Il dilemma di Israele, resistere nella fortezza o aprirsi alla pace

Il racconto di David Grossman. Il trauma del 7 ottobre si aggrava ogni giorno di più. Ma alla fine di questa guerra dovremo pensare ai due Stati come unica soluzione fattibile 

Di David Grossman, La Repubblica

Tanto più ci allontaniamo dagli eventi di sabato mattina 7 ottobre, quanto più il loro significato si chiarisce e il trauma che hanno provocato si aggrava. Noi israeliani non facciamo che raccontarci quegli eventi, divenuti parte formativa della nostra identità e del nostro destino. Ci raccontiamo come i terroristi di Hamas hanno invaso le case di israeliani innocenti per ore, ucciso più di 1.200 persone, violentato, rapito, saccheggiato e bruciato. Durante quelle ore da incubo, prima che l’Idf si riprendesse dallo shock, gli israeliani hanno toccato con mano cosa potrebbe accadere se il loro Paese non solo subisse un duro colpo, ma cessasse di esistere a tutti gli effetti. Se Israele venisse cancellato.

Ebrei che non vivono qui, con i quali ho parlato, mi hanno rivelato di essersi sentiti fisicamente e spiritualmente più vulnerabili in quelle ore. Di più: qualcosa della loro forza vitale è andato perso per sempre.

Troppo lentamente l’esercito israeliano si è ripreso e ha iniziato a reagire. Quando la nazione era ancora immersa nel sangue, la società civile già si mobilitava per le operazioni di salvataggio e di organizzazione, e insieme a centinaia di migliaia di cittadini comuni, faceva ciò che il governo avrebbe dovuto fare se non fosse caduto in uno stato di paralisi e di inefficienza.

Nel momento in cui scrivo (fine febbraio 2024), secondo i dati del Ministero della Sanità di Gaza controllato da Hamas, sono circa trentamila i palestinesi uccisi, tra cui molti bambini e civili non appartenenti all’organizzazione. “Non coinvolti”, li definisce Israele nel gergo linguistico con cui nazioni in guerra ingannano sé stesse per non affrontare le conseguenze dei loro atti.

Il famoso studioso di Kabbalah Gershom Scholem una volta coniò il detto: «Tutto il sangue scorre verso la ferita». E a quasi cinque mesi dal massacro, l’angoscia, lo shock, la rabbia, il dolore, l’umiliazione, la sete di vendetta, le energie mentali di un’intera nazione ancora confluiscono lì, verso la ferita, verso l’abisso in cui stiamo tuttora cadendo.

Il pensiero dei bambini uccisi, delle famiglie bruciate vive, delle ragazze, delle donne e degli uomini violentati dagli aggressori di Gaza (assassini che hanno filmato i loro crimini trasmettendoli in diretta alle famiglie delle vittime) non ci dà tregua.

E non ci dà tregua nemmeno il pensiero degli ostaggi. Di quegli israeliani rinchiusi in tunnel, forse in gabbie di ferro. Bambini e anziani, donne e uomini, alcuni malati e morenti per mancanza di ossigeno e medicinali. O per mancanza di speranza. Oppure morenti perché persone normali, quando vengono a contatto con il male assoluto, diabolico, spesso perdono la loro naturale voglia di vivere in un mondo in cui sono possibili simili cattiverie e crudeltà. In cui vivono persone come i terroristi di Hamas.

L’enormità degli eventi del 7 ottobre cancella a tratti il ricordo di ciò che è accaduto nel periodo che li ha preceduti. Già nove mesi prima del massacro nella società israeliana avevano cominciato a manifestarsi crepe allarmanti. Il governo, guidato da Benjamin Netanyahu, aveva tentato di imporre una serie di misure legislative intese a indebolire gravemente l’autorità della Corte Suprema, assestando così un colpo letale al carattere democratico di Israele. Centinaia di migliaia di cittadini erano scesi in piazza per protestare contro il piano del governo. La destra israeliana aveva sostenuto l’esecutivo e le posizioni politiche della popolazione si erano fatte sempre più estremiste. Il legittimo confronto ideologico del passato tra destra e sinistra si era trasformato in espressioni di odio reciproco tra diverse “tribù”. Il dibattito pubblico si era fatto violento e astioso. Avevano cominciato a circolare ipotesi su una possibile divisione del Paese in due nazioni diverse: Giuda e Israele. E l’opinione pubblica israeliana aveva sentito per la prima volta che l’esistenza stessa del Paese veniva improvvisamente messa in dubbio, che le sue fondamenta rischiavano di crollare.

L’ultimo libro di David Grossman

A chi vive in nazioni in cui il concetto di “casa” è dato per scontato, dovrei spiegare che per me, dal mio punto di vista di israeliano, questa parola – “casa” – trasmette una sensazione di sicurezza, di protezione e di appartenenza. “Casa” è un luogo in cui mi sento a mio agio e i cui confini sono riconosciuti da tutti, in particolar modo dai miei vicini. Questa sensazione però è velata da una patina di nostalgia, di desiderio di qualcosa che non ho ancora pienamente raggiunto. Al momento temo che Israele sia più una fortezza che una casa. Non offre né sicurezza né agio e i miei vicini avanzano obiezioni e pretese sulle sue stanze e sulle sue mura, e talvolta sulla sua stessa esistenza.

In quel terribile “sabato nero” non solo abbiamo scoperto che Israele è ancora lontano dall’essere una casa nel vero senso della parola, ma non sa nemmeno essere una fortezza.

Gli israeliani sono però giustamente orgogliosi della rapidità e dell’efficienza con cui si sono mobilitati e della solidarietà che sanno dimostrare quando il Paese si trova in pericolo. Un pericolo che può essere rappresentato da una pandemia di Covid-19 come da una guerra. Molti riservisti sparsi per il mondo si sono imbarcati su un aereo per unirsi ai loro commilitoni già impegnati nei combattimenti. Sono tornati per “difendere la casa”, come spiegavano nelle interviste. C’era un che di commovente in tutto questo, di unico: giovani uomini e donne che arrivavano da ogni angolo del globo per difendere i loro genitori e i loro nonni. Pronti a sacrificare la vita. E altrettanto commovente era lo spirito di unità che si respirava nelle tende dei soldati. Le opinioni politiche non contavano, regnavano solo solidarietà e cameratismo.

Ma gli israeliani della mia generazione, veterani di numerose guerre, già si domandano, come sempre dopo un conflitto, come mai questo spirito di unità emerga soltanto in situazioni di emergenza e di pericolo. Perché solamente rischi e minacce ci rendano coesi, tirino fuori il meglio di noi, ci liberino dalla nostra strana attrazione verso l’autodistruzione. Verso la distruzione della nostra stessa casa.

E allora si fa strada in noi una dolorosa intuizione: forse la profonda disperazione che la maggior parte degli israeliani avverte dopo il massacro deriva dalla “condizione ebraica” nella quale ci ritroviamo catapultati ancora una volta. La condizione di un popolo perseguitato e senza difese. Un popolo che, nonostante i suoi grandi successi in molti campi, nel profondo del suo essere è ancora una nazione di profughi che teme di essere sradicata dalla propria patria anche dopo quasi 76 anni di esistenza sovrana.

Oggi è più chiaro che mai fino a che punto dovremo vigilare su questa casa penetrabile e fragile. E quanto profondo e radicato è l’odio di molti nei suoi confronti.

E viene da pensare un’altra cosa: che nonostante tutto, israeliani e palestinesi, due popoli tormentati per i quali il trauma dell’esilio è significativo e primordiale, non hanno un briciolo di comprensione, né tantomeno di compassione, l’uno per la tragedia dell’altro.

In seguito alla guerra è emerso un altro fenomeno vergognoso: Israele è l’unico Paese al mondo del quale è consentito, e legittimo, chiedere l’eliminazione.

In cortei di centinaia di migliaia di manifestanti, nei campus delle università più prestigiose, sui giornali a più alta tiratura, sui social media e nelle moschee di tutto il mondo, in diversi contesti è echeggiato il grido: “Morte a Israele”. È vero, si grida anche “Morte all’America”, ma quando si tratta del piccolo Israele le grida, in qualche modo, risuonano molto più reali e concrete.

Nel caso dello Stato ebraico una critica politica ragionevole che tenga conto della complessità della situazione si trasforma in un urlo di odio che solo la distruzione di questo stato potrebbe placare (e nemmeno questo è ormai certo). Quando Saddam Hussein uccise migliaia di curdi con armi chimiche, non si udirono richieste di sterminio, non ci furono appelli a distruggere l’Iraq, a cancellarlo dalla faccia della terra. Solo quando si tratta di Israele è lecito chiederne l’eliminazione.

I manifestanti, gli editorialisti, i leader pubblici dovrebbero chiedersi cosa suscita in loro questo odio. Perché Israele, tra i 195 Paesi del pianeta, è l’unico la cui esistenza è sempre “condizionata a…”, come se questa dipendesse dalla buona volontà (?) di altri Paesi.

È agghiacciante pensare che questo odio omicida sia rivolto esclusivamente verso un popolo che non molti anni fa fu quasi sterminato. Anche il legame contorto e cinico tra l’ansia esistenziale ebraica e il desiderio di molte nazioni e religioni che Israele cessi di esistere suscita indignazione. Ed è pure intollerabile l’ostinata determinazione con cui taluni cercano di inserire il conflitto israelo-palestinese in un quadro colonialista, dimenticando che gli ebrei non hanno un altro Paese (condizione essenziale per la definizione di uno stato coloniale), che non sono occupanti stranieri ma che il loro intenso attaccamento alla Terra di Israele dura da quasi quattromila anni. È qui infatti che si sono formati come popolo, come religione, come cultura e come lingua.

Possiamo immaginare con quanta gioia maligna certi elementi calpestino il punto più vulnerabile e fragile del popolo ebraico, il suo senso di estraneità tra i popoli, la sua solitudine esistenziale. Quel punto dal quale gli ebrei non trovano rifugio, che spesso li condanna a commettere i loro errori più fatali e distruttivi, sia per i loro nemici che per loro stessi.

