Miliardari della rete e padroni del mondo

I padroni del mondo della tecnologia – fra elettronica, social media e intelligenza artificiale – hanno in Elon Musk il campione della privatizzazione dello spazio e l’artefice di futuri viaggi interplanetari. Ma che ci vadano loro, su Marte. E ci rimangano 

Chi sa scandagliare lontani passati ha rievocato Cristoforo Colombo, lo scopritore “inconsapevole” delle Americhe, al quale i monarchi di Spagna avevano promesso e poi negato una ricca partecipazione ai proventi economici della grande scoperta; e ha ricordato pure il Cortés e il Pizarro, che a loro volta solcarono più tardi i mari, conquistarono altri territori, da consegnare ai reali iberici senza nulla pretendere per sé, ma a beneficio e gloria dell’impero. L’assolutismo monarchico poteva permettersi tutto, quando si trattava di fare cassa. Non è il caso degli Stati moderni, quantomeno quelli di sostanza democratica, che dovrebbero “fare cassa” – in modo certo non rapace ma nemmeno troppo svogliato o fiscalmente poco progressivo ed equo – per finanziare le necessità di sviluppo ma anche sociali del paese. Eppure, a cosa stiamo assistendo? Allo strapotere non solo economico, ma anche politico di una manciata di alcuni ultra-miliardari, nuovi “padroni del mondo” grazie alle loro scoperte e invenzioni (più che benvenute se ben utilizzate) nell’era della comunicazione tecnologica e dell’intelligenza artificiale.

Sono i dominatori della Rete. che accumulando enormi ricchezze, e “contribuendo” il meno possibile (elusione o sfacciata evasione fiscale), approfittano del ventre molle degli Stati, auto-privatisi delle indispensabili regolamentazioni internazionali e di protezione dei cittadini. A Steve Jobs (smartphone), Jeff Bezos (commercio elettronico), Mark Zuckerberg (social media) si è aggiunto il più spregiudicato di tutti, Elon Musk, che non è più soltanto il pioniere dell’auto elettrica. Con i suoi satelliti e e le sue astronavi, Musk ha introdotto, del tutto indisturbato, la privatizzazione dello spazio: che invece, come nel caso del traffico aereo, dovrebbe soggiacere a una vigile ed esclusiva regolamentazione mondiale. Ma la politica tace irresponsabilmente. Non solo. Da lassù, l’uomo della Tesla è anche in grado di condizionare l’andamento di una guerra. In Ucraina già accade. Le sue ‘sentinelle spaziali’ hanno favorito Kiev con informazioni indispensabili. E forse anche Mosca. Potere militare messo nelle mani di un civile.

Ora, ricorderete senz’altro la recente notizia dell’installazione di un “chip” nel cervello di una persona, realizzata dalla società “Neuralink” dello stesso Elon Musk. Scopo dichiarato, aiutare le persone paralizzate o affette da malattie neurologiche. Molto utile e molto nobile. Ma il traguardo finale ammesso dallo stesso Musk è “mettere in simbiosi l’umanità con l’intelligenza artificiale”. Partendo da questo concetto, il ministero americano della difesa è già all’opera: ha investito i primi 65 milioni di dollari per creare un’interfaccia uomo-computer attraverso un microchip da impiantare nel cranio dei soldati. Che sul campo di battaglia, se in difficoltà, stressati, indecisi, riceverebbero in tempo reale gli ordini direttamente da un pc al cervello (ne abbiamo riferito in questa sede lo scorso 24 febbraio). Siamo al “soldato-robot”, controllato ed etero-diretto. Da migliaia di km di distanza.

Nuova agghiacciante frontiera. E aumento garantito anche di vittime da ‘fuoco amico’. Ma fin dove lasceremo andare questi nuovi padroni del globo e del cielo? Che vadano su Marte. E ci rimangano.

Articolo scritto per laRegione
Nell’immagine: 10, 9, 8, 7, 6…


Gli aiuti Usa piovono dal cielo: «Inutili e umilianti»

I padroni del mondo della tecnologia – fra elettronica, social media e intelligenza artificiale – hanno in Elon Musk il campione della privatizzazione dello spazio e l’artefice di futuri viaggi interplanetari. Ma che ci vadano loro, su Marte. E ci rimangano 

Di Chiara Cruciati, il manifesto

Raccoglievano erbe selvatiche in un campo a Beit Hanoun, nel nord-ovest di Gaza. La linea di demarcazione con Israele non è così distante. Ne sono stati uccisi tre, sette feriti, dal fuoco aperto dall’esercito israeliano.

Nelle stesse ore, dalla parte opposta della Striscia, un bombardamento aereo ha centrato delle tende, erette vicino all’Emirati Maternity Hospital di Rafah. Secondo il ministero della salute della Striscia, gli uccisi sono almeno undici, i feriti oltre 50.

TRA LE VITTIME un’intera famiglia e il capo dell’unità dei paramedici dell’ospedale, Abdel Fattah Abu Marhi. Per gli sfollati è l’ennesimo avvertimento: Rafah non è luogo sicuro.

Eppure laggiù, nell’ultimo pezzo di Gaza disponibile, si sono ammassati 1,5 milioni di palestinesi, su «invito» delle autorità israeliane. «Il senso di sicurezza delle persone a Rafah è andato completamente in pezzi», commenta il corrispondente di al-JazeeraHani Mahmoud.

La notte precedente era toccato di nuovo a Deir al-Balah e al campo profughi di Jabaliya, nel centro dell’enclave palestinese. Qui i colpi sono arrivati dall’artiglieria pesante, da terra, e dai caccia, dal cielo. Una decina le esplosioni per un totale di 17 corpi recuperati, due case rase al suolo e altre otto danneggiate.

Gli ultimi massacri giungono mentre il mondo discute ancora dei fatti di giovedì, la strage degli affamati su al-Rashid Street a Gaza City. Ieri il numero degli uccisi è salito a 118, alcuni feriti non ce l’hanno fatta: quasi impossibile ricevere cure adeguate in un sistema sanitario collassato.

SU ISRAELE cresce la pressione affinché avvii (o permetta) un’indagine indipendente. A chiederla sono anche i più stretti alleati israeliani, dalla Gran Bretagna che con il segretario agli esteri Cameron parla di «orrore», alla Francia con l’omologo Sejourne che accusa Tel Aviv di «situazione ingiustificabile», fino alla Ue con il rappresentante agli esteri Borrell: «La responsabilità ricade sulle restrizioni imposte da Israele…all’ingresso di aiuti umanitari».

Per le Nazioni unite – che ieri hanno ricordato che stanno ancora aspettando da Tel Aviv le presunte prove del coinvolgimento di 13 dipendenti dell’Unrwa nell’attacco del 7 ottobre – i dubbi iniziano a schiarirsi: una delegazione dell’Onu ha fatto visita all’ospedale Shifa e ha documentato che l’80% dei feriti porta addosso colpi da arma da fuoco, come ha poi riportato Stéphane Dujarric, portavoce del segretario generale Guterres.

Dichiarazioni simili dall’ospedale Kamal Adwan, dove sono state condotte altre vittime (ferite da «pallottole e schegge» sulle parti inferiori del corpo per molti feriti, su testa e petto per i morti, ha detto il direttore Hossam Abu Safiya) e, dall’ospedale Al-Awda (dei 176 ricoverati, 142 avevano ferite da arma da fuoco e 34 ferite dovute alla calca, ha spiegato il direttore Mohammed Salha). I sopravvissuti, intervistati da testate sul campo, dall’Ap ad Al Jazeera, raccontano di spari ripetuti contro la folla.

C’È CHI DICE che tornerà comunque a cercare cibo se i camion si paleseranno a nord, c’è chi dice che no, non vale la pena. Come Hassan: «Arrivato a casa, ho dato il pacco di farina a mia madre. Ho iniziato a piangere quando ho visto che il sacco era sporco di sangue».

È una battaglia quotidiana, non la vincono tutti: ieri è salito a 13 il numero di bambini morti per fame nell’ospedale Kamal Adwan. Ora si combatte anche per accaparrarsi quello che piove dal cielo. Ai pacchi lanciati da Giordania, Francia, Qatar, ieri si sono aggiunti quelli statunitensi: 38mila pasti, ha fatto sapere Washington, sono volati su Gaza.

Con loro sono piovute le critiche: dall’Unrwa («non sono la risposta, aprite i valichi e portate i convogli e una vera assistenza») all’ex capo di UsAid, Dave Harden («un atto simbolico per acquietare l’opinione pubblica interna: quello che davvero serve sono più camion in ingresso ogni giorno») fino a Oxfam («serve solo a pulire la coscienza colpevole dei funzionari Usa le cui politiche contribuiscono alle atrocità e alla carestia…aiuti simbolici che sono profondamente umilianti per i palestinesi»).

PERCHÉ, come sottolinea il Doha Institute for Graduate studies, dal cielo piove l’equivalente di due camion. Si vede dalle immagini: persone, chi a piedi, pochi fortunati in bici, inseguono i pacchi con gli occhi sperando gliene capiti uno.

Per molti analisti e organizzazioni umanitarie, quei piccoli paracaduti sono il simbolo del fallimento della diplomazia occidentale, incapace (o, secondo Dave Harden, non intenzionata) a costringere Israele ad aprire i valichi agli aiuti, figurarsi a cessare il fuoco.

Ieri sembrava che qualcosa si potesse muovere, con delegazioni di Israele e Hamas date in partenza per il Cairo per negoziati indiretti, oggi. Poi nel pomeriggio Tel Aviv ha detto che non sarebbe partita: attende la risposta del movimento palestinese su una proposta in merito a una pausa temporanea di sei settimane e al rilascio degli ostaggi.

Fonti egiziane alla Reuters parlano di disaccordo sul ritiro delle forze israeliane dal nord di Gaza e sui prigionieri palestinesi da liberare.

Nell’immagine: Rafah, sfollati palestinesi in una tendopoli nel sud di Gaza


Regno Unito, la vittoria dell’incendiario populista George Galloway che fa discutere il Paese

I padroni del mondo della tecnologia – fra elettronica, social media e intelligenza artificiale – hanno in Elon Musk il campione della privatizzazione dello spazio e l’artefice di futuri viaggi interplanetari. Ma che ci vadano loro, su Marte. E ci rimangano 

Di Antonello Guerrera, La Repubblica

Chi è George Galloway, il controverso e incendiario protagonista di questa storia? E perché parleremo di quella che pare un’insignificante elezione suppletiva britannica, a Rochdale, poco fuori Manchester?

Le elezioni a Rochdale

Perché questo voto ha molto più peso e significato di quanto si creda. Perché è una veemente miscela di antisemitismo, povertà, multiculturalismo, la furia di molti musulmani britannici su Gaza. E poi c’è questo istrionico e provocatore guastafeste, populista scozzese e attivista radicale palestinese, George Galloway appunto. Che giovedì ha (stra)vinto clamorosamente le elezioni suppletive a Rochdale e sarà ancora una volta membro del glorioso Parlamento di Westminster, per la quarta volta con tre partiti e in tre città diverse, eguagliando il record di Winston Churchill.

Ma questo è anche un grosso problema per Keir Starmer, il leader del Labour Party sempre più in una strettoia tra il riavvicinamento alla comunità ebraica dopo i disastri di Corbyn e la comunità islamica, che storicamente ha votato in massa per i laburisti nel Regno Unito ma che ora è sempre più rabbiosa per il sostegno pressoché totale di Starmer a Israele.

La preoccupazione di Sunak

Ieri sera, persino il primo ministro britannico Rishi Sunak è dovuto intervenire. Con un discorso improvvisato e inquieto, davanti al numero 10 di Downing Street, Sunak ha attaccato gli “estremismi che vogliono distruggere la nostra democrazia”, citando quelli islamici e quelli di estrema destra, alla vigilia di una ennesima maxi manifestazione pro-Palestina oggi a Londra.

Ma il leader britannico se l’è presa anche con Galloway, citando direttamente la sua retorica esplosiva e divisiva: “La sua vittoria è più che allarmante”, ha dichiarato Sunak, visto che “stiamo parlando di un personaggio che ha sminuito gli orrori dell’attentato di Hamas in Israele del 7 ottobre scorso” e che ha “glorificato Hezbollah”, il “partito di Dio” estremista sciita in Libano. Oggi Galloway gli ha risposto per le rime, ricorrendo alla sua retorica deflagrante: “Gaza in questo momento è il centro morale del mondo. O si sta con le madri e i bambini uccisi, o con i loro assassini. Il primo ministro esita come un ladro nano (rimando al Macbeth, ndr), e Starmer è il suo complice”.

Chi è?

Galloway, 69 anni e 6 figli (l’ultimo nato nel 2020), da decenni fa abitualmente irruzione nella politica britannica con il suo sfrenato populismo e, oggi più che mai, con le sue campagne pro Palestina e anti-sioniste, cause che lui ha sposato da molto tempo. A Rochdale il suo furioso motto è stato proprio “per Gaza”, ha sfoggiato ovunque la bandiera palestinese e con il suo “Partito dei lavoratori” ha stravinto con il 40% dei voti, grazie all’uninominale secco, prendendo il seggio di Sir Tony Lloyd, deputato laburista morto due mesi per un tumore.

Rochdale, il cui 30% della popolazione è musulmana, è sempre stata una roccaforte del Labour. La vittoria di Galloway, che si autodefinisce “socialista” e che venne espulso dal partito laburista nel 2003 per le sue accese critiche alla guerra in Iraq, è una brutta notizia per Keir Starmer. Perché il leader Labour, sin dai suoi primi giorni a capo del partito, si è speso quotidianamente per riconquistare la comunità ebraica, che si sentiva minacciata dal predecessore Jeremy Corbyn e dalle accuse di antisemitismo.

Le posizioni su Gaza

Ora, però, la guerra a Gaza sta lacerando il Labour: le correnti di sinistra e apertamente pro-Palestina sono sempre più inquiete per la linea pro-Israele del leader. Non a caso, un mese fa, Starmer ha subito a Westminster la più grande ribellione nel suo partito con oltre 60 deputati ammutinati in un voto su Israele. Rochdale è solo l’ultimo capitolo di questa preoccupante tendenza. Il candidato locale laburista, Azhar Ali, è stato sconfessato all’ultimo da Starmer perché nel frattempo erano emerse sue vecchie dichiarazioni giudicate complottiste e antisemite sul 7 ottobre, nelle quali implicava un “inside job” degli israeliani.

Nella grigia e sempre più degradata Rochdale, dove l’anno scorso si è scoperto un gigantesco giro di violenze sessuali su ragazzine minorenni da parte di decine di uomini della comunità pachistana e dove a fine secolo scorso il deputato liberaldemocratico Cyril Smith abusò di centinaia di bambini, Galloway ha vinto anche perché il Labour praticamente non aveva più un candidato e i conservatori qui non vincono dagli anni Cinquanta. Ma il trionfo di questo spietato populista è un campanello di allarme per tutti, a cause delle spaccature nella società britannica provocate da una retorica devastante e feroce come la sua, soprattutto su un tema esplosivo come Gaza. Sunak, nel discorso di ieri sera, si riferiva anche a questo.

