Sesto diario della crisi

Lotta di classe in America – Il rifiuto del modello di lavoro e l’urgenza di salvare l’ambiente, stanno imprimendo dei cambiamenti profondi nella società, rivoluzionando la scala di valori di sistema 

La settimana scorsa (4 ottobre) hanno scioperato per tre giorni i 75 mila operatori sanitari della Kaiser Permanente, la più importante azienda privata senza scopo di lucro del settore. È stato il più grande sciopero sanitario della storia degli Stati Uniti. È l’ultimo di una serie impressionante di scioperi che stanno scuotendo il mondo del lavoro americano. Se le luci della scena erano state occupate dallo sciopero dell’industria cinematografica a stelle e strisce, nell’ombra altre centinaia di migliaia di lavoratori hanno incrociato le braccia negli ambiti più disparati. I baristi di Starbucks, il personale alberghiero della California, gli assistenti di volo, i portuali della West Coast, solo per citarne alcuni. L’altra novità è che i lavoratori vincono. Esemplare il caso dei 340 mila corrieri di Ups. Gli è bastato minacciare uno sciopero che sarebbe costato all’azienda sette miliardi di dollari e le loro rivendicazioni sono state accettate”(1). E da mezzogiorno del 14 settembre sono in sciopero gli operai delle Big Three dell’industria automobilistica americana, Ford, General Motors e Stellantis.(2)

L’ondata di scioperi negli Stati Uniti è la somma di fattori contingenti e di lungo periodo(3). Il Covid, l’apparizione dei “lavoratori essenziali”(4), il rilancio economico post pandemico impresso dalle misure statali miliardarie, il pieno impiego e il fenomeno delle grandi dimissioni sono fattori contingenti che hanno rafforzato il potere contrattuale degli operai. Non vanno inoltre dimenticate le prestazioni sociali poste in essere durante la pandemia da Trump e da Biden. Grazie a queste, molti working poor hanno ottenuto temporaneamente redditi superiori ai loro salari. 

Le ragioni di lungo periodo risiedono invece nella crescente diseguaglianza degli ultimi quarant’anni. Tra il 1979 e 2022, il reddito dell’uno per cento più ricco degli Stati Uniti è cresciuto del 145%, mentre quello del novanta percento della popolazione solo del 16%. La combinazione dei fattori congiunturali e di lungo termine spiega l’esplosione della conflittualità sui posti di lavoro che sta rafforzando i sindacati americani(5). C’è chi si inquieta, naturalmente. Ma l’economista Robert Reich li ha rassicurati, spiegando loro che furono gli scioperi degli anni Trenta-Quaranta a far nascere la classe media americana, fino ad allora quasi inesistente. La lotta della classe operaia dentro e contro il capitale del primo Novecento, generò dei progressi per l’intera società, realizzatisi materialmente nei “gloriosi trent’anni” del Dopoguerra. Negli ultimi tre decenni di neoliberismo, invece, la classe media, non solo americana, è andata prosciugandosi, scomparendo. 

Questa ondata di scioperi, che nel 2022 ha conosciuto un notevole incremento sia nel numero che nei partecipanti agli scioperi(6), può segnare l’inizio di una nuova epoca storica? Non è così scontato. Secondo Heidi Shierholz, presidente dell’Economic Policy Institute(7), oltre al ritorno del protagonismo della classe operaia, altri fattori sono necessari. Negli Stati Uniti del 1935, con Franklin D. Roosevelt alla presidenza, fu promulgato il Wagner Act, una legge che promuoveva la contrattazione collettiva e la libertà di associazione sindacale, con forti tutele contro le discriminazioni razziali, incoraggiando al contempo investimenti pubblici importanti. Oggi, con l’Inflation Reduction Act promosso dall’amministrazione Biden volto a definire la nuova politica industriale “verde” americana, si assiste a un ritorno alle politiche Keynesiane d’intervento statale sperimentate durante la Grande Depressione. Però, secondo Heidi Shierholz, a far difetto rispetto agli anni Trenta del secolo scorso è il contesto legislativo sul lavoro negli Stati Uniti, uscito fortemente indebolito dal trentennio neoliberista. La Legge sul lavoro è oggi così debole che per la maggior parte delle imprese l’attività anti-sindacale (union-busting) rappresenta un mero costo, peraltro non molto elevato, della normale attività d’impresa. Gli ostacoli che gli operai devono superare per sindacalizzarsi e assicurarsi un primo contratto sono colossali. Nella versione finale dell’Inflation Reduction Act, che inizialmente, a livello della House of Representatives, doveva essere fortemente pro-union, il sostegno ai lavoratori “sindacalizzati” ha lasciato il posto a quella dei lavoratori “domestici”.  E questo non solo per volere del senatore del West Virginia Joe Manchin, rappresentante della destra democratica, ma anche su pressione delle multinazionali straniere che vogliono usare il Sud degli Stati Uniti – dove vogliono creare molti nuovi posti di lavoro per la produzione delle auto elettriche – come la loro propria Cina personale (grazie a standard del lavoro e ambientali che in questi Stati sono decisamente inferiori)(8). Insomma, c’è bisogno di una spinta legislativa che possa garantire la continuità delle mobilitazioni operaie in corso. 

Segnali in tal senso purtroppo non s’intravvedono, né coi Democratici e men che meno coi Repubblicani. Questo spiega la sceneggiata del presidente operaio Biden, andato nel Michigan il 26 settembre a picchettare con gli operai della United Auto Workers (primo presidente americano, a memoria degli storici) contro l’ex presidente populista Trump, che il giorno dopo, invitato dal management di una fabbrica di componenti dell’auto non-sindacalizzata (Drake Enterprises di Clinton Township), rivolgendosi agli operai ha detto che Biden “Vuole solo prendersi i vostri posti di lavoro e darli alla Cina. L’unica cosa utile che dovrebbe fare è cancellare le regole a favore delle auto elettriche”. Biden, infatti, da una parte sostiene le rivendicazioni del sindacato UAW, ma dall’altra è all’origine dell’Inflation Reduction Act, ossia della transizione verso la produzione delle auto elettriche, che secondo alcuni analisti potrebbe comportare la perdita di qualcosa come il 40% dei posti di lavoro del settore automotive, oltretutto, come detto, senza la garanzia legislativa che la creazione di nuovi posti di lavoro sia sotto tutela sindacale.

Il problema della transizione verde nell’industria automobilistica si pone anche a livello di concorrenza cinese, dalla tecnologia molto avanzata in questo campo. Riducendo ai minimi termini, si mettono in concorrenza gli operai americani o europei con quelli cinesi, favorendo infine il populismo di qualsiasi tipo esso sia. Alcuni economisti suggeriscono che convenga ragionare in termini di standard di qualità per contrastare la produzione di auto elettriche altamente dannosa per l’ambiente e i lavoratori, introducendo delle tariffe all’importazione mirate su questi nuovi standard(9). Anche in questo caso si evidenzia la necessità di legare i processi di sindacalizzazione al processo legislativo per tutelare il mondo del lavoro e l’ambiente. Altrimenti, questa ondata di scioperi negli Stati Uniti rischia di durare il tempo di un’estate. 

“Il gioco sta tutto qua, e potrebbe decidere il prossimo inquilino della Casa Bianca, perché nel 2020 Biden aveva ottenuto il 56% dei voti degli iscritti ai sindacati contro il 42% di Trump. Deve assolutamente conservare questi margini per essere rieletto, ma mentre l’AFL-CIO lo ha appoggiato, UAW ancora no”(10). Insomma, per evitare di fare la fine dell’asino di Buridano, per dirla con Guido Moltedo, ha dovuto metterci la faccia, anche se sperava di risolvere la crisi con un negoziato dietro le quinte condotto dalla segretaria al Lavoro Gene Sperling, come aveva già fatto per ferrovieri e portuali. Il leader della UAW, Shawn Fain, ha però detto no: Hic Rodhus, hic salta, dimostraci ciò che affermi, qua e adesso.

In ogni caso, gli scioperi alla Ford, la General Motor e Stellantis, assumono una valenza particolare. Le rivendicazioni sindacali sono un aumento dei salari del 40% nei prossimi quattro anni e il passaggio alla settimana corta di quattro giorni. Nel 1926 fu la Ford a introdurre la settimana di cinque giorni, un modello che poi si estese all’intero mondo occidentale. Se gli operai americani dell’industria automobilistica dovessero vincere su questo fronte, il loro esempio potrebbe dare un forte impulso alla rivendicazione della settimana corta su scala internazionale. 

Ci sono delle possibilità di riuscita? Vedremo. Al momento è interessante osservare la tattica di lotta adottata. Si tratta di uno sciopero a singhiozzo, chiamato “stand up strike”, praticato per la prima volta negli stabilimenti della GM a Flint (Michigan) nel 1936.  Scioperano alcuni settori mentre altri proseguono a lavorare, seppur con grande difficoltà, (tipo serrate improvvise). È una tattica molto efficace poiché mette in crisi il modello produttivo dominante in un settore, come quello automobilistico, molto interconnesso e basato sul “just in time”, rendendo impossibile programmare la produzione in assenza di certezza delle forniture nel breve termine. Permette anche di far durare più a lungo il fondo scioperi di 825 milioni di dollari della UAW, che copre in parte i salari degli operai in sciopero (500 dollari per 13 mila operai in sciopero nel corso di una settimana, piuttosto che per tutti i 146 mila membri della UAW negli stabilimenti di Detroit)(11).

La pandemia ha impresso una svolta di cui si cominciano a vedere gli effetti(12). La lotta di classe in corso negli Stati Uniti svela il collasso del modello di organizzazione del lavoro post-fordista consumatosi negli ultimi trent’anni, chiamato oggi a fare i conti con la crisi esistenziale del lavoro. Alla favola del dedicarsi totalmente al lavoro per avere un futuro radioso, ormai nessuno crede più. Se a questo aggiungiamo la disastrosa crisi climatica, il futuro appare a dir poco opaco. Il rifiuto del modello di lavoro e l’urgenza di salvare l’ambiente, stanno imprimendo dei cambiamenti profondi nella società, rivoluzionando la scala di valori di sistema(13). 

Contributo pubblicato anche dai siti “Effimera.org” e “Machina”
Nell’immagine: gli operatori sanitari della Kaiser Permanente in sciopero


1 Francesco Bonsaver, “Lotta di classe americana” (conversazione con C. Marazzi), area Unia, 13 ottobre 2023. 

2 Bruno Cartosio, “Lo sciopero antico delle tute blu. In forme nuove”, il manifesto, 17 settembre 2023; Guido Moltedo, “Il vecchio Joe e la sfida delle tute blu”, il manifesto, 19 settembre, 2023.

3 Paolo Mastrolilli, “Il ritorno degli scioperi negli Usa può segnare il duello Biden-Trump”, la Repubblica A&F, 25 settembre 2023.

4 Secondo Dustin Guastella, direttore operativo e rappresentante sindacale della sezione Teamster 623 di Philadelphia, “Quando siamo entrati in lockdown, le aziende e il governo hanno creato una nuova categoria di dipendenti, “il lavoratore essenziale”. Si trattava di lavoratori ritenuti così vitali per il funzionamento dell’economia da non poter essere licenziati o autorizzati a lavorare da casa. Si trattava di infermieri, medici e assistenti sanitari, ma anche operatori sanitari, addetti di Ups, operai di fabbrica, braccianti agricoli, addetti all’industria alimentare, ecc. L’impatto psicologico di essere etichettati come “essenziali” ha fatto presa. I media e molte aziende hanno allestito un grande spettacolo dimostrando che questi lavoratori erano degli “eroi”, con dimostrazioni dal vivo in cui le persone applaudivano letteralmente i lavoratori dalle loro case. Ma quando i lockdown sono stati revocati, questi “lavoratori essenziali” non hanno visto nessuna ricompensa paragonabile al rischio che si erano assunti. Alla Ups, ad esempio, i dirigenti aziendali non hanno offerto né bonus speciali, né indennità di rischio, né aumenti salariali in segno di apprezzamento per tutto il “lavoro essenziale”. Invece, le aziende sono tornate immediatamente allo status quo ante. Questo è stato uno schiaffo in faccia”, intervista di Salvatore Cannavò, il Fatto Quotidiano, 27 settembre 2023.

5 Benjamin Wallace-Wells, “State of the Union”, New Yorker, 9 ottobre, 2023.

6 La School of Industrial and Labor Relations della Cornell University (Ithaca, New York, ha iniziato nel 2021 una rilevazione autonoma di tutti gli scioperi, giudicando insufficienti i dati del Bureau of Labor Statistics. Quest’ultimo, infatti, raccoglie solo i numeri relativi ai grandi scioperi (almeno mille partecipanti, almeno otto ore di sciopero), in base a una decisione che risale ai tempi di Ronald Reagan, quarant’anni fa. In questo modo, un’enorme quantità di informazioni viene tagliata via: basti pensare che il 60% dei salariati del settore privato lavora in imprese con meno di mille addetti. Inoltre, è profondamente cambiata la struttura dei salariati statunitensi, che sempre meno si apprezza inquadrandola nelle rigide categorie tradizionali (agricoltura, industria, servizi, pubblico impiego). Vedi Piermaria Davoli, “Ripresa degli scioperi in USA”, lotta comunista, settembre 2023. Vedi anche Carmelo Caravella, “Negli USA i lavoratori esistono e scioperano”, Centro per la riforma dello Stato (newsletter), 6 ottobre 2023.

7 Vedi “In the US, workers’ rights are moving to centre stage”, Financial Times, 30 settembre/1 ottobre 2023.

8 Rana Foroohar, “US autoworker strike could not be more critical”, Financial Times, 18 settembre 2023.

9 “A better idea would be for the US and Europe to come together and set joint labour and environmental standards on how EVs (Electric Vehicles) are made. This would help avoid a race to the bottom with either China, or each other, and put tariffs on vehicles that don’t adhere to them. Those standards should account for the total carbon load of production – I would want to know, for example, how much coal-powered electricity or forced labour is used to make all clean energy inputs, whether they come from China or elsewhere” (R. Foroohar, cit., vedi nota precedente).

10 Paolo Mastrolilli, “Biden tra gli operai dell’auto in sciopero: ‘Le aziende vanno bene, alzino i salari’”, la Repubblica, 27 settembre 2023.

11 Claire Bushey, Taylor Nicole Rogers, “UAW strike tactics play on supply chain fears”, Financial Times, 21 settembre 2023. Vedi anche Peter Campbell, Claire Bushey, “Dealers fear running out of cars as US strikes continue”, Financial Times, 28 settembre 2023.

12 “Covid, Great resignation e Quite quitting hanno evidenziato come l’approccio al lavoro stia cambiando: meno ore dedicate alla fatica, più alla vita. Inoltre, sullo sfondo c’è l’invasione di robot e intelligenza artificiale, che renderanno gli esseri umani sempre meno indispensabili. Quindi il futuro è accorciare le settimane, per lavorare tutti, senza rinunciare alla retribuzione, perché i sostituti meccanici non percepiscono stipendio. Il gruppo 4 Day Week ha condotto un esperimento a cui hanno partecipato 3 mila dipendenti di 61 aziende. Dopo, 56 aziende hanno deciso di continuare la settimana di quattro giorni, e la maggior parte dei lavoratori ha giurato che non torneranno indietro per nessuna ragione al mondo. Prepariamoci”. Vedi Paolo Mastroilli, “La settimana corta è più vicina, l’idea è lavorare tutti, ma meno”, la Repubblica A&F, 2 ottobre 2023.