Chi saremo noi israeliani e palestinesi quando questa lunga e crudele guerra sarà finita? Non solo il ricordo delle atrocità che ci siamo reciprocamente inflitti resterà con noi per molti anni, ma, come è chiaro a tutti, non appena Hamas ne avrà l’opportunità, si affretterà a realizzare l’obiettivo apertamente dichiarato nel suo statuto originale, vale a dire il dovere religioso di distruggere Israele.

Come possiamo, allora, firmare un trattato di pace con un simile nemico?

Abbiamo qualche altra scelta?

I palestinesi faranno il loro esame di coscienza. Io, come israeliano mi chiedo che popolo saremo quando la guerra sarà terminata. Come gestiremo il nostro senso di colpa (se saremo poi tanto coraggiosi da provarne uno) per ciò che abbiamo fatto a palestinesi innocenti. Alle migliaia di bambini che abbiamo ucciso. Alle famiglie che abbiamo distrutto.

Come impareremo a vivere una vita sul filo del rasoio per non essere mai più sorpresi? E chi mai vorrebbe vivere e crescere i propri figli sul filo del rasoio? E quale sarà il prezzo di una vita di continua allerta, di sospetto, di costante paura? Chi di noi deciderà di non volere – o di non potere – condurre un’esistenza da eterno soldato, da spartano? E chi resterà in Israele? Forse i più estremisti, i fanatici religiosi, i nazionalisti, i razzisti. Saremo condannati a guardare, paralizzati, l’israelianità audace, creativa e unica nel suo genere, venire gradualmente assorbita dalla tragica ferita del giudaismo?

Queste domande probabilmente accompagneranno Israele per anni. Esiste, tuttavia, la possibilità che emerga una realtà radicalmente diversa. Non è infatti da escludere che la consapevolezza di non poter vincere questa guerra, e d’altro canto, di non poter continuare l’occupazione indefinitamente, costringerà le parti ad accettare la soluzione dei due Stati, Israele e Palestina. Una soluzione che, nonostante gli inconvenienti e i rischi (primo fra tutti, che Hamas assuma il controllo di tutta la Palestina in seguito a elezioni democratiche), è forse ancora l’unica fattibile.

Questo è anche il momento in cui quegli Stati che possono esercitare un’influenza sulle parti, facciano ciò che è in loro potere. Non c’è spazio per politiche meschine, né per diplomazie ciniche. Questo è un raro momento in cui uno shock come quello vissuto lo scorso 7 ottobre può cambiare la realtà. I Paesi interessati e coinvolti nel conflitto non vedono che israeliani e palestinesi non sono ancora una volta in grado di salvarsi da soli?

I prossimi mesi saranno determinanti per il destino dei due popoli. Scopriremo se il conflitto che va avanti da oltre centocinquant’anni è pronto a giungere a una soluzione ragionevole, etica e umana.

È un peccato che questo avvenga – se poi avverrà – non in un clima di speranza e di entusiasmo ma di stanchezza e di disperazione. D’altronde questo è lo stato d’animo che spesso porta i nemici a riconciliarsi, e oggi è tutto ciò in cui possiamo sperare. Ci accontenteremo. Probabilmente dovevamo attraversare l’inferno per arrivare a un punto dal quale si può vedere, in una giornata particolarmente limpida, il limite estremo del paradiso.

Traduzione di Alessandra Shomroni


Gaspard Roman, colui che per primo fotografò il Ticino a metà dell’Ottocento

Il racconto di David Grossman. Il trauma del 7 ottobre si aggrava ogni giorno di più. Ma alla fine di questa guerra dovremo pensare ai due Stati come unica soluzione fattibile 

Tra le riviste culturali della Svizzera italiana – perché testualmente tale si definisce – Archivio Storico Ticinese è una delle più autorevoli. 

La sua storia è un ormai lungo percorso di studi e ricerche, un percorso segnato dai contributi di figure eminenti della nostra regione come Basilio Biucchi, Pio Caroni, Raffaello Ceschi, Giorgio Cheda, Ottavio Besomi. Solo poche parole, dunque, per dire che venne fondata nel 1960 da Virgilio Gilardoni – che la diresse sino alla sua morte, avvenuta il 2 novembre 1989 – e da Libero Casagrande. Oggi la redazione è composta da Stefania Bianchi, Fabio Casagrande, Marco Marcacci, Andrea Martignoni e Alberto Azzi.

Pubblicato semestralmente dalle Edizioni Casagrande di Bellinzona, AST si è dato tre scopi essenziali: il rigore scientifico, abbinato a una leggibilità che ne allarghi la fruibilità evitando una eccessiva specializzazione; lo sguardo privilegiato sul territorio alpino e prealpino e sulla sua dimensione di mediazione, scambio e frontiera; il ruolo di laboratorio culturale per stimolare il confronto storiografico e il dibattito intellettuale. Obiettivi, mi pare, pienamente raggiunti, come conferma l’articolo che ha attirato la mia attenzione, firmato da Alberto Azzi, Primitivi sguardi fotografici sulla Svizzera italiana. Un album inedito del 1855 di Gaspard Roman.

Già docente di economia politica al Liceo di Mendrisio, Azzi (1962) sa raccontare assai bene, prendendo letteralmente per mano il lettore. Qui ci presenta la figura di Gaspard Roman (1812-1886), ricco industriale  alsaziano e grande appassionato di fotografia. Nel 1855, egli intraprese (perché di impresa si trattò) un avventuroso viaggio a sud delle Alpi, con l’obiettivo di scattare delle immagini che si possono considerare tra le prime, se non le primissime, vedute fotografiche del Canton Ticino. Leggendo l’articolo, mi è tornato alla mente – in un percorso contrario – il viaggio di quell’Emilio Balli, globe-trotter ante litteram che, invece, dal Ticino partì, nel 1878, per fare il giro del mondo in nave. La bella mostra che gli viene dedicata dal Museo di Vallemaggia a Cevio riaprirà il 22 aprile.

Di Gaspard Roman è emerso recentemente, presso un collezionista privato di Mendrisio, un album di 22 fotografie, del tutto inedite (formato circa cm 26 x 35), che si affiancano ad un altro album già noto, appartenente al Museo nazionale svizzero di Zurigo. In quel caso, 8 immagini (scattate nella Svizzera francese, nei Grigioni e sul Lago Maggiore) vennero pubblicate nel 1994 nel volume Im Licht der Dunkelkammer, dedicato alla fotografia svizzera dell’Ottocento, ma – sottolinea Azzi – “senza alcuna notizia biografica significativa sull’autore, rimasto sin qui sostanzialmente sconosciuto”.

Chi era, allora, questo Roman? L’accurata, direi filologica indagine di Azzi ha permesso di identificare in lui il figlio maggiore di un imprenditore di origini ginevrine, dapprima direttore, poi azionista della manifattura tessile Gros, Davillier, Roman & Cie di Wesserling, piccolo comune rurale francese, a circa un’ora da Basilea. Quell’azienda, prima filatura meccanica del cotone in Alsazia, fondata nel 1762, arrivò ad occupare fino a oltre 5 mila dipendenti e venne chiusa definitivamente solo nel 2003. Azzi ricostruisce l’esistenza di Roman e la sua duplice importanza di industriale (decorato con la Legion d’onore) e di pioniere della fotografia.

Il nostro Gaspard – che all’epoca del suo viaggio in Ticino aveva da poco superato i 40 anni ed era tra i titolari della fabbrica – non poteva assentarsi troppo a lungo: la trasferta durò solo alcune settimane. Non è stata possibile una datazione più precisa, poiché anche le diciture annotate sulle singole immagini (con grafia diversa e dunque non necessariamente autografe) non aggiungono elementi utili. Si può tuttavia supporre che il viaggio potrebbe aver avuto inizio in Romandia, seguendo un percorso che attraversa il Vallese, s’inerpica sul Sempione, tocca Gondo, Iselle e Pallanza, le isole del Verbano, per poi raggiungere il Ticino, ma anche – apprendiamo dai titoli che l’autore appose alle foto – Thusis, la Via Mala, il passo del San Bernardino e, naturalmente, Giornico, la Leventina e il passo del San Gottardo sul cammino del rientro. 

Nell’immagine Route du Simplon près de Bérizal, scattata sul versante vallesano, si nota, in basso a destra, una carrozza ferma su una curva. Accuratamente protetta dalle intemperie con un telone cerato, era in realtà un vero laboratorio mobile che “custodiva i bagagli, ma soprattutto anche la fragile e preziosa attrezzatura per poter svolgere in viaggio tutte le fasi del processo fotografico, opportunamente sistemata per resistere al trasporto sulle strade alquanto sconnesse di allora”. Quel laboratorio comprendeva i flaconi contenenti le sostanze chimiche, i quaderni con le carte negative e positive, lampade e fornelli, una cassetta con il treppiede e la camera oscura che misurava 29 x 38 cm. Inoltre, una tenda d’emergenza qualora non si fosse trovato un alloggio.

Mentre oltre oceano, negli Stati Uniti, i cosiddetti fotografi ambulanti non erano una rarità, nel nostro Paese se ne conosce un unico esempio, quello degli Studer di Weinfelden (TG), attivi nella Svizzera tedesca alla fine del XIX° secolo.

Ad immaginarci meglio un tour come quello effettuato da Gaspard Roman ci aiuta un testo fondamentale che egli stesso pubblicò l’anno prima a Parigi nel volume Guide du photographe, di Charles Chevalier. 

“Se è già difficile fare della buona fotografia a domicilio, queste difficoltà non sono nulla in confronto a quelle che l’amatore si deve aspettare in viaggio” scriveva Roman. E Azzi precisa: “La pazienza sarebbe stata messa a dura prova sia per le difficoltà nel trovare alloggi adeguati sia per la necessità di trovare buona acqua (essendo esclusa l’ipotesi di portare elevate e pesanti quantità di acqua distillata) sia per la ricerca dei migliori punti per le riprese. Il peso del bagaglio avrebbe dovuto essere ridotto al minimo dato che sulle montagne ci si sarebbe serviti di muli e in certi casi anche solo di fatica”.

Gaspard Roman – verosimilmente la figura che vediamo seduta sul muretto opposto della foto descritta sopra – si era appassionato alla fotografia proprio quando questa disciplina stava muovendo i primi passi e cercava una propria identità originale tra le arti visive. Sarebbe sbagliato, però, ridurne la figura al dilettante facoltoso, che dunque poteva permettersi una spedizione semi-esotica come quella in Ticino. Allievo di Gustave Le Gray (1820-1884), caposcuola della cosiddetta fotografia primitiva, che abbinava perizia tecnica e forte lirismo anche nei reportages più “giornalistici”, Roman aveva alle spalle una solida formazione in chimica, che gli servì tanto in azienda che nell’attività fotografica. 

Confrontato con i paesaggi subalpini, ha saputo spesso andare oltre i clichés con cui essi sono stati immortalati anche da altri fotografi, in parte spinti da motivazioni commerciali, come Claude-Marie Ferrier (1811-1889), “che ha senza dubbio alimentato un’offerta di immagini di carattere turistico”; o invece da motivazioni scientifiche e documentaristiche “legate alla geologia e alla geografia, orientate ad esempio allo studio dei ghiacciai ma anche all’esplorazione dell’alta montagna”. Come osserva Azzi, “la riscoperta delle fotografie di Roman ci consente ora di aggiungere una motivazione a quelle già citate. La tensione artistica dell’alsaziano ha fatto del Ticino un eccezionale laboratorio di sperimentazione non solo a livello tecnico, dal quale sono risultate alcune splendide immagini, delle vere e proprie opere, pensate e concepite secondo una lezione tutta orientata al perfezionismo e alla qualità”.

Roman ha esercitato l’attività di fotografo fino alla fine dei suoi giorni, anche se, dopo il viaggio del 1855 nella Svizzera italiana, si registra una pausa di quasi 30 anni. Solo negli ultimi due anni di vita, tra il 1884 e il 1885, egli realizzò altri 4 album intitolati Fribourg, Menton (2 e 3) e Wesserling.

L’album acquisito dal collezionista di Mendrisio comprende, come detto, 22 dei 127 scatti complessivi conosciuti di Roman: 130 se consideriamo altre 3 immagini attribuite. Le foto “ticinesi” raffigurano il lago di Origlio (6), Bissone (2), Lugano (2), il Golfo di Agno, Giornico, oltre ad altri luoghi identificati e non. Il corpus integrale viene puntualmente registrato e descritto da Alberto Azzi nell’articolo. Già in altre occasioni Azzi si era occupato delle origini e dell’importanza della fotografia nel Ticino del secondo Ottocento: talvolta opera d’arte vera e propria, sempre e comunque documentazione preziosa di un paesaggio-territorio che, agli albori del turismo moderno, era visto, a Settentrione, come porta d’ingresso ad un quasi mitico Sud e, nel Mezzogiorno, come primo avamposto del Nord.

Nell’immagine: una fotografia di Gaspard Roman


Naufraghe – La speranza delle donne afghane non muore

Il racconto di David Grossman. Il trauma del 7 ottobre si aggrava ogni giorno di più. Ma alla fine di questa guerra dovremo pensare ai due Stati come unica soluzione fattibile 

“L’8 marzo mi riporta al passato in Afghanistan, quando lo celebravo con i miei colleghi. In occasione della Giornata internazionale della Donna partecipavo ai programmi ufficiali del Ministero per gli Affari femminili. Cercavamo di incoraggiare le giovani donne ad unirsi e far sentire la propria voce”.

Fatima non avrebbe mai immaginato di celebrare la giornata internazionale della donna in Svizzera, in un centro di accoglienza ginevrino. Per oltre 20 anni e attraverso tre organizzazioni non governative svizzere, la donna, operatrice umanitaria, ha combattuto per i diritti delle donne in Afghanistan, finché, nell’agosto del 2021, con il ritorno dei talebani al potere, è diventata anche lei una donna bisognosa e in pericolo. Il Ministero degli Affari femminili è stato sostituito da quello per la promozione della virtù.

Oggi il suo pensiero è rivolto a tutte le donne rimaste nel Paese, la cui condizione si fa sempre più drammatica: “Come donna e come madre sono felice che la mia famiglia ed io siamo al sicuro da morte certa” ci dice “I talebani stanno facendo di tutto per isolare sempre di più le donne, chiuderle nelle loro case e cancellarle dalla società”.

La preoccupazione è forte in particolare per i recenti arresti arbitrari di donne afghane, per presunte violazioni del codice di abbigliamento islamico, che sta avendo un effetto agghiacciante sulla popolazione femminile. Fatima spiega che soltanto chi vive l’esperienza della mancanza totale di sicurezza,  può capire.

 “La lotta per la libertà continua” prosegue Fatima “Le donne afghane non si arrenderanno mai, nemmeno se la maggior parte dei paesi potenti e sostenitori dei diritti umani  continuano ad ignorare le pessime condizioni in cui le mie sorelle sono costrette a vivere. Ma le donne afghane di oggi non sono quelle di 20 anni fa, sono consapevoli dei propri diritti, sono forti e coraggiose. E questa è la sfida più grande per i talebani”.

Anche Fatima non si è mai arresa, nemmeno quando ha dovuto abbandonare la sua casa per sfuggire ai fondamentalisti islamici, che ne avevano ordinato l’arresto; il suo attivismo, il suo lavoro hanno fatto sì che il suo nome e il suo volto fossero noti ai talebani, determinati a perseguire i difensori della causa femminile.

Il grido di aiuto lanciato dalla donna dopo la presa di potere del gruppo, era giunto anche sulle pagine di Naufraghi/e e poi, sotto lo pseudonimo Malalai, aveva trovato eco sulla stampa nazionale. Nomi fittizi per proteggere la sua identità e quella dei suoi famigliari. 

Inizialmente, la minaccia dei talebani e il suo legame professionale con la Svizzera non sono bastati a convincere la Segreteria di Stato per la migrazione, che le ha negato il visto umanitario. Soltanto grazie al lavoro dell’avvocato Paolo Bernasconi e della sua squadra di donne forti, il tribunale amministrativo federale ha revocato la decisione del SEM.

“Sono profondamente grata a Dio, a tutti gli amici che ci hanno sostenuto e anche alle autorità svizzere per aver accettato la nostra domanda d’asilo” afferma con emozione Fatima “Ma sono molto addolorata per i 20 anni di lavoro, di sforzi  e progressi in favore delle donne, che sono andati persi con i talebani”.

L’ottobre scorso Fatima è giunta in Svizzera. Il suo atterraggio a Zurigo, dopo più di due anni vissuti in limbo tra paura, incertezza e difficoltà finanziarie, è stato un momento di grande commozione.

Trasferita dapprima nel centro asilanti di Chiasso, poi in quello di Balerna, Fatima e la sua famiglia si trovano ora a Ginevra, in attesa di sapere dove, quando e se potranno lavorare. Pochi giorni fa le hanno comunicato che ci potrebbero volere tra i due e i quattro anni, prima di poter lasciare il centro d’asilo. Le incognite, le difficoltà rimangono, in condizioni di alloggio non facili.

“Non perderò mai la speranza di tornare a lavorare per il bene delle donne e dei bambini. Vorrei continuare ad aiutare chi posso e come posso, che sia in Svizzera o in futuro in Afghanistan … anche se so di non potere tornare a casa, finché i talebani saranno al potere”.

Si stima che negli ultimi tre anni, quasi tutta la popolazione afghana sia sprofondata nella povertà e due terzi necessitano di assistenza umanitaria. Fatima è sempre stata una donna indipendente e attiva nella comunità. Oggi, operatori umanitari come lei non hanno il diritto di lavorare in Afghanistan. Le donne non possono nemmeno visitare un parco o una palestra. L’istruzione rimane prevalentemente accessibile agli uomini.

Mercoledì, le Nazioni Unite hanno affermato che l’esclusione delle donne da molti aspetti della vita pubblica, hanno causato danni immensi alla salute mentale e fisica, ai mezzi di sussistenza. Sembrano essere vani gli appelli a rimuovere tali restrizioni.

La salute di Fatima, dei suoi figli e del marito, con lei in Svizzera, è stata messa a dura prova negli ultimi tre anni. A sua figlia in particolare manca molto la scuola. 

“Ho sempre detto ai miei figli, che il miglior investimento per il futuro è l’istruzione. Cerco di insegnare loro di essere persone buone, oneste, attive nella società, rispettose degli altri e dei diritti umani”.

È un 8 marzo ricco di sentimenti contrastanti per Fatima e la sua famiglia. Le montagne e il clima svizzeri ricordano quelli afghani. La libertà che vede in Svizzera è quella che sogna per sua figlia e per le donne afghane, che oggi, più che mai, non vanno dimenticate.

Nell’immagine: Fatima e sua figlia


Naufraghe – Franca Ongaro Basaglia: dalla liberazione dei malati mentali all’emancipazione femminile

Il racconto di David Grossman. Il trauma del 7 ottobre si aggrava ogni giorno di più. Ma alla fine di questa guerra dovremo pensare ai due Stati come unica soluzione fattibile 

La prossima settimana ricorre il centenario della nascita di Franco Basaglia, psichiatra promotore della chiusura dei manicomi e fautore della famosa legge 180 che, il 13 maggio del 1978, aprì il varco ad una riforma radicale del sistema pubblico di salute mentale. L’articolata riflessione intellettuale, così come la traduzione del suo originale pensiero nella prassi, trascendono ampiamente i confini della psichiatria dimostrandosi di estrema rilevanza ancora oggi, motivo per cui una rilettura delle sue opere fornisce dei preziosi strumenti per affrontare le profonde crisi della società contemporanea. Quel che tuttavia non tutti sanno è che, i numerosi scritti lasciatici in eredità da Basaglia, prematuramente scomparso nell’agosto del 1980, sono frutto della quotidiana collaborazione con la moglie Franca Ongaro – intellettuale schiva e tendente alla solitudine, ma dallo straordinario impegno civile – e costituiscono la sintesi del pensiero di entrambi. 