Posizioni filorusse

Perché Galloway, nato nella scozzese Dundee nel 1954, immancabile cappello fedora e occhiali da sole alla moda, sa come umiliare e distruggere i suoi avversari, che siano politici o giornalisti. Nel suo discorso dopo la vittoria, ha definito Sunak e Starmer “due natiche dello stesso sedere, e li abbiamo sculacciati per bene!”. In campagna elettorale ha terrorizzato la comunità ebraica con le sue dichiarazioni anti-sioniste. E quando Sky gli ha chiesto un commento proprio sulle parole di Sunak ieri sera, lui ha risposto: “Disprezzo il primo ministro. Io ho stravinto a Rochdale. Rispettate la democrazia”.

Nella sua discutibile carriera politica, Galloway ha lodato Saddam Hussein di cui era amico, ha partecipato a un Grande Fratello impersonando un gatto in tuta rossa, ha difeso Assad smentendo il suo uso di armi chimiche in Siria, ha fatto campagna per Hugo Chavez in Venezuela, ha messo in discussione l’avvelenamento al novichock della spia russa doppiogiochista Sergey Skripal e sua figlia Yulia a Salisbury, ha criticato la Nato per aver “provocato la guerra in Ucraina” e negli ultimi anni ha lavorato anche per canali della propaganda russa come Russia Today e Sputnik, tanto che a Mosca e nel resto del Paese è presto diventato una star. Dunque come ha fatto dunque a stravincere l’elezione di Rochdale? Forse perché, per quanto sia personalmente censurabile, Galloway è un sintomo di qualcosa di più grande e inquietante che sta avvenendo nel Regno Unito.

Nell’immagine: George Galloway

 


Quale trasparenza per l’intelligenza artificiale?

I padroni del mondo della tecnologia – fra elettronica, social media e intelligenza artificiale – hanno in Elon Musk il campione della privatizzazione dello spazio e l’artefice di futuri viaggi interplanetari. Ma che ci vadano loro, su Marte. E ci rimangano 

Di Fabio Paglieri, Il Mulino

Riflettete: che cosa vi serve davvero sapere sull’intelligenza artificiale? È una domanda genuina, non retorica: pensateci sul serio. Che cosa avete bisogno di capire su queste nuove tecnologie? Non per curiosità intellettuale o passione scientifica, ma proprio come esigenza civica, una di quelle cose che, a non saperle, si ha la sensazione di avere perso un pezzo importante per navigare la vita con competenza. Che cosa occorre comprendere sull’IA, per potersi considerare cittadini responsabili del mondo tecnologico in cui viviamo?

Questo semplice interrogativo è il grande assente nel dibattito sulla trasparenza dell’IA. Eppure, se ne parla da decenni e sono nati fiorenti settori di ricerca, come l’IA spiegabile e l’IA affidabile. Si tratta di iniziative votate a rendere le applicazioni di IA intellegibili dal punto di vista tecnico, lavorando sulla trasparenza dei processi e sulla giustificazione degli esiti: da un lato, l’utente dovrebbe essere informato sui meccanismi di funzionamento dell’algoritmo; dall’altro, il sistema dovrebbe fornire ragioni per ciò che propone all’utente come risposta o soluzione, in un formato accessibile a chiunque.

Un sistema automatico di raccomandazione, come quelli che ci consigliano contenuti per lo streaming o possibili acquisti nel commercio elettronico, dovrebbe chiarire il procedimento con cui arriva a formulare indicazioni e, congiuntamente, spiegare all’utente perché un certo contenuto o prodotto dovrebbe soddisfare i suoi interessi. La seconda cosa avviene di frequente, anche se in modi rudimentali: “Poiché hai guardato X, dovrebbe piacerti Y”. La prima invece è rara, perché gli algoritmi che ottimizzano il funzionamento di questi sistemi sono proprietari, dunque tutto fuorché liberamente accessibili. A titolo di esempio, nel 2006 Netflix offrì un premio di 1 milione di dollari a chi avesse sviluppato il miglior algoritmo per predire la valutazione di un film sulla base dei giudizi espressi da altri utenti: somma che fu incassata nel 2009 dal gruppo vincitore. Dopo avere speso una cifra del genere per trovare la soluzione migliore, è improbabile che un’azienda la riveli pubblicamente, perdendo così un vantaggio commerciale.

La battaglia per la trasparenza degli algoritmi si complica ulteriormente, quando si parla di IA generativa: ad esempio, sistemi per la produzione automatica di testi (ChatGPT, Bard, Copilot) o immagini (Dall-E, Midjourney, Stable Diffusion). Come segnalato nel recente articolo IA: quattro urgenze, prima dell’Apocalisse, l’IA generativa è caratterizzata da opacità radicale, e chi se ne occupa lo sa da parecchi anni: il funzionamento di questi sistemi è ben compreso da chi li progetta, quindi spiegabile (per lo meno in senso generale) a chiunque; invece, il modo esatto in cui essi eseguono con tanta efficienza i propri compiti rimane vago o indecifrabile anche agli addetti ai lavori, a causa della complessità di questi sistemi e della mole di dati su cui si allenano. Da ciò deriva una tensione fra accuratezza e comprensibilità: i modelli di IA e apprendimento automatico più accurati tipicamente sono poco spiegabili, mentre i modelli più facilmente interpretabili non offrono risultati particolarmente accurati. Innovatori arditi suggeriscono di combattere il fuoco col fuoco: addestrare un programma di IA generativa affinché spieghi il comportamento di un altro programma di IA generativa. Qualunque siano le prospettive di successo, il regresso all’infinito è in agguato: servirebbe poi una terza IA generativa per spiegarci che cosa faccia la seconda, dopodiché una quarta, in una vertiginosa progressione in cui gli unici a non capire granché rimarremmo noi. La morale su trasparenza e IA generativa è chiara: se vogliamo applicazioni capaci di fare magie, dobbiamo accettare di non capire il trucco.

La battaglia per un’IA spiegabile è quindi persa in partenza? Non necessariamente, a patto che si rifletta sulla domanda da cui siamo partiti: che cosa serve davvero spiegare, nell’interesse della collettività? L’opacità radicale di questi sistemi, infatti, si riferisce al loro funzionamento tecnico di dettaglio: non si applica invece alla loro logica generale, e ancor meno all’infrastruttura sociale, economica e tecnologica che ne determina l’esistenza. Finora, l’IA spiegabile si è concentrata ossessivamente sul primo livello di spiegazione, quello tecnico: siamo sicuri che sia una buona strategia, in generale rispetto all’IA, e in particolare per i sistemi di IA generativa?

Vi sono ragioni per dubitarne. Non solo perché questo tipo di spiegazioni sono chimere, relativamente all’IA generativa, ma anche perché, in fondo, servono a poco. Sono il residuo della fascinazione dell’uomo verso ciò che non comprende; per cui non ci rassegniamo al fatto che “ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia”, secondo il celebre adagio di Arthur C. Clarke, e petulanti insistiamo affinché gli esperti di IA ci svelino i propri segreti. Quando dicono che non possono farlo, pensiamo che mentano. Ma così restiamo al livello della curiosità personale, mentre dovremmo pensare ai nostri interessi collettivi: i quali richiedono di capire cosa faccia l’IA a grandi linee, non nei dettagli tecnici, e soprattutto esigono trasparenza sulla struttura di interessi che consente e motiva lo sviluppo di questi prodotti.

