Fibrillazione in casa PS

Tra programmi velleitari o inesistenti, alleanze indesiderate e cerchio magico 

Un mese fa si poteva dire che c’era “maretta in casa PS”, oggi si dovrebbe dire che “c’è un po’ di fibrillazione”. Da un lato, nelle ultime due settimane, due interviste ravvicinate (una su “La Domenica”, un’altra su “La Regione” quattro giorni dopo), dall’altro un secco e rapidissimo diniego  ad una proposta di unità del MPS. 

Cominciamo da quest’ultima vicenda. Come ha già scritto Enrico Lombardi pochi giorni or sono, il PS ha rinviato al mittente una proposta articolata che l’MPS aveva per altro già annunciato con un articolo di Giuseppe Sergi il 16 febbraio scorso -parola più, parola meno- e ribadita qui, il 27 luglio, da un’intervista a Matteo Pronzini. 

Ora, si sa che l’MPS è uso a questo tipo di provocazioni, ma la co-presidente del PS che ha risposto avrebbe forse anche potuto aggiungere qualche riflessione: ad esempio dicendo che l’analisi che l’MPS fa della situazione non è poi proprio peregrina, che i temi che esso solleva e i problemi del Paese che sono sul tavolo della sinistra non sono così inventati. Oppure avrebbe potuto rispondere che il PS non ha aspettato l’MPS per essere in chiaro sui temi che si dovranno affrontare in un futuro immediato ed in particolare con le prossime elezioni cantonali (ciò che corrisponde alla realtà). 

Avrebbe anche potuto aggiungere che la proposta di lista unica per Gran Consiglio e Consiglio di Stato avrebbe un senso se fosse supportata da un programma comune preciso, concreto, proponibile al Paese. E la proposta del MPS, se è certamente considerabile per quanto riguarda l’analisi, è velleitaria e donchisciottesca quando afferma che il “periodo”  è “propizio per un cambio di paradigma”, che siamo come non mai in un momento di “rottura con il capitale”, che occorrono “opposizione e resistenza  di fronte alla crisi economica e sociale”, che occorrono inoltre “misure che permettano di controllare il mercato e le condizioni di lavoro”, o di controbattere “la logica del riarmo” e, già che ci siamo, i “venti di guerra” e le “discriminazioni di ogni genere”.  

Ed è talmente declamatoria, che non contiene un solo argomento che possa essere trasformato in proposta o in azione serie, comprensibili, concrete, e soprattutto realizzabili nei prossimi dieci o venti anni. Si evocano questioni che il PS e il PSS conoscono benissimo e affrontano da sempre, sin  dalle loro origini, utilizzando i mezzi che sono dati agli individui e ai partiti in questo Stato, dentro queste Istituzioni. In questo contesto l’opposizione (così cara al MPS), sia essa parlamentare o in un legislativo, ha  un senso solo se i numeri le sono favorevoli. E oggi quei numeri sono spietati nei confronti della sinistra: in un Paese come il nostro, nel quale i media sono sostanzialmente controllati dalla destra e lottano per un poco di libertà, l’opposizione totale sarebbe un suicidio, e la Svizzera cadrebbe ancora più a destra di quanto già non lo sia.  Il velleitarismo del MPS sembra più aria fritta che arrosto, a meno che esso voglia cambiare la costituzione o contare su un sollevamento popolare: auguri! 

Parallelamente non si può dire che, finora, il PS abbia avanzato proposte concrete, pratiche, politicamente sostenibili per ognuno dei numerosi problemi che affliggono buona parte della popolazione.

E qui torniamo alla prima vicenda, quella delle interviste e, c’è da scommetterci, degli articoli che verranno. Nelle parole di Werner Carobbio, in quelle di Riget e di Sirica si leggono soprattutto preoccupazione per una situazione che non è chiara e che rischia di esserlo sempre meno nelle prossime settimane. E questo perché si disquisisce sulle candidatura piuttosto che sul cosa si intende fare, e forse non tutti nel partito la pensano così. C’è probabilmente anche chi pensa che, prima di indicare una persona, o due, o cinque, bisognerebbe sapere cosa si chiederà a quella o a quelle persone una volta elette. Sembra essere una evidenza, ma forse non lo è. In un partito democratico -e a maggior ragione socialista- si dovrebbe chiedere ad ognuno degli interessati ad una candidatura di presentare propri suggerimenti per un programma, e di integrarli in una riflessione comune nel partito e poi, e soltanto poi, decidere quali candidati presentare al Congresso. 

Per ora, stando a quanto si legge, si sta facendo e dicendo il contrario. Parrebbe che i candidati per ora non siano numerosi, ma ci sono. Altri possono essere trovati e convinti ad affrontare le elezioni: nel PS ci sono sicuramente donne e uomini capaci di assumere un incarico in Consiglio di Stato (anche perché, con un partito solido alle spalle, quel lavoro potrebbe essere notevolmente supportato e agevolato).

Purtroppo per la sinistra e per i progressisti, ciò che si sta facendo in queste settimane è invece una operazione del tipo “salvate il soldato Ryan”. Si vuole diffondere nel partito e nel Paese l’idea secondo la quale vi sarebbe una sola persona in grado di garantire un seggio in Consiglio di  Stato al PS, che quella persona ci sta pensando, e così via. È un vecchio giochino ben noto (che potrebbe anche non funzionare più): tu fai finta di avere bisogno di me e io ti rispondo che, seppure a malincuore, mi sacrifico per te. 

È il giochino del cerchio magico del PS, che ha cominciato a funzionare nel 1975, quando fu “lasciato a casa” Pietro Martinelli, che avrebbe dovuto andare a Berna, per mandarci invece Carobbio, in nome del “bene del partito”. Poi, in anni successivi, il Consigliere Nazionale si “sacrifica ancora per il partito” e resta a Berna per 24 (ventiquattro) anni. In casa socialista, e in quella della famiglia che pare sempre destinato a rappresentarlo, le cose sembrano andare spesso così: si occupa un seggio in Gran Consiglio nel 1991, poi due nel 1995, nel 1999 e nel 2003,  poi uno solo nel 2007, ma perché  in quell’anno si va a Berna, al Nazionale, fino al 2019, per poi tornarci in altra veste dopo quell’anno. 

Ora il “cerchio magico” vorrebbe sfuggire ad una sconfitta, che crede oramai annunciata, con un salterello in avanti, verso il Consiglio di Stato, per altri 12 anni, e sempre sacrificandosi per il partito.  Poi è già stato fatto (ufficialmente, sui giornali) il nome di chi occuperà il posto in Consiglio di Stato nel  2036 (perché oggi è “ancora un po’ giovane”) e per altri 12 anni. Il cerchio magico avrà così governato e occupato i posti istituzionali fondamentali dei socialisti dal 1975 al 2047: la bellezza di 72 (settantadue) anni. Campioni del mondo. 

Avete detto programma?

Nell’immagine: una delle pochissime fotografie di Werner Carobbio disponibili online (da parlament.ch)


Afghanistan: un anno coi mullah

Tra programmi velleitari o inesistenti, alleanze indesiderate e cerchio magico 

I talebani avevano fissato all’11 settembre del 2021 la data dell’insediamento del loro governo. Una palese provocazione, un truce sberleffo politico che aveva siglato la fine del ventennio americano e l’inizio di una nuova era, molto simile nelle intenzioni a quella apertasi nel 1996 e interrotta cinque anni più tardi dai bombardamenti americani. Un anno dopo, Joe Biden sembra aver voluto prendersi una rivincita altamente simbolica, celebrando con due missili l’anniversario della presa del potere degli “studenti coranici”.

Nella sala dei trofei della Casa Bianca, accanto a quelli di Osama Bin Laden (Barack Obama) del capo dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi (Donald Trump) il presidente può ora esibire il volto del settantunenne egiziano Ayman al-Zawahiri e rivendicare il merito della sua eliminazione. Il “most wanted” al mondo, forse l’uomo che più di tutti ha impersonato la storia recente dell’islamismo radicale e del terrorismo jihadista è stato ucciso (pare) da due razzi aria-terra, senza carica esplosiva ma con delle lame che si aprono in prossimità del bersaglio, mentre si trovava sul balcone di uno stabile abitativo in pieno centro di Kabul, nel quartiere di Sharpur dove vi è un’alta concentrazione di dignitari del regime.

