La scalata dell’emiro

La storia degli impresentabili Mondiali in Qatar parte da lontano 

Da Linkiesta

I Mondiali in Qatar in pieno autunno, nel cuore della stagione calcistica, sono un’anomalia. Sono un problema per i club, per la compressione dei calendari, per le conseguenze asimmetriche che l’impegno con le Nazionali avrà sulla salute fisica e psicologica dei calciatori da qui alla prossima primavera. E ovviamente negli ultimi anni abbiamo imparato a conoscere motivazioni più grandi e più importanti, dall’ambiente ai diritti umani, che spiegano perché sia un problema giocare tra Doha, Al-Khor e Lusail. Si può riassumere tutto nel mea culpa di Sepp Blatter – ex numero uno della Fifa – di qualche giorno fa, quando ha ammesso che all’epoca l’organo di governo del calcio mondiale commise un grave errore.

Era chiaro fin da subito che l’assegnazione della manifestazione sportiva più importante al piccolo emirato mediorientale avrebbe avuto conseguenze di un certo tipo sull’intera industria del calcio. Ma forse all’epoca nessuno era in grado di mettere tutto nella giusta prospettiva, anche perché in un primo momento era prevalso soprattutto il senso di stupore e sorpresa misto a mistero e curiosità per un evento che si sarebbe realizzato in condizioni inedite.

Lo stesso percorso che ha portato la Fifa ad assegnare i Mondiali al Qatar è una strada piena di curve e strettoie, una storia articolata, complessa, stratificata. L’ha raccontata Andrew England sul Financial Times, in un lungo articolo pieno di dettagli e retroscena, in cui la stessa candidatura del Qatar viene definita «donchisciottesca».

Perché ovviamente una città-stato con una popolazione di poco meno di tre milioni di abitanti non disponeva delle infrastrutture per ospitare centinaia di migliaia di visitatori contemporaneamente, e la cultura ultraconservatrice dell’emirato avrebbe offerto un ambiente molto diverso da quello a cui sono abituati gli spettatori europei, americani e asiatici.

Però il Qatar aveva disponibilità economica praticamente infinita, somme generate dalle riserve di idrocarburi, e la monarchia era determinata a ospitare la prima Coppa del Mondo in Medio Oriente.

«Il giovane avvocato Hassan al-Thawadi, figlio di un diplomatico eloquente e poliglotta, nominato un anno prima amministratore delegato della candidatura del suo Paese, ha passato mesi ad attraversare il mondo per raccogliere sostegno per l’offerta, in particolare tra quelli al di fuori dell’establishment calcistico tradizionale», si legge sul Financial Times, in un passaggio in cui vengono descritte le classiche dinamiche dell’assegnazione dei Mondiali: con una decina d’anni d’anticipo sull’edizione in questione, la Fifa invita i membri a presentare i loro nomi per l’organizzazione, e i Paesi hanno circa un anno per finalizzare le loro offerte. Sono mesi frenetici, in cui si mette in moto la macchina organizzativa della politica, fatta di pianificazione, lobbying e accordi dietro le quinte.

«Nel dicembre 2010 – racconta England nel suo articolo – la presentazione finale di Thawadi si è svolta al quartier generale della Fifa davanti a un pubblico che includeva primi ministri, reali e calciatori famosi, nonché delegazioni di Paesi rivali. Thawadi è salito sul podio e, in perfetto inglese americano, ha fatto la sua offerta un’ultima volta. Nella delegazione, seduto tra persone che stava cercando di convincere, e quelli che stava cercando di superare, c’era l’uomo responsabile dell’offerta del Qatar: lo sceicco Hamad bin Khalifa al-Thani, allora l’emiro del Paese».

Thawadi si era preoccupato di toccare tutti i punti chiave, a partire dal caldo – che non sarebbe stato un problema «grazie a una tecnologia di raffreddamento in grado di regolare le temperature anche negli enormi stadi all’aperto» – fino alla geopolitica: «Svolgere il torneo in Medio Oriente» avrebbe fatto da ponte «tra il mondo arabo e l’Occidente». Sarebbe stata una scommessa audace, ma non c’erano rischi, diceva Thawadi.

Quando il giorno successivo Blatter aveva annunciato «Qatar», leggendo il bigliettino nella busta che conteneva il nome del prossimo Paese ospitante, tutto il mondo era rimasto a bocca aperta. Era la fine di un percorso lunghissimo, iniziato probabilmente negli anni Sessanta, in maniera del tutto inconsapevole.

«I semi di una Coppa del Mondo ospitata dal Qatar potrebbero essere stati piantati in Inghilterra nell’estate del 1966», si legge sul Financial Times. «Il futuro emiro, al-Thani, e il suo amico Abdullah bin Hamed al-Attiyah, erano adolescenti che frequentavano la scuola estiva nel Regno Unito. Tornati a casa a Doha, si divertivano a giocare a calcio ad al-Bidda, un quartiere del centro. Lo sceicco Hamad, la cui dinastia ha governato il Qatar dal 1850, era capitano della squadra».

Quando Hamad e Attiyah erano stati in Inghilterra, la Nazionale di Sua Maestà aveva vinto la Coppa del Mondo: guardando le strade colorate, la gioia dei tifosi e l’esaltazione dell’Inghilterra, la famiglia reale qatariota iniziava forse a maturare la consapevolezza della grande importanza sociale, economica, politica, rivestita da questo sport, e dai Mondiali in particolare.

In quegli anni il Qatar non aveva ancora le ricchezze di oggi. Per secoli il Paese aveva poggiato la sua economia sul commercio delle perle. Poi il crollo dell’industria negli anni Trenta si era rivelata disastrosa. Le cose erano cambiate di nuovo dopo la Seconda guerra mondiale, con una rinnovata domanda di idrocarburi proveniente da tutto il mondo.

Ma solo a partire dagli anni ’90 una serie di scommesse ad alto rischio aveva spinto la trasformazione del Paese. I governanti del Qatar, con Attiyah come ministro dell’Energia, avevano deciso di scommettere sul gas, in particolare sul gas naturale liquefatto (Gnl), nonostante l’abbondante scetticismo che li circondava.

La storia gli avrebbe dato ragione: «Un rapido e massiccio accumulo di ricchezza aveva messo Doha sulla cartina del mondo e dato fiducia alla famiglia al-Thani, in particolare allo sceicco Hamad, che dal 1995 ha iniziato a modernizzare lo Stato», con investimenti in ogni settore, in particolare con la nascita dell’emittente Al Jazeera, oggi riconosciuta in tutto il mondo.

Intorno alla metà degli anni Duemila, il Qatar è diventato il principale esportatore mondiale di Gnl e ha istituito un fondo sovrano che oggi gestisce asset per circa 450 miliardi di dollari. Solo da quando è stata assegnato il Mondiale del 2022, l’emirato ha investito più di duecento miliardi di dollari in infrastrutture e megaprogetti, inclusi 6,5 miliardi di dollari in stadi e altre strutture destinate alle squadre.

Tutta questa attenzione, però, ha posto lo Stato parecchio in vista, esponendolo a critiche e giudizi: «Nel giro di pochi mesi sono state avanzate accuse di corruzione contro i membri del comitato esecutivo della Fifa che ha assegnato i Mondiali 2018 e 2022 a Russia e Qatar. Il Sunday Times ha individuato due membri della Fifa che sarebbero stati pagati 1,5 milioni di dollari dal Qatar per i loro voti. Le autorità del Qatar hanno negato le accuse», ricorda il Financial Times.

E poi ovviamente ci sono gli enormi scandali sui diritti dei lavoratori impiegati, le inchieste che hanno rivelato migliaia di morti per condizioni di lavoro disumane, l’approccio illiberale con la stampa straniera. In generale, la nuova visibilità dello Stato ha comportato onori e oneri, dal momento che ha legato – anche se principalmente per motivi di business – il Qatar alle democrazie liberali dell’Occidente.

L’avvicinarsi del torneo ha intensificato e amplificato critiche e attenzioni verso le nefandezze del Qatar in materia di diritti umani. Alcune federazioni calcistiche, come quelle di Francia e Germania, hanno proposto alla Fifa di fornire un fondo di compensazione per i lavoratori migranti di 440 milioni di dollari, l’equivalente del montepremi della Coppa del Mondo. Gruppi di tifosi e altri stakeholder del calcio hanno annunciato boicottaggi. Doha negli ultimi mesi ha provato più volte a dimostrarsi un Paese in evoluzione, in una transizione verso un cambiamento, senza grossi risultati.

