Forse anche Dio ha qualche problema

C'è chi tempo fa ha profetizzato la "fine della storia". Ma la storia purtroppo è ancora tutta qui, ed è quella di sempre 

Santificare un golpista? In un paese civile, in una democrazia autentica e non solo formale, in una modernità razionale e illuministica, certamente non sarebbe successo. E invece è successo, in questi ultimi giorni, per Donald Trump, dopo l’attentato che ha subito. Perché le retoriche dominanti hanno rimosso il fatto che Trump sia stato (e sia ancora) un golpista, un anti-democratico radicale, un sovranista e un razzista e non solo nella propaganda – sostanzialmente un fascista, con dietro di sé però, secondo i sondaggi, il 52% degli americani che evidentemente ne condividono l’ideologia. 

Certo, ora l’attenzione si sposta su Biden, che rinuncia alle elezioni presidenziali e lancia un endorsement per la sua vice Kamala Harris. Ma in attesa di capire se sarà veramente Harris a sfidare Trump – se sì, probabilmente sarà una elezione epocale, una donna contro un machista (a prescindere dalle politiche che realizzeranno) – restiamo su quest’ultimo e sugli Stati Uniti che hanno santificato, appunto, un golpista.

In realtà, gli Stati Uniti non sono – non lo sono mai stati davvero, se non nella guerra al nazifascismo e nei movimenti giovanili anti-guerra in Vietnam o per i diritti civili – un paese razionale, illuministico, liberale (basterebbe ricordare gli assassini dei due Kennedy e di Martin Luther King). Soprattutto non sono mai stati un paese davvero democratico, anche se vuole fare credere di esserlo, di essere anzi la migliore democrazia del mondo, un modello e un faro per l’intera umanità (e in nome della esportazione della democrazia ha fatto i peggiori disastri della sua e nostra storia recente, dalla ex Jugoslavia all’Iraq, passando per la Libia e oggi sostenendo militarmente il genocidio – o come altrimenti vogliamo chiamarlo – e il colonialismo israeliano in Palestina, appena sanzionato dalla Corte Internazionale di Giustizia come contrario al diritto internazionale, senza dimenticare il sostegno americano al golpe del fascista Pinochet nel Cile del 1973). Piuttosto – non diciamo nulla di nuovo, ma può essere utile ricordarlo – è un paese governato dalle oligarchie del denaro e dell’industria, dal complesso militare-industriale (lo aveva già capito il Presidente Eisenhower, nel 1961), oggi dalla Silicon Valley, con il contorno dei fondamentalismi religiosi di un’America dove anche la fede è diventata una industria per consumatori di merci religiose. Un paese imperialista – come negarlo, con più di 800 basi militari sparse nel mondo e la volontà, ora, di creare di fatto una NATO globale – non certo per difendere la democrazia, semmai per difendere i suoi interessi e quelli del suo modello economico, producendo per questo sempre nuovi nemici contro cui combattere.

Ora Trump viene appunto santificato prima e incoronato poi a candidato alle prossime elezioni presidenziali da un partito repubblicano ormai indecorosamente appiattito sul fascismo/trumpismo, Trump ultimo oligarca della lunga storia oligarchica americana. “Avevo Dio dalla mia parte” ha detto Trump, raccontando di come è sopravvissuto ai colpi che lo hanno ferito a un orecchio. E se fosse vero – insomma se Dio esistesse davvero – dovremmo pensare che anche Dio ha qualche problema se appoggia e difende Trump, così dimostrando di non sapere più distinguere, neppure lui, il bene dal male, il giusto dall’ingiusto. Scherziamo, ovviamente, l’omicidio è sempre da condannare, noi felici che l’uomo Trump sia ancora vivo; ma lo diciamo per  ricordare che chiamare in causa Dio è prassi antica del potere (del peggiore potere), e Dio è sempre tirato per la giacchetta quando serve anche, come ora, alla propria santificazione: come appunto per Trump – e se il 52% degli americani si riconosce in Trump vuol dire che Dio funziona sempre egregiamente per la macchina della propaganda.

Nel suo discorso alla Convention repubblicana ha anche detto di voler essere una figura unificante – lui che ha fatto della violenza verbale e fisica dividente la sua ideologia – e di candidarsi “per essere il presidente di tutta l’America, non di mezza America”, aggiungendo che l’America deve essere “salvata da un governo fallito e incompetente”, perché “sotto l’amministrazione Biden l’America è diventata una nazione in declino”. Dimenticando che il declino dura da molto più tempo e che si aggrava sempre di più quanto più cresce l’arroganza del potere americano e la sua incapacità (per egocentrismo e narcisismo identitario e per volontà messianica di onnipotenza in quanto vero e unico popolo eletto) di capire che il mondo è cambiato. Dall’unilateralità e dall’archia americana sta transitando verso un policentrismo articolato, anche se non certo positivo e virtuoso in quanto anch’esso archico (la poli-archia, e non certo un governo democratico del mondo). E il candidato repubblicano si propone come colui che può far tornare grande l’America quando invece è solo l’espressione dell’ultima tappa di questo declino. 

“Metterò fine all’immigrazione illegale chiudendo il nostro confine e finendo il muro” con il Messico, ha continuato Trump, aggiungendo poi di voler attivare “la più grande deportazione della nostra storia”. E ha inoltre promesso che già dal primo giorno della sua presidenza estenderà le trivellazioni petrolifere e la diffusione delle energie fossili in generale, al che i suoi supporter alla Convention repubblicana, dicono le cronache, hanno iniziato a gridare “trivella, trivella, trivella!”. Già, perché l’oligarca Trump è ovviamente al servizio della oligarchia economica e finanziaria anche del fossile, per la quale, come si dice, è più facile immaginare la fine del mondo – e nostra – che la fine del capitalismo. Ovvero, Trump è un mix micidiale (per la democrazia e per la biosfera) di sovranismo, negazionismo climatico, neoliberismo, razzismo, anarco-capitalismo, egotismo/solipsismo da popolo eletto, teocrazia, oligarchia e non democrazia (neppure formale), arroganza e protervia, bellicismo sempre e comunque – insomma (chiamiamo le cose con il loro nome) di fascismo o di quello che Umberto Eco aveva definito fascismo eterno o Ur-fascismo. 

Se a questo aggiungiamo che gran parte della Silicon Valley ha fatto endorsement (Musk su tutti) per Trump, Musk spingendo per avere JD Vance (forse peggiore di Trump) come candidato Vicepresidente – endorsement da parte cioè di un’America iper-tecnologica, appunto anarco-capitalista, post-umanista, futurista e che vuole mutare i destini del mondo imponendoci (in nome di una innovazione che non si deve fermare mai, in realtà soprattutto per accrescere sempre di più i propri profitti), di dover diventare digitali e di accettare l’intelligenza artificiale come un dato di fatto a prescindere da noi (dal demos) e dalla demo-crazia  allora dovremmo finalmente ammettere o meglio ricordare, avendolo dimenticato da tempo, che l’innovazione tecnologica e capitalistica è, dall’avvio della rivoluzione industriale, anti-democratica in sé e per sé, oligarchica in sé e per sé – e quindi è del tutto normale (per il capitalismo e per il sistema tecnico, non certo per noi e per la biosfera) che oggi l’oligarchia della Silicon Valley si allei con l’oligarca Trump. Chiamato anche tycoon, termine che un tempo, in America, accanto a quelli di robber barons e moguls – come ricordavano due grandi economisti del passato non troppo lontano come Paul A. Baran e Paul M. Sweezy nel loro Il capitale monopolistico (Einaudi, 1968) – “riflettevano il sentimento popolare che paragonava il grande uomo d’affari americano al signore feudale per le sue abitudini rapaci e la sua mancanza di preoccupazioni per il benessere pubblico”, esattamente come oggi nel capitalismo digitale. Con la differenza che oggi robber barons, moguls e tycoons (Trump, Musk e la Silicon Valley, ma anche Bolloré, Blocher e ieri Marchionne, eccetera eccetera) hanno il consenso affascinato dei media, delle Università e soprattutto di masse di popolo (digitale e non digitale) incapaci, per propria essenza, di preoccuparsi del bene pubblico e della biosfera. E il recentissimo bug che ha bloccato aerei, banche, canali televisivi e ospedali dimostra che viviamo in un mondo in cui tutto è collegato ma che soprattutto dipende da pochi privati (appunto l’oligarchia tecnologica e il suo oligopolio) che governano il mondo.

Se questa è l’America trumpiana/muskiana che ci aspetta, dovremmo forse abbandonarla al suo declino per salvarci, evitando cioè di farci alleati della sua arroganza – il declino può essere molto arrogante, l’arroganza della volontà di potenza che si oppone al proprio declino. Sapendo tuttavia che se Trump è un oligarca temporaneo, quella di Musk e della Silicon Valley è una oligarchia (e ricordiamo che l’olig-archia, fin dall’antica Grecia, è sempre contro la demo-crazia; e quindi la democrazia, se vuole essere demo-crazia, deve essere sempre anti-oligarchica) che sembra ormai consolidata e accettata da tutti, sinistre comprese. È il fascismo tecnologico. Molto più pericoloso del fascismo politico – che comunque è sempre stato e sempre è al servizio del capitale e oggi del tecno-capitalismo.

Dovremmo quindi forse – come Europa – lasciare l’America al suo destino, partecipando invece alla costruzione di un mondo diverso e soprattutto migliore. Il problema è che anche noi europei siamo americani. 

Nell’immagine: un’opera dell’artista californiano Andrew Kong Knight


Tsunami nero sull’Europa. E se fosse Ur-fascismo?