13 È questo il significato più profondo del libro di Francesca Coin, Le grandi dimissioni. Il nuovo rifiuto del lavoro e il tempo di riprenderci la vita (Einaudi, Torino, 2023). Si veda anche la bella recensione di Cristina Morini, “Quel sistema tossico che innerva il lavoro consumandoci la vita”, il manifesto, 17 settembre 2023.


Quinto Diario della crisi

Lotta di classe in America – Il rifiuto del modello di lavoro e l’urgenza di salvare l’ambiente, stanno imprimendo dei cambiamenti profondi nella società, rivoluzionando la scala di valori di sistema 

Il superciclo del debito

Intervistato da Eugenio Occorsio sulla crisi cinese (La Repubblica, 19 agosto), l’economista americano Kenneth Rogoff (Harvard) fissa così i termini della questione: “Purtroppo sta verificandosi quanto, con altri economisti come Larry Summers, avevamo immaginato da tempo: il ‘superciclo del debito’, lo stesso che aveva messo in ginocchio gli Stati Uniti nel 2008 e l’Europa nel 2010, ora si abbatte sulla Cina. Le conseguenze possono essere molto dolorose per tutti”. Il premio Nobel Robert Shiller, intervistato sempre da Occorsio il 21 agosto, introduce un altro fattore nella spiegazione della crisi in Cina, per ora circoscritta al settore immobiliare: “A questo punto non rimane che attendere i risultati delle misure d’emergenza approntate a Pechino, compreso il cambio di narrazione. Certo: tutte le crisi mondiali, a partire dalla Grande Depressione del 1929, sono state precedute da fasi di estremo entusiasmo sulle potenzialità infinite di crescita e di innovazione, siano esse le ferrovie o l’intelligenza artificiale. Lo stesso succedeva in Cina. È un comportamento tipico degli esseri umani, non c’è lezione che tenga. Il comune sentire, con le difficoltà di graduare entusiasmo e prudenza, è una componente fondamentale dell’economia, e la Cina ha perso la fiducia”.  

Simone Pieranni, su il manifesto del 20 agosto (“Il vero pericolo per la Cina è un popolo disilluso”), sviluppa ulteriormente questo aspetto: “Dato che i problemi sono sempre gli stessi e che il Pcc ogni volta sembra mettere una pezza alla crisi del momento, bisogna concentrarsi su un terzo aspetto [dopo l’auspicio da parte dell’Occidente di un crollo economico e soprattutto politico, del regime cinese, e dopo il pericolo della deflazione già manifestatosi sul finire degli anni ’90]: che cosa c’è di diverso oggi e perché questa odierna traballante situazione economica potrebbe essere più pericolosa o meno che in passato. E questo aspetto si incrocia con un soggetto che spesso nelle analisi (tutte geopolitiche o finanziarie) si dimentica: il popolo cinese. Nel 2001, così come nel 2011, i cinesi erano spinti dalla crescita e da quello che alla fine consente all’economia di andare bene: erano fiduciosi nel futuro (…). E così è stato fino al periodo pre-Covid. Dopo, per il popolo cinese, è cominciato un periodo strano: il Covid ha abbattuto l’ottimismo, ha instillato il dubbio che forse non tutto sarebbe stato come prima. E così un popolo risparmiatore di suo ha aumentato questa propensione e oggi è chiaro a tutti: i cinesi non spendono in beni per il futuro (come la casa) ma per l’oggi, per l’ora. Aumentano le spese sanitarie, quelle per l’educazione, ma diminuisce la sensazione di poter programmare il proprio futuro”.

Sintetizzando: i giganti dell’immobiliare cinese per decenni hanno costruito a debito, sperando di ripagare i creditori con la vendita degli appartamenti. La ripresa post-pandemia, però, stenta ad ingranare, importazioni e esportazioni sono in calo, si è entrati in deflazione, la disoccupazione giovanile è in forte crescita (“Imparate a mangiare amarezza”, pare abbia detto Xi Jinping ai suoi giovani), aumentano i pignoramenti di immobili e il rischio d’insolvenza dei mutui. Si parla di “zombificazione” del settore immobiliare, cioè il mancato avanzamento dei progetti di costruzione a causa dell’impossibilità di pagare i costi di costruzione (si prevede che per almeno i prossimi due decenni vi sarà una contrazione dell’attività di costruzione, che rappresenta oltre un terzo del Pil cinese). 

Si allunga la lista dei grandi gruppi in difficoltà finanziaria, tanto che il Wall Street Journal, forse incautamente, ha parlato di “momento Lehman”. Sta di fatto che in due giorni, i due colossi immobiliari per antonomasia, Evergrande (entrato in crisi nel 2020-22) e Country Garden, hanno svelato i loro debiti accumulati, anche se il primo ha puntualizzato di aver “solo” chiesto la protezione dei creditori in America tramite il Capitolo 15 (un quarto dei suoi 340 miliardi di “attivi” sono stati venduti a investitori americani). La Zhongrong, un venditore di prodotti finanziari con l’equivalente di 108 miliardi di attivo, traballa, così come diversi altri fondi finanziari nascosti nel settore bancario ombra. Sembra di ricordare quanto successo in Giappone negli anni ’90, con la crisi scoppiata nel settore immobiliare che diede avvio a un lungo periodo di stagnazione e deflazione (definito il “decennio perduto”).

In generale, è il modello di business immobiliare cinese che è entrato in crisi. “Secondo questo modello le società immobiliari o di costruzioni prendevano nuovo debito per finanziare lo sviluppo. Il debito, a sua volta, veniva rimborsato vendendo appartamenti alla classe media [molti costruttori si affidavano ai clienti che pagavano in anticipo prima ancora che il loro appartamento fosse completato]. Lo spazio abitativo medio in Cina era così cresciuto da 7 a quasi 50 metri quadri pro-capite e ha costituito una delle basi del ‘sogno cinese’ promosso da presidente Xi. Ma quando la crisi della classe media ha cominciato a mordere, le vendite di immobili hanno ovviamente rallentato e i debitori non sono più riusciti a ripagare le cedole del debito” (Domenico Siniscalco, “I rischi del dominio cinese”, laRepubblica, 20 agosto). È il superciclo del debito di Rogoff, forse anche il cosiddetto Minsky moment, il crollo improvviso dei valori degli attivi alla fine di un ciclo del credito particolarmente espansivo. La crisi è partita dalla classe media, dissanguata dalle politiche zero-Covid, si è poi propagata al debito eccessivo delle società immobiliari e di costruzioni, e ora retroagisce sulla classe media. 

Come sempre in questi casi, il governo si trova a un bivio. Lasciare fallire Country Garden, ad esempio, potrebbe scatenare un panico più ampio, innescando una catena di default. Tuttavia – sostiene l’Economist – intervenire con un pacchetto di salvataggio metterebbe i funzionari nella condizione di dover effettuare molti altri salvataggi e di sostenere un’industria insostenibile. Per il momento, la Banca centrale cinese, cogliendo tutti di sorpresa, ha abbassato di molto poco (0,10%) il tasso di interesse a un anno (riferimento del credito al consumo), senza però toccare quello a cinque anni (il tasso di riferimento dei prestiti ipotecari), e ha affermato di voler attuare misure di intervento finanziario a sostegno del settore immobiliare solo a partire dal 2024. Il governo ha mandato in venti province squadre di ispettori per esaminare quanto sia grave la situazione del debito delle amministrazioni locali, che proprio dalla vendita dei terreni ai colossi dell’immobiliare avevano fatto una delle voci più importanti delle loro entrate. Insomma, sono ancora poche le misure di stimolo, per il momento sembra prevalere la linea dura contro i responsabili della bolla immobiliare.

Disaccoppiamento?

Ci si chiede quali possano essere le conseguenze di questa crisi sull’economia mondiale. Dal punto di vista della finanza, ci si è affrettati a dire, i rischi di contagio sono limitati o addirittura inesistenti, dato che il settore finanziario cinese è isolato dal resto del mondo. Ad esempio, il renminbi non è convertibile fuori dai confini nazionali e come riserva internazionale conta meno del 3%.E in Cina è vietata la libera circolazione dei capitali. Resta il fatto che i grandi colossi cinesi dell’immobiliare si sono indebitati anche in dollari a Wall Street. Ma, soprattutto, la Cina è un grande (il secondo, dopo il Giappone) acquirente di Treasury Bond americani e dall’inizio del 2023 questi acquisti si sono già ridotti del 12%. “Una crisi conclamata in Cina – sostiene Robert Shiller – non passerebbe inosservata né indolore su tutti i mercati azionari mondiali, così come non lo è stata nessuna delle crisi del passato: dai subprime agli attacchi speculativi contro le tigri asiatiche del 1997, una crisi che tra l’altro per contagio portò al fallimento dei bond russi e al crollo del rublo. In tutto questo non dimentichiamoci che gli investitori cinesi, in massima parte statali, detengono mille miliardi di Treasury Bond americani e consistenti tranche di titoli azionari e obbligazionari di altri Paesi. Ecco, i mercati azionari potrebbero essere la prima vittima se la crisi si aggravasse”.

Sono anche gli effetti sui rapporti di scambio a far paura, in particolare per la Germania (grande esportatore verso la Cina) e, di conseguenza, per paesi come l’Italia, dove la mancata crescita tedesca si propagherebbe rapidamente. Insomma, la crisi cinese potrebbe dare il colpo finale all’Eurozona che secondo alcuni economisti è già di per sé a rischio recessione (come sostiene sul Sole 24 Ore di domenica 20 agosto Isabella Bufacchi, “Dopo la pandemia, guerra e inflazione: Eurozona in autunno a rischio recessione”). Anche se Paul Krugman cerca di relativizzare il possibile impatto della crisi cinese sull’economia statunitense, è un fatto che per Pechino l’America resta il primo partner commerciale, con esportazioni negli Usa per 583,6 miliardi nel 2022 e 179 miliardi di import cinese dall’America (in calo del 14% da inizio anno). Importante, soprattutto sotto il profilo geopolitico, è il rapporto commerciale tra la Cina e la Russia: l’interscambio era aumentato del 27% l’anno scorso, e quest’anno è già cresciuto del 41%.

Paradossalmente, visto che a Jackson Hole, al summit delle tre banche centrali (la Fed, la Bce e la Banca d’Inghilterra), la strategia di lotta contro l’inflazione è rimasta identica a quella decisa a marzo dello scorso anno, con tassi d’interesse elevati fino a riportare l’inflazione al 2% (con effetti pesanti sul costo dei mutui e sul credito alle imprese), la crisi cinese potrebbe perlomeno raffreddare le quotazioni delle materie prime come petrolio e gas. Comunque, un colpo alla crescita globale, che andrebbe rovesciato in critica al paradigma della globalizzazione neoliberista degli ultimi trent’anni. 

In un certo senso questa crisi rappresenta un test della globalizzazione, soprattutto del rapporto conflittuale tra interessi del capitale globale e interessi politici statuali. Da una parte risulta evidente che ci troviamo tutti in un arcipelago complesso e fortemente interconnesso, in cui i tentativi di decoupling, di disaccoppiamento tra Stati Uniti e Cina, avviati da Trump e reiterati da Biden, si sono per ora rivelati poco efficaci, a tratti autolesionisti. Dall’altra parte, in un quadro cinese di minor crescita, con problemi crescenti di governabilità politica interna, si capisce come la Cina stia spostando la strategia di competizione con gli Stati Uniti dall’arena economica a quella politica. Regolazione economica e governabilità politica sono due facce della stessa medaglia, e oggi queste due facce del potere si declinano necessariamente sul piano globale. 

È all’interno di questo quadro contraddittorio, in cui le esigenze del capitale globale confliggono con la ricerca di un’autonomia del politico all’altezza dei conflitti sociali, che vanno lette la riconciliazione protettiva nippo-coreana realizzata dagli USA a Camp David il 20-21agosto (difesa anti-missilistica e accordi di intelligence) e, di contro, la sfida lanciata subito dopo dai paesi del gruppo Brics a Johannesburg sotto l’egida della Cina. Si tratta a tutti gli effetti di un nuovo ordine geopolitico, se è vero che il Brics allargato uscito dal summit consterà di 11 paesi, rappresenterà il 32% del Pil mondiale e il 46% della popolazione del pianeta (il Pil del G7 è prossimo al 44% del Pil mondiale. La Cina oggi vale il 16% dell’economia globale contro il 22% degli Stati Uniti). Quanto basta per rimettere seriamente in discussione istituzioni del vecchio ordine mondiale quali il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e le Nazioni Unite e per procedere sulla via della de-dollarizzazione (qualunque essa sia. Vedi Diario della crisi 2). Proprio quest’anno le esportazioni della Cina verso i paesi in via di sviluppo – rappresentati dai paesi della Belt and Road Initiative – hanno superato le esportazioni verso Stati Uniti, Unione europea e Giappone messi assieme. Attraverso l’indebitamento di una parte importante di questi paesi in via di sviluppo, la Cina è riuscita a “fidelizzarli” politicamente, rafforzando il suo potere di voto all’interno delle più importanti istituzioni internazionali, dall’ONU all’Organizzazione mondiale del commercio.

Contributo pubblicato anche dai siti “Effimera.org” e “Machina”
Nell’immagine: le rigide misure di confinamento della politica cinese “Zero Covid”


1 “No data. No problem. La Cina ha deciso di sospendere la pubblicazione dei dati sulla disoccupazione giovanile dopo mesi di record allarmanti che hanno visto il tasso di disoccupazione dei residenti dei centri urbani nella fascia tra i 16 e i 24 anni raggiungere il 21,3% lo scorso giugno”. Zhang Dandan, professoressa di Economia presso l’Università di Pechino, ha calcolato che includendo i giovani che non stanno studiando, facendo formazione o attivamente cercando lavoro (contando dunque i cosiddetti neet) il livello di disoccupazionetra gli under 24 in Cina arriverebbe al 46,5% (vedi, di Lucrezia Goldin, “Lavoro, casa, auto: per i giovani il sogno cinese è un miraggio”, il manifesto, 19 agosto 2023).

2 Vedi Gianluca Modolo, “La bolla ora spaventa Xi. No ai salvataggi di Stato”, la Repubblica, 

3 Si veda Limes, Il bluff globale, 4/2023, p. 48-49.

4 P. Krugman, “How scary is China’s crisis?”, New York Times, 21 agosto 2027. Pur riconoscendo la gravità della crisi cinese, paragonabile per genesi e caratteristiche alla grande crisi del 2008, Krugman sostiene che l’impatto sull’economia americana dovrebbe essere marginale, vista la scarsa esposizione degli Stati Uniti verso la Cina sia dal punto di vista finanziario che dell’export. Krugman sembra però relativizzare l’esposizione del debito pubblico americano agli effetti della crisi sulla moneta cinese. 