Il ricorso a missili del tipo R9x “Ninja” (già utilizzati in Siria contro l’Isis) mirava apparentemente a non creare quei danni collaterali che hanno in parte contribuito ad alienare presso parte della popolazione non poche simpatie per la presenza militare statunitense. Operazione che secondo diverse fonti è stato preparata a lungo (due mesi) e gestita dalla Cia e non dal Pentagono (che era contrario al ritiro delle truppe dall’Afghanistan).

Al-Zawahiri è innanzitutto il fondatore di Al Qaeda assieme a Osama Bin Laden: l’organizzazione terroristica nacque proprio in Afghanistan durante l’occupazione sovietica. La lotta agli infedeli che avevano osato metter piede in terra musulmana (Dar al-Islam) aveva attirato numerosi jihadisti dal mondo arabo. Influenzato spiritualmente da Sayyed Qutb, il leader dei Fratelli Musulmani giustiziato nel 1966 dal presidente egiziano Gamal Abd al-Nasser, al-Zawahiri è stato il teorico di riferimento del jihad globale: ritroviamo il suo nome dietro innumerevoli atti di terrore, da quello che uccise il successore di Nasser, Anwar Sadat nel 1981 al massacro all’ambasciata egiziana di Islamabad nel 1995 (16 morti), dagli attentati antiamericani in Somalia, Kenya e Tanzania (oltre 200 morti) fino agli attacchi contro il Pentagono e il World Trade Center del 2001.

L’ “assassino implacabile” secondo l’epiteto di Joe Biden non potrà più ideare azioni di terrore, ma non pochi analisti considerano che in realtà negli ultimi anni avesse assunto un ruolo marginale. La cifra politica più significativa è da leggere nel fatto che fosse ospitato a Kabul, malgrado gli impegni che i talebani si erano assunti con gli accordi di Doha del 2020: gli americani lasciavano libero il campo alle forze in guerra in Afghanistan, in cambio i loro nemici si impegnavano a non più ospitare e sostenere mujaheddin della galassia terroristica, in particolare i tradizionali alleati di Al Qaeda.

Che al-Zawahiri avesse alleati nel regime teocratico non è un mistero e non è probabilmente un caso che vivesse proprio nell’appartamento di un collaboratore di Serajuddin Haqqani, ministro degli interni e capo dell’omonima rete terroristica. L’analisi di diversi esperti (dal New Times a Affari Internazionali) e del ministro degli esteri americano Antony Blinken, avvalorano la tesi del tradimento degli accordi di Doha. Rimane da capire, ma forse mai lo sapremo, se non vi è un’altra lettura possibile, speculare, antitetica: al-Zawahiri consegnato a Washington in cambio di un futura normalizzazione dei rapporti economici, politici, diplomatici (nessuno Stato al momento riconosce la legittimità del governo talebano). Anche perché il Paese, in mano a una classe dirigente a digiuno di politica e di gestione amministrativa, finanziaria, sociale, educativa, ma imbottita di retorica religiosa, è esangue.

Un anno più tardi: tra derive e rimpianti

Non sono in pochi a confidarci a Kabul e in provincia, che prima “si stava meglio”. Molto meglio. L’ Afghanistan beneficia indubbiamente oggi di maggior sicurezza: dopo 43 anni di guerra (iniziata con l’invasione sovietica del 1979 e che ha conosciuto i momenti più devastanti nel conflitto tra diverse fazioni di Mujaheddin tra il 1992 e il 1996) le armi più o meno tacciono, anche semplicemente perché la guerriglia talebana che seminava il terrore a suon di bombe e attentati, è al potere. Vi sono ancora regolari attacchi a moschee sciite, scuole e mercati attributi dal governo all’Isis (un migliaio di morti in gran parte registrati nella provincia del Khorasan), ma nulla in confronto a quanto la popolazione era costretta a vivere prima del 15 agosto 2021.

La maggior sicurezza è tuttavia l’unico aspetto in cui il Paese ha conosciuto un progresso. L’economia, che dipendeva nella misura del 75% dagli aiuti esteri, è allo stremo. La Banca Mondiale ha tagliato gran parte dei due miliardi di dollari che transitavano dall’Afghanistan Reconstruction Trust Fund necessari a pagare operatori sanitari, docenti e altri funzionari, la comunità finanziaria ha revocato le credenziali che consentivano alla Banca Centrale afghana di interagire col sistema bancario internazionale, mentre gli Usa hanno congelato i 7 miliardi depositati alla Federal Reserve dalla stessa Banca Centrale afghana. Nei mercati di Kabul e anche in provincia in realtà si trova di tutto: carne, frutta, cereali, vestiti, ma il potere d’acquisto è crollato e l’inflazione è esplosa. Oltre un milione di persone ha perso il lavoro sia a causa della chiusura di ambasciate, organizzazioni internazionali, Ong, sia per i massicci licenziamenti messi in atto dall’Emirato islamico contro persone che si erano compromesse con la Repubblica democratica.

Come Ahmed che abbiamo incontrato in un quartiere misero della capitale avvolto dai miasmi insopportabili delle fogne a cielo aperto: 6 figli, fino a un anno fa faceva le pulizie degli uffici governativi, è stato licenziato e la casa gli è crollata qualche settimana fa in seguito a un forte temporale. Con la moglie e i bimbi è costretto a vivere in una stanza; per i servizi igienici deve rivolgersi ai vicini. Futuro cupo per tanti, tantissimi: nella famiglia di Habiba, una ragazzina di etnia Hazara rimasta ferita poco più di un anno fa in un attentato alla sua scuola (in cui persero la vita quasi 100 sua compagne), nessuno lavora più. Il padre è gravemente malato, la sorella maggiore paga lo scotto di essere donna, i tre fratelli lavoravano per la polizia e per una organizzazione non governativa. Ora passano le giornate a cercare di raggranellare qualche afghani scaricando e caricando merce dai camion nei mercati e depositi della capitale.

Il rimpianto di un passato fatto di difficoltà ma anche di speranze e sogni è forte e quasi unanime soprattutto tra le donne ridotte oggi in situazione vicina alla schiavitù. La stessa Habiba non ha più accesso al sistema scolastico dove eccelleva: ha 13 anni e le porte della scuola secondaria (corrispondente alle scuole medie e medie-superiori) le sono sbarrate. Nessuna ragazza può frequentare le scuole se ha più di dodici anni, per decisione (che suscita qualche perplessità pure tra i talebani) del leader supremo Halibatullah Akhunzada. La situazione scolastica appare drammatica quanto paradossale e riflette l’ossessione del regime per la segregazione sessuale. Le bimbe possono frequentare la scuola elementare, poi alla pubertà devono stare chiuse in casa. In teoria potrebbero, accompagnate da marito, padre o fratello, seguire corsi universitari ma solo in aule separate dai maschi e con docenti donne.

Quella contro le donne è una guerra a tutto campo: obbligo di coprirsi il volto (con il burqa che gli afghani chiamano tchadri, o il niqab), di uscire e viaggiare unicamente se accompagnate da un uomo, divieto professionale in innumerevoli settori, ristoranti, parchi, zoo, aree di svago off limits ecc. Una lunga lista di soprusi, un ritorno al passato anche se con modalità meno drastiche e spietate rispetto al quinquennio 1996-2001. Hasimi Nasiri, coraggiosa attivista ci confida: “tutto si è fermato il 15 agosto dello scorso anno. Noi donne abbiamo perso 20 anni di progressi, nell’educazione, nel lavoro, nelle famiglie: tutto è andato perso”. Un grido disperato per una realtà che colpisce con brutalità: le donne sono diventate invisibili, scomparse o quasi. C’è chi resiste ad esempio mostrando il volto, ma rischia poi di pagare un prezzo elevato per la sfrontatezza. Non è un caso che i leader di oggi siano gli stessi di ieri, anche se una nuova generazione di talebani e l’evoluzione tecnologica rendono la dittatura religiosa più porosa.