C'è chi tempo fa ha profetizzato la "fine della storia". Ma la storia purtroppo è ancora tutta qui, ed è quella di sempre 

Onda nera, tsunami nero sull’Europa. Le elezioni per il Parlamento europeo hanno visto un trionfo delle destre radicali. Non in tutti i paesi, fortunatamente, in Nord Europa e in Portogallo i socialisti e i verdi raccolgono consensi importanti e crescenti. In Italia la premier Meloni fa il boom di preferenze, ma Fratelli d’Italia perde 600mila voti rispetto alle elezioni politiche del 2022, mentre il PD ne guadagna 300mila. D’accordo, sono elezioni diverse, alle europee alto è stato l’astensionismo, non è possibile fare confronti diretti, eppure il segnale è importante.

In realtà, in queste elezioni europee l’onda nera ha colpito soprattutto Francia e Germania, i due paesi cardine dell’Europa, della sua costruzione, della sua trasformazione in Unione Europea.  E questo è un brutto segnale, anzi pessimo. L’avventurista e guerrafondaio Macron – e forse anche per questo suo militarismo ha perso consenso – ha convocato, pochi minuti dopo gli exit poll, le elezioni politiche anticipate. Il rischio – altissimo – è quello di avere dopo le elezioni un parlamento francese con un imponente maggioranza relativa di stampo reazionario, antieuropeista e negazionista della crisi climatica. In Germania, niente elezioni anticipate, ma crollo dei socialdemocratici (sempre meno socialisti) e dei verdi (sempre più militaristi che ecologisti). Ma Francia e Germania mettono in luce un primo paradosso: mentre gli scienziati continuano ad avvisarci di una crisi climatica sempre più drammatica, parti sempre più grandi degli elettori delle due economie maggiori della UE votano per partiti che negano l’evidenza. Stesso paradosso in Italia. Una evidente irrazionalità elettorale, ma sappiamo che il popolo non è quasi mai razionale.

Alla crisi climatica si affianca la crisi sociale, che si aggrava anch’essa e alla quale gli elettori rispondono anche qui votando sempre più a destra – giusto come cento anni fa, in Italia con il fascismo e in Germania con il nazismo, che si proponevano appunto come soluzioni anche alla crisi sociale post-Prima guerra mondiale, ma che erano di fatto, come le destre di oggi, funzionali al capitale e agli industriali. Certo, in questi ultimi quarant’anni le sinistre hanno fatto di tutto per rinnegare la loro storia e la loro cultura, facendosi più filo-capitalismo dei capitalisti e quindi contribuendo esse stesse alla crisi sociale prodotta in sé e per sé dal neoliberalismo. 

Ma cosa sono queste destre – Le Pen in Francia, l’Afd in Germania, Meloni e Salvini in Italia, per citare solo i nomi più noti – fascismo, postfascismo, neofascismo, afascismo, populismo, conservatorismo reazionario ma non fascista in senso stretto – o che altro ancora? Il generale Vannacci – inneggiando alla fascistissima X Mas e aggiungendo slogan basati su Dio, Patria e Famiglia – non dovrebbe essere considerato un fascista? Il fatto che la Lega di Salvini lo abbia candidato nelle sue liste e che Vannacci abbia raccolto 500mila preferenze, con prevalenza nel Nord-Ovest, significa forse che quei 500mila italiani sono fascisti? E Giorgia Meloni e il suo partito: sono fascisti, afascisti (rimandiamo al saggio di Pedullà e Urbinati, Democrazia afascista), postfascisti, semplicemente anti-antifascisti o che altro ancora (utile, in proposito il saggio del filosofo della politica Carlo Galli, dal titolo La destra al potere)?

Forse è utile riandare allora a un vecchio testo di Umberto Eco (1932-2016), scrittore (Il nome della rosa, su tutti), saggista, semiologo, filosofo, medievista e attento osservatore della società contemporanea, dal titolo Il fascismo eterno, titolo a sua volta di un suo intervento a un simposio organizzato dalla Columbia University nel 1995. Cosa intendeva Eco con fascismo eterno?

Scriveva Eco: “anche se i regimi politici possono venire rovesciati e le ideologie criticate e delegittimate, dietro un regime e la sua ideologia c’è sempre un modo di pensare e di sentire, una serie di abitudini culturali, una nebulosa di istinti oscuri e di insondabili pulsioni”. Il fascismo non era il nazismo e il comunismo, era una dittatura più che un totalitarismo (ma su questo siamo in disaccordo), o meglio, scriveva Eco, era “un totalitarismo fuzzy” – cioè sfumato, ma anche confuso, impreciso – “non era una ideologia monolitica, ma piuttosto un collage di diverse idee politiche e filosofiche, un alveare di contraddizioni”. Ma fu anche l’archetipo comune di tutti i movimenti fascisti europei e non solo, di allora e successivi. 

E quindi, “il termine fascismo si adatta a tutto perché è possibile eliminare da un regime fascista uno o più aspetti, e lo si potrà sempre riconoscere per fascista”. E allora, “a dispetto di questa confusione, ritengo sia possibile indicare una lista di caratteristiche tipiche di quello che vorrei chiamare l’Ur-Fascismo, o il fascismo eterno. Tali caratteristiche non possono venire irreggimentate in un sistema; molte si contraddicono reciprocamente e sono tipiche di altre forme di dispotismo o di fanatismo. Ma è appunto sufficiente che una di loro sia presente, per far coagulare una nebulosa fascista”. Eco elencava 14 di queste caratteristiche. 

La prima è il culto della tradizione. La seconda “implica il rifiuto del modernismo. Sia i fascisti che i nazisti adoravano la tecnologia”, ma le loro lodi alla modernità erano “solo l’aspetto superficiale di una ideologia basata sul sangue e la terra […] e l’Illuminismo, “l’età della ragione, veniva visto come l’inizio della depravazione moderna”. 

Terza caratteristica del fascismo eterno/Ur-Fascismo: il “culto dell’azione per l’azione, perché l’azione è bella di per sé e dunque deve essere attuata prima di e senza una qualunque riflessione. Pensare è una forma di evirazione. La cultura è sempre sospetta nella misura in cui viene identificata con il pensiero critico”, da qui espressioni di dileggio come porci intellettuali, snob radicali, e le università sono un covo di comunisti. Quarto elemento: rifiuto della critica e della distinzione, “per l’Ur-Fascismo il disaccordo è tradimento”. Ed esprimere disaccordo (quinto punto) “è un segno di diversità”, per questo l’Ur-Fascismo instilla la paura della differenza, “quindi è razzista per definizione”.

Sesto carattere: “l’Ur-Fascismo scaturisce dalla frustrazione individuale o sociale” e quindi fa appello alle classi, soprattutto medie, che si sentono impoverite ed emarginate. E a queste classi offre (7) il nazionalismo come farmaco (in realtà è un veleno), cui si aggiunge il complottismo e (8) l’anti-ebraismo. E ancora: il pacifismo (9) è collusione con il nemico, è cattivo mentre invece la vita deve essere una guerra permanente. L’Ur-Fascismo, inoltre, non può che invocare il popolo come unità e predicare  (10) “un elitismo popolare”, che funziona bene come propaganda anche se è una evidente contraddizione in termini. Vive del culto della morte (11), è machista (12) e leaderistico e “deve opporsi ai putridi governi parlamentari” (13). Last but not least, “l’Ur-Fascismo inventa e parla una neolingua”- e infatti “tutti i testi scolastici nazisti o fascisti si basavano su un lessico povero e su una sintassi elementare, al fine di limitare gli strumenti per il ragionamento complesso. Ma dobbiamo essere pronti”, aggiungeva Eco, “a identificare altre forme di neolingua, anche quando prendono la forma innocente di un popolare talk-show”.

Concludeva Eco, ed era, lo ricordiamo, il 1995: “L’Ur-Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme, ogni giorno, in ogni parte del mondo”. Perché nelle destre oggi vincenti in Europa (e domani in America, con Trump?) c’è almeno uno dei caratteri elencati da Eco. Anzi, ben più di uno. E forse, tutti e quattordici. 


Guerra e intelligenza artificiale

C'è chi tempo fa ha profetizzato la "fine della storia". Ma la storia purtroppo è ancora tutta qui, ed è quella di sempre 

L’intelligenza artificiale ucciderà l’intelligenza umana – anche quel poco che ormai ne resta, se guardiamo a ciò che accade nel mondo, tra guerre e crisi climatica? La discussione dura da tempo. Ma facciamo un passo laterale.

Ghassan Abu Sitta è un chirurgo britannico-palestinese. Ha partecipato a missioni mediche in Palestina e poi nei teatri di guerra di Siria, Yemen, Iraq e Libano. È un medico umanista. In una intervista a il manifesto del 4 maggio ha detto: “Per i palestinesi, e in particolare per la generazione di mio padre, quella sopravvissuta alla Nakba (“la catastrofe” della guerra del 1948) l’educazione rappresenta la sola cosa che nessuno può portarti via. Quando la generazione di mio padre perse tutto, la rete sociale, le case, lo status sociale, e si ritrovò rifugiata in quella che era una vera e propria morte sociale, l’educazione è stata centrale, nessuno poteva prendersela. E per tutte le generazioni palestinesi successive l’educazione è stata la cosa su cui investire. È per questo, per assicurarsi che i palestinesi non abbiano il senso del futuro, che l’esercito israeliano ha distrutto tutte e 12 le università di Gaza e ha ucciso un centinaio tra professori e rettori”. In realtà scuole e università – e ospedali e moschee e chiese e prima di tutto i civili, soprattutto se bambini – sono i luoghi e coloro che la guerra dovrebbe risparmiare, sempre e comunque. E invece.