5Sulla natura e la maggiore o minore efficacia delle politiche di decoupling, vedi Fabrizio Maronta (“Cronaca di un decoupling annunciato”, Limes 4/2023, pp. 39-50): “Il carattere esasperatamente transnazionale delle filiere del valore rende sovente difficile fotografare con accuratezza statisticale dinamiche del commercio internazionale. Gli iPhone, esempio banale ma lampante, sono assemblati in gran parte a Zhengzhou, in Cina, poi spediti negli Stati Uniti da Shangai al prezzo di circa 240 dollari l’uno. Il valore aggiunto ascrivibile a Pechino non raggiunge tuttavia i 10 dollari a pezzo, in quanto la Cina assembla componenti prodotte in gran parte da Giappone, Taiwan e Corea del Sud, che insieme fanno oltre il 50% del costo di fabbrica. Quando Washington impone alla Repubblica Popolare dazi su singoli prodotti o categorie merceologiche, finisce dunque per imporli anche ai propri alleati”.  L’anno scorso gli Stati Uniti agirono in modo molto aggressivo per limitare l’abilità cinese di sviluppare intelligenza artificiale per scopi militari, bloccando la vendita dei chips più avanzati alla base dei sistemi di intelligenza artificiale. Ebbene, a un anno di distanza gli ordini di acquisto cinesi dei più sofisticati processori americani sono addirittura aumentati (vedi Richard Waters (San Francisco), Quianer Liu (Hong Kong), “Chinese demand for hobbled AI chip stays buoyant despite US restrictions”, Financial Times, 22 agosto 2023). Sulle difficoltà del decoupling riferite alle catene del valore dei semiconduttori e delle tecnologie dell’energia pulita, vedi Rana Foroohar, “Inconvenient truths about the green transition”, Financial Times, 7 agosto 2023.

6 Oltre ai membri storici, cioè Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, a partire dal primo gennaio 2024 entreranno Argentina, Egitto, Etiopia, Iran Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. Altri 40 paesi sono in lista d’attesa. “I nuovi Brics hanno economie compatibili, desideri politici collimanti, ambizioni geopolitiche convergenti? Neanche per sogno, naturalmente, né il loro accordo è blindato, la campagna acquisti è già iniziata e l’India è corteggiatissima. Un tratto unitario ce l’hanno: si sono irrimediabilmente stancati della supremazia predatoria dell’Occidente democratico, dei paesi che lo guidano (gli Usa), delle istituzioni che ne esercitano le prerogative (il G7, la Banca mondiale, il Fondo monetario). Raramente sono democrazie, praticano le disparità sociali come e meglio di noi, sono robustamente nazionalisti e sviluppisti…” (Roberto Zanini, “Il sud globale si è finalmente stancato di noi”, il manifesto, 25 agosto.Vedi Alec Russell, “The à la carte world: our new geopolitical order”, Financial Times, 22 agosto 2023.

7È utile precisare che, almeno nel breve periodo, non si vuole affatto creare una moneta concorrente con il dollaro. A un tale proposito si oppongono sia l’India sia la Cina, che non vuole aprirsi alla libera circolazione dei capitali. In discussione è invece l’ulteriore allargamento degli accordi swap tra le banche centrali che già permettono il pagamento degli scambi commerciali bilaterali nelle monete locali con una regolazione del saldo (positivo o negativo) ad una determinata scadenza. Questa prassi già molto diffusa permette di aggirare le sanzioni occidentali e riduce sensibilmente il ruolo del dollaro quale moneta di scambio. Infatti, a queste misure si affiancano i forti acquisti di oro, soprattutto di Cina, Russia ed India, che sostituiscono il dollaro nelle riserve delle loro banche centrali. E infatti il ruolo del dollaro, come moneta di riserva, sta leggermente calando anche perché le banche centrali occidentali tendono a preferirgli monete terze come in won sudcoreano e il franco svizzero” (Alfonso Tuor, “È l’ora del Grande sud globale”, Corriere del Ticino, 19 agosto).

8 Vedi James Kynge, “China’s blueprint for global governance”, Financial Times, 23 agosto 2023.


Quarto Diario della crisi

Lotta di classe in America – Il rifiuto del modello di lavoro e l’urgenza di salvare l’ambiente, stanno imprimendo dei cambiamenti profondi nella società, rivoluzionando la scala di valori di sistema 

Gillian Tett, giornalista del Financial Times, ha vissuto in presa diretta alcune delle crisi finanziarie e bancarie più importanti degli ultimi trent’anni, come quella scoppiata in Giappone nel 1997 e 1998, a seguito della bolla immobiliare degli anni ’80, o quella del 2007 e 2008, la crisi finanziaria globale dei subprime e della Lehman Brothers[1]. Facendo tesoro di quelle esperienze, ha analizzato l’ondata di panico che ha incalzato le banche nel corso del mese di marzo, dalla Silicon Valley Bank a Credit Suisse, passando dalla First Republic, mettendo in evidenza una serie di caratteristiche ricorrenti, ma anche di discontinuità significative.

Prima di tutto, sostiene la Tett, ogni crisi bancaria ha a che fare con il concetto di ‘credito’, nel senso latino di credere, avere fiducia, e questo in rapporto a quel concetto di “riserva frazionaria” (fractional banking), emerso nell’Italia medievale e d’inizio Rinascimento, che a tutt’oggi plasma la finanza moderna. Per definizione, la riserva frazionaria è la percentuale dei depositi bancari che la banca è tenuta a detenere sotto forma di contanti o di attività facilmente liquidabili. Ogni depositante deve ‘credere’ che, qualora volesse ritirare i suoi depositi, la banca sia sempre nella condizione di poter onorare la sua richiesta di contanti. Dato che molto raramente tutti i depositanti cercheranno di ritirare i loro soldi nel medesimo momento, questa credenza/fiducia ha una sua pertinenza (altrimenti nessuno depositerebbe i propri soldi nelle banche). La riserva frazionaria funziona benissimo in tempi normali, durante i quali si riciclano fondi in prestiti e titoli con rendimenti più o meno crescenti. Quando però i depositanti intuiscono che il ciclo degli affari sta cambiando segno, incominciano a ritirare il loro denaro – come è accaduto nel 1997, nel 2007/8 e in marzo, e continua ad accadere in aprile e maggio, come nel caso di First Republic e di altre banche regionali americane o della stessa Credit Suisse – e il fractional banking, la riserva frazionaria, finisce con l’implodere. Non ci sono soldi, soprattutto non c’è tempo per racimolarli o chiedendoli alla banca centrale (che però ha gli sportelli aperti solo poche ore al giorno, mentre il mobile banking lavora 24 ore 7 giorni la settimana!), o vendendo i titoli obbligazionari in cui si sono investiti i depositi, che però, a causa dell’aumento dei tassi di interesse, come nel caso di quest’ultima crisi, valgono molto meno del loro valore nominale[2]. È la crisi.

Rispetto alle crisi precedenti, ancora caratterizzate da una relativa opacità riguardo l’accessibilità a informazioni strategiche, quella di marzo si differenzia per la rapidità e la pervasività con la quale l’informazione si diffonde in un mondo digitalizzato[3]. A sua volta, l’informazione just-in-time, accessibile a tutti e ovunque (sul telefonino, sui canali televisivi come CNBC, su YouTube, sui social, sulle piattaforme), alimenta fortemente i rischi di contagio, che nella crisi di marzo ha portato ad esempio al ritiro di 42 miliardi di dollari, cioè ben un quarto dei fondi della SVB, in pochissime ore[4]. Un contagio che – come peraltro è sempre stato nella storia della finanza e delle crisi bancarie – non si è limitato ad una sola banca, ma si è esteso (e continua ad estendersi) alla Signature Bank, alla First Republic fino a investire Credit Suisse. Insomma, i social media e il mobile banking digitale sono ormai dei “game-changer” anche per la finanza. Secondo Sam Altman, direttore della tecnologia di ChatGPT, “The speed of the world has changed, people talk fast, people move money fast”[5].

Crisi da sovrapproduzione digitale

Un’altra caratteristica ricorrente delle crisi bancarie e finanziarie è la confusione tra il sintomo e la causa. Ad esempio, della crisi della Silicon Valley Bank e di Credit Suisse si è detto che i loro problemi erano “idiosincratici”, più semplicemente che erano state gestite da idioti, manager incapaci, ad esempio, di coprirsi (hedge) dai rischi in un periodo di cambiamento radicale come quello iniziato lo scorso anno con il passaggio da una politica monetaria ultra-espansiva a una restrittiva (dal quantitative easing al quantitative tightening). Dato però che sono molte le banche che detengono sostanziali unrecognised losses, cioè perdite contabili su investimenti precedenti che possono trasformarsi in perdite reali da un momento all’altro (ad esempio, negli US, nel settore immobiliare commerciale), oppure hanno livelli elevati di depositi non assicurati (negli USA superiori a 250 mila dollari), ciò vuol dire che i problemi di alcune banche particolarmente mal gestite come SVB o Credit Suisse in realtà sono sintomi di un problema più vasto. Più precisamente: dopo un decennio d’ingegneria finanziaria improntata all’assunzione di rischi molto elevati pur di realizzare profitti (si pensi ai mutui ipotecari erogati negli anni ’80 in Giappone e negli anni precedenti la crisi dei subprime del 2007/08 negli Stati Uniti).

Su questo punto l’analisi andrebbe però approfondita ulteriormente, ricordando marxianamente che ogni crisi capitalistica è sempre, in un qualche modo, una crisi da sovrapproduzione. Di sicuro lo è stata la crisi dei mutui subprime del 2007-08, esito di un’ondata d’investimenti speculativi nel settore immobiliare che fece seguito alla precedente bolla delle Dot-com, con i suoi investimenti speculativi nelle aziende internettiane emergenti tra il 1997 e il 2000 (la bolla scoppiò nel marzo di quell’anno). In entrambi i casi, le banche fecero di tutto per erogare crediti da investire in attivi (aziende high tech o immobili residenziali) con “rendimenti crescenti”, attraversati cioè da aumenti speculativi dei prezzi provocati dall’aumento della domanda drogata appunto dalle agevolazioni bancarie. Fintantoché i prezzi degli attivi crescevano, le banche avevano tutto l’interesse a fare crediti (anche ai famosi ninja, i “no income, no job, no asset”, cioè i poveri in balìa del sogno americano della proprietà privata), e a farne sempre di più con la cartolarizzazione dei crediti ipotecari. Quando però, per saturazione del mercato o, meglio, della domanda, i prezzi degli attivi iniziarono a calare, dall’eccesso di domanda si passò rapidamente a un eccesso di offerta, svelando il surplus di produzione che era venuto maturando nella fase ascendente del ciclo. Per far fronte alla svalorizzazione del capitale investito, le banche furono costrette ad aumentare i tassi d’interesse, aggravando così il debito ipotecario di milioni di cittadini (o di migliaia di aziende, nel caso della bolla Dot-com.)[6].

Non è il caso di ripercorrere gli anni che seguirono la Grande recessione post 2008, con la crisi del debito sovrano che investì paesi come la Grecia, l’Italia, la Spagna, il Portogallo, l’Irlanda, con le politiche austeritarie che furono imposte dalla Troika per salvare il sistema bancario-finanziario, dissanguando i popoli dei cosiddetti “paesi periferici”. Basti ricordare che le politiche monetarie ultra-espansive che furono messe in campo per evitare il collasso del sistema finanziario e monetario (il whatever it takes di Draghi in Europa, il quantitative easing adottato da tutte le banche centrali occidentali), furono di fatto politiche che contribuirono fortemente a promuovere l’accumulazione capitalistica digitale, accelerata dalla crisi pandemica con la proliferazione di sempre nuovi dispositivi tele-tecnici digitali.

L’ipotesi che facciamo, che va certamente sviluppata, è che ci troviamo di fronte ad una crisi da sovrapproduzione digitale che, se da una parte si spiega a partire dagli effetti del rovesciamento delle politiche monetarie, cioè dall’aumento dei tassi d’interesse per combattere l’inflazione da profitti[7], dall’altra rimanda alla saturazione della domanda, non solo perché i redditi reali sono fermi o addirittura decrescono, ma anche e forse soprattutto perché la digitalizzazione ha raggiunto la soglia di assimilazione sociale e umana[8].

Da un rischio all’altro

Un’altra lezione che si può trarre analizzando le ultime crisi bancarie e finanziarie è che investitori e autorità di controllo tendono a concentrarsi sui rischi delle crisi precedenti, mancando totalmente di concentrarsi sui nuovi rischi. Come dice Gillian Tett, “non combattere l’ultima guerra” (Don’t fight the last war). Nei modelli utilizzati, o negli stress test delle banche dopo il 2008, ad esempio, gli scenari contemplavano piccole variazioni dei tassi d’interesse e in nessun caso un aumento importante degli stessi. La crisi del 2008 ha lasciato gli investitori (e le autorità di controllo) ossessionati con i rischi di credito, a causa dei fallimenti diffusi delle ipoteche che portarono alla débacle. Il rischio tassi d’interesse è stato del tutto sottovalutato, probabilmente perché era dal 1994 che non causavano problemi particolari. La stessa cosa è accaduta nel 2008, in cui vi fu una totale sottovalutazione dei mortgage default risk (rischio d’insolvenza dei mutui), e questo perché la crisi del 1998 dell’hedge fund Long-Term Capital Management e la bolla delle Dot-com del 2000 avevano causato perdite ingenti sul fronte dei prestiti alle imprese. Insomma, il passato non sembra essere una buona guida per i rischi futuri.

Lo stesso si può dire a proposito delle regole concepite per risolvere le ultime crisi – regole per creare ‘sicurezza’ – che spesso finiscono col creare nuovi rischi. Basti l’esempio della crisi di marzo, scoppiata col fallimento della Silicon Valley Bank. Il suo tallone d’Achille sono stati i Buoni del tesoro decennali nei quali molte banche avevano investito (incoraggiate, se non forzate dalle stesse autorità di regolazione!) buona parte dei loro depositi[9]. Considerati gli attivi più sicuri e più liquidi in assoluto (con un basso requisito patrimoniale), in realtà si sono rivelati anch’essi vulnerabili ai cambiamenti del contesto monetario, nel senso che quando le banche hanno cercato di venderli, si sono trovate in mano un bel po’ meno del loro valore nominale[10].

Comunismo monetario

Non appena scoppia il panico, quando la ‘riserva frazionaria’ mostra tutta la sua fragilità e inconsistenza, il mantra liberista del libero mercato si dissolve nell’aria come per incanto. L’arroganza dei banchieri si trasforma in patetica genuflessione. L’esperienza storica dimostra che in questi momenti i governi si attivano in tutti i modi per proteggere parte dei depositi, acquistare attivi andati a male, a volte addirittura nazionalizzando intere banche. È quanto è successo negli anni 90’ in Giappone e nel mondo intero durante la crisi finanziaria globale del 2007-08.

Così è successo lo scorso marzo: anche se l’assicurazione dei depositi sui conti della SVB e della Signature copriva solo i primi 250 mila dollari, il governo statunitense li ha protetti tutti (a un costo superiore i 20 miliardi di dollari). In Svizzera, nel piano di salvataggio di Credit Suisse, con la sua acquisizione da parte di UBS (per soli 3,25 miliardi di franchi), si sono protetti (anche se poco) addirittura gli azionisti, imponendo però la cancellazione di 16 miliardi di dollari di obbligazioni (quelle a più alto rischio, le AT1)[11]. Su entrambe le sponde dell’Atlantico, i governi e le banche centrali hanno offerto alle banche linee di liquidità impressionanti (in America, la Fed permette persino che le banche continuino a scambiarsi tra loro Treasury bonds per ottenere contante al loro valore nominale, come se l’aumento dei tassi d’interesse non fosse mai successo).

