Habermas, la lezione di un grande maestro

Il lungo percorso del filosofo tedesco, concluso con il pessimismo per le prospettive dell'integrazione europea 

Con la morte del filosofo e sociologo Jürgen Habermas scompare una delle figure più significative del panorama filosofico e culturale tedesco e internazionale degli ultimi cinquant’anni: oltre che eminente pensatore fu anche un intellettuale influente nel dibattito pubblico. La sua figura è quella di un grande maestro, forse uno degli ultimi.

Egli apparteneva alla generazione che ha cercato di ricostruire la Germania, allora Repubblica Federale Tedesca, sul piano morale, rappresentando una delle voci più critiche nei confronti della tendenza a rimuovere il ricordo di un terribile passato e a maggior ragione a indulgere a nuove forme di patriottismo identitario o di nazionalismo. Per questo egli fece sua l’espressione, riferendosi al proprio paese, di «patriottismo costituzionale». Costante è stato anche il suo impegno europeista, a favore del diritto internazionale e di un pacifismo giuridico di ispirazione kantiana.

Habermas è considerato il maggior esponente della seconda generazione della Scuola di Francoforte, fra i cui padri fondatori troviamo Theodor Adorno e Max Horkheimer, autori del famoso libro, pubblicato nel 1947, Dialettica dell’illuminismo, un testo espressione di un marxismo critico, ma profondamente influenzato anche da pensatori come Nietzsche, Freud e Weber.

Da Bonn a Francoforte

Habermas, nato a Düsseldorf nel 1929, non ebbe la sua prima formazione accademica nell’ambiente francofortese, ma in particolare a Bonn, dove conobbe quello che divenne poi un suo importante collega e amico: Karl-Otto Apel.

Giunse a Francoforte nel 1956, come assistente di Adorno. Cominciò a quel punto il confronto critico con i padri della scuola francofortese, che si intrecciò negli anni Sessanta, che lo videro divenire uno dei più significativi intellettuali della sinistra tedesca, con una serrata e sempre più polemica discussione con le frange più radicali del movimento studentesco. Non fu, quella, che una delle sue prime polemiche pubbliche cui, ad esempio, seguì, alla fine degli anni Ottanta, quella contro Ernst Nolte e il revisionismo storico.

Habermas sostiene che la critica francofortese alla razionalità occidentale, condotta dagli autori della Dialettica dell’illuminismo, pecchi di unilateralità e sia autocontraddittoria. Essi accusano la ragione di essersi sviluppata soprattutto come soddisfacimento ed esasperazione del naturale istinto di autoconservazione, divenuto ormai incontrastato e pervasivo dominio della natura esterna e interna all’uomo, e amministrazione meticolosa e asfissiante della società, a vantaggio dei ceti dominanti rispetto ai subordinati (dominio di classe) e della totalità sui singoli (anonimo dominio burocratico: «un gregge e nessun pastore» diceva Nietzsche). Adorno e Horkheimer intendono la loro critica radicale come un tentativo, sul modello della critica kantiana alla ragione, di salvare l’illuminismo da se stesso. Secondo Habermas, però, essi ci restituiscono un’immagina parziale della ragione, riducendola a ragione strumentale e passando sotto silenzio l’altra faccia della razionalità. Criticando in modo così radicale la ragione, essi finiscono per demolire, ecco la contraddizione, l’unica facoltà in grado di esercitare anche la critica della ragione, compresa quella condotta da Adorno e Horkheimer. Per Habermas, accanto alla ragione strumentale vi è quella volta alla ricerca di un accordo fra esseri per questo detti ragionevoli, in quanto capaci di intendersi, grazie al linguaggio, su ciò che è vero e giusto sulla base di argomenti pertinenti espressi in discorsi volti alla ricerca di un consenso fondato. Da queste pratiche discorsive nascono le discipline scientifiche, giuridiche, critico-estetiche e filosofiche. Certo, la modernità ha di fatto sviluppato soprattutto il lato strumentale (tecnico) della ragione, e per questo più che un progetto contradittorio o addirittura fallito, essa va ritenuta, afferma Habermas, un «progetto incompiuto».

Una prima testimonianza di questa impostazione è rappresentata dalla tesi di abilitazione, forse il libro di maggior successo di Habermas, pubblicato nel 1962 col titolo di Strukturwandel der Öffentlichkeit (uscito in italiano col titolo Storia e critica dell’opinione pubblica). Nel libro si ricostruisce il costituirsi, alla fine dell’epoca dell’assolutismo, di uno spazio pubblico ma non politico in cui si sviluppa in dibattito critico in luoghi come il caffè, il teatro, le gazzette, i circoli e i salotti. Assume così rilevanza quella discussione e formazione dell’opinione che per Habermas è la vera anima della democrazia. Già in quel libro, e poi in molti interventi successivi, Habermas non mancherà ovviamente di riflettere su quanto siano mutati il senso e le modalità del dibattito pubblico, fino ai fenomeni più inquietanti dei nostri giorni.

La teoria del comportamento comunicativo

Nel 1982 esce una delle più importanti opere di Habermas, la Theorie des kommunikativen Handelns (Teoria dell’agire comunicativo), in cui l’autore espone alcuni assunti fondamentali di una teoria sociale secondo cui l’integrazione fra i membri della società è resa possibile da due istanze fondamentali: il «sistema» e il «mondo della vita». La prima nozione, ripresa dalla teoria dei sistemi sociali del sociologo Niklas Luhmann, comprende grosso modo quelle forme di razionalizzazione di tipo strumentale volte ad assicurare l’autoconservazione degli individui e della società. Nel mondo moderno capitalistico si tratta del sistema economico dominato dal mercato e di quello amministrativo-burocratico, controllato dallo Stato, i cui valori di riferimento sono l’efficacia e l’efficienza. Ma accanto a essi, una società ha bisogno della presenza di una sfera che Habermas, riprendendo un termine del filosofo Husserl, chiama «mondo della vita». Questo ambito è costituito da quell’insieme di tradizioni, valori, norme, sensi del mondo, religiosi o secolari, che motivano gli uomini ad agire in modo tendenzialmente cooperativo e solidale, e i cui valori di riferimento sono il bene, la giustizia, l’autenticità ecc.. Se nella modernità abbiamo avuto una progressiva razionalizzazione del sistema economico-burocratico grazie a una razionalità sempre più improntata alla formalizzazione e al calcolo (Weber), anche i mondi vitali sono stati progressivamente, anche se mai totalmente, sottoposti a un esercizio critico reso possibile dalla razionalità comunicativa.

È in questa prospettiva che abbiamo anche la critica alla dottrina di Marx, interpretato da Habermas non solo come un teorico critico del capitalismo, ma anche dell’evoluzione sociale. Egli viene criticato in quanto avrebbe considerato unilateralmente l’evoluzione sociale come determinata fondamentalmente dalla dimensione del lavoro, cioè dello sviluppo delle forze produttive, dimenticando o subordinando indebitamente quello della razionalizzazione dei mondi vitali. Inoltre, la dialettica fra imperativi sistemici e mondi vitali, oggi pericolosamente a vantaggio dei primi (il capitalismo impone le sue regole ovunque), non si risolve (se si risolve) mai con uno scontro finale (la rivoluzione), ma con l’instaurarsi di nuovi equilibri. Habermas è un riformista radicale.

I presupposti della razionalità comunicativa, radicati nell’uso del linguaggio e in particolare nell’argomentazione, consistono in rapporti paritari fra parlanti che avanzano pretese di verità e correttezza normativa riguardo a ciò che sostengono e fanno. Il questo ambito vale solo la forza dell’argomento migliore. Si tratta, ovviamente, di una idealizzazione dei reali discorsi che avvengono fra persone nel mondo reale, ma per Habermas si tratta di una spinta idealizzante immanente ai discorsi effettivi e in grado di favorire uno sviluppo della razionalità collettiva e del rispetto reciproco. Essa è posta alla base anche di quella che Habermas, e il suo collega Apel, hanno definito «etica del discorso». Sia la validità di questa interpretazione della pragmatica della comunicazione umana, sia la sua capacità fondativa di un’etica, e infine la sua reale portata sociale sono state oggetto di molti dibattiti e critiche.

Fatti e Norme

Negli anni Novanta la riflessione di Habermas si è progressivamente concentrata sul significato della razionalità comunicativa negli ambiti del diritto e della democrazia, che sono istanze grazie a cui i valori del mondo della vita, mediati criticamente e razionalmente, possono orientare l’intera società e limitare il potere dei sistemi economico-amministrativi e la loro logica strumentale e soffocante. Fra gli scritti di questa fase va ricordato il volume del 1992 Faktizität und Geltung (Fatti e norme, nella versione italiana). In questi anni vi è anche un interessante confronto fra Habermas e uno dei massimi filosofi della politica della seconda metà del Novecento, John Rawls. La nozione habermasiana di democrazia è di tipo deliberativo. L’anima della democrazia non si riduce al principio di maggioranza, ma al ruolo insostituibile che il libero dibattito svolge nella sfera pubblica. Per questo libertà e democrazia sono in linea di principio inseparabili.

Negli ultimi due decenni l’attenzione dell’agnostico Habermas si è molto concentrata sul nesso fra fede e ragione, democrazia e religione. A determinare questo interesse è stato il ritorno nella sfera pubblica delle religioni, ma anche ragioni teoriche interne al sistema habermasiano. Se, per Habermas, la conoscenza, grazie allo sviluppo della razionalità comunicativa, può essere in linea di principio completamente staccata dalla sfera del sacro, per quella etica, così legata al vissuto, il discorso è più complesso e, ad esempio, il legame con il rito assai profondo. Ma forse, aggiungiamo noi, questo problema non riguarda solo il rapporto fra etica e sacralità, ma quello più ampio con la dimensione sensibile e affettiva.

Il nesso fra fede e sapere è uno dei fili rossi dell’ultima grande opera del pensatore tedesco, una ponderosa storia della filosofia intitolata Auch eine Geschichte der Philosophie (Una storia della filosofia è il titolo della traduzione italiana del primo volume).

Si è detto del ruolo pubblico di Habermas. In una delle sue ultime apparizioni, a metà dello scorso novembre, è tornato a parlare dell’ideale europeo nel turbolento contesto internazionale, non senza amarezza: «Un’ulteriore integrazione politica, almeno del cuore dell’Unione Europea, non è mai stata così vitale per la nostra sopravvivenza come lo è oggi. E mai è sembrata così improbabile».


Liberismo e criptovalute – Faites vos jeux, il croupier se ne è andato

Il lungo percorso del filosofo tedesco, concluso con il pessimismo per le prospettive dell'integrazione europea 

Il rapporto del mercato con lo Stato è complesso e ambivalente. È difficile immaginare un mercato funzionante e centrale nell’economia di una società senza uno Stato, o un’istituzione internazionale voluta da stati, che garantisca il rispetto delle regole, come il diritto di proprietà e l’adempimento degli impegni contrattuali; ma il mercato tende a guardare comunque con sospetto un’istituzione la cui legittimità dipende dalla rinuncia a una quota di libertà a favore della sicurezza, e la cui influenza è dovuta non allo scambio fra soggetti formalmente uguali, ma a quel monopolio della violenza legittima che rende lo Stato, come sosteneva Hobbes, un “Dio mortale”. Di tale sospetto, o addirittura ostilità, è espressione teorica e ideologica il liberismo, nelle sue varie forme.

Liberismo

I liberisti, fino ad arrivare ai libertari anarco-capitalisti, sono fautori della massima libertà di mercato e di uno Stato assente o ridotto ai minimi termini, presentando, a sostegno della loro posizione, argomentazioni attinenti sia all’efficienza economica, sia al rispetto della libertà. Le prime sono riconducibili all’idea che il mercato abbia capacità auto-regolative che evitano gli sprechi e ottimizzano la soddisfazione delle preferenze dei singoli. Di solito l’obiezione a queste tesi ottimistiche è che esse presuppongono un mercato perfettamente funzionante, il che non può accadere (si pensi soltanto alla perfetta informazione e mobilità di cui tutti gli attori, secondo il modello ideale, dovrebbero godere). Il mercato reale tende, invece, alla forma oligopolistica, a generare crescenti diseguaglianze e ad andare incontro a squilibri e crisi. Per quanto riguarda le considerazioni attinenti alla libertà, il liberismo ritiene che sia incompatibile con la libertà individuale ogni ordine politico che non si limiti sostanzialmente a cercare di garantire la massima libertà negativa di ognuno (libertà da interferenze altrui) compatibile con quella degli altri, e che invece persegua dei fini collettivi, come un’idea di bene comune o di giustizia sociale. Naturalmente, i liberisti, come ogni liberale, denunciano giustamente anche il pericolo, assai concreto, che la Stato spacci per bene comune il bene dei governanti stessi.

Nel primo caso, quello dell’agire politico in vista del bene, si tratta di realizzare fini condivisi come, ad esempio, l’incentivazione del benessere collettivo, la difesa della patria o della propria identità culturale, la lotta a una pandemia o al degrado climatico. Per il liberista il bene è un fatto essenzialmente privato, che i singoli devono poter perseguire liberamente e non in base alle direttive dello Stato, che si farebbe Stato etico. Quest’ultima è una tesi giustamente condivisa da ogni concezione di ispirazione liberale, ma essa non comporta, come il liberista pensa, la negazione di ogni ruolo dello Stato al servizio di fini collettivi democraticamente stabiliti. Classicamente, la prima controindicazione alla totale esclusione di una dimensione collettiva e politica del bene è l’esistenza di beni pubblici (ad esempio, appunto, la salute pubblica o la protezione dell’ambiente), il cui godimento non può avvenire per suddivisione privatistica, escludendo chi non aderisce. In questi casi, tutti devono impegnarsi con tutti. Era ciò che, ai tempi del Covid, i “no-vax” non volevano.

Nel secondo caso, quello della giustizia sociale, cade vittima della condanna liberista ogni regolazione per via statuale (dunque cogente: ad esempio attraverso l’imposizione fiscale progressiva) della distribuzione della ricchezza e delle opportunità, volta a contrastare e correggere certi risultati della contrattazione fra soggetti scambiatori, compresa ovviamente quella fra capitale e lavoro. Questi interventi regolativi vengono giustificati, da chi liberista non è, in vari modi, tutti attinenti all’idea che gli effetti di fattori negativi, di cui non è responsabile chi li subisce (sfavorevole condizione sociale alla nascita, malattie, vecchiaia, crisi economiche, disastri naturali ecc.), rendano gli individui meritevoli (in quanto titolari di diritti) di protezione e sostegno da parte della collettività. Si tratta di quella “fratellanza” politica posta come terzo valore, il più difficile da definire, nella triade proclamata dalla Rivoluzione francese, che il liberista espelle, riducendo inoltre libertà ed eguaglianza all’eguale libertà negativa (nel senso più sopra visto).

Nel liberismo, l’individualismo, inteso in senso proprietario (ognuno è padrone di se stesso), si spinge alle estreme conseguenze: la società non esiste, esistono solo gli individui, che sono pensati come soggetti proprietari, appunto, e non anche come persone vulnerabili, bisognose di riconoscimento e membri di un corpo politico che esercita l’autonomia collettiva (democrazia). Il liberismo spesso si nutre anche dell’illusione naturalistica secondo cui l’individuo sarebbe per natura l’atomo fondamentale, e, meccanicisticamente, la società andrebbe pensata come un’artificiale combinazione di individui. La realtà antropologica, psicologica, storica è ben diversa: individuo e individualismo sono un prodotto sociale, tanto più solido e dotato di valore quanto più il singolo non dimentica il suo nesso originario con la comunità. Lo aveva capito Marx, quando scriveva che “l’uomo è in senso letterale […] non solo un animale sociale, bensì un animale che può isolarsi solo nella società” (K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, vol. I, La Nuova Italia, Firenze 1997, p. 5).

Una delle principali prove del carattere storico e culturale dell’individualismo liberista è la sua realizzazione per via politica. Infatti lo Stato non si limita a garantire una presunta libertà economica pregressa (naturale), ma crea per via politica l’artificio di un mercato naturale. Siamo di fronte, cioè, a una politica che non solo non insidia il mercato, ma lo protegge e rafforza, ponendolo al riparo da forze contrarie provenienti dall’esterno: da istanze culturali refrattarie alla mercificazione di ogni elemento sociale o da spinte democratiche volte a far valere idee di bene comune e di giustizia sociale; vi è una politica liberista che può arrivare a sparare sugli scioperanti o ai colpi di Stato, come nel Cile di Pinochet. Insomma, il liberismo, anche al di là delle intenzioni dei suoi esponenti più radicali, non è antipolitico, ma fautore di una precisa politica che vuole governare le istituzioni nazionali e sovranazionali.

Liberismo radicale e criptovalute

Se questo liberismo “realista” e “politico” ha connotato gran parte della storia del capitalismo ed è tornato in auge, come neoliberismo, a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, il liberismo ha continuato a manifestare anche la sua versione “utopica”, o meglio “distopica”, vagheggiando un mondo di individui scambiatori in una società di mercato senza Stato. Di questa visione è espressione il fenomeno delle criptovalute, il quale sta contribuendo a diffondere sul piano ideologico un estremismo liberista che in fondo è sempre stato largamente minoritario.

La moneta è certamente la prima manifestazione della presenza dello Stato nell’economia dello scambio. Ma il denaro è anche prodotto del consenso degli utenti, per cui può divenire moneta tutto ciò che gli scambiatori considerano tale, secondo l’ideale liberista. Questo accade con le criptovalute. Il fatto stesso che questo ideale possa trovare realizzazione solo grazie a una sofisticata e energivora struttura tecnologica (la blockchain, che rende indelebili gli impegni reciproci, come catena di firme digitali) è un’ulteriore conferma di come esso non abbia nessuna connotazione meramente naturale.

Va comunque detto che a ispirare la creazione delle criptovalute vi sono anche visioni solidaristiche, che mirano a una finanza più inclusiva e al ridimensionamento del ruolo dominante delle banche private. Si tratta di un’idea riconducibile alla cultura cyberpunk, con componenti anarchiche, romantiche, antisistema, ma non anticapitaliste e favorevoli alla concorrenza. Di qui l’intreccio possibile col liberismo più spinto.

Ciò che nel mondo delle criptovalute viene bandito, o almeno ridotto drasticamente, è la presenza di un’autorità regolatrice e stabilizzatrice (Stato o Banca centrale), ma anche dell’economia reale, ad esempio del riferimento della moneta a un bene sottostante (escluso dal sistema Bitcoin e invece parzialmente ammesso nei cosiddetti sistemi stablecoin). Viene dunque costruito un mondo chiuso, in cui la logica dello scambio possa manifestarsi allo stato puro, senza nessun occhio che vigili o mano visibile che limiti il potere dei vincenti (che già si vedono: quei soggetti che grazie a una maggiore potenza di calcolo contano più degli altri utenti del sistema), aiuti i perdenti, magari di fronte a crisi sistemiche (in un’economia dominata da Bitcoin non sarebbe più possibile una politica monetaria, ad esempio anticiclica). Gli attori del sistema sono essenzialmente investitori-speculatori in una moneta instabile, molto più simile alle azioni di borsa che a un normale mezzo di scambio. Ma non mancano neppure coloro che cercano un ambiente al riparo da sguardi indiscreti per condurvi affari loschi.

Naturalmente il mondo delle criptovalute non va confuso con alcune delle filosofie più bislacche che lo ispirano o con le cattive intenzioni di alcuni utenti, e dunque non sarebbe sensato chiudere immediatamente il discorso sulla baso di astratte considerazioni di principio. Il problema è un altro: capire che si tratta di tecnologie che non sono neutrali, ma portatrici di principi etico-politici che vanno esaminati criticamente.

Plan B

Per trovare conferma di ciò, basta leggere il programma del Plan B Forum, l’incontro sulle criptovalute organizzato in questi giorni dalla Città di Lugano, notoriamente e forse temerariamente impegnata a favorire la presenza di queste monete nella nostra economia locale. Fra gli ospiti vi troviamo, ad esempio, un certo Jimmy Song, esperto di Bitcoin, ritratto nella locandina di presentazione con un cappellaccio da conquistatore del Far West, il quale ha dichiarato qualche tempo fa: “Ciò che rende grande il sistema Bitcoin è la libertà (freedom), la libertà (liberty), l’auto-sovranità. Sono le cose su cui è stato fondato il nostro Paese [Stati Uniti]. E sfortunatamente a causa del denaro, a causa del potere della stampa di denaro, quello che abbiamo ottenuto è uno Stato amministrativo che governa su di noi e che pensa di essere migliore di noi”. Frasi come queste possono certo dare voce alla protesta contro uno Stato volto a controllare e reprimere, ma più plausibilmente devono essere lette come foriere di quella distopia liberista secondo cui la collettività organizzata si presenta all’individuo solo come minaccia da tenere a bada.

Speriamo che le autorità luganesi, tanto, anzi troppo solerti nel difendere le prerogative dell’Ente pubblico quando si tratta di reprimere, nel nome della legalità, il movimento degli autogestiti, non se le dimentichino, quando si tratta di stare in guardia di fronte ai pericoli per il vivere collettivo di ideologie, tecnologie e strategie finanziarie incentrate sull’individualismo sfrenato. Come dimostra il caso del Salvador, gli operatori del settore sanno valorizzare il rapporto col potere politico, non certo perché ne riconoscano la potenziale funzione sociale, ma solo come strumento in grado di favorire i loro progetti. Loro amano le istituzioni pubbliche come le sanguisughe i corpi. Prudenza con i salassi!

Nell’immagine: “Bitcoin is freedom”. Per chi?


Passim. Un ricordo di Werner Carobbio

Il lungo percorso del filosofo tedesco, concluso con il pessimismo per le prospettive dell'integrazione europea 

Consultando l’indice dei nomi della Storia del Partito Socialista autonomo di Pompeo Macaluso, alla voce Werner Carobbio non troviamo un elenco dei numeri di pagina, ma l’espressione latina passim, “qua e là”, usata negli indici quando la quantità di volte in cui il nome in questione viene menzionato è troppo grande per farne l’elenco. In quel libro la stessa cosa accade, e c’era da scommetterci, solo per un altro nome, quello di Pietro Martinelli.

Ma quel passim alla voce “Carobbio” vale per tutta la storia del socialismo ticinese degli ultimi decenni del secolo scorso, dai fermenti innovativi degli anni Sessanta alla riunificazione dei socialisti in quelli Novanta, in cui il suo apporto fu decisivo. Dunque ricordare il suo cursus honorum ufficiale, dal Consiglio comunale di Lumino al Consiglio nazionale, è doveroso ma anche riduttivo. Werner Carobbio è stato ben altro: un grande leader della sinistra ticinese. Fu in primo luogo un uomo di partito, nel senso più alto del termine, quando partito significava capacità di organizzazione, di sintesi e di manovra al servizio di uno scopo. Uno scopo che non poteva mai prescindere dal rafforzamento di quello stesso partito che ne era strumento indispensabile. Troviamo quindi Werner Carobbio spesso in posizioni di vertice sul piano politico-organizzativo: alla presidenza della Federazione giovanile socialista ticinese sin dal 1959, alla direzione della rivista Politica Nuova dal 1965, alla segreteria del PSA dal 1969. Se Pietro Martinelli ha rappresentato, nella storia della sinistra socialista, l’uomo delle svolte e anche degli strappi, nella direzione di strategie più moderate, liberal e istituzionali, Werner Carobbio, più vicino alle istanze più radicali e di classe, è stato l’artefice delle ricuciture e del costante sforzo di consolidamento nel nome di una certa continuità ideologica. Grazie al suo intuito, al forte radicamento nel partito, alla sua tenacia e capacità organizzativa, egli sapeva individuare nuovi punti di equilibrio stabilizzatore. Un uomo di partito, ma di un partito che rappresentava anche la volontà di andare oltre la tradizionale forma partito, nel nome di un rapporto più diretto e meno burocratico con i soggetti sociali.

Con la nascita del PSA si aprì per lui una stagione in cui vita privata e vita politica si intrecciarono inestricabilmente, affiancandosi a quella, a tempo parziale, di docente e, in seguito, a quella istituzionale di Consigliere nazionale. La sua dedizione alla causa e la sua capacità di lavoro erano eccezionali, fino a essere colui che, alla fine di lunghe e a volte concitate riunioni, trovava ancora il tempo, mentre gli altri si avviavano all’uscita, per fermarsi a svuotare i portacenere e i cestini della carta, prima di chiudere la sala. Un altro mondo, pensando a certe manifestazioni narcisistiche della politica di oggi, anche a sinistra.

La vicenda politica di Werner Carobbio è dunque legata ai traumatici tentativi di rinnovare il socialismo ticinese e svizzero a partire dagli anni Sessanta, dapprima con una dura battaglia all’interno del PST (assieme ai giovani del partito), poi dirigendo sapientemente il PSA. La sensibilità per i nuovi fermenti gli era venuta, fra l’altro, dall’incontro con un grande intellettuale ticinese quale fu Guido Pedroli, sostenitore di un marxismo antidogmatico. Come Pedroli, anche Carobbio riteneva che quella stagione, per molti versi gloriosa, in cui nel dopoguerra le socialdemocrazie europee avevano dato un grande apporto al progresso sociale dell’Europa, si stesse trasformando per la sinistra in una accettazione supina dell’esistente capitalista, in una rinuncia troppo sbrigativa a più ardite ambizioni di cambiamento. In Ticino i socialisti, con l’intesa di sinistra, erano da tempo organicamente inseriti in un sistema di governo che li vedeva presenti nella gestione del potere, in una posizione strategicamente subordinata e non certo estranea alle forme clientelari che aveva assunto la presenza crescente dello Stato. Per Carobbio la condanna al compromesso a ogni costo e alla perdita di ogni autonomia politica e culturale sembravano ormai caratterizzare una strategia priva di ogni respiro trasformativo.

La battaglia in seno al PST portò, come noto, all’espulsione di Carobbio da quel partito, assieme a Pietro Martinelli e a Elio Galli, e alla nascita, nel 1969, del PSA, di cui Carobbio fu segretario politico. Nelle posizioni radicalmente critiche di Carobbio si univa al vento del Sessantotto lo spirito delle battaglie del mondo operaio e sindacale nella più classica tradizione socialista, a cui egli restò sempre profondamente legato.

Le travagliate vicende del PSA lo videro, come detto, svolgere il ruolo centrale e mediatore, propenso a guardare a sinistra ma anche capace di elaborare sintesi con le proposte più moderate e distanti dalle posizioni iniziali del PSA. Un tale punto di riferimento era essenziale per un partito assai particolare quale fu il PSA, caratterizzato da una notevole discontinuità di linea politica, sintomo di vitalità, sperimentalismo, ma anche di fragilità. Insomma, una vicenda complessa, di cui Werner Carobbio ha costantemente curato l’ossatura, presupposto di tante battaglie di progresso sociale e di civiltà. Anche l’esperienza del PSA fu, come molte della sinistra, una sconfitta di successo, “un’impresa che ha costituito per la generazione del Sessantotto […] lo strumento per partecipare senza abiure alla conduzione del paese” (P. Macaluso, Storia del PSA, Dadò, 1997, p. 448).

Per Werner Carobbio la politica fu una vocazione, la Politick als Beruf di cui parla Max Weber in una famosa conferenza: “La politica consiste nel lento e tenace superamento di dure difficoltà, da compiersi con passione e discernimento nel tempo stesso. È perfettamente esatto, e confermato da tutta l’esperienza storica, che il possibile non verrebbe raggiunto se nel mondo non si ritentasse sempre l’impossibile. Ma colui il quale può accingersi a quest’impresa deve essere un capo, non solo, ma anche – in un senso molto sobrio della parola – un eroe. […] Solo chi è sicuro di non venir meno anche se il mondo, considerato dal suo punto di vista, è troppo stupido o volgare per ciò che egli vuole offrirgli, e di poter ancora dire di fronte a tutto ciò: ‘Non importa, continuiamo!”, solo un uomo siffatto ha la ‘vocazione’ (Beruf) per la politica”. (M. Weber, Politica come professione, in Id, Lavoro intellettuale come professione, Einaudi, Torino, p. 121).

Credo che Werner Carobbio abbia effettivamente dimostrato una vocazione politica in questo senso.

Nell’immagine: Werner Carobbio nel 1995 (circa), da Archivi sociali svizzeri


Dire qualcosa di sinistra?

Il lungo percorso del filosofo tedesco, concluso con il pessimismo per le prospettive dell'integrazione europea 

Si sente a volte sostenere, magari con tono spazientito, che la sinistra deve fare la sinistra, o almeno, “morettianamente”, dire ogni tanto cose di sinistra (d’altra parte, soprattutto in una società democratica in cui le opinioni pesano, il “dire” è già un “fare”), se vuole tornare a contare. Di “parole non dette (dalla sinistra)” trattava anche un recente intervento di Lelio Demichelis su “Naufraghi”, in cui erano elogiate, per contrasto, le parole d’ordine pronunciate da papa Francesco di fronte ai giovani riuniti a Lisbona: “Ambiente, futuro, speranza, solidarietà”. Il papa non dispone di divisioni – come rilevò, con cinica ironia, Stalin alla conferenza di Jalta -, ma certo le sue parole possono godere di un’ampia eco. Va pur detto che anche questo papa, ad esempio quando si confronta con le questioni interne alla Chiesa, per non parlare della curia, ovvero con l’esercizio del potere, incontra molte difficoltà.

Nella valutazione delle cose umane che non funzionano si oscilla spesso fra due estremi: da un lato la tendenza a colpevolizzare i protagonisti (nel nostro caso la classe dirigente della sinistra) per i loro errori, la loro incompetenza, codardia, rassegnazione, disonestà e via dicendo: si ragiona in termini di vizi e virtù; all’estremo opposto, si sostiene che tutto deriva dalle condizioni oggettive, dalle circostanze, dallo spirito del tempo, dai geni, dal destino. È una vecchia querelle: libero arbitrio contro determinismo, salvezza per mezzo delle opere o della grazia divina, intenzionalismo o funzionalismo (come nel dibattito storiografico sulle dinamiche che portarono alla Shoa). Per evitare queste posizioni estreme, non mancano le formule di mediazione: pessimismo dell’intelligenza (che coglie le difficoltà oggettive) e ottimismo della volontà (volontà che è la “pulsazione della res cogitans al di là di essa”, diceva un po’ enfaticamente il filosofo francofortese Theodor Adorno), secondo le famose parole di Gramsci; Marx affermava che gli uomini fanno sì la storia, ma non in modo arbitrario, bensì sempre in circostanze che si trovano davanti, “determinate dai fatti e dalla tradizione”. 

E si potrebbe continuare. Ma resta sempre una sensazione di disagio, quasi che il punto di vista soggettivo e coinvolto – quello di chi agisce o valuta l’agire altrui, partendo dal presupposto che le cose dipendano in grande misura da noi – e quello, oggettivo e distaccato, dell’osservatore esterno che in terza persona descrive e spiega perché le cose sono andate in quel modo, ma in un certo senso anche perché dovevano andare così, siano sempre difficilmente conciliabili: troppa contingenza o troppa necessità.

D’altra parte, la cultura politica della sinistra ha un’ineliminabile vocazione dialettica a unire i due punti di vista: non vuole né limitarsi a declamare principi astratti e parole magiche, nel cui nome rivolgere nobili perorazioni agli uomini, ritenuti assolutamente liberi e responsabili, né esimerli dall’agire, attribuendo ogni colpa al loro tempo o addirittura alla natura umana (a causa del peccato originale, della posizione dell’uomo nella natura, della cieca volontà, del trionfo della tecnica, e di quant’altro il pessimismo più o meno cosmico o antropologico ha partorito per dirci che questo è quello che passa il convento, e che eventualmente solo un Dio ci può salvare); cerca, invece, di vedere nel vecchio anche le radici del nuovo, di cogliere contraddizioni che impediscono di avere un’ingenua fiducia nel progresso, ma che comunque esprimono potenzialità: ciò che è dato non è necessitante, ma apre possibilità limitate, orizzonti finiti, ma non per forza angusti. Se il mondo fosse solo male, anche le nostre utopie non potrebbero che essere mere illusioni, o trasformarsi in distopie, come per altro è spesso avvenuto. Infatti, neppure i sogni potrebbero sfuggire alla maledizione della veglia, che li nutre.

Questa esigenza di equilibrio vale, ovviamente, anche per i giudizi su quel che è accaduto in questi anni alla sinistra, in particolare a quella dei grandi (almeno un tempo) partiti socialisti e socialdemocratici, passati dalla fine del secolo scorso nel Nord Europa mediamente dal 35% al 22% dei consensi, e nel Sud Europa dal 40% al 23%. Quali errori ha commesso? Non ha fatto, o almeno detto, cose abbastanza di sinistra? O è stata travolta da fatali meccanismi oggettivi (neoliberismo, post-fordismo, globalizzazione, capitalismo finanziario e digitale, ondate migratorie, denatalità, ecc.)? Ovviamente, ancora una volta, pur consapevoli della loro genericità, dovremo seguire le indicazioni in proposito di Marx e Gramsci, evitando interpretazioni troppo volontariste o deterministe.
Le trasformazioni del capitalismo avvenute negli ultimi decenni non hanno certo favorito la sinistra. Il socialismo non è figlio genericamente della lotta alla povertà o all’ingiustizia, fenomeni purtroppo antichissimi, ma della sua declinazione nella società industriale, e della convinzione che l’industria, in mani capitaliste, avesse peggiorato la vita dei lavoratori – di una classe operaia che sarebbe stata sempre più numerosa – quando invece avrebbe potuto migliorarla, nel socialismo, creando più felicità per tutti. Una possibilità che poteva essere trasformata in realtà grazie alla tendenziale compattezza di quella classe, riunita in grandi fabbriche e in seguito in una coscienza comune. Negli ultimi decenni l’arretramento dell’occupazione nella grande industria, a favore di quella nei servizi, ha indebolito il principale referente sociale delle forze socialdemocratiche. Per di più, nel contesto della globalizzazione – che, partita dall’Occidente neoliberista, ha finito con l’accentuare il generale arretramento proprio di questa parte del globo in temini economici e geopolitici, oltre che demografici – il ceto operaio e medio basso ha visto peggiorare le proprie condizioni, ma soprattutto le proprie aspettative. Lo sfruttamento e le diseguaglianze sono aumentati, il futuro si è fatto incerto. I perdenti della globalizzazione, arrabbiati, impauriti o depressi (impressiona l’aumento del disagio psichico fra i giovani), si sono allontanati da una sinistra moderata ritenuta troppo arrendevole, senza però premiare una sinistra più radicale, considerata troppo ideologica e velleitaria, ma a favore della destra, anche estrema, mentre alla sinistra hanno guardato con più interesse i ceti colti e liberal –sensibili ai temi ambientali e dei diritti civili- che rappresentano una parte non irrilevante delle élite contestate dai vari populismi. 

I ceti popolari vedono nell’immigrazione una causa rilevante dei loro problemi e accusano la sinistra, di ogni sfumatura, di eccessiva condiscendenza in materia. Dunque, ancora sostengono in parte politiche redistributive, ma a patto che vadano a vantaggio solo degli autoctoni (“prima i nostri!”), in contrasto con l’universalismo (anche se non mancano eccezioni) socialista. D’altronde, più in generale, le questioni identitarie (etniche, religiose, linguistiche, di genere ecc.) hanno assunto un peso che in passato non avevano, generando una tensione fra perseguimento dell’eguaglianza e rispetto per la differenza. Così, la lotta per il riconoscimento si è affiancata a quella redistributiva. Pure il precipitare della questione ambientale ha procurato problemi politici ai socialisti. Essi vengono da una cultura produttivista, critica verso il primato del valore di scambio, ma non verso la moltiplicazione dei valori d’uso da consumare. Su questo terreno i verdi sono arrivati prima, anche se, dopo qualche incertezza iniziale, l’orientamento a sinistra dell’ecologismo si è rafforzato, come quello ambientalista dei socialisti (fronte rosso-verde). Inutile dire che i ceti sfavoriti, come del resto i paesi emergenti, temono la transizione ecologica. Non a caso le destre sovraniste parlano di un presunto catastrofismo ecologista della sinistra. Economia (conflitto distributivo, diritti sociali) e cultura (società aperta, tolleranza, diritti civili) sembrano nell’immediato spingere la politica in direzioni opposte: la prima verso la chiusura sovranista che piace ai ceti popolari, la seconda verso un cosmopolitismo congeniale ai ceti colti e benestanti, che spesso votano a sinistra.

Se dalla descrizione dei processi oggettivi passiamo alla valutazione dei comportamenti politici, non mancano certo motivi di rimprovero nei confronti di una sinistra socialista e socialdemocratica che, a maggior ragione in sistemi politici di tipo maggioritario, si è spostata sempre di più verso il centro per conquistare un elettorato moderato, assecondando le tendenze neoliberiste (a cominciare dalla libera circolazione dei capitali e poi della manodopera) che premiavano solo una parte, quella più ricca, ma in parte anche più colta, aperta e dinamica, della società. Quando è arrivata la crisi di quel modello, nel 2007-2008, la sinistra è stata disposta, o forse era ormai costretta, a dare una mano a salvare la baracca, che crollando avrebbe sepolto tutti (un immenso too big to fail), seguendo la via dell’austerità e dei salvataggi bancari. Queste le responsabilità. Sarebbe opportuno chiedersi, però, se una mera resistenza nel nome del mondo di ieri e della difesa degli equilibri dei “trenta gloriosi” sarebbe stata possibile (dopo gli anni della stagflazione) e auspicabile (ad esempio, tanto per dire, senza globalizzazione centinaia di milioni di cinesi sarebbero ancora in miseria: nel 1990 il 5,4% dei bambini cinesi moriva prima dei cinque anni, nel 2016 l’1,1%, come in America nel 1990).

Comunque, l’epoca della conversione socialista al centro è passata, e i vari Blair, Schröder, Zapatero, per non parlare di Veltroni e Renzi (arrivati fuori tempo massimo) sono consegnati al passato (cfr. D.M De Luca, I rovesci della sinistra, Rivista “Il Mulino”, Bologna 01/2023, no. 521, pp. 20-29), oltre che in alcuni casi a un presente fatto di incarichi privati sfacciatamente ben remunerati. Il problema è che non si capisce che cosa dovrebbe arrivare dopo. Chiusa la stagione della “terza via”, congedati con pensioni d’oro i suoi leader (che non erano certo privi di spessore, avevano conseguito importanti vittorie elettorali e portato avanti significativi provvedimenti soprattutto nel campo dei diritti civili: quelli che oggi sono il bersaglio delle destre insediate o vicine al governo), vi è disorientamento. Siamo in un lungo intermezzo.

Siccome non è accettabile la perdita di contatto con i ceti popolari, è chiaro che occorre battersi per far ripartire meccanismi di redistribuzione (fiscalità, welfare, livelli salariali, occupazione stabile), da intrecciare con una vera transizione ecologica. Vi è poi il delicato equilibrio fra sovranità nazionale, entro cui il progetto socialista è nato, e la costruzione europea, per un’Europa più sociale, verde e solidale anche verso l’esterno. E, infine, si impone il tema geopolitico, che oggi, in piena guerra d’Ucraina, genera forti tensioni a sinistra. I nodi sono assai stretti, poiché concernono la fine, auspicabile o in avvicinamento, di condizioni di grande portata, come il rapporto predatorio con la natura o il predominio occidentale nel mondo, che hanno contribuito a rendere possibile la versione attuale del nostro benessere. Che spazio c’è in questo contesto per la speranza in un mondo migliore (più eguaglianza e meno competizione)? Su quali risorse economiche, sociali e culturali (morali, estetiche e tecnologiche) possiamo contare?

Certo, occorre dire qualcosa di sinistra, ma anche farlo. Occorre trovare lo spazio per un nuovo riformismo, figlio di una critica serrata delle tendenze dominanti, vicino alle forme di resistenza ai processi di imbarbarimento in corso, ma anche capace di immaginare (sì, anche i riformisti devono avere immaginazione, perché ogni riforma è un’utopia parziale) nuovi equilibri e soluzioni praticabili. A meno di pensare che ormai non si abbia più nulla da perdere: neppure benessere ancora relativamente diffuso, libertà, democrazia e forse ancora altro. Infatti, in gioco è addirittura, come sappiamo, la sopravvivenza stessa dell’uomo.

Nell’immagine: novembre 1973, uno sciopero alla Breda Termomeccanica


Nominare un nuovo popolo?

Il lungo percorso del filosofo tedesco, concluso con il pessimismo per le prospettive dell'integrazione europea 

Quando le elezioni vanno male per la sinistra, vi sono al suo interno due simmetriche tendenze all’unilateralità. L’una esprime una sorta di amor fati per cui quello che è accaduto è ritenuto inevitabile e persino giusto, una meritata punizione per gli errori commessi, la cecità strategica palesata, la colpevole distanza dai bisogni del popolo, in particolare dei più deboli. Oppure, all’opposto, si fa largo la convinzione che il popolo non capisca, segua le sirene della demagogia, sia disorientato e superficiale: insomma, un po’ “bestia”, per cui, come diceva Bertolt Brecht, il comitato centrale vorrebbe nominarne un nuovo. Magari i due atteggiamenti convivono: pubblicamente prevale il primo, nel segreto delle riunioni di partito il secondo. Cenere sul capo e risentimento nel cuore. E poi non possono mancare i soliti saccenti “compagni di strada”, che forse si chiamano così anche perché, incontrati per la via il giorno dopo le elezioni dal fedele e deluso militante, gli dicono: “te l’avevo detto”.

Uno più uno non fa necessariamente due, in politica, anche per una lista unica rosso-verde che candida un eminente matematico. Se l’obiettivo minimo di una tale alleanza era certamente a portata di mano (riconfermare il seggio in governo), come si è poi visto, la trasformazione di questa unione in un propulsore di dinamica e creatività politica era tutt’altra questione. Elaborare una cultura politica rosso-verde, che definisca nuove connessioni fra questioni economiche, sociali e ambientali, è difficile; renderla capace di dettare l’agenda politica, togliendo l’iniziativa alla destra e portando un po’ di chiarezza in mezzo a tanta confusione, ancora di più. Un’aspirazione che si scontra con una realtà ostica.

Negli ultimi anni il clima politico è mutato. Rimane sotto il segno dominante della paura, ma si è abbassato il suo orizzonte: non è, in questo momento, la preoccupazione ambientale a premere (e questo nonostante la recente pandemia), ma sono quelle relative alla sicurezza economica e geopolitica (in cui si inserisce anche la questione migratoria). La crisi della globalizzazione neoliberista non determina assolutamente il riscatto dell’universalismo morale nei confronti di quello meramente mercantile, ma un ritorno dei confini, delle aree di influenza, della guerra (col conseguente riarmo e persino col ritorno in auge della minaccia nucleare). Frontiere a geometria variabile, certo: nazionali, per alcuni versi, ma anche sovranazionali, tra aree geopolitiche (Nato, Unione europea, e dall’altra parte Russia e Cina, con i loro satelliti); ma pur sempre frontiere. In Svizzera questo non può che rafforzare le tendenze isolazioniste, care all’UDC, ad esempio sul tema della neutralità; tendenze care anche alla Lega, in Ticino. Ma, finita una lunga stagione “gloriosa”, il movimento fondato da Bignasca e Maspoli sembra entrato in una fase discendente inarrestabile, tutta da analizzare.

Anche la sempre più acuta questione sociale non trova facilmente declinazioni progressiste. Alla ricchezza e profondità di analisi critiche del capitalismo neoliberista e delle sue devastazioni sociali, non corrisponde la capacità della sinistra di delineare un progetto e un blocco sociale in grado di prospettare un nuovo equilibrio complessivo per i nostri paesi, il che erode il suo consenso elettorale. Dalla fine del secolo scorso, le grandi forze socialiste, ricordava recentemente il politologo Marc Lazar, sono passate nel Nord Europa mediamente dal 35% al 22% dei consensi, e nel Sud Europa dal 40% al 23%. È caduto qualche giorno fa il governo socialista finlandese e potrebbe succedere altrettanto dopo le elezioni spagnole. Solo in Gran Bretagna il vento sembra diverso, ma quella è un’altra storia. L’insoddisfazione dovuta alle difficoltà dei partiti della sinistra storica non porta all’avanzata della sinistra più radicale e d’opposizione (lo abbiamo visto anche nelle nostre elezioni cantonali). Si conferma il fatto che nelle nostre società sono le fasi economicamente espansive, quando il capitalismo, magari debitamente corretto, mostra il meglio di sé, che aprono anche nuove e più radicali aspettative di una migliore forma di vita. Sembra proprio che avesse ragione Adam Smith, quando scriveva nella Ricchezza delle nazioni che “lo stato stazionario è stupido, e quello di decadenza malinconico”. Una bella sfida, questa, nella impostazione della transizione ecologica. Comunque in Ticino la destra nel suo complesso non è avanzata, è la sinistra che è arretrata per conto suo, per mancanza di slancio e vittima anche della frammentazione partitica.

Infine si conferma, qui come altrove, il calo della partecipazione elettorale, che ci porta al paradosso di democrazie senza democratici. Proprio nel momento in cui più acuto si fa il confronto con regimi statuali autoritari, e con vocazione totalitaria, lo spirito della democrazia, che non è compatibile con la chiusura degli individui nella propria singolarità, si infiacchisce. Passati dalla democrazia dei partiti (con la loro ricca cultura politica, ma anche le loro burocrazie e clientele) a quella del pubblico (che guarda in TV i leader) e poi a quella della rete (con i suoi like e i suoi insulti), lo spazio pubblico tende a svuotarsi, l’idea che la propria vita possa essere migliorata anche grazie all’azione della politica si indebolisce. A subire le conseguenze di questo indebolimento non può che essere soprattutto la sinistra, che vive dell’idea che la libertà di ognuno non trovi solo il limite in quella dell’altro, ma anche la sua condizione di possibilità, in uno sforzo collettivo. Oltre all’astensionismo, al crescente successo della scheda senza intestazione, anche la frammentazione del voto e il subitaneo innamoramento per leader e partiti nuovi e improbabili, sono un sintomo di generale e comprensibile disorientamento. E lo sono, in altre parti dell’Occidente, improvvise esplosioni di rivolta che denotano una diversa forma di estraneità dalla democrazia rappresentativa.

Sarebbe però sbagliato rifugiarsi, per spiegare il deludente risultato della sinistra rosso-verde, solo in fattori oggettivi, che si imporrebbero come un destino. In politica contano anche le decisioni degli attori e i loro eventuali errori.

La bontà della scelta della lista unitaria è fuori discussione, in quanto figlia di una strategia in grado di indicare una prospettiva futura. Ben più problematica è stata la procedura per la sua composizione, che ha inserito forti elementi di rigidità nei criteri di selezione delle persone (due verdi e due socialisti, uno giovane e uno esperto per parte, il quinto super partes). Vi è stato poi l’arrocco chiesto a Marina Carobbio, che trovava una ragione nell’indiscusso valore della sua figura politica, ma che ha comunque creato un inghippo istituzionale di non scarso rilievo. Infine abbiamo avuto la vicenda della mancata candidatura di Amalia Mirante. Anche questa decisione poteva trovare una sua giustificazione nella relativa estraneità della possibile candidata rispetto alla linea del partito, estraneità confermata anche dalla successiva campagna elettorale alla testa di Avanti. Ma era difficile che non risultasse evidente la contraddizione fra questa valutazione e il fatto che la stessa persona fosse stata candidata per ben due volte in precedenza, con ottimi risultati. Che un intero congresso sia stato dedicato alla valutazione di una singola candidatura e in parte anche di una singola persona, non è stata certo una pagina gloriosa.

Poi per i socialisti e i verdi ticinesi si tratterà, soprattutto, di riflettere sugli eventuali nessi fra il cattivo risultato e le politiche seguite negli ultimi anni, nei territori, nei comuni, nel parlamento e nell’esecutivo. Sappiamo, ad esempio, quanto sia stato complesso e travagliato il confronto nel mondo della scuola su alcune iniziative di riforma intraprese dalla sinistra di governo. È opportuno che di tutto questo si discuta criticamente, ma sarebbe peccato se l’arretramento elettorale subito causasse un’interruzione del percorso che cerca di coniugare questione sociale e questione ambientale. Un compito ineludibile, anche se per nulla scontato: quello di presentare a una società liquida e a un elettorato volatile, posti spesso sull’orlo di una crisi di nervi (la pandemia, la guerra, la crisi delle banche, i premi di cassa malati, ma anche la crisi climatica, ecc.) un progetto progressista realistico e coerente.

Nell’immagine: magari quando voterà l’intelligenza artificiale…


Quadrare il cerchio

Il lungo percorso del filosofo tedesco, concluso con il pessimismo per le prospettive dell'integrazione europea 

Nel 1995 uscì un libriccino del sociologo liberale tedesco, trapiantato alla London School of Economics, Ralph Daharendorf, intitolato Quadrare il cerchio. Benessere economico, coesione sociale e libertà politica (Editori Laterza, Roma-Bari). Conteneva il testo di una sua conferenza tenuta alcuni mesi prima. Il muro di Berlino era caduto da qualche anno, il neoliberismo aveva ormai il vento in poppa e la globalizzazione si stava affermando. 

Dahrendorf coglieva già le conseguenze negative della nuova fase che sintetizzava nella difficoltà, per il “primo mondo”, di tenere assieme tre esigenze che nei decenni precedenti l’Occidente euro-americano aveva saputo più o meno conciliare (il cerchio non si può quadrare, se non per approssimazione): crescita economica, coesione sociale e libertà politica (democrazia liberale). Si era di fronte alla crisi di quello che lo stesso Dahrendorf aveva chiamato il “compromesso socialdemocratico”. Eppure, concludeva, anche nella nuova fase occorreva tentare la quadratura: “Noi desideriamo la prosperità per tutti: ciò significa che siamo disposti ad accettare le esigenze poste dalla competitività dei mercati globali. Aspiriamo a società civili capaci di mantenersi unite e di costituire un solido fondamento di una vita attiva e civile per tutti i cittadini. Auspichiamo lo stato di diritto e istituzioni politiche che consentano non solo il cambiamento, ma anche la critica e l’esplorazione di nuovi orizzonti” (cit., p. 57). 

Noi, a quasi trent’anni di distanza da quelle riflessioni, sappiamo come sono andate le cose: l’economia, al seguito delle ricette neoliberiste, è cresciuta senza grossi intoppi per più di un decennio, ma poi è arrivata la grande crisi del 2008, che ha mostrato l’incapacità del mercato di autoregolarsi e il ruolo inevitabile dello stato, e in seguito si sono manifestati altri fattori di una parziale deglobalizzazione economico-finanziaria (ad esempio, le nuove tendenze protezionistiche); i costi sociali dello sviluppo neoliberista hanno allargato drammaticamente le diseguaglianze e messo in crisi la coesione sociale: non ne è seguita una nuova stagione di lotta di classe, ma una diffusa rabbia sociale, emarginazione e sofferenza, lotte fra poveri, disprezzo generico per le élite e antipolitica; la democrazia ha perso di attrattiva in Occidente (non sarà un caso che sempre meno persone vanno a votare) e la globalizzazione ha favorito, fuori dall’Occidente, forme di capitalismo legate a modelli politici autoritari (India, Russia, Brasile; spesso, in Asia, alla loro guida troviamo partiti comunisti che hanno cambiato pelle e si sono posti al comando di una modernizzazione capitalista gestita dall’alto). Insomma, la quadratura del cerchio non è riuscita.

Nel frattempo le cose si sono ulteriormente complicate. In effetti manca al cerchio di cui parla Dahrendorf uno spicchio decisivo, di fatto il più importante perché concerne la stessa sopravvivenza dell’umanità: la sostenibilità ambientale. Anche riguardo a questa imprescindibile esigenza, è illusorio credere che sia automaticamente compatibile con le altre. Ritenere che la transizione ecologica sia socialmente indolore (pensiamo al fenomeno dei gilets jaunes) ed economicamente priva di problemi, in mancanza di interventi politici mirati alla sua gestione, sarebbe come credere ancora una volta in una qualche mano invisibile. No, il lavoro di composizione si complica maledettamente. Basta vedere quanto sta succedendo di fronte all’attuale crisi energetica: di nuovo tutti pazzi per il gas, e magari anche per il carbone, pur di salvare un po’ di crescita (ed evitare una decrescita poco felice).

Che la principale vittima della mancata quadratura del cerchio sia stata la giustizia sociale è certamente un motivo di grande onta per la sinistra occidentale. In piena espansione ancora alla metà degli anni Settanta, la sinistra ha poi cominciato a perdere di velocità, sotto la pressione della globalizzazione – in primo luogo della libera circolazione dei capitali – e delle nuove modalità produttive post-fordiste. L’ultima pagina della vecchia stagione fu la vittoria di Mitterand alle presidenziali francesi nella primavera del 1981, sulla base di un programma abbastanza radicale (nazionalizzazioni, imposta patrimoniale, aumento del salario minimo, rilancio della spesa pubblica). Spaventati dalla fuga di capitali, dalle conseguenze sui conti pubblici e dalla possibile perdita di competitività dell’economia, dopo pochi mesi i socialisti ridimensionarono decisamente il loro programma.

Alle difficoltà oggettive si è poi aggiunto un disorientamento culturale della sinistra, che l’ha portata a confondere il riformismo con la mera adeguazione all’innovazione tecnologica e alla flessibilità economica, eventualmente un poco mitigate nei loro effetti dall’intervento pubblico. L’idea di una politica economica che non ignorasse il nuovo, ma che comunque tentasse di vincolare le dinamiche produttive a obiettivi di progresso sociale, è stata abbandonata, anche perché il piano strettamente nazionale non era più adeguato al perseguimento di questi obiettivi e quello sovranazionale, almeno europeo, stentava a farsi strada. 

Stagflazione e rallentamento della crescita furono imputati dalla teoria economica neoliberista ai tentativi precedenti di quadrare il cerchio. Il nuovo capitalismo aveva vinto, nella prassi e nella teoria economica dominante: la ricchezza certo aumentava, l’innovazione tecnologica offriva nuovi beni e servizi (basti pensare ai progressi nella medicina o nelle telecomunicazioni), ma le regole erano essenzialmente dettate dalla valorizzazione del capitale privato e dal mercato, che perseguivano i loro fini indipendentemente dalla società.

Mentre la sinistra riformista ha continuato a preoccuparsi di quadrare il cerchio, con assai modesti risultati (che la sinistra più radicale ha saputo solo denunciare), due forme di destra, in parte alleate e in parte rivali, hanno perseguito lucidamente l’idea di rinunciare alla quadratura: in primis ovviamente la destra liberal-liberista (in forte sintonia con i detentori della ricchezza), che ha pigiato sull’acceleratore della crescita economica via mercato, a danno della coesione sociale; e, in seguito, la destra etno-sovranista, che ha puntato, come reazione alla globalizzazione, sulla difesa dei confini della tribù e sull’esclusione di fasce sociali considerate estranee, a danno della democrazia liberale e dei diritti. 

La prima destra può essere più sensibile della seconda alla democrazia e ai diritti, mentre quest’ultima lo è maggiormente alla coesione sociale, ma ambedue sono profondamente ostili all’eguaglianza e disposte sempre a prendersela con i più deboli: lavoratori precari, giovani devianti, disoccupati indigeni o migranti in cerca di un futuro. La narrativa neoliberista è oggi in forte difficoltà, quella della destra sovranista riesce invece a spacciarsi con efficacia come possibile alternativa alla prima, anche perché i fallimenti del liberismo sono recenti e sotto gli occhi di tutti, mentre quelli tragici del nazionalismo risalgono a parecchi decenni fa e sono da un pezzo sepolti nei cimiteri di mezza Europa.

Il possibile rapporto privilegiato fra sinistra e verdi, con l’irrompere della questione ambientale, ha aperto indubbiamente un nuovo orizzonte di azione alle forze progressiste. Se da un lato la quadratura del cerchio risulta ancora più difficile, perché si è aggiunto un ulteriore elemento, dall’altro dovrebbe forse emergere con più chiarezza l’insostenibilità, non solo sociale ma anche ambientale, di politiche che confidano esclusivamente nel mercato (la questione ambientale è certamente l’ambito di uno dei più grossi fallimenti del mercato, che non ha considerato le esternalità negative), ma pure di un sovranismo che non può certo sperare di fermare alle frontiere il cambiamento climatico o i virus. Solo una via concertata e cooperativa può funzionare. Inoltre, la questione ecologica ripropone il tema della qualità dello sviluppo, caro a una sinistra che sapeva come crescita non fosse sempre sinonimo di progresso. Si aprono nuovi orizzonti, ma la strada è comunque in salita e non può consistere nella mera restaurazione del passato. Inoltre, richiede interventi concreti e immediati, vista l’urgenza dei problemi: non ci si potrà accontentare di dire che “il problema sta a monte”.

Sarebbe stato bello che la presentazione della prima lista unitaria, in vista dell’elezione del governo cantonale, fra socialisti e verdi del Ticino fosse l’occasione per un’ampia riflessione comune su questi temi. Purtroppo sono altre le priorità, al momento: la scelta dei candidati. Da un lato la direzione del partito socialista si è incartata in una proposta assai rigida, che è anche l’effetto di una scarsa disponibilità di potenziali candidati a mettersi a disposizione (come mai?); dall’altra l’unica figura alternativa all’apparato sembra essere molto più amata fuori dal partito, e forse anche fuori dalla sinistra, che al suo interno; una personalità completamente estranea al processo che ha portato all’incontro rosso-verde e più in generale lontana dalla vita del partito, salvo quando si tratta di allestire le liste elettorali per il governo (senza tornare nostalgicamente al passato, un recupero del valore della militanza, accanto alla competenza, per selezionare il ceto politico, in alternativa alle lobbies e ai personalismi narcisisti, sarebbe auspicabile) e di cui è anche difficile scrutare il pensiero politico, perché un po’ restia ad esporlo.

Al di là delle scaramucce dell’attualità, i termini di un nuovo tentativo di quadrare il cerchio devono essere al centro della discussione e dell’azione: mercati globali, lavoratori e comunità locali, territori e ecosistemi, istituzioni democratiche garanti dei diritti e doveri di tutti, sono i poli di un lavoro di composizione, anche attraverso il conflitto in particolare con il potere economico, di un nuovo assetto delle nostre società, più giusto e sostenibile; in opposizione a una destra liberista che cerca ancora il primato dei mercati e del captale che ivi si valorizza, e a una destra sovranista che afferma il primato della comunità e del locale in forme autoritarie e discriminatorie: politicamente illiberali e socialmente non inclusive.


La via imbarazzante al socialismo

Il lungo percorso del filosofo tedesco, concluso con il pessimismo per le prospettive dell'integrazione europea 

“Quando ne abbiamo parlato a PS e Verdi, abbiamo visto molto imbarazzo, che ci ha convinti che era la proposta che dovevamo portare avanti”. Questa sorprendente frase, quasi una confessione, si può leggere nel testo dell’intervista rilasciata alla Regione (il 27 luglio scorso) dal coordinatore del MPS Giuseppe Sergi per illustrare l’offerta avanzata dal suo partito di un’alleanza di ferro a sinistra. Le proposte fatte per imbarazzare possono avere molti scopi, dall’offensivo al terapeutico, ma di solito non quello di coinvolgere seriamente l’interlocutore in un’azione comune in vista di un obiettivo condiviso.

Osservata da sinistra, la preparazione della prossima campagna elettorale sembrava, con una rilevante eccezione di cui diremo, avviata su binari di ragionevolezza. L’alleanza rosso-verde per il Consiglio di Stato, con una presenza paritaria in una lista unica di rappresentanti delle due forze e di un quinto candidato (eh sì, non ne bastano quattro, perché lasciare un posto vuoto darebbe una brutta impressione) proveniente dalla fantomatica società civile, crea le migliori condizioni per garantire un seggio in governo ai progressisti, e magari anche per sperare qualcosa in più. Per il resto, questione delle candidature PS a parte (ecco l’eccezione, di cui diremo), sarebbe stato il caso di parlare di contenuti. Poi sono giunte le prime increspature.

Si è incominciato fra i socialisti, dove qualcuno – forse anche per sostenere un’anomala e precocissima autocandidatura (quella di Amalia Mirante) a un posto in lista – contesta, sulla base della storia e della forza elettorale pregressa, una presenza paritaria di socialisti e verdi. Un’obiezione, questa, che, se dovesse prevalere, comporterebbe la rottura dell’accordo elettorale fra le due principali forze della sinistra. È difficile capire il senso di questa posizione, anche perché l’esito della competizione interna alla lista, questione che legittimamente sta a cuore ad ambedue i contraenti, non dipende dal numero, ma dal peso dei candidati.

Poi è arrivata la proposta di unità blindata (o tutto o niente) da parte del MPS. Proposta “imbarazzante”, come detto, in realtà forse soprattutto per chi l’ha avanzata. Eccone i termini: lista unica per esecutivo e legislativo, revisione radicale della linea politica in particolare del PS, per convergere sulle posizioni del MPS (l’opposizione e il rifiuto di ogni compromesso, anche in governo, con chi non è radicalmente ostile alla logica del capitale, come via privilegiata verso una non meglio precisata svolta rivoluzionaria, contrapposta a qualsiasi illusoria strategia a tappe). Quanti punti esclamativi, per chi dice di voler dialogare! Insomma, un paradossale miscuglio di fusionale volontà unitaria e assoluta mancanza di flessibilità. Come non provare imbarazzo.

Infine, su Naufraghi si è cominciato a discutere in questi giorni del fatto che, se Marina Carobbio dovesse scendere in campo nella contesa per il governo, si confermerebbe l’esistenza di un cerchio magico “carobbiano” che ha messo le mani sul Partito socialista, una situazione fatta risalire addirittura ai tempi del PSA, a partire dalla tormentata scelta del 1975 di inviare a Berna Carobbio e non il più votato Martinelli. Che dire? In politica i personalismi contano e i cognomi hanno un peso notevole, persino quando si devono eleggere i presidenti degli Stati Uniti (i Kennedy, i Bush, i Clinton) o i primi ministri dell’India (i Nehru-Gandhi), ovvero della seconda e della prima democrazia del mondo per numero di abitanti, figuriamoci nel nostro piccolo Ticino. 

In proposito, evito la lista delle famiglie perché troppo lunga, e non vorrei, dimenticandone qualcuna, farle un torto. Le ambizioni personali esistono, possono a volte anche essere ingombranti, ma la qualità di una classe politica dirigente si misura anche dalla capacità di gestirle in vista di un interesse superiore. Sentiamo allora come commenta quel lontano episodio degli anni Settanta la “vittima” della situazione, cioè Pietro Martinelli, nel suo libro-intervista autobiografico recentemente pubblicato (strano che nessuno, neppure l’anonimo – a proposito, perché anonimo?- estensore dell’articolo di Naufraghi, abbia sentito il bisogno di consultarlo, per completare il quadro): “Oggi penso che quella sia stata la chiave della nostra vittoria. Senza quella decisione, Werner a Berna e io in Ticino, non saremmo andati avanti a lungo con quello spirito di amicizia e concordia che ci ha permesso di superare tutte le rivalità e contrapposizioni che avevano avvelenato la vita nel PST” (P. Martinelli, Le battaglie di una vita, a cura di R. Antonini, Casagrande, Bellinzona 2021, p. 123). Ogni ulteriore commento mi pare superfluo. Un giudizio che si può leggere anche come un monito.

Perché non sono tutte rose. Il fatto che il PS, alla ricerca di una candidatura forte e competente per la successione di Manuele Bertoli, pensi di dover prendere in considerazione due possibili arrocchi istituzionalmente assai poco eleganti (dal Consiglio degli Stati o dalla sindacatura di Bellinzona al governo cantonale, a mandato non concluso) è il sintomo di una difficoltà di rinnovamento del personale politico assai preoccupante.

Qui arriviamo a una questione generale ben più importante. Le vicende più sopra commentate riguardano la politique politicienne locale, quella politica dei politici di professione che è parte essenziale della democrazia (di politici professionisti in senso lato, ovvero di tutti coloro che dedicano una fetta considerevole del loro tempo alla politica, e ne traggono tutto o una parte significativa del loro sostentamento: quelli che, come diceva il grande sociologo Max Weber nella sua famosa conferenza del 1918 sulla politica come professione, vivono per la politica ma anche di politica). La qualità di questa sfera della classe dirigente, come più in generale quella della democrazia, è oggi in ribasso. Ha ragione il MPS: non siamo in tempi da business as usual, ma questo vale anche per loro. La politica dei professionisti e semiprofessionisti, con i loro tatticismi, personalismi, calcoli, sgambetti rischia di diventare sempre più autoreferenziale e a volte, soprattutto quando c’è di mezzo un incontrollato ego, grottesca (il caso italiano è purtroppo davanti ai nostri occhi). Astensionismo elettorale e populismo sono gli effetti anche di questo fenomeno. 

Oggi la democrazia è davvero in crisi, a causa dei conflitti profondi interni alle società democratiche devastate da decenni di neoliberismo e delle sfide provenienti da quelle non democratiche (metterle tutte sullo stesso piano, sotto la categoria di imperialismo -euroamericano, russo, cinese, ecc. – è la classica, hegeliana, notte in cui tutte le mucche sono nere). La sfida per chi sceglie la vita politica, soprattutto se si colloca in quella parte oggi minoritaria che è la sinistra, è dunque ancora più grande, e più arduo il compito di muoversi, come diceva Weber, fra un’appassionata etica della convinzione, che non deve divenire fanatismo, e una sobria etica della responsabilità, che non si tramuti in pigra o vigliacca acquiescenza.


La sinistra e l’Occidente

Il lungo percorso del filosofo tedesco, concluso con il pessimismo per le prospettive dell'integrazione europea 

Con l’invasione russa dell’Ucraina si è rafforzata la consapevolezza di quanto sia importante la dimensione geopolitica per definire clivages e schieramenti politici. Pur se avviluppate nella rete informatica planetaria e in un’economia globalizzata, le sovranità territoriali hanno ancora un peso decisivo, in primo luogo come grandi aree di influenza (come imperi, ci ricorda Paolo Favilli nel suo lucido intervento su Naufraghi/e). Non a caso la guerra investe anche l’economia globale e la rete, ad esempio con sanzioni, ricatti nelle forniture energetiche e attacchi informatici. I conflitti geopolitici subiscono, per converso, gli effetti di un mondo interdipendente e globalizzato, fino al paradosso di un’Europa che sostiene militarmente l’Ucraina e finanzia abbondantemente la Russia comprandole il gas. 

In questo contesto geopolitico, la sinistra europea, per sua natura idealmente cosmopolita, si deve di nuovo porre la questione del giudizio etico e politico sul ruolo mondiale dell’Occidente, in cui è nata e di cui è una componente essenziale; Occidente che, però, è stato anche il suo principale bersaglio , in quanto formata da  movimenti che hanno voluto essere critici, riformisti e rivoluzionari, e che hanno spesso saputo rappresentare la più alta espressione della coscienza delle colpe occidentali nei riguardi resto del mondo.

Forte della crescente supremazia economica e politica europea, la cultura ottocentesca del nostro continente, nel cui contesto è sorto il movimento socialista, era dominata da una visione eurocentrica, consistente nella convinzione che le dinamiche storiche fondamentali per il progresso umano passassero essenzialmente dall’Europa ed eventualmente in seguito potessero giungere in America (lo spirito del mondo si sposta da Oriente a Occidente, diceva Hegel all’inizio del secolo XIX). Anche il movimento socialista, pure nelle sue espressioni intellettuali più alte, risentì di questo clima. Ad esso può in certa misura essere ricondotta anche la lettura deterministica da parte dei marxisti della teoria marxiana, col risultato di attribuire una validità universale al modello europeo di passaggio dal mondo feudale a quello borghese-capitalistico, e poi al socialismo. 

L’Europa era dunque, si pensava, all’avanguardia, lungo un itinerario che tutta l’umanità prima o poi avrebbe dovuto percorrere. Spesso, per evidenziare questa impostazione eurocentrica, sono citate polemicamente le parole di Marx (apparse sulle pagine della “New York Daily Tribune” nel giugno del 1853) in cui questi riconosceva dei meriti al colonialismo inglese in India, in vista dello smantellamento del “dispotismo orientale”, per cui l’Inghilterra, nonostante la sua ferocia, era un “inconsapevole strumento della storia”. Marx rivedrà in seguito questa posizione, che è comunque sintomo di un certo rapporto fra la sinistra e l’Occidente, che ritroviamo ovviamente anche nella sua anima liberale e radicale: tanto per fare un esempio illustre, il pensatore radicale John Stuart Mill, come il padre James Mill, svolse per anni un ruolo dirigenziale nella Compagnia inglese delle Indie orientali. Erano tutti figli del loro tempo.

Le cose sono mutate nel Novecento, in primo luogo, ovviamente, a causa della rivoluzione d’ottobre, avvenuta non nel cuore dell’Europa, ma in un paese a cavallo fra Europa e Asia, fra Occidente e Oriente; e poi con l’infiammarsi delle lotte anticolonialiste e il sorgere di una coscienza “post-coloniale” e terzomondista. L’anomalia russa non fu comunque un fulmine a ciel sereno. Se vogliamo riprendere il riferimento a Marx, proprio l’approfondito confronto con i marxisti russi, oltre alla lettura critica delle ricerche etnografiche più avanzate dell’epoca, spinsero il pensatore di Treviri ad allontanarsi con decisione dall’applicazione meccanica al resto del mondo del modello europeo di sviluppo storico. Negli ultimi anni di vita approfondì la situazione in Russia, riflettendo pure sulle potenzialità rivoluzionarie della tradizionale comune agricola russa e sulla possibilità di una rivoluzione in quel paese, intesa però come segnale per una rivoluzione in Occidente. 

Ma quel che è successo dopo la prima guerra mondiale e la rivoluzione d’Ottobre è tutta un’altra storia, con cui ha avuto inizio il “secolo breve”. Il baricentro della sinistra, il suo fronte avanzato, il suo orizzonte simbolico si sono spostati fuori dall’Europa e dall’Occidente. Sulla valutazione di questo spostamento il movimento socialista si divise profondamente e sul riferimento privilegiato alla esperienza sovietica si fondò il comunismo novecentesco. Un nuovo orizzonte era stato aperto dalla prima rivoluzione fatta dagli ultimi, mentre l’Europa, invece di avviarsi verso il socialismo, si stava inabissando nel nazifascismo. Anche nel secondo dopoguerra, durante gli anni della guerra fredda, la sinistra europea continuò ad essere schiacciata fra il capitalismo atlantico, liberal-democratico, e la sfida sovietica, che ancora per un certo periodo mantenne i caratteri di una possibile, anche se sempre più improbabile, alternativa radicale. 

Inoltre si acutizzarono le lotte anticolonialiste dei “dannati della terra”, che mettevano in luce le nefandezze di un imperialismo e di un predominio mondiale dell’Occidente le quali rendevano difficile, anche per ampi settori della sinistra non comunista, dirsi “filo-occidentali”; e che spingevano qualcuno a riconoscersi nelle violente parole che Sartre aveva scritto, con riferimento alle guerre anticoloniali, nella sua prefazione ai Dannati della terra (1961) di Frantz Fanon: “Far fuori un europeo è prendere due piccioni con una fava, sopprimere nello stesso tempo un oppressore e un oppresso: restano un uomo morto e un uomo libero”. 

L’inumanità occidentale aveva tradito il suo umanesimo, dalla guerra d’Algeria o del Vietnam al colpo di stato nel Cile di Pinochet, e a molto altro ancora. I contadini del terzo mondo erano ritenuti, soprattutto in una parte dalla nuova sinistra, il vero soggetto rivoluzionario a livello mondiale. L’URSS per alcuni, il Terzo mondo (in primis la Cina di Mao e della rivoluzione culturale) per altri, o un qualche intreccio fra di loro, sembravano i veri punti di riferimento ideali. La critica radicale del capitalismo si era “geopoliticizzata”, diventando critica della posizione dell’Occidente (soprattutto degli Stati Uniti) nel mondo, nel nome di un altrove a volte reale ma più spesso immaginario. 

Gli odierni eccessi della cancel colture sono una versione isterica e depressiva di questo atteggiamento. Queste difficoltà a costruire un’identità a partire da sé e non da altri non impedirono, comunque, alla sinistra europea, nelle sue varie espressioni, di svolgere un ruolo decisivo nell’organizzazione di lotte sociali e istituzionali (difesa dei diritti dei lavoratori, costruzione dello stato sociale, ecc.), fatto che ha indotto Ralph Dahrendorf, forse con eccessiva enfasi, a parlare del Novecento come del secolo socialdemocratico. 

Oggi il panorama è completamente mutato. L’Unione Sovietica, non solo il suo mito, si è dissolta e grandi paesi comunisti, come Cina e Vietnam, già vincitori di guerre contro l’Occidente (guerra di Corea, guerra del Vietnam) si sono trasformati da presunte utopie in reali potenze basate su forme nuove, dinamiche e aggressive di capitalismo. Anche la Federazione russa, erede dell’URSS, è ora un triste esempio di capitalismo “cleptocratico” unito ad un sistema politico dittatoriale e con vocazione espansionista manu militari. 

Nello stesso periodo l’Occidente capitalistico ha subito la svolta neoliberista. Affermazione del neoliberismo, crollo dell’URSS col suo sistema di stati satelliti, trasformazione capitalista della Cina, sviluppo di India e altri paesi asiatici, hanno creato le condizioni per una nuova globalizzazione economica di enorme portata. Ora veramente tutto il mondo è, per dirla con le parole con cui Marx apre in Capitale, una “immane raccolta di merci”. Questo mondo non coincide più con l’Occidente e i suoi valori, il cui successo dopo il crollo del muro di Berlino avrebbe dovuto invece rappresentare, secondo qualcuno, addirittura la fine della storia. La nuova fase globale ha visto avanzare prepotentemente proprio alcuni paesi collocati nelle aree non occidentali: ad esempio, se negli anni Settanta, ai tempi in cui una certa sinistra radicale considerava “la Cina vicina”, il PIL pro capite cinese era un decimo di quello europeo, oggi è giunto ad essere più di un terzo di quello del nostro continente (pari a quello della Bulgaria) e centinaia di milioni di cinesi sono usciti dalla miseria.

Il pianeta è suddiviso in diversi capitalismi. Quello occidentale – in particolare quello europeo, che gode dei privilegi e soffre delle colpe della primogenitura – non pare essere il peggiore, anche se sta peggiorando: si contraddistingue rispetto agli altri, positivamente, per una maggiore libertà individuale e per il rispetto dello stato di diritto (conquiste delle rivoluzioni borghesi), per la presenza di regimi democratici, di livelli di diseguaglianza inferiori al resto del mondo (questo vale per l’Europa, anche grazie all’azione storica della socialdemocrazia), pur se di nuovo crescenti; negativamente, per un tasso pro capite di consumo di risorse naturali altissimo e per una spesa per armamenti (soprattutto in USA) enorme. 

Come ogni forma di capitalismo, anche quella occidentale continua a conoscere lo sfruttamento, al suo interno e nei rapporti con il resto del mondo, e a nutrire spinte imperialiste. Inoltre, la rivoluzione neoliberista ha prodotto una mercificazione quasi totale della nostra società, ansia, precarietà e più stress nel lavoro, rancore sociale (cavalcato dai populismi e dai sovranismi), diseguaglianza crescente, alienazione (e anche depressione); il potere economico ha assunto una prevalenza esorbitante su quello politico democratico (anche questo aspetto è frutto della forza storica della borghesia proprietaria, che non troviamo negli altri capitalismi, nei quali, non essendoci la certezza del diritto, anche i ricchi possono perdere dalla sera alla mattina la libertà, ad opera di un potere politico dispotico che tutto controlla: e in una società in cui neppure i ricchi sono liberi, nessuno è libero; ma certo, qualcuno potrebbe pensare che questa sia la vera eguaglianza), mentre la disaffezione per la democrazia si diffonde, favorita dall’impotenza della politica e dal peggioramento relativo della condizione economica delle classi medie e popolari. Ma, nonostante tutto, rimane la forma “migliore” di “capitalismo reale”.

In questo quadro la sinistra occidentale si trova a dover gestire un paradosso: da un lato deve riacquisire una effettiva  capacità di azione critica verso il sistema, al fine anche di recuperare un rapporto con i ceti popolari, che ora guardano prevalentemente a destra, e di tenere viva la causa dell’eguaglianza: infatti questo mondo non è il “nostro mondo”; dall’altro deve recuperare un rapporto positivo, pur senza nessun trionfalismo, con la sua identità occidentale e con i valori e gli interessi legittimi dell’Occidente e in particolare di un’Europa che si deve volere sempre più unita influente e volta alla cooperazione internazionale, in un mondo multipolare. Nessuna redenzione verrà da fuori, mentre, anzi, il carattere autoritario e dittatoriale dei paesi che esprimono con successo altre forme di capitalismo rappresenta una sfida politica e ideale decisiva per una sinistra che si considera erede dell’illuminismo. 

In base a quanto detto, ritenere legittimo e necessario il sostegno alla causa dell’Ucraina è un modo per riconoscere che la difesa della libertà e della democrazia vigenti in Occidente, e il sostegno offerto a coloro che ad esse guardano con speranza, sono condizioni necessarie, pur se non sufficienti, anche per l’esercizio di quella funzione critica e trasformativa che la sinistra dovrebbe svolgere: una funzione che a sua volta è alimento indispensabile della nostra democrazia.


I sommersi e i salvati

Il lungo percorso del filosofo tedesco, concluso con il pessimismo per le prospettive dell'integrazione europea 

Ho letto con sorpresa e un certo sconcerto l’intervista rilasciata alla Regione da Nicola Schönenberger, leader dei Verdi luganesi, che ora si congeda dalla politica in favore di una nuova attività professionale fuori cantone. Non seguo con regolarità la vita politica di Lugano, ma, sulla base di quanto sentito da altri e visto direttamente, ho sempre considerato Schönenberger un politico serio e intelligente. L’importante incarico scientifico che rivestirà a Ginevra conferma il suo valore. Voglio dunque considerare l’intervista in questione uno scivolone, che spero non crei falsi problemi (bastano quelli veri) nei rapporti fra le forze della sinistra a livello luganese e cantonale.

Ciò che mi colpisce nelle dichiarazioni di Schönenberger è il paradosso in cui cade quando le formula, consistente nel fare esattamente quello che dice che non andrebbe fatto. In filosofia del linguaggio si parla, in proposito, di contraddizione performativa, fra quel che si dice e quel che si fa dicendolo: come quando un parlante afferma di non fare nessuna affermazione, o dice in inglese di non saper alcuna parola di inglese, ecc. Schönenberger fa una cosa analoga: accusa i nuovi politici di cercare solo visibilità personale, vittime di narcisismo, invece di approfondire i dossier; e poi rivolge, dall’alto di una certamente non umbratile sicurezza di sé, le sue critiche soprattutto ai profili personali.

Per carità, si comprende bene lo sfondo di questa impostazione critica: i successi del populismo, il peso enorme dei nuovi media, la confusione fra eguaglianza di diritti e eguaglianza di meriti (“uno vale uno”), la crisi dei partiti quali selettori di classi dirigenti, e altro ancora, giustificano un’approfondita e preoccupata riflessione sul livello complessivo dell’attuale ceto politico; ma non giustificano che la critica politica si trasformi nell’elaborazione di pagelle stilate in base alle presunte capacità dei singoli.

Questo atteggiamento è un ulteriore sintomo di crisi della politica: il fatto che alle sue categorie specifiche (giustizia, diritti e doveri, destre e sinistra, libertà e eguaglianza, interessi collettivi, conflitti e rapporti di forza, strategia e tattica, ecc.) si sostituisca, anche nel dibattito pubblico, quella del merito, della mera competenza, è una forma di esproprio della dimensione politica. L’importanza di questi ultimi aspetti è fuori discussione, ma si tratta di presupposti, condizioni necessarie e non sufficienti dell’attività politica, non il suo cuore. Per questo, in passato, di questi temi si parlava soprattutto all’interno delle organizzazioni politiche, non nel confronto pubblico.

Certo, come dicevo, le cose sono cambiate con la decadenza generale del ceto politico, che ha fatto della sua selezione e formazione un problema esso stesso politico. Ma non esageriamo! Esistono ancora le differenti visioni politiche a giocare un ruolo decisivo nelle scelte. Di queste si dovrebbe discutere. È vero, fra i meriti di Macron, che non lo rende a tutti simpatico, vi è la maggior competenza rispetto alla sua rivale Le Pen, ma non è certo solo o soprattutto questa la ragione per preferire un europeista liberal-democratico ad una nazionalista xenofoba appena un po’ ripulita.

Tornando all’intervista di Schönenberger e per non restare nel vago, mi riferisco, in particolare, al giudizio sulla municipale socialista. Invece di limitarsi ad affermare, legittimamente dal suo punto di vista, di non condividere la linea politica di Cristina Zanini Barzaghi, non “rappresentativa della sinistra”, argomentando la sua tesi, egli impugna la penna rossa e sostiene che la municipale “non è all’altezza”, come non lo sono i suoi probabili successori più giovani, o quelli degli altri partiti. Dal confronto politico si passa alla discussione da scrutinio in una riunione fra severi docenti che devono assegnare i voti e bocciano quasi tutti. Ma se ciò che fa la municipale in questione fosse il risultato di una sua consapevole valutazione strategica o tattica, condivisibile o meno che sia, e non di incapacità? Porre la questione in questi termini, cioè in termini politici, non aiuterebbe di più la sinistra luganese ad affrontare i suoi seri problemi? Non ci siamo proprio. Speriamo che dopo il “diluvio” che seguirà la partenza di Schönenberger (“après moi…”), non vi siano solo sommersi, ma anche qualche salvato. Un’arca cercasi. E possibilmente anche un Noè.


Né con il medioevo, né con l’illuminismo?

Il lungo percorso del filosofo tedesco, concluso con il pessimismo per le prospettive dell'integrazione europea 

Il Rettore dell’USI, Boas Erez, è stato “dimissionato”. La nostra giovane università ha deciso di farsi notare, nel panorama accademico, non solo per i suoi significativi miglioramenti nel ranking internazionale, ma anche per i metodi spicci nella gestione dei contrasti: “una non bella figura da parte del Consiglio dell’USI”, ha commentato amaramente Piero Martinoli, per molti anni alla guida dell’ateneo. Ma che cosa mai sarà successo, a solo un anno e mezzo dalla scadenza naturale del secondo mandato di Erez?

I paludati comunicati ufficiali parlano di divergenze sulla conduzione amministrativa, che già avevano portato alla definizione di una nuova figura di vertice (un direttore/direttrice operativo/operativa) in quell’ambito, da affiancare al Rettore. Comunque, che cosa si rimproveri precisamente ad Erez non è dato sapere a chi non è addentro alle segrete cose. Qualche elemento è fornito, sulle pagine di Naufraghi/e, da Pietro Montorfani, coautore di una storia dell’Università della Svizzera italiana (Dadò editore), che fa nomi e cognomi dei protagonisti dei presunti contrasti, senza che si chiariscano veramente i termini della questione. Chiarissimi e numerosi, invece, sono i meriti riconosciuti al Rettore uscente per quanto compiuto in favore dell’USI; un riconoscimento che rende ancora più strano il siluramento.

Ma, in mezzo a tanti sussurri, giunge, forte e chiaro, il grido di Paride Pelli, che dalle colonne del Corriere del Ticino fornisce, con inesorabile realismo, una interpretazione tutta politica dell’accaduto, sotto il titolo: “Un epilogo doloroso ma anche inevitabile”. Ad essere rimproverati a Erez sarebbero soprattutto gli atteggiamenti critici assunti, a titolo personale, riguardo a eventi di interesse pubblico assai scottanti, come ad esempio l’abbattimento del centro autogestito. Se vogliamo fare ricorso a concetti kantiani, tratti dal famoso testo “Che cos’è illuminismo” (1784), a Erez non vien tanto rimproverato il suo “uso privato della ragione” (cioè nell’ambito dell’esercizio della sua funzione di Rettore), ma il suo “uso pubblico della ragione”, in quanto libero cittadino e intellettuale che si rivolge all’opinione pubblica. Kant rivendicava in questo secondo ambito l’assoluta libertà di parola e lodava il suo re, il despota illuminato Federico II di Prussia, per il rispetto di questa importante libertà. Una distinzione, quella fra i due usi della ragione, rispettata nella Königsberg e nella Berlino del tempo dei Lumi, e che, invece, in Ticino qualcuno considera orami superata. Che tale trascuratezza venga condivisa e promossa dal direttore di un quotidiano indipendente, che dovrebbe d’ufficio sostenere, invece, la libera espressione del pensiero, rende la cosa ancora più inquietante.

Se l’eredità illuminista sembra fuori moda, vorremmo almeno sapere che ne è di quella medievale, relativa all’autonomia delle università. Nate nel medioevo come corporazioni di studenti o professori, le università e i loro operatori furono storicamente sempre molto gelosi delle loro autonomie e prerogative. Ci piacerebbe dunque sapere che cosa, oggi, pensano studenti e professori dei motivi e dei modi di questo siluramento. È possibile che una decisione così traumatica non meriti una valutazione da parte del corpo docente e discente? Ci attendiamo, quindi, parole chiare dal Senato accademico dell’USI, fra l’altro opportunamente voluto nel 2016 dal Rettore appena congedato.

Le crisi portano difficoltà, ma possono anche essere occasioni di crescita. Sarebbe bello se questa vicenda rafforzasse le richieste di maggior trasparenza e democrazia nella gestione del nostro ateneo, la cui nascita e il cui consolidamento sono fra i pochi eventi positivi in Ticino negli ultimi due decenni.