Nata a Venezia nel 1928, Franca Ongaro conobbe il marito attraverso il fratello Alberto che con Basaglia aveva trascorso un periodo in carcere come antifascista. La coppia si sposò nel 1953 ed ebbe due figli Enrico e Alberta. Ongaro, che inizialmente si occupava di adattamenti di letteratura per l’infanzia, finì presto per abbracciare gli interessi del marito per la filosofia e la psichiatria fenomenologica, ambiti inusuali nella cornice dominante dell’organicismo.

La svolta tuttavia avvenne nel 1961, quando Basaglia accettò la sfida di dirigere l’ospedale psichiatrico di Gorizia dove la moglie si immerse come volontaria lavorando nei reparti e partecipando alle assemblee e alle discussioni con pazienti e intellettuali che arrivavano da ogni parte dell’Italia e del mondo per prendere parte all’esperimento radicale della comunità terapeutica. Ma soprattutto Ongaro studiava, traduceva e scriveva, battendo a macchina anche di notte gli appunti di Basaglia e riportando il risultato delle loro conversazioni che sarebbero diventate dei saggi di culto come nel caso de L’Istituzione negata (1968, 1998), Morire di classe (1969) e Crimini di Pace (1973). Il fulcro del loro pensiero è contenuto anche nell’antologia L’utopia della realtà (2005), raccolta di saggi sui meccanismi istituzionali e di esclusione, i rapporti di potere, il ruolo di tecnici e intellettuali, il linguaggio dei corpi, i processi di alienazione e oggettivazione, il nesso tra libertà e responsabilità, nonché le potenzialità insite nel conflitto, nella crisi e nella contraddizione. 

Anche dopo la morte di Basaglia, che intanto si era trasferito a Trieste, Franca Ongaro continuò a coniugare il lavoro teorico con l’impegno politico e culturale, mantenendo i contatti con gli operatori, i familiari, i pazienti, i servizi pubblici e i movimenti sociali. Nel 1982 pubblicò un importante libro per ragazzi dal titolo Manicomio perché?. 

Dal 1983 al 1992 venne eletta al Senato come indipendente, candidata dal Partito Comunista, per due legislature nel corso delle quali, alla campagna per la trasformazione della cultura sulla follia, affiancò l’impegno generale per le politiche sociali. Oltre che dell’attuazione della riforma psichiatrica si occupò quindi di tossicodipendenze, carcere, violenze sessuali e tematiche sanitarie. In merito a queste ultime si espresse contro la censura della malattia e della morte e il mito della salute assoluta, che propone come unica identità l’uomo sano, efficiente e produttivo, favorendo così il mercato delle tecniche mediche (Salute/Malattia , 1982, 2012).

Nell’ambito dell’esplorazione dei binomi dialettici Ongaro si interessò anche del rapporto tra i generi. Particolarmente attenta al corpo e alla salute delle donne, inizialmente approcciate attraverso la lente della salute mentale, si concentrò sul rischio per la donna di essere relegata a ruoli di subordinazione sullo sfondo di mutamenti sociali come quelli avvenuti intorno al ’68 (Una voce. Riflessioni sulla donna, 1982). Alla fine degli anni Settanta venne chiamata anche a curare la voce “donna” per l’Enciclopedia Einaudi. Parlando del femminile Ongaro fa riferimento all’accettazione della diversità come valore, e alla conquista della libertà come parte della soggettivizzazione e presa di coscienza di sé, ma contemporaneamente assunzione di responsabilità all’interno della società.

Dopo una vita dedicata alla deistituzionalizzazione dei pregiudizi limitanti Franca Ongaro Basaglia morì a Venezia nel 2005 in seguito ad una lunga malattia. Una sua biografia è stata curata da Annacarla Valeriano ed è uscita nel 2022 per l’editore Donzelli sotto il titolo Contro tutti i muri. Il suo archivio personale è consultabile, insieme a quello del marito, presso la Fondazione Franca e Franco Basaglia che ha sede a Venezia nell’Isola di San Servolo.

Quando i Naufraghi mi hanno chiesto un contributo per l’8 marzo di quest’anno ho pensato per un momento di intervistare una donna israeliana o palestinese, magari un’attivista per i diritti umani. Tuttavia, è proprio in momenti tragici come quello che attraversiamo oggi in Israele/Palestina, che si ha bisogno di aggrapparsi a figure di riferimento. È questo che rappresenta per me Franca Ongaro: un solido ancoraggio.

Pur essendo padovana con molti legami a Venezia, dal punto di vista intellettuale ho incrociato le figure di Franco e Franca Basaglia da adulta, nel corso dei miei studi di dottorato all’Università Ebraica di Gerusalemme. Da allora la loro opera e il loro pensiero non mi hanno più abbandonata. Da quattro anni, in particolare, lavoro presso una struttura pubblica di recupero psichiatrico per donne ultraortodosse dove ho modo di incontrare quotidianamente molte delle dinamiche con le quali Franca Ongaro si è confrontata professionalmente e politicamente nel corso della vita, godendo delle sue sagge riflessioni che fungono da bussola quando mi sembra di perdermi. Inoltre, in una prospettiva più ampia, ritengo che tanto la psichiatria quanto la condizione femminile costituiscano punti di osservazione privilegiati per la comprensione dei meccanismi di una società e delle sue politiche. In tempi di profonda crisi come quella che affronta Israele in questi mesi un’analisi “basagliana” potrebbe consentire di sostare nella complessità e nella contraddizione e nel contempo superarla uscendone arricchiti. 

Nell’immagine: Franca Ongaro Basaglia e Franco Basaglia


Naufraghe – Aleksandra, valchiria della Rivoluzione

Il racconto di David Grossman. Il trauma del 7 ottobre si aggrava ogni giorno di più. Ma alla fine di questa guerra dovremo pensare ai due Stati come unica soluzione fattibile 

Ho incontrato per la prima volta Aleksandra Kollontaj una quindicina d’anni fa, attraverso la ripubblicazione di uno fra i suoi numerosi scritti, Largo all’Eros alato! , a cura di Luigi Cavallaro, Il melangolo, 2008, e mi sono appassionata alle vicende di colei che mi è apparsa subito una figura straordinaria di donna. Stiamo infatti parlando della prima donna ministro di un governo in carica, e della prima ambasciatrice della storia, oltre che di una rivoluzionaria, una femminista, una scrittrice prolifica e colta, una creatura di grande fascino, e molte altre cose ancora. La sua vita è un romanzo, un film o se preferite una serie tv. 

Nasce nel 1872 a San Pietroburgo da famiglia di antica nobiltà russa, il padre generale e proprietario terriero, la madre finlandese sposata a lui in seconde nozze e già madre di due figli.  Aleksandra  cresce in un ambiente agiato e, come ultima nata, amata e coccolata. La sua educazione scolastica avviene in casa, sotto la guida di Maria Strachova, istitutrice  segretamente legata agli ambienti rivoluzionari. A sedici anni, superato l’esame di maturità, Shura (era questo il soprannome di Aleksandra) si ribella alla volontà familiare che la vorrebbe moglie di un ‘buon partito’ e qualche anno dopo sposa un lontano cugino,Vladimir, ingegnere squattrinato, da cui prende quel nome –Kollontaj- che l’accompagnerà per tutta la vita, e da cui avrà un figlio, Mikhail, che in parte la seguirà nelle sue vicende.

Nel 1894 la neomamma è impegnata nella sua città come insegnante delle classi serali frequentate dagli operai. Ma un giorno Aleksandra visita con il marito una fabbrica tessile dove lavorano in condizioni di semi-schiavitù dodicimila tra operai e operaie. E’ questo il momento di svolta, in cui deciderà di impegnarsi interamente a favore di un cambiamento della società, mettendo a fuoco in particolare la condizione drammatica delle donne delle classi più povere. Nel 1898 lascia il marito –da cui è di fatto già separata- e il figlio per recarsi a studiare all’Università di Zurigo con l’economista Heinrich Herkner, ma l’anno successivo è già di ritorno a San Pietroburgo, dove aderisce al partito socialdemocratico russo allora fuorilegge e comincia a scrivere articoli e pamphlet e in seguito a farsi conoscere come oratrice, in particolare durante i primi moti rivoluzionari del 1905. Due anni dopo, avendo constatato il completo disinteresse del partito per la questione femminile, fonda il primo circolo delle operaie russe e le convince a battersi per i loro diritti, contro il maschilismo dei datori di lavoro ma anche degli stessi compagni di partito e contro il femminismo borghese delle suffragette, ignare o insensibili nei riguardi della condizione delle donne operaie e contadine.  

Nel 1908, processata e condannata per attività sovversiva, è costretta a fuggire in Germania , lasciando il figlio, che all’epoca vive con lei, ad amici di famiglia, mentre il suo piccolo patrimonio viene liquidato. Non rivedrà più la sua casa e non potrà  tornare in patria fino al 1917. Sono anni pieni e fruttuosi per la sua attività politica, quelli dell’esilio, densi di viaggi e di incontri: Inghilterra, Danimarca, Svezia, Belgio, Svizzera e Italia, dove insegna in una scuola di partito fondata da Maksim Gorkij a Bologna e anche all’Università.  Si lega d’amicizia con intellettuali marxisti come Rosa Luxembourg,  Klara Zetkin,  Karl Liebknecht e Karl Kautsky. 

Scrive e pubblica molto sulla questione femminile, studiando cosa avviene negli altri paesi, quali leggi regolano la vita sociale della donna, promuovendo il suo diritto a un matrimonio d’amore, ad una maternità consapevole, all’assistenza per lei e il bambino, all’educazione per lei e per i figli, al riconoscimento dei figli nati fuori dal matrimonio, al diritto al divorzio e all’aborto. Già nel 1909 aveva dato alle stampe il libro Le basi sociali della questione femminile; successivamente pubblica un ampio studio comparativo sulle leggi vigenti nei paesi europei e in Australia riguardo all’assistenza sociale alla maternità, dal titolo Società e maternità, formulando proposte che diventeranno legge nel breve periodo in cui Aleksandra sarà ministra.  

Allo scoppio della guerra, lascia la Germania insieme al figlio e ripara in Svezia, dove porta avanti il suo impegno per la pace. Unitasi alla corrente bolscevica che rifiuta la guerra, inizia una fitta corrispondenza con Lenin, allora in esilio in Svizzera,  e pubblica un pamphlet di grande successo dal titolo A chi serve la guerra?. Sempre nel 1914 ottiene che l’8 marzo sia proclamato anche nel suo paese giornata festiva dedicata alle donne operaie.  Nel 1915 parte per un lungo giro di conferenze negli USA in quattro lingue diverse. 

Quando scoppia la rivoluzione del febbraio ’17, Aleksandra, dalla Norvegia, rientra in Russia, dove appoggia le ‘tesi di aprile’ di Lenin, diventa oggetto di una campagna di stampa denigratoria, viene arrestata in luglio, rilasciata in agosto per partecipare attivamente alla rivoluzione d’ottobre, in seguito a cui è nominata commissario per l’assistenza sociale, ovvero ministra del welfare, mantenendo la carica fino al marzo 1918: prima donna nella storia a ricoprire la carica di ministra, in anticipo di decenni rispetto alle donne dei paesi occidentali.  Ed è lei che comincia a mettere in atto forse la più importante riforma sanitaria su vasta scala che il mondo abbia conosciuto. Istituisce una commissione di medici per elaborare un piano per la creazione di ospedali gratuiti in tutto il paese e fonda un centro di assistenza legale per la madre e il neonato, individuando un edificio atto a trasformare in realtà il progetto. 

Nell’autobiografia, scritta a cinquant’anni, quando Aleksandra aveva ancora tanta vita e un’altra carriera da vivere, ricorda con dolore l’incendio che distrusse l’edificio, e capisce che qualcosa sta cambiando: ci sono frizioni e divergenze d’opinione nel governo. Si dedica alla questione femminile senza perdere di vista il nascente problema dell’eccessiva centralizzazione e burocratizzazione del partito, che la porterà ad opporsi a Lenin e alla politica della NEP (che reintroduceva temporaneamente l’economia di libero mercato nella produzione agricola e nelle imprese piccole e medie, per ricostruire l’economia stessa dopo i dissesti dettati dalla guerra civile e dalla carestia), decretando perciò la propria estromissione dalle cariche politiche. Tutto questo, unito al fallimento del suo secondo matrimonio, la getta in depressione. Nel 1919 infatti Aleksandra si è sposata di nuovo, a 46 anni, con il 29enne Pavel Dybenko, semianalfabeta, capo dei marinai della flotta del Baltico, uno dei fondatori dell’Armata Rossa, che ricoprì importanti cariche politiche e fu poi arrestato e fucilato nel 1938 all’epoca delle grandi purghe staliniane. Nel ’21 Dybenko  guida l’esercito contro i ribelli di Kronstadt e l’anno successivo conclude con onore il corso alla prestigiosa Accademia Militare Navale, grazie alla tesi che Aleksandra scrive per lui e alle idee che lei gli fornisce per la riforma dell’esercito. Ma Pavel ama la bella vita e non sa resistere a nulla: donne, alcol, eccessi di ogni genere. Aleksandra decide di lasciarlo. Dybenko con gesto plateale tenta il suicidio, ma ciò non impedisce a lei di chiedere la separazione. 

Nel 1922, disoccupata e separata, Aleksandra scrive a Stalin, divenuto primo uomo del partito a seguito della malattia di Lenin, e questi le offre un incarico diplomatico all’estero.  In quello stesso anno è nominata ambasciatrice in Norvegia –e anche questa è una prima volta per una donna- e di lì pubblica quattro scritti sulla questione femminile, tra cui il sopracitato Largo all’Eros alato!, un’ esortazione ‘alla gioventù lavoratrice’ e una riflessione sulla facoltà di amare e di sviluppare il proprio potenziale d’amore, passando attraverso la convinzione che la vita erotica e sessuale degli esseri umani non sia meno importante della lotta di classe e che la realizzazione del socialismo vada di pari passo con il raggiungimento di una condizione di parità fra i sessi. Lo scritto suscita scandalo in URSS ed è accolto con scetticismo, ironia, rifiuto. Ma Aleksandra, conscia di una nuova opportunità in una vita densa di sorprese e di sfide, si dedica con grande intelligenza e passione alla sua nuova attività. Ricopre incarichi diplomatici in Messico, poi ancora in Norvegia, e infine assai proficuamente in Svezia dove resta fino alla fine della Seconda guerra mondiale. Si devono a lei i trattati di pace che l’Unione Sovietica stipula con la Svezia e con la Finlandia e che le valgono una candidatura al Nobel per la pace nel 1946 e nel ‘47. Rientrata da Stoccolma nel ‘45, trascorre gli ultimi anni della sua vita a Mosca in un appartamentino di due stanze, che il governo le dà in premio, come consulente del ministero degli esteri, fino alla morte, il 9 marzo 1952. 

Lascia una mole di scritti, oggi in gran parte dimenticati, di teoria politica, sulla società, sulla questione femminile, sulla condizione operaia delle donne, sulla liberazione sessuale e la nuova morale, scritti giornalistici, pamphlet e perfino romanzi. La sua opera è stata in parte tradotta in italiano negli anni Settanta del secolo scorso, all’epoca d’oro del femminismo, compresa l’autobiografia, pubblicata da Palazzi nel 1973 con il titolo Autobiografia di una comunista sessualmente emancipata.  Poi, l’oblio per decenni. Solo nel nuovo secolo c’è stata qualche scintilla di interesse nei suoi confronti, inaugurata dalla ripubblicazione del testo sopracitato e seguita dal volume di Annalina Ferrante Aleksandra Kollontaj. Passione e rivoluzione di una bolscevica imperfetta, L’asino d’oro, 2021.  Oggi quell’interesse è riconfermato dalla accurata e brillantissima biografia che la storica Hélène Carrère d’Encausse le ha dedicato a coronamento di una intensa vita accademica e professionale volta all’approfondimento delle vicende della Russia e dell’Unione Sovietica, prima di morire nell’agosto 2023 all’età di 94 anni. È lei la madre del più noto Emmanuel Carrère, scrittore, sceneggiatore e regista.

Il libro si intitola Aleksandra Kollontaj. La valchiria della rivoluzione (Einaudi 2023), e offre l’opportunità di scoprire la complessa, tumultuosa e affascinante vicenda biografica di una donna lungimirante e appassionata, sempre dedita alla grande questione dell’emancipazione femminile, intelligente e talentuosa, elegante, spericolata e sognatrice. In un breve scritto del 1922 gioca con l’immaginazione, pensa a quello che sarà il futuro del suo paese e del mondo, e vede un mondo che ha ripudiato la guerra, la competizione, perfino il denaro, un mondo dove l’umanità vive in laboriosa pace, dedicandosi alla professione scelta, alla cura di sé e della comunità, perché ovviamente Aleksandra immagina un mondo senza confini, costituito di tante comuni in cui si vive in pace e serenità. Ma nel 1952, quando se ne è andata (e poco dopo se ne sarebbe andato anche Stalin, con il quale ebbe un rapporto difficile, teso e contraddittorio, testimoniato nelle inedite e coraggiose pagine del suo diario) quale futuro poteva ancora immaginare Aleksandra per il comunismo sovietico e internazionale? 

Ora che questa eccezionale figura di donna è tornata in primo piano grazie alla biografia di Hélène Carrère, sarebbe interessante approfondire alcuni temi scottanti  legati ai suoi rapporti con Lenin e soprattutto con Stalin, ai quali seppe tenere testa in modo diverso, riuscendo a proteggere se stessa e, almeno in parte, la sua famiglia (figlio e nipoti, di cui uno morto suicida nel 1931 per la ‘troppa sorveglianza’), destreggiandosi laddove molti suoi amici o ex amanti o compagni di partito non furono risparmiati. Più volte Aleksandra tentò di intercedere per loro, con scarso successo, ed esiste una lettera del comitato centrale, recapitata negli ultimi giorni della sua vita, in cui le si chiede di smetterla di importunare il governo con richieste di grazia. Certamente colei che aveva vissuto a fianco di Lenin i giorni entusiasmanti della rivoluzione si accorse presto con dolore, così scrive nel suo prezioso diario, che il comunismo aveva perso la sua umanità. A lei il merito di avere contribuito grandemente a forgiare la donna del futuro, indicandole la strada dell’emancipazione, strappandola in pochi decenni da una condizione di arretratezza culturale e sociale inimmaginabile, per trasformarla in donna consapevole dei propri diritti, diritto all’educazione, al lavoro in ogni ambito professionale, politica compresa, diritto all’assistenza nella cura dei figli, moglie e madre per scelta, cittadina alla pari con l’uomo.    

 Nell’immagine: fotografia di Aleksandra Kollontaj (1900 ca.)


Naufraghe – La storia di Jane e delle perline che decorano i sandali masai

Il racconto di David Grossman. Il trauma del 7 ottobre si aggrava ogni giorno di più. Ma alla fine di questa guerra dovremo pensare ai due Stati come unica soluzione fattibile 

Non è a Ellen Johnson Sirleaf, prima presidente eletta di un paese africano, la Liberia, che penso, riflettendo sulla forza delle donne in Africa. Né a Grace Mugabe che, in Zimbabwe, avrebbe voluto succedere al marito Robert alla testa dello Stato. Piuttosto, a tornarmi in mente è una donna incontrata in uno slum di Nairobi, in Kenya. 

Era minuta e con una straordinaria energia, che subito mi colpì, tanto da seguirla, appena incontrata, con totale fiducia, a casa sua. C’era da varcare un cancello azzurro che si apriva su un piccolo giardino. Qualche capretta approfittava della poca erba rimasta. Successivamente, due file di baracche separate solamente da una piccola striscia di terra. Le pozzanghere di fango che costellavano il terreno erano il risultato dell’acqua dei panni ancora inzuppati che vi penzolavano sopra, così che per arrivare all’ingresso della sua casa si trattava di fare una sorta di slalom fra gonne e camicie gocciolanti. Ma alla fine, eccomi arrivata a casa di Jane. 