Prendiamo il caso dei large language models: quella famiglia di sistemi di IA generativa a cui appartiene ChatGpt. La vulgata su “ciò che fa ChatGpt” si riassume in questa formula: è una macchina che parla con noi e risponde alle nostre domande in modo sorprendentemente articolato, con qualche occasionale inciampo. Il che è vero solo superficialmente e nell’occhio di chi guarda: a noi sembra che ChatGpt parli e risponda alle nostre domande, mentre quello che il sistema fa è molto diverso da ciò che siamo abituati a considerare “parlare” e “rispondere” (su questo, segnalo il numero di agosto 2023 della rivista “Sistemi intelligenti”).

Quando un essere umano parla, manifesta un’intenzione comunicativa che chi ascolta riconosce: si presuppone che la sequenza di parole prodotta voglia comunicare qualcosa, persino quando non è chiaro che cosa venga comunicato. Quando un programma come ChatGpt “parla”, invece, in realtà non manifesta alcuna intenzione comunicativa, semplicemente perché non la possiede: non vuole dire nulla, né è in grado di volere alcunché. Tuttavia, nella misura in cui la sua prestazione linguistica è sufficientemente simile a quella di un essere umano, siamo noi ad attribuirgli automaticamente un’intenzione comunicativa, perché non ci è mai capitato di avere a che fare con qualcosa che parla senza voler dire niente. Eppure, questa è la realtà di questi sistemi: producono frasi sensate costruendo stringhe linguistiche che hanno la massima probabilità di soddisfare la richiesta dell’utente, sulla base di regolarità sintattiche estrapolate dall’enorme insieme di dati su cui il programma si è addestrato. La competenza del sistema è statistica, non semantica. Quando ChatGpt ci “risponde”, non lo fa consultando lo stato del mondo o le proprie credenze, bensì mettendo insieme risposte massimamente coerenti con la vasta mole di dati linguistici a sua disposizione, la cui aderenza alla realtà non è affatto garantita. Il sistema massimizza la plausibilità sintattica, non la correttezza referenziale: da ciò le buffe “allucinazioni” che tanto attirano la nostra divertita curiosità.

Ancora più importante, però, è spiegare gli aspetti socioeconomici delle applicazioni di IA. Qui la comprensione tecnica serve davvero a poco, anzi, rischia di essere adoperata come specchietto per le allodole: la retorica dei grandi innovatori tecnologici, da Steve Jobs e Bill Gates a Elon Musk e Sam Altman (con menzione d’onore per il Tony Stark della Marvel, nella fiction), fornisce numerosi esempi di questo. Siamo talmente impegnati a sbalordirci per il lancio della loro ultima meraviglia digitale da dimenticarci che quegli inventori sono anche e soprattutto degli imprenditori, le cui ricerche sono motivate dall’interesse personale, non dal desiderio di donare al genere umano un futuro migliore. Beninteso, le due cose non si escludono a vicenda: ma è appunto compito delle istituzioni pubbliche verificare che non si escludano, perché questo non è affatto scontato. Il modello del guru tecnologico, osannato dalla folla e corteggiato dai potenti, fornisce poche garanzie in tal senso.

Scrollata di dosso l’illusione delle magnifiche sorti progressive dell’innovazione, si notano due caratteristiche importanti del modello socioeconomico dell’IA: la dipendenza da risorse fornite gratuitamente dagli utenti e la refrattarietà a forme di controllo pubblico. Quest’ultima travalica la normale dialettica fra poteri privati e poteri pubblici, perché si nutre di intuizioni collettive sui valori incarnati dalle tecnologie digitali: intuizioni oggi datate e fuorvianti, ma, come tutte le abitudini a cui siamo affezionati, dure a morire.

Ricordate quando Internet era considerata una tecnologia democratica, capace di liberare il dibattito pubblico dalle pastoie dei monopoli pubblici e privati, affinché tutti i cittadini del mondo potessero scambiarsi idee in modo libero e costruttivo? Bene, Internet tutto questo ha smesso di esserlo da almeno un paio di decenni, se mai lo è stato, e oggi è dominio più o meno incontrastato di poche superpotenze tecnologiche, tutte private. Sopravvivono dignitosi baluardi del sogno originale, ma pochi hanno una massa critica significativa: fra tutti, Wikipedia è forse l’esempio di maggiore successo. Tuttavia, un po’ di quello spirito romantico ci è rimasto nel cuore, quando si parla di digitale: ragion per cui l’idea di legiferare su queste tecnologie spesso ci ripugna, come se l’attentato alla libertà di pensiero fosse sempre dietro l’angolo. Da ciò, le multinazionali della tecnologia traggono vantaggio.

L’altro aspetto non è meno importante: tutti i sistemi di IA si basano su varie forme di apprendimento automatico e quindi si nutrono di informazioni, in quanto è solo addestrandosi su vaste basi di dati che raggiungono prestazioni soddisfacenti. Questi dati vengono forniti da noi, tipicamente senza alcun compenso. Ciò dovrebbe destare indignazione, non appena si consideri il valore generato dai nostri dati: si tratta di merce preziosa, possibile che non si batta ciglio nel regalarla al primo che passa? Eppure, è così: plausibili correttivi a questo stato di cose richiedono un discorso a parte, qui importa solo sottolineare che siamo tutti noi a rifornire di carburante il motore dell’IA, salvo dimenticare di farci pagare. Di nuovo, le multinazionali della tecnologia ringraziano.

Questa, dunque, è la trasparenza che occorre rivendicare sull’IA: non la scoperta di come funziona la scatola nera di questi sistemi, spesso poco comprensibile persino agli esperti, bensì le caratteristiche dei meccanismi di mercato che ne determinano il successo, le loro ricadute sugli interessi pubblici e privati, i fattori psicologici e sociali che ci spingono a essere acquiescenti verso sperequazioni grossolane e squilibri evidenti. Da chi promette di spiegarci l’IA, queste sono le risposte che dobbiamo pretendere.

Nell’immagine: l’intelligenza artificiale raffigurata da sé stessa (OpenArt.ai, prompt: A detailed diagram of the inner workings of an artificial intelligence system). Le scritte nel diagramma sono testo simulato senza senso


Giorgio Cheda, ovvero le interconnessioni fra storia regionale e storia

I padroni del mondo della tecnologia – fra elettronica, social media e intelligenza artificiale – hanno in Elon Musk il campione della privatizzazione dello spazio e l’artefice di futuri viaggi interplanetari. Ma che ci vadano loro, su Marte. E ci rimangano 

Nato nel 1938, l’autore ha dedicato i due terzi della sua vita – e tuttora continua – a studiare l’emigrazione ticinese oltre oceano, diventandone il massimo specialista. Sul fenomeno ha scritto libri, saggi e articoli. Le sue due pubblicazioni più note – pilastri ponderosi della storiografia svizzera del dopoguerra – ricostruiscono questa diaspora, sempre partendo dalle lettere che gli emigrati scrivevano alle loro famiglie rimaste in patria. La prima ripercorre il cammino dei nostri antenati in Australia (Dadò, 1976; nel 2001 venne anche tradotto in inglese e pubblicato in Australia con il titolo We Won’t Stay Long in Australia); la seconda narra le vite di altri ticinesi partiti per la California (Dadò, 1981).

