Paolo Rodari – Dialogando con Papa Francesco

L'autore dell'intervista che sarà trasmessa dalla RSI domenica sera ci parla anche del bilancio dei dieci anni del pontefice "venuto dalla fine del mondo" 


Giornalismo e cultura, un binomio in cerca di forme nuove di convivenza

L'autore dell'intervista che sarà trasmessa dalla RSI domenica sera ci parla anche del bilancio dei dieci anni del pontefice "venuto dalla fine del mondo" 

La presenza di temi culturali nei mezzi di informazione è da tempo condizionata, se non minacciata, dalla convinzione che siano argomenti destinati ad un pubblico ristretto, mirato, a volte persino “esclusivo” di scarso rilievo nelle statistiche di “audience” (radiofonica o televisiva), di tirature e vendite per la carta stampata (quotidiani e periodici), di visualizzazioni per i siti informativi online.

Così, non di rado, alla cultura, che pure da noi ha un ampio e variegato ventaglio di forme ed espressioni, è lasciato per lo più un piccolo spazio nelle “agende”, nelle segnalazioni degli appuntamenti previsti per un giorno o l’altro, fra spettacoli, vernici e conferenze.

Poi ci sono (quando ci sono – e sempre meno), le “Pagine culturali”, o gli inserti del fine settimana (si pensi, in area italiana, a quello del Sole 24 ore), con una certa propensione alla promozione libraria (vedi “La lettura” del CdS o “Tuttolibri” della Stampa). Di cultura si parla in genere assieme agli spettacoli, per ospitare recensioni o lanci di “eventi”.

Quello che si intende generalmente oggi per giornalismo culturale, senza ormai alcun legame con un’eredità di firme prestigiose che proponevano “in Terza Pagina” i loro “elzeviri”, i propri approfondimenti (con un tipo di scrittura letteraria che ha fatto epoca), è diventato un giornalismo “di servizio”, che risponde forse più alle sollecitazioni dell’industria culturale (editoria e cinematografia in primis) che non a quelle del pubblico.

In un periodo di forte crisi economica come quello che stiamo vivendo, la produzione e la fruzione artistica hanno subito un notevole indebolimento e una marcata marginalizzazione, proprio mentre gli straordinari e repentini cambiamenti tecnologici e strutturali (leggi digitalizzazione) stanno stravolgendo anche i meccanismi tradizionali del lavoro giornalistico.

Discutere di prospettive del giornalismo culturale vuol dunque dire anche questo: cercare non solo nuovi spazi, ma anche e forse soprattutto, un nuovo linguaggio che li possa far convivere e possa nutrirne reciprocamente forme opportune di sviluppo. Perché se può certamente darsi che la cultura senza i media che la diffondano rischia un’ulteriore emarginazione, è anche vero – e forse anche più – che senza cultura (che significa anche “ disponibilità all’approfondimento, proprietà di linguaggio e libertà argomentativa) il giornalismo non avrà più altro da dire che quanto gli sarà sottoposto dai “comunicati stampa” dei partiti e delle aziende.

Un dibattito pubblico con giornalisti e operatori culturali, (cui è stata invitata anche la nostra redazione) intitolato significativamente “Il giornalismo culturale: attualità e prospettive” è in programma nel pomeriggio di oggi, a partire dalle 15.00 nella sala della Residenza San Vittore di Muralto.


Programma

15:00
Saluto: Ulrich Gut (Presidente di ch.intercultur)
Parole introduttive: Marco Baschera (Prof. Uni Zurigo e Presidente della Fondazione Oertli) e Renato Martinoni

15:20
I giornalisti culturali: Matteo Airaghi (Corriere del Ticino), Manuela Camponovo (l’Osservatore), Enrico Bianda (RSI), Natascha Fioretti (Azione), Enrico Lombardi (naufraghi.ch)

16:25
Gli operatori culturali: Barbara Paltenghi Malacrida (Direttrice del Museo d’arte Mendrisio), Mattia Bertoldi (Presidente dell’ASSI) Stefano Knuchel (Eventi Letterari Monte Verità)

16:55
Dibattito fra i relatori. Modera Marco Baschera

In collaborazione con: ch.intercultur, Rete Due (RSI), ASSI (Associazione Svizzera degli Scrittori, di lingua Italiana), ATG (Associazione Ticinese dei Giornalisti), Eventi Letterari Monte Verità.

Maggiori informazioni: festivallibro@muralto.ch

 

 


“Succession” – HBO torna ai fasti dell’epoca d’oro

L'autore dell'intervista che sarà trasmessa dalla RSI domenica sera ci parla anche del bilancio dei dieci anni del pontefice "venuto dalla fine del mondo" 

Di Davide Staffiero

L’anno scorso HBO ha spento 50 candeline. Un acronimo che per ogni appassionato di serie tv è da almeno un quarto di secolo sinonimo d’incontrastata qualità, rifugio ideale per sottrarsi al piattume di certo intrattenimento di massa, quando non vero e proprio vivaio sperimentale, luogo deputato dove assistere in diretta all’evoluzione del prodotto seriale.

L’emittente via cavo americana è infatti stata la prima a scommettere con continuità su un tipo di serialità adulta, capace di affrontare a viso aperto temi ritenuti scomodi, di sfidare i limiti del rappresentabile e spalancare gli orizzonti del piccolo schermo con una libertà espressiva altrove impensabile. Tra gli alfieri della narrazione orizzontale, la rete ha contribuito in maniera determinante allo sviluppo del medium televisivo, stabilendo un nuovo standard ed elevando il mezzo al livello del fratello maggiore, quel grande schermo storicamente ritenuto più nobile, con cui arriverà a contendersi il ruolo di cartina tornasole della contemporaneità (fino a sconfessare, anche tra gli addetti ai lavori, il vecchio assioma secondo cui il coinvolgimento in un serial segnerebbe la fine di un’altrimenti rispettabile carriera cinematografica).