Così se la musica, i film, le serie tv sono vietati, abbiamo visto numerosi giovani, donne e uomini, scaricarli sullo smartphone o acquistarli al mercato nero nelle innumerevoli bancarelle lungo le strade di Kabul. Indubbiamente i nuovi padroni del Paese tengono a curare la propria immagine e i giornalisti stranieri hanno importanti margini di libertà (seppur con la messa in guardia al momento dell’accredito: “a condizione di rispettare la Sharia e di fornire le fonti delle informazioni che possono danneggiare il governo”). Ma vi è una realtà nascosta atroce e diffusa che in particolare le organizzazioni per i diritti umani (come l’Unama, l’agenza dell’Onu per l’Afghanistan, Amnesty International o Human Rights Watch) sono in grado di documentare: sparizioni, detenzioni arbitrarie, torture.

In realtà, sottolinea il professor Michael Barry, uno dei maggiori conoscitori della storia e della cultura afghane, l’ideologia dei talebani si apparenta a quella fascista: la loro etnia pashtun, rivendica una supremazia razziale che si aggiunge a quella di genere e di credo religioso. Ficcati nella memoria degli hazara (sciiti) i massacri perpetrati un quarto di secolo fa quando a Mazar e Sharif, nel nord, in pratica tutti gli appartenenti a questa etnia furono trucidati.

Le radici dell’estremismo talebano

I pashtun come razza superiore. Non è un caso che la leadership del paese, anche nei periodi di democrazia e di uno Stato più o meno secolare, sia sempre stata nelle loro mani. Se il fondamentalismo estremista di Al Qaeda è di matrice araba e si iscrive nell’ortodossia della corrente hanbalita del sunnismo (la stessa alla quale attinge il Wahabismo saudita) che si basa sul comportamento e pensiero immutabile delle origini dell’Islam (il salafismo), i talebani affondano il loro credo (pure sunnita, ma legato alla scuola Deobandi, che aveva promosso l’emancipazione dai britannici nel subcontinente indiano) in un sincretismo con le forme tradizionali più reazionare dell’islam e dell’induismo (ciò che spiega in buona parte il loro disprezzo per le donne) dove i “sadat” sostituiscono i brahmani come presunti discendenti del profeta e dove una concezione classista (casta) regola l’ordine sociale (etnie superiori e inferiori).

A differenza degli amici di Al Qaeda o dei nemici dello Stato islamico (Isis), il movimento talebano è intrinsecamente nazionalista. Il suo non è un jihad da esportazione. Gli infedeli “kafir” li combatte unicamente nel territorio nazionale. L’emirato rimane confinato nel territorio afghano. Questo era l’impegno degli accordi di Doha. E se vengono rispettati, il futuro del Paese non sarà sicuramente più oggetto di grande interesse internazionale. D’altra parte, neanche agli americani il futuro del Paese ha mai suscitato interesse. La “tomba degli imperi”, se non tracima per terrorismo interposto, con le sue sopraffazioni e violazioni dei diritti umani potrà così sparire dal proscenio delle nostra storia.


Le buone relazioni

Tra programmi velleitari o inesistenti, alleanze indesiderate e cerchio magico 

Di Giuliano Cazzola, Linkiesta

Nei giorni scorsi le cronache si sono gettate, a mio parere, su di una “non notizia”: lo scoop della Stampa. Che Matteo Salvini abbia intrattenuto rapporti con l’ambasciata russa e con faccendieri come Antonio Capuano è un segreto di Pulcinella, perché fu proprio il leader della Lega ad ammetterlo e a vantarsene. Salvini (o chi per lui) ha frequentato l’ambasciata quando si era messo in testo di andare a Mosca per farsi ricevere da Putin (o almeno da Lavrov) e promuovere il cessate il fuoco in Ucraina. (…)

Non mi pare che invece sia data importanza a una dichiarazione del leader della Lega, rilasciata nello stesso momento in cui definiva «fesserie» le indiscrezioni della Stampa, senza smentirle (come invece ha fatto Forza Italia nel caso delle presunte telefonate di Berlusconi). «Noi alleati dei Paesi occidentali, ma non significa non volere anche buoni rapporti con Putin», perché – ha aggiunto Salvini – prima o poi questa guerra finirà.

Questa dichiarazione, rilasciata in campagna elettorale nelle stesse ore in cui Giorgia Meloni sentiva l’esigenza di schierarsi – davanti alla Direzione di FdI – con gli eroi di Kyjiv è la prova di quale sia l’effettiva posizione di Salvini se fosse un autorevole componente di un nuovo governo e di una diversa maggioranza. Putin è un amico che ha sbagliato ed è incorso in questa fastidiosa circostanza che lo costringe a massacrare un popolo. Ma, tutto sommato, si tratta di un episodio che non mette in crisi un rapporto di amicizia. Quando la guerra finirà (ovvero in Ucraina o in buona parte di essa resteranno solo macerie e fosse comuni) tutto potrà tornare come prima, perché, a parere di Salvini, non esiste un imperialismo russo alla ricerca di radicale trasformazione dell’equilibrio geopolitico, non è nelle intenzioni del Cremlino sconfiggere l’Occidente, ricattando l’Europa per la sua dipendenza energetica.

Per prendere conoscenza della intenzioni dello Zar del Cremlino è consigliata la lettura di un saggio dello storico slavista francese Nicolas Werth (“Putin historien en chef”) che raccoglie i testi di scritti e discorsi di Vladimir Putin. Giustamente quell’antologia è stata paragonata (da un noto editorialista) al “Mein Kampf” di Adolf Hitler per tanti motivi, in particolare, perché a Putin (come a suo tempo a Hitler) non può essere imputata nessuna dissimulazione: ambedue hanno fatto quanto avevano annunciato. Anche se non erano stati creduti.

Ecco i progetti di Putin per quanto riguarda l’Ucraina: da Zelensky all’ultimo cittadino ucraino sono tutti colpevoli, perché «la denazificazione è necessaria quando una parte significativa del popolo – molto probabilmente la maggioranza – viene dominata e trascinata dal regime nazista nella sua politica. [Ricordiamo che per Putin tutti coloro che si identificano come ucraini minacciano l’unità della Russia e sono nazisti. Un «nazista» è semplicemente qualsiasi ucraino che resiste, ndr] Cioè quando l’ipotesi “il popolo è buono – il governo è cattivo” non funziona». Poi Putin passa a spiegare in che cosa consiste la denazificazione: «È un insieme di misure nei confronti della massa nazificata della popolazione, che tecnicamente non può essere punita direttamente come criminale di guerra. I nazisti che hanno preso le armi devono essere distrutti il più possibile sul campo di battaglia (…….) I criminali di guerra e i nazisti attivi devono essere puniti in modo sommario ed esemplare. È necessario procedere a una liquidazione totale. Tutte le organizzazioni che si sono legate alla pratica del nazismo devono essere eliminate e messe al bando».

L’ulteriore denazificazione di questa massa di popolazione consiste nella rieducazione, che si ottiene attraverso la repressione ideologica (soppressione) degli atteggiamenti nazisti e una dura censura: non solo nella sfera politica, ma necessariamente anche in quella della cultura e dell’istruzione. Tutto ciò perché il nazismo «ucraino rappresenta per la pace e la Russia una minaccia non minore, ma maggiore del nazismo tedesco di Hitler». Quale sarà il destino di questa nazione tanto pericolosa? «Evidentemente, il nome “Ucraina” non può essere mantenuto come titolo di una formazione statale completamente denazificata sul territorio liberato dal regime nazista (…) Il riscatto dal senso di colpa nei confronti della Russia per averla trattata come un nemico può realizzarsi solo affidandosi alla Russia nei processi di ricostruzione, rigenerazione e sviluppo».

Quanto al quadro geopolitico post-bellico, secondo Putin, potrebbe sopravvivere un’Ucraina ostile alla Russia, ma forzatamente neutrale e smilitarizzata, con un nazismo formalmente bandito. Gli «odiatori della Russia» andranno lì. Che questa Ucraina residua rimanga neutrale sarebbe garantita «probabilmente» da una presenza militare russa permanente sul suo territorio. «Dalla linea di alienazione e fino al confine russo sarebbe il territorio di potenziale integrazione nella civiltà russa, antifascista nel suo intimo».