Il percorso storiografico di Cheda ebbe inizio – dopo la licenza in lettere e il dottorato all’Università di Friburgo – con Per una storia della popolazione valmaggese (1800-1960), uscito nel 1970. È anche stato ricercatore ospite all’Università di Berkeley (California, appunto), dove ha raccolto un’imponente messe documentaria su circa 27 mila ticinesi che si erano insediati sulle rive del Pacifico e nell’entroterra della West Coast.

Esodi, quelli d’oltremare, per molti definitivi; per tutti quanti certamente più radicali e difficili ancora rispetto alle partenze stagionali che pure caratterizzarono gran parte della Svizzera italiana in profonda crisi economica: migrazioni dirette in Italia, Francia e altri Paesi del Vecchio Continente, dove si andava per fare lo spazzacamino, il panettiere-pasticciere o si operava – a vario titolo e con vari ruoli – sui cantieri. 

Le ragioni che hanno spinto Cheda a privilegiare questo filone di ricerca sono anche familiari: già suo padre era emigrato, a 19 anni, in California, dove ha vissuto per un decennio prima di rientrare in Ticino e formarsi una famiglia.

Il primo dei due tomi descrive inizialmente Il Cantone Ticino attorno alla metà dell’Ottocento e le cause che spinsero migliaia di (soprattutto) contadini a prendere il largo. Negli 8 distretti l’11% della popolazione censita nel 1850 risultava assente dalla Svizzera: Leventina (21.56%) e Blenio (15.94%) le valli più toccate dal fenomeno. Tra il 1843 e il 1873 furono complessivamente quasi 4’200 gli uomini e le donne emigrati oltremare nei soli distretti di Valle Maggia e di Locarno. Ne sarebbero rientrati 957, meno di un quarto. Nel secondo tomo vengono pubblicate (in ordine alfabetico per mittente) 326 lettere, spedite tra il 1853 e il 1919 ai familiari in patria. “Una tipologia di fonti che oltre a dar la parola alla gente dimenticata dalla cosiddetta grande storia, apriva nuove prospettive analitiche nell’ambito della storia della vita materiale, della storia delle mentalità e in quello della storia della lingua”. 

La pubblicazione di epistolari di gente comune è proseguita anche dopo l’Australia e la California di Cheda (segnalo, tra gli altri, gli studi di Sonia Fiorini sui Bleniesi in Inghilterra e di Ivano Fosanelli sulla Comunità ticinese formatasi in Argentina: entrambi pubblicati dalle Edizioni Armando Dadò). Negli anni, agli epistolari si sono affiancati i diarî, le memorie e altre forme, genericamente definite dagli storici come scritture private.

“Le corrispondenze permettono di rivestire il passato di carne viva riservando un congruo spazio al modo di vivere, pensare e lavorare di gente comune. (…). Puntano ad approfondire le relazioni fra le costrizioni biologiche, le tradizioni religiose e le scelte politiche, associando il destino individuale a quello collettivo” (p. XXXIX).

Quella di Cheda non è una storiografia giudicante, anche se non rinuncia a esprimere pareri e convinzioni. “Oggettività non significa né neutralità né indifferenza perché, senza una personale partecipazione alle gioie e tribolazioni del presente, quelle del passato rimangono un’accozzaglia di fatti privi di senso, buone tutt’al più per legittimare (peggio strumentalizzare) le celebrazioni commemorative” (p. XLIII).

Delle pubblicazioni più recenti dello storico valmaggese abbiamo parlato pochi mesi or sono.

La recente riedizione di L’emigrazione ticinese in Australia ad opera di Armando Dadò Editore è arricchita da una presentazione di Luigi Lorenzetti e da una nuova introduzione dello stesso Cheda. Anche il testo di questa introduzione era peraltro già stato anticipato lo scorso anno (e commentato in questa sede) in Dal Ticino verso la libertà, auto-pubblicato nelle Edizioni Oltremare dirette dall’autore.

Per chi avesse già letto l’Australia di Cheda nelle precedenti edizioni, sono proprio il contributo di Lorenzetti (1964) – professore titolare all’Accademia di architettura di Mendrisio, dove coordina il Laboratorio di Storia delle Alpi – e la nuova introduzione dell’autore i rinnovati motivi d’interesse. Del tema emigrazione, intanto, la storiografia della Svizzera italiana continua ad occuparsi come di pochi altri. Non senza ottime ragioni, secondo Cheda:

“(…) l’emigrazione ha contribuito a forgiare il senso identitario di un territorio sempre in bilico tra chiusura e apertura, tra la difesa di una stretta endogamia sociale e comunitaria e lo slancio a volte chimerico verso il mondo e le sue mille promesse e opportunità. In tal senso, l’emigrazione ha anche contribuito a modellare la vita economica, sociale, culturale e politica del nostro territorio, lasciando su di esso tracce (e talvolta cicatrici) sia materiali che immateriali che la società odierna è vieppiù incapace di leggere per dare un senso al suo passato” (p. XIII).

Lorenzetti ricostruisce, dal canto suo, il clima, fortemente influenzato dal pensiero marxista (École des Annales), che caratterizzava la storiografia negli anni precedenti la pubblicazione dei due volumi di Cheda. Il quale, introducendo L’emigrazione ticinese in Australia nel 1976, scriveva testualmente: “Nella nostra storiografia rare sono le opere tendenti a superare il tono compassato di chi non vuole contrastare lo status quo, e questo non solo perché prendere una posizione significa, per certuni, purtroppo ancora mancare di oggettività storica, ma anche perché nella nostra piccola provincia culturale ci si è spesso illusi di fare storia presentando in bella forma letteraria le gesta di alcuni notabili o dei gruppi che li sostenevano. I vari corifei di regime si sono così indaffarati a levigare i busti marmorei dei rispettivi notabili, ignorando che la storia non è solo il risultato del pensiero e dell’azione dei potenti, bensì anche della partecipazione di tutto il popolo con il lavoro, con l’aspirazione alla libertà, alla giustizia, con le sofferenze e le gioie quotidiane alla realizzazione del destino comune” (p. 8). Cheda stesso parla di memoria degli esclusi definendo la crescente attenzione degli storici verso ogni forma di testimonianza documentaria popolare.

Sorprende un po’ – e Lorenzetti non manca di notarlo – che negli apparati bibliografici della prima edizione non compaiano riferimenti espliciti alla Nouvelle Histoire, capace di integrare, nell’analisi dei fenomeni, le scienze sociali, ma anche la demografia e la statistica “indispensabili” secondo Cheda “per porre un sigillo (sempre provvisorio!) su ogni fenomeno trascorso” (p. XXXIX).

Sempre in quella prima prefazione di quasi mezzo secolo fa, Cheda precisava ulteriormente le proprie intenzioni: “Si è cercato di dare al libro un carattere popolare, rifuggendo però il più possibile dai paradigmi usati dalla pubblicistica consolatoria a sfondo storico. E questo proprio perché il secondo scopo qui perseguito è quello di offrire un mezzo di controinformazione storica in alternativa alle fonti di informazione gestite dalla borghesia, attraverso le quali la storia viene – magari inconsciamente – filtrata e depurata dei suoi elementi popolari più emblematici” (p. 9). 

47 anni dopo, introducendo la nuova edizione, l’autore non ha rinunciato a nemmeno un grammo della sua verve militante e riconferma in toto i propri intenti: “contribuire all’autonomia del cittadino, spesso al servizio di interessi partigiani anche a causa di una scarsa conoscenza critica del passato” (p. XXXIV). 