Al di là della credibilità degli annunci provenienti da Doha – che contrastano con altre dichiarazioni degli stessi organizzatori –, il rischio più grande è che dopo il primo calcio d’inizio si guardi solo al pallone che rotola, al calcio, al gioco. Durerà fino al 18 dicembre. E forse quella sarà anche la data in cui il mondo smetterà di interessarsi a ciò che avviene in Qatar.

Nell’immagine: Hamad bin Khalifa al-Thani


L’interpellanza sulla città… ficcatasi nelle cripto

La storia degli impresentabili Mondiali in Qatar parte da lontano 

C’è voluto un crollo della capitalizzazione mondiale delle criptovalute di 240 miliardi di dollari , e la scomparsa di una delle principali piattaforme e agenzie di trading che lascerà tracce indelebili  in termini di liquidità, di volatilità e di appetito degli incantati investitori. L’ “impensabile” fallimento della FTX, fondamentale piattaforma per lo scambio di criptovalute,  ha trascinato nel sisma numerose altre.

Sisma che ha indotto la “sinistra” luganese a redigere un’interpellanza intesa a chiedere alla municipalità, geniale ispiratrice e fondatrice della autoproclamatasi capitale europea (se non  addirittura mondiale) delle criptovalute, se non “intenda recedere dagli accordi con gli speculatori in criptovalute”, se “ha valutato il rischio di cause collettive derivanti da tali accordi”, se “intende coinvolgere il Consiglio comunale ed allestire un messaggio sul Plan B la cui discussione e il cui voto consentirebbe di vedere di quanto consenso politico gode il Plan B”.

Va  forse subito rilevato che, dopo aver consultato i conti di FTX, il suo nuovo manitu, John Ray, ha dichiarato, quasi a giustificazione e perdonanza, di non aver mai constatato “in tutta la mia carriera un fallimento così totale dei controlli di un’impresa, e un’assenza così completa d’informazioni finanziarie affidabili” (e non dimentichiamo che nel passato, lo stesso Ray, era stato incaricato di gestire un altro clamoroso fallimento nel campo dell’energia, quello del gruppo Enron).

Il calabrone dentro il lucernario

Dunque, se la logica ha ancora un senso (ma in politica sembra avere sempre meno senso) e se stiamo all’interpellanza, si dà per certo che: sono stati fatti degli accordi con degli speculatori (e dovrebbe essere estremamente grave e irresponsabile, da dimissioni) e che potrebbero anche  arrivare cause collettive contro il Comune (e chi pagherebbe?). Aggiungeremmmo: non tanto dagli Stati Uniti, come si limita a dire ma dà quasi per certo uno che se ne intende, Paolo Bernasconi; no, sotto altra forma, meno giuridica forse (anche perché la Svizzera non vuole le pericolose cause collettive), ma molto più pericolosa e devastante economicamente e societariamente, da altri.

Dai commercianti di Via Nassa, cui si è prospettato con l’adozione delle criptovalute  un Eldorado (come avvenne nel Salvador, terra contigua, oppure negli affamati e irrequieti  Stati  africani Congo, Ciad, Zimbabwe). Criptovalute tutte ben accette, portatrici di milionari da chi sa dove e da chi sa chi, nel salotto di Lugano per una nuova infinita fonte di guadagni.  Ma commercianti che, con  cripto smarritesi in rapaci  blockchain e con franchi venuti meno in portafoglio, potrebbero trovarsi da un giorno all’altro in braghe di tela sulla Piazza Riforma a scuotere i cancelli del palazzo municipale.

Oppure anche dai contribuenti che hanno versato le imposte in  franchi, con la visione del vuoto lasciato nelle casse comunali da quelli che hanno  invece pagato nella criptovaluta Thether che l’ amico Ardoino (questo è il vero nomen omen, per chi sa un po’ di “luganese” e di giostre, e non quello che citate voi, cari firmatari!) ha messo…la grande idea e il futuro tra le mani del sindaco.

Il Plan B, che non conosce l’italiano (forse Piano?) e ignora il cittadino, gira come un calabrone dentro un lucernario, attrato dalla luce: volteggia senza orientamento, fa impressione e molto  rumore, esaltato per  chi sa quale miraggio; nessuno può capire che intenda fare e dove voglia approdare e per questo si chiede un messaggio chiarificatore. Ma tutti sembrano dare per certo (altro paradosso) che finirà comunque cotto. E… “caveat emptor”(stia in guardia il compratore!) finisce per ammonire prudenzialmente anche l’economista Barone Adesi, che sa di latino e forse anche di storia (quell’espressione latina è sorta in tempi in cui non c’era nessuna protezione legislativa per gli scambi, com’è in pratica ancora adesso per il mondo delle cripto).

Forse era preferibile citare o aggiungere nell’interpellanza un’altra massima latina da suggerire al sindaco o all’intera municipalità: “sutor, ne ultra crepidam!” (ciabattino, non andare oltre le scarpe! L’equivalente del dialettale: ofelee fa ‘l to mestee!); nel senso che non era il caso di impegolarsi con l’immancabile Tewanna Ray proveniente dal sud in operazioni che vanno oltre i propri limiti di conoscenza e ignorano la sacrosanta prudenza, soprattutto finanziaria, di chi governa una comunità.

Quella sinistra che deve fondarsi sulla destra

Anche se la redazione di Naufraghi sembra ringalluzzita perché in quella interpellanza si cita,  a dimostrazione della validità della propria presa di posizione, un articolo di Beretta apparso nel proprio sito per quanto è accaduto nel disastrato Salvador, paese che pensava di salvarsi con le criptovalute, fa comunque specie dover constatare ancora una volta come , per dover sostenere una propria posizione e per darle autorevolezza, si debba ricorrere a giornali e ad una lunga sequela di persone che non siano definibili “di sinistra”. Classica dimostrazione ad absurdum: ecco, vedete, lo dicono anche loro che è pericoloso! Comodo, ridicolo, povero di idee e di analisi e sterile. Le persone di sinistra sono  ritenute, a quanto pare, poco credibili o pezze d’appoggio poco consistenti o non utili, anche se portano argomenti e prove scientifiche che dovrebbero essere la base di un’azione di sinistra?

E’ la classica vergogna… della propria intelligenza da parte della sinistra. C’è chi ha scritto con largo anticipo più di un articolo su Naufraghi ma anche su Area, e già da mesi, sulla ridicolaggine e la pericolosità di ciò che si stava combinando ed esaltando a Lugano, nonostante le pesanti condanne ammonitrici già piovute da altrove (Stati Uniti, ad esempio). Basterebbe citare i vari interventi, le interviste (anche su Naufraghi, ancora ieri) ed anche i dibattiti  pubblici del professor Sergio Rossi.

Non dimentichiamo, infatti, che il problema non è solo luganese, anche se  questo risulta ancora più iperbolico; le cripto – su istigazione dei soliti grandi innovatori neoliberisti e antistato –  sono state adottate ancora prima, nella ignoranza più assoluta della maggioranza dei deputati su ciò che si stava discutendo e votando, anche nel Legislativo ticinese: come grande e promettente innovazione politica-economica per togliere il Cantone dalle secche, per imbalsamarlo in un controllo esterno, per renderlo ancora più  permeabile a qualsiasi speculatore o trafficante o evasore fiscale e quindi come mezzo di pagamento di imposte e tasse.

