Assange: la democrazia è nuda

La sua vicenda rivela le ipocrisie della democrazia, inerme nelle mani dei colossi economici globali 

Torniamo alla notizia del via libera dell’Alta Corte di Londra alla estradizione negli Usa del giornalista indipendente Julian Assange – ne ha scritto Aldo Sofia, su queste ‘pagine’ lo scorso 12 dicembre. Lo facciamo perché il tema della libertà d’informazione e del pensiero critico – parte del più ampio concetto di libertà e di diritti (naturali) dell’uomo – non va lasciato cadere.

Sì, perché anche il caso Assange dimostra che le nostre democrazie sono sempre più ipocrite (la definizione è di Tommaso Di Francesco, condirettore de il manifesto – e che facciamo nostra), sono cioè sempre meno democrazie. Sì, ipocrite se oltre ad Assange (che incarna la lotta della verità contro il potere che non vuole essere visto né essere giudicato) pensiamo al tema dei migranti e ai comportamenti degli Usa e dell’Europa contro quel diritto di movimento riconosciuto all’individuo, a prescindere dalla cittadinanza, dalla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 (art. 13: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese); ipocrite se pensiamo al fallimento della Cop 26 di Glasgow per il potere occulto della lobby delle energie fossili; se pensiamo alle disuguaglianze sociali che aumentano (un tema espulso/rimosso dalle agende politiche e dai mass media neoliberali dell’Occidente, dimenticando che se non si garantiscono i diritti sociali, muoiono anche quelli politici e civili); ipocrite se pensiamo alla nuova corsa al riarmo nel mondo (la spesa militare mondiale è raddoppiata dal 2000 a oggi e si avvicina a 2 trilioni di dollari Usa all’anno, in aumento in tutte le regioni del mondo, nel quasi totale silenzio dei media mainstream).

E allora, per mettere in rilievo questa ipocrisia neoliberale (Biden che vuole la testa di Assange negando la libertà di stampa e di informazione e negli stessi giorni promuove un summit per la democrazia invitando a partecipare democratici come Bolsonaro, Erdogan, il Pakistan, la Polonia sotto infrazione dalla Corte Ue per violazione dello stato di diritto, cioè compie un’operazione che anche il settimanale Time ha definito una “vetta di ipocrisia”), proviamo allora a sottolineare due o tre cose che riguardano la democrazia e il nostro rapporto di cittadini con il potere, non solo politico.

Ha scritto la politologa italiana Nadia Urbinati (è una liberale critica) che insegna alla Columbia University: “Nella democrazia, l’agire politico non solo è pubblico, ma deve essere reso pubblico, messo sotto gli occhi del pubblico; e lo è in due sensi: perché volto ad occuparsi di problemi che direttamente o indirettamente riguardano e condizionano tutti; e perché deve essere esposto sempre al giudizio dei cittadini, i quali, in quanto ‘corpo sovrano’, hanno due poteri: quello di autorizzare con il voto e quello di giudicare e controllare perpetuamente, prima o dopo aver votato, coloro che hanno autorizzato” a governarli (in Liberi e uguali, 2011). In democrazia inoltre, il diritto al dissenso è fondamentale: un dissenso critico (ancora Urbinati), perché avere “una grammatica comune non implica non avere ragioni per dissentire su come e dove applicare le regole, ovvero su che cosa dire o credere”. Occorre cioè avere “un distacco salutare, che Socrate aveva insegnato a praticare ai suoi concittadini democratici, invitandoli a non accettare nulla senza il vaglio della loro ragione critica”. Ma questo è possibile solo se esiste una cittadinanza attiva sempre, e critica sempre – per essere appunto capace, come Socrate, di fare domande, porre questioni, attivare un pensiero critico e riflessivo – perché democrazia significa la scelta dei fini da parte del demos e poi la predisposizione dei mezzi per raggiungere tali fini, ma per farlo occorre partecipazione, immaginazione, appunto libertà di espressione e di stampa senza le quali muore il pensiero critico. Che infatti oggi sta morendo.

Certo, storicamente il potere non vuole essere trasparente, mentre vuole noi assolutamente trasparenti. Ma questa sua malattia cronica ha subito una accelerazione (e una sua accettazione totalmente passiva da parte nostra) con le tecnologie di rete e il Big Tech: un potere assolutamente oscuro e opaco, ma che ci vuole massimamente trasparenti (profilabili, cioè spiabili per il Big Data in ogni istante della nostra vita capace di produrre profitto privato), per questo ci ha fatto rinunciare volontariamente al concetto di privacy, convincendoci che fosse una cosa del passato.