Allargando il discorso dallo specifico iniziale al contesto geo-politico contemporaneo, Cheda constata come anche oggi “parecchi capitoli dell’eterno incontro-scontro fra gruppi, etnie, religioni e culture, con il relativo seguito di conflitti, collaborazioni e interessi di ogni genere, risultano spesso sfocati, intorpiditi, persino manipolati; comunque quasi sempre semplificati”. Poi sposta progressivamente la propria attenzione su un piano più generale, agganciato all’attualità, richiamando il lettore a un’evidenza che talvolta si sottace: ognuno di noi, pur nato in un luogo particolare, è anche – consapevolmente o meno – un potenziale migrante poiché tutti indistintamente abitiamo un’unica Terra-Casa-Patria, oggi malata, se non agonizzante.

Pur nei suoi risvolti drammatici, legati alla povertà, alla mancanza di lavoro e di prospettive, la fuga dalle terre ticinesi avvenuta nel XIX° secolo ha avuto (come ogni migrazione in ogni direzione continua ad avere) anche aspetti positivi: “Le relazioni con i diversi” scrive Cheda “permettono di uscire da un troppo angusto fuso orario per correggere i pregiudizi nei loro confronti. (…) Ci fanno conoscere l’importanza della diversità geografica, culturale e umana; in particolare di quella delle donne, degli emarginati, aborigeni e schiavi lasciati fuori dalla storia. Stimolano a trovare le più appropriate forme di integrazione in una società sempre più consapevole dei diritti di tutti, animali e piante comprese. Ci responsabilizzano nei confronti delle conseguenze ecologiche collegate alla transizione dalla civiltà tradizionale a quella tecnologica e dei consumi perché la protezione contro i suoi effetti negativi è un dovere di tutti” (p. XL).

E allora, conclude questa introduzione, che risuona come un lascito del ricercatore ai lettori di oggi e di domani, “spetta al sapiens decidere se conformarsi alle follie dei tiranni e alle speculazioni dei miliardari, oppure riflettere sul passato per agire nel presente. Seguire cioè il consiglio di quel migliaio di scienziati che ci richiamano agli imprescrittibili doveri di cittadini responsabili: face à la crise écologique, la rébellion est nécessaire. Una ribellione (senza usare violenza!) che potrà consentire anche ai nostri discendenti di ammirare, strabiliati, il solstizio invernale tra i megaliti di Stonehenge” (p. LVIII).

Nell’immagine: i megaliti di Stonehenge


Quella politica e quei governanti che pascolano nelle contraddizioni

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Diciamocela tutta: a chi ci governa, ai politici che ci dicono come dobbiamo pensare e comportarci, minacciando spesso una sorta di ricatto (altrimenti ti toglieremo questo, non ti daremo quest’altro) che poi estorceranno comunque, in realtà non importa molto che ci siano altri che li contraddicono (che manifestano). Si può invece essere sicuri che si infastidiscono quando si riesce a dimostrar loro, benché indirettamente, che sono essi stessi a contraddirsi. Si manifestano, anzi, come la contraddizione in persona.

Prendiamo gli ultimi dati che riguardano il prodotto interno lordo o, per semplificare, la crescita economica svizzera (se ne è già parlato in questa sede in alcuni interventi del professor Sergio Rossi). Un poco si gioisce e quasi ci si vanta perché, nonostante tutto e nonostante il clima internazionale, si riesce ancora a crescere di qualcosa, oltre le previsioni. Non è che quelle piccole percentuali che si muovono attorno allo zero-più dicano un gran che al cittadino comune. Se ne descrivono allora i motivi. E sono sostanzialmente due: i consumi privati che hanno tenuto (sono persino aumentati); le spese dello Stato che hanno riattivato e incrementato.

Perché si vanta una crescita economica?

Se ci addentriamo appena appena in quei due motivi, osserviamo che significano: primo, che il potere d’acquisto, nonostante l’inflazione ritornata, ha ancora retto e mantenuto e persino accresciuta la domanda; secondo, che la spesa o gli investimenti dello Stato, nonostante squilibri, ricorso al credito, indebitamento (o contabilità a partita semplice: entrate / uscite, che è poi la contabilità tutta volta al passato e non al futuro, com’è perlomeno la contabilità a partita doppia), ci sono stati, con incremento della domanda (di beni) e offerta (di lavoro). 

Ma non solo: sia un fattore (consumo) che l’altro (spesa pubblica) sono stati essenziali, determinanti in quella percentuale di crescita economica che c’è stata, supplendo tra l’altro (specie lo Stato) ai minori investimenti operati dalle aziende e quindi dall’economia privata (proprio quella che, paradossalmente, pretende sempre rigidi bilanci statali, per il terrore delle tasse, ma anche più incentivi o sgravi quando la situazione economica stagna).

Una triste presa in giro

Ed è appunto qui che, a danno di tutti, si contraddicono i governi (federale e cantonale) e i politici (quelli che ora dettano l’agenda politica). Perché da un lato mozzano la testa al potere d’acquisto e quindi alla domanda interna, al consumo (non promovendo una corretta giustizia salariale, non riconoscendo l’indicizzazione dei salari al carovita o altri interventi di ridistribuzione dei redditi o, fiscalmente, della ricchezza), incentivano la povertà (reddito insufficiente) e creano la necessità di ricorso all’assistenza sociale. D’altro lato limitano, persino in settori cruciali, il classico effetto moltiplicatore della spesa o degli investimenti pubblici (ed è emblematico che nel Ticino, sempre altamente dipendente dal mattone, i primi a lamentarsene siano gli impresari costruttori). Non sembra allora, tutto questo, una triste presa in giro o la suprema contraddizione di ciò che si finge di essere e volere per motivi di bottega partitica?

Non c’è crescita senza protezione sociale

Alle volte si sente sostenere (dai neoliberisti): non ci può essere protezione sociale senza crescita economica. È vero il contrario. Non ha senso ed è contradditorio cercare di legare tra loro crescita e sicurezza sociale, con la ghigliottina del bilancio e la scelta, comoda e ritenuta pressoché ovvia, di corrodere i diritti sociali per mantenere il sistema nella traiettoria della rigidità finanziaria o della parità di bilancio, decretata come una sentenza di vita o di morte.

Innanzitutto perché, per paradossale che possa sembrare, la protezione sociale è indissociabile dal modello economico da cui è scaturita: essa, bene o male, è un prodotto della società produttivistica, resasi necessaria nell’interesse proprio per i rischi ch’essa comporta (disoccupazione, infortuni, malattie professionali, coesione sociale ecc.) e perché essa ha pure  contribuito largamente a consolidare gli stessi obiettivi di efficienza e di stabilità che vuole l’economia (e che, è vero, condizionano d’altronde il suo finanziamento).

In secondo luogo, perché anche la protezione sociale è direttamene collegata ai rischi ambientali e alle ineguaglianze che si creano, sia dal punto di vista socioeconomico, sia dal punto di vista della salute: come infatti non collegare queste ineguaglianze all’ambizione di una “esistenza decente” e (come ha scritto qui qualcuno) alla lotta contro una distinzione ingiustificabile e inaccettabile delle classi?

È quindi giusto e opportuno non lasciar pascolare governanti e politici nelle loro contraddizioni.


“Il Ticino merita la solidarietà della Confederazione”

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Il Capo del Dipartimento Istituzioni Norman Gobbi sembra stia cercando alleati in Romandia per trovare modo di creare un fronte comune contro il Consiglio Federale, che vuole riversare sui cantoni, a nome del ribilanciamento delle finanze federali, milioni di costi per la gestione di richiedenti d’asilo e rifugiati. 