Tutto ha inizio nel 1997, quando “Oz”, primo one-hour drama della rete, cambia per sempre la percezione di ciò che una volta era chiamato “telefilm”. Benché ancora acerbo dal punto di vista formale, “Oz” rimane uno spartiacque fondamentale: un dramma carcerario crudo e senza sconti, che segnerà un autentico punto di rottura rispetto alla tradizione. Al felice debutto faranno seguito, in rapida successione, titoli entrati ormai di diritto nell’olimpo del piccolo schermo: da “Sex & the City” (1998) ai “Soprano” (1999), da “Six Feet Under” (2001) fino a quella che – a ragione – è tutt’ora considerata da molti il “Quarto potere” delle serie tv, ovvero quel capolavoro irripetibile di “The Wire” (2002). 

All’avanguardia sotto tutti i punti di vista (compresa la tanto decantata diversità, che HBO ha praticato con spontanea disinvoltura sin dal principio, ben prima che il termine diventasse un imperativo morale), tra alti e un po’ meno alti, senza mai scivolare davvero in basso, quelle tre lettere maiuscole hanno traghettando il gusto dello spettatore nel terzo millennio, facendo da apripista all’intero ecosistema dei canali a pagamento, che prontamente ne hanno seguito l’esempio con risultati spesso e volentieri eccellenti: FX con “The Shield” (2002), “Nip/Tuck” (2003) e l’ancora troppo sottovalutata “Rescue Me” (2004); AMC con “Mad Men” (2007) e “Breaking Bad” (2008); Showtime con “The L Word” (2004) e “Dexter” (2006). 

Complici le leggi della concorrenza, nella prima decade del nuovo millennio si è assistito a un rinascimento della serialità televisiva. Poi nel 2013 è arrivato Netflix con “House of Cards” ed è cambiato tutto un’altra volta. Il panorama è stato stravolto (in termini distributivi, produttivi e di fruizione) e l’epoca d’oro delle emittenti via cavo ha imboccato lentamente il viale del tramonto (tanto che oggi si parla di cord-cutting). Il mondo si è adeguato al nuovo trend e nel giro di qualche anno sono spuntati come funghi i servizi streaming: CBS All Access (poi diventato Paramount+), Apple TV+, Disney+, Peacock e via accumulando (Amazon Prime Video fa discorso a sé). 

La stessa HBO ha subito una radicale riorganizzazione in seno al neonato colosso Warner Bros. Discovery (frutto della fusione tra WarnerMedia e il gruppo Discovery) e ha generato una propria costola digitale – HBO Max – che oltre all’ampio catalogo, offre oggi un ventaglio di prodotti originali. Il marchio HBO, un tempo boutique di eccellenza, si è piegato alle leggi del mercato e a sua volta ha cominciato a privilegiare la quantità a scapito della qualità. Nel moltiplicarsi dell’offerta, non sono mancate le perle (“Game of Thrones” colpo di coda dell’era pre-streaming, “True Detective”, le miniserie “Mare of Easttown” e “Chernobyl”, o il recente “White Lotus”), accompagnate però da promesse non mantenute (“Westworld”, “Tokyo Vice”) e qualche raro obbrobrio indegno del marchio che porta (“Rap Shit”). 

In un contesto bulimico come quello attuale, dove la battaglia per accaparrarsi abbonati obbliga a sfornare prodotti a getto continuo, è ancora possibile trovare la serie premium che spicca di una spanna sopra alla massa? La risposta è sì, naturalmente. A differenza del recente passato però, occorre andarla a pescare in un mare esageratamente vasto, in cui è fin troppo facile perdere l’orientamento; perché appunto, un’etichetta sulla quale fare affidamento a colpo sicuro, non esiste più. Tra i casi eclatanti degli ultimi anni, c’è senza dubbio “Succession”: il gioiello di cui tutti – HBO, critica e telespettatori – sentivano la mancanza.

Ispirata alla famiglia Murdoch (oltre ad aver lavorato a “The Thick of It”, il creatore Jesse Armstrong ha firmato la sceneggiatura di un film sul celebre tycoon mai andato in porto) la serie racconta le vicissitudini di una famiglia di multimiliardari a capo di un impero mediatico e le lotte di successione scatenate nel momento in cui il patriarca, vecchio squalo del business, inizia a dare segni di cedimento. Le più classiche premesse da soap opera, verrebbe da dire – lusso sfrenato e shakespeariane faide dinastiche – e invece no, perché la qualità della scrittura trascende ogni aspettativa. 

Mai prima di “Succession” si era visto un branco di personaggi così triste e meschino, così drammaticamente egoista e nel medesimo tempo specchio verosimile di un mondo in cui potere e denaro sono gli unici metri di misura. Caratterizzazione psicologica e performance attoriale vanno a braccetto con una precisione e una raffinatezza tali che nel giro di poche puntate ci si ritrova intrappolati nel vortice dei Roy, famiglia tanto abbiente quanto disfunzionale, composta da individui spregevoli senza eccezione, al punto che fare il tifo per qualcuno in particolare risulta impossibile. 

La rosa d’interpreti non sfugge a una certa tipizzazione, in grado tuttavia di riservare sorprese. C’è il Re – temuto, rispettato ma prossimo al capolinea (un irresistibile Brian Cox) – e ci sono gli eredi al trono: il predestinato debole di carattere, l’astuta calcolatrice, il primogenito inetto e la pecora nera (Kieran Culkin, fratello del più noto Macaulay). Attorno alla corte, gravita poi un serraglio di personaggi altrettanto corrotto e ambizioso; uno stuolo di leccapiedi e avvoltoi, pronti ad azzuffarsi per raccattare le briciole del potere (menzione d’onore al genero idiota, interpretato con sublime efficacia da Matthew Macfadyen). Il tutto per comporre un impietoso affresco di miseria morale intriso di humour nero, che ha sì i feroci tratti della satira, ma affonda salde radici nella realtà del panorama mediatico odierno (oltre ai Murdoch, l’autore si è ispirato ai Redstone di Paramount e ai Sulzberger del New York Times).

Costituisce infine valore aggiunto il fatto che “Succession” sia un prodotto originale al cento per cento, non basato su IP preesistenti. Niente nomi celebri su cui costruire una campagna marketing, niente franchise, cicli di romanzi o videogiochi per beneficiare di popolarità riflessa. “Solo” un sano e solido lavoro di scrittura: quel dramma audace e character driven un tempo tratto distintivo del listino HBO e oggi merce in via di estinzione. Con tre stagioni all’attivo e una quarta ai blocchi di partenza, con una collezione di riconoscimenti tra i più prestigiosi del settore, “Succession” è la prova che in casa HBO non hanno perso il tocco. Come spesso accade in questi casi, allo spettatore non resta che far fronte a un’unica controindicazione: la visione crea dipendenza.


Javier Cercas, lo scrittore come romanziere, lo scrittore come intellettuale

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Di Giorgio Biferali, Esquire

A un anno dall’uscita de Il castello di Barbablù, l’ultimo capitolo della trilogia che vede protagonista il detective Melchor Marin, Javier Cercas torna in libreria con Colpi alla cieca, un raccolta di saggi, di cronache, di racconti sul nostro presente, pubblicata da Guanda (a cura di Bruno Arpaia). Si parla di pandemia, di femminismo, di politicamente corretto, del ruolo dell’intellettuale, di politica e dei politici, in generale, di guerra, lo sport europeo per eccellenza, e ovviamente di Europa, “il progetto politico più prezioso dei nostri tempi”.

Com’è nata l’idea di raccogliere questi testi?

Oltre ai romanzi, ho scritto tanto negli ultimi vent’anni, articoli, saggi, cronache. È stato il mio editore italiano Luigi Brioschi che mi ha detto: “Javier, facciamone un libro”. Io gli ho detto che andava bene, ma che avevo bisogno di qualcuno che scegliesse con cura i brani da raccogliere nel libro. Allora lui mi ha proposto Bruno Arpaia, che conosce meglio di me le cose che ho scritto, perché ha letto, ha tradotto i miei libri. L’edizione spagnola di questo libro è molto più grande, sono cinque libri, uno sulla storia, uno sulla politica, uno sulla Catalogna, uno sulla letteratura e un altro più autobiografico. Non sono un giornalista, ma per me scrivere sui giornali è un grande privilegio, ed è importante come scrivere un romanzo, non c’è alcuna differenza. Ricordo una cosa che ha detto García Márquez – lui sì, era davvero un giornalista – cioè che non devi pubblicare niente di cui non sei sicuro, di cui non sei pienamente soddisfatto.

All’inizio del libro fai una sorta di autoritratto comico, cercando di immaginarti nei panni dell’intellettuale.

Quello che ho voluto raccontare nel prologo è la diffidenza mia e della mia generazione nei confronti degli intellettuali, una diffidenza giustificata, eh: quando ero adolescente tutti si erano accorti della frivolezza dell’intellettuale, questo suo essere, come dite voi, una sorta di tuttologo, completamente acritico, che utilizza la voce pubblica per la sua carriera, dogmatico, che appoggia ideologie, dittature. Alla fine, però, che cos’è un intellettuale? È una persona che ha una certa notorietà, nel suo campo, come romanziere, come architetto, come giornalista, e che partecipa al dibattito pubblico. Uno che capisce che politica viene da polis, che significa città, che è di tutti, così come democrazia significa potere del popolo, ed è una cosa troppo importante per lasciarla nelle mani dei politici. Io sono uno scrittore, il mio strumento sono le parole, e le parole hanno un potere straordinario, configurano il nostro mondo, quindi, in quanto cittadino e in quanto scrittore, sento di avere una doppia responsabilità. In Italia sono considerato uno scrittore civile, in due sensi, direi: come cittadino, visto che non abito sulla luna, ma sulla terra; come romanziere, ma non nel senso sartriano, che spesso ha portato a una letteratura pedagogica, propagandistica.

È una cosa che ripeti più volte, che la letteratura smette di essere utile nel momento in cui si propone di esserlo.

Esattamente, la letteratura dev’essere piacere e conoscenza, anche perché senza piacere, senza ironia, senza umorismo, senza divertimento non può esserci letteratura. Utile e dolce, come diceva Orazio.

Nel libro, a un certo punto, dici che il politico dovrebbe semplificare le cose, mentre lo scrittore, solitamente, tende a complicarle. In questi racconti, in queste cronache, come hai fatto a trovare l’equilibrio giusto tra le due parti?

Vedo una contraddizione tra il politico e lo scrittore, sì, e anche tra lo scrittore come intellettuale e lo scrittore come romanziere. Lo scrittore come romanziere non può mai dire sì o no, lui dice sì e no nello stesso momento, questo è quello che Thomas Mann ha chiamato ironia, “il punto cieco”. Le verità nei romanzi sono sempre così, poliedriche, ambigue, contradditorie, Don Chisciotte è pazzo e non è pazzo, è ridicolo ed eroico, allo stesso tempo. È questo che deve fare la letteratura, mostrare la complessità, mostrare l’ambiguità. Lo scrittore come intellettuale, invece, lavora in una forma diversa, deve dire sì o no. Sei a favore dell’aborto? Devi dire sì o no. La guerra in Ucraina ti sembra ingiusta? Devi dire sì o no. È giusto l’assalto di Capitol Hill? Devi dire sì o no. Il politico deve risolvere i problemi, renderci la vita più semplice, il romanziere, invece, deve renderla più complessa, far credere al lettore di avere dentro di sé dei lati oscuri, che non è sempre dalla parte del bene. È una lotta in cui nessuna delle due parti può trionfare, e questa tensione può essere molto produttiva.

Nelle tue cronache durante il periodo della pandemia parli di tante cose, del rafforzarsi del nazionalismo, di alcune parole, come eroe, di cui tutti si riempiono la bocca senza conoscere il significato, del tempo libero che cambia. Adesso, a distanza di quasi tre anni, come percepisci quell’esperienza?

Viviamo in un momento storico paradossale, in cui la memoria viene sacralizzata e allo stesso tempo si dimentica tutto molto facilmente. La storia dell’umanità è la storia delle pandemie, l’ultima grande pandemia è stata l’influenza spagnola, che ha ucciso, credo, quaranta milioni di persone, come la Seconda guerra mondiale. Sulla Prima guerra mondiale, sulla Seconda, ci sono romanzi, film, ma sulla pandemia, sull’influenza spagnola, non c’è praticamente nulla. Il Decameron non è un libro sulla peste, è esattamente il contrario. Non ci sono testimonianze su questi periodi, che vengono dimenticati. Perché non si scrive su questo? Perché non c’è drammatismo, c’è la morte, sì, ma senza epica, mentre la guerra, che è profondamente drammatica, è forse uno degli argomenti più trattati nella letteratura. Oggi nessuno parla più della pandemia, tre anni fa dicevano che sarebbe cambiato il mondo, ma non è cambiato praticamente nulla.

“Ne usciremo diversi”, “ne usciremo migliori”.

Esatto, non siamo cambiati, a parte il lavoro da casa, che è una cosa che comunque doveva succedere.

Visto che è uno dei temi centrali del libro, volevo chiederti un commento sullo stato attuale dell’Europa.

Da una parte abbiamo un grande problema, che si chiama Guerra d’Ucraina, che è una guerra europea. Per la prima volta, dopo la Seconda guerra mondiale, siamo in guerra. Ho incontrato il presidente Macron, gli ho fatto questa semplice domanda: la guerra di Spagna è stata il prologo della Seconda Guerra Mondiale, può la guerra in Ucraina essere il prologo di qualcosa di più grande? Credo che questa sia un’inquietudine che abbiamo tutti, le guerre si sa come cominciano, ma nessuno sa come possono finire. In questi ultimi due anni, poi, ci sono state Brexit, la pandemia, la guerra, tre cose veramente importanti, e L’Europa, nei momenti di difficoltà, nei momenti di crisi, si unisce sempre. E continuo a pensare che l’Europa unita rappresenti il nostro grande progetto, l’unica utopia ragionevole, l’unica cosa che può garantire la pace, la prosperità, la democrazia. Se saremo capaci di farlo, il ventunesimo secolo non sarà quello degli Stati Uniti, della Cina, ma dell’Europa.

Un’ultima domanda, legata al quotidiano, visto che nel libro c’è spazio anche per questo. Come passi le giornate, oggi? Com’è la tua giornata tipo?

Mah, è molto semplice, abito in campagna, in un piccolo paese vicino alla frontiera francese, a un’ora e mezza da Barcellona, sono molto contento di essere qui, non ho bisogno di niente, ho tutto quello che mi serve, la mia libreria, i miei film, la mia musica. Alle sei del mattino vado a correre, poi scrivo per tutta la mattina, e dopo faccio una cosa molto importante, che è la siesta, sono rimasto l’ultimo spagnolo, forse, a fare la siesta. La gente che lavora molto non può non fare la siesta. Si possono vivere due giorni in un solo giorno, lo sai? Tutti i dottori sono d’accordo. E dopo la siesta scrivo, leggo, e la sera guardo un film.


Sergio Rossi – Far la spesa in Italia (perché conviene)

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Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Chi si salva in Salvador

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Mentre la Città di Lugano ha celebrato il primo anniversario del varo della criptomoneta, con il sindaco Michele Foletti ad annunciare che dal prossimo aprile tasse e servizi comunali sulle rive del Ceresio potranno essere pagati in Tether, nel suo cripto-gemellato El Salvador si parla oggi assai poco del Bitcoin, la cui circolazione si è praticamente estinta nei principali centri commerciali della capitale che porta il nome in castigliano del San Salvatore. Non che il presidente Nayib Bukele si sia arreso nella promozione della valuta virtuale, di cui fu l’apripista planetario nel settembre 2021. Anzi, continua ad acquisirla dopo che il suo valore è precipitato dai 69 ai 17mila dollari di fine scorso anno (per timidamente risalire al momento oltre i 22mila). E questo mentre in varie parti del mondo si sono sommati (e continuano ad aggiungersi) i fallimenti delle piattaforme cripto con truffe miliardarie a centinaia di migliaia di piccoli e medi investitori in Bitcoin (come la recente Rock Trading italiana appoggiata a Banca Sella). 

Eppure per Bukele il vento corre in poppa nei sondaggi come per nessun altro capo di stato latinoamericano, con il 67% pronto a rieleggerlo. Ma grazie ai risultati positivi di un’altra problematica assai più prioritaria per i salvadoregni: la sicurezza interna. A un anno esatto infatti dalla proclamazione dello stato di eccezione (che proroga di mese in mese) l’appena quarantenne presidente può vantarsi di aver disarticolato le fatidiche maras (bande giovanili) che avevano convertito El Salvador in uno dei paesi più violenti della terra in tempo di pace, giungendo nel 2015 a superare i cento morti ammazzati l’anno ogni centomila abitanti.

Sono due le organizzazioni che imperversano (o, forse ormai, imperversavano) dagli anni ’90: la Mara Salvatrucha (MS 13) e la Barrio 18, entrambe nate a Los Angeles e trapiantate in El Salvador via via che i figli d’immigrati venivano deportati dopo aver scontato una pena in California. Si calcola che fossero 70mila i giovani che controllavano interi territori, in particolare nelle periferie delle città. Il loro sostentamento era assicurato dalle estorsioni a qualsiasi attività interna alle loro zone. Ma anche a chi ogni sera tornava a casa dopo aver lavorato fuori da quel quartiere. Come il mio storico taxista laggiù, che a ogni rientro giornaliero doveva versare fino a 15 dollari a una sorta di posto di blocco.

Chi sgarrava veniva ucciso; e le donne violate. Senza contare poi le frequenti rese dei conti fra le due bande stesse per la disputa di queste aree, ampie quanto marginali. In una disperante guerra fra poveri, visto che quelle residenziali dei benestanti sono rimaste sempre ben protette.

Ebbene, dopo aver negoziato con tali bande per i primi due anni presidenziali una sorta di non belligeranza, dal tragico ultimo weekend del marzo 2022 (in cui furono assassinate ben 87 persone) Bukele ha sospeso alcune garanzie costituzionali e mobilitato esercito e polizia. Da allora ben 64mila giovani sono stati arrestati (fra loro 1.200 minorenni) con procedimenti giudiziari approssimativi se non arbitrari. Il presidente twittero è arrivato poi a costruire a Tecoluca a tempo di record il più grande carcere delle Americhe (e forse del mondo) denominato Centro di Confinamento del Terrorismo, capace di ospitare fino a 40mila pandilleros, con 19 torri di vigilanza e una recinzione elettrica a 15mila volts.

Erano impressionanti le immagini che circolavano a fine febbraio scorso per l’inaugurazione del nuovo centro penale, coi primi duemila mareros uniformati in boxer e seduti, mani dietro la nuca e schiena piegata, con i loro vistosi tatuaggi. Immagini che hanno fatto scattare le ennesime critiche da parte di diverse organizzazioni internazionali per i diritti umani, cui Bukele ha replicato in un discorso pubblico: “ci rimproverate di violare i diritti di questi poverini criminali perché gli togliamo i materassi; ma dove eravate quando questi stessi toglievano la vita a tanti salvadoregni?”.

Visto il successo, nel confinante Honduras, sconvolto anch’esso dalle padillas, la progressista presidente Xiomara Castro ha varato un analogo stato di emergenza. Senza avere però neanche lontanamente il controllo del parlamento, del potere giudiziario e men che meno dei militari che ha l’aspirante autarca Bukele nel suo paese. 

Al contrario sull’argomento è sorta paradossalmente una querelle via Twitter fra lo stesso Bukele (che in origine proveniva dalle fila del partito Fmln della ex guerriglia salvadoregna) e il presidente  colombiano Gustavo Petro (lui fino agli anni ’80 ex guerrigliero del M 19) il quale ha fatto osservare provocatoriamente al suo omologo salvadoregno che “nel nostro paese abbiamo ridotto il tasso di omicidi non con megacarceri o campi di concentramento ma con scuole e università”, fino a ridurre da 90 (nel 1993) alle odierne 13 le uccisioni per centomila abitanti. Con Bukele che gli ha risposto piccato: “voi ci avete impiegato trent’anni e noi in meno di un anno siamo scesi a una sola cifra” -aggiungendo- “e i morti non si recuperano!”

In effetti quella di Bukele rischia di rivelarsi un’insidiosa scorciatoia autoritaria che non va alla radice della povertà e delle disuguaglianze sociali di questo minuscolo quanto densamente popolato paese dove l’oligarchia storica le tasse di fatto non le paga neanche oggi; ed anzi ha sempre trattato i suoi subalterni come dei peones.

Sta di fatto che girare per le strade del tormentato El Salvador non è mai stato così tranquillo. E se prima una buona fetta dei suoi abitanti subiva terrorizzata le minacce delle bande, oggi si avventura a denunciare ogni sopruso (tranne quelli strutturali dei ricchi). E si augura che duri.

Mentre sul fallimentare esperimento presidenziale del bitcoin sembra averci già messo una pietra sopra.

Nell’immagine: fotografia di carcerati appartenenti alle maras messi in scena dall’ufficio stampa del governo salvadoregno; una pratica denunciata fra gli altri da Human Rights Watch


Mobilità: cambio di paradigma per una migliore qualità di vita

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Il traffico motorizzato individuale è fonte di sovraccarico infrastrutturale ed ambientale ed incide negativamente sulla qualità di vita delle cittadine e dei cittadini. Soprattutto in Ticino, cantone più motorizzato della Svizzera, è fondamentale portare sempre più persone verso l’utilizzo di forme di spostamento che consumano meno risorse (sia in termini energetici che di uso dello spazio) e che riducono l’inquinamento atmosferico.

Questo è possibile solo se a tutti i livelli istituzionali vengono perseguite delle politiche coerenti a favore della mobilità sostenibile. È preoccupante constatare che gli sforzi profusi per promuovere la mobilità pubblica e dolce vengono vanificati da progetti che creano di fatto degli incentivi per il traffico su gomma, come l’ostinata volontà di ampliare i parcheggi nei centri città e di introdurre la terza corsia autostradale tra Lugano Sud e Mendrisio. Proprio perché la coperta finanziaria è corta urge identificare le priorità di investimento e non spendere un centesimo in più per quelle “soluzioni” che sono all’origine dei problemi viari che affliggono il nostro territorio. Tutti i fondi non legati alla manutenzione delle strade devono perciò essere destinati allo sviluppo della mobilità collettiva e sostenibile.

Questo significa innanzitutto che la fruizione dei mezzi pubblici va resa più accessibile economicamente e, per rispondere alla crescita dell’utenza, le capacità di trasporto ferroviario potenziate attraverso nuovi convogli più capienti e un aumento delle corse passeggeri. Secondariamente, la mobilità pubblica deve diventare più ramificata e intermodale, due elementi centrali in un territorio morfologicamente complesso come il nostro. Infatti, oltre a raggiungere le zone più discoste (eventualmente introducendo il servizio su chiamata e le corse serali), una pianificazione territoriale di qualità deve identificare i nodi intermodali a partire dai quali, per mancanza d’utenza, non è più ragionevole offrire un sistema di trasporti pubblici performante.
I cosiddetti “Park and Rail” non andrebbero costruiti nei centri, ma proprio in queste zone limitrofe situate a cavallo tra la periferia urbana e la periferia vera e propria.

Intragna, primo villaggio delle Centovalli, che in futuro sarà collegato con Locarno con una cadenza semi-oraria grazie alla tratta ferroviaria potenziata, potrebbe rientrare in questa categoria. Inoltre, anche un’occupazione più efficiente dei mezzi di spostamento, che passa attraverso soluzioni che uniscono il trasporto merci e persone (per riempire ad esempio gli autobus semivuoti) e la promozione del car-pooling (covetturaggio), contribuirebbe a contrastare molti ingorghi stradali (praticamente a costo zero).

Occorre infine mettere in evidenza i nessi tra mobilità e politica del lavoro. Oltre a ridurre i mezzi motorizzati privati su strada è infatti anche necessario diminuire gli spostamenti pendolari in generale. Da un lato offrendo salari e condizioni contrattuali concorrenziali con il resto della Svizzera per favorire l’assunzione di manodopera residente e ridurre la mobilità frontaliera. Dall’altro concependo soluzioni infrastrutturali innovative come la messa a disposizione di spazi di coworking accoglienti nelle zone periferiche e nelle valli. Queste due misure trasversali non permetterebbero soltanto di contribuire al conseguimento dell’obiettivo sopracitato, ma anche di rispondere ad altre esigenze, nella fattispecie quella di contrastare il precariato e di dare nuovo slancio alla vita al di fuori dei centri urbani. 

Rocco Vitale, co-coordinatore Giovani Verdi, è candidato per il Gran Consiglio
Nell’immagine: una panchina condivisa, una delle iniziative possibili a favore del trasporto condiviso


La pace? Che orrore!

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Di Jacques Pilet, Bon pour la tête

Lo scorso 25 febbraio, all’indomani del primo anniversario dello scoppio della guerra in Ucraina, a Berlino si è svolta una grande manifestazione per la pace organizzata, sulla scorta di 600.000 firme raccolte in Germania, da Sara Wagenknecht (Die Linke) e  dalla nota femminista Alice Schwarzer. Per l’occasione, gli attacchi dei media e dei social network hanno raggiunto una violenza inaudita. “Vigliacchi, sciocchi, pagati da Putin!” Una tale rabbia contro una marcia per la pace non si era mai vista negli ultimi decenni.

Altre manifestazioni si sono svolte altrove, con minor successo. Un episodio piuttosto scioccante è capitato a Zurigo, dove i promotori dell’estrema sinistra hanno bandito dal corteo ogni tipo di persona ritenuta inadatta: troppo morbida, sospettata di essere affiliata all’Udc, di aver manifestato contro la mascherina sanitaria: la stampa, piuttosto che sollevare seriamente la questione ha preferito metterla sul ridere. Ma da ridere non c’era proprio niente.

Come dobbiamo affrontare questa guerra, come discuterne? Molti scelgono di ignorarla, di non parlarne. Tra amici intimi è più prudente. Molti altri si lasciano coinvolgere dalla saga mediatica, ignorando qualsiasi informazione che possa aggiungere anche solo un barlume di luce allo spettacolo dei dibattiti dal funzionamento ormai perfettamente oliato. Con una trama semplicistica, da una parte gli eroi, con tutte le virtù dell’umanità e della democrazia, dall’altra i bastardi, i sanguinari, i carnefici lanciati in guerra da un dittatore megalomane. Si dice che abbia l’ambizione di conquistare l’intero Paese, ora parzialmente invaso, e perché no i Paesi vicini, per schiacciare tutta l’Europa.

Sottomessa a questa narrazione surriscaldata, una parte della popolazione europea non vuole sentire altro. Anche quando si ascoltano le voci di grandi filosofi, come il francese Edgar Morin e il tedesco Jürgen Habermas. È vero che entrambi hanno vissuto la Seconda guerra mondiale. Hanno imparato in giovane età ad affrontare un avversario – e quale! – senza rimanere invischiati nella tempesta dell’odio contro un intero popolo, al di là di un dittatore. Oggi questo odio non smette di gonfiarsi, di alimentarsi, in un’escalation emotiva senza freni. Ogni obiezione è vietata. L’antropologo Emmanuel Todd, autore di un libro sulla “Terza guerra mondiale”, pubblicato in Giappone perché non accolto in Francia, esclama: “Non sono un agente di Putin, ma chiedo l’apertura di un dibattito sulla situazione. È comunque strano che non si riesca a farlo in una democrazia liberale!”.

Va detto che il reiterare il tema della folle pericolosità della situazione per chiedere l’invio di armi e miliardi, moltiplicare le sanzioni, infiammare i nostri discorsi, tutto questo senza esporre la propria vita, è un po’ più facile che nel 1914. Il lato positivo, per così dire, amaramente, di questa guerra, è che i suoi sponsor occidentali hanno a disposizione carne da cannone: gli sfortunati ucraini destinati a subire un lungo conflitto, con altre migliaia di vittime. I guerrafondai, che ostentano solidarietà con l’Ucraina a tutti i costi, restano al caldo e vedono i morti solo in TV. Come non percepire che, sotto sotto, vi è anche una forma di segreta esultanza di fronte a questa avventura bellica, un moto profondo della natura umana che si è non di rado manifestato anche in passato, nel corso della storia?

Quanto a coloro – una minoranza, è vero – che rifiutano la fatalità della guerra, va detto che paiono non voler alzare troppo la voce, come fossero preoccupati di preoccupare. Temono l’escalation, la terza guerra mondiale, che in qualche modo è già iniziata con il confronto sempre più invisibile tra la NATO e la Russia. Pensano all’intollerabile carneficina che è destinata a durare. E cercano di rivendicare la necessità di un cessate il fuoco, di un negoziato, di una via d’uscita per l’intera regione dilaniata. Non sono tutte anime intrise di moralità umanista. Ci sono anche – e questa è una fortuna – osservatori freddi. Che mettono insieme i fatti e misurano le conseguenze. Come tutto è iniziato, con responsabilità condivise, fino alla folle decisione di invadere. Come è stata vanificata la possibilità di un rapido negoziato nel marzo 2022 a Istanbul. Come gli scontri abbiano dimostrato, nel corso dei mesi, che difficilmente una parte prevarrà sull’altra. Come il costo in vite umane esaurirà gradualmente i belligeranti. Quanto peseranno sui già sovraindebitati Occidentali le spese impressionanti per il sostegno militare all’Ucraina. Quanto costerà anche la ricostruzione della sfortunata Ucraina, delle sue infrastrutture, del suo sistema politico ancora viziato da oligarchi e ipernazionalisti che aborrono le minoranze.