E invece questa guerra di Israele contro Gaza, o meglio contro i palestinesi – è vietato il termine genocidio? Allora chiamiamolo massacro, sterminio deliberato (con la complicità di americani ed europei corsi a vendere armi, come per l’Ucraina, facendo correre il conta-profitti delle imprese della morte anche per far crescere il Pil) di 35mila inermi, donne e bambini, la sostanza dell’orrore non cambia, speculare a quello di Hamas del 7 ottobre contro ebrei, ma moltiplicato per n volte –, questa guerra ha quindi come scopo non solo quello di sconfiggere militarmente il nemico, ma anche di distruggere e annichilire la cultura e la speranza di futuro dei palestinesi.

Obiettivo che si può ottenere appunto bombardando scuole e università. O attraverso l’imposizione del proprio modello pedagogico neoliberale o con l’integrazione crescente del complesso militare-industriale con l’università, la scienza essendosi venduta in realtà da tempo al capitale, all’industria e al potere politico – ed è una delle derive della scienza contro cui appunto combattono i giovani che occupano università e politecnici di mezzo mondo, cui il potere accademico-industrialista delle università-aziende e quello politico del complesso militare-industriale-universitario risponde chiamando la polizia e arrestando i giovani pacifisti, non chi produce la guerra per profitto. Importante è sempre cancellare/impedire il pensiero critico, la ragione umanistica, uniformare e omologare le differenze, facendo accettare l’uso capitalistico e industrialistico-militare della scienza – che se fosse invece vera scienza dovrebbe essere pura e non macchiata di sangue, di armi e di capitale.

Dopo questi ultimi mesi passati a lavorare come volontario negli ospedali di Gaza, Ghassan Abu Sitta da sabato 4 maggio è diventata una persona non grata in Europa, per il bando di un anno attivato dalla Germania per tutta l’area Schengen. Appunto e ancora: la critica, la discussione / riflessione aperta e non omologata vengono bandite anche dalla illuministica Europa, che si suicida intellettualmente contagiata / sussunta dalle / nelle paranoie maccartiste filo-israeliane dominanti – ed è tristissimo doverlo ammettere, ma America, Europa, Russia e Cina e India sono perfettamente omologate (in modi diversi, certo, e contro avversari diversi, certo – ma per una identica coazione a reprimere) contro intelligenza e pensiero critico (che poi sono la stessa cosa…).

Ma torniamo alla domanda iniziale e riprendiamo le notizie di alcuni giorni fa sull’uso dell’intelligenza artificiale da parte dell’esercito israeliano, attraverso il programma Lavender e di cui ha scritto l’inchiesta dei siti di informazione israeliani +972 e Local Call e da cui estraiamo alcune parti. “Formalmente, il sistema Lavender è progettato per individuare tutti i sospetti miliziani dei rami militari di Hamas e del Jihad Islami, inclusi quelli di basso rango, come potenziali obiettivi di bombardamento. […] durante le prime settimane della guerra, l’esercito ha quasi completamente fatto affidamento su Lavender, che ha contrassegnato come sospetti militanti fino a 37mila palestinesi – e le loro case – per possibili attacchi aerei. E l’esercito ha dato via libera agli ufficiali per adottare le liste di obiettivi da uccidere generate da Lavender, senza porre alcuna condizione di controllare accuratamente il motivo per cui la macchina aveva fatto quelle scelte, o di esaminare i dati di intelligence grezzi su cui si basavano.

Una fonte ha dichiarato che il personale umano spesso agiva solo come timbro di approvazione per le decisioni prese dalla macchina, aggiungendo che, personalmente, dedicava in media solo circa 20 secondi a ciascun obiettivo prima di autorizzare un bombardamento. E questo nonostante fosse consapevole che il sistema commette quelli che vengono considerati ‘errori’ in circa il 10 percento dei casi, ed è noto che occasionalmente vengano contrassegnati individui che hanno solo un vago legame con gruppi militanti, o perfino nessuno.

Inoltre, l’esercito israeliano ha sistematicamente attaccato i bersagli mentre si trovavano nelle loro case – di solito la notte, mentre erano presenti le loro intere famiglie – piuttosto che durante il corso delle attività militari. Secondo le fonti questo accadeva perché, da quella che consideravano una prospettiva di intelligence, individuare gli individui nelle loro case private era più semplice [che in termini aziendalistici potremmo tradurre con ‘efficientare’ , nda]. Il risultato, come testimoniano le fonti, è che migliaia di palestinesi – la maggior parte donne e bambini o persone non coinvolte nei combattimenti – sono stati spazzati via dai bombardamenti israeliani a causa delle decisioni dell’intelligenza artificiale”.

Nell’inchiesta c’è molto altro, ma già da questi elementi non si può che essere preoccupati, se non (come dovremmo essere) inorriditi. Cioè l’intelligenza artificiale aggiunge orrore alla guerra perché de-responsabilizza ancora di più l’uomo che decide (che in realtà non decide, esegue) sulla base della decisione di una macchina e di un algoritmo. E da qui una delle tante domande che sorgono: sarà mai possibile, un domani, istituire un nuovo Tribunale di Norimberga per i crimini commessi ieri da uomini (anche se trasformati in macchine obbedienti) e oggi da una macchina intelligente cui gli uomini obbediscono (come macchine)? Evidentemente no, ma questa irresponsabilità anche nel fare la guerra (ottenibile appunto affidandone lo svolgimento a macchine e all’intelligenza artificiale) è ciò a cui puntano i politici, i militari e il sistema militare industriale (e universitario, se collabora).

Se a quel tempo la giustificazione dei nazisti (come di tutti i militari) era: obbedivo agli ordini, oggi e domani la giustificazione sarà: obbedivo all’intelligenza artificiale. Massima de-responsabilizzazione, appunto. Eppure sembra questo il futuro che ci attende: la normalizzazione della guerra (e più è per frammenti, meno la vediamo nel suo insieme), la sua automatizzazione.

Ovvero, l’intelligenza artificiale uccide l’intelligenza umana non solo perché ci istupidisce per sua essenza e tendenza – pensando e scrivendo ad esempio al posto nostro, evitandoci la fatica di pensare – ma uccidendo l’intelligenza del sapere, dell’etica, della ricerca, delle università anche palestinesi, della scienza non finalizzata al capitale e all’industria.

L’utopia tecnologica diventa sempre più distopia e stupidità (lo è in realtà da un pezzo). Dovremmo maneggiare con cura l’uso delle macchine e degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale. E invece… Qualcuno ricorda il maggiore Kong a cavalcioni della bomba atomica appena sganciata dall’aereo, nel film del 1964 di Stanley Kubrick Il dottor Stranamore – mentre cade sul bersaglio sovietico, urlando di gioia e agitando il suo cappello da cow-boy come se fosse a cavallo di uno stallone in un rodeo?

Nell’immagine: il maggiore Kong


Harry Braverman, chi era costui?

C'è chi tempo fa ha profetizzato la "fine della storia". Ma la storia purtroppo è ancora tutta qui, ed è quella di sempre 

Indifferenza, abitudine, egoismo, edonismo e narcisismo, e poi violenza/guerra, amoralità/immoralità, autocrazie/neofascismi e tante fake-news. Sembrano questi i caratteri ormai stabilizzati – e mescolati tra loro in un micidiale intruglio sociologico e politico – delle nostre società.

Mai prima d’ora si era speso così tanto per le armi – 2.443 miliardi di dollari, +6,8% nel 2023 sul 2022 (Rapporto Sipri) – eppure nessuno protesta e dice/grida: mi oppongo! La crisi climatica peggiora sempre più rapidamente – e l’Europa ne soffrirà più di altre zone del globo – ma la gente vota sempre più a destra e cioè per i negazionisti del riscaldamento climatico, equiparabili ai No-Vax del tempo della pandemia, solo che oggi i No-Climate change sono al governo del mondo.

La stessa pandemia era stata intesa da molti – e rimandiamo a un bellissimo articolo di allora della scrittrice indiana Arundhati Roy – come un momento utile e opportuno di riflessione collettiva e di avvio della nostra uscita radicale da un modello produttivo e consumativo ecocida e anti-sociale oltre che tendenzialmente anti-democratico; e invece no, e tutti vogliamo compulsivamente e freneticamente tornare a prima di allora, anzi a più di prima di allora (più produzione, più consumi, più divertimento, più irresponsabilità, più egoismo, più narcisismo – e della biosfera e dei nostri figli e nipoti chi se ne importa…).

A questo aggiungiamo l’equiparazione tra critica al genocidio israeliano a Gaza e l’antisemitismo, con America e Germania ormai alla totale paranoia, ma anche con Francia e Italia e pure Svizzera in prima fila in questa maccartistica (maccartismo era l’atteggiamento politico diffuso negli anni ’50 in America, caratterizzato da un clima di sospetto e di repressione verso ogni pensare diverso e quindi ritenuto sovversivo), una appunto maccartistica negazione/negazionismo dell’evidenza e quindi dell’intelligenza (e noi tutti occidentali facendoci oggettivamente complici del genocidio, vendendo armi a Israele).

Ma su tutto – oltre a indifferenza, abitudine, egoismo, edonismo e narcisismo e violenza/guerra e amoralità e fake news… – è la dimenticanza ad essere la nuova pandemia di questi tempi, complici consumismo e nuove tecnologie che ci fanno vivere in un eterno presente, dimenticando appunto (questo è la dimenticanza… indotta in noi dal sistema per la sua riproducibilità infinita) il passato (e i suoi fascismi, populismi, maccartismi, autoritarismi, guerre…). Ma dimenticare il passato significa non capire il presente e non poter immaginare un futuro diverso, dopo avere gridato di nuovo, trovando insopportabile e stupido il mondo di oggi: mi oppongo!