Malgrado le visite di due Consiglieri federali a Chiasso negli ultimi mesi, vien da pensare che per Gobbi la situazione particolare del Ticino non sia capita o non sia presa sufficientemente in considerazione a livello federale. Ecco dunque che ieri è apparsa, sul quotidiano losannese “Le Temps” una lettera del Consigliere di Stato ticinese rivolta esplicitamente ai “compatrioti romandi”. Una forma piuttosto particolare, non proprio usuale, vien da dire, per battere il chiodo sulla questione (certamente delicata e complessa) della gestione del dossier migrazione.

Una modalità, fra l’altro, che Gobbi adotta parlando quasi a titolo personale, non richiamandosi mai ad una strategia condivisa con gli altri membri del Governo, ma solo a quanto finora da lui sperimentato in qualità di membro della Conferenza delle direttrici e dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia.

Nella lettera, sembrerebbe potersi ravvisare un segnale, se non di disperazione, di scarsissima fiducia nelle possibilità di ottenere ascolto per le vie tradizionali del confronto e della concertazione intercantonale e federale. Anche qui, forse, ancora una volta, la politica federale non pare sensibilissima verso le “specificità” ticinesi; oppure la delegazione politica ticinese non sa porsi, a Berna, con la necessaria autorevolezza nel richiamare l’urgenza particolare della questione nel nostro Cantone. 

Resta il fatto che siamo al punto in cui un Consigliere di Stato si rivolge attraverso un giornale al pubblico d’oltre Gottardo (anzi, a quello specificamente romando, e ci sarebbe da chiedersene il motivo) “parlando a nuora perché suocera intenda”. Ci pare dunque interessante, senza entrare nel merito di quella che Gobbi vorrebbe adottare in Ticino come “strategia” nei confronti di richiedenti asilo e rifugiati, proporre qui la lettera in questione in versione italiana a cura della redazione [red].


Cari compatrioti romandi,

in un momento segnato da tante incertezze geopolitiche, dal ritorno della guerra nel nostro continente e da flussi migratori sempre più consistenti e incontrollati, il motto iscritto sotto la nostra cupola federale assume tutto il suo significato: “Unus pro omnibus, omnes pro uno”, ossia “Uno per tutti, tutti per uno”. 

Vi scrivo non solo come “Compagnon d’honneur” della Confraternita bacchica “du Guillon”, un’onorificenza vodese di cui sono fiero e grato, ma prima di tutto come Confederato e come membro del Governo ticinese. 

Come sapete, il Ticino è uno dei cantoni più colpiti dalle conseguenze dei flussi migratori internazionali. Lo è stato storicamente e lo è ancora oggi. Senza andare troppo indietro nel tempo, penso alla crisi dei Balcani negli anni ’90 e al grande afflusso di migranti nel 2015-2016. Per la sua posizione geografica di porta meridionale della Svizzera, il Ticino ha esperienza e competenza nella gestione delle emergenze migratorie. 

Tuttavia, le conseguenze negative, sia in termini di costi che di peggioramento della qualità di vita dei nostri residenti, rischiano nel tempo di minare lo spirito di accoglienza che da sempre caratterizza i ticinesi. Permettetemi di illustrare il mio punto di vista con alcuni fatti e cifre. Primo: da almeno un anno, oltre il 50% degli stranieri clandestini (con punte di oltre il 75% per alcuni mesi) è entrato in Svizzera attraverso il confine del Mendrisiotto. 

Secondo: quando nel febbraio 2022 è scoppiata la guerra in Ucraina, il Ticino è stato pienamente coinvolto dalle autorità migratorie svizzere, accogliendo, in proporzione, più rifugiati di quanti ne siano stati ripartiti in altri Cantoni. 

In terzo luogo, nel Mendrisiotto la Segreteria di Stato per la migrazione (SEM) dispone di centri di registrazione per richiedenti asilo che negli ultimi mesi hanno registrato il tutto esaurito. La situazione è aggravata dal crescente numero di minori (più o meno) non accompagnati. La prossima apertura del nuovo centro di accoglienza di Pasture, situato nei comuni di Balerna e Novazzano, migliorerà certamente le condizioni dei migranti, ma non risolverà alcune delle conseguenze negative della loro presenza sul territorio. 

In quarto luogo, oltre ai “tradizionali” richiedenti asilo provenienti dal sud e dall’est del bacino del Mediterraneo, negli ultimi due anni si è assistito all’arrivo di persone provenienti dall’Ucraina, alle quali è stato riconosciuto lo status di protezione S. Questo aumento non solo ha un impatto sui costi, ma anche sulle preoccupazioni e i possibili attriti con la popolazione locale. 

Di fronte a questa situazione oggettiva, il Ticino si è sempre assunto pienamente le proprie responsabilità, collaborando con la SEM sia nel settore dell’accoglienza che sul fronte della sicurezza. Ma abbiamo anche avanzato richieste specifiche che non sempre sono state accolte. 

In particolare, da oltre dodici anni chiedo l’introduzione di misure disciplinari per gli immigrati recalcitranti.

Solo dopo troppi anni è pronta la modifica della legge federale sull’asilo. La legge introdurrà misure più severe per coloro che causano problemi nei centri federali e al di fuori di essi. Questo è un esempio della mancanza di strategia e pianificazione del governo federale nella gestione delle situazioni di emergenza. Il Cantone di Neuchâtel sta subendo la stessa sorte con il centro federale per richiedenti asilo di Boudry. Può contare sulla nostra piena solidarietà e comprensione. 

Ma oggi non è più solo una questione di ordine pubblico o di capacità di accoglienza. La questione è diventata finanziaria. La consigliera federale Karin Keller-Sutter e il Consiglio federale hanno inserito il settore dell’asilo tra le aree in cui è possibile risparmiare, nell’ambito della loro azione di contenimento dei costi. Si tratta di una pessima idea. Prevede una riduzione degli aiuti versati ai Cantoni per il loro contributo alla politica federale in materia di asilo. Un approccio inaccettabile! 

La recente richiesta della SEM di distribuire un credito di 57 milioni di franchi per la costruzione di alloggi temporanei straordinari, che non è altro che riproporre un intervento già respinto dalle Camere federali, è già stata rispedita al mittente dalla Conferenza dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia (CCDGP). 

A tal fine, mi impegnerò affinché si possa raggiungere un consenso in seno alla CCDGP per mantenere e intensificare la legittima pressione esercitata dai Cantoni sul Consiglio federale e sul nuovo capo del Dipartimento federale di giustizia e polizia Beat Jans. Non si può risolvere un’emergenza con dei tagli di bilancio. 

Come ho detto, il Ticino è uno dei cantoni più esposti in materia di asilo. Si dimostra solidale e beneficia anche della solidarietà intercantonale per condividere l’onere. La credibilità della politica svizzera in materia di asilo dipende anche dall’unità d’azione: si tratta di applicare le leggi e non abbandonare a sé stessi i Cantoni che più di altri contribuiscono alla gestione della migrazione. Nel caso del Ticino, in particolare, dobbiamo accettare le conseguenze negative della presenza sul nostro territorio di stranieri illegali e richiedenti asilo recalcitranti. Questo ha un costo finanziario, per non parlare delle questioni di sicurezza e di ordine pubblico. 

Il Ticino merita la solidarietà della Confederazione. Il mio Cantone, come sapete, è una terra accogliente e di eccezionale bellezza, ma è anche “vittima” della sua posizione geografica sulle principali rotte migratorie. Il Ticino ha dimostrato di saper essere solidale con il resto del Paese e con i migranti. È anche grato al resto del Paese per il suo sostegno. Ma se ai problemi di capacità ricettiva e di sicurezza si aggiungono i tagli di bilancio, è questa solidarietà confederale ad essere messa in pericolo. 