Ecco, dunque, come potrebbe finire quella maledetta guerra che ha creato dei problemi ai buoni rapporti con la Russia, costringendoci a diversificare le fonti di approvvigionamento energetico, a praticare le sanzioni, a mandare mezzi militari a Kiev, a consolidare l’appartenenza alle alleanze occidentali e alle loro istituzioni.

Credo che a questo punto non si possa evitare una domanda. Che cosa si sarebbe pensato se un importante politico inglese, durante la seconda guerra mondiale, avesse detto: «Prima o poi questo Hitler finirà di invadere altre nazioni e di sterminare gli ebrei. Così potremo riprendere buone relazioni con la Germania»?


Resilienti a tutto, consapevoli di nulla, oppositori di niente

Tra programmi velleitari o inesistenti, alleanze indesiderate e cerchio magico 

Dodici-venti chilometri di coda al Portale Nord del San Gottardo, turisti in massa verso il sole del Sud, mentre ci si danna per la siccità. E al mare come in montagna o sui laghi il costume più portato da uomini e donne o di altro genere è il topless, cioè il senza top-mascherina, nonostante il Covid-19 non sia scomparso: anzi. 

La versione online di Vogue America ha pubblicato le foto della coppia Volodymyr Zelensky, presidente dell’Ucraina invasa dalla Russia e di Olona Zelenska sua consorte. E così anche la moda diventa uno strumento di costruzione del consenso, ma soprattutto – al di là dell’analisi semiotica della foto patinata di lui e lei abbracciati – diventa uno strumento di normalizzazione della stessa guerra, perché questa guerra sarà lunga e bisogna farla entrare nella normalità di vita degli europei e degli americani, e cosa c’è di meglio che metterla in mostra su una rivista di moda/tendenza? 

Perché la guerra è a pochi chilometri da noi, ma dobbiamo non vederla, vogliamo/dobbiamo divertirci, fare le giuste vacanze, essere spensierati, fare finta che tutto sia normale, quella normalità che nasce dall’abitudine e/o dall’indifferenza; già abbiamo superato la pandemia (non è vero, ma vogliamo crederlo), non sarà una guerra a fermare la società dei consumi, del divertimento, del turismo che fa tanto bene al Pil ma che inquina a dismisura e accresce la crisi climatica e piuttosto ce la prendiamo con i piloti d’aereo in sciopero che ci impediscono di divertirci (il diritto a cui teniamo di più, degli altri diritti e dei diritti degli altri non ce ne importa nulla). 

A Civitanova Marche un uomo è stato ucciso da un altro uomo sotto lo sguardo dei passanti in pieno centro e si filma la scena dallo smartphone ma nessuno interviene: la società dello spettacolo trionfa ancora una volta (ed è l’ultimo esempio di una lunga storia) e la solidarietà muore.

Ultima notizia, tra le molte possibili: in Algeria, dalla fine dell’anno, l’inglese verrà insegnato nelle scuole primarie. Ha detto il presidente Tebboune: “Il francese è un retaggio culturale” del colonialismo della Francia, mentre l’inglese è una lingua internazionale. Dimenticando che anche l’inglese è una forma di colonialismo culturale e soprattutto che porta con sé il modello coloniale occidentale e statunitense, ormai globale – il consumismo, Hollywood e oggi Netflix, la way of life americana e la Silicon Valley, la società dello spettacolo e della spettacolarizzazione, eccetera – ma anch’esso diventato normale e senza alternative.

E veniamo a resilienza. Parola che ha molti significati ma che il potere usa e ci insegna ad usare nell’unico significato utile per sé. Perché per il potere – politici, banchieri e finanza, industriali non solo delle armi, mass media, sistema educativo e formativo – essa significa unicamente adattamento; significa indurci ad accettare come normali i dati di fatto e i modelli imposti dal potere, senza reagire e senza opporci, ma anzi, imparando appunto ad adattarci, così dando prova di buon senso e di sano pragmatismo. Adattandoci anche alla crisi climatica che nessuno vuole risolvere perché per risolverla davvero bisognerebbe rovesciare l’intero modello tecno-capitalista e questo è ciò che il potere non vuole, limitandosi quindi a un po’ di green-washing e a spacciare molta resilienza – “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”, si è detto).

Sulla resilienza ha scritto cose importanti – che sottoscriviamo in pieno – Sarantis Thanopulos, Presidente della Società psicoanalitica italiana (il manifesto, del 30 luglio): “La terra brucia letteralmente, il cambiamento climatico […] prende sempre di più la forma di una catastrofe che, già annunciata da mille evidenze, si presenta davanti alla nostra porta di casa, anticipando, con la siccità, carestie e una sequenza di pandemie nuove […]. I super vertici mondiali non hanno prodotto nessuna misura realmente condivisa in grado di contenere il disastro ambientale. […] La cosa sicura è che la tendenza collettiva dominante è il diniego della realtà. […] La concentrazione selvaggia della ricchezza, la robotizzazione della forza lavoro e la digitalizzazione […] hanno prodotto una precarietà occupazionale mai vista, hanno dissolto le relazioni private e sociali, hanno fatto evaporare il tempo libero e hanno fatto confluire il tempo di lavoro nel tempo folle dell’accelerazione continua, scandita dall’azione performante. 

Si vive in un presente continuo, di conseguenza il futuro (le sue minacce e le sue potenzialità) non esiste e dal passato non si apprende niente […]. La maggioranza degli umani vive allo stato dell’indifferenza, giorno per giorno”. A questo si aggiunge il fatto che “la domanda che più rapidamente si diffonde e determina ormai il mercato, è quella dei dispositivi di eccitazione e scarica; la creazione di una neo-realtà che aiuti a dimenticare la realtà vera, a fuggire in un mondo di fantasia pura, necessariamente autistico, autoerotico. Ciechi come talpe ci scaviamo la fossa. Questo è il mondo della “resilienza”: l’adattamento costante al peggio […], il rifiuto di trasformarci per trasformare le condizioni della nostra esistenza, lo stoicismo di fronte alle catastrofi che deriva da uno stato perenne di auto-ipnosi (l’effetto vero di ogni tipo di droga)”. Conclude Thanopulos: “Se non facciamo uno sforzo per combattere l’indifferenza, la realtà ignorata ci castigherà in modo severo”. 


La soluzione

Tra programmi velleitari o inesistenti, alleanze indesiderate e cerchio magico 


I putiniani balcanici

Tra programmi velleitari o inesistenti, alleanze indesiderate e cerchio magico 

Di Tomislav Marković, scrittore, Voxeurop (da Internazionale, traduzione di Davide Musso)

A febbraio Informer, il più popolare tabloid della Serbia, titolava “L’Ucraina attacca la Russia!”. Il suo proprietario e direttore è da decenni un amico intimo del presidente serbo Aleksandar Vučić. Questo titolo surreale non è un’eccezione nella rappresentazione giornalistica della guerra in Ucraina. Anzi, è un chiaro segno della fascinazione che Putin esercita in Serbia da molti anni. A differenza del resto del mondo, che ha condannato l’aggressione dell’Ucraina da parte della Russia, i mezzi d’informazione sotto il controllo di Aleksandar Vučić sono passati alla glorificazione sfrenata di quei crimini.

Tabloid, portali web, quotidiani, settimanali e canali televisivi nazionali celebrano la distruzione delle città ucraine e assicurano un sostegno incondizionato alle forze armate russe affinché perseverino nella loro campagna contro il paese vicino. I direttori e i giornalisti di questi mass media votati alla disinformazione sono caduti in un profondo stato di estasi: l’uccisione dei civili, le città rase al suolo e la distruzione di chiese e monumenti li riempiono di entusiasmo.

In numerose città di tutto il mondo si sono tenute manifestazioni a sostegno degli ucraini, invece a Belgrado sono stati organizzati raduni di massa con la folla che acclamava Vladimir Putin e disegnava sull’asfalto la lettera Z (riprendendo quella presente sui mezzi militari russi). Il mondo intero rabbrividisce davanti ai servizi che mostrano in diretta i cadaveri per le strade di Buča, gli edifici in fiamme a Kiev e Charkiv, gli ospedali e le scuole demoliti, le auto bruciate, i civili che si riparano dai proiettili russi nelle stazioni della metropolitana e i milioni di profughi ucraini che lasciano il loro paese, ma i cuori dei sostenitori serbi di Putin fanno i salti di gioia. Anziché la compassione per le vittime innocenti, c’è una diffusa indulgenza per i criminali.