Questi interventi monetari da parte dello Stato mirano a evitare che il contagio, oggi l’effetto domino digitale, faccia esplodere la regola della ‘riserva frazionaria’, svelando la contraddizione insita nel processo di accumulazione capitalistica tra produzione di valore economico-sociale e creazione-regolazione monetaria. È solo il caso di dire che, per quanto gli interventi pubblici siano riusciti a tamponare alla bell’e meglio la crisi di marzo, la storia insegna che le traiettorie delle crisi finanziarie possono essere lunghe e attraversate da flussi e riflussi. Nella crisi finanziaria globale, ad esempio, Lehman Brothers (settembre 2008) crollò più di un anno dopo i primi segnali della crisi dei mutui subprime (primavera 2007).

La crisi di marzo ha coinvolto soprattutto banche di media dimensione, perlomeno negli Stati Uniti. Ma il dato principale è che questa crisi ha innescato un processo di ulteriore concentrazione del capitale bancario[12]. Negli USA JPMorgan si è presa la First Republic (nel 2008 aveva salvato Bear Stearns e la Washington Mutual), e ormai surclassa di gran lunga le stesse Goldman Sachs, Morgan Stanley e Bank of America[13]. In un paese con un enorme budget federale e una banca centrale con un bilancio altrettanto enorme, operazioni di consolidamento di questo genere, per quanto sempre pericolose, ci possono stare. Il problema è che la tendenza al big banking approfondisce l’asimmetria con i paesi economicamente più piccoli, come la Svizzera, dove UBS, in seguito al tracollo in borsa del Credit Suisse, ha comprato il suo rivale storico, un salvataggio molto costoso per la Confederazione e la Banca nazionale che sicuramente avrà “effetti collaterali” sull’intero sistema finanziario[14]. Di fatto, ora il patrimonio di UBS sarà circa il doppio del Pil nazionale, ciò che rende la nuova banca decisamente troppo grande per fallire. Come è stato scritto, “big finance works only for big players”.

Non a caso lo storico dell’economia Harold James, professore alla Princeton University, riflettendo sull’acquisto di Credit Suisse da parte di UBS, ha ricordato l’operazione di salvataggio da parte di Creditanstalt, fortemente voluta dal governo austriaco nel 1929, della fallimentare Bodencreditanstalt (seconda banca per grandezza, dopo Creditanstalt)[15]. Meno di due anni dopo, fu la stessa Creditanstalt a fallire, innescando un processo a catena che fece collassare il sistema bancario tedesco, con conseguente panico nei maggiori centri della finanza mondiale, da Londra a New York.

Secondo James, quando un istituto finanziario ne rileva un altro, non si sa mai veramente cosa è nascosto nei bilanci. In una fase di instabilità finanziaria come questa, per depositanti, creditori e azionisti “nervosi” è molto facile sospettare che il marcio inquini l’intera operazione. Nel caso di Credit Suisse, il sospetto è che nelle pieghe del bilancio si annidino miliardi in derivati ad alto rischio. Inoltre, banche molto grandi diventano una minaccia impossibile se risiedono in paesi piccoli. Nel 1931, il salvataggio di Creditanstalt richiese enormi fondi pubblici, con conseguente crisi fiscale e, poi, crisi valutaria. Nel 2008, per paesi come l’Irlanda e l’Islanda, la crisi di banche sovradimensionate comportò l’intervento doloroso del FMI.

Il passaggio dal quantitative easing al quantitative tightening, dalla politica monetaria espansiva a quella restrittiva, ha distorto in profondità il mondo finanziario, per cui è molto probabile che nei prossimi mesi assisteremo ad una catena di reazioni dagli esiti imprevedibili. Occhio alla lotta politica attorno al tetto del debito pubblico americano, potrebbe essere la classica goccia che fa traboccare il vaso[16].

Contributo pubblicato anche dai siti “Effimera.org” e “Machina”


Note

[1] Gillian Tett, “What I learned from three bank crises”, in Financial Times Life&Arts, 8/9 aprile 2023.

[2] Si veda, a proposito della correlazione inversa tra rendimenti e prezzo delle obbligazioni come i titoli del Tesoro, il nostro Diario della crisi precedente. Sempre di Gillian Tett, si veda: “Wake up to the danger of digital bank runs”, in Financial Times, 21 aprile 2023.

[3] A maggior ragione quando i depositanti di una banca come la SVB sono degli startupper di tecnologie digitali.

[4] Nel solo primo trimestre di quest’anno, alla First Republic c’è stato un deflusso di depositi pari a 100 miliardi di dollari.

[5] Mark Vandervelde, Antoine Gara, Joshua Franklin, Colby Smith e Tabby Kinder, “SVB: the multiple warning signs that were missed”, in Financial Times, 25 aprile 2023.

[6] E, specie nel caso della crisi del 2007-08, non si trattò affatto di una crisi circoscritta agli Stati Uniti, dato che le banche occidentali avevano fatto incetta di quei titoli cartolarizzati (i “titoli tossici”) che sembravano rendere non poco. Un esempio per tutte, la UBS che nel settembre del 2008 andò in “fallimento tecnico” e fu letteralmente salvata dallo Stato con un’iniezione di oltre 60 miliardi di franchi.

[7] L’inflazione da profitti si placherà solo quando le politiche monetarie anti-operaie delle banche centrali saranno riuscite a comprimere ulteriormente i redditi salariali. E questo indipendentemente dal fatto che gli stessi analisti di banche come l’UBS sostengano che l’inflazione non è dovuta affatto alla spirale salari-prezzi ma a quella profitti-prezzi (https://risparmio.tiscali.it/analisi/articoli/Il-capo-economista-di-UBS-solo-bugie-su-inflazione/?fbclid=IwAR3i88jUOyJscbFxzwLPmw8Y6MQpNQ5uQrxHPILNhwdqNS3YZ_92K0MVaTg). Addirittura le banche centrali spiegano l’inflazione come la conseguenza dell’aumento dei profitti piuttosto che del costo del lavoro Vedi M. Arnold, P. Nilsson, C. Smith, D. Strauss, “Central banks warn business over price gouging”, Financial Times, 31 marzo 2023; vedi anche M. Minenna, “Prezzi spinti più dai profitti che dai salari”, in Sole24Ore, 2 aprile 2023 Paradossalmente, i tassi d’interesse elevati “giustificano” gli alti profitti inflazionistici per il semplice fatto che aumentano il costo del denaro per le imprese.

[8] Per quanto riguarda la crisi bancaria, si pensi che la percentuale di economie domestiche americane che usano il mobile banking o l’online banking è cresciuta dal 39% nel 2013 al 66% nel 2021, ciò che spiega come, già da prima del panico del marzo scorso, vi sia stato un aumento senza precedenti della velocità con la quale il denaro si muove da un conto all’altro alla ricerca di rendimenti maggiori. Il che rende vulnerabili tutti gli attivi finanziari, inclusi i Buoni del Tesoro!

[9] Il Financial Times ha sottolineato che una delle cause della fibrillazione bancaria europea, attivata da quella americana, è che anche le banche europee “detengono grandi riserve di obbligazioni colpite dall’aumento dei tassi d’interesse” (vedi N. Capelluto, “Panico da rischio zero”, in Lotta comunista, marzo 2023.

[10] Solo un’annotazione a margine: ci si può chiedere se la teoria delle convenzioni di Keynes (cap. 12 della Teoria generale) non sia da estendere ai rischi, piuttosto che limitarsi alla formazione del valore dei titoli. Secondo la teoria keynesiana delle convenzioni, sui mercati finanziari gli agenti, sotto il doppio peso dell’incertezza e della perdita di fiducia nelle loro stime, si impegnano in un comportamento mimetico, polarizzando l’opinione sul valore di un titolo e auto-validandolo.  A questo punto nasce un pensiero comune, una convenzione, che funge da ancoraggio per le anticipazioni. Sembrerebbe però che nel capitalismo finanziario contemporaneo siano piuttosto i rischi, e la loro copertura (hedge), a chiamare in essere comportamenti mimetici. Da riprendere.

[11] La decisione, senza precedenti, dell’Autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari (Finma) sugli obbligazionisti, nonostante in genere, in caso di fallimento di una banca, gli azionisti subiscano le perdite prima di coloro che detengono obbligazioni, è stata voluta per rendere l’operazione meno onerosa per UBS. Un gruppo di investitori di Credit Suisse, tra cui la cassa pensioni Migros, ha citato in giudizio le autorità di regolamentazione finanziaria svizzere a causa delle perdite miliardarie causate da questa decisione.

[12] Sui rischi dell’eccessiva concentrazione del capitale, non solo bancario, vedi Rana Foroohar, “The problem of concentrated power”, In Financial Times, 8 maggio 2023.

[13] Vedi B. Masters, J. Fontanella-Khan e J. Franklin, “All roads lead to JPMorgan”, In Financial Times, 6 maggio 2023.

[14] Vedi Christoph Eisenring, “Berna crea un mostro per salvare la finanza”, Neue Zürcher Zeitung, in Internazionale, 24 marzo 2023.

[15] Vedi Harold James, “Mega-banks in small states spell dander”, in Financial Times, 20 prile 2023.

[16] Vedi Gillian Tett, “Investors wake up to US debt dysfunction”, in Financial Times, 5 maggio 2023.


Terzo Diario della crisi (seconda parte)

Lotta di classe in America – Il rifiuto del modello di lavoro e l’urgenza di salvare l’ambiente, stanno imprimendo dei cambiamenti profondi nella società, rivoluzionando la scala di valori di sistema 

Il fallimento della Svb, se da una parte si iscrive nella crisi del settore dell’high tech digitale con l’ondata di licenziamenti che da mesi ormai attraversa l’intero settore (vedi il Diario di gennaio); se, d’altra parte, si spiega per alcune specificità della banca stessa (monocoltura, il suo essere prevalentemente una banca di gestione e investimento dei depositi dei suoi clienti); se, ancora, sconta le conseguenze della deregolamentazione eccessiva di trumpiana memoria, che ha abbassato non poco il livello di guardia delle autorità di vigilanza; se, infine, non sembra paragonabile alla crisi sistemica della Lehman Brothers del 2008 e ai suoi effetti macroeconomici globali, nondimeno evidenzia un serio problema per quanto attiene la strategia monetaria della Fed come di tutte le banche centrali.

La reazione dei mercati non permette ancora di capire la portata della crisi, la sua profondità e estensione. Per questo occorreranno ancora alcuni giorni. Di sicuro la paura del contagio, così come le rassicurazioni delle autorità monetarie e politiche, contribuiscono ad acuire la volatilità dei mercati, peraltro già alquanto volatili prima dello scoppio della crisi [e le vicende del crac del Credito Svizzero ne sono una prova tangibile, n.d.r.].

Una cosa è però apparsa chiara sin da subito: i mercati e gli investitori dimostrano di volere che la banca centrale freni, addirittura congeli la sua politica restrittiva basata sugli aumenti dei tassi già previsti per i prossimi mesi, ribaditi con fermezza da Joe Powell solo 5 giorni prima del crack della Svb [e confermati, per ora, dalle decisioni prese dalla BCE, n.d.r.] Si dava per certo un prossimo aumento dei tassi dello 0,5%, ma la corsa degli investitori agli acquisti dei Buoni del Tesoro a due anni ha fatto precipitare il rendimento sotto il 4% in un solo giorno (avevano superato il 5% esattamente una settimana fa, lasciando presagire una recessione imminente), un calo record mai visto dal 1987.

Nei mesi scorsi, i mercati finanziari auspicavano che l’economia entrasse in recessione, perché in tal caso le autorità monetarie abbassano i tassi di interesse per frenarne gli effetti e la durata. La riduzione dei tassi d’interesse, cioè del costo del denaro, per i mercati finanziari significa la ripresa degli investimenti speculativi, e quindi delle rendite finanziarie.

Il fatto è che la recessione non è scoppiata, c’è stato anzi un forte aumento dell’occupazione, un aumento medio del potere d’acquisto e della capacità di indebitamento dei consumatori americani[1], il tutto accompagnato da un processo disinflazionistico (pare che Powell abbia pronunciato la parola disinflazione ben undici volte nella sua conferenza stampa d’inizio febbraio)[2].

Per i mercati questi dati sono la prova che la spinta espansiva convive con un’inflazione in declino, e quindi c’è margine per una riduzione dei tassi d’interesse.

Per la Fed, invece, gli stessi dati positivi sono la dimostrazione di una possibile rincorsa salari-prezzi che compromette la battaglia contro l’inflazione. Pochi giorni dopo aver parlato di disinflazione, ecco cosa dice lo stesso Powell: “Dovremo fare più aumenti dei tassi e poi dovremo guardarci attorno a vedere se ne abbiamo fatti abbastanza” (Economic Club, Washington, 7 febbraio).

Ora, come è stato dimostrato da più parti, non solo la crescita dei salari è rallentata, ma laddove vi è stato un aumento è perché sono aumentate le ore settimanali di lavoro (un chiaro aumento del plusvalore assoluto)[3]. Negli ultimi due anni i salari sono cresciuti più lentamente dell’inflazione e i salari reali aggregati sono di fatto diminuiti. Secondo il Washington Post, la quota attuale dei redditi da lavoro sul PIL, scesa al 56%, è tornata al livello del 2014.

Bisogna quindi escludere categoricamente il rischio di una “spirale prezzi-salari” in stile anni 1970, mentre bisognerebbe parlare di una “spirale prezzo-prezzo, “in cui i prezzi finali sono aumentati più degli aumenti dei prezzi dei fattori di produzione”. A dirlo è Lael Brainard, già vice presidente della Fed, ora nominata da Biden a capo del National Economic Council (inflazione da profitti, insomma. Vedi il Diario di febbraio 2023).

C’è quindi da chiedersi perché la Fed non abbia dato segni di cedimento con la sua politica monetaria anti-inflativa, perlomeno fino alla crisi della Silicon Valley Bank dello scorso 10 marzo. Nel momento in cui scrivo la Fed non si è espressa su cosa farà con i tassi di interesse nei prossimi mesi. È possibile che, per calmare (“stabilizzare”) i mercati, decida di aumentarli di un solo 0,25%, piuttosto che di mezzo punto percentuale come era programmato. Vedremo.

Si può sostenere che il problema di fondo della politica della Fed è che è monetarista, tutta incentrata sull’offerta di moneta, e non, come dovrebbe essere, sull’andamento della domanda di moneta. Si può aggiungere che si tratta di una politica basata su modelli econometrici che si ispirano alla “curva di Phillips”, secondo cui esiste una relazione inversa tra tasso di inflazione e tasso di disoccupazione, e quindi, dato che oggi la disoccupazione è ai suoi minimi storici, i prezzi non possono che crescere. Tutto vero, salvo che la Fed, perlomeno dai tempi in cui Janet Yellen era presidente, si è dotata di una rete di sensori sul territorio che le permette di “avere il polso” del paese reale, molto più di quanto si creda.