Quei due studiosi a un anno esatto di distanza

La storia della moneta è fatta di esperimenti, di tentativi, di evoluzioni e di…retromarce. E’ vero. Nascoste però sotto abiti tecnici, alcune “innovazioni” costituiscono in realtà delle pericolose regressioni.  Così avvertivano esattamente un anno fa, inascoltati, due nostri studiosi  ginevrini (Nicolas Dufrène, direttore dell’Istituto Rousseau e Jen Michel Servet, professore all’Institut des hautes études internationales et du developpement, di Ginevra) in un’ampia tribuna, in doppia pagina, su Le Monde. La tesi era annnunciata nel titolo: “Il bitcoin diventerà un pericolo per il sistema monetario e finanziario e per il cittadino”. Il  sottotitolo precisava: “In materia di alternativa monetaria, il valore aggiunto della criptomoneta rispetto al mezzi di pagamento esistenti è nullo”; partecipa perdipiù all’inflazione dei prodotti finanziari, gonfiandoli a dismisura, per trarne vantaggi speculativi, che durano alle volte lo spazio di un mattino, mentre assume una funzione  pressoché nulla nell’economia reale: “è la peggiore configurazione che si possa dare per uno sviluppo economico”. Il 98.7 per cento delle transazioni in criptovalute (inchiesta di Chain-analyisis che segue quotidianamenete il settore) si fa solo per un motivo speculativo e non di transazione nell’economia reale.

Di quanto sostenevano i due studiosi ginevrini, a un anno di distanza, c’è ora più che una conferma. Ed è quanto basterebbe per far anche decapitalizzare la iperbolica (vecchio Ticino!) autoproclamatasi capitale europea delle criptovalute.

Ad ogni buon conto, benvenuta l’interpellanza, per le domande che pone. Anche perché, fossero le risposte evasive o trionfanti come ci si può aspettare e come politica comanda, rimarranno comunque lì per un sicuro e inevitabile “redde rationem”, domani, più che per un “caveat emptor”, avvertimento forse già inutile. Benché, come capita sempre, contro ogni logica conclusione, la politica manterrà ognuno trionfante al suo posto.


Kazakistan alle urne in un momento delicato della sua storia di ex-Repubblica Sovietica

La storia degli impresentabili Mondiali in Qatar parte da lontano 

Domenica 20 novembre in Kazakistan è il giorno delle elezioni presidenziali anticipate. Elezioni dall’esito scontato, che porteranno alla rielezione di Kassym-Jomart Toqaev in un Paese che non ha mai veramente conosciuto l’alternanza politica. Ma che arrivano allo schiudersi di una delle annate più significative per la storia della giovane repubblica centroasiatica. Infatti, l’anno è iniziato con le proteste popolari e le violenze di piazza in diverse città kazake (2-11 gennaio), che sono state contenute e represse grazie anche all’aiuto delle truppe dell’alleanza difensiva CSTO (2500 unità ca., per lo più russe). A questi eventi ha fatto seguito un tentativo di riformare in senso più democratico e più sociale lo stato kazako in risposta alle suddette rivolte di piazza. Nel mezzo di questi eventi si è inserita la guerra in Ucraina che per ragioni storiche ha delle implicazioni importanti pure in Kazakistan, che, ricordiamo, è stato interessato in epoca sovietica da una forte immigrazione proveniente sia da Russia che da Ucraina.

Il Paese dell’Asia centrale riveste un ruolo sempre più strategico in un contesto geopolitico mondiale in rapida definizione. Questa posizione è dovuta sia alle sue grandi riserve di materie prime (metano, petrolio, carbone, uranio, ferro, ecc.), che ne hanno favorito la grandissima crescita economica nell’ultimo ventennio, sia al ruolo di confine e di mediazione tra diverse aree geografiche e culturali del mondo, che il Paese si è assunto in maniera anche consapevole. Il Kazakistan si trova a costruire un suo cammino storico particolare tra più mondi che esercitano influenze politiche ed economiche più o meno forti: ci riferiamo in particolare a Cina, Russia, UE (primo partner del Paese per interscambio commerciale e investimenti esteri), USA e Turchia (nella sua proiezione panturanica). In questo contesto di mediazione si inserisce ad esempio l’istituzione del Congresso delle religioni mondiali e tradizionali, caso più unico che raro di congresso di questo genere organizzato a scadenze regolari da uno Stato (laico) per promuovere il dialogo interreligioso e la pace. La partecipazione di Papa Francesco al congresso del settembre scorso ha sicuramente rafforzato il prestigio diplomatico e politico di questa iniziativa.

Quelle che si svolgeranno domenica sono, come accennato delle elezioni anticipate, seguite alle riforme della costituzione proposte dall’attuale presidente Toqaev e approvate dal popolo kazako il 5 giugno. In una modifica sottoscritta il 17 settembre da Toqaev stesso è stato introdotto il limite di un solo mandato per l’incarico di presidente della Repubblica kazaka. Anche se l’attuale presidente rimarrà probabilmente in carica per un periodo complessivo di 10 anni (2019-29), si tratta di una proposta esplicitamente in controtendenza in un Asia centrale e in uno spazio post-sovietico caratterizzato spesso dalla propensione a presidenze a vita.

Come detto, è stato un anno di riforme costituzionali, che nelle intenzioni di chi le ha proposte dovrebbero portare alla nascita di una seconda repubblica kazaka, un modello alternativo al super presidenzialismo che è stato il modello istituzionale finora in vigore nel Paese, dominato nella sua breve storia dalla figura di Nursultan Nazarbaev, presidente ininterrottamente per quasi trent’anni, dalla nascita del Paese nel 1991 al 2019. La gestione del potere da parte di Nursultan Nazarbaev aveva avuto come risvolto una promozione di persone della sua cerchia familiare in posizioni strategiche e l’avvento di elementi di quello che noi chiameremmo un culto della personalità.

Le riforme costituzionali hanno riguardato soprattutto una decentralizzazione delle competenze dal governo nazionale a quelli locali, una facilitazione nelle registrazioni dei partiti politici nelle tornate elettorali, un rafforzamento del ruolo del parlamento. Le riforme contemplano ad esempio una diminuzione del numero di parlamentari scelti direttamente o indirettamente dal presidente, la democratizzazione del processo di scelta dei governatori regionali, l’istituzione di una corte costituzionale che serva da ultimo grado di appello per i cittadini. Solo il tempo potrà dirci se la democratizzazione legale in atto corrisponderà pure ad una situazione de facto più democratica.

È parsa molto significativa pure di una nuova forma di gestione del potere la reazione rispetto ai fatti tragici di gennaio, quando le rivolte di piazza avevano fatto più di 230 morti in seguito a scontri molto cruenti con polizia ed esercito. Al contrario delle famose proteste degli operai dell’industria degli idrocarburi del 2011 a Zhanaozen, dove la risposta, anche giudiziaria, delle autorità era stata molto più dura e spietata, in seguito a questi eventi la reazione si è rivelata molto più conciliante. Di recente (il 2 novembre) è stata concessa pure una vasta amnistia da parte di Toqaev a circa 1500 persone, colpevoli di reati penali di media portata durante i fatti di gennaio.

Un altro capitolo importante di questa recentissima storia kazaka riguarda i rapporti con la Federazione russa. Nonostante un rapporto storico, economico e politico fortissimo con la Russia, Toqaev ha ribadito più volte che non riconoscerà nessuna modifica dei confini ucraino-russi. La posizione era già stata espressa emblematicamente in giugno al forum di San Pietroburgo. In una conferenza stampa congiunta con Putin, incalzato dalle domande di Margarita Simonyan in merito alla sua posizione sul riconoscimento delle Repubbliche popolari di Donetsk e di Luhansk, Toqaev aveva risposto con grande fermezza che il suo Paese non avrebbe mai riconosciuto nessun quasi stato (sic).

A inizio settembre Toqaev ha ottenuto da Xi Jinping la promessa di garantire la sovranità e integrità del suo Paese. Questa conferma da parte cinese è da una parte il riconoscimento del crescente ruolo cinese nella regione come potenza di riferimento. Dall’altra serve ad assicurarsi che mire straniere non riguardino in futuro anche il Kazakistan: già dagli anni ’90 è diffusa negli ambienti nazionalisti russi l’idea che bisogna riunificare le città russofone del nord (Pavlodar, Karaganda, Petropavl) alla Russia. Questo tema è ritornato pure in un post apparso chissà per una decina di minuti sul profilo social dell’ex-presidente russo Medvedev (su VK) il 2 agosto di quest’anno. Nel complesso le relazioni politiche tra Kazakistan e Russia continuano ad essere eccellenti e niente sembra averle turbate, nemmeno il fatto che gli hacker filorussi della formazione “Beregini” abbiano scoperto ad inizio agosto una triangolazione già avvenuta tra Kazakistan e Giordania – e una ancora da effettuarsi attraverso una ditta bulgara – per una vendita di armi all’Ucraina per decine di milioni di dollari.