Neutralità impossibile

Mentre i suoi leccapiedi nei mezzi d’informazione celebrano morte e distruzione, Aleksandar Vučić finge di essere politicamente neutrale. La Serbia ha votato a malincuore per la risoluzione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite che condanna con la massima fermezza l’aggressione russa e chiede al Cremlino di cessare immediatamente l’uso della forza contro l’Ucraina, ma si ostina a rifiutare di imporre sanzioni contro la Russia. Moltissimi funzionari europei, senatori statunitensi e diversi diplomatici hanno incontrato Vučić, mettendo in chiaro che era giunto il momento di scegliere: la Serbia sarebbe stata dalla parte dell’Europa o avrebbe sostenuto la Russia? Nonostante tutte queste pressioni, Vučić mantiene la Serbia in un limbo, né in cielo né in terra. Ovviamente non si può rimanere neutrali di fronte all’atroce campagna della Russia contro l’Ucraina. Rimanere neutrali quando un carnefice massacra una vittima significa mettersi dalla parte del carnefice.

L’atteggiamento della Serbia nei confronti della guerra in Ucraina va ulteriormente chiarito. L’agenzia di stampa russa Sputnik e il canale televisivo satellitare Russia Today si occupano di diffondere la propaganda del Cremlino in altri paesi, invece in Serbia la maggior parte delle testate nazionali si muove come se facessero parte dell’apparato russo sotto il comando diretto di Vladimir Putin e del Roskomnadzor, l’agenzia federale russa per la supervisione dei mezzi d’informazione e il monitoraggio delle comunicazioni.

Il problema, però, non riguarda solo la sfera dell’informazione, che è già il prodotto di politiche disastrose. Il governo di Belgrado non ha mai rinunciato all’ideologia nazionalista della “grande Serbia”, il cui obiettivo è riunire in un unico stato tutte le regioni popolate da serbi in Croazia, Bosnia ed Erzegovina, Montenegro e Macedonia, e che ha portato alle guerre nella ex Jugoslavia. L’unica eccezione è stata la breve premiership di Zoran Đinđić, ma questo tentativo di ritorno alla civiltà è stato interrotto dal suo assassinio il 12 marzo 2003, compiuto dalle stesse forze che hanno scatenato le guerre e cercato di creare una grande Serbia.

Gli attuali leader politici serbi hanno partecipato attivamente all’impresa criminale comune (come fu definita dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia) nelle guerre degli anni novanta. Il presidente Vučić era un alto funzionario del Partito radicale serbo di Vojislav Šešelj, condannato per crimini di guerra. Il suo partner di coalizione Ivica Dačić, leader del Partito socialista di Serbia, era il portavoce di Slobodan Milošević, presidente serbo dal 1989 al 1997, accusato di crimini contro l’umanità per la pulizia etnica portata avanti in Bosnia-Erzegovina, Croazia e Kosovo. Uno dei più stretti collaboratori di Vučić, il ministro dell’interno Aleksandar Vulin, ha cominciato la sua carriera come funzionario della Sinistra jugoslava, il partito fondato dalla moglie di Milošević, Mirjana Marković. L’attuale ministra per l’integrazione europea, Jadranka Joksimović, è stata redattrice dell’organo di stampa del Partito radicale serbo Velika Srbija (grande Serbia), il cui nome parla da sé.

Una pace provvisoria

Nessun funzionario politico in Serbia ha mai ammesso che a Srebrenica (dove nel luglio 1995 l’esercito della Repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina massacrò ottomila bosniaci musulmani) fu commesso un genocidio. Al livello statale non c’è stato alcun confronto con il passato. Al contrario, tutte le élite politiche, dei mezzi d’informazione, culturali, ecclesiastiche e sociali negano le responsabilità della Serbia per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia. La storia recente è stata falsificata: la versione ufficiale è che i serbi sono sempre stati delle vittime, mai dei carnefici. Dopo aver scontato la pena, i criminali di guerra tornano in patria, sono accolti dai più alti dignitari dello stato, entrano nei comitati centrali dei partiti al potere e ottengono cariche di rappresentanza ben remunerate e spazio nei mass media per esporre la loro verità, una verità rimasta incomprensibile per il Tribunale penale internazionale.

Nelle città di tutta la Serbia innumerevoli murales ritraggono Ratko Mladić (generale serbo-bosniaco soprannominato il macellaio della Bosnia e il boia di Srebrenica) con lo slogan “eroe serbo”. Chiunque parli dei crimini serbi è bollato come traditore e i più temerari sono subito attaccati con campagne diffamatorie e linciaggi sui giornali e i social media. Presso la procura per i crimini di guerra di Belgrado, ci sono da anni 2.500 casi in fase di indagine preliminare, con l’evidente intenzione di insabbiarli. Secondo le stime dell’Humanitarian law center, una ong con sedi a Belgrado e Pristina, in Kosovo, almeno seimila criminali di guerra camminano tranquillamente nelle strade delle città serbe senza essere mai stati condannati.

Per i nazionalisti serbi, l’attuale periodo di pace è temporaneo, proprio come i confini nei Balcani. I nazionalisti sognano ancora un grande stato serbo che comprenda Kosovo, Montenegro, Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina e parte della Croazia. Oggi realizzare un sogno del genere è impossibile, ma i nazionalisti sono pazienti. Dopo la sconfitta nelle guerre balcaniche, si sono ritirati nelle loro tane per leccarsi le ferite e alimentare l’odio verso i paesi vicini attraverso un’offensiva mediatica volta a mantenere la popolazione sempre all’erta e pronta a combattere. Devono aspettare il momento opportuno, quando le circostanze internazionali cambieranno: questa è una delle principali narrazioni che la propaganda russa ha preparato per il mercato serbo, ripetuta mille volte in articoli e apparizioni pubbliche negli ultimi decenni.

La resa dei conti

Per più di vent’anni i nazionalisti hanno atteso che la Russia ingaggiasse uno scontro decisivo con il “nuovo ordine mondiale” (teoria complottista secondo cui vi sarebbe un gruppo di potere che punta a controllare l’intero pianeta), che entrasse in guerra contro l’anticristo occidentale, che sconfiggesse l’Europa e gli Stati Uniti miscredenti e e che stabilisse un ordine diverso sul pianeta. Hanno riposto la loro fiducia in Putin come messia di cieli e terre nuove. Immaginano il presidente russo come una versione migliorata di Slobodan Milošević: il sovrano di un potente impero con un arsenale nucleare a sua disposizione.

L’invasione russa dell’Ucraina equivale al momento della resa dei conti finale agli occhi dei serbi innamorati di Putin: secondo loro è cominciato il grande sconvolgimento che raderà al suolo il vecchio ordine e che farà sorgere dalle sue rovine un mondo in cui sovranità, confini e trattati internazionali non avranno alcuna importanza. Al posto del diritto internazionale e di altre sciocchezze occidentali, prevarrà allora la legge della giungla, come vuole la tradizione autoritaria. E gli stati che godono del favore del sovrano mondiale che troneggia al Cremlino – tra cui la Serbia – avranno il diritto di portare a termine ciò che hanno cominciato tre decenni fa: lo sterminio e l’espulsione di altre nazioni e religioni per creare finalmente lo stato allargato che sognano da secoli e soddisfare il loro desiderio di grandezza immaginaria. Dopotutto, la dottrina nazionalista serba considera la maggior parte delle nazioni vicine come invenzioni del comunismo, tanto quanto la propaganda di Putin sostiene che gli ucraini siano stati inventati da Lenin. Sono tutti serbi, o meglio russi, sulla cattiva strada: solo che si rifiutano di ammetterlo e quindi meritano di essere puniti.