Forse la risposta sta nel fatto che nell’ultimo anno (2022) vi è stato un forte aumento del numero di scioperi e di interruzioni del lavoro. “L’anno scorso ha visto un aumento del 52% del numero di interruzioni del lavoro rispetto all’anno precedente, con il 60% in più di lavoratori che hanno partecipato alle interruzioni.” Se confrontato con la statistica delle lotte nel periodo fordista, si può avanzare l’ipotesi che nel 2022 si sia innescato un ciclo di lotte operaie che sembrava definitivamente irripetibile a partire dagli anni 1980[4], gli anni della controrivoluzione liberista.

Si aggiunga che per la Fed gli oltre dieci milioni di posizioni aperte delle aziende (vacancies), che non trovano i dipendenti per riempirle, è la prova che il mercato del lavoro è troppo stretto e preme sui costi delle imprese[5]. Le “grandi dimissioni” sono un fenomeno che sfugge a tutti i modelli econometrici della Fed (e non solo), un “enigma” che, come le lotte operaie per migliori condizioni di vita, va combattuto, estirpato. Anche a costo di andare contro il capitale.

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Diari della crisi


[1]   Quando si parla di crescita dei consumi occorre sempre distinguere tra consumi produttivi e improduttivi, tra salari, rendite parassitarie, profitti e sovraprofitti. Negli ultimi due anni sono soprattutto questi ultimi che sono particolarmente cresciuti.

[2]   Riprendo qui di seguito un articolo molto documentato di Nicola Capelluto, “Enigma inflazione”, apparso su Lotta comunista nel mese di febbraio 2023.

[3]   L’aumento degli affitti pesa per metà dell’inflazione totale degli ultimi mesi e assorbe buona parte degli incrementi salariali.

[4]   Vedi Alex N. Press, “Strikes were up significantly last year”, in Jacobin, 2 febbraio 2023. I numeri esatti: 272 interruzioni del lavoro nel 2021 sono cresciute a 424 nel 2022; Quel numero consiste di 417 scioperi e sette serrate. Mentre circa 140.000 lavoratori hanno preso parte a un’interruzione del lavoro nel 2021, 224.000 lavoratori hanno fatto lo stesso l’anno scorso. Gli anni 1950 hanno avuto una media di 352 grandi interruzioni di lavoro all’anno che coinvolgono 1,6 milioni di lavoratori. Incredibilmente, l’intero periodo di tempo dal 1950 al 1970 ha avuto in media oltre 300 grandi interruzioni di lavoro all’anno (quasi una al giorno!) che coinvolgono oltre 1,4 milioni di lavoratori all’anno. Tuttavia, gli anni 2010 avevano solo una media di circa 15 all’anno che coinvolgeva 150.000 lavoratori. L’enorme calo nel 1980 è avvenuto nell’era del fallito sciopero PATCO [Professional Air Traffic Controllers Organization], che ha portato al termine “Sindrome PATCO“, che descrive la paura dei sindacati di scioperare e perdere.

[5]   Salvo poi disperarsi quando mezzo milione di salariati è assorbito in un mese, perché questo per la Fed significa un aumento della pressione sui consumi.


Terzo Diario della crisi (prima parte)

Lotta di classe in America – Il rifiuto del modello di lavoro e l’urgenza di salvare l’ambiente, stanno imprimendo dei cambiamenti profondi nella società, rivoluzionando la scala di valori di sistema 

Non solo start-up

Ad un primo livello d’analisi, il fallimento della Silicon Valley Bank (la “banca dell’economia globale dell’innovazione”) appare come una tipica crisi da bank run, da corsa agli sportelli causata dal panico dei depositanti, per lo più “startupper” nel settore digitale, per recuperare quanta più possibile liquidità da una banca, la loro, sull’orlo del crac. “Per capire – scrive Paolo Mastrolilli su la Repubblica di domenica 12 marzo, riassumendo la narrazione generale – bisogna partire dall’origine della crisi. Prima del Covid, alla fine del 2019, i depositi presso la Svb erano triplicati, da 62 a 189 miliardi di dollari, grazie all’esplosione delle start-up tecnologiche. La banca aveva investito larga parte di questi fondi in obbligazioni del Tesoro, che fruttavano in media l’1,79%. Quando nel marzo scorso la Federal Reserve aveva iniziato ad alzare i tassi per frenare l’inflazione, aveva provocato due effetti molto negativi: primo, il valore dei bond nel portafoglio di Svb era sceso, creando significative perdite sulla carta; secondo, le compagnie tecnologiche che costituivano il grosso della sua clientela si erano trovate in difficoltà, iniziando i prelievi”. Durante i giorni che precedono il venerdì nero (10 marzo), si è tentato un salvataggio coinvolgendo la Goldman Sachs, che consisteva nel cercare di colmare la differenza tra la liquidità raccolta dalla vendita dei Buoni del Tesoro detenuti dalla banca e la domanda di liquidità dei depositanti. “Il salvataggio però non è stato gestito bene, si è sparsa la voce del buco, le compagnie di venture capital hanno consigliato ai clienti di ritirare i fondi e solo giovedì la banca ha dovuto fronteggiare richieste per 42 miliardi”[1].

Già a questo livello, si possono enucleare alcune questioni che andranno approfondite in seguito.

In primo luogo, il ruolo della banca centrale, con la sua politica monetaria anti-inflativa, in particolare la rapidità con la quale lo scorso anno ha perseguito l’aumento dei tassi di interesse. Come ricorda Kenneth Rogoff, i rialzi dei tassi d’interesse “agiscono in due modi. Sono una manna per le banche (e i loro profitti) perché permettono di alzare i tassi sui prestiti. Ma sono una disgrazia perché le aziende investono meno e il flusso di denaro rallenta”[2]. Cosa rendeva la Svb particolarmente vulnerabile? Secondo Peter Coy, del New York Times, “uno dei motivi è che molti dei suoi prestiti sono nel settore tecnologico che, come sappiamo da qualche mese, sta andando male. Un’altra ragione, forse più importante, è che si basa fortemente su depositi di istituzioni piuttosto che sui depositi di individui. Le persone che gestiscono aziende high tech, fondi di investimento, hedge funds o società di criptovalute[3], sono sempre alla ricerca del rendimento più alto che possono guadagnare; quindi sono veloci a togliere denaro da una banca e metterlo, ad esempio, in un fondo del mercato monetario. Inoltre, le istituzioni si affretteranno a ritirare i loro soldi da una banca se pensano che potrebbe fallire, o perché temono che altri tirino fuori i loro soldi”[4]. C’è inerzia nel reagire quando i depositanti sono individui, mentre uno degli effetti della digitalizzazione è che accelera la velocità di disintermediazione da parte delle aziende che (re)agiscono in tempo reale alle minime oscillazioni finanziarie.

In secondo luogo, l’effetto dell’aumento dei tassi di interesse sui Treasury bonds, i Titoli di Stato acquistati dalle banche e detenuti “in pancia” come riserve sicure (“massimamente liquide”) per effettuare le operazioni di credito e di investimento ben oltre il volume di depositi. Essendo a reddito fisso, quando i rendimenti sui Buoni del Tesoro aumentano, necessariamente il loro valore diminuisce[5]. Così, quando li si vende per procurarsi liquidità, si incassa un bel po’ meno di quanto erano costati in origine[6].

Come ha scritto Paul Krugman, la Svb ha parcheggiato gran parte dei suoi enormi depositi “in attività estremamente sicure, principalmente obbligazioni a lungo termine emesse dal governo degli Stati Uniti e da agenzie sostenute dal governo. Per un po’ ha fatto soldi perché, in un mondo a bassi tassi d’interesse le obbligazioni a lungo termine pagano tassi di interesse più elevati rispetto alle attività a breve termine, compresi i depositi bancari”. Però, quando i tassi di interessi a breve termine sono aumentati, addirittura oltre quelli a lungo termine[7], lo spread da cui dipendevano i profitti di Svb sono scomparsi, oltretutto trascinando verso il basso il valore delle obbligazioni, il che ha causato grandi perdite di capitale. “E questo, ovviamente, è esattamente ciò che è successo quando la Fed ha alzato i tassi di interesse per combattere l’inflazione”[8].

Si noti che il 96% dei depositi di Svb non è coperto dalla garanzia di rimborso della Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC), che assicura depositi fino a 250 mila dollari. Il ministro del Tesoro, Janet Yellen, si è affrettata a rassicurare i mercati dicendo che (per evitare un’altra Lehman Brothers) stanno cercando una soluzione per raccogliere fondi con cui rimborsare anche i depositi non assicurati. Non si tratta, così si sostiene, di un salvataggio della banca e dei suoi azionisti con i soldi dei contribuenti (come fu nel 2008), ma del salvataggio dei depositanti che, un po’ ingenuamente, hanno messo tutti i loro soldi in una sola banca e ora, da buoni liberisti libertari, si aspettano di essere salvati dallo Stato (secondo il Wall Street Journal, ma anche secondo altri analisti, si tratta comunque di un “de facto bailout”[9]). Definire l’intervento dello Stato non è una questione di poco conto, è in gioco la soglia di “azzardo morale” (moral hazard) che legittimerà il prossimo ciclo speculativo e, anche, la soglia di sopportabilità sociale e civile di un sistema politico-finanziario che mentre si inalbera contro l’indebitamento “troppo elevato” degli studenti, per dire, rivendica la protezione pubblica degli interessi finanziari privati. Vale sempre il vecchio adagio: “privatizzazione dei profitti, socializzazione delle perdite”.

A partire da lunedì 13 tutti i depositi, assicurati e no, sono disponibili. Inoltre, la banca centrale mette a disposizione uno sportello di liquidità per aiutare le banche, in particolare le banche regionali, a rispondere alle richieste dei clienti in caso di fuga. Nel frattempo, in Inghilterra, la Svb UK è stata acquistata (per una sterlina) dalla Hsbc.

In terzo luogo, benché la Svb sia una banca focalizzata prevalentemente sul settore digitale, le condizioni esterne che hanno contribuito a portarla al fallimento valgono per molti altri settori. Nel maggio del 2018 Trump, anche su pressione di banche come la stessa Svb, aveva alzato da 50 a 250 miliardi di attivo il tetto per le banche considerate troppo grandi per fallire (too big to fail), tornando indietro rispetto al Dodd Frank Act emanato dopo la grande crisi del 2008. In questo modo la stragrande maggioranza delle banche Usa ha potuto operare senza grandi controlli da parte della Fed e il fallimento della Svb è il risultato di questa politica di eccessiva deregulation[10]. Il calo in borsa tra il 20 e il 70% di First Republic e Western Alliance, il fallimento della Signature Bank, dopo la chiusura di Silvergate (entrambe società di criptovalute), sono solo esempi degli effetti collaterali della deregulation liberista trumpiana. La stessa politica monetaria restrittiva della Fed sta mettendo sotto pressione molti altri settori, come ad esempio l’edilizia commerciale dove sono in circolazione 60 miliardi di prestiti a tasso fisso che andranno rifinanziati a breve a condizioni più costose, e 140 miliardi di mutui a tassi variabili che maturano tra due anni[11].

Un aspetto per il momento poco commentato è che la Svb negli ultimi anni ha lavorato con 1.550 aziende tecnologiche che stanno sviluppando progetti di energia solare, di idrogeno e stoccaggio di batterie. “La Silicon Valley Bank era per molti versi una banca climatica”, ha dichiarato Kiran Bhatraju, amministratore delegato di Arcadia, una delle più grandi comunità d’energia solare del paese. I progetti solari comunitari sembrano essere particolarmente colpiti dalla crisi. La Svb aveva diretto o partecipato al 62% degli accordi di finanziamento per progetti solari comunitari, che sono progetti su piccola scala che servono aree residenziali a basso reddito. Il crollo della Svb minaccia di far deragliare quella che era una parte in rapida crescita del settore del capitale di rischio (venture capital). Più di 28 miliardi di dollari sono stati investiti in start-up di tecnologia climatica nel 2022, in forte aumento rispetto all’anno precedente. Molte delle aziende che con la crisi della Svb stanno ridimensionando le loro operazioni, se non semplicemente chiudendo, erano pronte a sfruttare i crediti d’imposta inclusi nell’Inflation Reduction Act, la legislazione federale sul clima firmata da Biden lo scorso anno[12].

Prima parte del contributo pubblicato anche dai siti “Effimera.org” e “Machina”
Qui tutti i Diari della crisi


[1]   Per una ricostruzione dettagliata del processo che ha portato al fallimento della Svb, vedi il Financial Times del 13 marzo: “Problems at tech sector lender built for years before collapse. SVB absorbed big risk with only modest potential pay-off so as to boost short-term profit”. Vedi anche Alessandro Graziani, “Svb, il crack che Vigilanza e agenzie di rating non hanno visto arrivare”, in Il Sole 24 Ore, 13 marzo 2023.

[2]   Kenneth Rogoff, “Il panico si è già diffuso. Altri fallimenti non sono esclusi”, la Repubblica,lunedì 13 marzo 2023.

[3]   Solo la Circle aveva qualcosa come 3,3 miliardi di depositi presso la Svb.

[4]   Peter Coy, “How to Understand the Problems at Silicon Valley Bank”, NYT, 10 marzo 2023. Si veda anche Huw van Steenis, “History can instruct us on the fallout from SVB’s collapse, FT, 13 marzo 2023.

[5]   Se un’obbligazione del Tesoro vale 100 e assicura un reddito di 5, il rendimento sarà pari al 5%. Se la stessa obbligazione perde valore e da 100 scende a 90, per continuare a garantire un reddito di 5 il tasso di rendimento aumenterà al 5,5%. Infatti, 5.55% di 90 da un reddito pari 5.

[6]   Le minusvalenze implicite nel portafoglio titoli avevano praticamente azzerato il capitale di Svb già a fine 2022, ma né le Autorità di Vigilanza né le agenzie di rating, che hanno mantenuto il giudizio di investment grade fino al giorno del default, hanno visto arrivare il fallimento della 16sima banca americana. La storia si ripete.

[7]   Si noti che quando Jay Powell, presidente della Fed, martedì 7 se ne è uscito dicendo che la Fed avrebbe continuato a tenere alti i tassi di interesse per combattere l’inflazione, i rendimenti (i tassi) sui Treasury a breve (due anni) sono balzati oltre il 5%, mentre i rendimenti sui Treasury a lungo termine (10 anni) non si sono praticamente mossi. L’inversione della curva dei rendimenti (così si dice quando i rendimenti a breve termine superano quelli a lungo), in cui costa di più prendere a prestito nel breve termine che non nel lungo, di solito significa che nel prossimo anno o due si entrerà in recessione. Dal 1900 ci sono stati 28 casi di inversione della curva dei rendimenti e 22 di questi episodi sono stati seguiti da una recessione (Vedi Gillian Tett, “The markets go down the rabbit hole”, in FT, 10 marzo 2023).

[8]   P. Krugman, “Silicon Valley Bank is not Lehman”, in NYT, 13 marzo 2023.

[9]   Vedi Jeanna Smialek, Alan Rapperport, “Was This a Bailout? Skeptics Descend on Silicon Valley Response”, NYT, 1  13 marzo 2023. Si veda anche, Branko Marcetic, “Silicon Valley Bank’s collapse shows little has changed for big banks since 2008”, Jacobin, lunedì 13 marzo 2023.

[10] Vedi Davide Serra, “Start-up e cripto torneranno con i piedi per terra”, in la Repubblica, lunedì 13 marzo 2023.

[11] Si veda a questo proposito Paolo Mastrolilli, “La crisi di Blackstone la grande bolla immobiliare e i fantasmi del 2008”, in la Repubblica A&F, 13 marzo 2023, p. 7.

[12] Vedi David Gelles, “Silicon Valley Bank Collapse Threatens Climate Start-Ups”, in FT, 12 marzo 2023

 


Secondo Diario della crisi (seconda parte)

Lotta di classe in America – Il rifiuto del modello di lavoro e l’urgenza di salvare l’ambiente, stanno imprimendo dei cambiamenti profondi nella società, rivoluzionando la scala di valori di sistema 

È nel contesto di ridefinizione delle nuove strategie energetiche e monetarie che va interpretato il progetto Inflation reduction act (Ira), approvato dai due rami del Congresso e firmato da Biden lo scorso 16 agosto. Si tratta di misure programmate soprattutto nel campo delle sovvenzioni green. Su un budget totale di 738 miliardi di dollari, ben 391 sono destinati ai settori dell’energia e all’ambiente. Più precisamente: 128 miliardi per l’energia rinnovabile e stoccaggio di energia di rete; 37 per la produzione tecnologicamente avanzata di energia; 32 per lo sviluppo delle economie rurali; 30 per l’energia nucleare; 22 per l’approvvigionamento di energia per consumi domestici; 14 per l’efficienza energetica domestica; 13 ad incentivi per i veicoli elettrici. E poi ancora: soldi per la decarbonizzazione di scuolabus, camion della spazzatura, flotte di pubbliche amministrazioni e acquisti a debito di energia elettrica da parte di cooperative rurali. 

“Un aspetto che irrita gli europei – scrive Alessandro De Nicola su la Repubblica A&F (16 gennaio 2023) – è lo strisciante protezionismo insito nella disposizione. Infatti, per ottenere le agevolazioni per le auto elettriche la batteria del motore deve essere fabbricata con minerali e componenti prevalentemente estratti o prodotti negli USA o in un Paese con il quale c’è un accordo di libero scambio (come il Canada o il Messico). Naturalmente ciò rischia di tagliar fuori molti modelli europei o di alzarne i prezzi in modo irragionevole”. Se l’Europa volesse contrastare l’iniziativa dell’amministrazione Biden con un “vaste programme” di politica industriale per rafforzare le imprese europee e accelerare la transizione energetica, dovrebbe derogare alla normativa dei divieti di aiuti di Stato, “da sempre architrave del mercato unico continentale e delle politiche di concorrenza”.

Resistenze liberiste a parte (in particolare quelle del ministro delle finanze tedesco, il liberale Lindner), è un fatto però che nel 2020 la Commissione europea decise di adottare un approccio meno rigido per salvare i settori colpiti dalla recessione causata dal Covid. Il problema è che questi sussidi europei approfondiscono, invece di attenuare, le disparità tra paesi-membri. Ad esempio, dei 540 miliardi di euro autorizzati da Bruxelles nel 2022, il 50% sono tedeschi e il 30% francesi. L’Italia, schiacciata sotto il peso del debito, rappresenta solo il 4,7% delle erogazioni. Recentemente, la Spd ha proposto un maggior indebitamento della Ue per sostenere l’industria autoctona, di cui i tedeschi e i francesi beneficerebbero in misura molto superiore agli altri paesi-membri. Come scrive Andrea Bonanni sulla stessa pagina de la Repubblica, “Mentre Bruxelles era riuscita, con il Recovery fund, a dare una risposta coesa all’emergenza economica provocata dalla pandemia di Covid, l’emergenza energetica innescata dalla guerra ha visto ogni Paese correre ai ripari per conto proprio (…). Il rischio che la disparità tra gli aiuti di Stato forniti dalle capitali finisca per distruggere il mercato unico è reale”. 

In questa “guerra dei sussidi”, che va oltre il campo energetico per estendersi ai semiconduttori, l’Europa rischia di essere schiacciata, oltre che dalle sue contraddizioni interne, in una competizione tra sistemi-paese con maggiori propensioni dirigiste. Fabrizio Onida, su Il Sole 24 Ore (15 gennaio 2023), ricorda la storia della Silicon Valley, in cui il ruolo del governo federale non è stato tanto l’acquisto di chips e dispositivi a spese dello Stato, quanto l’incentivo concreto ai protagonisti del mercato a esplorare nuove strade, spingere avanti la frontiera scientifica e tecnologica, “operando in un certo senso come il primo potente venture capitalist della Silicon Valley divenuta il centro di una vasta supply chain che attraversa i cinque continenti”. È sulla ridefinizione materiale delle coordinate geopolitiche che la politica industriale sta riacquistando legittimità e pertinenza, un segno della crisi del modello economico liberista alla base della globalizzazione degli ultimi trent’anni.

Attorno a queste questioni, guardando alla fine del Next Generation EU di 750 miliardi di euro e alla necessità di accompagnarlo con maggiori investimenti (“non solo da parte del settore privato, ma anche da parte dei governi nazionali”, ha detto la Lagarde), all’interno della BCE vi sono due posizioni: quella di Fabio Panetta, membro dell’esecutivo, secondo cui “il nuovo ordine mondiale significa che le economie europee non possono più fare affidamento sulla domanda estera come ‘aggiustatore di ultima istanza’”, per cui è necessario un modello più equilibrato, con un ruolo maggiore della domanda interna e degli investimenti pubblici per rafforzare la base di capitale nazionale. 

L’altra posizione è quella di François Villeroy de Galhau e Joachim Nagel, presidenti della Banca di Francia e della Bundesbank, che in un articolo comune hanno scritto: “La trasformazione digitale e verde delle nostre economie, l’invecchiamento delle nostre società (…) richiederanno investimenti massicci, che comportano principalmente finanziamenti privati”. L”autonomia strategica dell’Europa, secondo loro, dipende dalla capacità concorrenziale del mercato dei capitali privati. “…l’approvazione da parte della Corte costituzionale tedesca del MES, il paracadute condizionale dell’Unione, mette a punto un pezzo della struttura europea necessaria alla creazione dell’Unione dei mercati dei capitali. Ora la parola passa a Roma, l’unica capitale a non averlo ancora approvato”.

Grounding

Durante le festività natalizie, tra il 21 e il 31 dicembre, la Southwest Airlines, la più grande compagnia low-cost statunitense, ha bloccato a terra migliaia di passeggeri con la cancellazione di quasi tutti i voli. La stessa cosa è accaduta all’aeroporto di Tijuana, con la cancellazione dei voli della Volaris, la compagnia low-cost messicana. Il caos infernale vissuto dai passengeri a causa del meltdown delle compagnie aeree è stato attribuito al cattivo tempo e a sistemi informatici di programmazione del personale datati e del tutto inadeguati a far fronte a situazioni emergenziali. Secondo il Financial Times, i problemi delle due compagnie aeree riflettono quelli dell’industria aeronautica in generale, e possono essere estesi all’intero modello aziendale liberista (efficiency model corporate management) che ha dominato negli ultimi 40 anni. 

In crisi è infatti il modello dello shareholder value, la priorità data agli azionisti con la distribuzione di dividendi crescenti realizzati con il riacquisto delle azioni proprie (share buyback) a scapito degli investimenti in sistemi tecnologici aggiornati e di miglioramenti delle condizioni di lavoro. Normalmente, Wall Street premia le società che riducono il personale (downsizing) e distribuiscono profitti agli investitori, piuttosto che investirli in capitale strumentale, che rende solo nel lungo periodo. Durante la pandemia, i sussidii alle compagnie sono stati vincolati alla proibizione del buyback e della distribuzione dei dividendi, come pure al licenziamento del personale. Non appena, in settembre, gli aiuti sono stati sospesi, ci si è affrettati a ritornare al modello pre-pandemico (di fatto, alla logica della finanziarizzazione aziendale, come nel caso della General Electric, che da tempo ha trasformato l’industria manifatturiera in una istituzione finanziaria too-big-to-fail), e questo malgrado i sindacati avessero chiesto aumenti salariali e migliori condizioni di lavoro. 

Certo, questo modello ha permesso di abbassare i prezzi dopo che le compagnie aeree sono state deregolamentate a partire dagli anni ’70. Ma questo tipo di gestione aziendale è stato all’origine dell’aumento della concentrazione del capitale (4 airlines posseggono l’80% del settore aeronautico americano), dell’esportazione di posti di lavoro verso paesi meno regolamentati come il Messico, El Salvador, la Cina, della compressione dei salari e dell’aumento del carico di lavoro. 

La Grande dimissione si spiega alla luce del fallimento dell’“efficiency model”, il modello della produzione snella focalizzato sulla contabilità finanziaria dei centri costo e la svalorizzazione del lavoro. È un esodo dal Grande logoramento.

D’altra parte, i colossi statunitensi del digitale hanno annunciato tagli di decine di migliaia di posti di lavoro. Secondo i dati raccolti da Layoffs.fyi, oltre 214 mila persone sono state licenziate dall’inizio del 2022 nel settore tecnologico. Ha iniziato Twitter con il taglio più grosso voluto da Musk: 50% dei dipendenti, 3.700 persone (di cui una parte significativa si è dimessa volontariamente). Poi Meta, la società madre di Facebook, Instagram e WhatsApp, ha annunciato lo scorso novembre la perdita di 11.000 posti di lavoro (13% del totale della forza-lavoro). Salesforce, il primo gruppo di computing cloud, ha avviato una procedura di licenziamento per 8.000 dipendenti. Microsoft ne ha tagliati 10.000 (il 5% dei 221.000 dipendenti), Snap 1.200 (20%), Stripe 1.100 (14%). Amazon “solo” 18.000, che rappresentano l’1% del milione e mezzo dei suoi dipendenti. 

Questo nel 2022. A inizio 2023, Spotify, il colosso dello streaming musicale, ha annunciato il taglio del 6% dei suoi circa 9.800 dipendenti. Poco dopo, Alphabeth, la holding di Google ha annunciato il taglio di 12 mila dipendenti (ca. Il 6%). IBM taglierà 3.900 posti di lavoro (1%). SAP, la società tedesca di software, prevede di cancellare 3.000 impieghi (2,5% della forza lavoro). PayPal, la società dei pagamenti online, dopo i tagli dello scorso anno, ha in programma di ridurre di 2.000 posti di lavoro, pari a circa il 7% della forza lavoro totale (a causa di uno “scenario macroeconomico difficile”).

Secondo gli analisti, se durante la crisi pandemica le assunzioni (… e i valori borsistici) sono cresciute enormemente (+ 53% per Microsoft, + 57% per Alphabet, +100% per Amazon e 94% per Meta) per rispondere alla domanda di “consumo digitale”, il calo delle entrate pubblicitarie, la guerra in Ucraina e l’inflazione hanno destabilizzato il settore. Solo Apple, che durante la pandemia aveva aumentato il personale del 20%, non sembra per ora intenzionata a licenziare, perlomeno a questi livelli.

Anche nel settore digitale, come in quello aeronautico e in altri settori (commercio, ristorazione, sanità), è in gioco la tenuta di un modello di gestione aziendale basato sulla produzione snella, il just in time, la flessibilizzazione della forza lavoro e l’outsourcing.  Nel settore tecnologico, alla crisi del modello di management aziendale, si aggiungono due altri fattori: le misure anti-trust (bipartisan), come quella appena annunciata dal dipartimento di giustizia federale contro Google e, forse soprattutto, “una crescente indifferenza sociale alle pratiche del capitalismo della sorveglianza”. A metà gennaio, il distretto di Seattle ha presentato una querela contro TikTok, Facebook, Instagram, Snapchat e Youtube perché questi social “ledono la salute mentale dei ragazzi (…) L’assalto coordinato alle menti vulnerabili dei giovani ha prodotto un’emergenza di salute mentale”, caratterizzata da tassi esplosivi di “depressione, ansia, ed ideazione suicide” a cui si trovano a dover far fronte amministratori ed insegnanti.Tutti gli ingredienti del paradigma postfordista degli ultimi decenni sembrano collassare, sia sul piano della produzione che su quello della riproduzione di valore sociale.

Articolo pubblicato anche dai siti “Effimera.org”e “Machina”
Qui tutti i Diari della crisi


Secondo Diario della crisi (prima parte)

Lotta di classe in America – Il rifiuto del modello di lavoro e l’urgenza di salvare l’ambiente, stanno imprimendo dei cambiamenti profondi nella società, rivoluzionando la scala di valori di sistema 

È dal 1945 che l’alleanza geopolitica tra USA e Arabia Saudita ha garantito agli Stati Uniti sicurezza militare nel Medio oriente e, soprattutto, petrolio ancorato al dollaro. Quella alleanza diede inizio al regime del petrodollaro. Nel 1974, quando un gruppo di paesi arabi impose l’embargo sul petrolio come rappresaglia per il sostegno statunitense a Israele nella guerra del Kippur, Richard Nixon garantì di nuovo armi e un accesso preferenziale ai titoli del Tesoro americani, ottenendo in cambio che l’Arabia Saudita si impegnasse a indicizzare tutte le vendite di petrolio in dollari. 

Nel 2003, tra le accuse rivolte a Saddam Hussein, ci fu anche quella di aver cominciato a vendere petrolio in altre valute. Sappiamo come è andata a finire. In ogni caso, è qui che si incomincia a parlare di de-dollarizzazione. Dal 2018 la Russia ha iniziato ad affrancarsi dal dollaro, regolando le forniture di petrolio in euro. Per questo motivo la prima sanzione contro la Russia è stato il congelamento di una parte delle riserve valutarie della Banca centrale russa. Questo precedente di “militarizzazione” (weaponisation) delle riserve valutarie in dollari fa intravedere un cambio di direzione del sistema monetario e energetico internazionale. Il 2023 potrebbe essere ricordato come l’anno in cui prende forma un nuovo ordine energetico mondiale tra Cina e Medio Oriente, con la nascita del regime del petroyuan. 

Mentre già da tempo la Cina sta acquistando nella sua propria valuta sempre più petrolio e gas naturale liquefatto e altre materie prime (come peraltro l’India le paga in rupie o gli Emirati arabi in dirham) da Iran, Venezuela, Russia e parti dell’Africa, il meeting dello scorso dicembre tra Xi Jinping, sauditi e i leader del Gulf Co-operation Council (GCC, composto da Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Saudi Arabia, e United Arab Emirates) segna, secondo l’analista Zoltan Pozsar di Credit Suisse, l’inizio di una fase in cui la Cina vuole riscrivere le regole del mercato energetico globale come parte di un più ampio disegno di de-dollarizzazione dei paesi del cosiddetto Bric (Brasile, Russia, India e Cina) e di altre parti del mondo. Non si tratta solo di un aumento delle importazioni di materie prime energetiche pagate in renminbi (peraltro a prezzi fortemente ribassati), ma di una cooperazione a tutto campo con i paesi del GCC (esplorazione e produzione congiunte, investimenti in raffinerie e infrastrutture, prodotti chimici e pastiche, il tutto pagato in renminbi sul Shangai Petroleum and Natural Gas Exchange). E questo entro il 2025. 

Il mercato del petrolio è dominato da paesi che hanno più cose in comune con la Cina che con gli Stati Uniti (almeno in termini delle rispettive politiche economiche), ma questo non significa ancora che si assisterà, almeno nel breve periodo, ad una diminuzione significativa del peso del dollaro come valuta-chiave del sistema monetario e finanziario mondiale. Storicamente, affinché una potenza economica possa imporre la sua moneta al resto del mondo come valuta di riserva (o divisa-chiave), è necessario che, oltre ad essere una potenza militare, sia strutturalmente indebitata, sia verso l’esterno che al suo interno. 

Pagando in dollari le importazioni dal resto del mondo, si costringe nel medesimo tempo i paesi esportatori a reinvestire gli stessi dollari sul debito pubblico statunitense o a usarli per pagare le importazioni di petrolio. Questo circuito determina forzatamente la “fiducia” nella valuta americana, di fatto la sua egemonia, il suo “privilegio esorbitante”, come lo chiamò Valéry Giscard d’Estaing negli anni ’60. “Il dollaro è la nostra valuta ma un vostro problema”: in questa esternazione del Segretario al Tesoro John Connally, pronunciata poco dopo la dichiarazione d’inconvertibilità in oro della moneta americana nell’agosto del 1971, è racchiusa l’intera storia del sistema monetario internazionale degli ultimi settant’anni. 

La Cina, che si trova strutturalmente in una situazione diversa da quella americana (basti pensare alla bilancia commerciale in forte attivo), ha offerto una sorta di rete di sicurezza finanziaria a coloro che utilizzano il renminbi, rendendolo convertibile in oro sul mercato di Shanghai e di Hong Kong. L’aumento delle riserve nazionali cinesi in oro dello scorso anno si spiega infatti come fuga dalla ‘tirannia del dollaro’ e come strategia per bypassare le sanzioni americane e europee contro la Russia. Ironia della storia: gli Stati Uniti riuscirono a imporsi a Bretton Woods contro il piano di Keynes (1944) agganciando il dollaro all’oro (fissando la parità a 35 dollari l’oncia), e lo poterono fare perché tra le due guerre mondiali avevano accumulato due terzi di tutto l’oro monetato mondiale. Non che l’oro sia mai stato veramente la base materiale per l’emissione di dollari, anzi!, ma è così che il nascente sistema monetario internazionale permise ad una valuta nazionale di funzionare contemporaneamente da moneta internazionale, una asimmetria che Keynes voleva assolutamente evitare con il Bancor, vera e propria moneta sovranazionale. Vedremo se l’oro permetterà al renminbi di diventare a sua volta una divisa-chiave internazionale.

Sarà però lo sviluppo delle monete digitali delle banche centrali (CBDC, central bank digital currencies) che permetterà la vera e propria internazionalizzazione del renminbi.  Attualmente, il sistema monetario basato sul dollaro poggia sui bilanci delle banche commerciali occidentali. Usare il medesimo network è dunque rischioso per la Cina (specie dopo il precedente delle sanzioni contro la Russia), quindi è necessario costruire un altro circuito disancorato da quello della valuta americana. È per questo che vi è la corsa a digitalizzare le monete della banche centrali (secondo il Fmi, oltre la metà delle banche centrali del mondo è impegnata nella ricerca/sviluppo/implementazione delle monete digitali), appunto per connettere tra di loro le banche centrali esterne all’area di influenza geopolitica e geoeconomica americana. 

Comunque, per il momento sono anche altre le implicazioni economiche e finanziarie di questa strategia energetica. La Cina vuole adescare imprese occidentali con la prospettiva del petrolio a basso prezzo. La tedesca BASF, ad esempio, ha infatti ridotto le sue operazioni chimiche a Ludwigshafen per spostarle a Zhanjiang. Un processo analogo, ma di segno opposto, riguarda imprese europee che hanno aumentato i loro posti di lavoro negli USA a causa dei più bassi costi energetici. La guerra militare-energetica in corso sta indubbiamente ridefinendo la divisione internazionale del lavoro, nel senso di una accentuazione dei processi di regionalizzazione e localizzazione della produzione di merci. 

Le politiche petrolifere comportano sempre rischi finanziari. A partire dalla fine degli anni ’70 in poi, il riciclo dei petrodollari da parte dei paesi produttori/esportatori in paesi emergenti come il Messico, il Brasile, l’Argentina, lo Zaire, la Turchia e altri ancora, attraverso le banche commerciali americane (attraverso il mercato degli eurodollari), pose le basi per una serie di crisi del debito sovrano in questi paesi; diede impulso alla finanziarizzazione con la creazione di “innovazioni” speculative come la cartolarizzazione dei titoli; incrementò l’economia del debito interno degli Stati Uniti con l’afflusso di capitali nelle banche commerciali statunitensi. Ci si chiede se questi processi possano oggi ripresentarsi, ma rovesciati. Già adesso, gli enormi surplus delle bilance correnti di Cina, Russia e Arabia saudita non sono utilizzati, come da tradizione, per acquistare Buoni del Tesoro statunitensi, che agli attuali tassi d’inflazione offrono rendimenti negativi. Sono invece usati per acquistare oro (come ha fatto recentemente la Cina), materie prime (come l’Arabia saudita, che li investe in nuove industrie estrattive) o per interessi geopolitici (aiuti a paesi alleati, come la Turchia, l’Egitto o il Pakistan, come nel caso della Russia). Per gli Stati Uniti, col debito pubblico che si ritrovano, oltretutto un debito che in gennaio ha raggiunto il suo tetto e necessita quindi dell’approvazione del Congresso per esser aumentato, le cose si complicano non poco.  C’è da chiedersi, ad esempio, come gli Stati Uniti possano continuare a finanziare ai ritmi attuali la spesa per armamenti da destinare all’Ucraina. 

Non è tanto l’entità del debito federale che preoccupa (si veda Paul Krugman, “Does America Have Too Much Debt”, in New York Times, 24 gennaio, 2023; vedi anche La soutenabilité des dettes publiques, Revue d’économie financière, nr. 146, 2022), ma la sua sostenibilità politico-strategica. Per evitare il default federale, occorre un accordo bipartisan per spostare il tetto del debito verso l’alto (o, idealmente, per eliminarlo), il che comporta un periodo di negoziazione di qualche mese (fino a giugno, sembrerebbe), periodo durante il quale tra politiche anti-inflazionistiche e carenza di liquidità sul mercato dei Buoni del Tesoro americani, il costo del debito pubblico rischia di  schizzare pericolosamente verso l’alto. 

In uno scenario di questo tipo, particolarmente destabilizzante per i mercati finanziari, la Banca centrale americana sarebbe (inevitabilmente) costretta ad intervenire acquistando i Treasury bonds, contraddicendo così platealmente la politica monetaria restrittiva che ha perseguito durante tutto il 2022 nel nome della lotta all’inflazione. Insomma, dal quantitative tightening si ritornerebbe al quantitative easing, riproducendo le condizioni per quella spirale debitoria che ha caratterizzato tutto il periodo che ha fatto seguito alla grande crisi finanziaria del 2007-08 e alla crisi pandemica. Tra il 2008 e il 2019, il debito federale statunitense detenuto dal pubblico è aumentato del 500%, il debito privato non-finanziario del 90% e il debito dei consumatori, escluso quello ipotecario, è aumentato del 30%; in seguito, dal 2020 in poi, cioè durante la crisi pandemica, queste categorie di debito sono aumentate rispettivamente di un altro 30, 15 e 10%. (Gillian Tett, “The Fed finds itself in a nasty hole”, in Financial Times, 27 gennaio 2023).

Se il petroyuan dovesse decollare, la tanto ventilata de-dollarizzazione potrebbe davvero materializzarsi. Di fatto, il processo è già avviato. Come ha scritto l’economista Dominique Plihon, “stiamo assistendo a un doppio movimento di regionalizzazione e di multipolarizzazione del sistema monetario internazionale che potrebbe portare a una ‘guerra delle valute’”.

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Diario della crisi – Inflazione da salari?

Lotta di classe in America – Il rifiuto del modello di lavoro e l’urgenza di salvare l’ambiente, stanno imprimendo dei cambiamenti profondi nella società, rivoluzionando la scala di valori di sistema 

È sulla “wage inflation”, sull’inflazione da salari, che bisogna riflettere, dato che sembra al centro delle preoccupazioni sia delle banche centrali che dei mercati finanziari (Jay Powell: “wage increases are probably going to be a very important part of the inflation story going forward”).

Secondo l’International Labour Organization (ILO), nella prima metà del 2022 i salari reali globali sono diminuiti dello 0.9%. È la prima volta dal 2008. Comparativamente, nei paesi ricchi il declino è stato peggiore che nei paesi emergenti: nei paesi ricchi del G20 abbiamo un -2.2% (Nord America: -3.2%, in quelli emergenti del G20 +0.8%). Quindi, come la mettiamo con le analisi delle banche centrali, della Fed e di tutte le altre?

Il problema starebbe nel disallineamento tra domanda e offerta di lavoro: negli US ci sono 1.7 posti vacanti per ogni lavoratore disoccupato. Quindi – è questo il ragionamento – bisogna continuare a contrastare l’inflazione da salari se si vuole arrivare al tasso-obiettivo del 2% d’inflazione. Una sorta di politica monetaria preventiva.

Sul Financial Times Rana Foroohar cerca di spiegare il perché di questa discrepanza tra domanda e offerta di lavoro (Wage inflation is a mirage for most workers, FT 5 dicembre). Durante il 2021, a causa della pandemia, la partecipazione della forza-lavoro è precipitata e deve ancora ritornare ai livelli pre-pandemici. Molti sono ancora fuori dal mondo del lavoro a causa di malattie o per curare i più dipendenti. Ma una parte importante della storia è il pensionamento, che rappresenta la metà delle 3.5 milioni persone che mancano all’appello dei datori di lavoro. Molti anziani non hanno più trovato lavoro dopo la fase acuta della pandemia; altri si sono ritirati approfittando dell’effetto ricchezza (“wealth effect”, ossia le plusvalenze realizzate sui risparmi investiti in borsa) dei mercati finanziari negli anni recenti. Ci si chiede anche se nuove tendenze, quali la deglobalizzazione, i mutamenti demografici e le crisi climatiche, abbiano alterato l’elasticità di mercato del lavoro, creando più volatilità e inflazione. Nella sua analisi Rana Foroohar non accenna al fenomeno della Great Resignation, le Grandi dimissioni che, malgrado l’ondata di licenziamenti (1.3 milioni di persone) nei settori dell’Information Technology, dei servizi bancari e assicurativi e nella grande distribuzione (come Wallmart), hanno visto ancora nel solo mese di ottobre 4 milioni di persone dimettersi dal posto di lavoro, in particolare nel settore dei servizi, nell’istruzione, nell’assistenza sanitaria e nell’ospitalità[1].

Comunque sia, le imprese puntano sul miglioramento della produttività per far fronte a all’aumento dei prezzi, o investendo in tecnologia o con lo “shrinkflation”, cioè riducendo le dimensioni del prodotto o la qualità dei servizi (hotel, ristoranti, aeroporti). Secondo l’ILO, quest’anno nei paesi ricchi il gap tra crescita della produttività e salari reali ha conosciuto il maggior aumento dal 1999: la gente lavora molto di più e meglio, senza però vedere alcun beneficio per il proprio sforzo.

Siamo quindi ben al di qua della spirale prezzi-salari evocata per giustificare le politiche monetarie restrittive. Semmai, è di un’altra inflazione che occorrerebbe parlare, quella degli attivi finanziari, del settore immobiliare degli anni di politica monetaria ultra-espansionistica. “È una amara ironia costatare che mentre la politica monetaria ultra-espansiva ha alimentato bolle da tutte le parti, e ora i banchieri centrali devono reprimere l’inflazione, non hanno però gli strumenti per aggiustare ciò che si è davvero rotto nel mercato del lavoro”.

Più verosimilmente, ci stiamo confrontando con un’inflazione da profitti. A sostenerlo sul Financial Times (2 novembre) è addirittura Paul Donovan, capo-economista delle gestioni patrimoniali di UBS: “Le aziende hanno trasferito i costi più elevati sui clienti. Ma hanno anche approfittato delle circostanze per espandere i margini di profitto. L’ampliamento dell’inflazione oltre i prezzi delle materie prime è più un’espansione dei margini di profitto che delle pressioni salariali”.

Contraddizioni monetarie

È la Bank for International Settlements, la cosiddetta banca delle banche centrali (Quarterly review, 6 dicembre), che ha sollevato il paradosso delle politiche monetarie anti-inflazionistiche. Negli anni dei tassi di interesse nulli o negativi, nell’economia si sono accumulati tutta una serie di rischi di default che, come ha dimostrato la crisi del brevissimo governo di Liz Truss, quando si materializzano, costringono le banche centrali ad intervenire iniettando liquidità, contraddicendo così l’obiettivo di combattere l’inflazione attraverso la riduzione della liquidità in circolazione (tipica strategia monetarista di riduzione dell’offerta di moneta). Nel caso del mini-budget della Signora Truss del mese di settembre (forte riduzione della pressione fiscale sui ricchi, elargizione di sussidi per far fronte al caro-bolletta), molto mal visto dai mercati finanziari, sono stati i grandi fondi pensione a prestazione definita che si sono trovati a dover vendere precipitosamente i titoli di Stato per evitare la loro svalutazione, insomma per evitare il fallimento. La Bank of England era intervenuta per salvare il salvabile, ma ciò ha creato un precedente di “moral hazard”, di azzardo morale (di incoraggiamento ad assumere rischi, sapendo che le banche centrali non mancheranno di intervenire acquistando obbligazioni, cioè iniettando liquidità). Il rapido aumento dei tassi di interesse globali e la situazione precaria (scarsità) della liquidità sul mercato strategico dei Buoni del Tesoro statunitensi (come si è visto nel marzo del 2020 subito dopo l’esplosione della pandemia), porta la BIS a suggerire di intervenire d’urgenza nel settore finanziario non-bancario (dove si sono accumulati i maggiori rischi a causa di investimenti in titoli estremamente fragili). Dopo trent’anni di deregolamentazione dei mercati finanziari, è forse un po’ tardi.

Più in generale, è il passaggio dal quantitative easing al quantitative tightening che mette in evidenza alcune contraddizioni di fondo potenzialmente esplosive. Parallelamente agli aumenti dei tassi d’interesse, la Bce ha qualcosa come 5 mila miliardi di euro in titoli obbligazionari accumulati nel corso degli anni di quantitative easing da vendere nei prossimi mesi e anni. Ma questo piano si scontra con l’aumento dei debiti pubblici dei governi dell’eurozona previsti per il prossimo anno in conseguenza degli interventi di copertura dei costi energetici di famiglie e imprese[2]. Il rischio di una crisi del debito sovrano come quella del 2012 è elevato. In ballo c’è la “sostenibilità del debito” europeo. Il prossimo anno gli investitori privati saranno chiamati ad acquistare qualcosa come 300 miliardi di euro di debito pubblico. In gioco c’è la solidarietà tra i paesi dell’eurozona. L’Italia, ad esempio, con il suo debito pubblico (150% del Pil) è il paese che rischia maggiormente. Benché i rendimenti sui Buoni del Tesoro a dieci anni si siano abbassati, sono pur sempre tre volte superiori ai livelli d’inizio 2022. Di fatto, se in Italia l’inflazione può migliorare il rapporto debito/Pil, la condizione è che i tassi e lo spread non aumentino, pena l’azzeramento di quel beneficio[3]. Secondo la Goldman Sachs, la coalizione di destra del governo Meloni si trova “on a narrow fiscal path”[4].

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[1] “The great attrition of emploees shows no signs of slowing. Recent reports from management consultant McKinsey suggest as many as 40% are considering leaving their jobs, usually to seek a different type of career or ‘non-traditional work’, including temporary or part-time roles” (Gillian Tett, “What Musk misses about how this generation works”, FT, 20 novembre). Il tema delle Grandi dimissioni va ripreso e approfondito, in particolare per la “Playlist Generation”, come Gillian Tett chiama i giovani che stanno risignificando il lavoro e il rapporto tra vita e lavoro.

[2] L’Istituto di ricerca di Bruegel ha calcolato che dallo scorso mese di settembre i governi europei hanno già speso 573 miliardi di euro tra riduzione dell’IVA, trasferimenti alle famiglie povere, salvataggi delle aziende elettriche, ecc. Queste spese si aggiungono a quelle stanziate negli anni della pandemia peggiorando i già “claudicanti” debiti pubblici di molti Paesi. A ciò si aggiungono l’aumento delle spese militari concordate a livello NATO con l’obiettivo di giungere al 2% del PIL e soprattutto il costo dell’aiuto all’Ucraina che si articolerà nell’accoglienza di una nuova ondata di profughi e nel sostegno di un Paese che ha bisogno di 5 miliardi di dollari ogni mese per non finire in bancarotta e tutto ciò dimenticando gli eventuali costi della ricostruzione.

[3] A questo proposito, Stefano Lucarelli si pone le seguenti domande: “siamo certi che di fronte alla recessione la BCE possa davvero mettere in vendita sul mercato i titoli europei acquisiti? Se sì a chi li venderà? Sarà l’occasione per far nascere una Debt Agency? In questo scenario quale potrebbe essere il ruolo del MES (laddove l’Italia cedesse alle pressioni e lo votasse)? Oppure assisteremo ad un coordinamento fra FED e BCE e la FED diverrà una sorta di prestatore di ultima istanza per una Unione Monetaria Europea in cui si pretende di non far svolgere alla Banca Centrale questo ruolo? Sul piano politico questo potrebbe sancire un do ut des: tu Europa paghi i costi maggiori della ridefinizione geopolitica imposta dagli americani, ma noi ti garantiamo la sostenibilità delle finanze pubbliche…”

[4] Anche l’economista gesuita Gaël Giraud, in un suo articolo apparso lo scorso primo settembre su Avvenire, pensa che le politiche attuali delle banche centrali possano portare al collasso europeo. Nella stessa direzione il Financial Times del 15 dicembre (“ECB retreat to put Euro300bn strain on eurozone bonds”, 15 dicembre 2022).


Diario della crisi – Recessione e inflazione

Lotta di classe in America – Il rifiuto del modello di lavoro e l’urgenza di salvare l’ambiente, stanno imprimendo dei cambiamenti profondi nella società, rivoluzionando la scala di valori di sistema 

Prove di recessione

Negli ultimi mesi del 2022 l’inflazione globale ha dato segni di rallentamento. Ad esempio, in Europa è diminuita dal 10.6% al 10%. Dall’estate scorsa i prezzi dell’energia sono calati, i prezzi dei beni alimentari sono pure diminuiti e le catene d’approvvigionamento sono meno ingolfate. La stabilizzazione internazionale dei prezzi all’ingrosso dei beni alimentari non si è però tradotta in minor inflazione per le economie domestiche su scala globale (Financial Times, 6 dicembre, p. 3) . 

In ogni caso, le tre banche centrali, la Fed, la BCE e la Bank of England, a metà dicembre hanno rallentato l’aumento dei tassi di interesse (mezzo punto percentuale in meno rispetto ai 4 aumenti precedenti dello 0.75%). Negli US i tassi della Fed si situano ora tra il 4.25% e il 4%, in Europa la Bce li ha fissati al 2% [dall’8 febbraio passano al 3%, n.d.r.] e nel Regno Unito i tassi sono al 3.5%. 

I mercati finanziari hanno reagito in modo diverso alle  mosse delle tre banche centrali: la reazione alle esternazioni della Lagarde ha causato il calo più consistente (-2.5% dell’indice benchmark S&P 500, 15 dic.). Secondo il Financial Times (FT, 17/18 dicembre), queste differenti reazioni dei mercati finanziari definiranno le strategie delle banche centrali a fronte del calo dei tassi d’inflazione, o comunque del suo andamento. 

È un fatto che le banche centrali hanno voluto dare un messaggio molto chiaro rispetto alla loro determinazione di voler contrastare l’inflazione, ma i rischi politici sono pur sempre elevati. In questo fine 2022, le domande degli analisti sono le seguenti: l’inflazione ha davvero raggiunto il suo picco? Di quanto potranno ancora aumentare i tassi d’interesse? La recessione sta per esplodere (US), quanto durerà (Europa) oppure ci siamo già dentro (come in UK)? Quando le banche centrali invertiranno la stretta, ridando così ossigeno ai mercati finanziari? 

È un fatto che non appena i mercati sentono odore di recessione, e quindi di possibile riduzione dei tassi d’interesse, ripartono alla grande, salvo poi recedere quando i dati sull’inflazione dimostrano che siamo ancora lontani dall’obiettivo del 2% (obiettivo che però sembra chimerico). I mercati finanziari vogliono la recessione, le banche centrali vogliono contenere l’inflazione, è un gioco delle parti che ha al suo centro la medesima volontà di spezzare la spirale prezzi-salari reminiscenza della stagflazione degli anni ’70. Naturalmente, molto dipende dalla guerra in Ucraina e dall’andamento dei prezzi energetici, dal cambiamento climatico, dal cambiamento delle politiche anti-Covid in Cina, dagli effetti macro-economici degli aumenti dei tassi di interesse, dalla spesa di famiglie e imprese che, se al ribasso, non farà che peggiorare sostanzialmente la (possibile) recessione.

Secondo l’Economist (The monetary marathon, 10 dicembre, p. 68), sono tre le ragioni per cui la lotta all’inflazione da parte delle banche centrali è lungi dal poter raggiungere l’obiettivo del 2%. In primo luogo, la continua scarsità di forza-lavoro: mentre le notizie sul fronte dei prezzi sembrano buone, scrive il settimanale, “the latest wage data are worrying”. Negli USA, negli ultimi tre mesi i salari sono aumentati del 5.1% su base annua, e da quando i dati sono stati pubblicati i mercati azionari sono calati in attesa di aumenti prolungati dei tassi di interesse. Più o meno a questi stessi livelli i salari in Gran Bretagna, con scioperi che lasciano presagire aumenti più consistenti. In Europa la situazione sul mercato del lavoro è meno tesa, ma l’inflazione energetica rischia di intaccare il resto dell’economia e di generare aumenti salariali per contrastare l’aumento del costo della vita. È evidente che per l’Economist è il salario reale che deve diminuire, dato che gli aumenti dei salari nominali sono ancora ben al di sotto del tasso di inflazione. 

In secondo luogo, il problema della fiscal policy. Le politiche pubbliche espansive andrebbero moderate in linea con le politiche anti-inflazionistiche delle banche centrali.

Tuttavia, negli Stati Uniti il recente l’Inflation Reduction Act riduce in minima parte l’indebitamento pubblico, a maggior ragione il condono dell’amministrazione Biden di parte dei debiti degli studenti. In Europa, i sussidi per la lotta contro il rincaro energetico rischiano di surriscaldare l’economia, come è successo nel 2021 negli Stati Uniti con l’”American Rescue Plan”. In Inghilterra, le misure di risparmio entreranno in funzione solo nel 2025. Due terzi della spesa energetica della UE è per il controllo dei prezzi, ciò che, secondo l’Economist, è molto dispendioso e disincentiva il risparmio energetico. Oltretutto, solo un quinto della spesa energetica è mirato sui più poveri. È quindi prevedibile che i sussidi aumenteranno nei prossimi mesi. 

In terzo luogo, nel 2023 l’inflazione energetica è destinata a riaccendersi perché l’economia cinese, diversamente dal 2022, si riaprirà e si riprenderà in conseguenza di politiche anti-Covid meno restrittive. La concorrenza globale per l’approvvigionamento di gas naturale liquefatto (liquified natural gas, LNG) sarà quindi elevata. Benché la battaglia contro l’inflazione delle banche centrali abbia raggiunto un punto di inflessione, conclude l’Economist, “it will not be won for a long time”. 

L’economista Nouriel Roubini, il “dottor Doom” dell’Università di New York che anticipò la crisi finanziaria del 2007-08, sostiene che il sovraindebitamento delle economie domestiche, delle imprese private; i disavanzi abissali degli Stati; il ritorno dell’inflazione; la fine delle politiche monetarie accomodanti delle Banche centrali (con denaro a costo zero) sono tutti gli ingredienti per un crack economico-finanziario. Roubini prevede un duplice colpo: 1) le Banche centrali aumenteranno i tassi di interesse per ripristinare la stabilità dei prezzi e gli “zombi” (famiglie, imprese, società finanziarie, Stati) subiranno un colpo brutale per i costi del debito, il calo dei redditi e delle entrate, la svalutazione degli attivi; 2) Tutto questo porterà alla stagflazione (aumento dei prezzi, accompagnato da crescita debole), come negli anni ’70, ma a quei tempi l’indebitamento era basso (Project Syndicate, 2 dicembre, ripreso da Silvano Toppi, “Sarà un atterraggio rude, prevede il dottor Destino”, in Area, 16 dicembre 2022).

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Vecchia tattica per una nuova strategia

Lotta di classe in America – Il rifiuto del modello di lavoro e l’urgenza di salvare l’ambiente, stanno imprimendo dei cambiamenti profondi nella società, rivoluzionando la scala di valori di sistema 

“Ogni spostamento verso il centro aliena la base di sinistra, e suggerisce a tutti gli elettori che la ragione sta dall’altra parte”. Il linguista americano George Lakoff è noto come specialista delle metafore, allora quando parla di sinistra è bene chiedersi cosa sia, questa cosa, fuor di metafora. A maggior ragione di questi tempi in cui l’abuso di parole rende difficile la comprensione del loro vero significato politico.

A interrogare la sinistra tutta, dalla socialdemocrazia alla sinistra radicale, è la crisi del modello neoliberale che ha caratterizzato gli ultimi decenni di crescita economica e sociale. Stiamo vivendo una vera e propria crisi della globalizzazione, che ne rivela tutti i difetti strutturali. La comparsa del virus è strettamente legata all’estremo sfruttamento degli ambienti naturali, in particolare nei paesi emergenti. Gli shock che minano l’assetto economico globale, amplificati dalla guerra in corso, svelano la fragilità di un’economia mondiale basata sulla rete di catene di approvvigionamento di merci e materie prime in cui centrali sono la riduzione dei costi del lavoro e la massimizzazione dei profitti delle multinazionali, in particolare nel settore energetico, nella raffinazione e nel trasporto. Il ritorno dell’inflazione è la conseguenza del rafforzamento dei mercati finanziari e della loro componente speculativa, di quel ‘fare denaro con denaro’ che, storicamente, è all’origine della distorsione nella ripartizione del valore e della perdita generalizzata di potere d’acquisto.

Per combattere l’inflazione, le banche centrali fanno leva sugli aumenti dei tassi d’interesse che, del tutto inoperanti di fronte all’impennata dei prezzi energetici e alle difficoltà di approvvigionamento, di fatto mirano a provocare una recessione forte quanto basta per moderare le rivendicazioni salariali. Con l’aumento del costo del credito, e del debito, gli Stati ne approfittano per ridurre ulteriormente i loro margini di manovra per sostenere il potere d’acquisto delle famiglie, senza comunque abbandonare l’idea balzana secondo cui gli sgravi fiscali per i più ricchi sono il modo più efficace di far sgocciolare la ricchezza verso i più poveri.

Se il pendolo della storia si sta allontanando dall’integrazione economica globale, ci vorranno però decenni prima di ristabilire un più equo rapporto di potere tra capitale e lavoro, a meno di cambiare strategie di lotta e di mobilitazione. La crisi della globalizzazione ci porta infatti in una nuova era in cui la sostenibilità locale diventa prioritaria rispetto alla crescita globale. La spinta verso la localizzazione non esaurisce certo la natura globale dell’economia, a maggior ragione nell’epoca della digitalizzazione, ma costringe a ripensare le regole del commercio, del lavoro e del rapporto costi e benefici in ogni decisione di strategia economica. I luoghi prendono il posto dei modelli econometrici impersonali (“né di destra né di sinistra”) che hanno plasmato le società nel tempo della globalizzazione. All’efficienza dei modelli degli economisti liberisti, basata sulla nozione astratta di forza-lavoro, si sostituiscono i modelli della resilienza, in cui le comunità locali, le persone, assumono una nuova rilevanza politico-strategica.

Questa transizione storica dal globale al locale è tutta iscritta nella crisi dell’idea che valori, sistemi politici e interessi nazionali siano meno importanti delle pure forze di mercato. Per questa ragione, il governo di questa trasformazione non è meramente economico, è invece prevalentemente politico, come dimostrano gli attacchi ai diritti civili e alle forme di vita che la destra sta sferrando per conquistare consenso elettorale. La Brexit, l’elezione di Donald Trump e le recenti elezioni in Italia, confermano però anche la distanza, quando non il divorzio, tra gli elettori e i modelli economico-elettorali basati sul paradigma della crescita in chiave globale. Non sono la crescita, o la speculare decrescita, il pomo della discordia. La sfida sta piuttosto nel riconnettere la ricchezza creata all’interno degli Stati nazione, all’interno degli spazi locali, con mercati globali sempre più competitivi e concorrenziali.

A questa sfida, la sinistra si presenta con la sua storia, in cui si esclude che il suo popolo possa marciare unito, in cui gli sforzi di mettere assieme le sue anime in una strategia di area sono sempre difficili o vani. Ognuno teme di perdere la propria autenticità se si unisce agli altri, benché la ricerca di autenticità svolga un utile ruolo di elaborazione teorica e di vigilanza contro eventuali sbandamenti verso posizioni liberiste. Non è detto che marciare disuniti, perfezionando la propria specifica identità, scrutandosi a vicenda e liberandosi dei furbastri, sia la cosa peggiore da fare. Oggi, però, il problema è un altro, ossia quello di riuscire ad elaborare una strategia politica in cui la relazione tra crisi ecologico-climatica, crisi della crescita globale e crisi della democrazia sia esplicita e programmatica. È una sfida che non ha pari con tutto quello che abbiamo conosciuto, che esige la costruzione di uno “spazio generativo” di invenzione e di sapere concreto “capace di mobilitarci e di spingerci oltre angoscia e paura” (Marco Deriu).

Che il programma rosso-verde sia anche il risultato di un calcolo elettorale, è indubitabile. La questione è però quella di trasformare una vecchia tattica in una nuova strategia. Per riprendere un vecchio adagio ecologista, occorre “pensare globalmente e agire localmente”, mettendo a frutto i saperi pratici che i movimenti ambientalisti, prima di tutti gli altri, hanno sviluppato in questi ultimi decenni. È una questione di programma, di strategia istituzionale, ma anche di orecchie capaci di ascoltare il rumore profondo della resistenza.

Scritto per LaRegione