Allievi ticinesi di Dante Isella a Pavia

La storia degli impresentabili Mondiali in Qatar parte da lontano 

Dante Isella fu relatore di tesi di Luca Danzi e mio. Le sue lezioni erano però attentamente seguite anche da altri studenti ticinesi, che dall’anno accademico 1974-1975 ripresero a frequentare – dopo molti anni di assenza – le aule che si affacciano sul cortile di Lettere dell’ Alma Ticinensis Universitas di Pavia. Saremmo poi stati in diversi a rientrare in Ticino a insegnare nei Licei cantonali rimanendo contemporaneamente attivi nel campo della ricerca, con il rigore e la passione appresi alla ‘Scuola filologica pavese’ di cui Isella era maestro.

Dante Isella era per noi una figura – con quella di Maria Corti e Cesare Segre – più volte evocata sui banchi del liceo di Bellinzona da Romano Broggini e Giorgio Orelli: figura che poi avremmo incontrata nella vita apprezzandone le grandi doti di studioso e la sua profonda umanità. I contatti di docenti pavesi col Ticino (a quelli già nominati vanno aggiunti i nomi di Franco Gavazzeni, Luigi Poma, Cesare Bozzetti) erano frequenti fin dal tempo dei seminari letterari organizzati da Padre Giovanni Pozzi nei tardi anni Sessanta presso il Convento dei Cappuccini del Monte Bigorio a Tesserete, appena sopra Lugano. E molte furono le occasioni che portarono Isella in Ticino, dove aveva cari amici e aveva assunto la carica di esperto dell’insegnamento di italiano alla Magistrale di Locarno. Stesso ruolo ebbe Cesare Segre, di fronte al quale sostenni al liceo l’esame di maturità di italiano.

Per chi allora voleva intraprendere gli studi letterari, l’Università di Pavia rappresentava un eccellente approdo naturale. La facoltà di lettere godeva infatti di fama, in Italia e fuori; inoltre, alcuni allievi di Isella di una generazione precedente la nostra erano entrati come docenti validissimi nei Licei cantonali, di Bellinzona e Lugano.

Nel novembre 1974, dunque, in cinque (allievi di Broggini e Giulia Gianella) ci iscrivemmo all’ateneo pavese per studiare lettere. Non eravamo del tutto sconosciuti e, anzi, in qualche modo eravamo attesi; un’attesa che si trasformò nel tempo in un simpatico ma a volte anche imbarazzante controllo: «Ci sono i Ticinesi? Ah, ecco, bene». Interrogativo che ogni tanto cadeva nel bel mezzo delle lezioni di Maria Corti, che accoglieva i Ticinesi sempre con materna apprensione,  che era anche la loro.

Seguimmo le lezioni di Isella soltanto l’anno successivo; alle matricole infatti era riservato il corso di ‘Letteratura Italiana I’ tenuto da Luigi Poma.  Ho un ricordo nettissimo di due corsi monografici di Isella: uno sulle Poesie portiane, l’altro sui Promessi sposi. Due libri molto amati, quasi sempre presenti anche nelle più povere biblioteche delle famiglie lombarde, quindi pure ticinesi. Il corso sui Promessi sposi aveva un impianto seminariale, con un’appendice facoltativa, di sabato, alla Biblioteca Nazionale Braidense di Milano. Momenti indimenticabili. Nella Sala Manzoniana si lavorava direttamente sugli autografi di Manzoni, a piccoli gruppi, sotto la guida espertissima e attenta di Isella, che ci guidava attraverso manoscritti e stampe. Costituimmo, forse, il primo nucleo di allievi che via via sarebbero stati coinvolti nel grande progetto dell’edizione critica dei vari stati testuali dei Promessi sposi, una vera palestra di metodo e di studio esercitati direttamente sulle carte. Fu proprio in uno di quei sabati di “garzonato universitario” che maturai il proposito di scrivere la tesi sotto la sua guida.

Nella primavera del mio terzo anno universitario, pochi mesi prima che Isella lasciasse la Facoltà di Lettere di Pavia per l’insegnamento al Politenico Federale di Zurigo, presi coraggio e alla fine di una sua lezione di tarda mattinata, dopo aver atteso che tutti lasciassero gli scomodi banchi ad anfiteatro dell’aula VI, mi avvicinai al professore e gli comunicai il mio desiderio di laurearmi con lui. Ingenuamente mi aspettavo un largo sorriso di immediata accettazione. Il sorriso ci fu, ma accompagnato da un risoluto «Venga domani a lezione con il libretto degli esami».

Non senza imbarazzo e timori, il giorno dopo gli consegnai il libretto color cardinalizio. Isella scorse con «azzurra fermezza di occhi di re di Francia» l’elenco degli esami da me sostenuti con i relativi voti. Trascorsero due, tre, cinque secondi: un’infinità. «Bene, venga da me in istituto la settimana prossima». Esame superato e lezione recepita: per entrare nella sua officina, di uomo lontano dalle paludate abitudini accademiche, occorreva infatti un assoluto rigore: non bastava certo la provenienza geografica, seppur guardata con molta amicizia. Isella amava ricordare ai suoi studenti, a quelli a lui più affezionati, che ogni mestiere va fatto bene, con la massima onestà e intelligenza, sia nell’insegnamento che nella ricerca.

Ebbi modo di constatarlo durante il periodo della stesura della tesi di laurea. Dei tre argomenti che Isella mi propose scelsi senza esitazione di preparare l’edizione critica commentata delle Poesie milanesi di Tommaso Grossi. Ne fu contento perché avrei coltivato un frutto nuovo e necessario nel giardino della sua letteratura milanese. Conservo gelosamente quelle pagine dattiloscritte con le sue annotazioni a matita, che dimostrano (come se ce ne fosse bisogno!) quanto la lettura del maestro fosse attenta: severa, anche, ma sempre generosa. Ne discutevamo sul treno che transitava da Lugano, al suo ritorno da Zurigo; condividevo con lui il breve tratto ferroviario fino a Mendrisio, dove scendevamo entrambi: Isella per recarsi a Casciago con la sua Alfa e io per riprendere il treno successivo che mi avrebbe riportato indietro maggiormente consapevole.

Altre volte lo incontravo nella bella casa di Casciago, nello studio al pianterreno che dava sul giardino, o a Milano, in via Romagnosi. Ricordo le conversazioni fatte sulle carte grossiane, soprattutto i suoi consigli, le osservazioni e i suggerimenti, sempre preziosissimi.

La generosità di Isella nei confronti dei suoi allievi si manifestava anche nel favorire la pubblicazione dei loro lavori, se riteneva che lo meritassero. Ricordo di un felice viaggio in automobile, con a bordo Dante Isella, l’editore Vanni Scheiwiller e l’amico Giampiero Costa diretti a Treviglio, dove presentammo le Poesie milanesi di Tommaso Grossi. Isella ha sempre accolto positivamente le mie richieste, anche quando gli chiesi di presentare a Casa Manzoni il Carteggio del Grossi.

Egli era maestro severo, se necessario, ed esprimeva fiducia e affetto più con le azioni che con le parole. Una delle sue grandi qualità, come scrisse Pier Vincenzo Mengaldo, era infatti «quella di saper lavorare per gli altri e con gli altri».

Questo testo, gentilmente concesso a Naufraghi/e dall’autore, è pubblicato nel volume “Luoghi e autori di una vita” delle Edizioni Negri di Varese, che sarà presentato martedì 22 novembre alle 18.00 alla Biblioteca Cantonale di Lugano


Il Dante di Pupi Avati – In prima visione internazionale questa sera a Castellinaria

La storia degli impresentabili Mondiali in Qatar parte da lontano 

Di Giorgio Amadori, Sentieri Selvaggi

Dopo Lei mi parla ancora, Pupi Avati torna alla regia con la più ambiziosa delle opere. Dante è un progetto la cui portata rischia di affossare qualsiasi tipo di trasposizione cinematografica. La messa in scena, anche solo della vita di Dante Alighieri, potrebbe rivelarsi controproducente, in quanto ciascuna sua poesia, poema o scritto filosofico trasuda inequivocabilmente di tutte le sofferenze o le gioie, di tutti i racconti o gli sguardi che il Poeta raccolse durante la propria vita.