L’euforia per l’aggressione criminale della Russia contro uno stato sovrano può sembrare strana ai non informati, ma per chi vive nel cuore delle tenebre è logica e prevedibile. In un paese dove gli eroi sono Slobodan Milošević, Radovan Karadžić e Ratko Mladić, è ovvio che anche Vladimir Putin o uno dei suoi macellai che uccidono i civili a Irpin, Mariupol e Charkiv siano considerati degli eroi. L’opinione pubblica serba, per lo più convinta che i due massacri nel mercato di Sarajevo nel 1994 e nel 1995 siano stati delle messe in scena e che i cadaveri smembrati fossero in realtà dei manichini, crederà facilmente allo stesso tipo di propaganda sui civili massacrati a Buča. Se le iene dei media deridono regolarmente le vittime del genocidio di Srebrenica nei programmi televisivi in prima serata, perché non dovrebbero gioire vedendo le vittime dei crimini di Putin? Come disse tre decenni fa il grande scrittore e pensatore serbo Radomir Konstantinović: “Viviamo (se questo è vivere) in un mondo dove il mostruoso sta diventando naturale, e il naturale mostruoso”. Ancora oggi, purtroppo, la sua diagnosi è più precisa che mai.

Nell’immagine: didegno di Oleksiy Kustovsky, Cartoon Movement

 


Orbán il sovranista e la “purezza razziale”

Tra programmi velleitari o inesistenti, alleanze indesiderate e cerchio magico 

“Yo soy Giorgia” (Meloni), possibile prima donna alla guida del governo italiano dopo il voto del prossimo 25 Settembre, ha in Europa due sicuri alleati. Sovranisti, naturalmente. Uno (che invita spesso ai suoi comizi la leader di Fratelli d’Italia) sta a Madrid, ed è Santiago Abascal, capo di “Vox”, terzo partito spagnolo, espressione della destra post-franchista, sempre più decomplessata rispetto alla nostalgia dei tragici decenni del generalissimo. L’altro sta a Budapest, ed è Viktor Orbán, premier magiaro, campione della ‘democrazia antiliberale’, un nemico dello Stato di diritto imbarazzante per l’Unione Europea, nonché membro dell’Alleanza Atlantica che ostenta interessata simpatia e condivisione ideologica con Vladimir Putin, anche se il potere dello zar russo si basa anche o soprattutto sulla cerchia di reduci del bolscevismo che nel (lontano?) 1956 invasero brutalmente l’Ungheria ribelle per riportarvi l’ordine sovietico. Orbán non ha aderito alle sanzioni dell’UE, pur beneficiando dei miliardi scuciti da Bruxelles per la crescita economica del suo paese (e anche per la felicità di amici personali, sodali di vecchia data e famigliari del premier), e Budapest sarebbe una delle compiacenti piattaforme (insieme alla Turchia) utilizzate dal Cremlino per aggirare le ritorsioni dell’Occidente contro la Russia per l’invasione dell’Ucraina.

In passato Giorgia Meloni ha pubblicamente elogiato il capo del governo magiaro riconoscendolo quale “leader dei sovranisti europei”, e c’è da credere che su tale ruolo non abbia cambiato parere nonostante le loro attuali divisioni sulla tragedia ucraina (contro Zelensky il primo, ‘opportunamente’ o ‘opportunisticamente’ convertitasi alla Nato la seconda). Non si è invece pronunciata, come del resto gli alleati Salvini e Berlusconi, sull’ultima scandalosa dichiarazione anti-immigrati extraeuropei di Orbán, “non vogliamo diventare un popolo di razza mista”, che ha suscitato indignazione ovunque. Tanto che contro una tale enormità è intervenuta polemicamente (in un regime dove la contestazione al ‘partito-Stato’ può essere pagata a caro prezzo) anche l’Accademia ungherese delle Scienze, ricordando che sul piano scientifico tale affermazione non ha fondamento alcuno, e in sostanza riprendendo la celebre risposta di Albert Einstein: “io l’unica razza che conosco è quella umana”. Ancor più esplicite le parole di Zsuzsa Hegedüs, da sempre una delle principali collaboratrici di Orbán, esperta di problemi economico-sociali, di religione ebraica (la grande comunità israelita magiara è stata proporzionalmente quella che ha subito in Europa il maggiore sterminio durante l’occupazione nazista, con la feroce collaborazione delle ‘Croci frecciate’ locali): la Hegedüs si è subito dimessa definendo l’intervento del suo ex capo “un discorso nazista degno di Göbbels”.

Per capire la gravità di questo episodio anche sul piano politico, va ricordato che Orbán ha elencato le sue teorie razziste (per cui “nel 2050 in Europa occidentale non esisteranno più nazioni ma solo una popolazione incrociata“) ad un convegno di giovani di origine magiara in Romania. Nei vari paesi dei Carpazi, le comunità ungheresi (dalla Romania alla Slovacchia alla Voivodina) rappresentano tre milioni di persone. Orbán si propone da tempo come loro tutore culturale. La ‘purezza razziale’ è un argomento esplosivo. Come è stato ampiamente e tragicamente confermato dalla ‘mattanza’ balcanica, dalla ‘pulizia etnica’, quando i vari signori delle guerre separatiste nella ex Jugoslavia si servirono anche di quel tragico grimaldello per giustificare le loro nefandezze. Ultimo stadio di un sovranismo esasperato e minaccioso.

Scritto per ‘la Regione’
Nell’immagine: Giorgia Meloni e Viktor Orbán


Occhi puntati su Taiwan

Tra programmi velleitari o inesistenti, alleanze indesiderate e cerchio magico 

Di Pierre Haski, L’Obs (da Internazionale, traduzione di Andrea Sparacino)

L’isola di Taiwan finirà al centro della più importante crisi geopolitica dell’estate 2022? Spesso viene avanzato un parallelo tra la guerra in Ucraina, causata dall’invasione russa, e un possibile conflitto a Taiwan, isola con una popolazione di 24 milioni di abitanti rivendicata dalla Cina ma al momento totalmente autonoma. In realtà le due situazioni sono molto diverse, e il parallelo evidenzia rapidamente i suoi limiti.

Eppure esiste un punto in comune: entrambe le vicende rappresentano un test per la credibilità degli Stati Uniti di fronte alle potenze “revisioniste” dell’ordine internazionale, la Russia nel caso dell’Ucraina e la Cina in quello di Taiwan.

I prossimi giorni e le prossime settimane promettono di essere estremamente carichi di tensione, anche perché gli Stati Uniti si sono cacciati in una situazione in cui rischiano di risultare perdenti a prescindere da come andranno le cose.

Un viaggio controverso

Al centro del problema c’è uno scontro tra il presidente democratico Joe Biden e la presidente della camera (anche lei democratica) Nancy Pelosi. La controversia è di dominio pubblico: Pelosi intende recarsi a Taiwan all’inizio di agosto per una visita prevista ad aprile e rinviata a causa del covid, ma Biden ha dichiarato pubblicamente che secondo i militari statunitensi il viaggio di Pelosi è “una pessima idea”.

La Cina, dal canto suo, ha scatenato gli organi della propaganda contro la visita (ancora non confermata ufficialmente) facendo presente che dal punto di vista di Pechino non esiste differenza tra il ramo esecutivo e quello legislativo, dunque se Pelosi atterrerà a Taipei, per di più a bordo di un aereo militare statunitense, la Cina la considererà una “provocazione” da parte degli Stati Uniti. Il governo cinese vuole isolare al massimo Taiwan e di conseguenza accoglie con irritazione qualsiasi visita che rompa questo isolamento, che si tratti di presenze americane, europee o giapponesi.

L’esercito statunitense è preoccupato del fatto che i cinesi abbiano affermato ufficiosamente di voler rispondere militarmente alla visita a Taiwan di un personaggio politico americano così importante. Secondo Pechino, infatti, la visita di Pelosi infrange il principio di “un’unica Cina” a cui aderiscono gli Stati Uniti. Le ipotesi sulla possibile risposta cinese sono varie, da un sorvolo aereo dell’isola taiwanese di Matsu, reazione relativamente “soft”, a un’operazione dell’aeronautica cinese per impedire all’aereo americano di atterrare a Taipei, un’azione che costituirebbe un atto di guerra capace di innescare una gravissima escalation. La stampa nazionalista del Partito comunista, a cominciare dall’immancabile Global Times, irride gli americani dichiarando che non andranno mai a Taiwan perché sanno che perderebbero la faccia davanti all’esercito popolare di liberazione cinese.

Pechino non ha fornito alcuna indicazione precisa sulle sue intenzioni, ma tutti gli analisti concordano sul fatto che a questo punto il governo cinese non può non reagire, soprattutto dopo gli avvertimenti degli ultimi giorni. Una mancata risposta sarebbe uno “smacco”, tra l’altro a pochi mesi da un importante congresso del Partito comunista cinese che dovrebbe approvare il terzo mandato del leader supremo Xi Jinping e a pochi giorni dall’incontro rituale dei leader cinesi nella stazione balneare di Beidaihe, sulla costa del mar Giallo, dove di solito vengono prese decisioni importanti.

Situazione irrisolvibile

Perché Biden ha comunicato pubblicamente le riserve dell’esercito rispetto alla visita di Pelosi? La preoccupazione dei militari, evidentemente, è abbastanza forte da inquietare anche il presidente. Tuttavia rendendo la vicenda pubblica Biden ha creato una situazione irrisolvibile: se Pelosi farà un passo indietro darà l’impressione di aver ceduto alle pressioni cinesi, e non è certo nella sua indole, mentre se effettuerà la visita indebolirà ulteriormente l’immagine di un presidente già in difficoltà nei sondaggi, a poche settimane dalle elezioni di metà mandato. Il voto, previsto per novembre, si annuncia particolarmente difficile per i democratici in un contesto segnato dall’inflazione e dalla polarizzazione politica.

Al centro della vicenda c’è il problema della strategia di Washington sulla Cina. La guerra in Ucraina non ha cambiato l’ostilità degli Stati Uniti rispetto all’ascesa della potenza cinese, che resta una preoccupazione prioritaria. L’equazione cinese non è necessariamente simile alla sfida portata dalla Russia in Ucraina, e di sicuro i militari americani non hanno voglia di aprire un secondo “fronte” simultaneo. Nemmeno l’economia mondiale ha bisogno di altre tensioni, tanto che l’amministrazione Biden, nel tentativo di smorzare l’inflazione, stava studiando la possibilità di cancellare alcune sanzioni imposte da Donald Trump ai prodotti cinesi.

Il test di credibilità sarà dunque importantissimo. A giugno Biden aveva fatto scalpore quando, a Tokyo, aveva dichiarato che gli Stati Uniti sarebbero intervenuti per difendere Taiwan in caso di invasione cinese, rompendo in questo modo con “l’ambiguità strategica” mantenuta abitualmente dagli Stati Uniti su questo tema. Si era trattato di una gaffe o di un messaggio preciso? La Casa Bianca aveva comunque ridimensionato quelle dichiarazioni. Stavolta, però, un passo indietro sotto la minaccia cinese sarebbe inevitabilmente interpretato, a Pechino e a Taipei, come un segnale del fatto che la determinazione americana per la difesa di Taiwan non è così forte e può dipendere dalle circostanze.

In un momento in cui si rimettono in discussione gli equilibri mondiali, la minima crisi si trasforma in un test della credibilità di ogni superpotenza. Il contrasto sul viaggio di Nancy Pelosi avrebbe potuto essere risolto in modo discreto tra esponenti politici dello stesso partito. Ma così non è stato. Ora a Washington dovranno gestirne le conseguenze, militari o politiche che siano. La “questione Taiwan” è una delle più complesse ed esplosive della nostra epoca.

Nell’immagine: l’isoletta di Shiyu (Taiwan), a soli 5 km dalla città cinese di Xiamen


Kosovo: notte di altissima tensione

Tra programmi velleitari o inesistenti, alleanze indesiderate e cerchio magico 

Di Andrea Legni, L’Indipendente

Nella notte l’eventualità dello scoppio di una nuova guerra in Europa è stato molto vicino, al punto che sono suonate le sirene antiaeree, sono state chiuse le frontiere, colonne di soldati hanno marciato nelle strade e barricate innalzate dal popolo in armi sono sorte in strada. Tutto questo è avvenuto a trecento chilometri dalle coste italiane: in Kosovo, ex provincia della Serbia, autoproclamatasi indipendente nel 2008, ripiombata nel caos dopo la decisione del governo locale di attuare una serie di misure amministrative che i serbi che abitano il territorio giudicano discriminatorie, come il divieto di entrare nel Paese utilizzando i documenti di Belgrado e l’obbligo di reimmatricolare le auto con targa serba. La situazione, apparsa per ore sul punto di non ritorno, è tornata “calma” nella notte, dopo la decisione del governo kosovaro di rinviare l’entrata in vigore delle misure “anti-serbe” di un mese, giunta a seguito delle pressioni della NATO e dell’ambasciata americana. L’ex provincia serba, infatti, è ancora oggi qualcosa di più simile a un protettorato americano nel cuore d’Europa, piuttosto che a uno stato indipendente, e al suo interno è ancora operativa una missione permanente della NATO, denominata Kosovo Force (KFOR).

Le tensioni si erano acuite nel pomeriggio del 31 luglio, dopo che il governo di Pristina (capitale del Kosovo) guidato dal primo ministro Albin Kurti, aveva confermato l’entrata in vigore delle cosiddette “misure di reciprocità”, che intendevano porre il divieto ai quasi centomila serbi che ancora abitano il Kosovo di continuare ad usare i documenti e le targhe di Belgrado all’interno dell’autoproclamata repubblica. Una decisione inaccettabile per i serbi, che non riconoscono l’indipendenza di Pristina. 

Di qui la tensione è continuata a salire per tutta la giornata. Il premier serbo, Aleksandar Vucic, ha accusato il governo kosovaro di voler espellere i serbi dal paese, Pristina ha invece accusato le forze armate serbe di aver superato il confine e di aver invaso il Kosovo. L’escalation è stata rapida. Le forze kosovare hanno chiuso i valichi di confine tra Kosovo e Serbia. Gli abitanti serbi del nord del Kosovo (zone dove essi rappresentano ancora la maggioranza demografica) hanno eretto barricate. 

La situazione si è fatta rapidamente esplosiva nella città di Mitrovica, “la Berlino dei Balcani”, dove i serbi abitano i quartieri a nord del fiume Ibar e gli albanesi-kosovari quelli a sud. Alle 17:40 a Mitrovica Nord sono risuonate le sirene di allerta per la popolazione serba, che è scesa in strada innalzando barricate. Alle fortificazioni di fortuna dei serbi hanno fatto eco quelle degli albanesi, mentre l’esercito kosovaro ha fatto irruzione nella zona nord. Diverse raffiche di spari sono state udite a Mitrovica e in altre zone del nord-Kosovo, ufficialmente senza feriti.

Alle 23:17 la missione NATO in Kosovo ha emesso un comunicato sul proprio profilo Twitter, dichiarando di essere “pronta a intervenire se la stabilità è minacciata, in conformità con il suo mandato derivante dalla risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”. A mezzanotte l’ambasciatore degli Stati Uniti d’America in Kosovo, Jeffrey Hovenier, ha annunciato di aver terminato il suo incontro con il presidente del Kosovo Vjosa Osmanii e il primo ministro Albin Kurti, rivelando di aver «chiesto ai vertici del Kosovo di rinviare di 30 giorni l’attuazione delle decisioni sulla reimmatricolazione dei veicoli con targa serba a quelli del Kosovo e sull’annullamento delle carte d’identità rilasciate dalla Repubblica di Serbia». Un’ora dopo il primo ministro Albin Kurti ha annunciato di aver accettato la richiesta americana. La questione, è dunque, solo rimandata.

Il Kosovo è storicamente una provincia della Serbia abitata però da una forte maggioranza di etnia albanese. Durante le guerre che infiammarono la ex-Jugoslavia, negli anni ’90, gli albanesi-kosovari reclamarono la propria indipendenza da Belgrado. Una richiesta che venne appoggiata dal presidente americano Bill Clinton e dagli alleati europei. Nel marzo del 1999 la NATO intervenne bombardando la Serbia e costringendola a ritirarsi dal Kosovo. La provincia divenne di fatto indipendente, una condizione messa nero su bianco nel 2008 con la dichiarazione di indipendenza. 

Il Kosovo tuttavia, ancora oggi, non è riconosciuto indipendente da molti stati. Non solo da Russia, Cina ed altre potenze mondiali, ma anche da cinque stati europei: Spagna, Cipro, Grecia, Slovacchia e Romania, ancora oggi riconoscono il territorio come una provincia della Serbia. La Serbia ovviamente non ne ha mai riconosciuto l’indipendenza, anche perché considera questo territorio la propria patria spirituale – una sorta di Gerusalemme della chiesa ortodossa serba, dove hanno sede le principali istituzioni della propria religione. 

Il Kosovo prima del 1999 era abitato da circa 300.000 serbi, oggi ne rimangono probabilmente meno di 100.000, al netto di coloro che sono scappati e che ancora continuano ad emigrare spinti dalle discriminazioni. Ultimo dato importante: la Serbia è storicamente l’alleato “di ferro” della Russia in Europa, ed anche in questa fase ha rifiutato di aderire alle sanzioni contro Mosca ed è ad oggi l’unico Paese europeo che mantiene voli diretti con la Russia. Recentemente il Paese ha anche ricevuto – e mostrato in parata – una dotazione di missili dalla Cina.

Il Kosovo è invece, in buona sostanza, un protettorato statunitense in Europa, che ospita la più grande base militare americana nei Balcani (con oltre 7.000 soldati).  Secondo diversi analisti l’offensiva sui documenti da parte di Pristina arriva proprio in questo momento scommettendo sul fatto che da Mosca non saranno in grado di fare alcunché per aiutare l’alleato serbo.

Nell’immagine: un blocco stradale sulle strade del Kosovo


Un altro Natale della Patria 

Tra programmi velleitari o inesistenti, alleanze indesiderate e cerchio magico 

È il giorno che impone una definizione di sé: la Svizzera si fa la festa, e in tutto il Paese, fra giornali, radio, televisioni e poi vie e piazze, con o senza fuochi artificiali, è tutto un profluvio di allocuzioni per dire e dirsi cosa significhi “essere svizzeri”, per rievocare i fatti, fra storia e leggenda, che hanno dato vita a questo strano esempio di roccioso conglomerato di differenze, paradossi e contraddizioni.

Sulla nostra zattera proponiamo in questa occasione un estratto da un testo a suo tempo molto discusso di un altrettanto discusso scrittore svizzero, Peter Bichsel. Si tratta di “La Svizzera dello svizzero”, uscito sulla rivista “Du” nell’ormai lontano 1967, tradotto una prima volta in italiano da Enrico Filippini dieci anni dopo per un edizione di Casagrande e poi inserito in una raccolta, “Il virus della ricchezza” (Marcos y Marcos, 1991).

A distanza di cinquantacinque anni, rileggere oggi le parole di Bichsel può essere un modo non troppo scontato di confrontarsi con la nostra vera, apparente, presunta, immaginaria, leggendaria “identità nazionale”. (e.l.)


Io sono Svizzero.

Quando dico a mia madre: “Vado in Germania”, oppure “vado in Francia” oppure “vado in Svezia”, lei mi risponde: “Allora, vai all’estero”.

Per gli svizzeri esistono due mondi: il dentro, la patria, e il fuori, l’estero. Quando vado all’estero mia madre mi dice: “Sta’ attento a non farti rubare niente, tienti sempre vicina la valigia”. Gli svizzeri all’estero mettono i soldi in un sacchetto che portano appeso al collo, sotto la camicia, oppure cucito sulla biancheria.

Per noi la parola estero suona ancora vagamente come miseria.

Se all’estero dico: ”Io sono svizzero”, mi aspetto qualche reazione, un’esclamazione di stupore, sorpresa, ammirazione, o perlomeno della benevolenza. (…)

Il fatto che la considerazione di cui gode all’estero la Svizzera sia calata, per noi è un fenomeno stupefacente. La conclusione che ne traiamo è che occorre spiegare meglio agli altri l’eccezionalità della Svizzera. Si tratta quindi di un fenomeno di carattere linguistico: sono gli altri che non conoscono più il significato delle parole da associare al concetto di Svizzera.

Comunque la Svizzera si regge o affonda senza mutare la considerazione di sé che più le fa piacere. Sarà probabilmente così anche negli altri paesi, sorprendente è solo il fatto che noi continuiamo ad essere convinti della nostra indipendenza di spirito, della nostra eccezionalità, della nostra testarda ostinazione. (…)

La guerra ha rafforzato la nostra autostima. Il fatto di essere stati risparmiati conferma, per così dire, tutto quello che volevamo venisse confermato: la forza del nostro esercito, la nostra onestà, la grandezza del nostro stato, la democraticità del nostro paese e la predilezione che Iddio ha per esso.

Noi svizzeri siamo anticomunisti. Pertanto l’esperienza della guerra ci ha rinsaldati nel nostro anticomunismo. Il fatto che la guerra sia stata combattuta contro i fascisti è diventato ininfluente.

Siamo convinti che sia un nostro merito essere stati risparmiati: merito del generale Guisan e merito di tutti noi, perché con il nostro comportamento, con il nostro esercito e con la bellezza del nostro paese dobbiamo aver impressionato Dio. (…)

Questa presunzione rende la Svizzera immutabile e io sono terrorizzato all’idea di dover vivere tra vent’anni in una Svizzera uguale a questa. Ci siamo molto abituati ad essere un museo. Ci diverte essere ammirati dagli stranieri, e chi parla della “eccezione Svizzera” intende il “museo Svizzera”, una democrazia a scopi dimostrativi.

Anche in questa democrazia ci sono dei privilegiati, la nobiltà di sangue è stata sostituita dalla nobiltà di soldi, al posto degli aristocratici sono subentrati i nuovi ricchi; essi difendono i loro privilegi opponendosi a ogni cambiamento; ogni sviluppo della democrazia potrebbe ledere i loro diritti; ogni cambiamento è un pericolo. Sono riusciti a convincere della stessa cosa anche i loro concittadini, dato che l’infarinatura di politica socialista ha avuto come conseguenza che lo svizzero medio è diventato un uomo agiato; egli è pronto a difendere gli speculatori fondiari perché così difende anche il suo giardinetto; questa viene chiamata tolleranza.

Siamo un paese benestante. La povertà qui è una vergogna; come minimo si evita di ammetterla, e così i ricchi vivono meglio. Ma in genere da noi anche la ricchezza viene dissimulata con discrezione. Il denaro qui è una faccenda intima, del proprio denaro non si parla.

Ogni nuovo provvedimento di carattere sociale da noi viene inizialmente avversato dicendo che danneggia l’iniziativa privata. Per iniziativa privata si intende la possibilità di ogni cittadino di diventare ricco; l’iniziativa privata è il diritto dei lupi.

Nonostante ciò, da noi si parla molto di senso civico. Un termine quasi impossibile da definire. Forse una volta significava il senso della collettività, dell’organizzazione dello stato; il senso civico oggi però è piuttosto la conciliazione precipitosa, la paura del nuovo, l’accettazione delle deficienze e la rinuncia alla discussione dei problemi di fondo.

Questo senso civico stravolto porta al disinteresse per lo stato; ciò che si apprezza a priori e senza riserve non lo si tiene più sotto controllo. La politica interna per la nostra stampa è quasi un tabù. Nella grande maggioranza dei casi ci si limita a pubblicare il punto di vista ufficiale, affrettandosi a dichiarare di essere d’accordo. La nostra stampa non è più un luogo di dibattito.

Una democrazia senza discussioni sarebbe una democrazia da museo. Il nemico interno della Svizzera è il senso civico stravolto. La posizione del riccio – arrotolato su se stesso con gli aculei verso l’esterno – è diventata il simbolo della nostra indipendenza. Ma anche un riccio deve srotolarsi per procurarsi da mangiare.

Da P. Bichsel, “La Svizzera dello svizzero”, in “Il virus della ricchezza”, trad. di Chiara Allegra, Marcos y Marcos, 1991, pp. 31-53