E poi ci sono tutti coloro che vogliono la fine della guerra perché ne vedono gli effetti su se stessi. Non sono pacifisti dichiarati del calibro di Jean Jaurès (1914: “Non si fa la guerra per liberarsi della guerra”) o Romain Rolland (“Trovo odiosa la guerra, ma ancora di più coloro che la cantano senza farla”). Sono angustiati dai  costi opachi dell’energia, l’inflazione che si alimenta da sola con il pretesto della guerra, i milioni di rifugiati in Europa che vanno coccolati – a differenza degli altri – e che comprensibilmente non hanno fretta di tornare a casa. 

Deve tornare il tempo della “realpolitik”. La parola non piace, perché è associata al cinico Henry Kissinger. L’uomo che osò negoziare con i suoi nemici nel bel mezzo della guerra del Vietnam. E che oggi invoca il dialogo. Non è solo. Negli Stati Uniti, diversi funzionari di alto livello parlano, in via ufficiosa, di un esito del genere, considerato inevitabile. Il Presidente ucraino si dice sordo a questa ipotesi, ma prima o poi farà ciò che vogliono i suoi sponsor.

Anche la Cina, un giocatore non trascurabile nella partita, sogna di porre fine a tutto questo. La sua posizione ufficiale non ha mancato di sorprendere un po’ tutti.

In Europa, al di là dei proclami di oggi, i leader più lucidi cominceranno gradualmente a ricordare l’interesse del Vecchio Continente per un accordo, per un equilibrio soddisfacente con la Russia. In Francia, in Germania, in Italia forse. Quanto ai polacchi e ai Paesi baltici, ossessionati dalla “minaccia russa”, saranno più prudenti nello schierarsi. Ma quando il loro amato protettore dall’altra parte dell’Atlantico aprirà uno spiraglio in direzione della pace, non potranno che seguirlo.

Per quanto riguarda i russi, con Putin o con altri, qualunque cosa dicano oggi, saranno sollevati dal potersi finalmente sedere a un tavolo negoziale dopo questo errore criminale. Infatti, se si può immaginare che  possano ancora tenersi il Donbass e la Crimea, pare chiaro che non sono in condizione di occupare l’Ucraina. Le loro truppe e milizie sono in stallo da mesi davanti a una piccola città vicino al confine. Sono divisi, impotenti di fronte a questa insensata “operazione militare” che si sta trasformando in una lunga guerra e che sta causando tanti morti anche per loro, facendo venire voglia a tanti giovani di andare a vivere altrove. La loro economia sembra resistere, ma il loro morale, checché ne dica la propaganda, ha subito un duro colpo. Immaginare che questa nazione, certamente vasta ma non così potente come nei loro sogni, sia in grado di estendersi a tutta l’Europa, è un ridicolo delirio. È però certamente un’impresa altamente redditizia per i produttori di armi, sovreccitati dal guadagno e dagli enormi profitti. Ma ora anche il popolo deve dire loro di no. Nel proprio interesse. Una tal pioggia di miliardi deve pur servire a seminare altro che non la morte.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: dettaglio di un’opera dell’artista ticinese Nando Snozzi, pubblicata da Naufraghi/e il 12 marzo 2022 (16 giorni dopo l’invasione dell’Ucraina) 


Annegati due volte

L'autore dell'intervista che sarà trasmessa dalla RSI domenica sera ci parla anche del bilancio dei dieci anni del pontefice "venuto dalla fine del mondo" 

Talk show

di Mattia Feltri, La Stampa

Trovo incantevole il convincimento secondo cui, se c’è un problema, si inventa un reato e il problema è risolto. Stavolta riguarda gli scafisti che, in casi come quello di Cutro, saranno imputabili per “morte o lesione come conseguenze di delitti in materia di immigrazione clandestina”. Incantevole.

Il governo è andato fino in Calabria per annunciare il colpo di genio, e mi domando: ma se provoco morte o lesioni in conseguenza di altro che non sia immigrazione clandestina, è tutto ok? Oppure, ohibò, provocare morte o lesioni era reato anche prima? Però fa tanto figo arrivare a Cutro e dire che le pene previste per “la fattispecie” vanno dai venti ai trent’anni, per non dire dei famosi inasprimenti. Un esempio: il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina passa, pena massima, da cinque a sei anni.

Ricordo un professore, Carlo Nordio, il quale avrà scritto tremila volte sull’inutilità dell’inasprimento delle pene, “una minaccia che non intimidisce nessuno”, e ieri un omonimo ministro della Giustizia ha annunciato i suoi, di inasprimenti, e “estremamente severi”. Ve lo immaginate lo scafista tunisino scoraggiato dalle modifiche al codice penale? Ma davvero così si pensa di risolvere qualcosa?

Davvero si ritiene che i 79 morti di Cutro dipendano dalle pene agli scafisti? Davvero l’urgenza era come punire quelli e non come salvare gli altri? Davvero non avete capito niente di quei cadaveri, di quei bambini, di quelle mamme piangenti, di quei pescatori che non dormono più la notte, di quei peluche che in protesta vi hanno lanciato addosso, di quelle bare che partivano mentre voi arrivavate per il vostro talk show?


Piovono i santini, ma è democrazia?

L'autore dell'intervista che sarà trasmessa dalla RSI domenica sera ci parla anche del bilancio dei dieci anni del pontefice "venuto dalla fine del mondo" 

Piovono i santini, quasi tutti ridarelli, nella buca delle lettere dei ticinesi. Vogliono farci credere che arrivano benedicenti e rassicuranti dalla cornucopia della democrazia. Un tale attento e divertito, quando Trump si è presentato a un suo comizio con la Bibbia in mano per benedire e rassicurare tutti, commentò, citando e parafrasando il profeta Isaia: “una parte dell’opera ho dedicato ai miei interessi, una parte al mio amor proprio e quando ho terminato di costruire di me medesimo un idolo, ho detto di aver prestato culto… alla democrazia”.

Porta a zatterare (nel senso di navigare ancora da naufrago superstite su zattera malconcia), nonostante i suoi affondi, l’articolo “Io non voto, e tu?”,  qui apparso, di Andrea Ghiringhelli. Basterebbe la conclusione per affondare tutto: “la politica è una cosa troppo importante per lasciarla nelle mani di politici”.  Dice di averla rubata allo scrittore spagnolo Javier Cercas. Sarebbe peggio se avesse rubato un’affermazione con interrogativi all’insuperabile Elias Canetti: “Andrà meglio. Quando? Quando governeranno i cani?” (La provincia dell’uomo, 1945, Adelphi ‘72). Anche per dire che, forse, siamo sempre lì. E poiché si parla spesso, per criticare o spiegare o persino giustificare, di “populismi”, quasi fossero la malattia della democrazia, c’è piuttosto da chiedersi se essi non siano il sintomo dell’avvizzire patologico della dimensione politica o, meglio ancora, il tentativo di reagire a quella patologia (v. Giovanni Orsina, La democrazia del narcisismo, breve storia dell’antipolitica, Marsilio 2018).

E’ proprio sentendo i santini in carne e ossa (per interposte televisione o radio o stampa) e leggendo l’analisi, precisa, puntuale, tutta da condividere, di Ghiringhelli, che emergono, come scogli, alcuni motivi che danno il volto, non tanto silenzioso quanto  patologicamente esausto, non tanto antipolitico quanto politicamente pneumatico, della politica  che si offre e quindi, di conseguenza, della democrazia che si vende.

Capri espiatori e niente

Siamo sempre alla politica del capro espiatorio. O con i frontalieri, già ridotti a ratti in una campagna elettorale, causa di tutti i mali: dalle  eterne disparità di salari e di reddito con il resto della Svizzera (ma è da oltre mezzo secolo che esiste e  se ne parla); al freno strutturale dell’economia con la preferenza per il lavoro più abbondante e meno costoso rispetto all’investimento innovativo, più impegnativo ma anche più produttivo; agli ingorghi nel traffico, al reddito che va in Italia e che bisognerebbe trattenere con accordi fiscali, alla immancabile storia della sottrazione di lavoro agli indigeni (prima i nostri) anche quando interi settori (ristorazione, salute) crollerebbero in un giorno senza i frontalieri o senza gli investimenti che l’Italia si è pre-assunta per formare, ad esempio, gli infermieri. E infatti i frontalieri sono sempre aumentati ma non si parla di fallimento di una politica, piuttosto di inettitudine dell’economia o dello Stato.

Oppure con la Berna federale che non ci capisce mai, ha l’orecchio duro con le nostre rimostranze, non accoglie le rivendicazioni e non s’accorge che in Svizzera siamo un caso unico, per  geografia, per orografia, per vicinanze e contagi  istituzionali stranieri, per flussi finanziari, per criminalità arrivata e organizzata, per asse di traffico, per inquinamento subìto. Oppure  ancora con la Banca Nazionale che fa giochetti finanziari che mettono a repentaglio le nostro finanze, aggravandoci il debito e ridicolizzando il famoso decreto Morisoli, osannato anche dal popolo.

La cornucopia e la discesa dei vichinghi

Siamo poi  sempre alla politica della cornucopia immaginaria o della “discesa dei vichinghi” (vedi qui Marazzi-Greppi). Che è poi quella della ricchezza o della prosperità che può venire solo dal di fuori, anche dalla Norvegia, e arriva se proponi a danarosi milionari, per stabilirsi da noi, tappeti volanti con imposte diafane o, per le varie imprese, catene di sgravi fiscali  successivi per attirarle e trattenerle. Almeno sino al tempo dell’illusione o di altre sirene migliori, lasciandoci i danni. Oltre tutto ospiti in un paese sicuro e meraviglioso, già attrezzato con sacrifici enormi dai propri contribuenti, offerto pressoché gratuitamente. Che è poi la teoria dello “sgocciolamento” o della ricchezza che via via scende e giova a tutti,  politicamente incantatrice per il popolo che paga tutte le imposte, dichiaratamente fallimentare  sia per la scienza economica che la ritiene causa di grossi squilibri economici, sia per la giustizia o lo stesso buon senso che massacra bellamente.  Eppure è venduta ancora nella campagna elettorale (come  annota Ghiringhelli) come la massima pensata del partito liberale o come  la politica salvatrice del Ticino di chi ci governa. Poco dissimile, per concezione, anche se più sballata e disperata, dall’altra fantasiosa “politica” che ha proposto e fatto accettare, quasi un possibile terno al lotto, le criptovalute come via di  eccelsa di innovazione, indipendenza e salvezza per il Cantone (con l’assurdità che lo stesso partito, da cui promana,  propone ora a livello nazionale l’iniziativa…franco unica identità sicura o de “il denaro contante è libertà”, su cui si voteremo presto).

La democrazia del narcisismo

Se in una democrazia rappresentativa discende da tutto questo, a rigor di logica, una costante messa in stato d’accusa della classe politica (quella che nel linguaggio comune definiamo “i politici”), è altrettanto molto facile nell’atteggiamento di molti cittadini un’equiparazione di quest’ultima (la classe politica con tutti i suoi santini) con l’idea ben più astratta e alta di politica. Le carenze attribuite ai singoli individui passano come per osmosi al concetto stesso di Politica, con la P maiuscola. La quale, a livello immaginario comune, trova esemplificazione nell’azione statale. E così nell’opinione pubblica attecchiscono la sfiducia, l’astensionismo o l’indifferenza (come  rileva giustamente Ghiringhelli), ma anche la delegittimazione dello Stato come agente positivo della società. Delegittimazione che contiene implicitamente l’idea che l’azione collettiva dei membri della comunità politica sia inutile o impossibile e che l’unico motore di qualche progresso rimanga solo il singolo con i suoi interessi. E allora ecco che tutto degenera in egoismo, indifferenza, solipsismo, astensionismo (caratteristiche che il citato Orsina definisce appunto “La democrazia del narcisismo”).