Chi affama il popolo afghano

Kabul, un anno dopo: talebani al potere, un paese allo stremo, abbandonato a sé stesso, nel disinteresse vile e intollerabile della comunità internazionale 

Ci si interroga da tempo per capire se il ‘mondo nuovo’ (quello che comunque ridisegnerà i rapporti di forza globali, risultato del confronto fra Occidente e Russia-Cina) sia nato il 24 febbraio scorso, con l’invasione dell’Ucraina, o piuttosto il ferragosto di un anno fa, con la caduta programmata di Kabul nelle mani dei Talebani, e il conseguente tragico caos del ritiro statunitense. Visto dal Cremlino, e non solo, l’agosto 2021 fu la prova certa del declino e del disimpegno strategico del gendarme globale americano: l’abbandono dell’Afghanistan dopo due decenni, annunciato da Obama, concordato da Trump coi Talebani (l’intesa di Doha condensata in quattro ambigue paginette, in cui la principale preoccupazione Usa è di ripetere per ben 14 volte che Washington non riconoscerà il rinato Emirato islamico), attuato infine nel peggior modo possibile da Biden. Putin ne avrà sicuramente tratto la convinzione che, preparati da diversi anni, potevano essere accelerati i piani dell’”operazione militare speciale” per l’annessione sostanziale dell’Ucraina, trasformando la ‘piccola Russia’ dell’ex impero – che nei disegni del neo-zar deve tornare alla ‘madre patria’ – nel teatro della peggiore tragedia europea dal 1945. È anche possibile che per rimediare allo spettacolo offerto con lo ‘spettacolo afghano’, la Casa Bianca abbia deciso di gonfiare i muscoli nei confronti della Cina sul problema di Taiwan, subito dichiarando che “Formosa non sarà mai Kabul”, e poi non condannando con fermezza l’insensato viaggio sull’isola della speaker della Camera, Nancy Pelosi, comunque impossibile da impedire.

Ma, un anno dopo, è il dramma dell’Afghanistan – mediaticamente e politicamente troppo in fretta dimenticato – a doverci interrogare. Per cominciare, la gravissima situazione umanitaria: secondo i dati della Croce Rossa Internazionale, 20 milioni di persone, circa la metà della popolazione, vive al di sotto del livello di povertà, non ha la possibilità di nutrirsi per quel minimo necessario alla sopravvivenza, mentre altre organizzazioni umanitarie denunciano lo stato di malnutrizione acuta per tre milioni di bambini, i 5 neonati all’ora morti nei primi tre mesi dell’anno per mancanza di alimenti, bambine vendute da famiglie disperate, piccole costrette a matrimoni precocissimi, e l’elenco è assai parziale. Poi, l’unico punto certo su cui i divisi gruppi jihadisti comunque concordano: la “sparizione del corpo delle donne”, coperte da velo, burqa, divieti, paura, frequentazione della scuola solo fino a 12 anni, perseguitate sia dal ritorno della tradizione sia dai maniaci controlli del Ministero “per la promozione della virtù”, e le pallottole dei kalashnikov che sibilano sopra le teste di gruppi di coraggiosissime donne che comunque protestano pubblicamente [nell’immagine]. Infine, la quasi certezza che il paese stia ridiventando quello che i Talebani avevano promesso di non voler più essere: la piattaforma del radicalismo islamico e armato globale, come dimostra la presenza e l’uccisione a Kabul, con drone statunitense, del capo di Al Qaeda e successore di Bin Laden, Al Zawahiri.

Ma c’è anche, pesantissima, la decisione dei governi occidentale di isolare gli ‘eredi del mullah Omar’ dopo averli riportati al potere, di congelare 9 miliardi all’estero appartenenti alla Banca centrale afghana, di ridurre drasticamente gli aiuti stranieri pur sapendo che prima della resa garantivano il 75 per cento della spesa pubblica. Uso ideologico dell’aiuto umanitario. Denuncia perciò Fereshta Abbasi, ricercatrice afghana di Human Rights Watch: “Gli afghani vivono un incubo, vittima della crudeltà dei Talebani e dell’apatia internazionale”. Obiettivamente complici nell’affamare un popolo. Intollerabile eredità e vile ritorsione per una guerra persa.

Scritto per “laRegione”

  • Sul tema “Afghanistan, un anno dopo” segnaliamo anche la pagina speciale ed i reportage firmati da Roberto Antonini per il sito RSI


Afghanistan un anno dopo

Kabul, un anno dopo: talebani al potere, un paese allo stremo, abbandonato a sé stesso, nel disinteresse vile e intollerabile della comunità internazionale 


Insegnanti qualificati. In Ticino nessun problema?

Kabul, un anno dopo: talebani al potere, un paese allo stremo, abbandonato a sé stesso, nel disinteresse vile e intollerabile della comunità internazionale 

Nei Cantoni d’Oltralpe l’anno scolastico prende avvio prima che da noi e sembrerebbe che quest’anno le scuole riaprano con qualche incognita in più. I sindacati e le associazioni magistrali della Svizzera interna hanno per questo organizzato una conferenza stampa ripresa poi anche dai media ticinesi e proposta in un paio di servizi d’approfondimento dalla RSI.

La presidente della Federazione dei docenti svizzero tedeschi (LHC) Dagmar Rössler ha portato l’attenzione sulla scarsità di risorse che i Cantoni svizzeri mettono a disposizione della scuola, sul crescente fenomeno del burnout degli insegnanti, sulla moltiplicazione dei tempi parziali fra chi assume compiti educativi e infine sul fabbisogno non sempre soddisfatto di docenti adeguatamente formati. “Il nuovo anno scolastico inizia con un ulteriore aumento della penuria di personale qualificato, una situazione più o meno grave a dipendenza delle regioni” ha dichiarato Rössler, coadiuvata in questo grido d’allarme dal presidente del Sindacato degli insegnanti romandi (SER) David Rey e dai rappresentanti di altre organizzazioni della scuola.

Questa legittima preoccupazione (nel canton Berna, per fare un solo esempio, un maestro su dieci non sarebbe sufficientemente qualificato) ha finito per agitare anche le mai tranquille acque della scuola ticinese. Tanto che i servizi della RSI (Seidisera e Telegiornale dell’8 agosto scorso) sono stati immediatamente seguiti da una messa a punto del DECS per bocca della responsabile della Sezione dell’insegnamento medio, prof.ssa Tiziana Zaninelli, la quale ha precisato come grazie a una serie di misure adottate in collaborazione con il DFA/SUPSI la carenza di docenti in Ticino non si avverta; e il giorno dopo (9 agosto), evidentemente non convinto, il deputato UDF/UDC Edo Pellegrini inoltrava un’interpellanza al Consiglio di Stato chiedendo lumi sulle attuali difficoltà di reclutamento di docenti con titoli e formazione adeguata nella scuola media.

La questione, come appare evidente, non è di poco conto. Basterebbe ricordare da un lato la cronica penuria, nella scuola media ticinese, di insegnanti di matematica e di tedesco in possesso di titoli accademici specifici (bachelor o master) e notare, dall’altro, come sono proprio queste due materie quelle interessate dai progetti di superamento dei famigerati corsi a differenziazione curricolare (corsi A e B). Quando si parla di fabbisogno di insegnanti qualificati di fatto si tocca dunque un nervo scoperto e la posta in gioco per il Ticino non sembra affatto trascurabile malgrado le parole, che si volevano tranquillizzanti, di Tiziana Zaninelli: parole che senza dubbio basteranno per imbastire una risposta all’interpellanza di Pellegrini (formalmente è tutto in regola!), ma che sembrano essere state dettate appunto più dalla volontà di rassicurare che dalla disponibilità ad affrontare un problema serio, non frutto di contingenza bensì spia più generale di un fenomeno complesso.

Ma procediamo con ordine. Proprio sulle dichiarazioni della responsabile della SIM vale la pena soffermarsi. Nel suo intervento Zaninelli ammette che più volte in passato il Dipartimento ha lamentato la difficoltà di reperire docenti preparati di matematica e tedesco (in verità anche in altre materie e anche in altri settori), ma precisa innanzitutto che per il prossimo anno “sono state coperte tutte le ore” (e ci mancherebbe altro!) e che “grazie all’ottima collaborazione con il DFA/SUPSI è stato creato un corso per docenti di tedesco, frequentato soprattutto da signore laureate (sic!) … che hanno potuto recuperare i loro crediti in lingua e letteratura tedesca … e che a partire da questo anno entreranno nella scuola media”. Ciò significa – almeno pare di capire – che per sopperire alla mancanza di docenti con titoli di studio universitari specifici si è fatto ricorso a corsi integrativi organizzati dalla SUPSI e inoltre, come aggiunge ancora la stessa Zaninelli, che per coprire il fabbisogno “ci aiuta tanto il fatto di potere impiegare dei docenti ancora in formazione… che possono avere fino a 14 ore d’insegnamento”.

Insomma si direbbe che la situazione in Ticino non sia poi tanto dissimile da quella che lamentano i colleghi d’Oltralpe. Saranno forse diverse le proporzioni numeriche, ma nella sostanza (l’evoluzione storica della figura professionale dell’insegnante e la scarsa attrattiva che ne consegue) il problema è ben presente anche alle nostre latitudini.

Detto questo, è ovvio che la questione può essere affrontata anche in modo pragmatico, con interventi puntuali, cercando di mettere delle toppe dove è necessario, chiudendo un occhio sulla preparazione accademica, reperendo dei candidati ad hoc, immaginando che la preparazione pedagogico-didattica possa sopperire in qualche misura alle specificità degli approfondimenti epistemologici. Ma occorrerebbe evitare, se possibile, l’ingrato ruolo descritto nel famoso proverbio “Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”. Fuor di metafora il significato è chiaro: non bisogna fermarsi alla superficie delle cose, degli eventi, ma coglierne la profondità. E la profondità in questo caso è la qualità scientifica e culturale dell’impegno pedagogico!

Quel che sorprende (e non certo da oggi) è la difficoltà del nostro Dipartimento a entrare in materia su questo tema specifico aprendo a un confronto riflessivo. Colpisce la fretta con la quale ci si smarca, quella con cui si cerca di negare non solo l’esistenza di un problema, ma persino la natura del problema stesso. E questo quando il tema della professionalità docente rientra a pieno titolo in un discorso molto più ampio che investe le trasformazioni vissute dalla scuola nei decenni a cavallo del secondo millennio. Davvero si fa fatica a capire questa refrattarietà e perché mai non si possa ammettere (non sarebbe affatto un disonore!) che il mestiere dell’insegnante ha conosciuto nel corso dei decenni un’involuzione importante, perdendo gran parte di quella riconoscibilità civile e culturale che lo contraddistingueva, soffrendo di una perdita di prestigio che oggi è sociologicamente acclarata. Il dibattito sulla professionalità dell’insegnante (e dunque anche sulle condizioni della sua formazione e qualificazione) dovrebbe essere ben presente, se non addirittura centrale, nella gestione responsabile della scuola del futuro prossimo.

Certo, si potrebbe dire che proprio per questo sono stati creati degli istituti di formazione degli insegnanti (come il DFA/SUPSI per l’appunto). Ma questi istituti sono stati concepiti come luoghi di formazione e di cultura pedagogico-didattica, non per assumere responsabilità palliative in caso di assenza di profili accademici specifici. Anche perché un conto è affrontare una contingenza particolare, altro è accreditarsi come proponenti di corsi integrativi di natura scientifica. A meno che non si intenda generare un equivoco pernicioso, già alimentato tempo fa dal direttore del DFA, professor Alberto Piatti, il quale affermava che “L’idea per cui sia il matematico a insegnare la matematica, il geografo la geografia, non risponde alla realtà delle cose” (Corriere del Ticino, 9.12.21): ergo basterebbero dei corsi integrativi di natura disciplinare, purché associati a una formazione pedagogico-didattica di qualità, per diventare buoni insegnanti.

Ecco, proprio di questo varrebbe la pena discutere, perché forse mai come oggi, in tempi di consumo frammentario e immemore di beni materiali e immateriali, è fondamentale poter costruire una scuola che si appoggi a persone che hanno coltivato per sé (prima ancora che per l’insegnamento) il valore epistemico di una disciplina di studio. Solo questa condizione infatti potrà garantire loro, quando opportunamente declinata in termini pedagogici, la credibilità necessaria per essere riconosciute autorevoli agli occhi degli allievi.

Fra un docente che seguendo la sua passione ha portato a termine gli studi accademici e uno che tramite corsi integrativi ha totalizzato formalmente il numero minimo di crediti disciplinari stabiliti per legge c’è, e ci sarà sempre, una certa differenza.

Gli uni sono quelli che si sono prima appassionati a una disciplina di studio (vi hanno trovato senso e passione, portando avanti lo studio fino al titolo accademico) e successivamente hanno fatto la scelta consapevole dell’insegnamento (trovando in questo la possibilità di condividere didatticamente con gli studenti la passione dello studio che è stata la propria). Gli altri sono coloro che, spinti dalla possibilità di diventare insegnanti (di assumere professionalmente il ruolo di insegnante), hanno integrato la loro formazione accreditandosi sul piano disciplinare (recuperando cioè una porzione di materia finalizzata ai compiti d’insegnamento).

Sarà meglio, per lo studente, incontrare nel proprio percorso di studi i primi o i secondi? Sarà preferibile, per la credibilità culturale della scuola, affidarsi ai primi o ai secondi?


Un piano Marshall per l’Ucraina?

Kabul, un anno dopo: talebani al potere, un paese allo stremo, abbandonato a sé stesso, nel disinteresse vile e intollerabile della comunità internazionale 

Di David W. Ellwood, Il Mulino

Il Piano Marshall è nuovamente di moda: esperti e leader politici lo hanno invocato pensando all’Ucraina, da ultimo il cancelliere tedesco Olaf Scholz [ e non da ultimo Ignazio Cassis, in occasione della Conferenza di Lugano per la ricostruzione dell’Ucraina, n.d.r.] C’è chi immagina che il Piano fosse una semplice ma massiccia iniezione di liquidità finanziaria, oppure il primo di quei progetti di aiuto allo sviluppo che si sarebbero visti negli anni successivi alla Guerra fredda. Diffusissima è la convinzione – del tutto priva di fondamento – che il Piano non fosse altro che un aiuto federale a quelle grandi corporazioni americane che volevano recuperare i loro mercati europei dell’ante-guerra. L’European Recovery Program (Erp) rappresentò invece il risultato più elaborato di una lunghissima riflessione da parte della classe dirigente americana sui mali del mondo europeo, all’origine di due guerre mondiali e di tre totalitarismi. Come estirparli una volta per sempre, prima che l’estremismo politico – cioè il comunismo di massa – travolgesse di nuovo le fragili democrazie europee – più o meno liberali, più o meno capitaliste – uscite dalla Seconda guerra mondiale?

Il Piano Marshall fu il risultato di una lunga riflessione da parte della classe dirigente americana sui mali del mondo europeo, all’origine di due guerre mondiali e di tre totalitarismi. Il Piano Marshall venne da lontano. Il ragionamento politico-economico che stava alla sua base aveva radici nate ben prima delle emergenze contingenti del 1947. «La fame non crea movimenti per rinnovare le società», disse Woodrow Wilson al Congresso nel discorso con il quale annunciò l’Armistizio del 1918. «[La fame] crea follie e tutte le forme di rivolta che rendono impossibile il ritorno alla normalità della vita ordinata. La Russia così infelice di oggi ci fornisce la prova definitiva di questa connessione». Per Wilson la conclusione era chiara: «Quelle nazioni che hanno imparato la disciplina della libertà» dovrebbero assumere la leadership della comunità internazionale, «dimostrando la forza del loro esempio attraverso gesti di amicizia e di sostegno».

Successivamente, testimoni dell’ascesa del fascismo in Italia e del nazismo in Germania, gli elementi più internazionalisti della classe dirigente americana abbracciarono la lezione di Wilson identificandola e sviluppandola come la chiave per capire perché tutti i mali europei siano poi sfociati nella guerra di Hitler. Nelle loro analisi le questioni economiche assumevano un ruolo centrale. Da una parte si vedevano le vecchie classi dirigenti europee corrotte, guerrafondaie, imperialiste, sfruttatrici delle masse; dall’altra le masse stesse, protagoniste – grazie soprattutto a Hollywood – di una rivoluzione delle aspettative senza precedenti, cioè un’aspirazione generale a standard materiali di vita migliori, che ricordavano almeno in parte quelli realizzati negli anni più brillanti dell’America contemporanea. In questa visione – che ignorava del tutto ciò che gli europei pensavano – il New Deal degli anni Trenta offrì il punto partenza per il necessario piano di salvezza e sviluppo europeo. Ma furono necessarie le pressioni della Guerra fredda per trasformare queste convinzioni in una serie di obiettivi specifici per la ripresa del continente.

Il successo dell’Erp

All’inizio l’Erp doveva semplicemente supplire alla carenza di dollari sofferta da tutti gli europei in un momento in cui solo l’America aveva potuto fornire i materiali di base necessari prima per la sopravvivenza economica, poi per la ricostruzione. Ma più l’Erp si avventurò nelle rovine economiche lasciate dalla guerra, più si diffondeva la convinzione presso i suoi tecnici che solo un massiccio sforzo di modernizzazione economica, sociale e mentale avrebbe potuto mettere l’Europa in grado di raggiungere l’autosufficienza monetaria, vendendo i suoi prodotti in America, e più a lungo termine di venire incontro alle esigenze della rivoluzione delle aspettative espressa – secondo loro – dalle masse.

Oggi possiamo vedere come, andando avanti, la dimensione cognitiva di questo intervento americano diventò altrettanto significativa di quella materiale, e l’adattamento alle necessità della democrazia economica in stile americano avrebbe dovuto diffondersi nelle menti degli individui a tutti i livelli della società, e non solo nella fabbriche, nelle fattorie, nei mercati e nei dipartimenti governativi.

«La prosperità rafforza la democrazia»*: convincere gli europei delle possibilità della produzione di massa per il consumo di massa. Il progetto dell’Erp fu accompagnato dalla più grande operazione internazionale di propaganda e di informazione mai vista in tempo di pace, né prima né dopo. Tutti i possibili mass-media furono mobilitati – il cinema, la radio, le mostre, le conferenze – per raggiungere ogni fabbrica e scuola, ogni ufficio e casa, ogni livello di società, sempre con lo scopo di spiegare agli europei i due presunti segreti della prosperità americana che loro avrebbero potuto emulare: la produttività e il mercato di scala continentale. È dal primo di questi che abbiamo ereditato la nostra ossessione quotidiana per il Pil, il Pil pro capite e la crescita economica. Dal secondo abbiamo assorbito la lezione nella forma dell’integrazione economica europea: l’Erp è il vero padre fondatore dell’Unione europea.

Le implicazioni per l’oggi

Questo sforzo di persuasione e dimostrazione della bontà del sistema americano ha incontrato ostacoli e obiezioni ovunque. I complessi meccanismi finanziari del Piano furono difficili da far comprendere, e i partiti comunisti non erano gli unici a esprimere dubbi sulle motivazioni che stavano dietro a tutta questa apparente generosità americana.

Oggi l’Unione europea corrisponde per molti versi – soprattutto nella versione Pnrr – alla vecchia visione Erp di un sistema di gestione economica transnazionale e tecnocratica orientato verso la promozione della crescita, basato soprattutto su una rivoluzione permanente nella produttività dei sistemi economici. Ma a differenza di quelli che furono dietro all’Erp, oggi i burocrati di Bruxelles – che hanno fatto molto di più per modernizzare le economie dell’Europa dell’Est di quanto non venne fatto per l’Europa dell’Ovest nei brevi anni del Piano Marshall – si sono dimostrati totalmente incapaci di pubblicizzare i risultati dei loro sforzi. Chi si ricorda la Conferenza sul Futuro dell’Europa, chiusa a maggio, ad esempio?

È inutile insistere sul rapporto tra prosperità e democrazia se la prosperità dipende da meccanismi di mercato sempre più globali e sempre meno controllabili democraticamente. L’integrazione europea ha in effetti portato una prosperità materiale senza precedenti a molti Paesi dell’Europa un tempo marginali, dall’Irlanda alla Slovacchia. Ma il caso della Polonia e dell’Ungheria, e altri ancora, sono lì a dimostrare che non esiste alcun automatismo tra il «progresso» economico e quello democratico. Se la classe di governo a Kiev rimane quella che ha provocato la rivolta del Maidan del 2014, come viene rappresentata dalla serie tv Servant of the People (Servitore del popolo, in onda anche in Italia), diretta e interpretata da Volodimir Zelensky, è inutile illudersi: nessun piano tecnocratico, non importa quanto ben pubblicizzato, basterà per risollevare le sorti del popolo ucraino dopo la guerra.

* Possiedo una piccola targa metallica con questo slogan, proveniente da un carro merci che portava i materiali del Piano Marshall in giro per l’Emilia. Mi è stata regalata anni fa da una studentessa bolognese che aveva un padre ferroviere. Mi è molto cara.

Nell’immagine: un fotogramma dalla citata serie tv Servant of the People


Trent’anni senza Eternit, ma di amianto ci si ammala ancora

Kabul, un anno dopo: talebani al potere, un paese allo stremo, abbandonato a sé stesso, nel disinteresse vile e intollerabile della comunità internazionale 

Di Raffaella Tallarico, Valigia blu

Fino a poco tempo fa, Casale Monferrato era nota come “la città dai tetti bianchi”. E non per la neve, ma per la polvere di amianto che si posava sopra le case. Lo racconta Daniela Zanier, una donna di 61 anni che abita lì vicino, a Rosignano, e alla quale nel 2019 è stato diagnosticato un mesotelioma pleurico. È il tumore causato dall’esposizione alle fibre di amianto che, di solito, colpisce la membrana che riveste i polmoni. «Qui viviamo da decenni con questa spada di Damocle sulla testa» racconta Daniela a Valigia Blu. «Quando l’ho scoperto mi sono arrabbiata, non riuscivo ad accettarlo. La sentenza è arrivata, ma i medici mi hanno anche detto che sono fortunata: il mio tumore è maligno solo per il 30%». Come Daniela, tutti i casalesi hanno il terrore di ricevere una diagnosi che suona come una condanna, visto che l’aspettativa media di vita è di un anno e mezzo dalla scoperta e solo il 15% sopravvive oltre. Il periodo di latenza può raggiungere più di 40 anni e, attualmente, a Casale vengono diagnosticati 50 casi di mesotelioma all’anno. In pratica, uno ogni settimana.

L’incidenza di questo tipo di tumore si concentra in quelle aree italiane dove l’industria impiegava l’amianto in modo massiccio, prevalentemente nei settori edile e navale. Secondo il settimo rapporto Re.na.m. tenuto dall’Inail, tra il 1993 e il 2018 sono stati diagnosticati 31.572 casi di mesotelioma maligno. Il 56% dei malati risiede in Lombardia, Piemonte, Liguria ed Emilia-Romagna. Casale Monferrato, che si estende tra le province di Asti e Alessandria, conta circa 32mila abitanti. La sua storia si lega a doppio filo con quella della multinazionale Eternit, scrive l’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA), associazione rappresentativa delle vittime dell’amianto: per 79 anni ha ospitato lo stabilimento per la lavorazione del cemento-amianto più grande in Italia. Nel 1986 l’azienda fallisce, e proprio grazie alla lotta partita dal territorio di Casale, la sostanza viene bandita con la legge 257 del 1992. Ma trent’anni non sono bastati per mettere al riparo la comunità dall’insorgenza del tumore.

È il 1943 quando viene scoperto il primo caso di asbestosi: l’inalazione di milioni di fibre di amianto determina una progressiva atrofizzazione dei polmoni, finché respirare diventa impossibile. Nei decenni successivi i casi tra i lavoratori della fabbrica si moltiplicano. «È brutale dirlo, ma quando riguardava solo gli operai non si aveva alcuna coscienza del problema», dice a Valigia Blu Bruno Pesce, ex responsabile della camera del Lavoro locale che ha promosso e seguito l’intera vertenza Eternit. «Era il rischio che comportava lavorare in fabbrica. Si pensava: “Sono impiegati lì, si sono beccati l’asbestosi e se muoiono, pazienza”». Ma negli anni la malattia inizia a colpire i familiari degli operai, e poi persone che nulla hanno a che fare con lo stabilimento. «Ricordo che mi fermò per strada un mio amico che insegnava a scuola», racconta Pesce. «Aveva perso entrambi i genitori a causa del mesotelioma. Tutto d’un tratto mi chiede: “Cosa aspettate a far chiudere l’Eternit?”. Ma allora – parlo degli anni ’70 – era impossibile». Un ostacolo importante era anzitutto il ritorno occupazionale dell’area: nel picco massimo, tra il 1950 e il 1960, Eternit contava circa 2mila dipendenti. «L’operaio ha il vizio che la busta paga la vuole anche il mese dopo», ironizza Pesce. «Era impensabile che fossero solo i lavoratori a fare la guerra. Bisognava aprire un dibattito pubblico, che coinvolgesse le istituzioni e che facesse luce sulla gravità del problema».

Qualcosa si muove nel 1981, quando inizia la catena di ricorsi giudiziari per denunciare la mancanza di misure per proteggere gli operai dal rischio amianto e le relative malattie professionali. Ma è con lo scoppio dei casi di mesotelioma che l’inquinamento da eternit assume una considerazione diversa. «Ho respirato l’aria di Casale, questa è la causa del mio tumore», racconta Daniela Zanier. «Io non ho mai lavorato in fabbrica né ho avuto familiari che lavoravano lì. Ero impiegata in un centro diurno per disabili». L’esposizione all’amianto risale all’infanzia: «Da piccola abitavo vicino alla ferrovia e molto spesso io e mia madre andavamo sul Po a passeggiare. C’erano alcuni nostri amici, alle baracche sul fiume. Lì si coltivavano gli orti o ci si trovava per giocare o per fare grigliate. Ecco, quelle baracche erano fatte di eternit». Non solo. Lì vicino c’era una fabbrica di lavorazione del ferro, con i tetti in amianto. E poi la “spiaggetta”, come la chiamano i casalesi: un posto sempre in riva al fiume fatto con un battuto di amianto.

Ammalarsi di mesotelioma a causa dell’aria contaminata ha avuto un impatto sociale notevole nel Monferrato. Il clima è di costante timore: ogni volta che viene scoperto un nuovo caso, ne soffre l’intera comunità. Daniela Degiovanni, che è stata medica del lavoro e oncologa nell’ospedale di Casale, è testimone diretta di questo clima: «Quello che mi ha sempre sorpreso è che la diagnosi di mesotelioma scatena una rabbia incontrollabile, a differenza di altri tipi di tumore che colpiscono sempre i polmoni e sono ugualmente severi», spiega a Valigia Blu. Non ci sono né accettazione, né rassegnazione, soprattutto da quando hanno iniziato ad ammalarsi cittadini comuni: «Sono sempre più giovani, persone tra i 40 e i 70 anni», prosegue Degiovanni. «E 50 casi ogni anno sono ancora troppi. Secondo le stime epidemiologiche, dovremmo avere un caso tra gli uomini e 0,1 tra le donne». La rabbia ha il sapore dell’ingiustizia subita passivamente, soprattutto perché l’inquinamento dell’aria è proseguito anche dopo la chiusura di Eternit. «I mesoteliomi diagnosticati oggi sono causati dal fatto che lo stabilimento, dopo il fallimento dell’azienda, è stato lasciato in totale abbandono. Vetri, tonnellate di sacchi, coperture: materiali tutti fatti d’amianto sono stati lasciati lì e i vertici dell’azienda non si sono interessati allo smaltimento». In effetti, quando il Comune ha acquistato l’area nel 1995 per avviare le procedure di bonifica ha constatato che l’ex insediamento produttivo era “ormai in stato di abbandono e possibile fonte di inquinamento atmosferico” (qui le foto del sopralluogo).

Sulla diffusione del mesotelioma e le relative morti, un nome risuona tra i casalesi: “Lo svizzero”. Si riferiscono a Stephan Schmidheiny,  amministratore delegato di Eternit dal 1976 fino al 1986. Proprio con il suo arrivo, dice Bruno Pesce, è stata inaugurata una pratica che ha contribuito al notevole inquinamento dell’aria: la frantumazione a cielo aperto degli scarti di lavorazione. «Ogni giorno c’era un viavai di camion scoperti che trasportavano lastre e tubi non commerciabili perché difettosi» racconta Bruno Pesce. «Li portavano su una piattaforma di fronte allo stabilimento e li frantumavano con un cingolato. Poi quello stesso materiale veniva polverizzato in una sorta di mulino dentro la fabbrica e riciclato. In giornate di vento l’aria era infestata». Non solo: quello scarto – il cosiddetto “polverino” – veniva rivenduto a comuni cittadini per fare i lavori in casa. «Un utilizzo improprio, si approfittava del fatto che costasse poco. Ad esempio si usava molto per i sottotetti come coibentante. A Casale veniva impiegato anche negli oratori come battuto per i cortili, dove giocavano i bambini», continua Pesce. Daniela Zanier riporta le voci sul campo da pallone elastico di Rosignano: «Questo purtroppo l’ho saputo dopo, ma il polverino era stato usato come compattante del terreno». E poi i cortili, le vie che collegano le case alla strada principale, le aiuole: l’amianto, mescolato con il cemento o anche con la ghiaia, era ovunque.

La vicenda giudiziaria per fare luce sulle responsabilità è intricata. Il primo processo di Torino, iniziato nel 2009, naufraga con una sentenza della corte di Cassazione del 2014 che dichiara prescritto il reato di disastro ambientale, determinando il proscioglimento di Schmidheiny. Il coimputato – il belga Louis De Cartier, amministratore delegato prima del magnate svizzero – muore nel 2013. Sono in corso i processi Eternit bis per omicidio, con competenza territoriale delle corti d’Assise dove c’erano le sedi di Eternit: Napoli per la fabbrica di Bagnoli, Novara per quella di Casale, Torino per Cavagnolo e Reggio Emilia per Rubiera. Il 6 aprile di quest’anno, i giudici di Napoli condannano Schmidheiny a tre anni e sei mesi di carcere per omicidio colposo di un operaio di Bagnoli: l’accusa aveva chiesto poco meno di 24 anni, per il decesso di altre 6 persone e per omicidio intenzionale. Per le morti nel Monferrato, nel giugno 2021 inizia il processo della corte d’Assise di Novara. L’accusa ritiene Schmidheiny responsabile di omicidio volontario plurimo aggravato, per i decessi di 62 tra i lavoratori e 330 tra i cittadini dell’area.

Ostacoli giudiziari a parte, le comunità del Monferrato sono un esempio di mobilitazione, e la battaglia ha dato qualche frutto, sia sul fronte sindacale che ambientale. «È stato molto difficile, perché il fibrocemento era una materia prima», dice Bruno Pesce. «Dopo tre anni di sit-in – ricordo che andavo giù a Roma con i disoccupati di Eternit – abbiamo ottenuto che la legge del ’92 riconoscesse una maggiorazione dell’anzianità contributiva per fini pensionistici. Gli ultimi dipendenti disoccupati erano 350, la maggior parte anziani e malati di asbestosi. Quasi tutti poterono andare in pensione, del resto non avrebbero più potuto lavorare». Nel 1998 l’area di Casale e di altri 47 comuni è stata dichiarata Sito di interesse nazionale (S.I.N.). Con questo atto formale hanno avuto inizio imponenti bonifiche del territorio. «Abbiamo potuto godere di contributi e finanziamenti che nessun’altra area italiana ha», continua Pesce. «Tutti gli edifici pubblici sono stati bonificati, mentre per quelli privati siamo circa all’80%, e 200 siti dove c’era il ‘polverino’. Il problema è che molti luoghi sono coperti dalla vegetazione». La sinergia tra cittadini, associazioni e istituzioni non è così scontata. A Broni, nella provincia di Pavia, fino al 1985 era operativa la Fibronit, un’altra fabbrica di lavorazione dell’amianto. «Lì l’incidenza dei casi di mesotelioma è maggiore rispetto a Casale», sostiene Pesce. «Io ci sono andato e guai a parlarne. Lì coltivano viti e producono vino, non si fa emergere il problema per evitare che ne risenta il commercio».  Il rapporto dell’A.t.s. di Pavia, ente che collabora nel monitoraggio del registro dei mesoteliomi per la Lombardia, evidenzia che il primato di morti per questo tumore, in regione, è localizzato proprio a Broni, dove “l’incidenza di questa malattia è più alta che a Casale Monferrato”.

Oltre alle bonifiche, alcuni segnali di speranza provengono dalla risposta alle cure. L’ospedale di Casale è considerato all’avanguardia e l’esperienza di Daniela Zanier lo dimostra: «Subito dopo la diagnosi ho iniziato sei cicli di chemioterapia, poi ho fatto un anno di immunoterapia, che è ormai diventata la prima soluzione. Ho fatto una tac, ed effettivamente il tumore si è ridotto. Per me è una grande conquista». Sull’incidenza del tumore, secondo Daniela Degiovanni «il picco è stato raggiunto: non saliamo né scendiamo oltre i 50 casi all’anno da circa 8 anni. Auspichiamo che la curva cominci a discendere, ma dobbiamo capire la risposta ai farmaci immunoterapici, che sono stati introdotti in via sperimentale». La ricerca medica e la bonifica, attualmente, rappresentano le uniche, importanti misure per reagire alle conseguenze dell’inquinamento da amianto. Per quanto riguarda la giustizia, il Monferrato attende ancora risposte.


Kabul, un anno dopo

Kabul, un anno dopo: talebani al potere, un paese allo stremo, abbandonato a sé stesso, nel disinteresse vile e intollerabile della comunità internazionale 

Di Barbara Schiavulli, Valigia blu

“Un anno fa andavo a scuola e facevo corsi di disegno, perché volevo diventare un’artista e insegnare arte”. Oggi Zuhal Ayoobi, 17 anni è seduta a casa e disegna donne col burqa e gli occhi insanguinati. Disegna uomini barbuti che hanno il sopravvento su una ragazza, un altro che la schiaccia a terra tenendole una mano con un piede per non farle prendere un libro. C’è qualcosa di feroce nelle immagini raffigurate. C’è dolore, c’è silenzio. Nei suoi disegni che scivolano un foglio dopo l’altro, mentre seduta a terra parla di quello che non può più fare, c’è il grido di aiuto e la rassegnazione di tutte le donne afgane intrappolate con la presa di Kabul il 15 agosto scorso e la repentina ritirata dell’esercito americano e dei contingenti Nato in un paese che per 20 ha visto guerra e promesse.

La guerra di chi non ha capito come conquistare gli afgani prima di sconfiggere i talebani e le promesse fatte da tutti quelli che sciorinavano democrazia come se gli afgani fossero un esperimento politico. Non ha funzionato niente. 20 anni e un anno dopo il paese degli aquiloni è una catastrofe umanitaria, politica ed economica.

I talebani sono arrivati a Kabul il 15 agosto senza sparare un colpo, dopo aver rosicchiato il paese pezzo per pezzo fino alle porte di Kabul quando il presidente della Repubblica Islamica, Ashraf Ghani è salito su un elicottero e ha lasciato la capitale. E così l’Emirato islamico è tornato ai fasti degli anni ’90, quando i talebani avevano preso il potere imponendo la loro visione radicale del mondo agli afgani, stremati dalla guerra civile. Dovevano essere i talebani 2.0 questa volta. Non lo sono stati, ma sono stati bravi a farlo a credere. O forse l’Occidente aveva bisogno di pensare di non aver lasciato il paese in balia degli orchi. Invece sono tornati. Sulle poltrone del potere si sono seduti i leader, non sempre tutti d’accordo, del movimento, sostenuti da alcune nazioni come il Pakistan e il Qatar, ma anche Cina, Iran e Russia che hanno mantenuto i loro presidi diplomatici, e forti di quelle taglie sulla testa da milioni di dollari che li ha visti passare da una vita alla macchia a lanciare tweet come se fossero razzi. Nelle strade sono rimasti i militanti, di fatto giovani ragazzi soldato, allevati nelle madāris (scuole coraniche), che sanno solo quello che gli è stato inculcato, in particolare che il ruolo della donne perfetta è stare a casa e fare figli.

Negli 11 giorni successivi il 15 agosto 200 mila persone in una caotica evacuazione, vengono portate via dal paese. Società civili, operatori umanitari, artisti, chiunque si pensasse potesse essere in pericolo. Chi non ricorda le immagini sconvolgenti dell’aeroporto di Kabul, la paura, il trauma di lasciare le persone care e il ruolo che si erano costruite in una società che per quanto imperfetta, era la loro? Giudici, registe, musiciste, si ritrovano a essere nessuno per quei paesi che le hanno accolte. Ma sempre meglio che restare qui. Il 26 agosto un attentato all’aeroporto ferma le evacuazioni. Un centinaio di morti, tra cui 13 marines americani.

Da quel momento in poi le donne scopriranno che niente che i talebani avevano promesso sarebbe stato mantenuto, editto dopo editto, ogni giorno il loro mondo, che già non era molto grande, si riduce fino alla cucina e alla camera da letto di case sempre più tristi e povere. Prima viene ordinato loro di non andare a scuola dopo gli 11 anni. Poi di non lavorare negli impieghi pubblici, poi di doversi vestire in un certo modo. Viene bandita la musica e le donne non solo spariscono alla vista, coperte da burqa e niqab, ma anche da ogni aspetto della vita sociale. Perfino le immagini delle acconciature sulle porte delle parrucchiere vengono cancellate con vernice nera. Spariscono e le loro voci si spengono. Le ONG, tranne alcune, se ne vanno, bruciano tutto per impedire che i talebani facciano delle liste. Ma i talebani si muovono goffamente e impunemente, chiudono i centri antiviolenza, e spalancano le prigioni. Dicono che avrebbero risparmiato i traditori del governo precedente e i soldati, ma di fatto, Amnesty International  dirà che non è così. Non è solo caccia al nemico, ma è “un colpire uno, per fermarli tutti”. E questo accade. L’Afghanistan è controllato dalla fame e dalla paura.

La crisi economica è il livello successivo che attende al varco l’Afghanistan, con i suoi 34 milioni di residenti, il 97 per cento al di sotto della soglia di povertà, con più di 3 milioni di sfollati interni. Una catastrofe epocale, ci ha detto la direttrice del World Food Programme che distribuisce cibo a 20 milioni di persone. Un anno fa i confini chiudono. Le banche chiudono. Le donne, molte delle quali vedove, non possono più lavorare e mantenere le famiglie. Gli uomini che lavoravano per gli stranieri perdono il lavoro, tutti gli altri non ricevono lo stipendio perché le banche non funziono. Gli americani e le Nazioni Unite rafforzano le sanzioni sui talebani, ma di fatto colpiscono la popolazione civile. 6 milioni di bambini malnutriti, donne incinte che non hanno abbastanza da mangiare, ospedali pieni, e il covid e tutte quelle malattie come la polio che tornano più forti. Nei campi profughi ci sono bambini che succhiano sassolini per farsi passare la fame, bambini che sono ceduti o bambine date in sposa per qualche migliaio di euro. E nonostante ufficialmente sia stata messa al bando la coltivazione di narcotici, il traffico prolifera. Poi ci sono quei 7 miliardi di dollari di rimesse afgane nelle banche straniere che gli americani minacciano di dare alle vittime dell’11 settembre. Ma sono soldi afgani, soldi che servono per gestire uno Stato. Il minimo, secondo la banca afgana, per garantire lo svolgimento dei servizi. I soldi restano bloccati e la struttura pubblica afgana precipita. Le Nazioni Unite e organizzazioni più piccole, anche italiane come Nove Onlus o Emergency, non smettono mai. Ma come ci dice nel suo ufficio il direttore di Save the Children, “tutti noi possiamo fare tanto, ma non possiamo sostituirci allo Stato”.

Intanto talebani, americani, europei, orientali chiacchierano, fanno incontri, conferenze, tavole rotonde, e a parte qualche accordo economico e finanziamenti di aiuti alla popolazione devastata, non si fa nessun progresso. I talebani sono irremovibili, le donne continuano a non andare a scuola: non vogliono un governo inclusivo che tuteli anche le minoranze, come quella degli hazara, etnia sciita, che resta nel mirino della militanza. Dell’Isis e di Al Qaeda secondo gli accordi di Doha, quattro paginette striminzite, siglati nel 2020, avrebbero dovuto occuparsene i talebani, ma di fatto in questi giorni a Kabul c’è stato un attentato al giorno, dimostrando che la sicurezza non è garantita. Durante le festività sciiti dell’ashura, la settimana scorsa, ci sono stati 140 morti. Solo qualche ora fa altri 4 nel quartiere hazara. E poi il fattaccio del razzo americano lanciato contro il leader di Al Qaeda affacciato in pieno centro a Kabul. Qui non se ne parla, perché che i talebani lo ospitassero o che non sapessero della sua presenza è comunque imbarazzante per chi chiede un riconoscimento dal resto del mondo.

“I talebani non sono tutti compatti, ma lo si presentano davanti altri”, ci spiega Salim Paighir che era a capo di un partito che ora non c’è più e che si ostina a vestirsi in abiti occidentali, nonostante anche agli uomini sia stato richiesto di indossare gli abiti tradizionali. Nel Panshir, terra tagica dell’Alleanza del Nord, gli alleati dell’Occidente nella guerra contro i russi, c’è ancora un barlume di resistenza, ma i raid talebani sono piuttosto efficaci a tenere il confronto limitato.

Un anno dopo l’Afghanistan continua la sua discesa verso l’inferno e perfino gli afgani sono sorpresi di quanto possa essere lunga la strada, quanto in basso si può arrivare. Lo sanno bene i giornalisti che una volta, nonostante il pericolo potevano vantare un’informazione matura, e che ora sono in balia dei diktat dei talebani. 200 tra testate e gruppi editoriali hanno chiuso, le giornaliste sono state mandate a casa, salvo qualche rara eccezione. Tutti gli altri arrancano tra le minacce e le botte, e il tentativo di poter ancora raccontare questo paese. Come le donne che, ogni volta che sollevano la testa, sono colpite dal calcio di un kalashnikov. Come è successo l’altro giorno, quando una quarantina di loro sono scese in strada per chiedere “cibo, istruzione e libertà”. La risposta sono stati spari in aria, qualche bastonata e tutte sono tornate a casa convinte di essere sole e senza speranza. E la cosa peggiore, è che forse, guardandolo da qui dentro, sotto questo sole accecante afgano, sembra vero.

  • Sul tema “Afghanistan, un anno dopo” segnaliamo anche la pagina speciale ed il reportage firmati da Roberto Antonini per il sito RSI

Nell’immagine: fotografia di Barbara Schiavulli


Ma siamo mai stati davvero neutrali?

Kabul, un anno dopo: talebani al potere, un paese allo stremo, abbandonato a sé stesso, nel disinteresse vile e intollerabile della comunità internazionale 

Dopo essere stati minacciata da richiedenti l’asilo, Unione europea, stranieri e frontalieri, ed aver smascherato la quinta colonna pluto-giudaico-massonica composta da città di sinistra e radical chic, secondo i nazionalisti nostrani pare che oggi il destino della nostra nazione dipenda dalla neutralità. Che non solo deve essere, come del resto è già da circa un paio di secoli, ma, Blocher dixit, deve essere integrale (qualsiasi cosa significhi), ché altrimenti non è. Qualcuno ha addirittura parlato di elemento fondante della nostra identità, per cui metterlo in questione o addirittura negarlo indebolirebbe o addirittura negherebbe il fatto stesso di essere Svizzera.

Sia ben chiaro, che la guerra in Ucraina e l’adesione della Confederazione alle sanzioni internazionali abbia rilanciato il dibattito sulla neutralità e sul suo significato, il quale evidentemente non può essere disgiunto dal contesto storico-politico in cui si colloca (ogni principio politico deve confrontarsi con l’attualità), è sicuramente positivo; che questo dibattito venga usato per fini di propaganda politica possiamo considerarlo un inevitabile danno collaterale; tuttavia che nel suo svolgimento si confondano mito e storia, o addirittura che i dati di quest’ultima vengano scientemente alterati o falsificati per i propri fini e interessi, questo è inaccettabile.

Per cui diciamolo: la Svizzera, o meglio la Confederazione elvetica è certo che non sia nata neutrale, sia nella storia che nel mito. Guglielmo Tell non era un fine diplomatico che ha dispensato i suoi buoni uffici per appianare le questioni tra il balivo di turno e i cantoni primitivi, ma una testa piuttosto calda che ha pensato bene di risolvere il problema usando balestra e frecce (con conseguente omicidio). E almeno fino alla battaglia di Marignano (1515) la storia elvetica è tutt’altro che neutra e pacifica, costellata com’è di guerre e scaramucce. E anche dopo non è che siamo stati con le mani in mano, seduti al bar a giocare a jass o a tricottare con l’uncinetto, visto che ancora nel 1536 Berna ha conquistato il Canton Vaud e altri territori savoiardi a sud del lago Lemano, che i cantoni cattolici e protestanti continuarono a darsi botte da orbi per altri tre secoli e che per altrettanto tempo di mercenari svizzeri furon colme tutte le guerre europee. E i relativi camposanti.

Per di più fino alla Guerra dei trent’anni (1618-1648) per noi europei il termine “neutrale” aveva una dichiarata connotazione negativa. In un conflitto, allora spesso condito da forti connotazioni religiose, non si poteva non schierarsi. O con me, o contro di me, come insegnano i Vangeli: tertium non datur. Solo dopo la pace di Westfalia politici ed esperti di diritto cominciano a formulare un’idea diversa, ossia che gli stati, soprattutto se piccoli e deboli, potevano entro certi limiti astenersi dal partecipare ai conflitti. Tant’è che la prima dichiarazione ufficiale di neutralità della Svizzera risale alla Dieta del 1674, quasi quattro secoli dopo la data della supposta fondazione della Confederazione elvetica, non prima. 

E non era certamente una neutralità di tipo integrale come Blocher e seguaci sperano che diventi adesso, visto che alle potenze straniere era permesso attraversare il nostro territorio, e che di mercenari pronti servire il signore di turno dietro congrua ricompensa come detto ne partirono ancora diverse decine di migliaia. Un traffico di carne umana che durò ufficialmente fino al 1815, quando il Congresso di Vienna non solo statuì il principio della neutralità elvetica nel diritto internazionale, ma impose pure la fine del “mercenariato”, anche se in realtà in forma non ufficiale se non illegale, di svizzeri che combatteranno guerre in giro per il mondo ce ne furono anche dopo. Senza dimenticare che, alla faccia del fondamento identitario e senza negare l’importantissimo ruolo che rivestì il diplomatico elvetico De la Harpe, a Vienna furono le potenze vincitrici guidate dallo zar di Russia Alessandro I a imporre la neutralità alla Svizzera più che gli stessi svizzeri a rivendicarla (curioso in questo senso che sia oggi proprio un altro “zar”, Vladimir Putin, a negarla).

Indipendentemente da ciò, da allora fummo neutri come oggi chiedono Blocher e sodali? Assolutamente no. Senza soffermarci sulle oscillazioni del XIX e XX secolo (non per nulla il Consiglio federale sia durante la guerra franco-prussiana del 1870 che allo scoppio della Prima Guerra mondiale sentì la necessità di riaffermare la neutralità elvetica, cosa che sarebbe stata superflua se fosse stata così integrale e internazionalmente chiara come oggi si vuol far credere) o le concessioni fatte alle potenze dell’Asse durante la Seconda Guerra mondiale, credo che nessuno possa avere dubbi da che parte stava la Svizzera durante la Guerra fredda. È sufficiente un esempio: fino agli anni ’80 del XX secolo durante le esercitazioni militari il nemico poteva essere uno e uno soltanto, ossia rosso e proveniente dall’est. Eppure questo suo essere apertamente schierata con l’Occidente non le ha impedito di prestare i suoi buoni uffici praticamente ovunque e con chiunque. Anzi, è soprattutto in questo contesto che la Confederazione ha potuto davvero realizzarsi in questo suo ruolo.

Per cui, prima di discutere sulla nostra neutralità e su quale forma darle, credo sia utile porsi (e rispondere a) una fondamentale domanda, senza la quale tutta questa discussione rischia di ridursi a mera propaganda politico-elettorale: la Svizzera è mai stata davvero integralmente neutrale?

Nell’immagine: il “Leone morente” di Lucerna, monumento ai mercenari svizzeri che difendevano Luigi XVI, massacrati dai rivoluzionari francesi durante la presa delle Tuileries (1792)


Fatwa satanica

Kabul, un anno dopo: talebani al potere, un paese allo stremo, abbandonato a sé stesso, nel disinteresse vile e intollerabile della comunità internazionale 

Di Carlo Panella, Linkiesta

Salman Rushdie, accoltellato da un fanatico nello stato di New York durante un dibattito pubblico, è il simbolo di molte cose, innanzitutto del suo coraggio intellettuale e morale, della sua capacità letteraria, ma anche della violenza prevaricatrice dell’islamismo politico e non solo dell’ayatollah Ruollah Khomeini e, infine, della pavidità di un Occidente che a fronte del ricatto petrolifero ha ceduto su tutti i piani alla violenza jihadista che colpisce ancora una volta.

Il 14 febbraio 1989 l’ayatollah iraniano Ruollah Khomeini emette una Fatwa con cui incita i musulmani a uccidere Salman Rushdie per blasfemia nei confronti del profeta compiuta nel libro “I Versi Satanici”. Il governo iraniano si incarica formalmente di eseguire la Fatwa e promette una taglia di 21.500 dollari per chi uccida lo scrittore.

La Fatwa è illegittima per lo stesso diritto islamico, come attesta il grande islamista Gilles Kepel, perché la supposta blasfemia è avvenuta al di fuori del Dar al Islam, del territorio dei credenti in cui vige la sharia, ma in Inghilterra che è sede del Dar al Harb, il territorio della guerra nel quale vige la legge dei non credenti. Ma questa estrema forzatura della legge coranica è specificamente voluta da Khomeini proprio per affermare l’universalità mondiale della sua Sharia e dell’islamismo radicale ben al di là e addirittura contro quanto prescrive il diritto coranico.

Manifestazioni violente contro Rushdie scoppiano in tutto il mondo islamico. Pavida è la reazione del mondo intellettuale europeo, che in molti casi accusa Rushdie di essersela andata a cercare, e ancor più quella della stessa Margaret Thatcher (Rushdie è cittadino britannico) che si rifiuta di rispondere a tono, con sanzioni contro l’Iran, alla provocazione di Khomeini.

Sta di fatto che nel giro di poche settimane il traduttore giapponese dei Versetti, Hitoshi Igarashi, viene ucciso da sicari armati da Khomeini, il traduttore italiano Ettore Capriolo viene accoltellato e quello norvegese William Nygaard ferito a rivoltellate. Rushdie viene comunque protetto dalle autorità britanniche e vive sotto scorta da allora.

Ogni anno, per anni, la Fatwa viene rivalutata all’inflazione e si arriva alla farsa del 1998 quando l’ayatollah Khatami, presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, annuncia che il governo iraniano non si ritiene più obbligato ad applicarla. Khatami però si guarda bene dall’annullarla o di chiedere ai Grandi Ayatollah di cancellarla. Si limita a dire che non verrà applicata dal solo governo iraniano, ma nulla fa perché non venga applicata da un credente. Sempre valida dal punto di vista shariatico, è probabile che ieri sia stata eseguita.

È importante peraltro andare al merito dell’accusa di blasfemia lanciato da un Khomeini che palesemente non ha letto il libro e allo stesso titolo Versetti Satanici. Il riferimento di Rushdie ai versetti 19 e 20 della 53a Sura del Corano occupa infatti solo tre paragrafi del libro che dipana avvenimenti e avventure letterarie. Ma coglie però un punto fondamentale dell’Islam perché, in quei due versetti, in un primo momento Maometto dichiara che è lecito ai musulmani il culto delle tre figlie di Allah venerate dal culto pre islamico: Allat, Uzza e Manat (simili alle caratteristiche di Demetra, Artemide e Venere dell’Olimpo greco). Ma, racconta due secoli dopo al Tabari (autore di Hadit, episodi della vita di Maometto non rispecchiati nel Corano, riconosciuti in pieno dalla Sunna e dalla tradizione islamica), passata una notte, Maometto decide di negare questo culto delle tre divinità donne perché quei Versetti erano stati ammorbati da Satana.

Una scelta, una negazione, di importanza cruciale per l’evoluzione dell’Islam perché con essa Maometto espelle ogni principio, ogni presenza dell’essenza e della specificità del femminile, della donna, dalla teofania e dalla teologia islamica. Una scelta cruciale per un Islam che riconosce solo il principio divino maschile e nega e annulla quello femminile e che la sensibilità di Salman Rushdie ha saputo cogliere nella sua fondamentale rilevanza. Ma che gli è costata la condanna a morte.

Nell’immagine: donne iraniane festeggiano il rientro dall’esilio dell’ayatollah Khomeini, nel 1979


Era solo acqua sporca?

Kabul, un anno dopo: talebani al potere, un paese allo stremo, abbandonato a sé stesso, nel disinteresse vile e intollerabile della comunità internazionale 

Sembra essere caduto nel vuoto l’intervento di Enrico Lombardi del 28 luglio, intitolato Per vedere di nascosto l’effetto che fa, mosso dalla perentoria chiusura del PS di fronte alla proposta del MPS di una lista unica per il legislativo. Apparentemente ci possono essere buone ragioni per non tornare sulle considerazioni di Lombardi. Prima di tutto la proposta del MPS è durata meno dello spazio di un mattino, respinta dagli interlocutori (quindi anche dai Verdi) nel momento stesso in cui veniva resa pubblica, e probabilmente, a parole e nei fatti, già prima. E poi può sembrare troppo ingenuo quel vagheggiare “nuovi stimoli” che possano far “ritrovare slancio” all’area di sinistra. Eppure, quelle aspettative non andrebbero lasciate cadere.

È vero che nel frattempo altre voci si sono fatte sentire su «Naufraghi»: il fantomatico Giusfin, che era già intervenuto a caldeggiare la fronda “contabile” interna al PS (facendo di fatto il gioco dell’autocandidata che ammalia, anche se nel suo articolo sul Primo di agosto mostra, vivaddio, di non esserne affatto ammaliato) e in replica Aurelio Sargenti. Ma entrambi liquidano concordemente la proposta del MPS: il primo come “velleitaria” e “declamatoria”, pur concedendo che la direzione del PS avrebbe potuto, almeno per cortesia, prendersi due minuti in più; il secondo ancora più sbrigativamente.

Liquidata la faccenda, entrambi si concentrano sulle tensioni interne al PS, portando il discorso, da prospettive opposte, sulla eventuale candidatura di Marina Carobbio. È poi intervenuto Virginio Pedroni, che allarga un po’ gli orizzonti sul finale, dopo aver stroncato la mossa MPS e fatto alcune puntualizzazioni sulle presunte manovre tese a promuovere la candidatura Carobbio. Di queste ultime non mi occupo – se la vedano i socialisti – perché la questione che mi interessa discutere è l’altra, cioè quella delle liste uniche dell’“area di sinistra”. Ma prima di affrontarla, anche per evitare fraintendimenti, mi tocca fare una lunga premessa (che è già un po’ un entrare nel merito).

Si è parlato fin qui del MPS, del PS, solo indirettamente dei Verdi. Non sarò io a portare la “posizione dei Verdi”, ai quali pure appartengo, perché sulle questioni elettorali ho, e non da oggi, una posizione tiepida, defilata, marginale. Parlo quindi a titolo personalissimo. Di militante e di elettore. È un po’ un ragionare ad alta voce per capire come porsi di fronte alle varie opzioni sul campo (che poi tanto varie non sono, visto che quella del MPS è stata prontamente depennata dall’elenco).

Cominciamo dall’“area di sinistra”: i Verdi ne fanno parte? C’è un’abusatissima frase che ogni tanto qualcuno ripete in casa verde: «i Verdi non sono né di destra né di sinistra, sono avanti». D’accordo sull’avanti, a maggior ragione se pensiamo che la battuta è nata forse trent’anni fa. Sul resto bisogna invece vedere cosa si intende per sinistra. Affrontare la questione in poche frasi è difficile. È un fatto che se consideriamo propri della sinistra alcuni elementi portanti della sua tradizione maggioritaria (socialista o comunista che sia), e cioè industrialismo, centralismo, statalismo, siamo assai lontani.

Molti anni fa Alexander Langer parlava di recuperare «qualche idealità smarrita tradizionalmente dalle sinistre e magari rifugiata a destra: il senso della differenza contro un malinteso trionfo dell’eguaglianza; il bisogno di identità, di tradizione, di “patria” particolare; una domanda di spiritualità e di interiorità; una rivalutazione dell’iniziativa personale e di gruppo rispetto alla priorità dell’”ente pubblico”; una ricerca di “comunità” non riconducibile alla socialità politicizzata e strutturata propria della tradizione di sinistra…». Del resto anche Norberto Bobbio, nel suo celebre libretto Destra e sinistra (1994), in cui a fare da discrimine è l’opposizione disuguaglianza/uguaglianza, dapprima pone i Verdi né di qua né di là (sono “attraverso”, ubiquitari), ma per poi concludere che di fatto l’affermarsi dei movimenti verdi non porta affatto «a rendere anacronistica la vecchia diade ma a ribadirla in seno a questi stessi movimenti (…) nei quali il diverso modo di concepire il rapporto dell’uomo con la natura» – e io aggiungerei soprattutto tra uomo e uomo (e donna, ovviamente) – «è destinato a reintrodurre, e ha già in parte introdotto, la distinzione tra Verdi di destra e Verdi di sinistra». Non a caso in Svizzera c’è stata la scissione, chiarificatrice, dei Verdi liberali.

Se il semplice ambientalismo può essere trasversale, l’ecologia politica è radicalmente anticapitalistica (pensiamo già solo al tema della decrescita) e pone i Verdi, direi, non solo a sinistra ma alla sinistra del PS. Se poi scendiamo al livello dell’agire politico in Gran Consiglio, vediamo che i Verdi votano spesso, molto spesso, come il PS e/o come il MPS. Quindi un’“area” di fatto esiste, in taluni principi e nei fatti, per cui ha certamente senso porsi il problema di un suo volto elettorale unitario. La si chiami “di sinistra”, “rosso-verde” o altro ancora, ma c’è. Del resto, ne è convinta anche la dirigenza verde, visto che sta lavorando a una lista unica.

Oltre quella che ho citato prima («…sono avanti») c’è un’altra frase/sentenza sui Verdi, assai meno ricordata: «i Verdi lavorano per la propria estinzione». L’avevo già ripresa tempo fa, commentandola così: «al centro della loro visione del mondo (o almeno della corrente in cui mi posso identificare) non c’è un progetto di presa del potere ma un’idea di trasformazione sociale che passa per altre strade; non devono dunque sopravvivere a tutti i costi, autoperpetuarsi per mantenere porzioni di potere politico. Una volta affermatasi nella società l’idea che per trovare un’armonia tra uomo e natura e tra uomo e uomo bisogna abbandonare il mito della crescita economica, la cultura del profitto, lo stile di vita energivoro e consumistico, i verdi possono anche scomparire».

Penso che il ruolo fondamentale dei Verdi sia stato e rimane quello di portare le istanze ecologiste dentro le istituzioni, di essere una cassa di risonanza di un movimento che cresce innanzitutto nelle piazze, nelle associazioni, nelle campagne, nei quartieri, nelle comunità che sperimentano “buone pratiche” in ambito ambientale e sociale, ma anche nei luoghi della ricerca, accademica o no, in cui maturano le conoscenze che stanno alla base di queste pratiche. Far circolare le idee, insomma, portarle anche dentro il terreno della politica istituzionale.

Se le premesse sono queste, l’attenzione va posta soprattutto sulla presenza nei legislativi, mentre nelle dinamiche elettorali che si stanno delineando vedo il rischio che troppe energie siano assorbite dalla competizione per un seggio in Consiglio di Stato. Capisco bene le motivazioni, espresse e inespresse, che spingono alla lista unica per il governo. Tra queste mettiamoci anche il PS in perdita di velocità che deve salvare il seggio e i Verdi in ascesa che vedono la possibilità concreta di conquistarlo. Una presenza paritaria si giustifica pienamente e lascia la possibilità di ampliare l’alleanza e il bacino elettorale con una quinta candidatura esterna ai due partiti principali: la formula 2+2+1, che tanto disturba i contabili della “fronda” PS, è, come dice Pedroni, espressione di “ragionevolezza”. Ovvio che alla formuletta magica si accompagnerà poi un documento programmatico comune che suggelli il patto elettorale: lo si fa sempre (l’abbiamo fatto anche a Lugano, senza metterci il PSE…). Ma pur con una messa a punto di obiettivi comuni resterà essenzialmente quello che è: una ragionevolissima operazione elettorale che pur non riunendo tutta l’area “di sinistra” garantirà tranquillamente la conservazione di uno scranno governativo (puntando anche sulla possibilità, invero assai remota, del raddoppio).

Obiettivo irrinunciabile? Forse non così tanto. Pur riconoscendo l’importanza di alcune riforme, non so quanto la secolare presenza minoritaria in governo abbia giovato ai socialisti e soprattutto al socialismo (un tentativo di bilancio è nella recente pubblicazione Tracce di rosso, della Fondazione Pellegrini Canevascini). Dubito che gioverebbe ai Verdi e alla loro azione l’entrata di un/a loro rappresentante in un governo dominato dalla destra. Anche per questo sono stato tra i pochissimi astenuti all’ultima assemblea cantonale, in un partito che non pare avere molti dubbi sull’opportunità di questo passo. E non è che manchino buone ragioni per farlo, il passo: si possono chiamare in campo il senso di responsabilità, la convinzione di poter contribuire più efficacemente al cambiamento di rotta verso una società più giusta e meno distruttiva, e altro ancora. Ciò non toglie che la base dell’accordo, pur ragionevolissimo, resta di natura essenzialmente elettorale (scelta evidentemente pertinente, visto che di elezioni stiamo parlando).

La proposta del MPS – lista unitaria per il Consiglio Stato e per il Gran Consiglio – spostava invece il discorso su un altro piano, meno facile da portare avanti ma politicamente più interessante. Eppure, quello che poteva essere, come in fondo auspicava Enrico Lombardi, un «nuovo stimolo», è stato accolto come una provocazione estemporanea e Riget/tato sdegnosamente. Una proposta nata morta. Se è andata così ci sono evidentemente delle ragioni. Alcune osservazioni sensate in merito le ha fatte Virginio Pedroni, sottolineando la natura inflessibile, non dialogica, di quella proposta. Visto che nel nostro mondo tutto si riconduce ormai alla finanza, potremmo quasi paragonarla a un’OPA (Offerta pubblica d’acquisto) ostile. La si potrebbe ritenere semplicemente un’abile mossa del MPS per riaffermare la differenza tra sé e gli altri attraverso un’offerta di alleanza, non solo elettorale, insidiosa e verosimilmente inaccettabile. Difficile per il PS, meno per i Verdi, accogliere la prospettiva di un «cambiamento di paradigma» che «si concretizzi attraverso la costruzione di uno schieramento che sul terreno economico, sociale ed ambientale si opponga al mondo del capitale, ai suoi governi, ai suoi partiti». Difficoltà evidenziata anche nel documento MPS, in cui si sottolinea peraltro che anche per lo stesso MPS la proposta «rappresenta uno sforzo di cambiamento non certo trascurabile, in particolare dal punto di vista della tattica elettorale».

Al di là degli ostacoli propriamente politici potrebbero esserci altri motivi di prudenza da parte di Verdi e PS, in relazione alle modalità di azione del MPS. Quest’ultimo è un gruppo piccolo, coeso, reattivo, rapido nel prendere posizioni e decisioni: è un aspetto che può portare una notevole pressione sugli eventuali alleati, più “pesanti” nel loro agire, costretti a fare i conti con l’agenda del MPS e magari a subirla. Quindi a un’egemonia di indirizzo – insita nella proposta di cui stiamo parlando, che propone/impone una politica di opposizione a tutti i livelli – potrebbe accompagnarsi un’egemonia operativa a cui può essere laborioso far fronte.

Devo però dire che recentemente mi sono trovato a collaborare con il MPS su due questioni specifiche – il referendum sul PSE a Lugano e il Comitato contro la guerra – e lo si è potuto fare fruttuosamente (aggiungo che senza il MPS non ci sarebbe stata né una cosa né l’altra). E in ogni caso l’idea di un progetto d’area comune che vada oltre la contingenza elettorale (o che vada al di là di quel “programma minimo” richiesto da qualsiasi lista unica per l’esecutivo) merita di essere discussa. Insomma, tornando alle aspettative di Lombardi e a prescindere – so che non è facile – dalla natura ultimativa della proposta MPS, forse il bambino poteva anche esserci, in quell’acqua sporca buttata via d’istinto. Sarà magari per un’altra volta.

Giunti alla fine ci si potrebbe chiedere: ma a cosa serve questo articolo, che a tratti può anche sembrare un esercizio di cerchiobottismo? Cerca di fare il punto su alcuni aspetti della situazione, tutto qui. Almeno per amor di dibattito, per ballare coi lupi.


Le banche svizzere impediscono gli aiuti umanitari a Cuba

Kabul, un anno dopo: talebani al potere, un paese allo stremo, abbandonato a sé stesso, nel disinteresse vile e intollerabile della comunità internazionale 

Un collettivo di autori ha pubblicato un documentato dossier sulle ampie sanzioni statunitensi contro Cuba, che violano il diritto internazionale, dal titolo “Banche svizzere contro Cuba – Cronaca di uno scandalo ufficialmente certificato”. Riprendiamo qui, sulla base di quanto pubblicato da Infosperber, parte di due capitoli che sollevano pesanti interrogativi sull’ingiustificato zelo delle banche svizzere, che bloccano i versamenti alle organizzazioni umanitarie svizzere a favore di Cuba (traduzione a cura della redazione)


Numerose banche svizzere bloccano sistematicamente i versamenti in franchi svizzeri all’interno della Svizzera se la parola “Cuba” compare nel nome del donatore o del destinatario. I pagamenti non vengono trasferiti o accettati. MediCuba-Suisse e l’Associazione Svizzera-Cuba sono direttamente colpite da questa pratica, soprattutto nel caso di donazioni o quote associative, ma anche nel caso, ad esempio, di pagamenti (sempre all’interno della Svizzera) per attrezzature mediche o medicinali.

La banca cantonale di Basilea (BKB) e la sua filiale Cler, così come Crédit Suisse e UBS, giustificano la loro pratica discriminatoria con i presunti rischi legali e di reputazione che deriverebbero dall’inosservanza delle normative statunitensi sulle sanzioni contro Cuba. La FINMA non commenta la sostanza di questi presunti rischi, ma si rifiuta di intervenire sostenendo che spetta alle banche decidere con chi vogliono fare affari e con chi no. Inoltre, ha dichiarato di poter intervenire solo se una banca sta assumendo troppi rischi, e non se una banca sta erroneamente sovrastimando i rischi e quindi rinuncia ad un’area di business.

Le sanzioni americane contro Cuba non colpiscono le transazioni effettuate in Svizzera

Il fatto è che il rischio legale invocato dalle banche non esiste. Nessuna delle sanzioni statunitensi riguarda i versamenti effettuati in altri Paesi, che avvengono nelle valute locali di quegli Stati. In altre parole, non ci sono sanzioni che si applicano ai trasferimenti in Svizzera in franchi svizzeri. Inoltre le sanzioni statunitensi attualmente in vigore non si applicano ai progetti di sostegno nei settori della sanità e dell’istruzione. Questa situazione giuridica è stata verificata in dettaglio in una perizia di Robert L. Muse del 14 luglio 2020.

“Il Consiglio federale ritiene problematico che i versamenti a scopo umanitario non vengano accettati sulla base di una legislazione straniera. L’Amministrazione federale si sta quindi impegnando in questo settore per trovare soluzioni insieme alle istituzioni finanziarie e alle autorità estere competenti.”
Risposta del Consiglio federale all’interpellanza Carobbio del 2014

Non è nemmeno vero che la BKB e la Banca Cler sono libere di decidere con chi vogliono fare affari e con chi no. Ai sensi del §4 della legge sulla BKB, la Basler Kantonalbank è “principalmente attiva nella regione di Basilea”. L’attività commerciale nel resto della Svizzera e all’estero è consentita solo nella misura in cui “il soddisfacimento del fabbisogno di denaro e di capitale nel Cantone non sia in tal modo compromesso”. Ai sensi del §5 della legge sulla BKB, lo stesso vale anche per le società controllate dalla Basler Kantonalbank, ad esempio la Banca Cler. Per questo il Gran Consiglio di Basilea ha approvato una mozione che chiede il ripristino di una situazione conforme alla legge. Ma senza successo.

Le sanzioni americane sono contrarie al diritto internazionale

Anche un primo sguardo alla situazione giuridica reale mostra che il rischio legale di cui parlano le banche svizzere non esiste. Il governo degli Stati Uniti non impone loro nemmeno di non effettuare i pagamenti in questione. Anche il presunto rischio di reputazione non esiste. Tale rischio deriva piuttosto dalla condotta commerciale discriminatoria delle banche, in quanto le sanzioni statunitensi decretate contro la Repubblica di Cuba sono contrarie al diritto internazionale. Lo dimostra la regolare condanna di queste sanzioni da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Anche la Svizzera fa parte della stragrande maggioranza di Stati che, anno dopo anno, chiedono la fine immediata della guerra economica degli Stati Uniti contro Cuba, contraria al diritto internazionale.

Il fatto che queste misure siano contrarie al diritto internazionale è chiarito anche da uno studio di Susan Emmenegger, docente di diritto bancario all’Università di Berna (Arizona Journal of International & Comparative Law, 2016).

La Svizzera deve e può difendersi dall’applicazione extraterritoriale del diritto da parte degli Stati Uniti

L’ex procuratore federale Lienhard Ochsner, in un articolo apparso sulla NZZ del 30 giugno 2021, ha sottolineato che l’inazione della Svizzera equivale a una silenziosa rinuncia alla sovranità. Sarebbe infatti compito di uno Stato sovrano proteggere i propri cittadini e le proprie imprese dall’ingerenza e dal giudizio di tribunali stranieri. La stessa cosa è stata detta dall’esperto di diritto internazionale Alfred de Zayas nel maggio 2020.

Che ciò sia possibile è dimostrato dal “Regolamento 2271/96/CE sulla protezione dagli effetti degli atti giuridici adottati da un Paese terzo” e dalle “misure basate su di essi o da essi derivanti”, adottato dall’UE il 22 novembre 1996. Queste disposizioni vietano il riconoscimento e l’applicazione di atti giuridici di Stati stranieri basati su disposizioni sanzionatorie che l’UE ha dichiarato contrarie al diritto internazionale. Questo regolamento si applica esplicitamente anche alle sanzioni imposte dagli Stati Uniti contro la Repubblica di Cuba.

Willi Egloff


Com’è possibile che grandi banche come il Credit Suisse, ad esempio, possano rovinare interi paesi come il Mozambico attraverso crediti discutibili per miliardi (aggirando la tanto decantata compliance interna) ma allo stesso tempo rintraccino meticolosamente anche i più piccoli versamenti in Svizzera, rifiutandoli e bloccandoli?

Questi versamenti non sono destinati all’estero, ma vengono effettuati da un conto privato svizzero a un conto bancario in Svizzera. O, ancora più chiaramente, da donatori svizzeri a organizzazioni umanitarie come mediCuba-Suisse, o a organizzazioni di solidarietà attive nel campo dell’istruzione, come l’Associazione Svizzera-Cuba. Entrambe sono organizzazioni pienamente legali in Svizzera, le cui attività nei settori della sanità, dell’istruzione e del sostegno umanitario sono apertamente dichiarate. Nel caso di mediCuba-Suisse, poi, sono anche sostenute dalla Direzione federale dello Sviluppo e della Cooperazione (DSC).

Ciò solleva numerosi interrogativi. Ma gli organi responsabili del settore bancario, come l’ombudsman delle banche, la FINMA, gli amministratori delegati della BKB (la banca cantonale di Basilea), o della banca Cler, o il Consiglio delle banche, tacciono anche quando sono direttamente interpellati. Lo stesso vale per la politica cantonale e federale. Anche i media svizzeri si occupano dell’argomento solo sporadicamente.

Obbedienza anticipata agli USA

Queste pratiche delle banche svizzere non hanno alcuna base legale. Si tratta solo di obbedienza anticipata e di genuflessione di fronte alle minacce statunitensi. In questo modo il “bloqueo” viene applicato extraterritorialmente anche in Svizzera.

E come si può conciliare tutto questo con il segreto bancario ancora in vigore in Svizzera? Chi può conoscere i trasferimenti bancari effettuati in Svizzera? Come potrebbero fare le agenzie americane incaricate di sorvegliare l’embargo a scoprire che qualcuno ha fatto un versamento a favore di un’organizzazione che lavora per Cuba? Di cosa hanno paura esattamente le banche?

René Lechleiter


La pubblicazione “Banche svizzere contro Cuba – Cronaca di uno scandalo ufficialmente certificato” contiene quasi cento pagine di corrispondenza, prove e articoli. Può essere ordinata per 10 franchi presso mediCuba-Suisse, Quellenstrasse 25, 8005 Zurigo, 44 271 08 15.

Nell’immagine: farmacia a Viñales (Cuba), luglio 2022