Era piccola, ma piuttosto accogliente. Subito entrando sulla sinistra, ecco una poltrona dove Jane mi invita a sedere. Accanto, un divano dove stavano accucciate tre bambine. Le sue bambine. Intente a guardare un cartone animato su un piccolissimo schermo che poggiava sull’unico scaffale presente nella stanza si distrassero subito alla vista di una mzungu – termine in kiswahili, la lingua ufficiale kenyana, usato per riferirsi a chiunque abbia la pelle bianca.

Ma Jane richiama di nuovo la mia attenzione. I suoi occhi brillano. E con orgoglio mi indica una vecchia macchina da cucire. È poggiata su un piccolo tavolo all’angolo della stanza. Dettaglio che prima mi era sfuggito. Forse, colpa dell’oscurità. Ma d’altronde, le case in lamiera spesso non hanno finestre. E i nostri occhi hanno bisogno di qualche minuto per abituarsi alla poca luce.

Jane iniziò a raccontarmi nel dettaglio, e con orgoglio, del suo business. Da qualche anno realizzava decorazioni in perline per i sandali masai. Quelli fatti in cuoio. 

“Sai, non si può più fare affidamento sugli uomini per sopravvivere. Dipendere da loro è rischioso. E vorrebbe dire vivere costantemente sotto scacco”. 

Jane sosteneva che sempre più donne si emancipano economicamente e che spesso è proprio il lavoro delle donne a permettere alle famiglie di sopravvivere. 

“La donna contribuisce sempre più economicamente. In alcuni casi, si è addirittura sostituita all’uomo. Ed è un bene. Perché così facendo non solo salva la famiglia, ma anche sé stessa”. 

Parole forti che sul momento non sapevo come interpretare. Cosa voleva realmente dirmi, lo capii solo successivamente.  

Jane invitò le bimbe ad uscire e iniziò a parlarmi di qualcosa che mai mi sarei immaginata. Mai avrei pensato che quel sorriso potesse celare un passato fatto di violenze e di difficoltà.

Jane era sieropositiva. Oggigiorno, nulla di drammatico sul piano della salute fisica. La medicina ha compiuto passi da gigante e fare una vita “normale” con l’HIV è possibile. Tuttavia, non si può dire lo stesso se si pensa all’aspetto psicologico. 

Stigma e discriminazioni sono oggi una delle maggiori sfide per le persone che vivono affette dal virus. Le persone sieropositive sono temute e spesso associate a concetti morali di colpa, responsabilità e merito. Lo è da noi. E lo è dall’altra parte del Mediterraneo.

In Kenya, lo stigma è tuttora radicato e parte integrante della quotidianità. Dire che è lì, ad aspettare dietro l’angolo, sarebbe dire poco. È molto ma molto più vicino. È dentro le mura – o meglio, le lamiere – di casa.

“Quando ho scoperto di essere sieropositiva non l’ho detto subito a mio marito. Avevo troppa paura della sua reazione”.

Mi racconta di quanto sia stato difficile non solo scoprire ed accettare la malattia, ma soprattutto continuare a condurre la propria vita quotidiana facendo finta di nulla e tenendo la cosa all’oscuro da tutti. 

“Dovevo prendere le medicine di nascosto. Stessa cosa per le visite in ospedale. Non dovevo farmi beccare”. 

Jane è andata avanti così, fino a quando aveva ormai raggiunto un punto di non ritorno.

“Non potevo più continuare a vivere in quel modo. Era troppo stressante. Così, ho deciso di parlare a mio marito. Sicuramente mi sono tolta di dosso un fardello ma, non posso negare, di essermene presa uno ancora più pesante”. 

Dopo avere scoperto lo stato della moglie, l’uomo ha infatti cambiato completamente atteggiamento nei suoi confronti e per Jane è iniziato l’incubo. 

“Mi picchiava continuamente. Mi colpiva ovunque, testa compresa. Sono finita all’ospedale parecchie volte”, disse Jane, aggiungendo: “Capitava che, dopo avermi picchiata, mi cacciava fuori di casa con le bimbe nel bel mezzo della notte”.

Quando l’ho incontrata, Jane aveva ormai abbandonato il marito da diversi mesi. Oltre ad aver fatto denuncia nei suoi confronti. E viveva a Nairobi con le sue bimbe. Il suo business le permetteva di mantenere la casa, le bambine e, alle volte, pagare anche la retta scolastica, per poterle così mandare a scuola. 

Tutta questa storia mi fa sentire piccola. 

Fragilità e forza. Violenza e resilienza. È tutto lì. Tutto insieme. Davanti ai miei occhi.

Sul punto di andarmene, scoprii che Jane non aveva ancora compiuto i trent’anni. Era del 1997. Ben 4 anni in meno di me.  Ma quanto più grande di me mi appariva, nella sua capacità di resistere dando un senso alla propria vita. 

A donne come Jane i mezzi d’informazione non dedicano neanche una frazione dello spazio occupato dalle figure femminili più note del continente: in positivo, come Ellen Johnson Sirleaf, o in negativo, come Grace Mugabe. Eppure, a volte, la forza che esercitano nel luogo in cui vivono è straordinaria. 

Da vittime, sono coloro che diventano attrici del cambiamento. Sono attiviste senza dichiararsi tali. Forse senza nemmeno sapere cosa voglia dire quel termine. Sono forti. Senza fare rumore. Ma il loro è un silenzio che sa diventare assordante, perché quella loro forza riesce a farsi elemento trainante della resistenza di intere comunità, dove donne come Jane mostrano la via, fra gonne e camicie gocciolanti, per ritrovare la propria casa e la propria dignità. 


Naufraghe – Una straordinaria figura di donna

Il racconto di David Grossman. Il trauma del 7 ottobre si aggrava ogni giorno di più. Ma alla fine di questa guerra dovremo pensare ai due Stati come unica soluzione fattibile 

La storia, in fondo, è come un’onda, o forse piuttosto un magma. Solo a uno sguardo distratto si muove in una direzione precisa o lineare, mentre continuamente ci costringe a balzi temporali che, se ben letti, non possono che arricchire il nostro presente. È successo anche per i Preraffaelliti (protagonisti nel 2019 di una mostra a Palazzo Reale a Milano, e ora esposti fino a giugno in una mostra-evento a Forlì), il gruppetto di artisti rivoluzionari inglesi che intrecciarono la loro ricerca estetica, vissuta come produzione artistica e stile di vita, a quella di una rivoluzione sociale che portasse più giustizia per tutti. Fino a pochi anni fa le loro gesta ci sono state raccontate al maschile, in una narrazione che li vedeva impegnati a realizzare progetti atti a migliorare la società rendendola più bella, e dove le donne intorno a loro, creature magnifiche e incarnanti valori di shakespeariana e dantesca memoria, erano soprattutto muse. 

Ma le donne dei Preraffaelliti in realtà furono molto più di mere muse, compagne di vita, e modelle, poiché attraverso i loro fortunati incontri con uomini altrettanto impegnati e desiderosi di dare una svolta alla società, produssero poesia e pittura, mettendo coraggiosamente a disposizione sé stesse e le loro competenze nelle lotte per la parità dei diritti. A raccontarcelo, fra gli altri, anche una pubblicazione della National Portrait Gallery, Pre-Raphaelite Sisters, e una più recente graphic novel italiana, dedicata a William Morris. Permeate come sono di una sorta di mistero, queste donne hanno avuto dalla loro il merito di sapere osare in una società che con tutta probabilità non era ancora pronta per loro, contribuendo così a mettere un altro tassello nel lungo percorso per l’emancipazione.

Fra di loro vi era anche Elisabeth Eleanor Siddal, londinese, classe 1829, di cui desideriamo brevemente raccontare la parabola esistenziale. La immaginiamo eterea, forse perfino diafana, con gli occhi grigi, la cascata di capelli rossi e il profilo delicato a evocare una finezza e una grazia congenite. La leggenda narra di come fosse stata «scoperta» da Walter Howell Deverell quando ancora lavorava in uno studio di modista. Era stata captata, letteralmente ago alla mano, attraverso una porta lasciata aperta, magari in una penombra che ne esaltava i movimenti. Siddal, in realtà, di origini umili in una famiglia numerosa, doveva avere già coltivato in sé il seme dell’arte, se è vero, come vuole ancora una delle varianti della leggenda di cui sopra, che si fa coraggio e mostra i propri disegni a Deverell, già molto vicino all’ambiente dei Preraffaelliti.

Elisabeth Siddal, nei nuovi ideali e grazie ai nuovi amici, sembra trovare una propria precisa dimensione esistenzial-artistica ancora giovanissima, e abbraccia così una vita molto lontana dagli standard del tempo. Si lega al carismatico Dante Gabriel Rossetti, che da parte sua non mancherà di subire il fascino magnetico di Jane Burden, originaria dei bassifondi, che aveva già stregato William Morris. Siddal sicuramente soffre per Rossetti, ma questo non basta a fermarla, a riprova di quanto si diceva di lei, e cioè che nella sua vita l’arte avesse sempre occupato un posto d’onore. È forse per questo che a ventidue anni accetta, parallelamente alla propria produzione poetica e pittorica, di prestare il proprio corpo alla realizzazione di una dipinto importante: John Everett Millais ha deciso di ritrarre Ofelia. Il personaggio shakesperiano carico di simbologia sarà rappresentato dopo la sua morte, e questo presuppone, per Siddal, lunghe sedute nell’acqua di una vasca da bagno riscaldata con le candele, “il capo adorno di strane ghirlande / di ranuncoli, ortiche, margherite / e di quei lunghi fiori color porpora” come recita la matrigna Gertrude nell’Amleto.
Un’altra leggenda, forse, come sempre, contenente un fondo di verità, vuole che la Siddal, un giorno, mentre sta immobile in acqua, si accorga di come questa si faccia vieppiù fredda poiché le candele si sono estinte. Millais, assorbito nel suo lavoro, non ci fa caso e lei, forse in nome di quell’arte che è ragione di vita, non dice nulla, rimediando una polmonite le cui conseguenze si porterà appresso per una vita intera, e contro cui nulla potrà infine anche il laudano di cui diventerà schiava.

Nel 1857 Siddal è chiamata a esporre i suoi disegni e un autoritratto al Salone Preraffaellita di Londra, e nel luglio di due anni più tardi Dante Gabriel Rossetti si risolve a sposarla, giusto in tempo per evitarle di diventare, a trent’anni, una zitella, condizione che preoccupava amici e parenti. I due coniugi freschi di unione si attivano nella decorazione della mitica Casa Rossa/Red House di William Morris e della moglie Jane Burden. Il gioiello di progettazione situato nel Kent, dove nulla è lasciato al caso, nasce da un approccio in netta controtendenza rispetto a una nazione come quella inglese, in piena esplosione industriale: Morris e i Preraffaelliti cercano infatti di tornare ai canoni naturali in ogni possibile ambito, dalla scelta dei materiali e del design fino alle armonie del giardino.

Siddal e le sorelle Preraffaellite, spesso riunite insieme a mariti, amanti e compagni nel Kent, condividono progetti di libri, di abiti, di poesie e dipinti. Allo stesso tempo sostengono i propri uomini posando per loro e fungendo da costante ispirazione vivente nella loro tensione al bello. Gradualmente cominciano anche a dedicarsi alla creazione di una famiglia, per dare continuità a un progetto esistenziale collettivo con importanti riverberi sociali.

Anche Elisabeth Siddal rimane incinta, ma nel 1861 la sua bambina nasce morta.

Già provata nel fisico, si lascia andare a una profonda depressione contro la quale il laudano farà da fattore precipitante più che da panacea. Sopraffatta dal dolore e dalla dipendenza dagli oppiacei, Elisabeth Siddal muore poco più che trentenne, forse stremata da una vita che oggi si presume piena di sofferenza.

In linea con la natura del loro amore, Dante Gabriel Rossetti seppellisce insieme all’amata moglie anche un taccuino di poesie scritte per lei, in nome del loro legame. Sette anni sono però sufficienti per fare cambiare idea al vedovo, che pur di recuperare quanto scritto e darlo alle stampe, non arretrerà né di fronte all’idea di una riesumazione né all’ira dei parenti.

A distanza di anni, quasi due secoli, in questo giorno della donna, ci piacerebbe leggere quella che all’epoca fu interpretata come una profanazione, piuttosto come il desiderio di tenere vivo attraverso le poesie a lei dedicate, il ricordo di una donna straordinaria, che nella sua breve parabola esistenziale, in un tempo e una mentalità così lontani dai nostri, ha saputo influenzare la sua epoca e gli anni successivi, e davanti a cui, come a tutte quelle come lei, oggi noi non possiamo che inchinarci con gratitudine.

Nell’immagine: Elisabeth Siddal, “The Lady of Shalott”, 1853


Naufraghe – La Loli

Il racconto di David Grossman. Il trauma del 7 ottobre si aggrava ogni giorno di più. Ma alla fine di questa guerra dovremo pensare ai due Stati come unica soluzione fattibile 

Ci sono casualità anagrafiche che pesano sulla traiettoria di una donna almeno quanto la sua classe sociale o il luogo in cui è nata.

La Loli è nata nel 1943. Ciò significa che nel Sessantotto aveva 25 anni. Un po’ tardi per fare la rivoluzione, soprattutto con un bebè a carico di due anni, e un altro in arrivo. Il « sistema », come lo chiamavano coloro che avevano fatto le barricate, alla Loli aveva già mandato qualche messaggio chiaro, anzi, direi lapidario. Nel 65, quando si era sposata, aveva dovuto congedarsi dall’impiego di maestra di scuola perché bisognava lasciare il posto alle altre, quelle che non potevano farsi mantenere dal marito, quelle che non avevano ancora i figli, quelle che non avevano l’obbligo morale di dedicarsi totalmente alla casa e alla famiglia.

E lei cosi aveva fatto. Non per forza, per senso del sacrificio, anzi. È probabile che la Loli abbia accettato di buon grado la traiettoria quasi ineluttabile di moglie e di madre che la attendeva, una traiettoria tracciata senza che nessuno le avesse chiesto il suo parere, come nessuno aveva chiesto il parere di sua madre, promessa sposa a soli 19 anni.

Due anni fa, quando Annie Ernaux ha ricevuto il premio Nobel, abbiamo commentato insieme alcune delle sue pagine più asciutte e penetranti : il sentimento di alienazione quando quotidianamente accompagnava il figlio al parco giochi in una città che non era la sua, proprio come la Loli aveva fatto in Svizzera interna coi bambini piccoli ; la frustrazione di dover abbandonare la scrittura allorché il marito faceva carriera in qualità di professore universitario ; infine il sentimento di solitudine che aveva dominato i primi anni della sua unione.

Nonostante certe similitudini, non l’ho mai sentita dare sfogo all’amarezza. Forse per pudore o ritrosia. O forse perché la collera non è mai stato il suo motore. I percorsi che conducono alla libertà sono molteplici. Il suo è stato lastricato dalla costanza e dall’impegno più che dalla rabbia.

Si è iscritta all’università che aveva 36 anni. Ha studiato, ha lavorato, ha dato gli esami accanto ai compagni poco più che ventenni. Ha sempre avuto belle note, perché la Loli è ambiziosa anche se non lo dà a vedere. La tesi : 110 e lode. E poi ? Difficile proiettarsi in un impiego professionale. La casa, un rifugio prezioso difficile da abbandonare, il luogo della famiglia e di una vita confortevole e per certi versi abbastanza solitaria, fatta di letture variegate, a volte quasi bulimiche. Quando ci penso, la Loli ha fatto cose che per me, che sono più irregolare e distratta, rasentano l’eroismo : ha letto l’integrale di Dostojevski, Joyce con il testo originale a fronte, ma anche Benny Morris su Israele e Palestina, il secolo breve di Hobsbawm e tanto altro. E poi, c’è terreno di intesa tra di noi : gli autori nordamericani. Carver, la Munro, Salinger, Truman Capote. E Tabucchi, perché è Tabucchi.

L’amore per i libri è diventato a poco a poco amore per la scrittura. Una scrittura che l’ha proiettata davanti, senza schermi, senza altri, neanche coloro che la amano e che lei ama. La cosa più odiosa nel detto maschilista « dietro un grande uomo c’è una grande donna » è la parola dietro. Personalmente, sono felice che la Loli abbia scelto a 76 anni di essere davanti, firmando il suo primo libro – la raccolta di racconti « Gente di frontiera », Premio Chiara per gli inediti nel 2019, a cui ha fatto seguire, tre anni dopo, “Una domenica tranquilla”, ancora racconti, nove.

Non è una condizione agiata, per delle donne della sua generazione, reinventarsi un ruolo, esporsi direttamente, ricevere le lodi ma anche le critiche. In questa insicurezza, profondamente femminile, retaggio di una storia che rende tutte noi fragili a prescindere, che ci assegna al dubbio e all’esitazione, ritrovo il collante che lega la sua generazione alla mia, e forse anche quella delle sue nipoti che hanno vent’anni.

E anche se io ho fatto scelte diverse, meno contemplative delle sue, sento di doverle l’audacia di non aver ceduto alle ingiunzioni, perlomeno non a tutte, e di aver tracciato una sua strada con una grande autonomia di pensiero e di giudizio.

La Loli ha oggi quasi 81 anni e sta scrivendo un romanzo. È travagliato, ma sarà bello, ne sono certa. Come bella è la sua capacità di cogliere le opportunità della vita, costruire forme inedite di emancipazione negli interstizi del quotidiano.

Grazie, mamma, per non aver rinunciato. E per il resto, ovviamente, che conta più di tutto.

Nell’immagine: la Loli


Naufraghe – Il più grande esempio di femminismo per me è un uomo

Il racconto di David Grossman. Il trauma del 7 ottobre si aggrava ogni giorno di più. Ma alla fine di questa guerra dovremo pensare ai due Stati come unica soluzione fattibile 

Sembra paradossale rendere omaggio a un uomo come esempio importante di femminismo ma c’è una buona ragione. Quello di cui voglio parlare non è nemmeno l’unico. Già prima di lui, negli anni ‘70 del secolo scorso, quando si lottava per l’emancipazione e per la parità dei diritti in tutti gli ambiti della società, ci fu un pioniere a cui il femminismo deve molto. Allora si lottava anche per riprendere il controllo sulle nostre vite e sul nostro corpo. La maternità era parte integrante del femminismo e si ambiva a un parto dolce, naturale, rispettoso dei bisogni della donna e del nascituro, così come descritto nel 1975 dal medico francese Fédérick Leboyer nel libro “Per una nascita senza violenza”. Per la prima volta un medico, un pioniere, riconosceva pubblicamente quanto, nella pratica ostetrica medicalizzata che si era imposta sin dalla metà del ‘700 a scapito dell’assistenza delle levatrici, la donna e il nascituro subissero vere e proprie violenze durante il parto. Basti pensare all’immobilizzazione nella posizione supina con i piedi nelle staffe, imposta alla donna per comodità del medico, alle ripetute visite vaginali, alla rottura delle acque, alla frequenza dell’episiotomia (quel doloroso “taglietto” che poi si ricuciva stretto abbastanza per garantire il piacere del marito), alla violenta pressione addominale (manovra di Kristeller) e al diffuso uso del forcipe (oggi sostituito con la ventosa)… Ricordiamo tutti la scena del parto nel film “Il senso della vita” dei Monty Python… Quanto al nascituro veniva estratto da mani estranee, subito sculacciato, privato di una parte del suo sangue con il taglio precoce del cordone e portato lontano dalla madre per essere pesato, misurato e poi depositato a piangere da solo in un freddo lettino della nursery. Grazie al dr. Leboyer alcune di queste pratiche di ordinaria violenza ancora comuni a fine ‘900 sono cambiate, ma non sempre, non tutte e non ovunque.