Un saluto confederale! 


L’ultimo miracolo di Alexey Navalny: mostrare al mondo l’altra Russia

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Di Anna Zafesova, La Stampa

«Putin assassino». «No alla guerra». «Ucraini brava gente». «Abbasso lo zar». «Riportate i soldati a casa». Chiuso nella bara, Alexey Navalny è riuscito nel suo ultimo miracolo: mostrare al mondo l’altra Russia, quella che dice il contrario di quello che afferma Putin, quella fuorilegge, quella che non si vede e che molti credevano non esistesse più. Sembra una rivincita, amara e tardiva, forse l’ultima, ma trionfale, e migliaia di persone che sfidano la polizia, le telecamere con riconoscimento facciale, le transenne e i megafoni, che si sono portate negli zaini tutto l’occorrente per la prima notte in cella come consigliato da gruppi di attivisti e siti indipendenti, marciano come se fossero cittadini liberi. I funerali di un uomo morto dietro le sbarre diventano un momento di libertà, in cui la paura fa un passo indietro, e molti scandiscono i mantra di Navalny «l’amore è più forte della paura», e «la Russia sarà libera», anche se visto dal fango della tangenziale di Maryino appare un sogno impossibile. 

C’è un contrasto atroce tra la scenografia di un funerale di periferia – i casermoni prefabbricati sovietici, avvolti nel grigiore di quello che nonostante il calendario si chiamerà ancora a lungo inverno, le transenne lungo i vialoni coperti di cumuli di neve sporca, la chiesetta di quartiere con una messa frettolosa per i parenti, i ceri stretti in pugno e i foulard che scendono sulla fronte delle donne – e il cordoglio di milioni di click online, di centinaia di migliaia di persone che seguono lo streaming della processione, dei messaggi di governi e organizzazioni internazionali, della orchestra sinfonica di Londra che dedica a Navalny la Quarta di Shostakovich, e del parlamento europeo che applaude la vedova Yulia. I media della propaganda statale russa pubblicano le fotografie dei diplomatici occidentali che hanno partecipato alle esequie, e anche le targhe delle loro auto, bene in vista, come a dire che Navalny era un russo estraneo alla Russia, che era amato più dagli stranieri, che Putin solo il giorno prima aveva chiamato «nemici» dalla tribuna del parlamento. Ma a guardare i volti di quelli che camminano dietro al catafalco, che lanciano i fiori, accendono le candele, composti, disciplinati, addolorati, ma pieni di dignità, il mito dei navalniani come un gruppo di ragazzi moscoviti sparisce. È una folla senza leader – i capi del movimento sono al sicuro all’estero oppure in carcere, e uno degli slogan scanditi è «libertà ai detenuti politici» – che però si organizza e si fa coraggio, e sono numerosi i volti non più giovani, e i giubbotti dozzinali, e mazzi di rose e garofani da pochi soldi. I fioristi di tutto il quartiere di Maryino sono stati svuotati, e la coda di quelli che vogliono entrare in chiesa e poi al cimitero si misura in chilometri. 

Il martirio di Navalny, che aveva vissuto, messo su famiglia e lanciato la sua sfida al Cremlino proprio da questi casermoni, attingendo dalle sue radici di periferia la rabbia e la legittimazione per denunciare la cleptocrazia, segna il finale di una storia umana e politica che sembra scritta per i manuali e per Hollywood. Il suo funerale è il rito finale che chiude un’epoca. Doveva essere la sepoltura anche della speranza di un cambiamento pacifico, di una democrazia che si conquista in piazza e nelle urne. Non è successo, forse non accadrà mai, e il popolo di Navalny che ieri ha sfilato probabilmente per l’ultima volta lo sa. Già il fatto che Yulia Navalnaya e i figli Dasha e Zakhar non sono venuti a dare l’ultimo addio al padre e al marito dimostra che il Cremlino non ha voluto offrire nessuna garanzia di incolumità alla vedova del politico. Migliaia dei manifestanti degli anni scorsi sono fuggiti all’estero, altri, tantissimi, non osano unirsi al corteo per paura, e quelli che sono venuti si vedono respinti, bloccati dalle transenne, tagliati fuori dal corteo, perché il regime non ha osato seppellire il dissidente di nascosto in un carcere siberiano, ma non ha voluto permettere che le sue esequie si trasformassero in una manifestazione di protesta come era stato nel 1989 con Andrey Sakharov. 

Doveva essere una fine dell’opposizione, questo funerale così modesto e blindato, ma diventa all’improvviso la promessa di un nuovo inizio, non solo nella musica di Terminator-2 che accompagna la discesa della bara nella tomba e ricorda il mitico “I’ll be back”, tornerò, pronunciato da Schwarzenegger. Chi è venuto al cimitero di Borisovo lo ha fatto perché non poteva non esserci, perché aveva bisogno di testimoniare, per raccontarlo un giorno. Mentre il presidente russo minaccia compiaciuto di lanciare bombe atomiche sull’Europa, gli orfani di Navalny dicono, urlano e piangono parole oggi proibite, dalle quali non potrà non ripartire – se e quando ci sarà – la meravigliosa Russia del futuro: no alla guerra, no alla dittatura.

Nell’immagine: la coda chilometrica ai funerali di Navalny


Navalny

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Donna, vita e libertà

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Nel giorno in cui in Iran oltre 60 milioni di persone sono chiamate alle urne per il rinnovo del Parlamento è giunta la sentenza che condanna Shervin Hajiapour a 3 anni e 8 mesi di detenzione per “propaganda contro il sistema e incitamento alla rivolta”. Se ben ricordate Shervin compose, cantò e postò sul suo profilo Instagram la canzone “Baraye” che  in 48 ore, prima di venir cancellata, raccolse oltre 40 milioni di visualizzazioni nel mondo intero. Shervin la scrisse dopo la morte della giovane Mahsa Amina, arrestata e percossa dalla polizia morale iraniana in quanto si rifiutò di indossare l’ Hijab obbligatorio. La canzone oltre ad esser diventata l’inno delle rivolte è colonna sonora del movimento “Donna, Vita Libertà”. Canzone premiata e cantata ovunque nel mondo.

Baraye (Per)

Per ballare nei vicoli
Per il terrore quando ci si bacia
Per mia sorella, tua sorella, le nostre sorelle
Per cambiare le menti arrugginite
Per la vergogna della povertà
Per il rimpianto di vivere una vita ordinaria
Per i bambini che si tuffano nei cassonetti e i loro desideri
Per questa economia dittatoriale
Per l’aria inquinata
Per Valiasr e i suoi alberi consumati
Per Pirooz e la possibilità della sua estinzione
Per gli innocenti cani illegali
Per le lacrime inarrestabili
Per la scena di ripetere questo momento
Per i volti sorridenti
Per gli studenti e il loro futuro
Per questo paradiso forzato
Per gli studenti d’élite imprigionati
Per i ragazzi afghani
Per tutti questi “per” che non sono ripetibili
Per tutti questi slogan senza senso
Per il crollo di edifici finti
Per la sensazione di pace
Per il sole dopo queste lunghe notti
Per le pillole contro l’ansia e l’insonnia
Per gli uomini, la patria, la prosperità
Per la ragazza che avrebbe voluto essere un ragazzo
Per le donne, la vita, la libertà
Per la libertà
Per la libertà
Per la libertà

Nell’immagine: un fotogramma del video