Un’impresa titanica, sotto tutti gli aspetti. Eppure, fin dalle primissime sequenze, il film sprigiona l’enorme rispetto e la sincera passione del proprio regista nei confronti del suo protagonista, che protagonista non è a tutti gli effetti. Avati, riprendendo il suo romanzo L’alta Fantasia, il viaggio di Boccaccio alla scoperta di Dante, predispone un racconto che segue due direttrici che si inseguono: Boccaccio ripercorre, passo dopo passo, il cammino di fuga che il Poeta, anni prima, dovette compiere in esilio da Firenze. Il viaggio che intraprende l’autore del Decameron ha lo scopo di raggiungere a Ravenna Beatrice, figlia di Dante, per chiederle un perdono, mai concesso al padre, a nome di una città intera. Ma non solo. Boccaccio, durante ciascuna tappa del suo percorso, incontra gli unici testimoni rimasti dell’ultima parte di vita di Dante Alighieri. Solo così, egli sarà in grado di ricostruire la storia della vita del più importante poeta italiano, consegnando il nome di Dante Alighieri al mito eterno.

La ricostruzione storica, linguistica e letteraria realizzata dal regista risulta decisamente accurata.

In questo senso, Pupi Avati si è avvalso del contribuito di numerosi storici e Dantisti che hanno definito nel dettaglio la resa credibile di uno scenario storico così particolare come quello del 1300. Il fetore dei cadaveri delle vittime della peste e le manifestazioni visive delle malattie del tempo sulla pelle di uomini e donne sono i caratteri distintivi che emergono da una messa in scena contenuta e ben ragionata.

Accanto alla storia, però, c’è l’immortale poesia di Dante. “L’unica vera gioia della mia vita”, dice Boccaccio alla figlia del sommo poeta, una volta arrivato a Ravenna. Il Boccaccio di Avati, interpretato da un commuovente Sergio Castellitto, non vede in Dante soltanto un grande poeta, in lui riconosce la figura paterna, l’unico uomo che gli ha insegnato ad amare. Ed infatti il suo viaggio, che in un certo qual modo è anche il viaggio che lo spettatore intraprende seguendo i movimenti della mdp di Avati, acquista i connotati di un pellegrinaggio spirituale il cui fine è riabbracciare un padre conosciuto attraverso la letteratura.

L’immensa riconoscenza di Boccaccio rispecchia, anche e soprattutto, quella del regista che rivendica attraverso la voce di Castellitto tutta la propria gratitudine nei confronti di Dante.

“Riesco ad immaginarlo solo da ragazzo”.

Proprio per questo, nonostante il film sia intriso nella sua essenza della poesia di Dante, i momenti in cui l’immagine si confronta esplicitamente con l’opera dantesca sono pochi. Questi riguardano esclusivamente la giovinezza di Dante (interpretato da Alessandro Sperduti) e il suo rapporto poetico, spirituale e (non) carnale con l’amata Beatrice. Rapporto che Avati presenta sottolineandone i caratteri di morbosità e pulsione erotica, attraverso il ricorso al genere horror. Come abbiamo detto in precedenza, trasferire nelle immagini la potenza di queste parole è davvero un’impresa titanica. E, forse, è proprio nel confronto diretto con la poesia di Dante che la forza sincera delle immagini di Avati perde l’incontro/scontro. Ma questo e qualche passaggio a vuoto di scrittura indeboliscono solo in parte un ritratto assolutamente sincero e appassionato di un regista che ha superato i quaranta film all’attivo ma che sa ancora parlare di amore, forse il più grande mai raccontato.

Il film è in programma al Mercato Coperto di Giubiasco questa sera alle 20.45


Yellowstone – Tra neo western e soap opera

La storia degli impresentabili Mondiali in Qatar parte da lontano 

In un clima produttivo pervicacemente allergico alle novità e ai rischi che esse comportano, in un panorama televisivo sempre più avviluppato su sé stesso e teso a reinventare (nella migliore delle ipotesi) o riciclare (nella peggiore) i successi del passato, nella spartizione delle cosiddette IP (intellectual property) che rappresenta ormai la “nuova” corsa all’oro di Hollywood, un autore solido e prolifico come Taylor Sheridan, fedele alla propria poetica ma al medesimo tempo perfettamente a suo agio nella macchina industriale, non può che spiccare dal mazzo.

Da zero e di suo pugno, lo sceneggiatore texano – oggi tra i più attivi del piccolo schermo – ha dato vita a un universo inedito, coerente e di straordinario successo. Perché piaccia o meno, nel contesto della tv contemporanea, l’ecosistema “Yellowstone” non conosce eguali, sia in termini di estensione (cinque stagioni della serie madre, uno spin-off in corso e altri due ai blocchi di partenza) che di gradimento (il debutto di “Game of Thrones” e “The Walking Dead”, per citare altri due campioni di ascolto, risale ormai a più di dieci anni fa, su stimolo e traino – appunto – di proprietà intellettuali preesistenti con una loro fedele fanbase).

Trasferitosi a Los Angeles con l’intento di fare l’attore, Sheridan ha realizzato presto che la sua carriera di fronte alla macchina da presa non era destinata a decollare verso le altezze sperate (un ruolo ricorrente come sceriffo in “Sons of Anarchy”, i più attenti lo ricorderanno forse in “Veronica Mars”, ma a conti fatti nessun credito di effettivo rilievo). Così il nostro si è rimboccato le maniche e si è seduto alla tastiera. Ebbene, salta fuori che il ragazzo sa scrivere, sa scrivere eccome. Basti pensare che la sua opera prima (!) è nientemeno che quel gioiellino nichilista di “Sicario”, portato sullo schermo da Villeneuve nel 2015 e a cui faranno seguito, nel contesto di una trilogia ideale, il buon “Hell or High Water” e l’ottimo “I segreti di Wind River”.

Il trittico soddisfa critica e botteghino, tant’è che l’ex attore entra di diritto nel mirino degli studios e nel 2018 debutta sul neonato Paramount Channel con una serie che porta interamente la sua firma. La risposta del pubblico è positiva ma non immediata e sarà solo grazie a un lento crescendo che “Yellowstone” raggiungerà le dimensioni di un fenomeno impossibile da ignorare. Successo in larga parte meritato, le cui ragioni hanno però radici più profonde di quanto non possa a prima vista sembrare.

“Yellowstone” rilegge in chiave contemporanea il più americano e fuori moda dei generi, ovvero il western (modello rappresentativo con cui Sheridan ha flirtato fin dal principio senza mai dichiararsi apertamente). Al di là della facciata – praterie, ranch, cowboy, cavalli – è a livello strettamente tematico che l’autore si riallaccia ai miti fondativi di un passato inevitabilmente scomodo, ma marchiato a fuoco nel DNA dell’entertainment a stelle e strisce. Il tema della frontiera (intesa come confine, orizzonte, delimitazione territoriale) è del resto il fulcro attorno al quale già ruotava la quasi totalità della sua produzione filmica. Un mito in cui abbondano le zone d’ombra, che è tuttavia parte inscindibile di una Storia scritta col sangue e che dal Nuovo Mondo si trascina tutto un corollario ideologico ancora oggi saldamente, drammaticamente, americano: la sacralità del nucleo familiare, la difesa (all’occorrenza armata) della proprietà privata, la giustizia fai da te. Se suona come un sistema di valori repubblicano (per non dire reazionaro) è perché, inutile negarlo, lo è. Come d’altronde sarebbe inutile negare che una fetta significativa dell’identità statunitense, penetrata alle nostre latitudini tramite l’industria culturale, si sia modellata proprio attorno a questi concetti, in una Weltanschauung perennemente sospesa tra individualismo e imperialismo.