È un potere – questo del Big Tech – d’impresa e tecnologico sempre più autocratico (l’autocrazia intesa come quel sistema dove il sovrano o autocrate ricava la propria autorità solo da sé stesso o dal diritto divino, oggi dal diritto del mercato e dell’impresa), sempre meno controllato e controllabile, cioè sempre meno democratico e che tuttavia è abilissimo a farci credere che la rete e l’innovazione siano democratiche e liberanti in sé. E allora, contro questa autocrazia d’impresa delle multinazionali del Big Tech – il cui impatto si è fatto oggi globale e capace di modificare a sua totale discrezione la vita di miliardi di persone (da Amazon a Google ai social) a prescindere da ogni controllo democratico del suo potere – occorre riprendere Montesquieu e la sua teoria del bilanciamento dei poteri di uno stato (oggi da applicare a imprese più potenti di uno stato) dove, partendo dalla considerazione che il “potere assoluto corrompe assolutamente” Montesquieu analizzava i tre poteri che vi sono in ogni stato: il potere legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario. E quindi, condizione oggettiva per l’esercizio della libertà del cittadino, quindi della democrazia è che questi tre poteri restino nettamente separati e soprattutto controllati e bilanciati.

Se questo è vero (ed è vero), oggi abbiamo il dovere di affrontare il nuovo potere del Big Tech e dell’impresa multinazionale. Un potere “assoluto e che corrompe assolutamente” sia la democrazia, sia la libertà, sia i diritti umani molto più di quanto sia accaduto in passato, proprio per la pervasività delle nuove tecnologie nella vita dell’uomo. Potere che è opaco, che vuole restare opaco, che non vuole essere giudicato. E invece anche il potere dell’impresa – un potere sempre più politico, nel senso di governo della polis oggi globale – deve essere reso pubblico ed esposto al giudizio dei cittadini. Perché il demos non lo ha consapevolmente autorizzato a governarlo, bensì questo potere si è preso il diritto (autocraticamente) di farlo a prescindere da un voto e dal controllo sul suo operato, imponendosi come un dato di fatto. Ma perché questo possa accadere – cioè che il superpotere del Big Tech venga controllato e bilanciato democraticamente – questo potere deve essere prima riconosciuto come tale da tutti e da ciascuno, per non finire noi governati (ma lo siamo già) da imprese private che ovviamente non perseguono il bene comune/pubblico-interesse generale, ma solo il profitto privato.

Per farlo ci servirebbe un pensiero critico della e una informazione indipendente sulla innovazione tecnologica e sul potere delle multinazionali, che invece non abbiamo (più). Semmai questo potere è capace sempre più di autocelebrarsi oltre ogni pudore (e questo nonostante voglia essere sempre più opaco e nascosto, ma diventa appunto sempre più nascosto, e sempre più potente, quanto più lo celebriamo e lo aduliamo), non solo con l’Economist che incorona Mario Draghi in copertina, ma anche con programmi – osceni dal punto di vista informativo e del pensiero critico – come quello dedicato a Sergio Marchionne, andato in onda su Rai Tre la sera del 17 dicembre scorso.

E con questo torniamo al caso Assange, da cui siamo partiti.


Giangiorgio Gargantini – Il Natale dei driver

La sua vicenda rivela le ipocrisie della democrazia, inerme nelle mani dei colossi economici globali 


Signor Giudice… siamo giovani

La sua vicenda rivela le ipocrisie della democrazia, inerme nelle mani dei colossi economici globali 

Di Bruno Brughera

“Signor Giudice” è una nota canzone di Roberto Vecchioni che ci torna in mente, parafrasandola, per provare a dar voce ai giovani, quelli che non hanno voce e che il più delle volte si ritrovano al cospetto di un magistrato ligio -per definizione- ai doveri che la legge impone. Prendendo spunto dall’articolo pubblicato su “la Domenica“ il 12.12.21 in cui il Magistrato dei minori Reto Medici, ci erudisce sulle nuove modalità comportamentali delle bande giovanili, avverto una sorta di urgenza nel tentare di scrivere una lettera, come se fossimo dei giovani.


Signor Giudice, accollarci responsabilità per come stiamo al mondo, ci risulta un modo sbrigativo per etichettare molti di noi in difficoltà. Dalle sue parole, non traspare comprensione, ma la ferma convinzione che dall’alto del suo “osservatorio privilegiato”, disegna la nostra condizione come una realtà molto superficiale, molto “fast”.

Vede Signor Giudice, è vero che lei deve applicare la legge, comprendiamo pure che ci sono, ahinoi, situazioni “al limite” e anche oltre. Situazioni in cui, come recentemente a Locarno, vere e proprie “baby gang” si scatenano in atti di violenza che non possono lasciare indifferenti e che inducono a dover intervenire.

Ma da un magistrato, Signor Giudice, ci si aspetterebbe anche e a maggior ragione una disamina più articolata e meno superficiale non solo di questi episodi estremi, un’analisi della realtà giovanile non basata unicamente su tali episodi. Lei non pare voler entrare nella dimensione giovanile per comprenderla, Lei la giudica e la sanziona!

Addirittura fa appello a un centro chiuso – il famigerato centro educativo chiuso per minorenni CECM- come se fosse la soluzione del problema della violenza giovanile. Oltretutto auspica un centro che possa supportare soprattutto il lavoro di educatori socio-professionali, poiché, a suo dire, è questione di giovani che non trovano lavoro, ma che adesso hanno ulteriori possibilità di tirocinio: “L’occupazione”, Lei sostiene, “è un buon antidoto per chi vuol mettersi nei guai”.

Già perché se si fanno lavorare, li si stanca, li si sfrutta fino allo sfinimento così che nelle poche ore di libero, possano solo dormire per ricominciare a lavorare il giorno dopo, e i giovani la smetteranno di disturbare la quiete pubblica.

Per gli irriducibili a questi parametri, infine, Lei, Signor Giudice, arriva a sostenere con forza la creazione del CECM ad Arbedo, con l’auspicio che il Parlamento Cantonale dia al più presto il via libera al messaggio governativo. Un centro, a Suo dire, che “potrebbe accogliere una decina di ragazzi in crisi, casi conosciuti e magari affidati in gestione ai foyer. Giovani che per varie ragioni possono diventare ingestibili e hanno bisogno di essere fermati prima che si mettano seriamente nei guai”.

Insomma, un centro di “contenimento” o di “contenzione”, quattro mura in cemento armato per isolare chi “sbrocca”. Dunque, testa bassa e “a lavorare”, oppure una sorta di prigione in cui imperano regole e limiti.

Ma perché ogni discorso sulla realtà e magari anche la devianza giovanile prende in considerazione solo l’ottemperanza cieca e consenziente verso regole e limiti indiscutibili, messi lì “a priori”?

Perché non entrare anche e soprattutto nel merito del fatto che a noi giovani, serve anzitutto comprensione, occorrono spazi di aggregazione “sani”, luoghi ricreativi dove possiamo sperimentare e fare esperienza? Ci servono modelli positivi, punti di riferimento saldi.

Abbiamo bisogno anche di poter sbagliare e di avere opportunità per comprendere e non ripetere gli stessi errori.

Avremmo bisogno di una società più giusta, equa e solidale, di città a misura d’uomo, di figure positive e non solo giudicanti. E poi, Signor Giudice, se la nostra realtà è costellata da strumenti tecnologici, da mode e consumismo sfrenato, da modelli artificiosi e da famiglie vittime del qualunquismo, perché se la prende con noi? Siamo noi ad aver creato tutto ciò o ce lo siamo ritrovato addosso, quasi cucito sulla nostra pelle a nostra insaputa?

Il degrado che affrontiamo quotidianamente, la realtà oggettiva del territorio, le difficoltà nel poterci autodeterminare, le abbiamo volute noi oppure buona parte delle responsabilità va data per esempio alla vostra generazione e a quelle precedenti? Al sistema, alle scelte politiche delle classi dirigenti?

Crediamo che tutto questo marasma in cui molti di noi annaspano e cercano di sopravvivere sia un terreno che il nostro disagio mette solo maggiormente in evidenza, che concerne tutti e che non sarà certamente bonificato dal polso fermo e duro delle sanzioni punitive o “contenitive”.

Dove sono le politiche giovanili? Da sempre ci confrontiamo con adulti saccenti e moralisti che queste esigenze manco le considerano, figuriamoci se vogliano ritenerle cruciali ed urgenti.

Ah, certo, ci sono anche -la maggioranza di noi- quelli che non creano problemi: quindi è lapalissiano che le mele marce vadano separate. Ma è un modo miope di affrontare una questione così importante e articolata, da parte di un sistema che, senza mettersi in discussione circa i propri stessi fondamenti, si limita a identificare chi non vi si sa conformare e lo sanziona. Magari lo isola, in nome di limiti e regole.

Signor Giudice, noi vorremmo poter credere che possano sorgere o (ri)affermarsi altri princìpi, altri paradigmi, altri approcci; siamo forse sognatori e crediamo ancora nella luna, Signor Giudice, siamo giovani ancora per poco e vorremmo avere ancora speranze per un futuro diverso, in cui risuonino parole, come quelle di un’altra canzone di Vecchioni (“Sogna ragazzo sogna”), che sanno dire di noi molto altro, molto di più.

E ti diranno parole rosse come il sangue
Nere come la notte
Ma non è vero, ragazzo
Che la ragione sta sempre col più forte
Io conosco poeti
Che spostano i fiumi con il pensiero
E naviganti infiniti
Che sanno parlare con il cielo
Chiudi gli occhi, ragazzo
E credi solo a quel che vedi dentro
Stringi i pugni, ragazzo
Non lasciargliela vinta neanche un momento
Copri l’amore, ragazzo
Ma non nasconderlo sotto il mantello
A volte passa qualcuno
A volte c’è qualcuno che deve vederlo Sogna, ragazzo sogna
Quando sale il vento
Nelle vie del cuore
Quando un uomo vive
Per le sue parole
O non vive più”


Ticino, terra di pseudonimi

La sua vicenda rivela le ipocrisie della democrazia, inerme nelle mani dei colossi economici globali 

Forse si potrebbe cominciare da “Milesbo”, che a cavallo fra 800 e 900 è stata penna incandescente del proto-giornalismo di casa nostra, il nome d’arte che si era dato l’avvocato e politico radicale Emilio Bossi per scatenare, da buon massone, il suo irrefrenabile anticlericalismo. E per restare in quegli anni, proprio agli albori del Novecento, forse anche l’”Ulisse” che verga le sue “Lettere iperboliche” e che al Cantone affibbia la celebre definizione di “Repubblica dell’iperbole” potrebbe venirci utile per constatare che anche Francesco Chiesa, nel criticare duramente il paese degli avvocati e delle famiglie potenti, aveva bisogno perlomeno di un alter ego.

E così, saltabeccando nei decenni, si potrebbero ricordare, solo come esempio, il “Telex” del “Giornale del Popolo”, o le cattolicissime lettere sdegnate inviate ai giornali da una sedicente “mamma di Vaglio”; o ancora un “Emo Martini” di Gazzetta Ticinese dietro cui stava un noto giornalista e politico socialista, fino agli anni più recenti, quelli del “Mattino” e del proliferare, fra un terrario e l’altro, di una pletora di firme “farlocche”, dall’”Allodola” allo “zio Bill”, da “Cip e Ciop” al “Cane Peo” fino al “Signor Piantoni” (che Cito Steiger lo perdoni) al punto che quando vi trovi, oggi, la firma Lorenzo Quadri ti viene il dubbio che sia inventato anche lui. Poi, no, quello esiste davvero.

Nell’era dei social è tutto un fiorire di account e profili dubbi o chiaramente falsi e non solo per invitarti ad aderire a qualche chat gestita curiosamente da avvenenti indonesiane, ma, ancora e di nuovo, per lasciar libero sfogo alla critica feroce, senza remore né censura, quella che colpisce laddove, in generale, non si osa farlo: e come 100 anni fa, siamo nei dintorni di avvocati, politici, famiglie che contano (e si contano).

Proprio recentemente Lorenzo Erroi, per la “Regione”, ha intervistato (non si sa bene in che forma) il “perfido” “Francesco Sottobosco” che nel proprio profilo si presenta come “Gran maestro presso Loggia Massonica Foca e Liberazione”, o ancora “Chief Technology Officier (CTO) presso Corippo Analytica” e dispensa quasi quotidianamente corrosivi post, spesso sarcastici e divertenti, certamente satirici, su fatti e personaggi dell’attualità nostrana.

Si tratta, anche in questo caso, ovviamente, di uno pseudonimo, chiaramente dichiarato come tale dall’immagine dell’originale Frank Underwood, il cinico e spietato presidente americano protagonista della celebre serie “House of Cards” interpretato da Kevin Spacey.

Non di rado, obiettivo privilegiato degli strali di “Sottobosco” è il servizio pubblico radiotelevisivo, in particolare la sua dirigenza. Un obiettivo che condivide con un altro profilo evidentemente fasullo, quello di “Franco Liri”, ultimamente però un po’ assente dalla scena, ma che per mesi ha alimentato, ad esempio, a modo suo, fra critica ed ironia, le sorti della cultura in RSI.

Come molti osservatori attenti alle questioni radiotelevisive, anche “Sottobosco” non ha potuto fare a meno di leggere e condividere (scatenando i commenti dei suoi seguaci più fedeli in Facebook) la pagina della “Regione” dedicata alle sorti della Rete Uno firmata da una “new entry” nel campo dei nom de plume: Justine Rêve, esplicitamente indicato come pseudonimo in chiusura di articolo.

È un articolo ironico e polemico verso gli annunciati aggiustamenti e aggiornamenti della prima rete radiofonica del servizio pubblico, che gioca ed insiste fin quasi all’apnea nella metafora del subacqueo che deve andare fino a toccare il fondo per prendere la spinta che gli permetterà di riemergere. Un’immagine interessante, perché no, ma protratta e reiterata per dire un po’ di tutto, dentro un’intera pagina del quotidiano, su quello che ancora non va nella programmazione di Rete Uno, ma anche per lamentarne una conduzione tutta al maschile, alle dipendenze di una dirigenza eteropatriarcale ma con figli, in cui “tre su quattro portano in dote cognomi che contano (branche dell’eteropatriarcato in sauce tessinoise antropologicamente interessante ma non nuova: il figliol prodigo in azienda).”

Ah, eccoci in pieno tema delle famiglie che contano, così caro alla produzione ticinese di autori con pseudonimi. Se ne potrebbe fare un’antologia, che poi, gira e rigira, si scoprirebbe che i nomi in questione sono poi sempre quelli, che si parli di politici, di avvocati o di personaggi influenti; che si parli di società, cultura o di giornalismo. Sempre quelli, perché la nostra “Repubblica dell’Iperbole” quelli ha e quelli si tiene, e vota, e nomina, e plaude pubblicamente, tranne poi dar sfogo a tutto il civico sdegno nell’anonimato degli pseudonimi, o nell’arena spersonalizzata dei commenti social.

Già, perché “il paese è piccolo e la gente mormora” diceva Tina Pica in un celebre film di De Sica. È un paese in cui tutti si conoscono, in cui spesso, al terzo nome che ti si fa, si parla di un amico o di un parente, ma “alla lontana” naturalmente, e neanche molto gradito. Un paese campanilista e litigiosissimo che anche proprio per questo lascia prosperare e dominare la scena sempre agli stessi, sempre quelli, che sulle dispute, i diverbi, gli scontri più feroci passa sopra con disinvoltura e savoir faire.

Un paese, insomma, in cui un tema importante (fra i molti) come quello che riguarda un’idea di rinnovamento del servizio pubblico radiotelevisivo, finisce per essere affrontato da provincia, fra un bar e un corridoio, tutto in termini autoreferenziali e personalistici, aspettando che qualcuno la spari grossa nell’anonimato ormai sdoganato anche dalla stampa ufficiale, che ospita la sognante Justine senza porsi minimamente il problema se non sia anche questa una forma di ulteriore deriva.

Così tutto finisce in beghe da condominio, dove ormai, al portone d’ingresso vicino ai campanelli, si moltiplicano le targhette senza nome, quelle che hanno solo un numero, a cui non suoni perché non sai chi c’è. Ma su, vedi un’ombra, dietro la finestra, e hai la sensazione che prima o poi si farà sentire, con qualche lettera anonima che ti ritrovi nella bucalettere, insieme e dentro al tuo quotidiano.


L’anno che verrà non porterà via niente

La sua vicenda rivela le ipocrisie della democrazia, inerme nelle mani dei colossi economici globali 

Di Aurelio Sargenti, consigliere comunale PS

L’anno 2021 se ne sta andando e con esso l’ultimo Consiglio comunale della città di Lugano, lasciando in noi una grande speranza di un ritorno alla normalità.

Senza scomodare il Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere di Leopardi, ricorro a una filastrocca del poeta ligure Angiolo Silvio Novaro; una filastrocca dal tono scanzonato, da recitare con i bambini la sera di Capodanno, per dire addio con un sorriso all’anno vecchio e salutare con allegria quello nuovo, così carico di promesse; la potrebbe recitare anche il Municipio ai cittadini di Lugano il 31 dicembre, sotto il maestoso albero di Natale di Piazza della Riforma. Riporto soltanto i primi versi, che già dicono tutto:

L’anno vecchio se ne va,
e mai più ritornerà.
Io gli ho dato una valigia
di capricci e impertinenze,
di lezioni fatte male,
di bugie e disubbidienze,
e gli ho detto: “Porta via!
Questa è tutta roba mia”.

Magari si potesse per davvero “portare via tutto, ma proprio tutto”! Anche le macerie di un ex Macello, che ancora oggi stanno lì, a guardare le stelle.

E «Se esprimi un desiderio è perché vedi cadere una stella, se vedi cadere una stella e perché stai guardando il cielo e se guardi il cielo è perché credi ancora in qualcosa» (cantava Bob Marley).

Ma cosa crede, oggi, il Municipio? Che tutto sia finito? Che l’“inadeguatezza e l’improvvisazione” (non è un mio giudizio, ma di una ex procuratrice liberale) della nottetempo improvvisata maggioranza dell’esecutivo possano essere portate via dall’anno vecchio che se va? O che il triplice fischio della Corte dei reclami penali chiuda una partita, quella giudiziaria, andata à bout de souffle ai supplementari? Gli errori del Municipio non hanno forse una rilevanza penale, ma rimangono errori, e non soltanto quelli riconducibili alle grottesche comunicazioni ‘claudicanti’.

Non di poco conto è la questione politica, che dovrà avere delle conseguenze perché quanto è accaduto nella notte tra il 29 e il 30 maggio scorsi, l’anno vecchio non può portarselo via. Rimarrà con noi, come le macerie.

Come ha detto il prudente capogruppo del PPD in Gran Consiglio in una recente trasmissione televisiva: «Pare lunare che in un decreto d’abbandono ci sia scritto che uno stabile sia stato abbattuto per problemi comunicativi tra ‘tetto’ e ‘tutto’. Questo non è serio, è ‘bizzarro’. Ed è incredibile che il giorno dopo nessun l’abbia detto» (CdT 20.12.21).

Parzialmente vero. Fanno testo le non poche interpellanze che – come le macerie e gli errori – giacciono da tempo sul tavolo municipale, ma che (si spera prima che poi) dovranno avere delle risposte. Una su tutte: il Municipio ha ancora una sua credibilità e legittimità nel portare avanti una “comunicazione costruttiva” con chi domanda di poter disporre di spazi culturali autonomi nel territorio comunale? Il Municipio spiegherà perché durante la manifestazione NoVax al Tassino e l’occupazione con fumogeni della strada cantonale da parte dei tifosi dello Zurigo le forze di polizia non sono intervenute per far rispettare la legge? E perché chiese (la notte del 29 maggio) l’intervento delle forze di polizia da altri cantoni? Inoltre il Municipio svelerà a quanto ammontano finora i costi causati dalla demolizione del centro sociale all’ex Macello (compresi i vari indennizzi alla ditta di impianti elettrici, alla società di sicurezza privata dedita alla sorveglianza del sedime, ecc.)?

Non credo, come mi disse l’altro giorno un amico bontempone, che il lodevole Municipio della nona città svizzera, del terzo polo finanziario e del principale centro urbano cantonale della Svizzera italiana continui a trincerarsi dietro a formalismi, ribadendo quanto già affermato in precedenza, cioè che «non può rispondere fino alla fine delle indagini condotte dalla magistratura» et similia.

No, non lo credo, non lo voglio credere, non lo posso credere perché il Municipio è un organismo politico eletto dai cittadini, non un consiglio di amministrazione; e non lascerà che l’anno nuovo faccia spallucce e dica «Questa è tutta roba dell’anno vecchio, non è mia».

Le macerie stanno sempre lì, a guardare le stelle, come le interpellanze dei consiglieri comunali, a cui il Municipio deve rispetto.


Il golpe è finito

La sua vicenda rivela le ipocrisie della democrazia, inerme nelle mani dei colossi economici globali 

Oltre che manifestazioni trionfanti di piazza in tutto il Cile, l’affermazione di Gabriel Boric ha provocato una notevole euforia anche negli ambienti democratici e progressisti dentro e fuori dell’America Latina. Quasi che fosse stato in qualche modo (e finalmente) ribaltato il tragico golpe nonché il sacrificio di Salvador Allende del lontano settembre 1973. Il tutto nonostante il paese andino abbia già conosciuto governi regolarmente eletti, prima democristiani (Patricio Aylwin e Eduardo Frei) e poi socialisti (Ricardo Lagos e Michelle Bachelet) all’indomani della “abdicazione” volontaria del generale Augusto Pinochet del 1990. Che però rimase a capo dell’esercito (per poi essere nominato senatore a vita) lasciando intatto il suo schema di potere imperniato sulla sua costituzione (ancora oggi vigente) e sullo “stato minimo”, nel paese che inaugurò la stagione dei chicago-boys in Sudamerica. Che a sua volta ha assicurato al Cile un primato duraturo di stabilità e ricchezza nel subcontinente quanto, al contempo, livelli di disuguaglianza fra i più macroscopici.

Ci sono poi una serie di ragioni e analogie che fanno pensare a una vera svolta. Innanzitutto il 35enne Boric (che sarà il più giovane capo di stato latinoamericano, prima ancora del twittero salvadoregno Nayib Bukele) ha già una storia di sostanziosa (nuova) sinistra, inaugurata come leader delle contestazioni studentesche a Santiago del 2011; per poi fondare il Frente Amplio (alleato del Partido Comunista) ed essere stato da ultimo fra i protagonisti della rivolta popolare di fine 2019. Con uno spirito aperto e pragmatico e dopo aver prevalso nelle primarie del giugno scorso come candidato presidente (cui all’inizio non voleva partecipare per “inesperienza”) si è convertito in agglutinante dei settori meno abbienti, giovanili e delle donne; oltre che riuscire a guadagnarsi pure l’appoggio della storica e composita Concertación de Partidos por la Democracia.

Non è un caso che Gabriel Boric (già deputato), dopo essere arrivato secondo al primo turno, abbia ottenuto più voti che qualsiasi altro suo predecessore con un balzo record dell’affluenza al ballottaggio e sfiorando il 56% delle preferenze. Dunque molto più direttamente legittimato di Allende, il quale nel 1970 (con una legge elettorale ben diversa) vinse sulla destra alle urne di un soffio nell’unico turno col 36%, senza oltrepassare la soglia del 50%; e che per diventare presidente dovette riunire poi i voti di tutta l’opposizione in parlamento.

Certamente Boric è stato aiutato dalla nostalgica campagna elettorale impressa dal suo antagonista Josè Antonio Kast (figlio di un reduce nazista) del Frente Socialcristiano, all’insegna di “patria, famiglia, ordine e libertà”; e che era arrivato a ostentare a un certo punto che “Pinochet, se fosse vivo, mi voterebbe”. Spaventando così i moderati e ottenendo solo il voto degli ultraconservatori e delle aree rurali. A differenza del presidente uscente Sebastian Pinera, sostenuto da una destra più composita.

Sta di fatto che da un punto di vista generazionale sono ancora i nipoti dei nonni (e non i figli) a ricomporre un quadro di unità e di riscatto in questo caso nel paradigmatico Cile che ha segnato la storia moderna della sinistra ben oltre i propri confini.

Tanto che il giovane Boric ha subito parlato di “speranza che ha battuto la paura”. Per poi riprendere lui stesso una storica frase di Allende: “i grandi viali si riapriranno affinché uomini e donne liberi possano percorrerli nella costruzione di una nuova società”.

Ma archiviare definitivamente il pinochetismo non sarà affatto facile per Gabriel Boric, che quando il dittatore militare si “ritirò” aveva appena quattro anni; e che si insedierà nel Palacio de la Moneda l’11 marzo prossimo.

Le aspettative sono elevatissime visto che dovrà accompagnare innanzitutto il decisivo processo di riforma costituzionale che culminerà con un plebiscito entro la fine del prossimo anno e che è gestito dalla Convención Constituyente, presieduta dalla professoressa indigena mapuche Elisa Loncón. Dovrà poi tenere insieme (come Allende) una compagine politica di centrosinistra che va dai comunisti ai democristiani. Con questi ultimi che hanno già annunciato che si collocheranno all’opposizione in parlamento, costringendo la formazione di Boric, “Apruebo Dignidad”, a trovare ogni volta una maggioranza parlamentare (specialmente al senato).

Mentre, al di là delle problematiche economiche e di bilancio che dovrà affrontare aggravate in ogni dove dalla pandemia, Boric è atteso al varco per la soluzione di due questioni emblematiche nella storia di questo paese che inaugurò le ricette selvagge del neoliberismo in latinoamerica: il superamento del sistema pensionistico gestito di fatto da soli privati; e il condono dei debiti di studio accumulati dai giovani per frequentare le università.

Per il resto il successo di Boric costituisce un’incoraggiante boccata d’ossigeno per l’America Latina intera che vedrà il prossimo anno le elezioni nel gigante Brasile (con Lula dato al momento in testa nei sondaggi); e dove timidi quanto fragili compagini progressiste stanno governando in Argentina, Perù e Messico, oltre ai bolivariani Venezuela, Bolivia e Cuba; nonché nel Nicaragua del nefasto Daniel Ortega dal quale il neoeletto presidente cileno ha preso più volte seccamente le distanze.


Immacolata Iglio Rezzonico – Il futuro di India dipende dalla volontà politica del Cantone

La sua vicenda rivela le ipocrisie della democrazia, inerme nelle mani dei colossi economici globali 

India è una ragazza che vive in Ticino con la mamma e il fratello da quando aveva 9 anni. Oggi ne ha 19 ed è perfettamente integrata, ma è apolide, e a causa della sua complessa situazione rischia di essere rimpatriata… verso una patria che non ha.
Per ulteriori dettagli leggi l’appello lanciato dalla sua insegnante.


È cresciuta in Ticino, ma non può diventare “una di noi”

La sua vicenda rivela le ipocrisie della democrazia, inerme nelle mani dei colossi economici globali 

Gentili Signore, Egregi Signori,

vi scrivo questa lettera per appellarmi a voi: una persona a me cara, con la madre e il fratello, vive una situazione tanto assurda quanto drammatica e ha bisogno di aiuto. Non so più davvero che cosa fare per trovare una soluzione ed io non sono che una cittadina qualunque. Mi chiamo Dania Tropea e sono una docente di scuola media: India, ora diciannovenne, è stata una mia allieva, abbiamo mantenuto i contatti e adesso la considero un’amica, una cara amica. Così come la sua mamma Munaja e suo fratello maggiore Nurhusien – niente padre, che è sparito nel nulla da molti anni. A questa piccola famiglia, originaria della fascia di confine tra l’Etiopia e l’Eritrea, è stata rifiutata la domanda di asilo, richiesta però che era stata presentata dieci anni fa!

Nel frattempo, la famiglia ha vissuto tutto questo tempo qui in Ticino, fra Biasca, Cadro e Morbio Inferiore. E nonostante i traslochi forzati, si è integrata, perché si tratta di una famiglia straordinariamente resiliente e amabile. Se lo scrivo con tale schiettezza è perché ho avuto modo di frequentarla e potrei raccontarvi tanto di loro, ma rischierei di diventare stucchevole nella mia urgenza e volontà di sintesi. Tutte le persone che li conoscono sarebbero d’accordo con me e sono sicura che abbiano colto la loro gentilezza anche i funzionari, i poliziotti e i volontari con cui hanno interagito.

India e i suoi familiari non possiedono documenti, di fatto sono apolidi, perché nessuna delle due nazioni li riconosce come loro cittadini. Per la SEM invece sono etiopi e vanno rimpatriati, perché l’Etiopia è un paese sicuro (testuali parole riferitemi a Berna). Io non mi permetto di criticare né di mettere in dubbio alcunché, ci sono leggi e procedure che vanno rispettate e di cui non conosco minimamente la complessità. Di sicuro però qualcosa si è inceppato e India, Munaja e Nur vivono da svariati anni in un limbo, una non-vita di attesa, di incertezza: senza un permesso non si può minimamente accedere alle possibilità di un’esistenza normale, che diamo tanto per scontate: le condizioni per studiare, lavorare, spostarsi liberamente, eccetera. Non si può accettare che una donna sola con i propri figli blocchi la sua vita in modalità stand-by: il tempo scorre inesorabilmente e India da bambina è diventata un’adolescente e Nur ha passato la sua giovinezza praticamente chiuso in casa – aveva concluso con successo il suo apprendistato, ma non ha mai avuto il permesso di lavorare. La sua sensibilità e intelligenza hanno trovato sfogo nell’arte, che gli ha permesso di restare integro.

Una situazione intollerabile, per cui un paio di anni fa, ho intrapreso quanto mi è stato possibile come docente e come cittadina, per aiutare e proteggere una mia allieva: ho scritto a Bellinzona, ho scritto a Berna e, con i suoi compagni delle medie, ho interpellato i giornali e lanciato una petizione, consegnata direttamente alla SEM. Sono arrivata più volte a dichiarare che mi sarei portata garante per questa famiglia e, se fosse stato possibile, che l’avrei adottata.

Ho voluto aiutare una mia alunna, mi adopererei per ogni mio allievo!, e ora vorrei aiutare concretamente un’amica, India, una ragazza, che potrebbe benissimo essere mia figlia e che potrebbe essere vostra figlia. La dovreste incontrare e parlarci: è una giovane brillante, solare e così saggia, per la sua età.

In questi giorni però incombe, più concretamente, la decisione del rimpatrio forzato, proprio adesso che in Etiopia la violenza del conflitto va dilagandosi e raggiungendo proporzioni inquietanti: l’ONU ha appena lanciato l’allarme.

A questo punto non mi resta che uno strumento, la mia parola, e confido nella sua forza, perché sincera, anche se continuo a rimaneggiare le mie frasi: vorrei che vibrassero di persuasione e invece non trasmettono abbastanza la mia preoccupazione, la mia frustrazione, il mio sdegno per una tragedia così assurda che avviene, senza far rumore, alle nostre latitudini. Non riesco ad accettarla come docente e come cittadina. Come faccio ad insegnare ai miei allievi il coraggio, la dignità, la tolleranza attraverso la letteratura, lo spirito critico, i diritti e i doveri di una società democratica, se io per prima non riesco a rimediare alla sofferenza di una mia alunna, senza colpa – è una colpa seguire la propria madre da bambina nella speranza di un futuro migliore? -, imprigionata nella burocrazia? Pur essendo diligente nella mia professione, uno strappo alla regola l’ho sempre accettato, appunto perché non lavoro con numeri o oggetti, ma con adolescenti e quindi non ho mai ridotto la mia pratica alla semplice esecuzione delle indicazioni contenute nel programma o nei regolamenti: con i miei alunni sono tanto efficaci le regole quanto le eccezioni, perché non ho mai perso di vista lo scopo di quanto faccio giorno per giorno e il buon senso.

Mi rifiuto dunque di considerare le persone che lavorano sulle richieste di asilo, un ambito così delicato, come dei semplici burocrati. Così come non mi sono mai ritenuta una mera esecutrice didattica (sarei in questo caso una pessima insegnante), altrettanto credo che le decisioni prese sui richiedenti l’asilo considerino l’impatto devastante che possono provocare sulla vita di esseri umani in situazioni tanto fragili.

Se una persona subisce una tragedia, merita di essere aiutata e protetta, sempre: questo dovrebbe essere uno dei capisaldi indiscutibili.

Il nostro paese, il nostro Cantone, ha i mezzi per ridare umanità a una situazione divenuta disumana: accordare il permesso di dimora, per caso di rigore, a India, alla sua mamma Munaja e a suo fratello Nurhusien. Dare loro la possibilità, finalmente, per cominciare davvero a vivere la vita.

Confidando nella vostra sensibilità e nel vostro prezioso sostegno, nella speranza di una soluzione – sarebbe un sogno per Natale! -, vi ringrazio di cuore per l’attenzione e porgo i miei saluti più cordiali e riconoscenti.

Dania Tropea


Se condividete le mie preoccupazioni, sostenetemi, vi prego, condividete l’appello tra i vostri contatti e mandate un’e-mail, senza indugio, all’Ufficio della migrazione a Bellinzona (di-sp.migrazione@ti.ch, oggetto: Appello per India e la sua famiglia).
Il tempo stringe, se non vi è possibile redigere un messaggio vostro, potete copiare e incollare il breve testo qui di seguito: è già un grande gesto per aiutare India, Nur e Munaja e per scongiurare l’imminente rimpatrio forzato.

Gentili Signore, Egregi Signori,
Tramite l’appello di una docente, ho saputo della difficile situazione in cui vive la famiglia di una sua ex allieva e amica, India, la cui domanda di asilo è stata respinta dieci anni fa.
Con questo mio messaggio, vorrei aderire alla richiesta che venga accordato a India, Nurhusien e Munaja un permesso di dimora per caso di rigore, permettendo finalmente a una famiglia integrata e che desidera restare, di cominciare a vivere libera dall’angoscia di un rimpatrio forzato.
Confidando nella vostra sensibilità, vi ringrazio per l’attenzione e porgo cordiali saluti.


Macerie #7 – Un macello per Natale

La sua vicenda rivela le ipocrisie della democrazia, inerme nelle mani dei colossi economici globali 

Questo è il settimo episodio di Macerie, in cui ci concentreremo sui mesi successivi allo sgombero del Maglio di Canobbio avvenuto nell’ottobre 2002. Racconteremo l’intensa attività che ha portato alla firma di una convenzione e all’ottenimento dell’ex macello comunale come sede provvisoria per l’autogestione e che ha evitato il rischio di un “Natale di guerriglia”. Due mesi in piazza con grandi manifestazioni, presidi sotto la sede del Municipio, attività socioculturale nelle piazze, ma anche strategiche trattative con le autorità, una campagna informativa e comunicativa e, dietro le quinte, se non si fosse giunti a una soluzione in tempi rapidi, la concreta possibilità di tornare ad occupare.

I nuovi podcast vengono pubblicati quindicinalmente il martedì su naufraghi.ch così come su Spreaker,  Spotify e su Apple podcast. Inoltre vengono ritrasmessi da Radio Gwen e da alcune radio di movimento italiane. Per commenti: macerie@inventati.org

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Sergio Rossi – Le transnazionali non fuggiranno, Svizzera sempre molto attrattiva

La sua vicenda rivela le ipocrisie della democrazia, inerme nelle mani dei colossi economici globali 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria