Fare e disfare per poi mandare a votare

Il Municipio di Lugano entra in campagna sul PSE con una conferenza stampa che lascia aperti non pochi interrogativi 

Si definiscono “poli” e se ne progettano un po’ pomposamente qua e là, sul territorio, specie nell’area urbana luganese, che intanto mostra i primi segni di soffocamento e congestione. Ma si tratta sempre di progetti “complessi” che richiedono un lungo periodo di riflessione e valutazione, anche mentre magari ( per portarsi avanti) già si fa e si disfa. Il centro con la sua bella e suggestiva piazza (finanziaria) si svuota sempre più, ma Lugano è diventata “grande” e così, via con nuovi quartieri e periferie, tutti edificabili, per il bene dell’economia ed il benessere della popolazione.

Così oggi, la stretta attualità ci mette sotto il naso quotidianamente qualche progetto di “riqualifica” che prevede abbattimenti e la realizzazione di “aree tematiche”, siano esse culturali, sociali, congressuali e turistiche, sportive e degli eventi (sempre ad un passo, quest’ultime, dal cimitero).

Si tratta, naturalmente, di progetti di ampio respiro: eh già, il settore pubblico ed i politici che lo governano, si occupano di questi, mica dei tanti selvaggi singoli edifici di vario genere e fattura che si sommano e accatastano in ogni pertugio disponibile. Si parla di “poli” ed è detto tutto: progetti ramificati ed articolati, che presuppongono consulenze plurime (e ben retribuite) e prendono soprattutto molto tempo, perché hanno fasi di elaborazione e trafile burocratiche molto lunghe, tanto più se finiscono, inesorabilmente, per dar vita a progetti di collaborazione “pubblico-privato”, ormai divenuti formula magica di ogni investimento.

Pensiamo, soltanto per fare un esempio recentissimo, alla decisione presa dal Municipio luganese sulla destinazione di Villa Heleneum, a Castagnola, che dopo anni di ripensamenti, si è definitivamente deciso che divenga museo del “Lifestyle”. Certo, si potrà dire che una sede espositiva che proponga moda, design, pubblicità e quant’altro, va incontro ai gusti di un ampio pubblico ed occupa una nicchia di interessi e interessati che Lugano ancora non ha. Ma qualche piccolo dubbio sulle vere ragioni della scelta rimane, quando si legge che la Villa, di grande pregio e di proprietà della città, sarà data in gestione esclusiva alla Bally di Caslano, quella delle scarpe, per intenderci. Insomma, il progetto Bally, “non impegna economicamente la città”, e questo pare il motivo sostanziale della scelta. Non sia mai detto che la città si accolli anche questa pubblica palla al piede. Lasciamola a chi ci fa le scarpe.

Restando in tema, un bel futuro “polo culturale”, quello destinato a sorgere sulla riva del Cassarate, di fronte al “Palazzo Pandora” in mattoni rossi, è da troppo tempo occupato dal vetusto “Macello comunale”, divenuto magazzino di un po’ di tutto, oltre che sede (impropria e mal tollerata) di ostinati presunti facinorosi convinti che l’autogestione sia un progetto e non una fastidiosa illusione.

Sappiamo com’è andata: dopo vent’anni di tentennamenti, un’incauta manifestazione alla stazione ha fatto decidere che era ora di dire basta (in nome delle esigenze del polo culturale, naturalmente):un paio di mesi dopo, dunque, giù il tetto (non si sa se quello giusto) con quel che stava sotto, minato ed ammantato d’amianto (ma poco, neh).

Dopo qualche settimana giù anche un altro “luogo del delitto”, quel Vanoni anch’esso occupato dimostrativamente per un paio d’ore dai maleducati imbrattatori recidivi, con gran dolore e infinita angoscia di generazioni di anime innocenti cresciute all’ombra del benemerito istituto e delle sua lodevole Fondazione. Vabbè, poco male, il cantiere promette l’edificazione del “Polo sociale” di Molino Nuovo, cui si sta pensando da anni e che ha lasciato il Vanoni vuoto per troppo tempo, fino alla sera della quasi provvidenziale occupazione.

Sulle sorti del Polo Sportivo e degli Eventi, il famigerato PSE, com’è noto, a Lugano si andrà a votare. E se da una parte si moltiplicano le perplessità e le riserve per il progetto, una volta di più, come al solito, i fautori invocano “l’occasione imperdibile” come ragione principale perché si approvi la costruzione non solo o non tanto di strutture sportive necessarie, ma anche di una serie di edifici (torri e palazzine di nove piani) per pubblici uffici e private abitazioni (ma a pigione moderata).

In una sua presa di posizione espressa via social, invece di spiegare come mai non basterebbe, per ora almeno, costruire semplicemente uno stadio ed un palazzetto, la capo-dicastero Immobili comunali Cristina Zanini Barzaghi afferma che se si dice no al progetto, ci vorranno 15-20 anni per arrivare a realizzarne un altro. “Per il pse abbiamo iniziato nel 2004 con la variante di PR e arriveremo se va bene al 2025. Faccio qualche confronto con alcuni progetti che abbiamo fatto con le procedure corrette sulle commesse pubbliche (come è giusto che sia), esempi non piccoli ma più semplici di un palazzetto dello sport : 1 casa anziani di pregassona concorso nel 2009, inaugurazione nel 2021, 2 scuola dell’infanzia Molino nuovo concorso nel 2011 e sarà finito nel 2023. I cantieri costano e richiedono tempo. Come diceva Tita Carloni “si costruisce lentamente”. Se lo sport non interessa, ritengo legittimo essere contrari. Tutto il resto sono solo scuse.” Parole dette da chi maneggia quotidianamente cifre e progetti. Ma è questo un modo per essere convincenti? Dire: o così o niente? Il PSE, fino a prova contraria è il più complesso ed oneroso progetto urbanistico ed edilizio della città, dell’intera città, e con i suoi 374 milioni complessivi d’investimento, chiamerà probabilmente tutti alla cassa con l’aumento del moltiplicatore. Come si può affermare che solo chi non è interessato allo sport possa aver ragioni per opporvisi?

Proprio ieri, sul PSE, il Municipio di Lugano in corpore e gran spolvero si è presentato compatto, come un sol uomo (con due donne), per una conferenza stampa diffusa in live-streaming sul sito del comune e anche dal sito del CdT che da par suo titola significativamente (con un virgolettato, beninteso) “Luganesi, fuori l’orgoglio e votate sì”.

Un’ora e mezza per dar spazio agli interventi di tutti e sette i Municipali, ciascuno a dimostrare, in vario modo e a vario titolo, quanto il progetto sarà capace di realizzare “le magnifiche sorti e progressive” della comunità non solo degli sportivi e quanto implichi ogni settore della vita pubblica cittadina. Insomma, ogni Dicastero fa la sua parte, ha le sue competenze, per confluire nel grande disegno collettivo di trasformazione di una vasta area urbana, da riqualificare, ovviamente.

I toni sono tutti fra l’assertivo ed il perentorio, tutto un dire che coloro che si oppongono al progetto sostengono tesi sbagliate e prive di fondamento. Da ammutolire. E infatti la stampa è muta, o quasi: due domandine marginali sui costi. Stop.

E allora qualche domanda viene qui da suggerirla, così, senza gerarchia, tanto per tirar fuori un po’ d’orgoglio:

  • perché non si può proprio immaginare che il progetto possa essere scorporabile?
  • Perché, se così si potesse procedere, ci vorrebbero comunque altri 15 anni per arrivare ad un nuovo progetto per il complesso sportivo?
  • Perché, in nome del partenariato pubblico-privato, non c’è traccia di una partecipazione ai costi dello stadio da parte della facoltosissima nuova proprietà dell’FC Lugano?
  • Perché qualche anno fa Michele Foletti si era pubblicamente dichiarato contrario al progetto?
  • Perché in questi anni di gestazione il Consiglio Comunale, si dice, ha sempre avallato le scelte? Non è forse perché il progetto non era mai “definitivo” fino all’anno scorso, quando sono comparse anche le “palazzine”?
  • E a proposito di Consiglio Comunale, come mai i membri del legislativo sono stati informati della conferenza stampa solo dopo che essa è avvenuta?
  • Perché ai consiglieri comunali è stato inviato solo nel pomeriggio un messaggio che la definisce “occasione per esprimere la raccomandazione di voto espressa dal Municipio”?
  • E se era l’occasione in cui il Municipio “raccomandava il voto a favore del PSE” che bisogno c’era di un pubblico silente di giornalisti?

Domande oziose e faziose?


Giovani si è, vecchi si diventa

Il Municipio di Lugano entra in campagna sul PSE con una conferenza stampa che lascia aperti non pochi interrogativi 

“Era una notte buia e tempestosa”…

Per riassumere un’articolessa pubblicata su un domenicale ticinese, dove una buona fetta della gioventù nostrana è definita come “figlia di nessuno”, ci piacerebbe mutuare l’espressione del più celebre bracchetto della terra. A essere denunciati nell’articolo in questione sono i presunti eccessi giovanili delle notti luganesi in quel della Foce. Giovani cannaioli e beoni, rumorosi e maleducati, che appunto, una famiglia sembrano non avercela.

La cosa paradossale, al netto delle trasgressioni descritte nel testo e attribuite alla suddetta gioventù, è che queste ragazze e questi ragazzi, protagoniste/i della praticamente inesistente movida ticinese, una famiglia ce l’hanno, figlie e figli di qualcuno dunque sono. Altrimenti, non si spiegherebbe perché allo scoccare della mezzanotte si precipitano verso la Pensilina, a caccia dell’ultimo bus. Forse vanno a casa? Ciò che invece queste cittadine e questi cittadini così impietosamente narrati forse non hanno, sono altre cose. Forse fanno parte dei Mille che non hanno un posto di apprendistato, e non vedono bene il motivo per cui svegliarsi ogni mattino, o forse degli altri Mille (ma quanti saranno, davvero?) che non hanno un posto di lavoro, e forse sono già nel tunnel dell’assistenza. O forse, dopo un anno e mezzo di pandemia, non hanno più certezze, e vogliono semplicemente stare fuori, o ancora, forse hanno voglia di fare qualcosa, perché sono preoccupati per le sorti del pianeta, e sono stufi del blablabla generalizzato degli adulti.

Oppure… e potrebbe essere la spiegazione più plausibile, sono semplicemente giovani. E noi, dall’altra parte della barricata, un po’ più vecchi, incapaci di riconoscere o di accettare che la reporter sia diventata una felpa con cappuccio, e la musica degli Anni 70-80, si sia trasformata in techno e trap. Queste/i giovani non le/i fermeranno né i proiettili di gomma sparati nella notte, né il dileggio sui media: continueranno ad arrangiarsi e a inventarsi il divertimento giorno dopo giorno, pur di stare insieme; loro, che nella città più grande del Cantone non hanno un luogo aggregativo popolare degno di questo nome, né un centro sociale o un locale di musica dal vivo, e tantomeno la disponibilità finanziaria o l’età per bersi un cocktail in uno dei (pochi) bar del centro.

Ma si sa, per stare insieme e fare i giovani ci vuole poco, e a volte, quando si vogliono celebrare tutti quei piccoli riti di trasgressione che se contenuti servono a crescere, è facile esagerare.
È invecchiare senza pregiudizio e con il desiderio di capire, che è più difficile. E mi ci metto io per prima.

Sul tema vedi anche l’Opinione di Ilario Lodi “I fatti della Foce parlano delle scelte e della vita di tutti noi” – Nell’immagine: scultura collettiva alla Foce


Nobel per il Ticino

Il Municipio di Lugano entra in campagna sul PSE con una conferenza stampa che lascia aperti non pochi interrogativi 

Eccoci serviti i Nobel per l’economia! Offerti, su misura, si direbbe, alla realtà cantonticinese (ma anche svizzera). Sembrano la contrapposizione con quanto invece pervicacemente ruminano e offrono qualche presidente di partito o uomo di governo.

Non è sufficiente limitarsi a rilevare che con questi ultimi premi Nobel per l’economia “non c’è più l’economia di una volta”, anche aggiungendo “per fortuna” (Plusvalore, rubrica economica della RSI). È ancora schivare l’oliva per non disturbare i manovratori. È vero che si tenta di lasciare l’economia matematicizzata, divinizzante, convinta di eliminare l’errore e il rischio, che ha causato parecchi danni (anche a grandi banche svizzere che hanno perso miliardi, ma ora stanno comunque imperversando gli algoritmi allestiti da chi sa chi, che è ancora peggio). Che si scopre insomma che i conti vanno fatti con le realtà vissute, cercando lì dentro come si mettono le cose e cogliere le conseguenze di teorie applicate come dogmi. A chi tentava ancora qualche tempo fa questo approccio si rimproverava di fare sociologia e non economia. È spesso il rimprovero che si muove anche ai sindacati quando antepongono la realtà, quella umana, che si vede, al solo conto perdite e profitti imbalsamato o stravolto. Tre utili insegnamenti si potrebbero quindi trarre dalla premiazione a quegli economisti e ai loro lavori.

La prima è l’ammissione implicita del fallimento del cosiddetto consenso (o dogma) neoliberale in scienze economiche. Che dagli anni Ottanta in poi è stato quello di attribuire ogni colpa di uno squilibrio economico ai salari o al lavoro (ridotto solo a un costo che gonfia i prezzi). Ed è da lì che la cosiddetta moderazione salariale è diventata dogma e costante ricatto dottrinale e politico. E cioè: moderazione (!) come unica condizione per lavorare, essere competitivi, crescere. Quel consenso dottrinale sembra ora essere perlomeno messo in crisi da quella che vien definita “rivoluzione empirica”. Che significa, in parole povere, guardar dentro nella realtà per rendersi conto se le cose stanno proprio come si vuole e si sostiene.

La seconda è la dimostrazione che le cose non stanno proprio come si pretende. Con inchiesta a tappeto, su vari anni, dentro la realtà di settori diversi, si sconvolge la teoria neoliberista imperante che ha sempre preteso che ciò che è favorevole al lavoratore è negativo per l’economia e, in generale, per il benessere. Un caso emblematico, quindi: non è vero né dimostrato, ci dicono ora i Nobel, come il neoliberismo sostiene (v. esempio votazione in Svizzera del 2014 sull’introduzione del salario minimo, rifiutata dal 76 per cento dei votanti, sotto minaccia padronale di un crollo generale dell’economia) che l’introduzione di un salario minimo ha un effetto negativo sul lavoro, sull’occupazione, sull’attribuzione del reddito (il salario minimo aumenta i redditi dei lavoratori a basso salario), sulla crescita. Risulta vero il contrario.

La terza è un’esigenza pratica e politica che emerge dalle pubblicazioni dei premiati e che va rilevata a nostro uso e consumo: si dimenticano sempre nell’applicazione delle politiche fiscali gli effetti, empiricamente valutati, di quelle riforme. Traduciamo: c’è uno studio serio nel Ticino che ci dice quali sono stati sinora gli effetti degli sgravi fiscali ai ricchi, non tanto per i ricchi (persone fisiche o aziende) che ne beneficiano ma, come si pretende, per l’economia cantonale, sapendo oltretutto che sono ormai decenni che si continua a proporre e a procedere con quella solfa-dogma?

Articolo pubblicato da Area
Sul tema guarda anche l’intervista di Naufraghi/e a Sergio Rossi


La legge di Atticus. A proposito di Mimmo Lucano

Il Municipio di Lugano entra in campagna sul PSE con una conferenza stampa che lascia aperti non pochi interrogativi 

Atticus è un uomo per bene. Bianco e vedovo in una piccola città del sud degli Stati Uniti, si trova a difendere un uomo di colore ingiustamente accusato di stupro. Per spiegare alla piccola Scout, sua figlia, il senso di una colpevolezza basata su prove insostanziali, articola l’accanimento dell’accusa con parole semplici: condannare Tom è come uccidere un “mockingbird”, una creatura inoffensiva che non fa male a nessuno e il cui canto è una benedizione per gli umani. Si tratta, in altri termini di un “sin”, un peccato, un atto inutile e dannoso mascherato come giustizia. A chi vada a rileggerlo ora, To Kill a Mockingbird (Harper Lee, 1960; titolo italiano: Il buio oltre la siepe) appare come una storia sulle intersezioni tra legge e compiacenza, un abuso su basi razziali che esibisce le incongruenze di un sistema in cui le procedure giudiziarie non sono uguali per tutti.

Nel caso recente della pena comminata a Mimmo Lucano dal tribunale di Locri torna a farsi sentire la voce di Harper Lee, e non ho potuto fare a meno di pensarlo. La storia è nota. Alla fine degli anni ‘90, con l’associazione Città futura, il sindaco di Riace, navigando nelle acque opache di procedure amministrative complesse e spesso incomprensibili, elabora a suo rischio e pericolo un modello di accoglienza e integrazione che funziona. Le forzature ci sono, ma sfido chiunque abbia a che fare con la nostra amministrazione a lanciare la prima pietra. In compenso, il modello funziona, e forse questo è il guaio peggiore. Lucano diventa un modello possibile. La sua popolarità non può essere pilotata, e va dunque arginata, usando, forse strumentalmente, la legge, agitando il vessillo della sua (spesso presunta) cecità gerarchica: essa è, si dice, uguale per tutti.

Nella parabola giudiziaria durata fin qui 4 anni, le incongruenze sono copiose. Ne rende conto su Pressenza, e con lucida ostinazione, Giovanna Procacci, che da sempre segue la vicenda. Nella utile ricostruzione dei due anni di udienze, culminati in una condanna con cardini giuridici incomprensibili ai più, la sociologa rileva come le accuse di “vantaggio personale” mosse a Lucano si siano progressivamente svuotate di prove, in una deriva che pian piano ha perso ogni motivazione economica per poi rimanere agganciate a un presunto “profitto politico” mai davvero dimostrato. Lucano, in altri termini, avrebbe usato l’accoglienza come grimaldello per costruirsi una carriera politica. Che non c’è. L’accusa, rileva Annalisa Camilli su Internazionale, è basata su un “uso indiscriminato delle intercettazioni, testimoni chiave che ritrattano [Francesco Ruga, che si dice vittima di minacce poi negate], trascrizioni inesatte, sentenze ignorate”. Dopo due anni di processo, la condanna per venti reati presunti (tra cui falsità ideologica, concussione, peculato, truffa, abuso d’ufficio …) stride in modo potente con altre condanne mancate, e bizzarre dichiarazioni processuali di come certe vicende di collusione ben più palesi siano state derubricate a “fatti che non costituiscono reato”.

Non ho le competenze per valutare una sentenza che non ho letto per intero e nella decodifica della quale non saprei destreggiarmi. Avrei bisogno di un Atticus italiano che mi spiegasse la scelta di questi magistrati, che non sono TUTTI i magistrati, e questo mi preme dirlo, altrimenti si fa di ogni erba un fascio. Noto però che la discrezionalità della pena, che è esercitata dal giudice, qui punisce, con un raddoppio della punizione richiesta dal pubblico ministero, un soggetto che ha cercato vie forse incongrue e laterali per uno scopo che è sotto gli occhi di tutti: cercare di produrre, forse maldestramente ma in modo efficace, un modello di integrazione che apre una strada possibile per affrontare un problema reale. Questo problema reale sta provocando conflitti, fratture, disagi e strumentalizzazioni politiche, quelle sì, e vere, da parte di chi ha provato a ergersi come paladino degli “italiani puri”. Noto anche – con lo sguardo inerme della donna comune – che i conti non tornano. Non sembra cioè che la giustizia sia uguale per tutti e che la stessa equità di giudizio si applichi ai cittadini dello stato con la medesima, indiscutibile assenza di pregiudiziali. In sintesi noto, sempre dal mio punto di vista di donna comune, che le contraddizioni che hanno animato tutta la vicenda giudiziaria di Mimmo Lucano restano, per ora, senza risposta.

Il Riformista, in epigrafe a un articolo del 7 ottobre, cita il processo a Danilo Dolci (1956) e pubblica estratti dell’epico discorso di Piero Calamandrei. In quell’occasione, e correttamente, il giurista invoca, accanto alla dovuta applicazione della legge, anche la necessità di una storicizzazione, che è anche restituzione di valore etico e intellettuale. Sono requisiti fondamentali dell’apparato giuridico, in una polis che vuole dirsi tale.

Altrimenti si rischia quel che è mi pare sia accaduto: si uccide un “mockingbird”, e insieme a esso la speranza, e si lasciano fuggire gli avvoltoi, che come sempre abbondano.


La ‘fenice’ Letta e l’ex disc-jockey del Papeete

Il Municipio di Lugano entra in campagna sul PSE con una conferenza stampa che lascia aperti non pochi interrogativi 

“Lasciate fare a lui, che sa farsi male da solo”. Lo si disse di Trump. Può valere anche per la destra muscolare italiana (lasciamo fuori Berlusconi, i cui bicipiti elettorali si sono afflosciati da tempo)? Sì e no. Troppa astensione, quindi troppe incognite, per proiettare su scala nazionale l’odierno indiscutibile successo del PD, che agli avversari rifila un autentico ‘cappotto politico’, con la conquista di cinque grandi città su cinque. Lo sa anche Enrico Letta, la fenice che ha fatto risorgere un partito ridotto quasi in cenere dalle infinite guerre intestine e dal peggio del renzismo, e che ancora pochi mesi fa si dibatteva, il partito, in una crisi di leadership che sembrava addirittura irrimediabile.

Sa, il trionfatore di ieri, che anche per temperamento esulta con garbo, come sia possibile vincere una battaglia senza la certezza di poter prevalere nella prossima vera guerra, in questo caso le non lontane elezioni politiche, orizzonte 2023. Con in mezzo i tormenti animati dalla nomina del futuro inquilino del Quirinale, orizzonte 2022, e il tormentone ‘Draghi sì, Draghi no’: se cioè sia sua intenzione (si vedrà quanto assecondato dai partiti) rimanere a governare in prima persona o se invece regalarsi sette anni sette di autorità politica dal più alto colle istituzionale di Roma. Lui che, lo ribadiva ieri l’ottimo politologo prof. Alessandro Campi, può contare anche sul teorico sostegno popolare di una fetta non piccola dell’esorbitante numero di chi ha deciso di disertare le urne per una precisa ragione: non esistendo il partito del premier, sono rimasti a casa pur di penalizzare i partiti che più lo possono intralciare nella sua solitaria navigazione.

E quei partiti sono appunto gli ‘asfaltati’ di ieri, Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Che certo non sono stati battuti, come loro sostengono e gli piacerebbe fosse vero, da tutto quell’ “accanimento” sulle complicità coi fascisti bellicosi, che i due non vedono e non ammettono nonostante l’evidenza. Ma soprattutto bastonati, e in particolare l’ex disc-jockey del Papeete Beach, dallo spaesamento trasmesso ai propri sostenitori dalla rincorsa del tutto strumentale a no-vax e no-pass in un paese in cui oltre l’ottanta per cento dei vaccinabili si è fatto immunizzare e può esibire il relativo attestato.

Tra i sonoramente sconfitti, i Cinque Stelle, quasi ridotti (ma ormai da tempo) all’impalpabilità. Ancora in maggioranza relativa in Parlamento (per effetto del voto protestatario della primavera 2018), guidati ora da un Giuseppe Conte che riempie le piazze ma non le urne, e ancor più storditi dal silenzio dell’ormai ombroso ‘garante’ Beppe Grillo, tutto preso dalle vicende giudiziarie del figlio (vicende che hanno svelato tutta la misoginia dell’ex comico): il Grillo che ancora tiene un ditino sul timone del movimento ex populista senza sapere, potere, o volersi rimetterci entrambe le mani.

Dunque, diverse incognite in prospettiva. Primo: se il forte astensionismo italico diventerà congenito. Secondo: come potrà prosciugarlo una classe politica in gran parte screditata. Terzo: se e in che modo, come sostengono fin troppi fantasiosi analisti, il metodo dell’attuale premier stia davvero cambiando abitudini e istinti del paese e della sua classe dirigente, portandoli a una sorta di ‘gollismo-semi-presidenziale’ (autentico ossimoro politico). Quarto: se sia davvero progettabile quel ‘nuovo e largo’ centro-sinistra che Letta e Conte ritengono di poter varare, ma che deve superare, e non è poco, rabbie e malumori che riempiono lo stomaco di politici e delusi elettori pentastellati. Quinto: quanto e per quanto tempo la sguaiata politica della destra-destra continuerà a favorire la moderazione e la ‘disciplina’ (fin troppa) di Letta e ‘compagni’. Sesto: ancora lui, il Draghi-pensiero, con Mattarella come retro-pensiero, che deve decidere cosa farà da grande.

Un bel (nel senso di micidiale) labirinto.


Giocare alla vita

Il Municipio di Lugano entra in campagna sul PSE con una conferenza stampa che lascia aperti non pochi interrogativi 

Ormai le regole le sanno tutti, in almeno 90 Paesi del mondo. E per una volta, non parliamo delle volubili norme Covid, ma di quelle di Squid Game dove, per farla breve, 456 perdenti, o perlomeno, reputati come tali dalla società sudcoreana (perché pieni di debiti, incapaci di badare a sé stessi, ecc. ecc) decidono di partecipare a un gioco il cui primo classificato si accaparrerà 45,6 miliardi di won. I giochi sono semplici, tiro alla fune, Un due tre stella, Squid Game – un Gioco del calamaro, quest’ultimo, che ricorda il nostro Gioco del mondo, solo in versione più brutale. Piccolo particolare, non ci sono secondi e terzi classificati, perché l’importante non è partecipare, ma vincere. Altro particolare: chi perde muore. Eliminazione totale, dunque.

Squid Game è la serie Netflix interamente scritta e diretta da Hwang Dong-hyuk (che ha trascorso cinque anni nello sforzo di trovare qualcuno disposto a realizzarla) di cui si parla un po’ ovunque e che, oltre che per l’idea pseudo-ludica su cui si fonda e i 110 milioni di spettatori globali in meno di un mese dall’uscita, è per il pulp di certe scene che non ha mancato di scomodare un po’ ovunque chi crede di riconoscervi un serio rischio di devianza morale. Si è tirato in ballo un classico del videogame come Fortnite, che somiglia a Squid Game proprio per quella modalità del “tutti contro tutti” che rende lecito qualsiasi mezzo di eliminazione degli avversari.

In realtà Squid Game è qualcosa di diverso. È il cinema coreano che si trasforma in serie, dilatando per gli appassionati del genere la storia fino a spalmarla su quasi nove ore. Sotto il sole però, niente di nuovo, per quanto duro e affascinante. Maestri del cinema del Paese del Sudest asiatico come Park Chan-wok (Trilogia della vendetta), Kim Ki-duk (Moebius) o Bong Joon-ho (Parasite) erano già riusciti a dimostrare come fosse possibile coniugare la poesia alla violenza, trasformando quest’ultima in un vettore narrativo senza dubbio influenzato da una radicata tradizione fumettistica, con il risultato di sdrammatizzare un po’, e nella peggiore delle ipotesi strappare una risata (come d’altronde fa Tarantino, che peraltro non mancò di esprimere tutta la sua ammirazione per Old Boy di Park Chan-wok, quando in veste di preside della giuria, nel 2004 gli assegnò il Grand Prix al Festival di Cannes).

Ma Squid Game ci mostra con brutale prepotenza anche qualcos’altro, inserendosi in un solco già magistralmente sondato da Saramago o Coetzee: all’essere umano, anche a quello tecnologizzato e digitalizzato, basta poco, un nonnulla oseremmo dire, per fare un passo indietro nella propria concezione del vivere civile. È sufficiente che una delle certezze delle nostre vite venga meno, e in men che non si dica ci ritroviamo in una dimensione tribale, in una cellula sociale sempre più ristretta, fino a diventare individuale. Accade anche ai giocatori di Squid Game, che a un certo punto capiscono come convenga che i “buoni” si alleino con i “buoni” e i cattivi tra di loro, allo stesso modo in cui lo fanno i protagonisti di Cecità o quelli di Aspettando i barbari. Uno studio antropologico sui generis, insomma, intenso e permeato di lirismo.

Tutto il resto è sangue e morte, e cinema coreano al suo meglio.


Macerie #2 – Dai Molini al Molino

Il Municipio di Lugano entra in campagna sul PSE con una conferenza stampa che lascia aperti non pochi interrogativi 

Il momento più sorprendente di una rivoluzione è l’insurrezione: nei primi mesi l’occupazione dei Molini Bernasconi di Viganello richiama migliaia di persone e diventa un incredibile laboratorio sociale e culturale. Ma la realtà autogestita si trova presto a doversi confrontare con il contesto che la circonda: i rapporti con alcuni abitanti del quartiere, infastiditi dal trambusto generato e con le istituzioni, che faticano a comprendere questa realtà, non sono sempre facili. Internamente, nelle partecipatissime assemblee, non è facile tenere insieme le differenti anime che compongono i “Molini”, un esercizio che richiede un grande sforzo politico e umano. Nello stabile occupato si sta cercando di costruire un’alternativa radicale, di realizzare un sogno, confrontandosi con tutte le difficoltà e le contraddizioni che questo, inevitabilmente, comporta.

Il podcast può essere ascoltato ogni martedì su naufraghi.ch così come su Spotify e su Apple podcast. Inoltre viene ritrasmesso da Radio Gwen e da alcune radio di movimento italiane. Per commenti: macerie@inventati.org

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Lacrime di coccodrillo sull’elettricità

Il Municipio di Lugano entra in campagna sul PSE con una conferenza stampa che lascia aperti non pochi interrogativi 

Si lacrima, e non sempre a torto, per certe liberalizzazioni concesse (manodopera, frontalieri) che ci avrebbero fatto perdere nei confronti dell’Unione europea la nostra sovranità (quella di riuscire ancora a decidere noi e quindi a governare le conseguenze che comportavano e comportano). Risulta quindi facile per Marco Chiesa, presidente dell’Udc nazionale, sostenendo che il suo partito aveva invece previsto tutto, definirle ora “lacrime di coccodrillo”. Anche se, per onestà di discorso, bisognerebbe accennare a chi era interessato a tutto questo e riconoscere che alcuni (un altro partito, un sindacato), imposero perlomeno delle “misure di accompagnamento” che prevedevano e correggevano in parte le conseguenze; quelle stesse misure che ancora ostinatamente difesero e accentuarono, indispettendo gli ambienti economici, nel sepolto “accordo quadro”. Ma si sa che ciò che viene da sinistra è per taluni, per definizione, non credibile o sporco.

Si lacrima in questi giorni per i prezzi dell’energia che salgono alle stelle e per i rischi nell’approvvigionamento elettrico. Stranamente non ci sono però lacrime, neppure di coccodrillo, su un’altra liberalizzazione, quella dell’elettricità, che era un perfetto copia-incolla svizzero dall’Unione europea. Tutti d’accordo, ad eccezione di una parte della sinistra, con alcuni radicali (come nel Ticino gli ex-consiglieri Argante Righetti o Sergio Salvioni), che lanciò un referendum, in difesa del servizio pubblico e di un bene primario che non poteva essere ridotto a una merce qualsiasi di un mercato. Respinta al primo colpo (2002), quella legge fu resuscitata pochi anni dopo cambiando il titolo: legge sull’approvvigionamento dell’energia elettrica.

Lacrimare serve però a poco o niente. Come avviene con la manodopera europea di cui volenti o nolenti non si può fare a meno e se ne approfitta anche spesso, lamentandosi con ipocrisia, come calmiere del mercato del lavoro o per i minori costi salariali (dumping), così anche con l’energia elettrica ci troviamo intrappolati in un contesto geopolitico che non si può ignorare o solo deprecare. Se non teniamo conto dell’Europa o se la consideriamo “colonizzatrice” per definizione (Marco Chiesa dixit), hanno dovuto dirci alcuni politici o alcuni esperti negli scorsi giorni, rischiamo di trovarci senza luce o al freddo quest’inverno. Ricordiamo che con l’Europa i negoziati per un accordo sull’elettricità risalgono al 2007 e l’ultimo ciclo di negoziati ha avuto luogo nel luglio del 2018: eterna Svizzera!

Ci sono in tutta questa vicenda che ora sta preoccupandoci almeno quattro paradossi.

Il primo è all’origine: quello di aver sposato senza pensarci troppo, quasi vent’anni fa la liberalizzazione di tutto e quindi anche del mercato elettrico, trascinati dal vento che imperversava in Europa (e i partiti neoliberisti e del niente Stato, come l’Udc, gongolavano; ma ci cascarono pure i socialisti, quelli dell’affidabilità, soggiogati dal mercato).

Il secondo si riscontra in una enorme contraddizione geopolitica. Con almeno 41 posti di “accoppiamento” (o congiunzione elettrica) alla frontiera la Svizzera è fisicamente connessa alla rete europea continentale più di qualsiasi altro paese. La Svizzera, e qui sta il paradosso, non vi è però collegata politicamente: non ha firmato sinora nessun accordo e risulta quindi assai problematica la coordinazione con i vicini europei.

Il terzo sta nella constatazione che la Svizzera, geograficamente al centro del continente europeo, aveva ancora qualche decennio fa, con una rete elettrica ben sviluppata e una notevole flessibilità di energia idroelettrica (la famosa “stella di Laufenburg”), un’importanza fondamentale, che oggi si è molto ridotta. Il motivo di questa degradazione è in buona parte dovuto alla dinamica che c’è invece stata nei paesi vicini. L’Unione europea ha continuato a rafforzare il suo mercato interno, mentre da parte svizzera (come per Swissgrid o altre imprese di elettricità o le stesse Agenzie di cooperazione dei regolatori dell’energia) ci si è via via esclusi. Come rilevava qualche tempo fa “Avenir Suisse” (quindi il “pensatoio” e la voce degli ambienti economici) “nel paesaggio elettrico europeo, il nostro paese è stato progressivamente relegato da statuto di protagonista-chiave a quello di spettatore impotente”.

Il quarto si raffigura in una storditaggine che domina da tempo la vita politica nazionale. Essa deriva non tanto dal benaltrismo (sono ben altri i problemi!) quanto dall’ignorare quelli che, sollevandoli, metterebbero in crisi le proprie ideologie, le proprie contraddizioni e ipocrisie, quelle posizioni elettoralmente feconde.

Esemplifichiamo. In materia di cooperazione con l’Unione europea l’argomento che va per la maggiore e raccoglie sempre consensi elettorali è quello della “sovranità”. In parole povere: con l’Ue noi rischiamo di perderla, ci viene sottratto il potere decisionale del popolo, delle nostre istituzioni democratiche. Quindi: meno impegnativa e condizionante sarà per la Svizzera la pur inevitabile cooperazione con l’Ue per i nostri interessi economici, meglio sarà. Non era ancora il caso dell’accordo quadro, dopo lunghi anni di maturazione, e per questo l’abbiamo buttato via.

Ora, per quanto riguarda il problema dell’eletttricità è tutto il contrario che si verifica: senza un accordo la Svizzera perderà sempre più “sovranità” (e non solo sulle sue reti di alta tensione). Il motivo è infatti che l’esclusione del nostro paese dagli organi di coordinamento europei ha ripercussioni che possono essere gravi o persino fatali sulla sicurezza della nostra rete elettrica e sull’approvvigionamento elettrico. E non è solo conseguenza che può arrivare. Infatti sta arrivando perché lo statuto di Paese terzo della Svizzera comporta già flussi di carico non pianificati (loop flows, in gergo) che hanno messo e metteranno a repentaglio la stabilità del sistema e ci porrà sempre più di fronte ad una oscillazione continua dei prezzi. Quando si sa che il consumatore ha bisogno di un prezzo stabile per un bene di prima necessità. E allora quali lacrime piangeremo con la mitica sovranità, sempre più nuova Fenice?


Sovranismo al buio

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Sergio Rossi – Un riconoscimento all’economia sociale

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Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria