuale)

Variabili economiche 2000 2010 2020
Consumi delle famiglie 56,5 53,0 51,1
Investimenti produttivi delle aziende 26,9 25,1 26,8
Spese del settore pubblico 11,1 11,1 12,0
Saldo della bilancia delle partite correnti 5,5 10,8 10,1
Variazione delle scorte di prodotti delle imprese 0,6 – 0,2 – 0,8

Fonte: Ufficio federale di statistica (elaborazione dell’autore)

Come mostrano i dati nella tabella 1, le spese di consumo in Svizzera sono importanti per la stabilità e la crescita dell’economia nazionale. Un altro fattore di crescita sono le esportazioni di beni e servizi, grazie anche all’elevato grado di apertura dell’economia elvetica (poco meno della metà del prodotto interno lordo è esportato dalla Svizzera). A questi fattori si aggiungono le caratteristiche dell’economia elvetica, il cui tessuto è ben diversificato, rendendo perciò questa economia molto performante e resistente agli choc esterni – come la crisi finanziaria globale esplosa nel 2008 o la crisi economica indotta dalla pandemia scoppiata all’inizio del 2020.

Secondo Schär e Schwarz (2012), la Svizzera è la nazione più industrializzata al mondo se consideriamo il valore aggiunto pro-capite (12’400 dollari) nelle attività industriali. I paesi concorrenti, come il Giappone (8’600 dollari), la Germania (7’700 dollari), gli Stati Uniti (6’000 dollari) e il Regno Unito (4’000 dollari), sono ben al di sotto del valore aggiunto pro-capite dell’economia elvetica. Il settore industriale della Svizzera, infatti, è composto soprattutto da piccole e medie imprese, ma non mancano diverse grandi imprese attive in rami strategici quali Holcim (materiali da costruzione), Nestlé (alimentare), Roche (farmaceutica) e Rolex (orologeria). Si tratta di imprese che sono attive sul piano globale e che investono nell’economia svizzera una parte rilevante degli utili generati nel resto del mondo. Questi investimenti rendono più concorrenziale l’esportazione di prodotti elvetici, come mostra la struttura della bilancia dei pagamenti svizzera.

Tabella 2: La bilancia dei pagamenti svizzera (miliardi di franchi)

Voci di spesa 2000 2010 2020
Bilancia delle partite correnti 52,1 91,7 26,8
Merci 2,6 45,3 63,8
Servizi 21,8 20,0 1,0
Redditi dei fattori 32,2 34,8 – 23,6
Trasferimenti correnti – 4,5 – 8,4 – 14,4
Trasferimenti di capitale – 6,0 – 4,6 – 0,2
Bilancia dei capitali 77,6 107,2 12,9
Investimenti diretti esteri 41,9 58,7 60,0
Investimenti di portafoglio 28,2 – 36,8 30,0
Altri investimenti 14,7 – 52,5 – 193,9
Riserve ufficiali – 7,3 137,8 116,7
Errori e omissioni 31,4 20,4 –22,5

Fonte: Banca nazionale svizzera (elaborazione dell’autore)

I dati nella tabella 2 mostrano come il commercio internaziona le di prodotti sia per la Svizzera ampiamente eccedentario e legato alla sua specializzazione industriale. Questo eccedente commerciale è addirittura aumentato a seguito della crisi globale esplosa nel 2008, mentre si osserva un calo notevole nella quota dei servizi, in particolare quelli di carattere finanziario, che rappresentano attualmente meno del 10% del prodotto interno lordo elvetico (Dipartimento federale delle finanze 2021).

L’economia svizzera è inoltre caratterizzata da un elevato grado di specializzazione in diverse nicchie di mercato, nelle quali i prodotti hanno un elevato valore aggiunto e la cui domanda è poco sensibile alla variazione del loro prezzo di vendita. Ciò permette alle imprese che vendono questi prodotti di non subire gli effetti negativi causati dalla globalizzazione o dall’apprezzamento del saggio di cambio della moneta nazionale.

Due sono però gli elementi problematici prima dello scoppio della pandemia da Covid-19. Da un lato, il mercato del lavoro è afflitto da diversi problemi che hanno reso molto precaria e incerta l’occupazione di numerose categorie di lavoratori a seguito sia della globalizzazione delle attività economiche sia della libera circolazione delle persone tra la Svizzera e l’Unione europea (UE). Dall’altro lato, il mercato immobiliare residenziale è caratterizzato da un notevole surriscaldamento dei prezzi, dopo l’attuazione di una politica monetaria molto espansiva da parte della Banca nazionale svizzera (BNS) a seguito della crisi di Eurolandia (Rossi 2011, 2019).

Dall’inizio del ventunesimo secolo, infatti, l’economia svizzera ha aumentato il proprio grado di integrazione nell’economia globale, in particolare per quanto riguarda la libera circolazione dei lavoratori che provengono dai paesi membri dell’UE. L’accordo sulla libera circolazione delle persone tra l’UE e la Svizzera, entrato in vigore nel 2002, ha permesso alle imprese presenti nell’economia elvetica di assumere dei lavoratori che provengono dall’UE, riducendo in questo modo la pressione al rialzo sulle retribuzioni dei lavoratori residenti in Svizzera (Losa et al. 2012, Jenni 2019). La competitività delle imprese elvetiche ne ha perciò beneficiato in quanto molte di esse hanno potuto ridurre così i loro costi di produzione, ma a discapito delle spese di consumo di molti residenti, il cui salario è stato rivisto al ribasso a seguito della libera circolazione delle persone. Il mercato del lavoro svizzero è stato quindi ampiamente influenzato da queste dinamiche, che hanno generato una dicotomia su questo piano: da un lato, le imprese possono trarre vantaggio dalle competenze professionali dei lavoratori provenienti dall’UE, riducendo al contempo la remunerazione salariale di numerose persone appartenenti al ceto medio. Dall’altro lato, molti lavoratori residenti in Svizzera sono diventati (più) precari a causa della pressione al ribasso sui loro salari a seguito della libera circolazione delle persone, che ha fatto aumentare il numero di coloro che cercano una occupazione nell’economia elvetica. Questa precarizzazione della forza-lavoro ha inciso negativamente tanto sulle spese di consumo quanto sulla coesione sociale, riducendole entrambe evidentemente. La disoccupazione ha dunque subito un notevole aumento di origine strutturale, anche se una parte importante di essa sfugge alle statistiche ufficiali ed è perciò ignorata dai responsabili delle scelte di politica economica (Origoni e Losa 2009, Losa et al. 2014, Gonzalez et al. 2015, Stephani e Petrillo 2015).

Per quanto riguarda il mercato immobiliare svizzero, invece, esso è caratterizzato da un notevole surriscaldamento dei prezzi delle costruzioni residenziali (case e appartamenti) da quando è scoppiata la crisi finanziaria globale nell’autunno 2008. Gli investitori istituzionali (vale a dire le banche, le casse-pensioni e le assicurazioni) si sono orientati massicciamente verso questo mercato dopo che i rendimenti nei mercati finanziari sono crollati con l’esplosione della crisi nel 2008 e il conseguente aumento dei rischi su tali mercati. La politica dei tassi di interesse negativi praticata dalla BNS dal gennaio 2015 – allo scopo di ridurre la pressione al rialzo sul saggio di cambio del franco svizzero – ha in realtà spinto questi investitori, direttamente o indirettamente, ad aumentare i loro rischi nel mercato immobiliare, al fine di compensare i mancati rendimenti nei mercati finanziari. Questa strategia degli attori finanziari in Svizzera ha perciò causato un forte e rapido aumento dei prezzi nel mercato immobiliare residenziale, come illustra bene l’andamento dell’indice di bolla immobiliare che UBS pubblica trimestralmente (UBS 2021). In questo modo, un numero crescente di debitori ipotecari appartenenti al ceto medio rischia di non più riuscire a rifinanziare la propria ipoteca, a maggior ragione per coloro che perdono il posto di lavoro o che sono meno remunerati anche a seguito della crisi economica legata al Covid-19. In effetti, i problemi nel mercato del lavoro e nel mercato immobiliare residenziale sono ampiamente collegati nell’economia elvetica, dove l’apprezzamento del saggio di cambio del franco svizzero è stato usato da diversi dirigenti aziendali a mo’ di giustificazione per esercitare delle pressioni al ribasso sulla retribuzione di una parte rilevante dei loro collaboratori e per ridurre la forza-lavoro in numerose piccole o medie imprese in Svizzera – in particolare nei rami di attività legati all’esportazione (compresi i servizi turistici) e nel commercio al dettaglio, dove un numero rilevante di negozi continuano a soffrire per la forte concorrenza straniera, soprattutto nei cantoni di frontiera come il Ticino (Rossi 2011, 2019).

Questa situazione ha perdurato fino allo scoppio della crisi del Covid-19 all’inizio del 2020. A quel tempo, il lockdown di numerose attività economiche con la conseguente interruzione della catena di produzione in diversi rami di attività hanno amplificato i problemi dell’economia svizzera, rendendoli ancora più evidenti.