Un problema – la pandemia di dimenticanza e il conseguente e collettivo lock-down del cervello – che riguarda anche o soprattutto l’economia e la tecnologia. Perché oggi crediamo di essere nella quarta rivoluzione industriale e in un cambio di paradigma grazie al digitale, quando in realtà è sempre la riproposizione della vecchia rivoluzione industriale e della vecchia divisione capitalistica e macchinica del lavoro: la differenza col passato essendo solo nella digitalizzazione del vecchio taylorismo, mentre le piattaforme digitali sono solo la forma apparentemente nuova della vecchia fabbrica.

Per capire che ciò che sembra nuovo – che viene spacciato come nuovo e spacciato proprio nel senso di una droga che deve determinare la nostra dipendenza dal capitalismo e dalla tecnologia – non è in realtà davvero nuovo, andiamo a rileggere un saggio importante degli anni ‘70 ma oggi dimenticato (appunto…), di Harry Braverman: Lavoro e capitale monopolistico – pubblicato da Einaudi, oggi introvabile se non nelle Biblioteche o vintage in rete. Sottotitolo: La degradazione del lavoro nel XX secolo. Uno studio molto approfondito sullo sviluppo dei modi di produzione capitalistici lungo l’intero ‘900 – e noi diciamo: anche di oggi.

Chi era Braverman (1920-1976)? Qualche vecchio socialista o sindacalista forse ricorderà il suo libro. Lavorò a lungo come ‘operaio di mestiere’ in cantieri navali e poi in industrie metalmeccaniche. Militante del Socialist Workers’ Party fino al 1953, divenne poi Direttore del mensile politico The American Socialist. Dal 1967 fino alla sua morte fu quindi direttore editoriale della Monthly Review Press. E cosa intendeva per capitale monopolistico (riprendendo un concetto di Baran e Sweezy)? “Il capitalismo monopolistico ha avuto inizio negli ultimi due o tre decenni del XIX secolo” con la concentrazione e la centralizzazione del capitale (cioè, grandi imprese e cartelli). Esso “contiene in sé l’aumento delle organizzazioni monopolistiche all’interno di ogni paese, l’internazionalizzazione del capitale, la divisione internazionale del lavoro, l’imperialismo nonché i mutamenti nella struttura del potere dello Stato e l’utilizzo crescente e sistematico della scienza per una più rapida ed efficiente trasformazione della forza-lavoro in capitale”. E se allora “quasi tutta la popolazione è stata trasformata in dipendenti del capitale”, oggi lo siamo tutti (senza il quasi) e ancora di più, per effetto dei processi di digitalizzazione e di messa al lavoro – per la sua valorizzazione capitalistica – della vita intera di ogni individuo.

In questo processo “il capitale, che ‘entra con frenesia’ in ogni nuova area possibile di investimento, ha riorganizzato completamente la società”. Il capitalismo ha cioè assunto “il controllo della totalità dei bisogni individuali, familiari e sociali […] trasformando l’intera società in mercato”, dove tutto assume la forma della merce e dove il sistema inventa sempre “nuovi prodotti e nuovi servizi, alcuni dei quali finiscono per diventare indispensabili per il fatto che le moderne condizioni di vita distruggono ogni alternativa. Chi vive nella società capitalistica è intrappolato in una rete fatta di beni e servizi mercificati, da cui non c’è quasi possibilità di fuga”. E oggi, ancora di più. Noi tutti accettando “come necessario tutto ciò che è reale, come inevitabile tutto ciò che esiste e quindi come eterno il modo di produzione attuale. Questa concezione si presenta come un vero e proprio determinismo tecnologico” o peggio come “un dispotismo della macchina” – e oggi degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale, che dobbiamo accettare a prescindere da ogni valutazione democratica sulla loro utilità e sostenibilità.

Ancora Braverman: “Negli anni ‘60 e ’70 vi era una diffusa insoddisfazione per il lavoro”, portando molti ad abbandonare lavori non di qualità (oggi si parla di ‘grandi dimissioni’, ma non solo). Tra i rimedi proposti allora dal management vi erano “l’ampliamento, l’arricchimento delle mansioni, gruppi e squadre di lavoro, la consultazione o la partecipazione dei lavoratori, i premi di gruppo e la partecipazione agli utili d’impresa, la promessa di abbandono dei metodi e delle tecniche basate sulla catena di montaggio, l’abolizione degli orologi di controllo e la tecnica del I Am, abbreviazione di I Am Manager of My Job”. Ma anche oggi il management propaganda le stesse cose, però lo chiama nuovo: lavoro come collaborazione, self management, empowerment ed enrichment delle mansioni, essere imprenditori di sé stessi (l’equivalente oggi di I Am).

Ma lo scopo è sempre il medesimo, “tagliare i costi, migliorare l’efficienza e aumentare la produttività”, cioè il profitto d’impresa. Perché sempre “è interesse particolare e perenne del capitalismo quello di abbassare il prezzo della merce/forza-lavoro”. Ieri come oggi. E il taylorismo – oggi incorporato negli algoritmi/management algoritmico – è la scienza “della direzione del lavoro altrui”, oggi appunto tradotto in taylorismo digitale. Perché (Taylor) “il controllo del lavoro deve essere sempre della Direzione” e quindi “tutto il lavoro intellettuale deve essere tolto dall’officina”. Ovvero, ci deve essere sempre qualcuno che organizza, comanda e sorveglia il lavoro altrui e qualcuno che deve solo eseguire. Questo è il capitalismo.

Ancora Braverman, sempre mezzo secolo fa: “una conseguenza necessaria della separazione fra ideazione ed esecuzione [del lavoro] è data dal fatto che il processo lavorativo è ora diviso in tanti luoghi distinti e in tanti distinti gruppi di lavoratori. In un posto si svolgono i processi fisici di produzione; in un altro sono concentrati la progettazione, la programmazione, il calcolo e la registrazione. L’idea preliminare del processo prima che esso venga messo in moto; la visualizzazione delle attività di ciascun lavoratore prima che esse abbiamo effettivamente inizio; la definizione di ogni funzione, insieme al modo di eseguirla e al tempo che richiederà; il controllo e la verifica del processo in corso una volta iniziato; la valutazione dei risultati al compimento di ciascuna fase: tutti questi aspetti della produzione [e oggi anche del consumo e del data mining] sono stati trasferiti dallo stabilimento agli uffici direttivi”. Oggi parliamo di globalizzazione, esternalizzazione, delocalizzazione, filiere… ma è lo stesso processo descritto da Braverman. E tutti questi aspetti sono incorporati appunto negli uffici direttivi chiamati algoritmi e IA – del nuovo capitalismo digitale.

Ci fermiamo qui, ma in Braverman c’è molto altro. Non senza però rivolgere un caldo invito alle sinistre e al sindacato – a ciascuno di noi – a rileggere o a leggere Braverman, smettendola di farsi/farci affascinare/catturare ogni volta da una visione idilliaca o ineluttabile/deterministica della tecnica. E del capitalismo.


Guerra all’ambiente e guerra militare: il grande business

C'è chi tempo fa ha profetizzato la "fine della storia". Ma la storia purtroppo è ancora tutta qui, ed è quella di sempre 

Nuovo, ennesimo allarme rosso per il clima. Lo ha lanciato  l’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm). Il 2023 è stato infatti l’anno più caldo mai registrato al mondo da 174 anni a questa parte, cioè da quando ci sono rilevazioni scientifiche in materia.  E la temperatura media è salita di 1,45 gradi centigradi sopra i livelli pre-industriali.

E nuovo, ennesimo grido d’allarme del Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, per il quale “la Terra è sull’orlo del collasso e sta lanciando una chiamata di soccorso”. Sottintendendo: siamo capaci di ascoltarla questa chiamata di soccorso, siamo capaci di raccoglierla e di cominciare ad agire? 

Già, perché la Terra non è una miniera da sfruttare come crediamo da tre secoli a questa parte, cioè dall’inizio della rivoluzione industriale, con le premesse nel colonialismo e in Cartesio e Bacone, ma un essere vivente che vive con noi e che ci permette di vivere, purché noi si cerchi un equilibrio tra agire degli uomini e biosfera. 

Guterres ha pure sottolineato che “l’inquinamento da combustibili fossili sta creando un caos climatico fuori scala” ed ha avvertito che “i cambiamenti stanno accelerando”. È evidente che vi sia una strettissima relazione di causa-effetto tra sviluppo crescente del capitalismo e del sistema industriale di produzione e di consumo e crisi climatica e ambientale. Bastano pochi dati storici per confermarlo: nel mondo vi erano, nel 1937, 2,3 miliardi di persone, con la CO2 nell’atmosfera a 280 parti per milione e gli spazi di natura incontaminata erano il 66% del totale; nel 1997 la popolazione mondiale era salita a 5,9 miliardi di persone (più che raddoppiata in sessant’anni!), con la CO2 salita a 360 parti per milione e la natura incontaminata scesa al 46%; mentre nel 2022 la popolazione mondiale è arrivata a 8 miliardi di persone, la CO2 nell’atmosfera a 417 parti per milione e la natura incontaminata si era ridotta ulteriormente al 35%. E – dicono le previsioni – saremo circa dieci miliardi alla fine del secolo: un dato che coloro che parlano di inverno demografico e vorrebbero che si tornasse a produrre bambini (pensando cioè nazionalisticamente invece che globalmente, come la Terra ci impone), dovrebbero meditare seriamente. 