Sheridan non ripudia la natura conservatrice del western americano. Anzi, la cavalca, adeguandola e riplasmandola su uno sfondo squisitamente contemporaneo. Una rilettura che non a caso comincia proprio dalla comunità dei nativi, ritratta con un’autenticità – anche qui, non priva di lati oscuri – che su piccolo schermo era ancora da venire (serie come “Reservation Dogs” o “Dark Winds” riceveranno luce verde solo qualche anno dopo). Nel western di oggi, non occorre dunque guardarsi dagli indiani, ma dagli speculatori edilizi; il bandito non è chi rapina le banche, ma il banchiere stesso; al posto di assalti a treni o diligenze, private equity di dubbia moralità e hostile takeover. Nel Montana del terzo millennio, di conseguenza, l’arma migliore non è più (soltanto) il piombo, ma la politica, il potere e – in ultima analisi – il denaro. Difendersi però rimane un must, sempre e a qualunque costo, poiché come insegna la tradizione della frontiera, c’è sempre qualcuno pronto a portarti via ciò che è tuo.

In questo senso, quello proposto da Sheridan è neo western allo stato puro, saldamente ancorato alla realtà geopolitica attuale e capace di far rivivere in essa gli intramontabili tòpoi che antecedono lo stesso Cinema delle origini. Tra i tanti archetipi, vale la pena citare il Cavaliere Solitario, che trova in un resuscitato Kevin Costner il suo interprete ideale (taciturno, tormentato, eroe magnetico e centro di gravità attorno al quale ruotano le vicende). Il riscatto di vecchie glorie cadute in disgrazia è un valore aggiunto che in sala ha già regalato enormi soddisfazioni (il Travolta di “Pulp Fiction”, il Rourke di “The Wrestler”), ma ancora più significativo è il fatto che in “Yellowstone”, a uscire dal coma artistico post anni 90, sia proprio un’icona assoluta del genere in questione (indimenticato protagonista di “Silverado”, “Open Range”, “Wyatt Earp” e, naturalmente, “Balla coi lupi”).

Se il nocciolo è neo western, dal punto di vista strutturale la serie non esita a sporcarsi le mani con un altro modello caro alla narrativa televisiva made in Usa, vale a dire la soap opera. Quella dei Dutton è infatti una saga familiare in piena regola, che rispetta le figure e i rituali canonici del genere: il patriarca, gli eredi al trono (tutti in qualche modo inadeguati e in contrasto tra loro), i segreti, i ricatti, le alleanze, i tradimenti, le faide. Insomma, il buon vecchio adagio “anche i ricchi piangono”, declinato in un intrico senza soluzione col suo bravo ventaglio di colpi di scena e occasionali inverosimiglianze, ma anche indurito da una tendenza a farsi vieppiù crepuscolare col procedere delle stagioni, in un tono che dal melodramma sconfina presto nel noir.

Per quanto altamente codificato, il western è d’altro canto un genere mutevole, che già in passato ha dimostrato di sapersi evolvere e adattare, individuando nuovi percorsi quando non operando vere e proprie inversioni di rotta: dai classici di John Ford a quelli di Sergio Leone, dallo spaghetti western di Corbucci a quello sociale di Sollima, passando per la corrente revisionista di “Piccolo grande uomo” e “Soldato blu”, fino ad arrivare a quel magistrale, lancinante epitaffio che “Gli Spietati” sembrava aver inciso sull’intero filone. E in effetti, negli ultimi vent’anni, non è che il genere se la sia passata granché bene. Pur essendosi presentato spesso sotto mentite spoglie, contaminato con le influenze più disparate (fantascienza, action, horror,…), un western puro capace di lasciare il segno non lo si vedeva da tempo (salvo poche, nobili eccezioni: “Deadwood” in tv, ma erano gli albori del prodotto premium e il telespettatore medio non era ancora pronto; “Django Unchained” e “The Hateful Eight” al cinema, ma in quanto frullatore di generi, Tarantino è un discorso a parte). A rianimare un paradigma semi-agonizzante, a ripulirlo senza snaturarlo e a renderlo appetibile ai palinsesti di mezzo mondo, ci ha pensato la penna affilata di Sheridan. Ed è grazie a lui se oggi il (neo) western è tornato a essere un genere à la page, come dimostra la pletora di epigoni prontamente inseritasi sulla sua scia (il già citato “Dark Winds”, il reboot di “Walker Texas Ranger”, “Outer Range”, “That Dirty Black Bag”, “Billy the Kid” l’imminente revival di “Justified” e il futuro “Unbroken”). In seno a un’industria che la streaming war ha reso più bulimica che mai, la parola d’ordine, come si diceva in apertura, è sempre la stessa: riciclo.

Al pari del ranch eponimo, “Yellowstone” fa ormai impero a sé. Con le sue regole, le sue frontiere, i suoi pregi e i suoi difetti. Le redini del tutto rimangono salde nelle mani di una sola persona, che come John Dutton, sul proprio territorio mantiene un controllo senza precedenti. Caso più unico che raro, Sheridan firma infatti tutti gli episodi e chissà come, trova persino il tempo per occuparsi di altro (“Mayor of Kingstown”, “Tulsa King”, il reality “The Last Cowboy” e almeno altri tre progetti attualmente in development; mentre fuori dallo schermo, sempre a proposito di autenticità, possiede e gestisce due ranch nei dintorni di Dallas).

Come si dice in questi casi: chapeau. Rigorosamente a tesa larga.


Sergio Rossi – A Lugano serve al più presto un “Piano C”?

La storia degli impresentabili Mondiali in Qatar parte da lontano 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Il costo di essere “ecologici”

La storia degli impresentabili Mondiali in Qatar parte da lontano 

Lo scorso 24 ottobre il colosso francese Imerys ha annunciato di aver trovato un importante giacimento di litio nel Massiccio Centrale. Dal 2027, si procederà con l’estrazione del metallo da una miniera sotterranea. Il progetto, che prevede un investimento di 1 miliardo di euro per un orizzonte temporale di almeno 25 anni, è stato presentato come uno dei più grandi in Europa. Secondo le stime della società, la miniera potrà equipaggiare 700.000 veicoli elettrici all’anno: «È il nostro contributo alla sovranità europea e francese; aiuteremo l’Europa a decarbonizzare» ha dichiarato Alessandro Dazza, direttore generale di Imerys. 

Secondo le stime più recenti, l’Ue nel 2050 necessiterà di 35 volte più litio rispetto ad oggi. Una situazione che la Commissione europea ha definito preoccupante nel 2020 quando il litio è stato inserito col cobalto nella lista delle trenta materie prime “critiche”. Lo scorso settembre Ursula Von der Leyen ha annunciato una legge europea sulle materie prime critiche: «L’accesso alle materie prime − ha detto la presidente della Commissione europea − è fondamentale per il successo della nostra trasformazione verso un’economia sostenibile e digitale. Il litio e le terre rare saranno presto più importanti di petrolio e gas». 

Dal 2035, in Europa non si potranno più vendere veicoli a motore a scoppio. Per diminuire le emissioni di CO₂ corresponsabili del cambiamento climatico si è quindi puntato tutto sulla mobilità elettrica. Per riuscire in questa trasformazione epocale, però, occorrono materie prime la cui estrazione – in genere sporca e poco redditizia – è stata delocalizzata nei Paesi del Sud del mondo. Ora Bruxelles si è accorta che la transizione ecologica dipende dalle importazioni, in particolare quelle cinesi. 

L’Europa tenta così di correre ai ripari dando impulso a una sorta di nuova “sovranità mineraria”. Dalla Scandinavia alla penisola iberica, dall’Italia ai Paesi dell’Est, un po’ in tutto il Vecchio continente sono stati lanciati carotaggi ed esplorazioni geotermiche. Noi, di recente, siamo stati nelle Valli di Lanzo, in Piemonte, dove la società australiana Altamin sta effettuando delle ricerche in vecchi siti minerari alla ricerca di cobalto. Come il litio anche questo minerale è indispensabile per la fabbricazione delle batterie destinate alle auto elettriche o ad immagazzinare l’energia prodotta da fonti rinnovabili. 

Tecnologie dette verdi, ma che hanno un lato grigio: l’estrazione mineraria. Oggi, circa il 70% del cobalto mondiale proviene dalla Repubblica democratica del Congo (Rdc), dove la corsa a questo metallo, guidata dalla Cina, alimenta la corruzione e genera grossi problemi sociali e ambientali. Ecco, quindi, che alcune giovani imprese, soprattutto australiane, hanno fiutato il business e si attivano a fare ricerche in Europa. Tentano il colpaccio, speculando sul fatto di trovare un filone minerario potenzialmente sfruttabile e redditizio, considerato anche l’aumento dei prezzi delle materie prime, soprattutto dei metalli da batteria.

Questa corsa ai metalli della “transizione ecologica” non fa l’unanimità. In Piemonte lo abbiamo constatato direttamente. In Francia, l’annuncio del progetto di Imerys ha suscitato reazioni contrastanti da parte degli ambientalisti, che temono la distruzione degli ecosistemi locali e varie forme di inquinamento derivanti dal processo di raffinazione. Lo scorso gennaio, di fronte alle pressioni popolari, la Serbia ha dovuto rinunciare a un progetto simile portato avanti dal gruppo australiano Rio Tinto. Anche in Portogallo, il progetto Mina do Barroso del gruppo britannico Savannah Resources è fortemente contrastato dalla popolazione locale. Qualche giorno fa, in Spagna, nell’Estremadura, 600 persone hanno manifestato al grido «¡No a la mina!» per protestare contro un progetto sempre relativo al litio.

Siamo di fronte, quindi, ad una contraddizione irrisolvibile. Siamo obbligati dal riscaldamento climatico a ridurre le emissioni e a cambiare i nostri vettori energetici, ma anche le tecnologie “verdi” hanno il loro lato “grigio”. Spesso non ce ne rendiamo conto, pensiamo che con l’acquisto di un’auto elettrica o l’installazione di un pannello solare possiamo diventare ecologisti virtuosi. In realtà, se il modello di consumo rimarrà lo stesso, non sarà così: non faremo che passare da un consumismo basato sulle energie fossili ad uno basato sullo sfruttamento minerario. 

Ecco così che il sogno di un mondo più pulito sbatte contro la materialità della transizione ecologica e digitale. In Europa, non è mai stato un problema: da anni abbiamo delegato queste attività sporche al resto del mondo, dismettendo miniere, industrie e saperi. Con un doppio effetto, come ribadito dall’esperto francese Guillaume Pitron nel suo libro “La guerra dei metalli rari”: abbiamo lasciato campo libero a Stati sprovvisti di scrupoli ecologici e sociali e siamo, tutti noi, rimasti nell’ignoranza quanto ai reali costi ecologici del nostro stile di vita. Ora che la transizione è in corso ci rendiamo conto di non essere sovrani sulle nostre auto elettriche o sui pannelli solari. Stiamo correndo ai ripari, cercando litio e cobalto a casa nostra, sperando di limitare la dipendenza. Ma le miniere inquinano, sconvolgono il territorio, arricchiscono i pochi. E quindi, legittimamente, protestiamo. Non vogliamo scavatori nel nostro bel giardino. Finora, le esternalità negative di una batteria erano storia lontana di rado letta sui giornali. La caccia mineraria appena aperta in Europa avrà un pregio: ci aprirà gli occhi sui costi del nostro essere moderni, connessi ed “ecologici”. 

Nell’immagine: protesta contro la miniera di Barroso, in Portogallo


Gli occhi del mondo

La storia degli impresentabili Mondiali in Qatar parte da lontano 

Di Matteo Castellucci, Linkiesta

Dicevano che Kyjiv sarebbe caduta in tre giorni, è ancora lì. L’Ucraina ha dimostrato a Vladimir Putin e agli altri tiranni che non puoi restare impunito quando hai addosso puntati gli occhi del mondo. Le fotografie dal Paese, quelle delle atrocità degli occupanti come quelle festanti dei villaggi liberati, documentate dai giornalisti o da semplici cittadini, hanno disintegrato come un Javelin la propaganda corazzata russa. Sproloquiavamo di «info war»: il Cremlino l’ha persa il primo giorno, come perderà la guerra. La giornalista ucraina Tanya Kozyreva racconta a Linkiesta i suoi mesi a coprire il conflitto.

Finalista al Pulitzer nel 2021 quando lavorava a BuzzFeed e menzione speciale quest’anno come i suoi colleghi ucraini, Kozyreva ha ricevuto una Nieman Fellowship ad Harvard. Negli Stati Uniti, le elezioni di metà mandato hanno fatto temere che si incrinasse la linea pro Ucraina, ma la «marea rossa» agognata dai trumpiani non c’è stata. I diritti da difendere, su tutti quello di abortire, hanno mobilitato l’elettorato dem. Oltre alla democrazia di cui ha parlato Barack Obama, una visione divisiva dell’economia ha portato Kyjiv sulle schede.

«Molti repubblicani incolpano Joe Biden per l’inflazione, ma non capiscono chi l’ha causata e perché – spiega la giornalista –. Non gli interessa chi ha cominciato la guerra in Ucraina e attaccano il presidente per il supporto a Kyjiv. La politica americana è molto polarizzata, alle Midterm c’è stato un testa a testa. Molti erano preoccupati, ma il Dipartimento di Stato ha rassicurato che il sostegno all’Ucraina resterà bilaterale, anche se numerosi repubblicani l’hanno strumentalizzato».

Come in Europa, per non citare l’Italia delle interviste esclusive a Lavrov e delle dissonanze cognitive dei finti pacifisti, anche in America c’è chi ha speculato per mistificare una questione che non può essere più semplice di così: ci sono un invasore e un invaso. Perché? «L’influenza del denaro russo è enorme».

La settimana scorsa è stato confermato che i canali diplomatici tra Washington e il Cremlino sono rimasti aperti. L’amministrazione Biden, in forma privata, ha fatto pressioni su Volodymyr Zelensky perché si mostri disponibile a una trattativa. «Non dipende dall’Ucraina quando i negoziati di pace cominceranno, ma dalla Russia – ricorda Kozyreva –. Non dovete convincere gli ucraini, sta a Putin decidere quando vorrà trattare, ma non mi sembra molto proattivo, non offre incontri a Zelensky né ritira le sue truppe, almeno non completamente».

Mantenere in vita il dialogo, però, può avere una valenza. «I contatti diplomatici si tagliano solo in situazioni estreme, come una guerra. Come hanno fatto i russi, quando hanno lasciato le ambasciate in Ucraina. Per uno Stato non coinvolto nel conflitto, penso che mantenere relazioni diplomatiche possa servire a cercare una soluzione. Anche perché è molto difficile capire quali siano le vere richieste della Russia. Quelle di prima della guerra erano false. Volevano il ritiro delle forze Nato dall’Est Europa, ma come si faceva a chiedere all’Ucraina qualcosa che non poteva decidere lei? In quel periodo, un ingresso della Nato non era neppure all’ordine del giorno».

Nel frattempo, è arrivata la liberazione di Kherson. Secondo la giornalista, va letta con cautela: «Una settimana fa Putin ha menzionato specificamente che la popolazione della provincia doveva andarsene perché sarebbe diventata “una delle zone di conflitto più pericolose”. Ora l’intelligence americana svela che prepara i sottomarini con testate nucleari a un test. Putin non parla mai di civili, ma in base alle leggi internazionali vanno avvisati quando rischiano di essere coinvolti. È solo una mia teoria: spero che la Russia non usi mai la bomba atomica o qualsiasi altra arma vietata, anche chimica, ma ho trovato preoccupante che la notizia dei sommergibili uscisse negli stessi giorni della ritirata da Kherson».

Da gennaio ad agosto Kozyreva ha lavorato come giornalista nel suo Paese. Ha cominciato a gennaio, prima dell’invasione, perché in autunno c’era stato un leak dei servizi segreti americani. Andava nelle regioni di confine a chiedere agli abitanti se fossero preoccupati, se il governo locale li avesse avvisati. «La gente non era pronta, non concepiva nemmeno l’idea di una guerra. È stato orribile perché, quand’è cominciata, molti avevano sottovalutato la minaccia, come molti politici e lo stesso Zelensky. La gente era disorientata, non sapeva cosa fare o dove andare. Completamente persa. Ricordo gli scaffali vuoti nei negozi, quei primi giorni a Kyjiv. I media internazionali dicevano che avremmo resistito solo per tre giorni, ma dopo nove mesi siamo ancora qui».

Poi Leopoli, con milioni di persone in coda verso la frontiera, per fuggire in Europa, e il traffico immenso, giù fino a Dnipro, lungo una nazione intera. La tappa successiva è Odessa. Il dramma di un orfanotrofio che non può evacuare i suoi ospiti disabili. Non ci sono più autobus, figuriamoci le ambulanze. A Mykolaïv ha visto i crateri delle esplosioni nella periferia della città. E le pile di cadaveri, non tutti soldati. «La madre di uno di loro si è presentata per identificare il figlio e, quando lo ha trovato, ha cominciato a urlare».

La fuga in massa da Dnipro. A Mariupol’ i bombardamenti cominciano mentre fanno interviste. A Zaporizhia incontra la storia più dura. «In un ospedale pediatrico, ho visto con i miei occhi i bambini che avevano sofferto per la guerra. Mi ha colpito una ragazzina. Milena. Stava sfollando con la sua famiglia, a un checkpoint i russi hanno iniziato a sparare. Un proiettile l’ha colpita sulla mandibola. Era in condizioni terribili. Mentre eravamo lì, penso che per un secondo sia finito l’effetto dei sedativi. Ha aperto gli occhi e ha cominciato a soffocare. È stato straziante, ho pensato sarebbe morta. Due mesi dopo, i medici ci hanno detto che stava meglio. Ha una grande cicatrice sul volto, ma sta bene, più o meno».

Kozyreva è stata anche in Donbas, ha girato tutta l’Ucraina. Una costante, di tutti i conflitti: «Le storie dei bambini sono quelle che mi hanno segnato di più. Ho parlato con molti altri reporter di guerra, che sono stati in Afghanistan e così via. Quasi tutti sono d’accordo con me: sono le storie più difficili da raccontare per noi giornalisti. Quando scoppia un conflitto, gli adulti possono scegliere se arruolarsi, fare volontariato, evacuare, ma i bambini non hanno scelta. Sono intrappolati nella guerra».

“Opinione pubblica” è un’espressione abusata. Ma i volti di quei bambini, quelli dei cittadini trucidati per strada, le aberrazioni di Bucha e Irpin’, la scia di stupri, esecuzioni sommarie e di orrori lasciata dietro di sé dalle truppe di occupazione, sono indelebili nella retina degli spettatori di tutto il mondo. Non hanno retto un secondo le falsificazioni del Cremlino, che mente sapendo di farlo, fa il tiro al bersaglio sugli obiettivi civili e si è macchiato dei più indicibili crimini contro l’umanità dalla Seconda guerra mondiale.

«Dico sempre che è sufficiente raccontare la verità, non serve nessun tipo di propaganda. Per l’Ucraina basta questo. Quando a migliaia fuggono da Mariupol’ e rilasciano la stessa testimonianza, non ti serve essere là per capire quanto sia grave la situazione. È impossibile fabbricare immagini o mentire, come puoi convincere migliaia di persone della stessa cosa? Numerosi giornalisti internazionali sono venuti qui, i media hanno investito molte risorse, e hanno raccontato le atrocità. È stato cruciale per il sostegno finanziario e militare anche dei governi inizialmente riluttanti. La Russia e le altre dittature devono ancora capirlo: non puoi fare quello che vuoi quando è l’intero mondo a guardarti».

Nell’immagine: appartamento bombardato a Kramatorsk, da un articolo di Tanya Kozyreva (Flickr)


Il ricandidato Trump è lo sfidante perfetto per i democratici

La storia degli impresentabili Mondiali in Qatar parte da lontano 

Guido Moltedo, ilmanifesto

Doveva essere un referendum su Biden. È stato un referendum su Trump. Finito male, come si sa, molto male per l’ex-presidente repubblicano. Il quale non la pensa così, cioè come la gran parte degli stessi esponenti del suo partito.

Oltreché dei commentatori di destra e dei donor conservatori, molto generosi con lui e adesso decisi a cambiare cavallo, un mondo disposto da anni a seguirlo in tutte le sue sregolatezze e infrazioni della legalità.

Ora non più. Basta con il «tre volte perdente», come l’ha definito uno dei suoi principali foraggiatori, il miliardario Ken Griffin: sconfitto nelle presidenziali del 2020, poi nei due ballottaggi in Georgia nel 2021, e infine nelle midterms dell’8 novembre scorso. E ora candidato alla sconfitta nel 2024. Ma Donald Trump non sarebbe stato Trump, se avesse gettato la spugna, dando retta a Griffin e ai tanti ormai ex amici e sostenitori, che – basta vedere FoxNews o le prime pagine del New York Post – ora lo deridono e sbeffeggiano. Aggiungendogli l’oltraggiosa beffa di esibire già un’alternativa, il suo clone Ron DeSantis, il governatore della Florida rieletto con un grande risultato.

Protetto dal suo teflon di arroganza illimitata, Trump ha dunque tenuto fede martedì scorso all’annuncio della sua ricandidatura nel 2024, che aveva strombazzato nei comizi finali per le midterms al fianco dei suoi protégé – molti dei quali clamorosamente battuti – nella convinzione di un’«onda rossa» che avrebbe reso epocale l’evento di Mar-a-Lago. La red wave che avrebbe abbattuto Joe Biden e i democratici aprendogli la strada al ritorno alla Casa Bianca.

Quella strada ora è molto più in salita e tortuosa, nel suo stesso partito. Ma non impossibile. Il più recente sondaggio, di Politico/Morning Consult, lo dà al 47 per cento contro il 33 per cento di DeSantis in un eventuale duello nelle primarie repubblicane 2024. Tuttavia il suo avversario è in testa nei sondaggi negli stati dove si terranno le prime elezioni primarie, Iowa e Georgia. Una corsa aperta. Uno «spettacolo divertente», per dirla con Biden. Uno spettacolo ancora più scoppiettante se in corsa, com’è probabile, entrerà anche Mike Pence, il suo ex-vice trattato come un servo sciocco e disobbediente e ora deciso a vendicarsi con Trump.

Verranno fuori altri racconti e dossier imbarazzanti su The Donald. Lui, intanto, ha già sibilato che su DeSantis ha qualcosa da dire. Un partito di tutti contro tutti, com’è ovvio che sia dopo una sconfitta che è il frutto di anni di veleno trumpista in quello che un tempo era definito il Grand Old Party. Nelle riunioni dei gruppi parlamentari repubblicani volano i coltelli sulle responsabilità di una sconfitta che restituisce il controllo del senato ai democratici, anzi rinvigoriti, e dà al GOP una risicata maggioranza alla camera. Il vaso delle vergogne del trumpismo è colmo e la batosta dell’8 novembre lo sta facendo tracimare.

Per i democratici si apre anche l’inedito scenario di un partito finora asserragliato intorno a Trump, che ha difeso l’indifendibile, mettendosi di traverso rispetto ai due tentativi di impeachment. Gli farà ancora scudo? La terza candidatura presidenziale avviene mentre sono in corso indagini sulle sue attività prima e durante i fatti del 6 gennaio 2021 e per l’illegale detenzione di documenti classificati della sua amministrazione a Mar-a-Lago. La tentazione di mollarlo ai giudici deve essere molto forte tra i papaveri repubblicani, che però devono sempre fare i conti con una base che invece non intende affatto abbandonare il suo beniamino e che è sempre pronta a farla pagare a chiunque si metta apertamente contro Trump.

I democratici hanno uno spazio insperato per consolidare il successo politico conseguito l’8 novembre, nella consapevolezza, non si sa quanto diffusa, che in termini reali è meno roseo: i risultati alla camera dei rappresentanti mostrano che – nel voto popolare – il Partito repubblicano è avanti di quasi 4,5 milioni nei confronti del Partito democratico. Il conteggio finale accorcia la distanza rispetto a qualche giorno fa, ma i quasi 53 milioni di voti GOP, contro i 48,6 milioni dem, sono tanti e colorano di rosso una mappa degli Usa che vede saldamente democratiche le fasce costiere molto urbanizzate e le aree metropolitane, e solidamente repubblicane la vasta parte centrale e le regioni rurali. Fare breccia nell’America «rossa», per i democratici, è ora la grande impresa, non impossibile, per vincere nel 2024, e per poter così consegnare alla storia The Donald e il trumpismo.

Nell’immagine: una delle prime pagine del New York Post (sostenitore di Trump nelle elezioni del 2020) che deridono Trump