La congiura del silenzio

Siamo tutte grate per i progressi della medicina ostetrica che permettono di salvare molte vite nei casi ad alto rischio (1 su 10 secondo l’UFSP) ma purtroppo la “violenza ostetrica” non appartiene solo al passato. È necessario parlarne ancora oggi visto l’eccesso di interventi chirurgici e chimici su donne sane, senza consenso libero e informato, come denunciato persino dall’ONU, OMS e Consiglio d’Europa. Anche in Svizzera una ricerca recente mostra che il 27% delle donne vive una forma di coercizione durante il parto e un altro studio rivela che circa una donna su tre ha un ricordo traumatico dell’esperienza. Angela Notari, autrice ticinese e attivista per la nascita, nota giustamente che se il 30% dei passeggeri scendessero ogni volta dall’aereo traumatizzati, scoppierebbe subito uno scandalo e l’opinione pubblica esigerebbe dalle autorità un intervento immediato. Per il parto invece non succede, anzi, è difficile parlarne, è una specie di tabù. Secondo Silvia Vegetti Finzi è come se una congiura del silenzio avesse decretato l’irrilevanza dell’evento femminile per eccellenza. I movimenti femministi dal canto loro oggi sembrano avere difficoltà a sviluppare una riflessione sul parto, come se avessero paura di dare valore proprio a quella differenza naturale su cui la società patriarcale ha costruito la superiorità maschile. Eppure la riflessione femminista su questa esperienza è più che mai necessaria allo scopo di introdurre anche nel parto quella prospettiva di genere che si sta affermando in altri ambiti della società. Persino chi difende la natura in ogni ambito dimentica di applicare i principi dell’ecologia alla nascita. E in politica si tace anche sugli enormi risparmi che la sanità potrebbe realizzare a breve e lungo termine applicando alla maternità e al parto un nuovo paradigma basato sulle evidenze scientifiche e la salutogenesi.

Il risultato di tutto questo silenzio è che la delega alla tecnologia medica di una delle esperienze più importanti per il corpo e per la psiche nella vita di una donna e di un bambino produce una pericolosa e costosa sovramedicalizzazione. Oggi in Svizzera più di un parto su due avviene prima del termine (che non è mai una data precisa ma varia fra 37 e 42 settimane) mediante un’induzione o un cesareo programmato. Significa non aspettare che il bambino scateni il travaglio spontaneo quando i suoi polmoni sono pronti. Il risultato è che i cesarei sono di nuovo in aumento (34% in Ticino) e nel 14% dei parti vaginali si estrae il bambino con la ventosa o il forcipe; stessa proporzione per le episiotomie. Non proprio una bella esperienza questo genere di parto malgrado l’anestesia che in queste condizioni diventa indispensabile. Sembra ormai tutto normale e inevitabile anche per un parto vaginale. Vaginale non significa però “naturale” e tantomeno fisiologico… Ecco perché anche la donna finisce col credere che siano il medico o la levatrice ospedaliera (ai suoi ordini) a “far nascere” il suo bambino, e non lei stessa. E pensare che secondo l’OMS e gli studi svizzeri la maggioranza delle donne desidera un “parto naturale” in cui non perda il controllo della propria esperienza.

Spesso la donna di oggi si vive potente socialmente e impotente di fronte alla maternità

Sono dunque molto grata al dottor Leboyer per aver evidenziato già 50 anni fa la sofferenza del bambino durante la nascita medicalizzata e la fatica della mamma aggravata dai rigidi protocolli ospedalieri. Oggi però è di un altro pioniere che voglio parlare… Ferma lì, mi diranno i naufraghi, ti stai occupando di medicina e invece noi ti abbiamo chiesto di parlare di femminismo… Giusto, replico, ma avete forse dimenticato che la maternità e il parto sono l’esperienza più specificamente femminile che ci sia, e che non potrà mai essere omologata al modello di vita maschile in nome dell’uguaglianza? In realtà è proprio su questa fondamentale differenza che si è sempre basato ogni genere di discriminazioni delle donne. Dandole valore invece di viverla come un ostacolo alla parità, potrebbe essere la maggior fonte di empowerment femminile purché la donna rimanga protagonista del proprio parto e possa vivere tutta la potenza del proprio corpo nel dare la vita.

Già, ma dove metti il dolore e la sicurezza? Qui risponde l’uomo più femminista che io abbia mai conosciuto e che mi ha aperto gli occhi sulle conseguenze di un massiccio intervento medico nei delicati meccanismi ormonali ed epigenetici del corpo femminile durante la maternità e il parto. Si tratta del medico chirurgo Michel Odent (nato nel 1930), uno dei massimi esperti mondiali di fisiologia della nascita, autore di oltre 20 libri tradotti in tutto il mondo e di numerosi articoli pubblicati sulle più prestigiose riviste internazionali. È comunemente considerato il successore di Leboyer ed è molto conosciuto anche perché per primo nella sua clinica di Pithivier aveva introdotto le vasche in sala parto per alleviare il dolore e la “salle sauvage” dove ogni donna era libera di partorire come a casa propria senza essere disturbata. Evidenze scientifiche alla mano, l’illustre chirurgo elenca le condizioni indispensabili per favorire la fisiologia del parto, ricordando che si tratta di una funzione involontaria del corpo femminile regolata dagli ormoni rilasciati nella parte più arcaica del cervello (gli stessi coinvolti nella sessualità) che attivano in tutti i mammiferi la dimensione istintiva, fisica, psichica e affettiva dell’evento. Dimostra che nel mammifero umano, l’unico dotato di una importante neocorteccia, ogni interferenza esterna con questo complesso e delicato programma biologico, rende il parto più difficile, ostacola l’irripetibile meccanismo ormonale dell’imprinting nella prima ora dopo la nascita e non permette alla donna di vivere pienamente la sacralità dell’evento e la potenza del proprio corpo. Nel contesto attuale l’assistenza medica generalizzata anche nei casi di donne sane con gravidanze a basso rischio può dunque assumere la forma della tutela incentivando un meccanismo di delega che genera ricadute sul benessere femminile e sull’autostima delle donne.

Una scomoda verità: il prezzo dell’impotenza femminile per la società

Michel Odent, risalendo nella storia scopre che da millenni quasi ogni tipo di società patriarcale nel mondo, per preservare il proprio potere ha imposto una forma di controllo su questa esperienza femminile così fondamentale per la riproduzione della specie e per l’umana capacità di amare (o capacità empatica come si usa dire oggi). Secondo la storica Nadia Maria Filippini “La rivelazione della potenza generativa del corpo femminile ha sempre destato nell’uomo emozioni intense e contraddittorie: ammirazione e frustrazione, senso di protezione ma anche di invidia e rivalità.” C’è una scomoda verità in tutto questo: le conseguenze del controllo patriarcale sulla nascita si ritorcono contro la società.

Nel suo ultimo libro Michel Odent si preoccupa di una probabile correlazione fra la sovramedicalizzazione e il calo della natalità comune ai paesi industrializzati dove le donne sono libere di accedere alla contraccezione. Dove il tasso di cesarei e di induzioni del parto è molto elevato la fertilità è crollata ai livelli più preoccupanti. Forse a far desistere le donne dal mettere al mondo più figli non è solo la corsa a ostacoli che la maternità impone alle mamme attive fuori casa e nemmeno solo il costo troppo elevato per i genitori. Potrebbe esserci anche un calo del desiderio dopo un’esperienza negativa di parto. Alcune indagini già lo suggeriscono.

Verificare questa ipotesi significa rompere il silenzio sulla questione cruciale del parto e rendere accessibili e attrattive le alternative sicure e scientificamente provate al parto medicalizzato (che in Svizzera sono già previste nella LaMal e coperte al 100%, ma nessuno lo sa…). Significa comprendere che per le nascite a basso rischio l’assistenza continua durante tutto il percorso, parto compreso, da parte di una levatrice di fiducia è il modello più sicuro. Lo conferma la primaria di ostetricia dell’ospedale cantonale di Aarau Monya Todesco Bernasconi che accanto al suo ospedale ha aperto una casa della nascita di grande successo. La differenza fondamentale sta nell’arte della maieutica: la levatrice accompagna il parto senza imporre protocolli, senza sostituirsi alla donna, ma ne protegge l’intimità e la incoraggia ad attivare le proprie risorse rendendo così il parto più facile e meno doloroso possibile. Un parto da ricordare come il giorno più bello della vita.

Dare il giusto valore politico alla maternità potrebbe cambiare la società

Relegare la maternità nella sfera privata, ridurre il parto a un evento puramente medico comporta un prezzo ormai troppo alto per la società. Un’esperienza di parto positiva invece apporta benefici alle donne, al legame materno e a tutta la società, nella quale le nuove madri faranno ritorno con rinnovata autostima, creatività e intraprendenza e magari un desiderio di maternità intatto.

Lo aveva già intuito la femminista americana Adrienne Rich nel su libro “Nato da donna” pubblicato in Italia nel 1977, in cui ricordava che “Tutta la vita umana sul nostro pianeta nasce da donna. L’unica esperienza unificatrice, incontrovertibile, condivisa da tutti, uomini e donne, è il periodo trascorso a formarci nel grembo di una donna… per tutta la vita e persino nella morte conserviamo l’impronta di questa esperienza”. Di conseguenza, la Rich sosteneva già allora che “Mutare l’esperienza del parto significa mutare la posizione della donna nei confronti della paura e dell’impotenza, nei confronti dei nostri corpi, dei nostri figli”, ossia “…un processo con enormi implicazioni psichiche e politiche”.

Grazie di cuore Michel per aver dedicato tutta la tua vita alla comprensione dei bisogni della donna in maternità e della sua importanza per il futuro dell’umanità. Non è un caso se il titolo del tuo penultimo libro sia proprio “Il futuro di Homo” che in copertina reca un enorme punto interrogativo. Uno spunto su cui potremmo riflettere, donne e uomini, in questo 8 marzo.

  • Guarda anche il video “La prestazione” che non è possibile incorporare nella pagina
Nell’immagine: quando la maternità non era ancora una libera scelta


Sergio Rossi – Una micro-tassa indolore su una transazione finanziaria per pagare la 13esima AVS

Il racconto di David Grossman. Il trauma del 7 ottobre si aggrava ogni giorno di più. Ma alla fine di questa guerra dovremo pensare ai due Stati come unica soluzione fattibile 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria