Come volevasi dimostrare

Polemiche e battibecchi post-elettorali e dopo la decisione presa dal Governo cantonale di non indire le suppletive per gli Stati 

Il rischio di apparire “antipatici” è alto, certamente, ma non impedisce di doversi chinare con inquietudine ed imbarazzo su una scena post-elettorale che in casa socialista sta esprimendo tutte le ambiguità che ne hanno contraddistinto la campagna elettorale, e di dover dire che quel che sta avvenendo “era del tutto prevedibile”.

Non si tratta solo di fare i conti con una sconfitta elettorale ammessa con franchezza dalla codirezione del partito, ma anche di considerare che i mesi di campagna all’insegna di un “progetto nuovo” come quello dell’alleanza rossoverde, un progetto fondato sui temi e non sulle persone e sui personalismi, ha avuto i suoi punti focali in una battaglia sui nomi molto più che sulle idee, a detrimento non solo dell’esito elettorale, ma della stessa adeguata riflessione e condivisione di questo impegnativo progetto, sia in casa rossa che in casa verde. 

Il fatto è che accomunare le istanze di giustizia sociale e giustizia climatica per declinarne gli aspetti concreti, significava (e significa) investire tempo ed energie per trovare non poche convergenze (per ora tendenzialmente parallele), nel mettere in relazione in modo convincente (ed elettoralmente vincente) la difesa di principi inalienabili presi a sé stanti, ma tutti da ridefinire se associati. Prendiamo il tema “lavoro”: in chiave “rossoverde” andrà pur definito “quale lavoro”, possibilmente dentro il solco di una fase di transizione (ecologica ed economica) che necessita una profonda rivalutazione di obiettivi e priorità. Si dovrà pur arrivare a discutere di “crescita e decrescita” per esempio, e senza tabù. Insomma, è un percorso pieno di incognite, di possibili contraddizioni, che vanno affrontate e chiarite preliminarmente, prima di lanciarle come slogan e poco più dentro il contesto di una campagna elettorale.

E infatti, il Congresso socialista del novembre dello scorso anno (quello definito qui da Virginio Pedroni come “una pagina non certo gloriosa” della storia recente del partito) ha letteralmente mostrato la corda, concentrato, com’è stato, nel risolvere una volta per tutte la “questione Mirante”. La drammaturgia di quel Congresso, la sua stessa “scaletta”, fatta apposta per arrivare all’esclusione dell’ambiziosa economista “ibrida” (proprio come il partito che lei ha formato e ha così definito, senza che in quest’ibrido vi sia nulla di ecologico) dice molto delle non indifferenti dosi di ambiguità che hanno contraddistinto poi tutta la campagna PS. 

Se da una parte può risultare assolutamente legittimo (magari anche necessario) che un partito che si lancia in un alleanza strategica (complessa e qualificante) a medio e lungo termine espunga dalle sue file chi è totalmente estraneo a quella strategia (e per di più vuole comunque candidarsi), non sarà passato inosservato che questa operazione ha coinciso con la indiscutibile “blindatura” della candidatura Carobbio nella pressoché totale mancanza di un confronto di idee sul progetto. Non solo, il Congresso ha anche eluso, fra le altre, una questione (sollevata da un unico intervento) che ora diventa oggetto di scontro: quella delle elezioni suppletive per il posto lasciato vacante da Marina Carobbio agli Stati.

Nell’intervento che pubblichiamo oggi in altra pagina, Aurelio Sargenti la definisce una “non questione” di cui temeva si sarebbe parlato durante la campagna e che ora, con sua sorpresa, ancora accompagna i primi giorni di attività del nuovo Governo nella nuova legislatura. Ma no, era tutto prevedibilissimo: che il tema non trovasse particolari echi e men che meno soluzioni finché non si fosse arrivati al dunque, il 3 aprile; che improvvisamente lo spauracchio delle suppletive riemergesse, e non perché l’ha fatto riemergere “certa stampa”, ma perché nel gioco ( strumentale finché si vuole) delle reazioni degli altri partiti, era logico che riaffiorasse, magari anche come pretesto per “sparare” su un partito già in difficoltà di suo dal punto di vista dell’esito elettorale.

Così, una volta ancora, e di più, il dibattito si concentra su uno scontro intorno a scelte che non hanno nulla a che vedere con il “progetto”, ma solo ed esclusivamente con una gestione della campagna che si può definire nei modi più diversi: poco accorta, ingenua, incompresa, velleitaria, personalistica, verticistica, in ogni caso certamente lacunosa, che ha dato i risultati che ha dato, suscitando prevedibilissime reazioni negli altri partiti (tanto più in quelli che si vogliono prendere qualche vendetta personale). Che c’è di diverso dal solito, cos`è che chi fa politica riesce a considerare sorprendente? 

Non manca poi anche un che di autolesionistico, diciamocelo, perché un PS come quello che oggi si confronta con una sconfitta elettorale che lo costringe addirittura a protestare per le proporzioni (improvvisamente inopportune) nell’assegnazione dei posti in commissione, insomma, un partito messo all’angolo, costretto a giocare sostanzialmente in difesa (e con una rappresentanza parlamentare ampiamente virata su “new entry”) di fronte alla questione delle suppletive si ritrova in una condizione (colta al volo dai partiti avversi) desolatamente perdente a priori: se si fosse scelto di andare a votare (spendendo mezzo milione per poco o nulla) la colpa sarebbe stata del PS (e di Carobbio); se non si vota, com’è stato deciso, si va contro la legge, per colpa di chi (che ha pure votato sulla propria scelta)?

Per tutta l’area progressista, questo pare essere davvero un momento complicato e doloroso: certo, scuola, cultura e sport, nelle mani di Marina Carobbio potranno avere una gestione che sarà sicuramente qualificata, attenta, scrupolosa, forse anche coraggiosa. Ma il contesto generale, in Governo, in Parlamento, nel Paese, alla luce delle elezioni e del post-elezioni, non è per nulla incoraggiante. E portare giustamente avanti il “progetto rossoverde” è un’impresa titanica, che esige un ampio coinvolgimento di voci e pareri. Forse è il momento di cambiare davvero, per tutto il fronte, in risposta alla frammentazione e ad un’agenda politica che sarà dettata ancor più dalle ambigue mosse “di opposizione” democentriste.

Perché forse val la pena di considerare che c’è chi dice di fare opposizione e mena gesso e torrone, mentre c’è chi dovrebbe farla ma la sacrifica sull’altare del consociativismo. Qualcosa non torna. Forza e coraggio. 

Nell’immagine: e forse non è stato neanche un rivolo


Di scelte indifendibili e di falsi problemi

Polemiche e battibecchi post-elettorali e dopo la decisione presa dal Governo cantonale di non indire le suppletive per gli Stati 

L’esercizio quotidiano (oggi, 7 aprile 2023) della lettura dei nostri giornali a volte riserva delle sorprese. Per esempio l’editoriale de «laRegione» scritto a due mani dal vice e dal direttore del quotidiano, Andrea Manna e Daniel Ritzer. La sempre meno eccezionale duplice firma per un articolo di fondo non è data da un imminente pericolo, da un casus belli, trattandosi soltanto di una replica di quanto da loro scritto il 16 dicembre scorso sulla questione. 

Oggi [ieri, n.d.r.] i due giornalisti scrivono che «La legge cantonale sull’esercizio dei diritti politici è  chiara sul principio. […]. Dunque avendo rinunciato alle elezioni supplettive per la designazione del o della subentrante a Berna della socialista Marina Carobbio […] il nuovo Consiglio di Stato sembra non aver rispettato la legge». Appunto: sembra. A noi sembra invece che Manna e Ritzer abbiano una voglia matta che qualcuno (o qualcuna) “faccia un bel ricorso”. Non sono un giurista, ma amici giuristi mi hanno sempre detto che la legge va interpretata: altrimenti a cosa servirebbero i giudici e i tribunali se bastasse l’applicazione meccanica di regolamenti e di leggi? 

Andiamo oltre. A p. 3 dello stesso quotidiano leggiamo: «Sono indignata! Il Consiglio di Stato ha deciso che, per ben sei mesi, il nostro Cantone resterà privo di un rappresentante agli Stati. [Noi] riteniamo che il popolo debba essere libero di votare, senza che il governo si arroghi il diritto di negarglielo. Insomma non posso tacere di fronte al fatto che per sei lunghi mesi non avremo un rappresentante ticinese agli Stati. […]. Ancora una volta, gli interessi personali e di bottega politica hanno avuto la meglio sull’interesse pubblico». Chiosare il pensiero di Amalia Mirante sarebbe un po’ come sparare sulla Croce Rossa. Ma qualcosa è necessario dire, almeno per il rispetto del buon senso: per esempio che alcuni cantoni, come S. Gallo, si trovano (o si sono trovati) nella nostra stessa situazione e non ne fanno un dramma politico, poiché non lo è; e che i mesi di  ‘vacanza politica’ (che non sono mai né lunghi né corti a piacere) sono sì sei, ma due (luglio e agosto) ‘balneabili’. Affermare poi che «ancora una volta gli interessi personali e di bottega politica hanno avuto la meglio» è davvero ridicolo perché detto da una persona che, dopo aver perso democraticamente a un congresso, ha fondato un proprio partito. 

Concludo ammettendo di aver sbagliato quando scrissi in questa sede lo scorso 17 dicembre 2022 che questo «falso tema» (come detto da Gabriele Gendotti e Fulvio Pelli), cioè che per una sessione il Ticino non avrà due rappresentanti agli Stati ma uno solo, sarebbe stato il tormentone che ci avrebbe accompagnato fino ad aprile: esso sta andando oltre! Infine, e ciò è davvero triste, esso viene considerato tanto importante da meritare la prima e la seconda pagina di un giornale. 

Se sono questi i problemi, viviamo in un Paese fortunato. Ma temo non sia così. 

Aurelio Sargenti è stato direttore del Liceo di Lugano 2
Nell’immagine: Du penn is megl che uan


Addio a Ryūichi Sakamoto, grande compositore giapponese

Polemiche e battibecchi post-elettorali e dopo la decisione presa dal Governo cantonale di non indire le suppletive per gli Stati 

Il compositore giapponese Ryuichi Sakamoto è morto il 28 marzo all’età di 71 anni. A giugno Sakamoto aveva annunciato che stava affrontando un cancro al quarto stadio e aveva già avuto seri problemi di salute negli scorsi anni. Nato a Tokyo nel 1952, Sakamoto nei primi anni settanta aveva studiato composizione all’università delle Arti di Tokyo. In quel periodo cominciò a suonare e a comporre per altri musicisti. Nel 1978 fondò il trio Yellow Magic Orchestra, considerato tra i pionieri dell’elettronica internazionale, distinguendosi come la personalità più poliedrica e sperimentale all’interno del gruppo. Più o meno nello stesso periodo cominciò a pubblicare anche album solisti, a partire da Thousand knives of Ryuichi Sakamoto. In quegli anni compose brani come Riot in Lagos, un pezzo influenzato da Fela Kuti e Dennis Bovell, diventato un brano culto anche nel mondo del rap statunitense.

In seguito il compositore giapponese si è dedicato anche alle colonne sonore cinematografiche: ha scritto le musiche per film come Furyo (nel quale ha anche recitato al fianco di David Bowie), L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci insieme a David Byrne dei Talking Heads (per il quale ha vinto l’Oscar) e più di recente The revenant di Alejandro González Iñárritu (la pellicola che ha portato il primo Oscar a Leonardo DiCaprio). Sakamoto, tra gli altri, ha collaborato con Alva Noto e Christian Fennesz (con il quale ha firmato un ep e due album bellissimi, Cendre e Flumina). Da sempre ambientalista e contro il nucleare, da tanti anni il compositore viveva a New York. Il suo ultimo album, intitolato 12, era uscito a gennaio e suonava come il suo testamento: era una raccolta di dodici brani registrati tra il 2021 e il 2022 durante la convalescenza in seguito a un intervento chirurgico e caratterizzati da un notevole minimalismo. Sakamoto aveva registrato i pezzi di 12 in alloggi temporanei invece che in casa o in uno studio, il che conferiva al disco un senso di vuoto e precarietà. (Da “Internazionale Musica”, newsletter di Giovanni Ansaldo)


Un ricordo, pubblicato nella propria bacheca Facebook, di Paolo Fresu

Ho sempre amato la musica e il pensiero che permea quella di Ryūichi Sakamoto, che ci ha lasciato dopo una lunga malattia.
Ho amato il suo tocco e ammirato la sua idea di musica contemporanea mai densa e in perenne movimento.
Quasi a voler dialogare con la vorticosa vita delle metropoli giapponiche alle quali contrappone i silenzi zen dello shintoismo e del buddismo con il ritmo dilatato dei suoi santuari e dei suoi templi.
Ho amato il brano “Isola” interpretato mirabilmente da Samuele Bersani e da Ornella Vanoni e ho a volte suonato sopra “Trioon 1” tratto da uno degli album registrati con il compositore tedesco Alva Noto.
E ho molto amato “Casa”, registrato assieme a Jaques e Paula Morelenbaum proprio nella casa di Antonio Carlos Jobim e a lui dedicato.
L’ho visto dal vivo un’unica volta a “La Cigale” di Parigi molti anni fa, e mi colpì l’essenzialità della scena.
Pochi elementi di luce, un Kintsugi da ricostruire nella memoria visiva ed emozionale.
Sono tornato dal Giappone pochi mesi fa, e durante quel magnifico viaggio ho spesso pensato a Sakamoto, fino a quando, una sera, non l’ho trovato in tv mentre suonava “Merry Christmas Mr. Lawrence”, colonna sonora del film di Nagisa Ōshima.
La sua testa piegata sulla tastiera del pianoforte appariva tra i manga e gli anime degli affollati canali televisivi,
tra Hello Kitty e il fastidioso suono delle voci neomelodiche che sembrano essere cresciute a Napoli.
Quasi una istallazione; un essenziale video in bianco e nero che ricordava altre opere artistiche e multilinguistiche ben più magnificenti come quelle con Shiro Takatani, Daito Manabe, Zakkubalan e Apichatpong Weerasethakul.
Ryūichi Sakamoto è stato uno dei migliori fotografi del presente.
Aedo di un tempo sospeso e sperimentatore insaziabile e aperto.
Il vero testimonial di una terra insulare, il Giappone, che guarda il mondo e che il mondo osserva.
Oggi perdiamo una silenziosa voce tra le più cristalline e rappresentative degli ultimi decenni.

Ryūichi Sakamoto, al pianoforte, in una bellissima interpretazione della sua colonna sonora di “Merry Christmas Mr Lawrence” con l’orchestra filarmonica di Tokio


Malus, modi e mondi indecenti

Polemiche e battibecchi post-elettorali e dopo la decisione presa dal Governo cantonale di non indire le suppletive per gli Stati 

Giovenale aveva capito tutto quando scrisse che l’amore del denaro cresce tanto quanto cresce il denaro. Il punto è proprio questo: il proliferare dell’uno in conseguenza del proliferare dell’altro. Entrambi, al contempo, causa ed effetto di una brama insaziabile. Un’ingordigia che finisce con il congelare qualsiasi altra aspirazione. Poiché è specifico a questa forma patologica del desiderio cadere nell’ossessione dell’illimitato, del sempre di più, del mai abbastanza. Lo si legge nelle Satire, genere letterario consolidato che, però, nelle mani del poeta e retore romano perde il carattere dell’ironia sorniona per assumere il tono severo e risentito dell’indignazione. Soprattutto quando il senso della misura smarrisce il suo metro, gettandosi a rotta di collo nelle lande desolate dell’indecenza. Viene subito in mente l’iconografia tradizionale dell’avaro, la cui meschinità è oggi rappresentata da altri e ben più letali appetiti. Sempre tutti a inseguire quel “di più” che è il “meno” da cui siamo abitati. 

Mo(n)di indecenti

L’indecenza, appunto. Che cosa è l’indecenza? “Indecente” si dice di un comportamento o di una situazione in cui convenienza e pudore vengono polverizzati, vuoi per sfrontatezza vuoi per sprovvedutezza (a volte le due cose insieme). È l’osceno che irrompe sulla scena, per colpire al cuore il senso del pudore – quello educato non quello ipocrita. Per travolgerlo e irriderlo. Fesso chi rimane indietro. Chi non partecipa alla festa della scaltrezza cinica, dove la distinzione tra bene e male è ancora solo la consolazione degli ingenui. Nelle forme estreme che si danno oggi, l’indecenza è però soprattutto un modo di comportarsi che traduce una precisa logica del mondo. Vi ci siamo scivolati lentamente, negli ultimi trent’anni, senza neppure fare attenzione. Lusingati e ammansiti, prima, sfiniti poi dalla più scaltra retorica su come debba funzionare un corpo sociale se vuole crescere; su come debbano essere mobilitate le persone se vogliono arricchirsi; su come farla finita con l’idea stessa della società e del suo sentimento della comunità se si vuole accedere a quell’universale panacea per tutti i mali – così abbiamo voluto credere – che è la mercatizzazione di ogni relazione, di ogni risorsa, di ogni sfera della vita: vedrete, ce ne sarà per tutti.

Società infiammate

Eppure, anche in questo caso, le lezioni non mancano all’appello: “città infiammate” definisce Platone, con il linguaggio della patologia clinica dell’epoca, quelle società in cui domina l’istinto pleonettico, cioè la fame di ciò di cui non si sarà mai sazi: il “sempre-di-più” per il quale vi è sempre un “ancora-di-più”. Con il suo tragico corollario: la sopraffazione degli uni (pochi) sugli altri (tanti). È una vecchia storia, ma sempre attuale, che oggi sfianca le nostre democrazie.  

Negli ultimi decenni, siamo stati allo stesso tempo protagonisti, vittime e osservatori di discorsi convergenti per i quali individui, società e istituzioni dovevano stare al passo, aderendo a questa idealizzata meccanica pleonettica che ha fatto dell’innovazione, dell’eccellenza, della virtuosità e dell’autoimprenditorialità la chiave di volta per sottrarre a qualsiasi dubbio, a qualsiasi possibile obiezione, a qualsiasi critica la sua forza argomentativa. Potere travolgente e magico di questi sostantivi che, in virtù della loro aura, valgono incondizionatamente. Vuoi forse dichiararti contrario all’innovazione? Vuoi forse argomentare che l’eccellenza non dica nulla in sé, se non relativamente ai valori che promuove o ostacola? Vuoi forse sostenere che i cosiddetti esempi virtuosi da pubblicizzare e imitare siano stati la leva di una spietata deriva concorrenziale degli attori individuali e istituzionali, con il risultato di un impoverimento generalizzato? Vuoi forse discutere i vantaggi del “tutti imprenditori”, contro la pigrizia colpevole dello spirito funzionariale? 

Magie alchemiche

Siamo scivolati progressivamente dentro questa logica del mondo e nel farlo abbiamo aderito a un preciso ordine di marcia. Non v’è, dunque, da meravigliarsi per quel che è accaduto recentemente proprio sotto i nostri occhi, un’indecenza che dura appunto da decenni: istituzioni benemerite che hanno dissipato il loro più o meno meritato capitale di credibilità con la stessa abile baldanza del prestidigitatore quando fa scomparire sotto i nostri occhi l’oggetto delle sue manipolazioni; personalità ammiratissime e invidiatissime che hanno saputo e sapranno sottrarsi a qualsiasi imputazione della responsabilità, in virtù di un principio magico (di nuovo) per cui quanto è accreditato dal mercato, in questo caso, vale indipendentemente dai risultati conseguiti. E ciò grazie alle bizzarrie contrattualistiche del “se mi vuoi, queste sono le condizioni, punto”. Massima opacità della responsabilità al vertice, massima trasparenza della responsabilità alla base. 

Vuol dire che l’assoluto, il non avere legami, l’essere incondizionatamente – l’attributo superlativo assegnato al divino – oggi si è trasferito proprio là dove vige la regola del salvacondotto: sei, hai e avrai indipendentemente da quel che fai. Non vale invece per tutti gli altri (noi comuni mortali); sempre ancora destinatari del proverbio “(non) pianga se stesso chi è causa del suo male”. Ma il massimo della prestidigitazione, vera e propria alchimia delle alchimie, è la scaltrezza con cui il malus è stato sapientemente trasformato in bonus – la gratifica attraverso cui viene premiata l’azione di una devastazione che agisce facendo propria la logica dell’immediatezza. Poiché, sempre, si produce distruzione dove è coltivata e premiata la brama di possedere ancora e ancora di più nel minor tempo possibile, addirittura nella eliminazione della durata. Devastazione del tessuto sociale e del mondo naturale. Una micidiale combinazione di “pleonexia” (sempre di più) e di “tanatocronia” (morte, azzeramento del tempo). 

Già, proprio l’alchimia. Eppure, sapevamo da tempo che la trasformazione dei metalli vili in oro, quando non è una allegoria del faticoso e mai garantito cammino verso la saggezza, corrisponde solo a una truffa per anime ingenue e superstiziose. Non sarebbe male a questo punto che economia e finanza riscoprissero qualche aspetto non trascurabile della critica dei Lumi ai comportamenti magici.     

Fabio Merlini, filosofo, è direttore della SUFFP (Scuola Universitaria Federale per la Formazione Professionale)


Nadia Sikorsky: “Bisogna leggere i classici russi”

Polemiche e battibecchi post-elettorali e dopo la decisione presa dal Governo cantonale di non indire le suppletive per gli Stati 

Quando il Teatro alla Scala di Milano ha aperto la stagione operistica lo scorso dicembre con “Boris Godunov”, del compositore russo Modest Mussorgsky, la sua facciata è stata spruzzata da un gruppo di attivisti con vernice rossa, il colore del sangue. “L’ho trovato assurdo. “Boris Godunov” racconta la storia del primo zar a cui fu chiesto di prendere il potere, e che ne abusò. È un’opera che risuona totalmente con il mondo di oggi”, afferma Nadia Sikorsky, fondatrice e caporedattrice del primo quotidiano online in lingua russa della Svizzera, Nasha Gazeta (nashagazeta.ch), che significa “Il nostro giornale”.

Per mesi dopo l’inizio della guerra contro l’Ucraina da parte del presidente russo Vladimir Putin, molti casi di annullazione di concerti, spettacoli teatrali, mostre di artisti russi e di appelli al boicottaggio di opere della letteratura russa hanno risuonato negli Stati Uniti e attraverso l’Europa. In realtà, suggerisce Nadia Sikorsky, dovrebbe accadere il contrario. “Fortunatamente questo fenomeno è passato abbastanza velocemente, soprattutto in Svizzera dove abbiamo potuto deplorare solo pochi casi. Che personaggi come il direttore d’orchestra Valery Gergiev non vengano più invitati, posso capirlo: ha un legame diretto con il potere russo”, ci ha detto durante un incontro a Ginevra, dove vive. “Ma cercare di bandire le opere di Ciajkovskij, i romanzi di Dostoevskij, è stupidità. Al contrario, bisogna studiare i classici russi, con attenzione, perché nessun altro è stato così spietato con le debolezze e i difetti del sistema russo, in ogni epoca, quanto i grandi autori, da Pushkin a Bulgakov”.

Un’incursione culturale occidentale nell’Unione Sovietica – su invito del governo sovietico – è stata uno dei fattori decisivi della carriera di Nadia Sikorsky. Era ancora una studentessa del secondo anno alla Scuola di giornalismo dell’Università di Mosca quando le è stata offerta un’opportunità che, dice, “ha cambiato la mia vita”. Nel 1986, il Ministero della Cultura aveva invitato, a nome del presidente Mikhail Gorbaciov, un gruppo di noti scrittori e intellettuali occidentali – gli autori americani Arthur Miller e James Baldwin e il turco Yaşar Kemal, il futurista Alvin Toffler, lo scienziato spagnolo Federico Mayor, che l’anno successivo diventerà Direttore Generale dell’Unesco, l’attore Peter Ustinov e altri – a partecipare a un convegno informale chiamato Issyk-Kul Forum (perché svoltosi sulle sponde del lago Issyk-Kul, in Kirghizistan) per discutere e immaginare il futuro del mondo. L’incontro, presieduto dallo scrittore kirghiso di lingua russa Chinghiz Aitmatov, necessitava di interpreti, e la giovane studentessa fu fra loro. La conferenza non è forse stata di grande beneficio per l’Unione Sovietica, che sarebbe scomparsa cinque anni dopo, ma lo è stata per Nadia Sikorsky, che a 19 anni poté così trascorrere due settimane ad ascoltare gli invitati, tradurre le loro discussioni e “sentire la mia visione del mondo cambiare”.

Nel 1989, due settimane dopo la caduta del muro di Berlino, Sikorsky traslocò a Parigi grazie a una borsa di studio offerta dall’Unesco per terminare il Master e poi conseguire il Dottorato lavorando come funzionaria internazionale. Nel 1991, l’Unione Sovietica implose. Dopo dieci anni a Parigi (e dopo aver imparato il francese per amore del teatro) Nadia Sikorsky si stabilì a Ginevra. Lavorò ancora per qualche anno all’ONU. Poi intervenne un altro cambiamento radicale.

Nel 1993 Mikhail Gorbaciov aveva creato la Green Cross, la Croce Verde Internazionale, un’organizzazione con finalità socio-ambientali. Nel 2004 Sikorsky ne diventò la direttrice della comunicazione, lavorando così al fianco dell’ex leader sovietico per più di due anni. “Gorbaciov era un prodotto della sua generazione e del sistema sovietico, ma era una brava persona. Era sincero. Era molto umano. Era la sua grande forza e la sua grande debolezza, perché i russi – e non solo loro – prendono l’umanità, la gentilezza e la sincerità per debolezza. Ha offerto una opportunità al mondo, ma l’Occidente non l’ha colta, ha scelto l’approccio conflittuale piuttosto che quello cooperativo”, ed è dalle molte ramificazioni di questa occasione persa che sta germogliando oggi la nuova guerra fredda. 

Sikorsky è ancora arrabbiata con i leader occidentali che non hanno preso parte ai funerali di Mikhail Gorbaciov, morto il 30 agosto dell’anno scorso. “Non era presente nessun capo di Stato tranne l’ungherese Viktor Orbán. Perché? Gorbaciov aveva aperto loro tutte le porte, voleva davvero la pace. Sarebbe stato un modo molto potente per inviare un segnale a Putin, se la comunità internazionale avesse mostrato rispetto per questa persona, la cui importanza storica l’attuale presidente russo sta cercando di negare”.

Nel 2007 Nadia Sikorsky lancia, su invito di un editore romando, “Nasha Gazeta”. Il giornale online è inizialmente concepito come sito per i russofoni a Ginevra, ma diventa rapidamente un medium nazionale che copre l’intera Svizzera. Ha oggi migliaia di lettori in Svizzera, in Russia e nelle ex repubbliche sovietiche, ma anche in Germania, Francia, Israele, Stati Uniti.

Nel giorno dell’invasione dell’Ucraina da Parte di Putin, il 24 febbraio 2022, la giornalista prende, in vari articoli, una posizione netta contro la guerra.

“Ogni russo onesto e responsabile, che ha un cuore e una testa, che si cura del futuro del suo Paese”, scrive allora, “deve mostrare la sua integrità denunciando questa guerra e fare del suo meglio per il raggiungimento della pace”. Deve farlo, aggiunge, per preservare la sua dignità: “Denunciare la guerra non è tradire la Russia, come dice la propaganda”. Per sottolineare questa posizione, l’autrice si richiama alla letteratura, citando l’autore di origini abkhaze ma di lingua russa Fazil Iskander, secondo il quale “un essere umano deve rimanere integro, e questo è fattibile in ogni circostanza, sotto tutti i regimi. L’integrità non presuppone eroismo: presuppone la non partecipazione alla bassezza”.

La guerra, dice oggi, mentre abbiamo appena superato il 400° giorno di combattimenti in Ucraina, “è un monumentale fallimento della diplomazia mondiale. Più va avanti, più mostra quanto impotente sia la diplomazia. Oppure bisognerebbe credere che il prolungamento della guerra serva degli interessi”. Teme che stia nascendo una nuova cortina di ferro, che potrebbe tagliar fuori dal resto del mondo non solo coloro tra i russi che “vivono nella negazione e, guidati dalla propaganda, sostengono Putin”, ma anche tutti quelli che si oppongono alla guerra.

Un altro tipo di negazione è presente in Occidente e Sikorsky lo trova molto pericoloso: “Non è uno che bluffa, Putin, ed è per questo che coloro che hanno detto fino al 23 febbraio 2022 che stava bluffando, che non avrebbe invaso l’Ucraina, “chiamando” il suo bluff, sono irresponsabili. Dissero che stava bluffando anche davanti alla Georgia, e ci fu la guerra. Dissero che stava bluffando sulla Crimea, e l’ha annessa. La cosa più inquietante è che Putin non ha mai nascosto le sue intenzioni, continua a fare quello che ha detto che avrebbe fatto, non c’è nessuna sorpresa. E ora sono gli stessi irresponsabili che dicono “non premerà mai il pulsante nucleare”. Non credo che su questo argomento sia nel nostro interesse mettere alla prova i suoi limiti. Bisogna capire che Putin non ha nulla da perdere. Non gli si possono applicare categorie che si applicherebbero a una persona “normale”, che ama la vita, che ama i suoi figli, che ha una moglie. Putin è pura ambizione”.

Torniamo a parlare di cultura. La Russia è un paese dalla lunga storia di potere autoritario e repressivo, ed è probabilmente per questo che la sua cultura è così profondamente veicolo di resistenza. Testimonia della possibilità di articolare forme di dissidenza in ogni circostanza. “Bisogna ascoltare l’opera e leggere i grandi classici della letteratura russa, perché individuano con struggente precisione e chiarezza ciò che non va nella politica e nella società”, afferma la nostra interlocutrice. “Alcuni dicono che l’arte e la cultura sono deboli di fronte alla guerra. Io vedo piuttosto in loro una notevole resistenza”.

Uno scrittore di cui si torna a parlare in questi mesi è Evgenij Zamjatin, autore nel 1922 di un romanzo di fantascienza politica intitolato “Noi” (edizione italiana da Mondadori). È scritto nella forma di un diario tenuto dal suo protagonista, che porta un numero al posto del nome. D-503 vive nello Stato Unitario (diretto dal Benefattore), luogo di totalitarismo e conformismo non dissimile dall’Unione Sovietica. Il libro ha ispirato tra gli altri George Orwell nella stesura di “1984”. 

Quello che Zamjatin consegna a noi che viviamo un secolo esatto più tardi, in società sempre più intrise di sorveglianza, conformismo, normalizzazione del “fake” e proiezioni pubblicitarie e manipolatrici della realtà, è un messaggio di resistenza. “Ci dice”, commenta Nadia Sikorsky, “che dobbiamo resistere a chi vuole trasformarci in robot, in numeri. Che dobbiamo mantenere la nostra dignità per rimanere umani”.

La letteratura russa, tuttavia, non uscirà indenne da questa guerra e dalle tensioni che la circondano. Sikorsky: “Ho notato che molti grandi scrittori contemporanei di lingua russa stanno smettendo di scrivere in russo. Andrei Kurkov ha appena pubblicato il suo ultimo libro in inglese. Mikhail Shishkin (che vive in esilio nella Svizzera tedesca) lo ha fatto in tedesco. Mi par di capire che il prossimo libro di Sergei Lebedev non sarà in russo. Non li giudico, ma lo trovo triste”.

Nell’immagine: Nadia Sikorsky ritratta da Janna Lambinet


Goldman Sachs: l’intelligenza artificiale sostituirà 300 milioni di lavoratori

Polemiche e battibecchi post-elettorali e dopo la decisione presa dal Governo cantonale di non indire le suppletive per gli Stati 

Di Salvatore Toscano, L’Indipendente

Nel rapporto The Potentially Large Effects of Artificial Intelligence on Economic Growth, alcuni economisti della Goldman Sachs hanno previsto che nei prossimi anni il 18% del lavoro a livello globale potrebbe essere svolto dall’Intelligenza artificiale (IA). Gli esperti della più grande banca d’affari statunitense, analizzando i dati occupazionali di Europa e Stati Uniti, hanno affermato che circa i due terzi dei posti di lavoro attuali “sono esposti a un certo grado di automazione dell’IA” e “fino a un quarto di tutto il lavoro potrebbe essere svolto completamente dall’Intelligenza artificiale”.

Si tratta di circa 300 milioni di impieghi a tempo pieno esposti a un grado più o meno esteso di automatizzazione. Secondo gli economisti della Goldman Sachs, l’impatto della rivoluzione tecnologica ricadrà maggiormente sui colletti bianchi, che svolgono mansioni meno fisiche.Il World Economic Forum lo ripete dal 2018: il 65% dei bambini iscritti alla scuola primaria farà un lavoro che ancora non esiste. L’ascesa dell’intelligenza artificiale, che nei mesi scorsi ha fatto parlare di sé con il lancio della piattaforma ChatGPT (bloccata dall’Italia la scorsa settimana), ha attirato l’attenzione della Goldman Sachs, i cui economisti hanno provato a prevedere l’impatto dell’IA sul mondo del lavoro. 

Gli effetti dovrebbero essere più intensi nelle economie avanzate, vista la maggior concentrazione di colletti bianchi (come impiegati e funzionari pubblici) rispetto ai mercati emergenti. Secondo le previsioni, infatti, l’Intelligenza artificiale non dovrebbe stravolgere i lavori fisicamente impegnativi o svolti all’aperto, come quelli di costruzione e riparazione. Relativamente agli Stati Uniti, gli autori del rapporto ipotizzano che una quota variabile tra il 28% e il 26% del lavoro svolto nel settore sanitario sarà esposto all’automazione da parte dell’IA. L’avvento dell’Intelligenza artificiale rappresenta per l’uomo contemporaneo ciò che ha rappresentato, in passato, la costruzione della macchina a vapore o l’invenzione della catena di montaggio: un cambio di paradigma. 

Sullo strappo della rivoluzione informatica, gli economisti della Goldman Sachs hanno rassicurato i lettori affermando che “tutte le innovazioni tecnologiche che inizialmente hanno soppiantato i lavoratori hanno poi dato luogo a una crescita dell’occupazione nel lungo periodo”. Il riferimento è al settore dell’informazione, dove negli ultimi anni sono state introdotte nuove occupazioni come quella dei web designer, degli sviluppatori di software o dei professionisti del marketing digitale. 

L’adozione diffusa dell’IA – chiosano gli autori del rapporto – potrebbe in ultima analisi aumentare la produttività del lavoro e aumentare il PIL globale del 7% all’anno in un periodo di 10 anni. A controbilanciare l’ottimismo per la creazione di nuove figure lavorative targate IA è la graduale liquidazione dei team etici da parte delle aziende tecnologiche. L’ultima Big Tech a seguire tale tendenza è Microsoft, la quale ha incluso nella sua massiccia campagna di licenziamenti anche i setti componenti sopravvissuti alla ristrutturazione della squadra Etica e Sociale. 

A ciò si aggiungono poi le preoccupazioni relative alla fase intermedia di formazione e transizione verso il nuovo mondo del lavoro. Si tratta del cosiddetto divario di competenze, ovvero la possibilità che le competenze richieste dai nuovi impieghi cambino rapidamente spiazzando i lavoratori.

Nell’immagine: una campagna di artisti contrari alle immagini generate dall’intelligenza artificiale


E Marx era forse un ecologista?

Polemiche e battibecchi post-elettorali e dopo la decisione presa dal Governo cantonale di non indire le suppletive per gli Stati 

Ecosocialismo? Marx a favore della decrescita? A cercare un Marx ecologista ci stanno provando in molti. Tra gli ultimi, il giapponese Kohei Saito.

Secondo Saito, Marx, negli ultimi vent’anni della sua vita si sarebbe avvicinato progressivamente al tema ambientale, analizzando in particolare la riduzione della fertilità dei terreni agricoli seguita all’avvento dell’agricoltura capitalistica. L’interpretazione di Saito si baserebbe sugli appunti di scienze naturali di Marx degli anni Sessanta e Settanta dell’800 (ricordiamo che Marx muore il 14 marzo 1883 e quest’anno sono passati giusto 140 anni), nei quali Marx sarebbe giunto a considerare le crisi ecologiche “come la contraddizione fondamentale del modo di produzione capitalistico, abbandonando la sua precedente valutazione ottimistica del potenziale emancipatorio del capitalismo” – criticata da molti “per i suoi ingenui presupposti tecnocratici”. 

Una lettura attenta dei suoi quaderni, secondo Saito rivelerebbe infatti che Marx “in realtà non concepisse una visione utopica del futuro socialista basata sull’aumento infinito delle forze produttive e sulla libera manipolazione della natura. Al contrario, riconobbe seriamente i limiti naturali, trattando il complesso e intenso rapporto tra capitale e natura come una contraddizione [appunto] centrale del capitalismo. […] Arrivando anzi a prevedere [la necessità di] una regolazione consapevole e sostenibile del metabolismo fra uomo e natura come compito essenziale del socialismo”. E sarebbe dunque qui, per Saito, “il punto d’intersezione tra il progetto ‘rosso’ e quello ‘verde’ nel XXI secolo, sul quale la teoria di Marx ha ancora molto da offrire”. 

Se la tesi di Saito fosse corretta, la cosa sarebbe decisamente interessante e foriera di nuovi sviluppi – pensiamo a un dopo dell’alleanza elettorale tra socialisti e verdi. Ma aspettiamo di leggere meglio i quaderni di Marx, perché – al di là di Saito – il marxismo post-Marx è sempre stato storicamente, politicamente e filosoficamente industrialista, positivista e prometeico e quindi scoprire un Marx ecologista (senza dimenticare gli accenni di Engels al tema) comporta una conseguente ma non facile rielaborazione profondissima (un quasi totale rovesciamento) del pensiero socialista. Perché Marx era figlio appunto di quel positivismo che diventa egemone dalla prima metà dell’Ottocento (e che permane ancora più egemone oggi), soprattutto con Saint-Simon e Comte. E Saint-Simon divideva il mondo e la società in industriali e oziosi, immaginando poi una società virtuosa governata da scienziati e da industriali (e sembra – anzi è – la realtà di oggi, con la sua capitale istituzionale nella Silicon Valley), cioè con scienza e tecnica come motori e insieme organizzatori dell’intera società. Mentre Comte scriveva che società, società industriale e industria sono sinonimi. 

Industria e cioè: fabbrica. Arrivando all’idea (per noi perversa, se non sadomasochistica e disumana) di una società socialista costruita appunto come una sola immensa fabbrica secondo Antonio Gramsci, una società-fabbrica “organizzata con la stessa precisione, lo stesso metodo, lo stesso ordine che egli [il proletario] verifica essere vitale nella fabbrica dove lavora”; senza dimenticare che già Marx aveva definito il socialismo come la fabbrica meno il capitalismo. 

Ma la fabbrica è in realtà la sublimazione del tecno-capitalismo e del suo positivismo; è l’applicazione concreta di quella (ir)razionalità strumentale/calcolante-industriale che è la causa prima della crisi ambientale e climatica (oltre che sociale) di oggi. Per cui, appunto, se davvero può e deve essere pensato e costruito un ecosocialismo, prima occorre che la sinistra esca da questa irrazionalità compulsiva positivista, industrialista e capitalista, che guarda alla crescita e non allo sviluppo. Perché – come sosteneva quella grandissima filosofa che è stata Simone Weil (1909-1943) – non è la proprietà privata dei mezzi di produzione ad essere la causa dell’oppressione sociale e dello sfruttamento dell’uomo (e della natura, aggiungiamo), ma la fabbrica e la religione delle forze produttive (produrre e consumare sempre di più), “di cui Marx ha subìto, suo malgrado, l’influsso”. 

A sua volta lo storico Bruno Settis ricorda che “nei suoi racconti, Ilya Ehrenburg aveva dipinto ritratti impietosi di manager sovietici così americanizzati da mettere in dubbio la loro dedizione al comunismo. Esaltavano Ford, guidavano le sue auto, ma si giustificavano: naturalmente, noi dobbiamo dargli tutt’altro contenuto, ma dovremmo acquisirne la tecnica”. Ovvero e appunto, come aveva ben visto Simone Weil, la fabbrica – come organizzazione, comando e sorveglianza, come forma e norma dell’essenza della (ir)razionalità strumentale/calcolante-industriale diventata oggi la nostra unica way of life – prescinde dal sistema politico, producendo un taylorismo comunista, come oggi cinese, come oggi nel capitalismo della sorveglianza.

E quindi, sembra del tutto insufficiente concentrarsi solo nella critica del capitalismo (ammesso che qualcuno ancora lo faccia), ma occorre farlo soprattutto sulla tecnica, sul tecno-capitalismo, altro nome della (ir)razionalità strumentale/calcolante-industriale. Il marxismo si è sempre invece concentrato sul capitalismo, immaginandone appunto il superamento grazie anche allo sviluppo tecnologico, cadendo così in una evidente contraddizione in termini. Perché invece – come scriveva un socialista atipico come l’italiano Raniero Panzieri (1921-1964) – “lo sviluppo capitalistico della tecnologia comporta, attraverso le diverse fasi della razionalizzazione, forme sempre più raffinate di integrazione [di uomini e macchine] e un aumento crescente del controllo capitalistico […] Ma invece di vedere e capire questi processi di razionalizzazione crescente del capitalismo attraverso le macchine [e oggi siamo a una nuova fase di razionalizzazione capitalistica, detta digitale] essi vengono completamente ignorati a vantaggio – anche da parte della sinistra e del sindacato – di una rappresentazione tecnologico-idilliaca del processo tecnico”. Dove Panzieri sbagliava era però nel credere che un uso socialista della tecnica potesse cambiare le cose. Perché la tecnica è sì la stessa razionalità irrazionale del capitalismo, ma ha una sua essenza specifica (funzionale al capitale, ma non solo) e per sua essenza mai libererà davvero l’uomo dalla fatica e sempre più trasformerà (ma per il capitalismo!) la società in una immensa fabbrica. E per avere invece un ecosocialismo, ma anche un tecnosocialismo, bisognerebbe prima rottamare l’irrazionalità della ragione strumentale/calcolante-industriale che pre-domina su capitalismo e marxismo da due secoli ad oggi.

Perché è il modello della fabbrica ad essere in conflitto strutturale e sovrastrutturale con la biosfera – e le sinistre dovrebbero rileggere un grande intellettuale di sinistra come è stato Claudio Napoleoni o ripensare all’austerità di Enrico Berlinguer, tutta diversa da quella neoliberale – e con la democrazia e con la libertà. E oggi arriviamo al paradosso per cui sono dei capitalisti come Elon Musk a lanciare un appello per chiedere una pausa nello sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale sempre più pericolosi – e non le sinistre del mondo, come invece dovrebbe essere. Sinistre ancora purtroppo catturate da una visione tecnologico-idilliaca del processo tecnico – con alcune eccezioni  interessanti, come la Cgil italiana e la sua ricerca, oggi, di un diverso modello di sviluppo – ingenuamente credendo che le macchine di oggi siano come le macchine del tempo di Marx; o che il progresso tecnico non si possa e non si debba fermare – e che invece si deve fermare se minaccia, come sta accadendo da tempo ma a nostra insaputa, biosfera, democrazia e libertà. Perché non si tratta di fermare il progresso, ma di costruirne uno diverso.


Il CICR taglierà 1.500 posti di lavoro in tutto il mondo

Polemiche e battibecchi post-elettorali e dopo la decisione presa dal Governo cantonale di non indire le suppletive per gli Stati 

Di Stéphane Bussard, Le Temps

Lo ha comunicato al personale del CICR lunedì sera e lo ha pubblicato sul sito web dell’organizzazione martedì mattina presto. Il direttore generale del Comitato Internazionale della Croce Rossa, Robert Mardini, ha annunciato che il CICR dovrà tagliare 1.500 posti in tutto il mondo nel corso del prossimo anno. I tagli sono il risultato dei 430 milioni necessari per pareggiare un bilancio 2023 che è aumentato di 400 milioni rispetto all’anno precedente. Circa 20 delle 350 sedi del CICR nel mondo saranno chiuse. Nel suo messaggio al personale, Robert Mardini ha dichiarato: “Vi scrivo per informarvi dell’evoluzione della nostra situazione finanziaria, che so benissimo che rappresenta una grande fonte di incertezza e ansia per voi, per il vostro futuro professionale e personale, ma anche per le popolazioni che aiutiamo”. 

Attacchi ad personam 

Nella sede centrale di Ginevra, che conta 1.200 dipendenti su un totale di 22.000, le preoccupazioni sono davvero forti. Molti di loro non capiscono come il Comitato del CICR abbia potuto approvare un bilancio di 2,8 miliardi di franchi lo scorso autunno e come l’organizzazione umanitaria abbia potuto, pochi mesi dopo, tagliare 430 milioni di franchi dal suo budget, di cui 400 milioni spesi sul campo e 30 milioni nella sede centrale. Il clima è talmente teso che, per la prima volta, alcuni membri del personale attaccano i responsabili, facendo nomi e cognomi. 

È stata fatta circolare internamente un’immagine che ritrae presidente, direttore generale e tutti i membri del Comitato con la dicitura: “Non desiderati. Avete visto queste persone? Ricompensa di 1.000.000 di dollari ciascuno”. Circolano espliciti appelli alle dimissioni del direttore generale, dall’operato ben poco gradito per molti dipendenti. Questi attacchi ad hominem sono insoliti all’interno del CICR. Alcuni li vedono come un modo per sfidare l’”unicità” della governance dell’istituzione, dove solo i cittadini svizzeri possono sedere alla presidenza, alla direzione generale, al comitato e all’assemblea del CICR.

La violenza delle accuse deriva da una situazione che è fortemente peggiorata dal punto di vista finanziario. Il CICR non è affatto l’unica organizzazione in questa situazione. Le difficoltà riguardano l’intero settore. Ma l’istituzione con sede a Ginevra sta soffrendo forse più di altre per l’inflazione e l’aumento dei costi, oltre che per il calo dei contributi da parte degli Stati che la sostengono. Secondo le nostre informazioni tre Stati in particolare sembrano aver drasticamente ridotto i propri contributi: Stati Uniti, Regno Unito e Canada. E se si pensa che Washington, ad esempio, ha versato 623 milioni di dollari al CICR nel 2022…

Distinguere l’”essenziale” dal necessario 

La radicale messa in discussione del bilancio di 2,8 miliardi e dei tagli che ne derivano è tanto più grave in quanto già nel 2021 c’erano state avvisaglie di crisi nell’organizzazione e nel bilancio. Lo dimostra un “caso” di nostra conoscenza, relativo ad un professionista che faceva parte di una rosa di giovani talenti che il CICR voleva assumere. Dopo essere stato inserito nel processo di reclutamento nel 2019 ed essere stato selezionato per lavorare presso l’istituzione, nella primavera del 2021 gli è stato comunicato con una telefonata di tre minuti che il CICR non poteva permettersi di assumerlo. 

Attraverso esempi come questo vi è chi, all’interno dell’organizzazione, contesta apertamente i suoi organi di controllo, che evidentemente non hanno funzionato. È il caso del Comitato del CICR, dove diversi membri hanno competenze bancarie e di revisione contabile. 

Sempre a livello interno ci si chiede anche se i tagli al personale sul campo siano l’approccio giusto, e soprattutto l’unico percorribile. Secondo il Daily Trust, un quotidiano nigeriano, il CICR ha raggiunto un accordo per il licenziamento di oltre 100 persone nel Paese, dove conta più di 800 dipendenti. Interpellato, il CICR non ha né smentito né confermato la notizia. Ma nelle delegazioni del CICR la strategia della “cupola”, la sede centrale di Ginevra, non è più chiaramente compresa. Si critica persino l’esplosione del personale a livello di quadri intermedi. 

Oggi il CICR è in procinto di riorientare le proprie attività sul mandato di protezione e assistenza, limitando le attività di sviluppo. Questo è un discorso che si fa sempre più sentire all’interno del CICR, e che mette, almeno in parte, gravemente in discussione la strategia perseguita negli ultimi dieci anni di destinare parte delle risorse alle attività di sviluppo. 

A Ginevra i dipendenti più indignati si chiedono perché vengano mantenuti gli uffici recentemente aperti in Lussemburgo per il cyberspazio e nella Silicon Valley, o addirittura negli Stati del Golfo. Come dice un esperto in materia: “Il CICR deve distinguere tra ciò che è essenziale e ciò che è necessario, e lasciare che certe attività vengano svolte da altri”. I 2.500 membri del personale che hanno firmato una lettera aperta alla direzione sono categorici: chiedono il diritto a un inventario degli anni di presidenza di Peter Maurer e del direttore generale Yves Daccord (ora presidente del consiglio di amministrazione di Le Temps). Sono ancora più determinati a farlo perché Peter Maurer ha lasciato l’organizzazione due anni prima della fine del suo mandato, e mettono in discussione la situazione ereditata da Robert Mardini e Mirjana Spoljaric, la nuova presidente. 

Nuova strategia 

Di fronte alle enormi sfide che l’organizzazione deve affrontare è stato formato un gruppo di membri dell’assemblea per sostenere la leadership dell’organizzazione. Mirjana Spoljaric ha anche riportato in patria una personalità il cui carisma all’interno dell’istituzione, e soprattutto delle delegazioni, rimane eccellente: Pierre Krähenbühl. Attualmente inviato speciale della presidente a Pechino e capo delegazione, è stato appena nominato segretario generale dell’Assemblea del CICR, una carica diventata formalmente “funzione strategica”, spiega il CICR. 

A partire dal 1° maggio, nel suo nuovo ruolo, sosterrà la struttura di governance, ha dichiarato l’istituzione. Avrà anche un ruolo apparentemente importante nello sviluppo della nuova strategia per i prossimi quattro anni, che dovrebbe essere definita a maggio o giugno. Pierre Krähenbühl è stato per molti anni direttore delle operazioni prima di dirigere l’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi. 

“In questa nuova posizione, è come se fosse un membro del Comitato”, dice un insider, aggiungendo che ci si aspetta quasi che diventi una sorta di Churchill, per far uscire il CICR dalla crisi. Quanto alla possibilità che un giorno sostituisca Robert Mardini, come suggerito da alcuni critici, per ora si tratta di una prospettiva altamente improbabile. Un rapporto inedito delle Nazioni Unite sulla cattiva gestione dell’Unrwa pende su Pierre Krähenbühl come una possibile spada di Damocle. Inoltre, gli americani potrebbero opporsi.

Traduzione a cura della redazione


L’importante è reprimere

Polemiche e battibecchi post-elettorali e dopo la decisione presa dal Governo cantonale di non indire le suppletive per gli Stati 

Di Stefano Baudino, L’Indipendente

La maggioranza lancia ufficialmente il guanto di sfida contro gli attivisti per il clima. Al Senato è infatti partito l’esame di un provvedimento, ideato dalla Lega di Matteo Salvini, che amplierebbe la possibilità di arresto in flagranza degli ambientalisti in caso di imbrattamento di beni culturali o paesaggistici. Dall’altra parte della barricata, l’organizzazione di disobbedienza civile nonviolenta contro la crisi climatica Ultima Generazione, che da due anni compie azioni dimostrative estremamente divisive (di recente, i suoi membri hanno imbrattato la Barcaccia di piazza di Spagna, palazzo Vecchio a Firenze e il Senato: abbiamo parlato direttamente con loro di tali pratiche in un’intervista) – manifesta sdegno per la nuova mossa della maggioranza e chiede un tavolo di confronto con il governo. 

La proposta della Lega, giunta ieri in Commissione Giustizia al Senato, prevede nello specifico l’introduzione del reato di danneggiamento di beni culturali e artistici e l’inserimento dei reati di distruzione, dispersione, deterioramento, deturpamento, imbrattamento e uso illecito di beni che appartengono al patrimonio artistico e culturale tra quelli che prevedono l’arresto facoltativo in flagranza. Il testo, che ha visto la luce lo scorso novembre e porta la firma del senatore leghista Claudio Borghi, punta a intervenire sull’articolo 518 duodecies del codice penale, introducendo una nuova fattispecie di reato che punisca con la reclusione fino a un anno e una multa fino a 1.500 euro chi venisse colto ad imbrattare beni culturali, consentendo il suo arresto in flagranza. 

Oggi, infatti, l’arresto può scattare solo in caso di accusa di danneggiamento, mentre per l’imbrattamento – accusa che molto più frequentemente viene rivolta agli attivisti per il clima – ciò non è ancora previsto. In Commissione, il disegno di legge è stato preso in carico dalla presidente ed ex ministro Giulia Bongiorno, che ne sarà relatrice. Allegata al testo vi è una relazione in cui si legge che, essendo necessario “prevenire il reiterarsi di nuovi atti di vandalismo nei confronti del patrimonio artistico culturale italiano”, si vuole “rispondere a una precisa scelta di politica criminale: rafforzare ulteriormente la tutela, anticipando la soglia di punibilità, del bene giuridico protetto dalla norma, ossia la conservazione del nostro inestimabile patrimonio culturale”. 

Sentita dall‘Indipendente, Maria Letizia Ruello, attivista di Ultima Generazione e Ricercatrice in scienze e tecnologie dei materiali presso l’Università Politecnica delle Marche, ha detto: «Commento i fatti con una mitica frase di Gandhi, che da sempre ci guida: “prima ti ignorano, poi i deridono, poi ti reprimono, e poi vinci”. Questo passaggio segna l’inizio della repressione, mescolata a tanta derisione». Rispetto ai rapporti con il mondo partitico e istituzionale, Ruello tiene a sottolineare come Ultima Generazione «continuerà a rivolgersi ai decisori politici con richieste concrete e realizzabili, sulle quali il governo si è impegnato a mettere mano ma alla fine non ha fatto nulla. Chiediamo un incontro a Giorgia Meloni, un tavolo di trattativa finalizzato alla riduzione dei finanziamenti alle fonti fossili e al no a nuove centrali a carbone e a nuove trivellazioni». 

Dunque, dopo il “decreto Rave” e il “decreto Cutro“, il centro-destra sembra voler perseguire su un binario ormai nitidamente tracciato: la costante creazione di nuove fattispecie di reato. Oltre al disegno di legge contro l’imbrattamento del patrimonio pubblico, infatti, la maggioranza ha intenzione di proseguire nel suo percorso con nuove proposte: da quella contro le occupazioni e l’omicidio nautico a quella contro l’istigazione all’anoressia, da quella contro la maternità surrogata all’estero a quella contro i cellulari in carcere. Eppure, a stonare nella narrazione “legge e ordine” del governo, ci sono ad esempio la proposta per l’abolizione del reato di tortura – concepita al fine di andare incontro agli elementi delle forze di polizia che si trovano a ricorrere a mezzi di coazione fisica – e i 12 condoni entrati nella Legge di Bilancio 2023, che favoriranno invece gli evasori fiscali. Insomma, a prescindere da quel che si possa pensare sul merito delle condotte degli attivisti per il clima, non sempre foriere di giudizi positivi da parte dell’opinione pubblica, il governo pare sapersi scegliere bene le categorie contro cui utilizzare il suo pugno di ferro.


Donald Trump e “Mister Smith”

Polemiche e battibecchi post-elettorali e dopo la decisione presa dal Governo cantonale di non indire le suppletive per gli Stati 

“The Apprentice” si chiamava il reality tv che negli Stati Uniti aveva reso popolarissimo Donald Trump, il quale con i 427 milioni di dollari intascati dai produttori e dalle ricadute imprenditoriali favorite dal programma, riuscì a salvare dalla bancarotta le sue malmesse società. Allora, per lui, l’entrata in politica era forse una vaga idea, sicuramente non ancora un progetto. Nello show Trump era un implacabile giudice di concorrenti chiamati a dimostrare le loro capacità eventuali imprenditoriali. Per molti malcapitati concorrenti, la prova si concludeva con il famoso “You’re fired”, “sei licenziato!”. Ecco, ieri, nelle immagini scattate dai pochi fotografi ammessi all’incontro dell’ex capo della Casa Bianca con la “giustizia” che gli comunicava i capi d’accusa e lo stato (teorico) di messa agli arresti, lui, il “Don” aveva la stessa espressione fra l’imbronciato, il deluso, l’incazzato dipinta sul volto dei suoi ex ospiti televisivi bocciati e fulminati davanti alla nazione.

Insieme alla lunga colonna di limousine nere dirette al posto di polizia per la formalizzazione dell’incriminazione, quell’istantanea rimarrà nella storia, anche se non proprio con una nobile “S” maiuscola. Non era mai accaduto che un ex presidente della super-potenza fosse trascinato in tribunale. Forza della democrazia per cui per principio nessuno è al di sopra della legge? Forza di un sistema americano che si basa sull’indispensabile “check and balance”, l’equilibrio fra poteri e contropoteri della democrazia parlamentare stabiliscono credibilità e maturità?

Perché questo punto, dopo aver ripetuto all’infinito che l’incriminazione fa il gioco politico dell’accusato (i cui fondi elettorali in una sola settimana si sono riempiti di almeno altri 20 milioni di dollari), questo dicevamo è l’aspetto oggi più che mai sostanziale.

Il sistema della giustizia americano non è affatto un modello di imparzialità giuridica. Eletti dal popolo sono gli sceriffi e i procuratori generali, con le loro ben marcate, pubblicizzate convinzioni politiche. Si può immaginare con quanta imparzialità o con quali rischi per la giustizia eserciteranno il loro mandato, visto che devono ingraziarsi i votanti che li hanno eletti e soprattutto che li dovranno riconfermare. Lo stesso Trump ha approfittato di questo modello.

Come altri suoi predecessori, negli anni della presidenza ha spostato ideologicamente e programmaticamente a suo favore addirittura la composizione della Corte Suprema, con nomine che hanno imposto alla massima espressione della ‘garanzia giuridica’ americana una netta maggioranza di giudici di destra, alcuni dei quali appartenenti ad un’associazione di magistrati nota per il suo ultra-conservatorismo. Da qui, per esempio, la scellerata sentenza che vieta l’aborto a livello federale (devono decidere i singoli Stati, quindi, e di nuovo, giustizia messa nel tritacarne degli impulsi politici del momento).

Nel caso di “Stato vs Trump” va segnalata poi una anomalia, una stranezza, un paradosso che vale per tutti e che ha le sue radici in un corpo normativo-costituzionale davvero bizzarro e quantomeno da riformare dopo oltre due secoli: negli Stati Uniti un detenuto non può votare, ma pur rimanendo in cella può candidarsi e diventare presidente.

Non sarà comunque il caso del 45esimo capo di stato americano (il 46esmo è Joe Biden), che vuole tornare a pilotare la nazione, nel suo modo divisivo, dall’Ufficio Ovale, al 1600 di Pennsylvania Avenue, Washington. Fra i 34 capi d’accusa che secondo il procuratore di Manhattan (un “dem” che il tycoon ha naturalmente ricoperto d’insulti e di minacce esplicite) dovrebbero inchiodare l’imputato, non ci sono tanto i 130.000 dollari consegnati da un suo legale alla pornostar Stormy Daniels (nome simpaticamente mutuato da una nota marca di whisky) e contabilizzati illegalmente come spese elettorali, ma c’è la “cospirazione illegale” contro la correttezza delle elezioni del 2016, avendo egli usato quella somma per tacitare la pin-up, che comunque li accettò volentieri, ma soprattutto l’imputazione di “cospirazione” per aver “eliminato informazioni potenzialmente dannose” per la sua corsa elettorale, falsando dunque il dibattito.

Funzionerà? Molti ne dubitano, e dunque il vittimismo continuerà ad essere il leit motiv del “Don” e delle sue focose ‘truppe cammellate’ fino all’appuntamento del 2024. Per non pochi giuristi l’impianto dell’accusa è troppo debole, e per avere qualcosa di più sostanzioso bisognerà attendere la conclusione di una delle altre 4 inchieste ancora aperte sull’ex presidente: quella di aver esplicitamente chiesto due anni che in Georgia il governatore repubblicano e la giustizia locale spostassero un numero sufficiente di schede (alcune migliaia) per assicurargli la fraudolenta conquista di uno “Stato chiave” nella serrata competizione poi vinta da “sleepy Joe”.

L’incriminazione di oggi è obiettivamente altra cosa, decisamente meno grave. Può portare a una condanna, ma difficilmente di gran peso, e comunque difficilmente ne uscirà un verdetto di detenzione. Alan Dershovitz, uno dei più noti penalisti del mondo, che assistette Trump in uno degli infruttuosi procedimenti di impeachment, ma che dichiaratamente vota per i Democratici e fra i suoi clienti ha avuto anche Nelson Mandela e Julian Assange, dichiara di non aver mai visto in 60 anni di carriera “un caso più debole”, e aggiunge di temere la “politicizzazione della giustizia” negli Stati Uniti. Sulla prima affermazione può avere ragione. Ma sulla seconda assai meno. La politicizzazione di una parte della magistratura attraversa e scava ormai da anni la cronaca americana. Una tela con molti strappi e tante vistose macchie. Chi si commuoverebbe ancora assistendo oggi a un film virtuoso e idealista come “Mr. Smith va a Washington”? Negli Stati Uniti esasperati da radicali contrapposizioni, quel James Stewart che interpretava l’integro personaggio della provincia che arrivava nella capitale corrotta sembra definitivamente appartenere a un’altra epoca. A un’altra America.