I problemi dell’economia svizzera durante la pandemia

Dalla seconda metà di marzo 2020, l’economia svizzera – similmente a quella di molti altri paesi avanzati sul piano economico – ha sofferto molto per l’interruzione (durante numerose settimane) delle attività in diversi rami economici. Questa interruzione ha colpito sia l’offerta sia la domanda di beni e servizi, causando una forte, repentina e inattesa riduzione degli utili delle imprese coinvolte direttamente o indirettamente dal lockdown. Questa situazione e le prospettive a medio termine da essa suscitate hanno indotto numerose imprese a ridurre l’occupazione e la massa salariale, esercitando così una pressione al ribasso sulle retribuzioni di svariate categorie di lavoratori, molti dei quali erano già confrontati con difficoltà finanziarie che si sono perciò acuite spesso in maniera drammatica.

Di fronte a questa situazione, la Confederazione ha deciso di versare delle indennità per lavoro ridotto alle imprese che lo richiedono, permettendo in questo modo ai lavoratori interessati di ricevere l’80% del loro stipendio durante il periodo di lockdown e fino a quando la situazione economica non sarà migliorata sufficientemente. Il governo federale elvetico ha pure deciso di garantire interamente con fondi pubblici i prestiti che le banche concederanno alle imprese fino a un importo di 500’000 franchi con un tasso di interesse nullo, offrendone la fideiussione nella misura dell’85% per i crediti superiori a questo importo, che dovranno essere remunerati con un tasso di interesse di 0,5%, permettendo così alle banche di ottenere dei ricavi e di ridurre i costi che le banche avrebbero dovuto sopportare nel caso di un notevole aumento del numero di fallimenti aziendali a seguito del lockdown. Per il settore bancario si tratta infatti di aiuti a fondo perduto se le banche non saranno rimborsate dalle imprese debitrici, mentre le imprese coinvolte dovranno restituire entro cinque anni l’importo del prestito (con una deroga di due anni per i casi di rigore), per il quale dovranno pagare un interesse sull’importo che supera i 500’000 franchi (Dipartimento federale delle finanze 2020). Dal canto loro, i lavoratori indipendenti hanno potuto chiedere delle indennità per perdita di guadagno nella misura in cui sono stati colpiti dal lockdown a seguito della pandemia. Queste indennità hanno lo scopo di limitare le perdite finanziarie di questi lavoratori, anche se le prospettive per molti di essi sono preoccupanti a causa del forte calo delle attività economiche durante la pandemia del Covid-19 e la conseguente diminuzione della capacità di acquisto delle persone appartenenti al ceto medio. Alle imprese che sono state obbligate a interrompere le loro attività per almeno 40 giorni, il Consiglio federale ha concesso degli aiuti a fondo perduto equivalenti al 20% della loro cifra d’affari – con un limite massimo di 750’000 franchi di aiuti da versare a ciascuna di queste imprese – durante il secondo lockdown (dal 22 dicembre 2020 al 28 febbraio 2021).

I rami di attività economica maggiormente colpiti dal lockdown sono quelli degli eventi (culturali, sportivi o ricreativi), dei servizi turistici, della ristorazione, dell’edilizia e del commercio al dettaglio, oltre alle attività di cura delle persone (parrucchieri, estetisti e così via). Durante le numerose settimane di chiusura forzata di queste attività (fatta esclusione dei negozi di prodotti alimentari), le imprese coinvolte hanno dovuto far fronte ai costi fissi (salari, affitti, leasing dei veicoli, assicurazioni varie) senza poter contare su delle risorse finanziarie provenienti dalla vendita dei loro beni o servizi. L’interruzione della catena di produzione per le imprese globalizzate (vale a dire che hanno i fornitori situati all’estero) ha confrontato molte di esse con notevoli difficoltà nel rispettare i termini di consegna dei loro prodotti pattuiti nelle ordinazioni firmate con le parti contraenti. Ciò ha contribuito – oltre al rincaro delle esportazioni elvetiche dovuto all’apprezzamento del saggio di cambio del franco svizzero a seguito della pandemia – a ridurre il volume di affari delle imprese situate in Svizzera, creando pure un rischio reputazionale dovuto a questi ritardi di consegna dei prodotti e soprattutto all’uso di materiali o prodotti semi-finiti provenienti dalla Cina (l’epicentro della pandemia da Covid-19).

D’altro canto, molti proprietari immobiliari sono stati confrontati con la difficoltà o la totale impossibilità di riscuotere l’affitto dei loro spazi commerciali a causa della interruzione delle attività economiche durante la pandemia. In diversi cantoni sono dovute intervenire le autorità per compensare una parte di questi mancati introiti, per la intera durata del lockdown. Le ripercussioni negative sulla capacità di acquisto, e perciò sulle spese di consumo, di una parte importante di questi proprietari immobiliari hanno contribuito alla contrazione del prodotto interno lordo elvetico nel 2020. L’occupazione e le finanze pubbliche ne hanno risentito negativamente, aggravando ulteriormente la situazione economica intrappolata ormai in un circolo vizioso.

L’economia svizzera dopo la pandemia: svolta o radicalizzazione?

La pandemia da Covid-19 ha messo in evidenza i problemi dell’economia svizzera, che sostanzialmente riguardano il mercato del lavoro, con chiare ripercussioni sulle spese di consumo della popolazione residente. Oltre al forte aumento della disoccupazione (che si nota solo parzialmente nelle statistiche ufficiali), molte persone occupate hanno visto ridursi la loro capacità di acquisto, perché i loro datori di lavoro hanno ridotto il grado di impiego e/o la remunerazione a seguito della crisi economica scoppiata all’inizio del 2020, o perché le indennità per lavoro ridotto percepite da queste persone corrispondono solo all’80% dello stipendio versato loro prima dello scoppio della pandemia. Il mercato del lavoro svizzero ha quindi subito una evidente radicalizzazione della propria situazione precedente la crisi. Ciò ha dato origine a un notevole aumento del numero di persone che hanno fatto ricorso all’assistenza sociale, soprattutto nei cantoni vicini alla frontiera (Ticino e Ginevra in primis), aumentando pure l’opera delle comunità di aiuto sociale (Caritas, per esempio) nelle principali città svizzere.

Tutto ciò ha evidentemente influenzato le finanze pubbliche, per quanto riguarda tanto le risorse fiscali quanto la spesa dello Stato. L’aumentato disavanzo pubblico porterà verosimilmente dapprima la Confederazione e dappoi numerosi Cantoni svizzeri a voler ritrovare rapidamente l’equilibrio finanziario dei propri conti, operando perciò dei tagli alla spesa pubblica, soprattutto laddove ci sono meno opposizioni da parte dei gruppi di pressione sul piano politico. Saranno perciò sacrificate le politiche sociali sull’altare del rigore finanziario, con tendenzialmente una ulteriore riduzione delle aliquote di imposta sugli utili delle persone giuridiche nel vano tentativo di indurre le imprese a investire in misura maggiore per sostenere l’insieme del sistema economico. In realtà, le imprese si orientano maggiormente verso i mercati finanziari, parcheggiandovi non solo gli utili ma anche i soldi presi a prestito dalle banche o dal mercato dei capitali, quando non si intravedono delle prospettive di guadagno nel mercato dei prodotti a seguito del calo o del ristagno della domanda su questo mercato. Anziché esserci una svolta, ci sarà così una radicalizzazione delle strategie aziendali nei prossimi anni. Ciò continuerà allora a sostenere le quotazioni dei titoli finanziari, che nella maggior parte dei casi non hanno alcun fondamento nelle attività economiche delle imprese che hanno emesso tali titoli. Questo scollamento tra l’economia “reale” e l’economia finanziaria sarà una ulteriore componente della radicalizzazione dell’economia elvetica, nel solco di quanto si nota già sia in Svizzera sia nel resto delle nazioni globalizzate sul piano economico. Per quanto riguarda il commercio internazionale, si intravede invece una svolta, seppur di lieve entità, in quanto alcune imprese in Svizzera intendono rilocalizzare in Europa o nella Confederazione elvetica una parte delle loro attività che prima dello scoppio della pandemia da Covid-19 svolgevano in Asia e in particolare in Cina. Questa svolta è data dall’interruzione della catena di produzione a seguito della pandemia e al conseguente rischio reputazionale. Due potrebbero essere allora le conseguenze positive di questa rilocalizzazione: da un lato ci saranno minori trasporti internazionali di merci, con un beneficio per l’ambiente grazie alla riduzione dell’inquinamento; dall’altro lato ci sarà una maggiore offerta di posti di lavoro, soprattutto per le occupazioni che necessitano di competenze medio-alte. Anche l’occupazione di lavoratori con competenze inferiori ne risulterà favorita nelle attività industriali che prima erano svolte all’estero e soprattutto nei paesi asiatici dove è scoppiata la pandemia da Covid-19. Verosimilmente si tratterà di un fenomeno transitorio, vale a dire che dopo alcuni anni dal termine della pandemia, un numero crescente di imprese torneranno a dislocare nuovamente una parte rilevante delle loro attività nei paesi dove i costi di produzione sono inferiori a quelli in Svizzera. Alcune imprese, sia nel ramo industriale sia in quello dei servizi, resteranno in questo paese perché avranno potuto osservare i vantaggi di svolgere le loro attività in Svizzera. Oltre alla fiscalità moderata sia per le imprese sia per i loro titolari e dirigenti, in questo paese i vantaggi competitivi sono numerosi e variegati. La Svizzera geograficamente si trova in una posizione centrale nel continente europeo, permettendo di raggiungere con facilità i principali mercati dell’UE (Germania, Francia e Italia), per i quali funge anche da mercato interessante per testare la vendita di beni o servizi in quanto sono presenti al proprio interno tre regioni linguistiche (tedesca, francese e italiana) dove le imprese che intendono vendere i loro prodotti nell’UE possono raccogliere delle informazioni utili a penetrare i suddetti mercati principali nella zona euro. Inoltre, la capacità di acquisto dei consumatori in Svizzera è relativamente maggiore di quella nel resto d’Europa: svariate imprese europee hanno perciò interesse a essere presenti nel mercato elvetico, dove non mancano le occasioni di fusioni e acquisizioni aziendali che offrono delle prospettive di guadagno interessanti, grazie anche alla disponibilità di personale altamente qualificato e di un sistema accademico di punta anche per quanto riguarda le attività di ricerca e di sviluppo con la collaborazione di svariate aziende di varie dimensioni – a volte riunite in un cluster come nel ramo orologiero e nell’industria chimico-farmaceutica (Rossi e Vallet 2017).

Sul piano delle finanze pubbliche la situazione dopo la pandemia potrebbe fare apparire una radicalizzazione delle scelte di politica economica volte al risparmio e all’equilibrio finanziario a prescindere dalla tipologia della spesa pubblica. La spesa corrente e quella per gli investimenti del settore pubblico, in realtà, dovrebbero sempre essere separate in quanto i loro beneficiari sono ampiamente distinti: la spesa corrente riguarda il denaro che lo Stato spende per soddisfare i bisogni della popolazione durante l’anno in corso (per esempio, per gli stipendi dei funzionari della pubblica amministrazione, per l’uso delle tecnologie informatiche che fanno da supporto alle attività del settore pubblico, e per il disbrigo delle pratiche amministrative di questo settore); gli investimenti pubblici, invece, soddisfano i bisogni di diverse generazioni fiscali, vale a dire che ne beneficiano non soltanto i contribuenti dell’anno durante il quale questi investimenti vengono svolti, ma anche i contribuenti negli anni seguenti fin quando l’investimento permette di offrire dei beni o servizi pubblici alla popolazione (per fare un esempio rilevante ai tempi della pandemia, si pensi alla costruzione di un ospedale pubblico o al suo rinnovamento per offrire le più moderne ed efficaci terapie). Per questo motivo, l’equilibrio tra la spesa e le risorse del settore pubblico (a qualsiasi livello di governo) deve essere rispettato per quanto riguarda la spesa corrente, dato che i beneficiari di questa spesa sono soltanto i contribuenti dell’anno corrente – le cui imposte, perciò, devono bastare per finanziare interamente la suddetta spesa. Gli investimenti pubblici, invece, devono essere esclusi dall’equilibrio finanziario annuale, perché nel caso contrario sarebbero posti a carico soltanto della generazione fiscale dell’anno corrente, che però non è la sola a trarne un beneficio. Dato che sono anche le generazioni fiscali future a beneficiarne, il conto che registra gli investimenti pubblici non deve essere equilibrato a fine anno con le risorse fiscali di quest’anno, ma deve essere in disavanzo, ossia deve essere finanziato tramite l’indebitamento dello Stato. Facendo pagare l’interesse e l’ammortamento annuale alla generazione fiscale corrente, tramite le loro imposte, si potrà così rispettare la “regola d’oro” delle finanze pubbliche, assicurando quindi l’equità fiscale intergenerazionale come indica il principio pay as you use (Buchanan 1958, Dafflon 1996).

Conclusione

In questo capitolo abbiamo riassunto la situazione in cui si trovava l’economia svizzera allo scoppio della pandemia da Covid-19, per illustrarne poi i maggiori sconvolgimenti a seguito di questa crisi. I vantaggi di posizione dell’economia elvetica si sono in parte rafforzati e d’altra parte si sono mantenuti a livello globale, come testimoniato dal tendenziale apprezzamento del saggio di cambio del franco svizzero dopo lo scoppio di questa prima pandemia della globalizzazione economica. I problemi di cui già soffriva l’economia svizzera prima di questa pandemia, ossia le difficoltà nel mercato del lavoro per quanto riguarda sia l’occupazione sia la remunerazione di varie categorie di persone, si sono acuiti, spesso a livelli drammatici, per numerosi lavoratori appartenenti al ceto medio, riducendo perciò le spese di consumo nell’economia nazionale e, da qui, anche i volumi di attività delle imprese e il commercio internazionale. Tutto ciò ha comportato anche un notevole calo degli investimenti aziendali nel sistema produttivo, dirottando i profitti delle imprese verso i mercati finanziari alla ricerca di rendimenti che consentano loro di compensare almeno in parte i mancati guadagni nel mercato dei prodotti. Ciò ha fatto aumentare la fragilità finanziaria dell’intero sistema economico, aumentando il già notevole scollamento tra l’economia “reale” e la finanza di mercato. Una parte notevole dei capitali è infatti stata investita nel mercato immobiliare, soprattutto dagli investitori istituzionali che sono gravati dall’introduzione di un tasso di interesse negativo da parte della BN – il cui effetto atteso sul saggio di cambio del franco svizzero è assai debole e in ogni caso insufficiente per rilanciare le attività economiche in Svizzera. La politica economica della Confederazione e dei Cantoni ha parzialmente sorretto il sistema-paese sul piano economico, ma molte risorse finanziarie dello Stato sono state usate in modo inefficiente perché hanno trascurato di sostenere la domanda nel mercato dei prodotti, privilegiando l’offerta in base alla famosa Legge di Say (secondo cui “l’offerta crea la domanda” nel mercato dei beni e dei servizi – ciò che si rivela essere una pia illusione quando le imprese temono di non riuscire a vendere la totalità della loro produzione e quindi non investono per produrre maggiormente).

L’economia svizzera dopo la pandemia sarà perciò caratterizzata dalla radicalizzazione delle scelte aziendali e delle autorità di politica economica: le prime si orienteranno più che nel passato verso i mercati finanziari, nel tentativo (non privo di rischi incalcolabili) di guadagnare su questi mercati quanto non riescono a ricavare nel mercato dei prodotti; le seconde si adopereranno per imporre delle misure di austerità alle finanze pubbliche a salvaguardia di un equilibrio finanziario che non permetterà di soddisfare i bisogni della popolazione per quanto riguarda i servizi pubblici e che in fin dei conti sarà impossibile raggiungere, a causa delle conseguenze macroeconomiche negative dei tagli alla spesa pubblica – a maggior ragione se vi saranno ulteriori sgravi fiscali tramite, per esempio, una riduzione delle aliquote di imposta sugli utili delle persone giuridiche (che poco o nulla potranno fare per indurre le imprese a investire per creare occupazione e reddito nazionale fintanto che la situazione e le prospettive nel mercato dei prodotti saranno di carattere negativo).

Continuando su questa traiettoria, l’economia svizzera si ritroverà, tra un decennio, in una situazione molto simile a quella in cui si trova ora il sistema economico dell’UE e in particolare quello della zona euro, caratterizzato da una disoccupazione involontaria molto elevata (e solo in parte identificata dalle statistiche ufficiali), da un ristagno delle spese di consumo e, perciò, da una debolezza strutturale degli investimenti aziendali. Il commercio internazionale non potrà compensare queste lacune, che andranno a pesare, in un modo o nell’altro, sulle finanze pubbliche e, da qui, sulla coesione nazionale, che è già molto indebolita dopo oltre trent’anni di neoliberismo sfrenato a discapito del bene comune.

Riferimenti bibliografici
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  • Dipartimento federale delle finanze, 2021, Piazza finanziaria svizzera: indicatori aprile 2021, Berna, Dipartimento federale delle finanze.
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  • Rossi, S., 2011, L’eurocrisi vista da Berna, Limes: Rivista italiana di geopolitica, III, 3, 133-143.
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  • Schär, M., Schwarz, G., 2012, Le pays le plus industrialisé à l’échelle mondiale, Avenir Suisse (consultato il 31 luglio 2020).
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  • UBS, 2021, Swiss real estate bubble index (consultato il 30 aprile 2021).


Sergio Rossi – E dopo il Covid ci mancava la guerra

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Questa intervista fa riferimento al nostro articolo Economia svizzera durante e dopo il Covid
Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


La fine di un’illusione

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Rischiamo di naufragare in un mare di articoli su Ucraina Putin Nato Ue gas petrolio grano e clima. E anch’io mi naufrago, agganciandomi all’insegna di questo sito: la prima condizione per salvarsi da un naufragio non è saper nuotare, ma volersi salvare. Come salvarsi?

Sembrava volercelo suggerire il presidente ucraino Zelensky, che si si fa applaudire da tutti i senatori americani scattati in piedi, quando annuncia: ”La libertà è più importante del profitto”.

Lui certamente sincero, lo stava sperimentando sulla sua pelle e quella del suo popolo. Per gli altri, molti, forse troppi, allevati con il profitto e difensori del profitto, o era lecita ammissione dopo raggiunta profittevole sistemazione oppure facile accondiscendenza perché a nessuno è mai venuto in mente di opporre libertà a… profitto.

Poi, scendi alla realtà quotidiana, curiosando là dove il profitto maggiormente si manifesta, e t’accorgi di un’altra possibile massima: è proprio quando la libertà diventa più importante del profitto, che il profitto, quasi omeopaticamente, sa scatenarsi. Facciamo un esempio, scelto a caso, neppure tra i maggiori possibili. Thales (che prende il nome dal filosofo e matematico greco Talete!) è un gruppo, leader mondiale dell’elettronica specializzata nell’aerospaziale, nella difesa, nella sicurezza e nelle modalità di trasporto terrestre. È presente anche in Svizzera (ci dice, in inglese: “aiutiamo l’esercito svizzero a ottenere e conservare la sua superiorità tattica e la sua indipendenza strategica contro ogni forma di minaccia”). Il titolo del gruppo è aumentato in poco tempo del 50 per cento, le trattazioni quotidiane sono lievitate; ci si attende, anche per l’attuale rafforzamento militare dell’Europa e per i contratti già moltiplicatisi, un raddoppio certo (ci dice un analista).

Non è quindi lecito dedurre che si ricorre anche alla difesa della libertà (rivestita di sicurezza) per generare maggior profitto, o che l’armamento è sempre stato un metodo per suffragare un’economia in difficoltà, o che c’è un antagonismo sistematico tra libertà e profitto, e che è da lì che scaturiscono tutti i mali che poi ci fanno naufragare?

Il profitto è il perno del capitalismo (Max Weber indicava la peculiarità del capitalismo nel calcolo razionale del profitto). Tra le grandi illusioni vendute a buon mercato, soprattutto dopo il crollo del muro di Berlino trent’anni fa, un muro che separava due organizzazioni societarie distinte (comunismo / capitalismo) oppure con la fine dell’Unione sovietica, c’è stata quella non solo di dare il capitalismo vincente (contro il comunismo), sistema senza alternativa, ma quella di farci credere che il capitalismo e l’economia di mercato avrebbero portato con sé la libertà, la democrazia, la pace. Ed era quindi da esportare, anche con le armi. Oppure, in termini pratici, che lo spirito della libera iniziativa, mosso dalla ricerca del profitto, era la migliore e unica garanzia per una completa libertà. Oggi, con quanto sta capitando e con le conseguenze, anche economiche, che tutti subiamo, non c’è più nessun dubbio che la Russia è fortemente imbrigliata nel capitalismo mondiale, tanto da condizionarci tutti, così come lo sono d’altronde anche altri regimi dittatoriali. Oggi, mediante l’orrore della guerra in Europa, dobbiamo constatare che l’economia di mercato e la dottrina capitalistica si sono adeguati con una efficacia impressionante ai regimi totalitari.

È quindi anche la fine di una grande illusione. Che facciamo fatica ad ammettere o di cui nessuno vuol parlare, forse perché mette in discussione noi stessi, il nostro modo di vita, il nostro capitalismo.

O forse perché il capitalismo è diventato, paradossalmente, un modello mondiale unico, grazie anche alla globalizzazione. Che sta però sviluppando in sé stesso, sia nella maniera libertaria sia in quella autoritaria, i suoi elementi distruttivi (basterebbe pensare al clima, allo sfruttamento della natura, al limite o alla fine delle risorse naturali) ed anche, sempre più, autodistruttivi: basterebbe pensare all’antagonismo tra libertà e libertà di mercato, tra libertà e liberà di scambio, tra libertà e profitto, all’iniqua ripartizione delle ricchezze, alle ineguaglianze inabissali anche nei paesi cosiddetti liberali, alla libertà d’espressione oggetto ovunque di una concentrazione-capitalistica senza precedenti dei media e dei mezzi di informazione, alla sconnessione assurda tra finanza e bisogni dell’economia reale, alla deregolamentazione pressoché totale del settore finanziario con la creazione di zone senza nessun controllo, ma in completa legalità e permissività collettiva, come ad esempio le criptomonete, i paradisi o le isole per i quali non ci sono sanzioni che tengano e dove continuano a trovarsi in compagnia e in barba a tutti i miliardari russi, cinesi, americani, europei e fors’anche qualche svizzero.

Ed è tutto questo bailamme di incongruenze, tensioni, antagonismi, che sta portando ad un capitalismo contro l’altro armato, tanto da chiamare in causa anche il “profitto nucleare”, forse di chi arriva primo. E c’è da scommettere ormai più sui tempi dell’umanità che su quelli del pianeta Terra.


Macron in testa ma partita aperta

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Non c’è stato il temuto pareggio, non c’è stato il brivido pronosticato dagli ultimissimi sondaggi per il primo turno delle presidenziali francesi. Ed è un sollievo. Emmanuel Macron stacca di cinque punti Marine Le Pen. Probabilmente un biglietto per potersi confermare presidente. Certo, il ballottaggio del 24 aprile rimane aperto, dipenderà dalle scelte degli elettori che ieri non si sono affidati ai due duellanti finali. Si vedrà se la signora dell’estrema destra potrà rovesciare la situazione o se non riuscirà ad evitare una sconfitta che le toglierebbe ogni altra futura ambizione presidenziale. Una campagna elettorale anomala, stanca, di dolente apatia, che un sondaggista aveva per questo definito “Tefal” (dal nome di una pentola anti-aderente) ha così riproposto lo scenario di cinque anni fa, e forse lo stesso esito. Fu proprio Macron, con la sua vittoria nella primavera 2017, a terremotare il paesaggio politico francese, a far esplodere il bipartitismo, pescando suffragi soprattutto nei due partiti storici che si erano alternati al potere per oltre sessant’anni, eredi del generale e di Mitterrand, destra moderata e socialisti; che oggi confermano il rispettivo declino, la loro marginalizzazione. L’inquilino dell’Eliseo ha attraversato un quinquennio ricco di insidie, dovute anche ad un temperamento che non ha mai saputo scaldare i cuori: arrogante, troppo sicuro di sé, ‘presidente dei ricchi’ per le sue riforme fiscali, deciso a procedere con riforme non popolari, soprattutto quella della riforma del pensionamento da portare da 62 a 65 anni. Il bilancio non è stato comunque negativo, anche in termini economici. Ma, soprattutto, Macron ha beneficiato prima di una gestione abbastanza condivisa dell’emergenza sanitaria, poi dalla sua immagine di statista impegnato nella tragica crisi ucraina, imponendosi come il più attivo e credibile fra i leader europei che hanno tentato l’impossibile dialogo con Putin. Basterà?

Il neo-zar, che ha voluto una guerra carica di drammatiche conseguenze anche per l’economia internazionale, era il convitato di pietra del voto, imbarazzante per chi lo aveva tanto elogiato e corteggiato, come nel caso di Marine le Pen, che dopo essersi fatta finanziare da una banca russa la precedente campagna elettorale, stavolta si era rivolta a una banca d’Ungheria, il paese di Viktor Orbán, l’illiberale d’Ovest più vicino al Cremlino. La leader del Rassemblement National, ex Fronte nazionale, ne ha pagato il prezzo, anche se in misura minore del previsto. Non ha perso il suo elettorato operaio, ha coltivato il trittico ‘islam-immigrazione-sicurezza’, ha insistito sul mantra del ‘potere d’acquisto’, principale preoccupazione dei francesi oggi. Ha migliorato il suo score, continuando nell’opera di ‘dédiabolisation’ del partito fondato dal padre, e approfittando di un concorrente come Zemmour, lo xenofobo e manipolatore della storia, così estremo da aiutarla nella costruzione della sua nuova immagine di candidata ‘accettabile’. Ma è difficile che il recupero dei voti di Zemmour (fermo all’8 per cento dei suffragi) e di altri schieramenti sconfitti possano aprire a Marine le Pen la porta dell’Eliseo. Soprattutto, dalle prime reazioni, da Mélenchon (sinistra radicale, ottimo 20 per cento) alla Pécresse (la ‘Thatcher francese’ che lascia i post-gollisti prigionieri della palude degli ultimi anni), sembra che Macron potrà ancora beneficiare della cosiddetta ‘discipline républicaine’, che sbarra la strada all’estrema destra razzista, sovranista, autoritaria e anti-europeista. Tira dunque un provvisorio sospiro di sollievo anche l’Europa. Ma la regola del doppio turno lascia margini di incertezza, ed è meglio continuare ad incrociare le dita.

Scritto per laRegione


Massimo Nava – Un vantaggio con troppe incognite

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Massimo Nava è corrispondente da Parigi e analista politico del Corriere della Sera


Un filo sempre più sottile

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