Last but non least, al fenomeno antico dei gas serra, nel 2023 si è aggiunto anche El Niño, il riscaldamento periodico del Pacifico centro-meridionale e orientale. Che certo non aiuta, anzi. E in Svizzera negli ultimi due anni i ghiacciai hanno perso circa il 10% del loro volume e nel Nord-America il 9%. L’aumento degli eventi estremi legati al clima – inondazioni, cicloni tropicali, ondate di calore, siccità e incendi – sta aggravando l’insicurezza alimentare, favorendo le migrazioni e gli impatti sulle popolazioni vulnerabili. Ma invece di intervenire contro il riscaldamento climatico e la crisi ambientale – modificando radicalmente il sistema imposto dal capitale e dalla tecnica – gli uomini cosa riscoprono? La guerra. E dopo quelle in Ucraina e Medio Oriente – per non citare gli altri focolai di guerra nel mondo e che producono quella che Francesco ha chiamato la Terza guerra mondiale a pezzi (pezzi di guerra sparsi per il mondo…) – ecco l’Europa ritrovarsi guerrafondaia (da Macron a Ursula von der Leyen, che tanto sognava di guidare la Nato) e complici gli agricoltori coi loro trattori e i tanti sovranismi che la corrodono mette di fatto in parentesi il Green New Deal – che la Bce, senza pudore, sostiene che “riduce la competitività” dell’economia europea – e riscopre invece che l’industria bellica è molto meglio, in termini di business e di profitti soprattutto a breve termine, rispetto alla lenta e incerta transizione ecologica e alle energie rinnovabili. 

E allora – e ancora una volta – torniamo alle riflessioni di Carl Philipp Gottlieb von Clausewitz (1780-1831), generale prussiano, scrittore e teorico militare (il suo Della guerra è stato pubblicato, postumo e incompleto nel 1832), famoso e citatissimo soprattutto per la sua frase: “La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è, dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione appunto con altri mezzi”. E ancora: “La guerra non è mai un atto isolato”; e “La guerra non scoppia mai in modo del tutto improvviso, la sua propagazione non è l’opera di un istante”. 

Principi perfettamente applicabili anche alla crisi ucraina e alla invasione russa, ad Hamas e a Israele, a tutte le guerre nascoste ma che sono in corso per accaparrarsi il litio e le altre materie prime necessarie al digitale e alla digitalizzazione della vita e del lavoro; ma nascosta è anche la guerra che la Silicon Valley ha dichiarato contro la nostra privacy e quindi contro la nostra libertà e la nostra soggettività, nascosta è la guerra degli Usa contro Assange speculare a quella di Putin contro Navalny (stesso reato: la libertà di pensiero e di informazione).

Partendo ancora da Clausewitz potremmo / dovremmo aggiungere e dire – rovesciandone il principio – che anche la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi; e che la politica è ridotta a essere sempre e solo guerra; come guerra è la concorrenza/competizione economica di tutti contro tutti, come nello stato di natura secondo Hobbes prima del contratto sociale – contratto sociale che ogni guerra poi tende a distruggere per potersi dispiegare meglio come barbarie di tutti contro tutti. 

Ma usando Clausewitz potremmo / dovremmo soprattutto riconoscere che la guerra alla biosfera e quindi alla vita della Terra e quindi alla vita umana – con noi come forza-lavoro e come consumatori colpevoli tanto quanto il capitale che ci governa, ci coglie incapaci di opporci a questa assurda logica, incapaci di diventare pacifisti esistenzialisti / ambientalisti  nel nostro rapporto non solo con gli altri uomini, ma soprattutto con la Terra come essere vivente: questa guerra alla biosfera è la normalità del capitalismo e della sua logica irrazionale ed ecocida. Perché certo la guerra è nella natura umana, ma il tecno-capitale la valorizza in termini di profitto per sé e la moltiplica per moltiplicare il suo plusvalore (e scriveva la filosofa Simone Weil quasi cento anni fa: “così come il potere militare moltiplica le guerre, così il potere commerciale moltiplica gli scambi”), attraverso quello che si chiamava complesso militare-industriale. 

E quindi la guerra guerreggiata a pezzi di oggi si somma alla tri-secolare guerra del capitalismo alla Terra (e agli uomini, sfruttati come la Terra, anch’essi visti solo come miniera da valorizzare per i profitti del tecno-capitale che a nulla di meglio che a una guerra militare anche non nascosta (come in Ucraina, e tra Israele e Palestina) aspira e approda per fare nuovo business a breve e facilmente (le spese militari sono raddoppiate tra il 2000 e il 2021 e nel 2022 sono aumentate ancora, arrivando a 2.240 miliardi di dollari – il livello più alto mai registrato).

Così si continua pure con le fonti fossili, facendoci dimenticare la crisi climatica (la nostra incessante guerra alla Terra), perché, evidentemente e tragicamente, chi mai ha voglia di ascoltare il grido della Terra e di Guterres quando ci sono le grida dei morti di ogni giorno in ogni guerra, le grida dei bambini di Gaza (che in realtà, anch’esse, finiscono per rimanere inascoltate)? Sì, c’è una pericolosa voglia di guerra, oggi, anche in Europa. Attivata e sostenuta dal capitale. Quale occasione migliore, infatti – per nascondere oggi la crisi climatica – che promuovere una escalation con la Russia, con la Cina e continuare ad accrescere i profitti?

Tutte le guerre, quelle militari da riscoprire dopo un troppo lungo periodo di pace (almeno in Europa) e la continuazione senza ostacoli ambientalistici di quella alla Terra, sono infatti nell’essenza del capitale (se appunto possono essere valorizzate in senso capitalistico), cioè sono uno dei mezzi per garantire al sistema la propria riproducibilità. Ovvero, parafrasando ancora von Clausewitz, per la continuazione del capitalismo in altri modi.


Paradisi fiscali, criptovalute e democrazia a pezzi

C'è chi tempo fa ha profetizzato la "fine della storia". Ma la storia purtroppo è ancora tutta qui, ed è quella di sempre 

Siamo in una guerra mondiale a pezzi, aveva detto papa Francesco tempo fa. E purtroppo la realtà aggiunge ogni giorno qualche nuovo pezzo a questa guerra mondiale. Ma essendo a pezzi, frammentata, fatichiamo a vederla nella sua interezza, nelle connessioni strategiche e negli obiettivi che legano tra loro i vari pezzi. Se la Prima e la Seconda guerra mondiale sono state guerre totali e quasi globali, coinvolgendo non solo gli eserciti ma soprattutto i civili nella distruzione come nella mobilitazione totale di tutti nel conflitto, oggi i pezzi (e solo i pezzi) di questa guerra mondiale li vediamo stando seduti sul divano di casa o davanti allo schermo di un pc o smartphone e quindi ci sembrano lontani.

Ci manca la capacità di vederli come parti di un tutto. In realtà, il potere non ha più bisogno di scatenare una guerra mondiale intera, i vantaggi sono ben maggiori lasciando che sia appunto a pezzi. E dividere e frammentare è una strategia perfetta che il potere da sempre usa per farci adattare oggi anche a questa condizione di insicurezza e di guerra cronica che però permette  al capitalismo – e tutte le guerre in corso sono guerre tra frammenti di capitalismo (Cina e Russia comprese) per il controllo delle materie prime e per conquistare posizioni di egemonia (con il vecchio divide et impera, diventato digitale) – di fare profitti senza che si crei vera opposizione, vera critica, perché anche chi potrebbe opporsi e criticare è stato frammentato, reso incapace di costruire un discorso pubblico e politico condiviso (e la rete e i social sono anch’essi composti di frammenti autoreferenziali e isolati).

La guerra mondiale a pezzi è dunque solo una parte (anch’essa un pezzo, appunto) di una strategia più ampia. Che dovrebbe preoccuparci, e molto, perché in gioco ci sono la nostra libertà e la democrazia. E invece… Utile è allora il saggio dello storico Quinn Slobodian, da poco uscito in italiano da Einaudi, dal titolo Il capitalismo della frammentazione. Sottotitolo: Gli integralisti del mercato e il sogno di un mondo senza democrazia. In realtà è da tempo – da sempre – che il capitale antepone il mercato alla democrazia, pronto a rinunciare alla seconda pur di mantenere e rafforzare il primo. Perché la democrazia è un intralcio al business, alla crescita illimitata del plusvalore, allo sfruttamento incessante di uomini e ambiente, è una barriera per le forze produttive. 

E già il presidente americano Thomas Jefferson ammetteva, due secoli fa, che “le istituzioni bancarie sono più pericolose per le nostre libertà, di un esercito in armi” – un monito che la Svizzera dovrebbe rammentare ogni volta che si sveglia al mattino. E dopo averci illuso con il neoliberalismo – fase propedeutica – che il mercato (ma anche la rete) fosse la forma migliore e anzi perfetta di democrazia, ora il capitale / tecno-capitalismo e gli anarco-capitalisti / libertarians sembrano essere giunti alla convinzione di poter / dover fare a meno del tutto della democrazia, facendoci credere – lo ricorda appunto Slobodian citando un venture capitalist – che “il sistema politico migliore è quello dell’azienda […] cui scegliamo di aderire come clienti.

Se non ci piace il prodotto, andiamo a fare acquisti altrove. Nessuno ci chiede niente e non ci sentiamo in obbligo verso nessuno”. Ovvero, “il capitalismo è molto più importante della democrazia” ha detto anche Stephen Moore – sempre citato da Slobodian – consigliere di Trump e membro della Heritage Foundation, pensatoio assai influente della destra ultraliberista americana e occidentale. Soprattutto se l’intelligenza artificiale e l’ibridazione capitalistica uomo-macchina rendono a loro volta superflua la democrazia (e la libertà) e permettono anzi un sistema globale di autoritarismi anch’essi frammentati, ma che integrati tra loro producono il totalitarismo del capitalismo.

Per raggiungere l’obiettivo della morte formale ma anche sostanziale della democrazia, oltre al neoliberalismo e alla tecnologia servono le zone economiche, i paradisi fiscali, i nazionalismi per la creazione di sempre nuovi stati che per vivere avranno bisogno di capitale e di capitalisti, le città-stato, i porti franchi, gli hub per l’innovazione. Soprattutto le zone: e “nel suo aspetto più elementare” – scrive Slobodian – la zona “è una enclave ricavata all’interno di una nazione ed esentata dalle normali forme di regolamentazione”, ambientali, sociali, salariali, di sicurezza del lavoro, fiscali. Attualmente vi sono ben ottantadue forme di zone/enclave e sono concentrate in Africa, America Latina e soprattutto Asia.

Quasi sempre volute/create dagli Stati. Il tutto per dar vita ad un mondo “sempre più interconnesso e al tempo stesso sempre più parcellizzato”, sviluppando “un pluridecennale tentativo [del capitalismo] di praticare fori nel tessuto sociale”, svuotando la democrazia e limitando la libertà politica, sociale e civile (potenziando invece al massimo quella d’impresa), cioè “di secedere e disertare dalla collettività”. Perché le zone, scrive Slobodian, “non sono solo un mezzo per raggiungere un fine economico [il profitto privato], ma l’ispirazione per la riorganizzazione della politica globale nel suo insieme”. Grazie al suicidio delle nazioni che concorrono a promuovere questa riorganizzazione.

In realtà, definire questa fase come capitalismo della frammentazione ci sembra improprio. Dalla rivoluzione industriale al digitale, infatti, il capitalismo si basa sempre su divisione, frammentazione, separazione, parcellizzazione per poi integrare / connettere e sussumere in sé le parti prima suddivise, in qualcosa di maggiore della loro semplice somma aritmetica. Suddivisione del lavoro, della vita, del consumo, del divertimento e oggi dello stesso individuo, anch’egli tradotto in frammenti di individuo che diventano dati così che ogni sua parte frammentata (corpo, psiche, emozioni, desideri, competenze, informazioni) possa essere valorizzata in termini di accrescimento del profitto capitalistico. 

La frammentazione è cioè nell’essenza stessa del capitalismo e ancora di più del sistema tecnico. Perché più si frammenta lavoro, vita e individuo – e oggi anche la guerra – meglio il sistema riesce a sussumerci (secondo movimento della sua razionalità, dopo la divisione / frammentazione), cioè integrarci nella sua totalità. E se ieri vi erano le grandi guerre mondiali e le grandi industrie (centralizzazione del comando e concentrazione di soldati e di operai – perché ieri il capitalismo aveva bisogno anche di uno Stato grande, forte e centralizzato per ingegnerizzare i comportamenti umani necessari e funzionali), così oggi abbiamo frammenti di guerra mondiale, frammenti di forza lavoro e frammenti di micro-imprese, di start-up e di lavoratori delle piattaforme digitali, dove vi è sempre la centralizzazione dell’organizzazione, del comando e della sorveglianza (ma ormai direttamente assunta dal capitale e dalle sue oligarchie / tecnocrazie e incorporata nelle macchine). 

C’è modo di rovesciare questa tendenza / vocazione antidemocratica del capitalismo, cioè totalitaria? In questo ci aiuta il libro del senatore socialista democratico americano Bernie Sanders, due volte in corsa per la Casa Bianca, due volte bloccato dalle oligarchie economiche e da quelle del suo stesso partito – e appena tradotto in italiano. Il titolo – Sfidare il capitalismo – scelto dall’editore Fazi è insieme esistenziale e politico: politico nel senso di sollecitarci a riprenderci la politica, quindi la democrazia, evitando che il capitale la uccida definitivamente, trasformandoci da cittadini a clienti e insieme a forza lavoro della sua fabbrica globale; esistenziale, nel senso di farci consapevoli di ciò che sta producendo il capitalismo per sé ma contro tutti noi e contro l’ambiente. Un titolo italiano certamente migliore dell’originale – It’s OK to Be Angry About Capitalism – per sintetizzare quello che dovrebbe essere un dovere, un imperativo categorico non solo delle sinistre e dei socialismi ma di ciascun cittadino che abbia ancora a cuore la sua libertà e la democrazia.

Come possiamo infatti accettare – sostiene Sanders – un sistema economico che rende i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri e un capitalismo sfrenato (Sanders lo chiama übercapitalismo) che mina la democrazia e minaccia il pianeta? Sanders non si limita alla denuncia, ma propone – e da tempo – un programma dettagliato di cambiamento radicale, una rivoluzione nel pensiero politico che riporti la sinistra e la democrazia dalla parte dei lavoratori e dei cittadini. E dell’ambiente e delle future generazioni.

Ma il problema è tutto nella domanda: siamo ancora / di nuovo capaci di sfidare il capitalismo?

Nell’immagine: illustrazione generata dall’IA (Openart.ai)


Socialisti e Verdi. Capire i perché di una crisi

C'è chi tempo fa ha profetizzato la "fine della storia". Ma la storia purtroppo è ancora tutta qui, ed è quella di sempre 

Perché Socialisti e Verdi non si amano (più)? Forse perché i Verdi hanno paura di guardare a sinistra e i Socialisti hanno paura di farsi green? Forse per la sindrome della divisione, sempre e comunque? La crisi ambientale e climatica (oltre che sociale) sempre più evidente – con il 2023 che è stato l’anno più caldo dagli inizi della rivoluzione industriale, tre secoli fa – non dovrebbe dimostrare in totale evidenza che la sua causa prima è proprio il capitalismo con la sua logica del profitto e quindi dell’accrescimento illimitato e che quindi se non si cambia radicalmente modello economico e produttivo / consumistico e di innovazione tecnologica, addio futuro per le prossime generazioni? Lo dice e lo scrive papa Francesco che bisogna uscire dal paradigma tecnocratico, perché non riescono a dirlo anche sinistre ed ecologisti? Sono capaci di sfidare il capitalismo, come propone il titolo del libro del senatore americano e socialista democratico Bernie Sanders, in uscita il 30 gennaio (Fazi Editore)?

Il fallimento anche della recente COP 28 non sta forse a dimostrare che il capitalismo fossile e produttivistico / consumistico sta facendo di tutto – e già si sta preparando per far fallire anche la prossima COP – per rinviare quanto più è possibile la messa in discussione di sé come modello irrazionale? E questo ultimo capitalismo fossile e insieme digitale, sempre uguale ma apparentemente sempre diverso, non sta forse favorendo in tutto il mondo la ri-nascita di forze politiche sovraniste / populiste / postfasciste / antipolitiche e antidemocratiche – ma comunque neoliberali – e quindi negazioniste del cambiamento climatico, appunto per poter continuare l’accrescimento ulteriore di sé come capitalismo di sfruttamento dell’uomo e della Terra (e del profitto privato) e cioè, come si diceva un tempo, è capitalismo di rapina?

Rapina di risorse naturali (non più solo petrolio, ma litio, terre rare, eccetera); rapina di dati personali (la nostra profilazione) per la valorizzazione capitalistica non solo, come un tempo, del nostro lavoro e del nostro consumo, ma anche della nostra vita, ormai non più nostra ma merce anch’essa; rapina di senso di responsabilità verso il futuro (il negazionismo, appunto, o la resilienza che dovremmo indossare come nuovo habitus del nostro adattamento al tecno-capitale); rapina nello sfruttamento tayloristico-digitale del lavoro; rapina nelle disuguaglianze che crea, anche in Svizzera; rapina di conoscenza, sempre più trasferita al machine learning / algoritmi / IA.

Tutto questo non dovrebbe essere intollerabile? La lotta contro questo modello tecnico ed economico irrazionale ed ecocida per sua essenza non dovrebbe appunto accomunare socialisti e verdi – se i socialisti fossero davvero socialisti e ricordassero chi era Karl Marx (che molti errori ha commesso, ma molti di più  sono quelli di chi ha pensato di agire in suo nome) o leggessero la Scuola di Francoforte e riaprissero le pagine ancora attualissime di L’uomo a una dimensione di Marcuse o di Eclisse della ragione di Horkheimer o Minima moralia di Adorno; e se i verdi fossero davvero verdi e leggessero ad esempio l’ambientalista italiano Giorgio Nebbia, ma anch’essi leggessero Marcuse e Horkheimer e Adorno e il Club di Roma? Perché non riescono a costruire una lettura critica dei processi tecnici / tecnologici e capitalistici in corso e sembrano invece rassegnati al capitalismo e alla tecnologia come dato di fatto ormai immodificabile? 

Perché da troppo tempo non hanno più l’abitudine (marxiana, ma anche illuministica e soprattutto umanistica) “a ragionare in grande, cioè per grandi problemi, per grandi prospettive, soprattutto” – come ricordava, in altro tempo e in altro contesto (1987) l’economista e politico italiano Claudio Napoleoni? Proprio la crisi climatica – e quella sociale e quella democratica strettamente connesse – non dovrebbero imporre a socialisti e verdi di ragionare in grande, per grandi problemi e soprattutto per grandi prospettive, invece di lasciar crescere ancora le destre (anche svizzere) e il loro sogno / incubo diventato immaginario collettivo di troppi e fatto di piccolo è bello, nascondiamoci ai problemi globali e rinserriamoci piuttosto nel ridotto nazionale delle banche, dell’egoismo e del qui e ora?

In realtà esiste un problema a monte, che proviamo a riprendere grazie a due libri recenti. Per i socialismi/marxismi, il problema è quello di avere creduto (e per molti, di crederlo ancora) – leggendo soprattutto il primo Marx – che lo sviluppo incessante delle forze produttive capitalistiche e borghesi fosse la fonte unica di progresso e quindi la via necessaria per arrivare alla società comunista (Marx nel Capitale: “il modo capitalistico di produzione si presenta come necessità storica, affinché il processo lavorativo si trasformi in un processo sociale”). Dimenticando che Marx – che non era un dogmatico e per sua ammissione non era un marxista (e rimandiamo all’ottimo saggio di Marcello Musto, sociologo alla York University di Toronto e grande studioso di Marx: L’ultimo Marx – Donzelli Editore) – aveva poi aggiornato e modificato questa lettura unilineare, oltre che (per noi) surreale della storia, difendendo le specificità delle situazioni storiche, sempre comunque confidando nella centralità dell’azione umana per modificare la realtà e produrre cambiamento. 

Perché Marx, come ricorda Musto, aveva come obiettivo quello di “organizzare la lotta per porre fine al modo di produzione borghese e per la completa emancipazione di tutti dal dominio del capitale”. I marxismi novecenteschi hanno invece continuato a riproporre questo dover sviluppare le forze produttive del capitalismo – di fatto lavorando per il tecno-capitale, quindi impedendo ogni autentica emancipazione – in nome di quella religione delle forze produttive criticatissima già nel 1934 dalla filosofa francese Simone Weil e che appunto accomuna(va) capitalisti e marxisti. Mentre oggi queste forze produttive basate sul sempre di più dovrebbero essere almeno contenute, regolamentate e rese sostenibili e soprattutto democratizzate nei loro processi, uscendo laicamente e illuministicamente da questa religione. 

Sviluppo delle forze produttive che oggi si dimostra essere infatti e appunto – ma lo dimostrava già ai tempi dell’ultimo Marx, che forse lo aveva capito – la causa prima se non unica della crisi climatica o, come la definiva Marx, della rottura del ricambio organico tra società e natura. Possiamo allora dire che Marx si era fatto eco-socialista?

Di Kohei Saito – filosofo dell’economia all’Università di Tokyo – abbiamo già scritto l’anno scorso. Ora lo riprendiamo, essendo uscita la traduzione in italiano del suo L’eco-socialismo di Karl Marx (Castelvecchi). Saito si rifà ai quaderni di appunti che Marx aveva dedicato alle scienze naturali e che dovevano essergli utili anche per completare il terzo libro del Capitale (che non poté mai concludere, come il secondo), quaderni pubblicati recentemente per la cura anche dello stesso Saito. Che scrive: “non è possibile comprendere tutta la portata della critica dell’economia politica di Marx se si ignora la sua dimensione ecologica”. Tema anch’esso che aveva portato Marx ad allontanarsi “da ogni forma di ingenuo prometeismo, arrivando a considerare le crisi ecologiche come la contraddizione fondamentale del modo di produzione capitalistico”. In realtà, Saito sembra forse troppo ottimista nel definire Marx un eco-socialista. Sicuramente però i quaderni pubblicati indicano che Marx stava ponendo grande attenzione all’ecologia. Aspettiamo i quaderni successivi per confermare la tesi di Saito, ma le premesse sembrano esserci.

Certo è che noi oggi – con un Marx ecologista o meno – dobbiamo usare, per ciò che ci è ancora utile (ed è molto, marxiani o non marxiani che si sia), anche la critica di Marx al capitalismo. Ma siamo davvero capaci – Sanders – di sfidare il capitalismo?

Nell’immagine: anche in Ticino non è stato un matrimonio d’amore


Lavorare meno? Sì, grazie!

C'è chi tempo fa ha profetizzato la "fine della storia". Ma la storia purtroppo è ancora tutta qui, ed è quella di sempre 

Lavorare meno per lavorare tutti era un principio politico forte alla fine degli anni ’90, e le 35 ore diventarono legge in Francia (legge poi per altro annacquata a più riprese). In seguito il principio e l’obiettivo sono stati rovesciati in lavorare di più per guadagnare di più. Obiettivo in sé impossibile, ma molto amato dal padronato (il cui mantra è da sempre: dovete aumentare la vostra produttività, e quindi produzione e consumismo, perché altrimenti addio profitti nostri) e dai neoliberali di tutto il mondo che da quarant’anni ci dicono e predicano che dobbiamo diventare tutti imprenditori di noi stessi, così accrescendo il nostro capitale umano (concetto osceno in sé, ma ormai accettato e normalizzato) – e quindi la nostra produttività. Che è un altro modo per accrescere il nostro auto-sfruttamento dimostrando al capitale di essere però felici di farlo – e ingegnerizzare i lavoratori per farli felici di aumentare l’auto-sfruttamento e il pluslavoro era un principio che perseguiva già Taylor, più di cento anni fa.

E ancora: nel 2000 il sociologo Domenico De Masi aveva scritto un libro dal titolo L’ozio creativo. Mentre l’economista John Maynard Keynes scriveva, nel 1930: “da qui a cento anni il livello di vita dei paesi in progresso sarà da quattro a otto volte superiore a quello odierno. E non sarebbe fuori luogo prendere in considerazione la possibilità di progressi anche superiori. […] E l’uomo si troverà di fronte al suo vero problema: come impiegare il suo tempo libero per vivere bene, piacevolmente e con saggezza. E quindi dovremo adoperarci per fare in modo che il poco lavoro che ancora rimarrà sia distribuito fra quanta più gente possibile. Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore saranno più che sufficienti per risolvere il problema”. Una ingenuità? Sì, certo. Se poi andassimo ancora più indietro nel tempo, il genero di Marx, Paul Lafargue, aveva scritto nel suo Diritto all’ozio (ma diversamente dal Keynes successivo): “Non perdete la vostra vita cercando di guadagnarvela: vivete subito il vostro sogno invece di sognare la vostra vita. Abbasso la schiavitù salariata! Viva i modi di vita alternativi!”.

E dunque, il nostro rapporto con il lavoro (e la vita) è sicuramente complesso e troppo spesso dissociato e schizofrenico. Oggi Serge Latouche – il teorico francese della decrescita, o meglio della a-crescita – rilancia il tema in un suo nuovo, breve ma accattivante saggio, dal titolo più che esplicito: Lavorare meno, lavorare diversamente o non lavorare affatto (Bollati Boringhieri). E già nelle prime pagine ci ricorda che le “tre promesse della modernità avanzata – lavorare meno guadagnando sempre di più grazie alla società dell’abbondanza; lavorare tutti in modo sempre più piacevole grazie alla civiltà del divertimento; e, in futuro, non lavorare più grazie alle nuove tecnologie – rimangono del tutto mistificatorie finché si resta in un’economia capitalistica”.

Giusto e sacrosanto, ma è un processo sempre dimenticato anche dalle sinistre; perché il capitalismo – ma anche la tecnica, che Latouche purtroppo dimentica – sempre sfrutterà il lavoro (e la biosfera), sempre accrescerà (soprattutto in assenza di nostre reazioni, come accade da troppo tempo) la nostra produttività e il nostro pluslavoro, sempre automatizzerà non solo la produzione e il consumo, con macchine sempre più automatiche e che imparano da sole, arrivando alla I.A., ma soprattutto automatizzerà i nostri comportamenti per renderli sempre più funzionali/sussunti al funzionamento del sistema tecno-capitalista-megamacchina, noi dovendo prendere/incorporare il ritmo impostoci dalle macchine.

Invece, scrive Latouche, se entrassimo nel modello della decrescita, essa “potrebbe realizzare quelle promesse tradite, in quanto decrescita significa al tempo stesso una riduzione quantitativa e una trasformazione qualitativa del lavoro, in una prospettiva di abolizione del rapporto salariale”, rapporto salariale che è appunto una diversa forma di schiavitù. Perché una riduzione sostanziale del tempo di lavoro si realizza soltanto rompendo “il software economico/economicistico e l’ossessione della competitività, ovverossia con la logica della società della crescita”. Dunque, sarebbe urgente “cambiare le regole del gioco”. Perché “se un marziano atterrasse sulla terra e vedesse come viviamo, penserebbe giustamente che siamo dei pazzi e rimarrebbe stupefatto della stupidità con cui gli umani sono organizzati”, cioè con il solo scopo di accrescere produzione e consumo e produttività e quantità… e profitto privato.

Un rapporto complesso, quello nostro con il lavoro: da una parte desideriamo lavorare meno e avere più tempo libero – ed “è dalla rivoluzione industriale che le macchine, che dovevano liberarci dalla fatica, hanno in realtà aumentato i carichi di lavoro” – dall’altra non ci accorgiamo che oggi (l’abbiamo anzi accettata come una esigenza ineluttabile), digitalizzati in massa come siamo, non solo si sono ulteriormente intensificati i tempi e i ritmi di lavoro (nel taylorismo digitalizzato), ma anche il tempo libero è stato totalmente (e non da oggi) industrializzato e messo a profitto per sé dal capitale e noi tutti lavoriamo h 24 e sette giorni su sette producendo dati (a pluslavoro totale, cioè gratuitamente) per il Big Data – “e sicuramente viviamo più a lungo, ma senza avere mai avuto il tempo di vivere” e anzi il sistema ci impone di lavorare anche più a lungo nell’età.

Insomma, ci siamo fatti colonizzare l’immaginario e la coscienza dalla logica per cui il lavoro è un dovere – dimenticando che dovrebbe essere semmai un diritto dell’uomo – anzi la vera e unica vocazione dell’uomo, cioè un Beruf secondo Max Weber – e così chiudendoci con le nostre mani nella gabbia d’acciaio (oggi virtuale) del capitalismo (ancora Weber). Noi non comprendendo che “il salariato è la forma di lavoro dipendente funzionale all’impresa borghese industriale” (Latouche) e alla sua “ideologia lavorista fondata sul diritto di proprietà” (come teorizzato da John Locke); “che però schiavizza e abbrutisce il lavoratore”. Mentre ci possono – ci devono – essere altri modi di lavorare, di lavorare appunto diversamente, come ipotizzato un tempo dal socialismo utopistico e “dall’economia sociale e solidale attuale”; allo stesso tempo crescendo la richiesta di lavorare in modi meno stressanti – e diversi sono i tentativi di passare ad esempio a quattro giorni di lavoro a settimana – con un lavoro, soprattutto, “che contenga una parte di riflessione e di azione politica”.

Per questo, tuttavia, “è necessario resistere all’ingranaggio dell’accumulazione illimitata e non lasciarsi catturare dal ciclo infernale dei bisogni e del guadagno”. Un’ipotesi che il capitale vede ovviamente come assolutamente fuori dalla (sua) logica e quindi cerca in tutti i modi di impedirla e di impedire la demercificazione del lavoro (“che non può essere vinta senza la fuoriuscita dalla società lavorista, ovverossia dal dominio del mercato e del capitale”) – così come cerca in tutti i modi di farci dimenticare la crisi climatica, producendo il sostanziale fallimento della COP 28, appena conclusa.

Ma anche le sinistre, scrive Latouche, devono uscire dalla “profezia ricorrente per cui le macchine sono destinate a liberare l’uomo dalla servitù del lavoro”, devono cioè “uscire dal tecno-scientismo”, anch’esse invece da sempre sedotte dalle macchine senza capire il potere e la potenza della tecnica. E infatti Latouche giustamente ricorda come “per lo stesso Marx, l’abbondanza realizzata grazie allo sviluppo delle forze produttive avrebbe dovuto portare al passaggio al comunismo (certo attraverso una rivoluzione, ma che si sarebbe verificata inevitabilmente), mentre è accaduto e sta accadendo esattamente il contrario. Perché è impossibile lavorare diversamente in un sistema che rimane il medesimo. Anzi, il mercato totale “impone il paradigma del lavoro come merce a tutta la società, compresi i settori nei quali sembrava impossibile introdurlo, come la ricerca scientifica, la cultura, la sanità, l’educazione. Uscire dalla società lavorista significa allora, anzitutto, demercificare il lavoro”.

Certo, la decrescita sembra utopistica in questa “tarda modernità e nel quadro ossessivo di competitività del capitalismo finanziarizzato e globalizzato”. Eppure…

Nell’immagine: Serge Latouche


Mi vergogno!

C'è chi tempo fa ha profetizzato la "fine della storia". Ma la storia purtroppo è ancora tutta qui, ed è quella di sempre 

Mi vergogno – come essere umano – di ciò che ha fatto Hamas in Israele: assassini, stupri, terrorismo e violenza contro i civili e mi vergogno della sua volontà di cancellare Israele. Una totale oscenità etica, ma anche politica e morale – rimando al libro Hamas. Dalla resistenza al regime di Paola Caridi (Feltrinelli Editore) [di cui abbiamo parlato in questa sede lo scorso 29 novembre].

Mi vergogno – come essere umano – di ciò che sta facendo Israele a Gaza – una vendetta delle più atroci, una rappresaglia che ricorda altre rappresaglie praticate da altri nel Novecento – e anche questa è una totale oscenità etica, ma anche politica e morale, per la mancanza di ragione (la vendetta è appunto l’azzeramento della ragione), per la mancanza di proporzionalità, per la mancanza di futuro politico, in un nichilistico cupio dissolvi dove nemico diventa un intero popolo già da anni recluso in una prigione a cielo aperto.

Mi vergogno del silenzio dell’Occidente e dell’Europa su ciò che sta facendo Israele a Gaza, un autentico genocidio e una distruzione senza senso.

Mi vergogno di Israele per cui la vendetta e lo stato di guerra permanente sembrano essere nel suo dna, per uno Stato sempre più integralista e teocratico. 

Mi vergogno di Israele incapace (come Hamas) di pensare / immaginare la pace.

Mi vergogno di essere stato negli anni passati sempre vicino a (amico di) Israele (ma anche dei palestinesi); mi vergogno di cosa è diventata oggi (non da oggi) Israele – uno Stato colonialista in Cisgiordania usando la tecnica del fatto compiuto, uno Stato che ha creato a Gaza prima appunto una prigione a cielo aperto e ora la invade con i carri armati e i missili e i droni e l’intelligenza artificiale.

Mi vergogno dell’antisemitismo contro gli ebrei che risorge e mi vergogno dell’antisemitismo ebraico contro i palestinesi.

Mi vergogno del regime di apartheid praticato da anni da Israele contro i palestinesi (fonte Amnesty International), nel silenzio di tutti noi.

Mi vergogno di noi Occidente, quindi anche di me, che abbiamo taciuto per anni (ancora questo tema, ma lo considero un tema dirimente) sulla violenza dei coloni israeliani. Mi vergogno perché non li consideriamo (e non li abbiamo classificati) come terroristi come di fatto sono, alla stessa stregua di Hamas; e non consideriamo terrorista l’esercito che li appoggia e li difende e il governo di Tel Aviv che li appoggia e li difende, insieme alla maggioranza dei cittadini israeliani che quel governo lo vota.

Mi vergogno di non considerare stupro contro il corpo dei palestinesi in Cisgiordania – per non parlare di Gaza – l’assassinio anche dei bambini (una sorta di pulizia etnica attraverso una pulizia demografica?), gli incendi e la distruzione delle case e delle scuole e degli ospedali palestinesi – e perfino il divieto di raccogliere le olive dalle loro proprietà.

Mi vergogno perché noi Occidente abbiamo considerato e riconosciuto – e giustamente, Svizzera compresa – come genocidio (oltre alle deportazioni) quello degli armeni perpetrato dall’Impero Ottomano tra il 1915 e il 1919 (che causò circa 1,5 milioni di morti), e non quello di oggi di Israele (e la sua voglia apparentemente irrefrenabile appunto di produrre una nuova Nakba) contro i palestinesi.

Mi vergogno perché noi Occidente usiamo quindi sempre due pesi e due misure, noi che pure ci vantiamo – siamo osceni anche noi – di essere depositari dei valori indisponibili della libertà, della democrazia, e soprattutto dei diritti dell’uomo e sanzioniamo la Russia che invade l’Ucraina (doveroso), ma non Israele.

Mi vergogno di Israele che ora vuole distruggere Hamas – in realtà: delenda Gaza – dopo averla usata per anni, di fatto rafforzandola, per indebolire l’ANP e mi vergogno di noi Occidente che glielo abbiamo permesso.

Mi vergogno dell’Occidente che fornisce armi a Israele per proseguire nel suo genocidio / Nakba e mi vergogno degli Usa che hanno posto il veto su una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu che chiedeva un cessate il fuoco permanente tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza; mi vergogno di essere complice di un tale genocidio; mi vergogno dell’Europa che non riesce a fermare questo genocidio ben evidente e sotto gli occhi di tutti (quello degli armeni è stato nascosto per decenni).

Mi vergogno di potermi solo vergognare davanti al cinismo dell’intero mondo occidentale che – dopo anni di silenzio e di loro nascondimento sotto il tappeto – riscopre solo ora gli Accordi di Oslo e l’idea dei due Stati, quando è evidente che Israele non vuole, altrimenti non starebbe colonizzando da anni la Cisgiordania e non starebbe radendo al suolo la Striscia di Gaza.

Mi vergogno di Israele che ha tradito la mia amicizia. Vorrei ritrovarla e metterla accanto alla mia amicizia per i palestinesi. Ma servirebbe un Israele diverso, un popolo israeliano diverso. Un Mandela, invece di Netanyahu. Perché certo il problema è Hamas – un’altra forma di integralismo ideologico, esecrabile e condannabile come ogni integralismo ideologico – e nessuno lo nega; ma – oggi, e purtroppo – il problema è soprattutto Israele.

Nell’immagine: Pablo Picasso, Guernica (1937, dettaglio)


La vendetta genera mostri

C'è chi tempo fa ha profetizzato la "fine della storia". Ma la storia purtroppo è ancora tutta qui, ed è quella di sempre 

Il sonno della ragione, si dice, genera mostri. E poi c’è quella particolare forma di sonno della ragione che si chiama vendetta – che è una delle facce più oscene della mostruosità umana, quando cioè il sonno diventa incubo. 

Davanti a ciò che è accaduto (la mostruosità di Hamas e gli stupri delle donne) e a ciò che sta accadendo (la mostruosità di Israele, la sua vendetta/rappresaglia in rapporto di uno a dieci se non di più, con il crimine di bombardare persino gli ospedali e le scuole), ecco che allora provo a cercare conforto, io laico, nel mio amato padre David Maria Turoldo (1916-1992), antifascista, teologo, filosofo, per me soprattutto poeta. E Turoldo mi perdonerà se faccio un assemblaggio personalissimo e disordinato di alcune parti di sue poesie, tutte raccolte ne Il grande male; ma credo possano essere utili per farci – anche o soprattutto noi Occidente, con il nostro sonno ormai cronico della ragione – qualche domanda. 

Dio, perfino i bambini!
Sempre e dovunque i bambini
sacrileghe vittime
dei nostri orgogli di adulti […]

Primo comandamento di tutti gli eserciti:
tu non avrai altra ragione
all’infuori della ragione (impazzita)
di colui che ti manda […]

E voi distruggete gli altari
di tutti i Militi ignoti,
gli Altari delle patrie.
Dopo i bambini del Vietnam
e i bambini del Salvador
e quelli di Tall-El-Zaatar
E ancora i bambini di Beirut;
nubi di fantasmi bianchi
che velano il cielo.

[…] I capi brindano
allo splendido avvenire.
Ma non c’è avvenire.

Uomini, dentro
non avete che morte
morte che vi circola, nel sangue,
morte nel cuore
negli occhi nelle mani […]
Tutti assassini,
da anni,
da millenni,
da oltre i millenni. […]

Sento che ancora dobbiamo lottare
per te e salvarti, Israele!

Nell’immagine: David Maria Turoldo