Perché la democrazia ha bisogno della religione

Per uscire dall’imperativo del controllo, del dominio del potere, è necessario aprirsi a quegli elementi che ci dispongono ad un altro rapporto con il mondo 

Tra le cose più astruse o gli atteggiamenti più assurdi di questi giorni c’è da un lato l’uso  o lo sfruttamento “economico” dell’avvenimento religioso (o del tempo scandito dal fatto religioso, dal Natale sino all’Epifania, ridotta anch’essa a Befana o altra occasione di doni e commercio) e la quasi riluttanza, d’altro lato, a fare di quell’avvenimento, perché religioso, un atto di condivisione “societale” (tanto da augurare ormai perlopiù un generico Buone Feste, evitando lo specifico o compromettente Buon Natale).

Alcuni che ne parlano o ne scrivono, rilevandone i valori simbolici (come la pace, la generosità, la solidarietà, la fratellanza tra i popoli), tengono a porre subito come premessa o a precisare, a scanso di chi sa quale equivoco, “lo faccio da agnostico quale sono”. Agnostico deriva dal termine greco che significa ignoto; gli viene quindi attribuito, per estensione, il significato di “colui che non prende posizione riguardo ad ogni attività che comporti una scelta (religiosa o politica)”. E siamo di fronte ad un primo “non-senso” o a una grossolana contraddizione: ammetto che sono buoni e condivisibili quei valori ma, qui, essendo promanazione “religiosa” ed essendo anche stati spesso maltrattati o profanati nella “storia religiosa”, devono rimanere solo piacevole narrazione, al massimo proficua tradizione, comunque (filosoficamente) accidenti e non sostanza. 

Dunque, ci sta l’uso e abuso economico, in quanto genera attività, consumo, crescita e profitto: infatti, tutti lì, con le percentuali, a dire già ora se vendite e profitti nel periodo natalizio sono andati meglio o peggio rispetto all’anno prima.

Ci sta invece poco o niente, proprio per quei valori, l’uso “societale” o, potremmo anche dire, politico, democratico, di senso o profitto democratico, per la comunità, la società. 

Perché mai si accetta quindi l’uno e si nega o ci si distanzia dall’altro?

Una società a corto di fiato

“Questa società è a corto di fiato, ansimante, impigliata in una immobilità che le costa caro. Constatiamo che questa società è alla disperata ricerca di un modo alternativo di relazionarsi con il mondo, di essere nel mondo. E dove può cercare vie per entrare in relazione con la vita, l’universo, il cosmo e la natura? Dove trovare questo “deposito” alternativo? “La risposta alla domanda se la società odierna o anche la democrazia abbiano ancora bisogno delle religioni non può essere che: “sì […] Le religioni, le Chiese possono svolgere un ruolo importante, molto importante, in questa società. Semplicemente perché credo che abbiano qualcosa da offrire alla società”.

Queste affermazioni sono tratte da un testo del filosofo-sociologo tedesco Harmut Rosa, che appartiene alla tradizione della sociologia critica di Adorno e Horkheimer (v. Demokratie braucht Religion, Kösel Verlag, 2022; tradotto  in francese: Pourquoi la démocratie a besoin de la religion, La découverte, 2023). Quel suo “si” si fonda su due concetti fondamentali del suo pensiero riassunti nelle parole “accelerazione” e “risonanza” (v. anche: Risonanza: una sociologia delle relazioni al mondo, Einaudi, 2016).

Stallo a rotta di collo

Uno dei paradossi della nostra società è che si trova ferma in uno stato di continua accelerazione frenetica. “La forma attuale dell’economia mondiale dipende in maniera essenziale dalla logica della crescita, tanto che senza di essa non sarebbe possibile far fronte alle crisi.” In altre parole: la nostra società è costretta con ogni modo ad una corsa continua di crescita economico-finanziaria, non per costruirsi un futuro, ma per mantenere lo stato in cui si trova (lo status quo). Si spendono quindi sempre più energie per sostenere ciò che esiste. Harmut Rosa traduce quella condizione paradossale in una serie di ossimori che possiamo tradurre come stabilizzazione dinamica, immobilismo frenetico, stallo vertiginoso, stallo a rotta di collo.

Desincronizzazione della politica

Lo stesso dicasi per la modernità politica, aggiunge Rosa. La democrazia opera per definizione secondo un modello di stabilizzazione dinamica, cioè secondo un ciclo ripetitivo di elezioni… in cui prevale l’aspirazione a conservare l’ordine politico esistente: “per di più, i programmi su cui si basa la competizione politica, seguono invariabilmente la logica dell’escalation delle promesse con cui i candidati cercano di sbaragliare la concorrenza nelle elezioni.” Mentre aumentano i cambiamenti tecnologici e la velocità della vita culturale ed economica, il ritmo della democrazia rallenta e si spiega in tal modo il “livello spaventoso di desincronizzazione tra la politica e i sistemi che essa cerca di controllare e governare”. 

Le riforme politiche mirano ormai soltanto a mantenere o rendere le società competitive e a sostenerne le capacità di accelerazione. L’incapacità di visione politica, che ne deriva, rende inaffrontabili le grandi questioni che ci attanagliano: migrazioni, guerre, emergenze climatiche e ambientali, minaccia nucleare. Da un punto di vista culturale, poi, è la paura, non la promessa, la principale forza dinamizzante.

La risonanza

Che c’entra quindi, a questo punto, la risonanza? In parole semplici: per riuscire a sfuggire all’atteggiamento o alle imposizioni aggressive dell’accelerazione (come descritta), per uscire dall’imperativo del controllo, del dominio del potere, è necessario aprirsi a quegli elementi che ci dispongono ad un altro rapporto con il mondo. “La frenesia del controllo inibisce la nostra capacità di lasciarci interpellare e commuovere dal mondo in cui viviamo, come  sarebbe nel caso della musica, della poesia, delle arti visive; come potremmo percepirci attraverso la visione, il sentimento della natura, in un campo coltivato o in un bosco selvaggio”. 

E Harmut Rosa ha appunto una parola per caratterizzare queste esperienze: risonanza. Contrapposta alle due altre modalità di relazione tra io e mondo e cioè l’indifferenza e la repulsione. “Sebbene sia tremendamente difficile definire questi modelli di relazione io/mondo (Weltbeziehungen) in una maniera filosoficamente precisa, è piuttosto semplice specificarli come fenomeni, come ad esempio quando ascoltiamo un brano musicale che ci fa accapponare la pelle. Perciò, per risonanza intendiamo una relazione reciproca “benevola” tra l’io e il mondo che richiede una certa apertura da parte del soggetto e un ambiente che sia “responsivo”… La nozione di risonanza può rimpiazzare quella di “identità” come metro per misurare la qualità della vita.

La relazione  diversa con il mondo

Perché quindi la democrazia ha bisogno della religione? Perché apre uno spazio nella contraddizione o nel paradosso impostoci dall’economia neo-liberista. Perché ci dice che possiamo disporre di altri elementi per avere un rapporto con il mondo, diversi da quelli della crescita o dello sfruttamento. A cominciare dal concetto di tempo, che non è solo risorsa economica.

“La mia tesi”, dice Helmut Rosa, “è che la religione non deve assolutamente essere un ostacolo alla “democrazia risonante” ma, se compresa e vissuta in modo giusto, può davvero essere una risorsa importante, addirittura cruciale… La religione ha un patrimonio di narrazioni, un serbatoio cognitivo, riti e pratiche, spazi, dove un cuore in ascolto, in risonanza, può essere esercitato e forse sperimentato… La religione trae la sua grande forza dal fatto che alimenta una sorta di promessa verticale di “risonanza” che dice: l’universo silenzioso, freddo, ostile o indifferente, non è alla base della mia esistenza, ma c’è sempre una relazione di risposta…. Restando al cristianesimo, sta nel fatto che la ragione della mia esistenza non è l’universo silenzioso, il puro caso o una controparte ostile, ma che esiste una relazione di risposta: “Ti ho chiamato per nome…”. Se questa non è risonanza! 

“Ciò che mi interessa è il tipo di relazione con il mondo che può nascere attraverso o nella pratica religiosa; sono i tre assi di risonanza: tra gli umani, dall’umano verso le cose, e dall’umano verso l’alterità inglobante. Dogmatismo, fanatismo e fondamentalismo impediscono questa “risonanza” e la dimensione della risposta. Se la società perde tutto questo, se dimentica questa modalità di relazione, sarà definitivamente perduta. Per questo la risposta alla questione se la società, la stessa democrazia, hanno ancora bisogno oggi della religione non può essere che sì”. Per quei valori che devono farne la sostanza, in antitesi o non in risonanza con quegli “accidenti” che l’appesantiscono.

Nell’immagine: Antony Gormley, “Feeling Material XVI” (2004)


Crimini contro l’umanità in un processo “storico” a Bellinzona

Per uscire dall’imperativo del controllo, del dominio del potere, è necessario aprirsi a quegli elementi che ci dispongono ad un altro rapporto con il mondo 

Per la seconda volta nella storia i crimini contro l’umanità faranno capolino a Bellinzona. Dopo il comandante ribelle liberiano Alieu Kosiah – condannato a vent’anni nel giugno del 2023 – a finire nella rete della giustizia svizzera è un pesce ben più grosso: Ousman Sonko, ex ministro dell’interno del Gambia tra il 2006 e il 2016 e fedelissimo dell’allora presidente, il sanguinario Jahja Jammeh. Il processo Sonko inizia domani, 8 gennaio 2023, al Tribunale penale federale (TPF). Il Ministero pubblico della Confederazione (MPC) lo accusa di una serie di reati: assassini, violenze sessuali, partecipazione ad atti di tortura e di detenzione arbitraria nei confronti di oppositori politici, militari e giornalisti. La procuratrice federale Sabrina Beyeler, ha classificato questi atti come crimini contro l’umanità. I fatti descritti nelle 136 pagine di un atto d’accusa eccezionalmente tradotto anche in inglese coprono un periodo che va dal gennaio 2000 al 2016. Sonko, denunciato dall’ONG TRIAL International e arrestato nel 2017 nel Canton Berna, dove si era rifugiato dopo la caduta del regime, è il più alto funzionario governativo mai processato in Europa sulla base del principio della giurisdizione universale.

Ora, si potrebbe convenire sul perché mai la Svizzera si debba occupare di fatti avvenuti nel lontano Gambia, il più piccolo Stato dell’Africa occidentale, una striscia di terra anglofona interamente circondata dal francofono Senegal. La ragione va trovata nello Statuto di Roma della Corte penale internazionale, ratificato dalla Confederazione nel 2001. Da allora la Svizzera può (deve) perseguire gli autori di crimini internazionali presenti sul suo territorio. Indipendentemente dal luogo del crimine e dalla nazionalità dell’autore e delle vittime. Dopo anni di tentennamento, la Procura federale sembra avere da poco cambiato marcia e preso sul serio la lotta ai peggiori crimini contro l’umanità. Le inchieste in corso sono diverse, alcune molto delicate come quella che concerne Rifaat al-Assad, zio del dittatore siriano Bachar al-Assad; altre riguardano alcuni attori economici svizzeri implicati nel saccheggio delle materie prime.

Nel 2024 avrebbe dovuto tenersi a Bellinzona anche il processo contro l’ex generale e ministro algerino della difesa Khaled Nezzar. L’atto d’accusa per crimini contro l’umanità commessi nel contesto della guerra civile algerina degli anni ‘90 è stato depositato nell’agosto 2023, dopo una lunga (troppo lunga) inchiesta scattata nel 2011. Lo scorso 29 dicembre, però, Algeri ha comunicato il decesso di Nezzar, considerato in patria una sorta di eroe nazionale. Il processo elvetico, quindi, non si terrà. Peccato!

Nel caso Nazzar, l’Algeria ha giudicato l’”irresponsabilità” della Svizzera nell’arrogarsi il diritto di giudicare un politico di uno Stato sovrano. In generale, il principio della giurisdizione universale è stato criticato proprio per essere uno strumento per una sorta di giustizia neocoloniale: fatta dagli Stati europei nei confronti dei Paesi africani, magari ex colonie. Occorre naturalmente considerare in maniera critica il contributo occidentale nei crimini commessi altrove. In questo senso è più che opportuno tenere sotto la lente della giurisdizione internazionale anche il ruolo delle imprese, come sta avvenendo ad esempio in Svezia dove i manager dell’azienda petrolifera Lundin, tra cui un cittadino svizzero, sono a processo per del petrolio saccheggiato in Sudan. 

Tornando al caso Sonko occorre sottolineare l’alta aspettativa che il processo elvetico ha e avrà in Gambia. Dalla caduta del regime nel 2016 solo due casi relativi a crimini commessi sotto Jammeh sono stati perseguiti. Come ci ha spiegato il giornalista investigativo gambiano Mustapha Darboe un’eventuale condanna di Sonko in Svizzera avrà «un’enorme implicazione» sul processo di giustizia di transizione in Gambia, «dove un buon numero di persone che hanno partecipato agli stessi presunti crimini di cui Sonko è accusato ricoprono ancora cariche pubbliche». Anche per questo il dibattimento sarà molto seguito dalla stampa locale, con alcuni giornalisti che da Banjul si recheranno a Bellinzona. In arrivo in Ticino anche le nove vittime, accusatrici private nella procedura. Tra di loro un soldato e un politico accusati di preparare un colpo di stato del 2006 e altre vittime di torture tra cui due giornalisti, tre attivisti politici e la figlia dell’attivista politico Ebrima Solo Sandering, ucciso mentre era sotto custodia di Sonko nel 2016.

Per questo il processo, che si svolgerà in tedesco, verrà parzialmente tradotto in inglese. Il tribunale è stato criticato dagli avvocati delle vittime per questa traduzione parziale e per il fatto che la loro presenza sarà presa in carico finanziariamente solo per il tempo strettamente necessario (cioè due giorni prima e un giorno dopo l’udienza) e non per l’intero processo. Quest’ultimo si annuncia ad ogni modo teso e non privo d’interesse anche da un punto di vista giuridico. 

Ousman Sonko è difeso dall’avvocato Philippe Currat, esperto di diritto penale internazionale, con esperienze in Africa e che ha da poco ricevuto il Premio svizzero per i diritti umani 2023. Due i punti da tenere d’occhio. In primo luogo la procura dovrà dimostrare che i presunti crimini contro l’umanità di cui è accusato Sonko siano stati commessi come “parte di un attacco diffuso o sistematico contro la popolazione civile”: i singoli atti, come gli omicidi, devono insomma essere inseriti in un contesto più ampio, organizzato e che ha colpito un gran numero di vittime. L’altro aspetto critico è la questione della retroattività: alcuni dei crimini di cui è accusato sono stati commessi prima che i crimini contro l’umanità diventassero un reato penale in Svizzera nel 2011. Di norma le leggi penali approvate in una data successiva non possono essere applicate a un reato commesso in precedenza. Delle eccezioni però potrebbero esistere nell’ambito del diritto penale internazionale. Staremo a vedere se verranno prese in considerazione dai giudici.

Segnaliamo due lavori giornalistici di grande valore sulla vicenda:

  • Il recente articolo di Republik: Die Schweiz spricht Recht über Gewalttaten in Gambia
  • Il podcast di Radio France International : De la Gambie à la Suisse, la quête de justice pour les victimes de l’ancien dictateur Yahya Jammeh

Nell’immagine: Ousman Sonko firma per il Gambia il trattato per la messa al bando delle bombe a grappolo a Oslo nel 2008


Ricorrenze e anniversari letterari, di decennio in decennio

Per uscire dall’imperativo del controllo, del dominio del potere, è necessario aprirsi a quegli elementi che ci dispongono ad un altro rapporto con il mondo 

Nel 2023 il confronto inevitabile era con il 1963, anno miracoloso di capolavori italiani che gloriosamente resistono al tempo. Il 2024 non ha ricorrenze così plateali: il 1964 è l’anno in cui Jean-Paul Sartre rifiutò il Nobel. È l’anno de La Camera azzurra di Georges Simenon, che avrebbe meritato il Nobel almeno quanto Sartre.  È l’anno di Herzog, opera suprema del maestro di tutti, Saul Bellow. In Italia è l’anno de La battaglia soda di Luciano Bianciardi, uno dei suoi romanzi «risorgimentali». È l’anno di Dietro la porta, il quarto libro del «romanzo di Ferrara» di Giorgio Bassani. È l’anno de Le Due città di Mario Soldati, mai abbastanza celebrato, de Il male oscuro di Giuseppe Berto e dei Tre racconti di Tommaso Landolfi. Libri che resistono tranquillamente a sessant’anni dall’uscita. Per Pasolini, è l’anno delle Poesie in forma di rosa. 

Il 1974 porta il litigio tra Garzanti ed Einaudi per contendersi Corporale di Paolo Volponi, facilità di lettura antitetica rispetto a La storia di Elsa Morante, che uscì in giugno, sempre per Einaudi con la scritta in copertina: «Uno scandalo che dura da diecimila anni». Lo scandalo era, a detta della stessa Morante, un’«ovvietà»: «ogni società umana si rivela un campo straziato, dove una squadra esercita la violenza e una folla la subisce… La vita nella sua realtà sta tutta e soltanto dall’altra parte: con le vittime dello scandalo». Forse era un’ovvietà allora: oggi viene chiamato buonismo. Il successo del libro, immediato (e strenuamente voluto dalla Morante), segnò la divaricazione massima tra il gusto del pubblico e quello di molti critici (di «kolossal» tipo Via col vento parlò Asor Rosa). Ne nacque un dibattito politico-culturale che per un anno coinvolse storici, psicologi, politici, scrittori e che nel 2024 sarebbe impensabile. 

Il 1974 è anche l’anno di Todo modo, il giallo politico di Leonardo Sciascia che decretò l’irresolubilità degli intrighi umani. È anche l’anno in cui Guido Morselli fu pubblicato per la prima volta: il suo romanzo distopico, Roma senza Papa, uscì da Adelphi quando lo scrittore bolognese era già morto suicida, disperato anche per i numerosi rifiuti editoriali che aveva subìto in vita. 

Ci sarebbero gli altri decennali. Fermiamoci al 1984. Con due titoli soltanto: L’amante di Marguerite Duras e L’anno della morte di Ricardo Reis di José Saramago. Resistono, resistono. 

Articolo pubblicato dal Corriere della Sera


Woody Allen al meglio (alla faccia dei detrattori)

Per uscire dall’imperativo del controllo, del dominio del potere, è necessario aprirsi a quegli elementi che ci dispongono ad un altro rapporto con il mondo 

“Ma ha 88 anni!”
E allora?
“Da almeno 40 fa lo stesso film”.
Anche se fosse (ma non è), dovremmo dirgli grazie.
“E poi, tra mogli e figlie…”
Non confondiamo l’uomo e l’artista.

Per cominciare ho voluto riassumere, in corsivo e in estrema sintesi, le critiche più corrive apparse nelle scorse settimane a proposito di Woody Allen e del suo cinquantesimo e ultimo (in ordine di tempo; Dio non voglia in assoluto) lavoro. In tondo le mie risposte, tanto per far capire subito da che parte sto. 

Presentato fuori concorso, il 4 settembre, alla Mostra del Cinema di Venezia,  Coup de chance (Colpo di fortuna) è stato interamente girato a Parigi (dopo Midnight in Paris è la seconda volta che accade), città a cui il regista newyorkese è legato da un feeling particolare. Anche su questo aspetto qualcuno ha malignato: altro che amore per la vecchia Europa, il vecchio Woody non parla e quasi non capisce il francese. Come può avere realmente diretto gli attori, tutti francofoni, che hanno recitato in francese? Rimprovero che il risultato finale, la qualità del film e la palese complicità di tutti gli interpreti smentiscono. Eppure, secondo i detrattori, Allen si è trasferito armi e bagagli in Francia, solo o soprattutto perché gli Americani gli hanno girato le spalle e oltre oceano nessuno gli mette più a disposizione i budget milionari che gli occorrono. Sarà, ma anche di questo allo spettatore che importa?

Lo spettatore, quello che ancora va al cinema e film belli come questo li guarda nelle sale, giudica il prodotto, che è di alta qualità. “Sì” – mi interrompe ancora la voce dei detrattori – “ma i suoi capolavori Allen li ha girati negli anni Settanta e Ottanta e tutti nella Grande Mela” (pensando a Manhattan e Zelig). 

Eh no: alcuni dei suoi film migliori li ha firmati nel nuovo millennio e tra loro – parere personale – c’è anche Midnight in Paris che, con questo Coup de chance, ha in comune una Parigi meravigliosamente filmata dal quasi 84enne Vittorio Storaro. Gli specialisti parlano addirittura di effetto Storaro quando il tre volte premio Oscar (Apocalypse Now e L’ultimo imperatore compresi) mette mano a una pellicola. Il sodalizio tra i due vegliardi ha fruttato 5 film dal 2016 ad oggi: Storaro in questa occasione è tornato nella Parigi che già illustrò mezzo secolo fa per Bernardo Bertolucci. Un’altra Parigi, quella dell’”Ultimo tango”, appena uscita dal ’68, meno cartellonistica e patinata, cromaticamente più uniforme, ma ugualmente memorabile: chi ha amato quel grandissimo film sull’incomunicabilità ricorderà l’appartamento di rue Jules Verne, il ponte Art Nouveau di Bir-Hakeim (già usato anche da Louis Malle in Ascensore per il patibolo e da Kieslowski in Film blu), la Salle Wagram del drammatico ballo finale. 

In Coup de chance Storaro varia maggiormente la sua tavolozza nelle diverse situazioni: noterete la luce diurna e tersa dei cieli parigini, dei jardins, della mansarda, i colori dei vestiti dei due innamorati, in contrapposizione a quelli degli interni algidi, a tratti cianotici, della residenza alto-borghese in cui la protagonista vive con il marito.

Il plot (la trama) non fa una grinza. Naturalmente non anticipo nulla. Sappiate comunque che inizialmente ci si muove entro i confini di una classica commedia, che prende avvio quando due ex compagni di liceo a New York casualmente (fortuita coincidenza) si incontrano per strada, 20 anni dopo. Lui (Alain) dice a lei di esserne sempre stato innamorato.  Lei (Fanny), alle spalle un primo matrimonio durato poco con un musicista tossicodipendente, ha sposato un ricchissimo finanziere (Jean), appassionato di trenini elettrici e battute di caccia, che la ama, non le fa mancare nulla, ma la usa anche come un trofeo da esibire in società. 

Forse anche per questo Fanny non respinge gli inviti dell’ex compagno di scuola, nomade e quasi squattrinato, che ora fa lo scrittore e vive in una mansarda bohème a pochi metri dalla casa d’aste in cui la donna lavora. Alain, al quale le parole non mancano, è abilissimo a risvegliare in lei la comune passione per la letteratura e a farle accarezzare la tentazione di evadere per qualche tempo dal lusso del suo appartamento cittadino, della meravigliosa residenza di campagna, dei gioielli e delle borse griffate, dei domestici sempre pronti ad accorrere. Di camminare, insomma, sulle proprie gambe, libera e indipendente. 

Governata inizialmente dal caso, la vicenda prende una direzione imprevista quando si accaparrano la scena la madre della ragazza, giunta per caso a trovarla, e il marito, possessivo e insospettito dai comportamenti della moglie. Anche quest’ultimo, tuttavia, è chiacchierato per l’origine oscura delle sue fortune economiche e dopo un episodio mai chiarito, che ha visto sparire nel nulla un suo socio in affari, lasciandogli campo libero. 

Insomma, la storia d’amore tra due ex compagni di liceo che si reincontrano dapprima furtivamente sulle panchine del Luxembourg e del Palais Royal, mentre dai tigli cadono le ultime foglie autunnali, poi nella mansarda boho-chic si trasforma in un noir. Un noir nerissimo, ma capace di mantenere sino all’ultimo secondo ritmo e leggerezza, che di Allen sono il marchio di fabbrica. 

Diversamente – e apro una parentesi – dall’altro capolavoro visto ultimamente, Foglie al vento, di Aki Kaurismäki: anche lì una storia d’amore, ma operaia, silenziosa, cupa, un Kammerspiel – direbbe Strindberg – dei nostri giorni, ambientato in una grigia e gelida Helsinki.

Parigi non è Helsinki, ma non è nemmeno New York, culla e teatro alleniano di una vita intera. Finzione – i due protagonisti, ex studenti nella Grande Mela, che il destino porta nel Vecchio Continente – e realtà (Allen che gira, come detto, ben due film nella Ville Lumière: tra questi anche il mio preferito, il fortunatissimo Midnight in Paris del 2011), giustapposte. 

Qui aleggia – anzi viene a un certo punto citato esplicitamente – il miglior Simenon. Commedia travestita da thriller o thriller vero e proprio? È uno, ma solo uno degli aspetti su cui discutere parlando di Coup de chance, che tale – comunque lo si guardi – si rivela a coloro che decideranno di andarselo a guardare. 

Naturalmente il coup de théâtre finale – che, il giorno della prima a Venezia ha scatenato un applauso a scena aperta, seguito da 3 minuti di standing ovation – è anch’esso un’invenzione fulminante e di gran classe, “una delle idee più geniali dell’intera filmografia del cineasta, nonché una delle più genuinamente divertenti” come scrive Corrado Monina in “Eco del cinema”. Roberto Escobar (autore di Il mondo di Woody, il Mulino, 2020), in Domenica del Sole 24 ore del 10 dicembre e Mariarosa Mancuso (il giorno prima sul Foglio) gli hanno dato il massimo dei voti e delle stelle.  

E allora, Provaci ancora, Woody!

  • Coup de chance, di Woody Allen, interpreti Lou de Laâge, Niels Schneider, Melvil Poupaud, Valérie Lemercier, Gravier Productions, Perdido Productions, 2023, 93 minuti. In cartellone in Ticino almeno fino a mercoledì 10 gennaio al Cinema Iride di Lugano.

Nell’immagine: l’attrice Lou de Laâge nella parte di Fanny


In Palestina il pacifismo non è utopia, è una soluzione

Per uscire dall’imperativo del controllo, del dominio del potere, è necessario aprirsi a quegli elementi che ci dispongono ad un altro rapporto con il mondo 

Come molti bravi svizzeri anch’io, augurando Buon Anno fra un pranzo di Natale e un brindisi di Capodanno, ho invocato la Pace, la fine di tutte le guerre in corso! Forse per esorcizzare quel gran senso di impotenza? Le solite “belle parole” vuote di una pacifista un po’ troppo idealista (nella migliore delle ipotesi), o semplicemente di un’ignorante che vive comodamente fuori dalla realtà? Però a volte queste parole le condivide anche chi invece è immerso nella brutale realtà della guerra come ad esempio Maoz Inon, un cittadino israeliano i cui genitori sono stati uccisi durante gli atroci massacri perpetrati da Hamas il 7 ottobre scorso. 

“Alle 7 e 30 del 7 ottobre mi sono svegliato e ho visto un messaggio dei miei genitori in cui dicevano che si erano rifugiati nella stanza di sicurezza del loro Kibbutz. Ho provato a chiamarli alle 7 e 45 ma non hanno risposto. Sono stati uccisi quel giorno. Mio padre aveva 78 anni e mia madre 76. Abbiamo fatto una settimana di lutto e poi mi sono accorto che avevo una missione. L’obiettivo numero uno è un cessate il fuoco immediato, perché la guerra non è la risposta, non farà altro che aggravare ulteriormente il ciclo della violenza. Quindi ribadisco: fine della guerra e cessate il fuoco. Il secondo obiettivo è riportare a casa coloro che sono stati rapiti da Hamas. Infine, dobbiamo inviare un messaggio di speranza per un futuro migliore, cioè che israeliani e palestinesi vivranno insieme fra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo. So che accadrà. La domanda è: quante vittime innocenti dovranno ancora morire prima che raggiungeremo questa soluzione sostenibile?
(Intervistatrice) Parli così pensando alle future generazioni?
Certo, se uccidiamo tutti i militanti di Hamas e migliaia di persone a Gaza, cosa credi che faranno i loro figli e nipoti? Scorrerà solo più sangue e altro sangue.”
Maoz Inon,( Presa diretta, 30 ottobre 2023, RAI3).

Per molte vittime il pacifismo sembra dunque la soluzione più realistica per ottenere una pace duratura in Palestina. Un’opzione politica che forse oggi condividerebbero anche Gandhi e Mandela visto che avevano scelto di lottare disarmati contro l’oppressione dei loro popoli? 

Pure da noi sempre più persone aderiscono a questa forma di realismo politico. Proprio in questi giorni un gruppo spontaneo del Malcantone intende “…mandare un messaggio al nostro governo affinché si adoperi per un cessate il fuoco immediato, per la liberazione immediata di tutti gli ostaggi, per l’accesso alle cure e ai beni essenziali alla popolazione palestinese assediata e per una mediazione tra le parti in vista di una Pace equa e duratura che rispetti i diritti dei popoli coinvolti”. E ha previsto un raduno a Sessa domenica 7 gennaio alle 16.30 davanti alla chiesa di San Martino ”…per manifestare in modo pacifico e silenzioso la nostra solidarietà con il popolo palestinese e con tutte le vittime del conflitto tra israeliani e palestinesi.”


E la cometa?

Per uscire dall’imperativo del controllo, del dominio del potere, è necessario aprirsi a quegli elementi che ci dispongono ad un altro rapporto con il mondo 


Secondo la Torah non può esserci nessuna pace senza giustizia

Per uscire dall’imperativo del controllo, del dominio del potere, è necessario aprirsi a quegli elementi che ci dispongono ad un altro rapporto con il mondo 

Di Roberto Della Rocca, La Repubblica

La coincidenza piena tra giustizia e pace, di cui troviamo un riferimento esplicito nel Salmo, 85; 11 «… bontà e verità si incontrano, giustizia e pace si baciano…», sembrerebbe appartenere solo alla dimensione messianica. La giustizia e la pace non sarebbero una realtà di questo mondo, ma una ricerca e un’aspirazione ininterrotta dell’uomo. Nella saggezza ebraica, la ricerca della pace non si trasforma mai in un’adesione cieca al pacifismo assoluto. Quest’ultimo è una dottrina che eleva la pace — o più precisamente, l’assenza di conflitti — a valore supremo, mettendo in ombra altri importanti principi etici. In una prospettiva più pragmatica la Bibbia ebraica riconosce che «c’è un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace» (Ecclesiaste, 3; 8). Di conseguenza, anziché proibire la guerra la Torah mira a regolamentarla, imponendo limiti ben definiti per contenere l’impeto distruttivo.

Questo avviene perché la tradizione ebraica è impegnata a sviluppare una comprensione di guerra e pace che tenga conto dell’ampia gamma di valori che nobilitano la vita umana e della complessità delle situazioni con cui persone e nazioni sono costretti a confrontarsi. Attraverso questo approccio, si cerca di evitare un’interpretazione superficiale e astratta dell’idea di pace che potrebbe condurci verso comportamenti retorici e eccessivamente indulgenti. Ciò ingenera spesso forme di buonismo indistinto che si trasformano irreparabilmente in una connivenza con il male. Non è possibile assimilare ogni guerra, né uniformare sotto un unico standard morale le motivazioni che le innescano. Vi sono guerre di aggressione e guerre di difesa, così come azioni militari intraprese per prevenire tragedie di maggiore entità, quali eccidi e crimini contro l’umanità. A volte quel tentativo un po’ ipocrita di superare le divisioni a favore di una presunta   equivalenza   etica può scivolare in quel gelatinoso conformismo per il quale «siamo tutti vittime», che altro non significa «nessuna vittima», uguale a «nessun carnefice».

Non si può costruire il bene e declamare la pace se prima non si elimina il male: «… allontanati dal male e fai il bene, cerca la pace e inseguila» recita il Salmo, 34; 15. Non è sufficiente limitarsi a proclamare intenzioni; è necessario agire costantemente per realizzarle. Il termine shalom, pace, presente nella Bibbia ebraica oltre 200 volte, raramente corrisponde al significato un po’ limitato che gli viene attribuito nella cultura occidentale moderna: mera assenza di conflitto, cessazione delle ostilità, un ordine (ri)stabilito sotto un potere riconosciuto e legittimo analogamente alla “pax romana”.

Tali interpretazioni del concetto di pace sono, per così dire, strumentali, poiché si inseriscono nell’idea di “shalom” solo se contribuiscono a favorire una vita pienamente realizzata, ricca nelle sue molteplici dimensioni e compiuta, nonostante le contraddizioni intrinseche in ogni esistenza umana. Ridurre il termine “shalom” a “pace” è un’interpretazione troppo limitata. Nell’ebraico, la radice di “shalom”, pace, deriva da “shalem”, che significa completo, integro, perfetto. Il Maharal di Praga (1512-1609) sottolineava che solo l’Eterno rappresenta la pace: il Suo Nome è Shalom, che non è solo un attributo, ma la Sua essenza. In un mondo segnato dai conflitti, dove manca la pace, manca anche la completezza. Di questa incompiutezza e dei tentativi per ricomporre le fratture e le scissioni determinate dalla guerra si parla in maniera significativa nella Bibbia nel capitolo 17 dell’Esodo, quando viene descritto l’attacco proditorio di Amaleq al neonato popolo ebraico. L’aggressione di Amaleq è la prima esperienza di guerra del popolo ebraico all’indomani  della sua uscita dall’Egitto, il primo vero conflitto di cui parla la Torah. Una vittoria così importante che a Mosè fu comandato di scriverla nel suo Libro e farla diventare, a pieno titolo, un momento paradigmatico dell’esperienza storica dell’ebraismo. Questa guerra assurge a qualcosa di più di un semplice conflitto armato. Amaleq e il suo popolo, gli amaleciti, divengono un archetipo: la memoria perenne della valenza disgregatrice della guerra. Per ricollegarci all’etimologia di shalom, shalem, Amaleq è non solo la negazione della pace, ma soprattutto la negazione della compiutezza, persino di quella divina. Molti Maestri del misticismo ebraico hanno visto nella mancanza di compiutezza divina, una allusione alle tragiche esperienze di “eclissi di Dio” che hanno caratterizzato molta parte della storia ebraica. La Tradizione ebraica vede in Amaleq l’archetipo dell’antiebraismo gratuito e irrazionale presente in tutte le generazioni, il precursore di quanti, nei secoli a venire, minacceranno l’esistenza di Israele. Tanto è vero che il preciso ammonimento «Ricorda ciò che ti ha fatto Amaleq», ribadito dalla Torah (Deuteronomio 25, 17), è annoverato fra i 613 precetti ai quali l’ebreo deve informare la sua vita. Nel primo libro di Samuele, capitolo 15, si racconta della guerra che re Saul condusse contro il popolo di Amaleq. Contravvenendo alle esplicite istruzioni del profeta Samuele, Saul decide di non eliminare Agag, il re nemico. Questa violazione scatena una decisa riprovazione da parte del profeta, che predice la fine del regno di Saul in favore di una nuova dinastia. Samuele chiede che il re nemico sia portato davanti a lui e lo uccide personalmente. Il re Saul, di fronte all’ordine di distruggere gli amaleciti, manifesta incertezza, influenzato dai principi biblici di rispetto per la vita. Come risposta, una voce divina gli ricorda l’Ecclesiaste 7:16: «Non essere eccessivamente giusto». La severità del profeta Samuele ci lascia perplessi e continua a sorprenderci, e un’analisi superficiale di questo racconto potrebbe portare erroneamente a dedurre un allontanamento dai fondamentali principi etici di fronte a nemici implacabili. Ma, nonostante l’ordine divino di sterminare gli amaleciti sia circoscritto a una situazione specifica, tale interpretazione vuole porre in risalto la deficienza di Saul come leader, specialmente nella sua capacità di fronteggiare la minaccia di eliminazione del popolo ebraico da parte di Amaleq. Un insegnamento rabbinico derivante da questo episodio afferma che «chi si mostra indulgente nei momenti che richiedono fermezza finirà per essere inflessibile in quelli che richiederebbero clemenza». Amaleq, l’archetipo di un conflitto metastorico, provoca una terribile frattura che soltanto un forte e saldo legame tra le generazioni potrà ricomporre. La nostra possibilità di restituire al Creatore la sua compiutezza, e di trionfare su Amaleq e su ogni forma di disgregazione, sia individuale che collettiva, dipende dalla forza delle generazioni, di maestri e discepoli, di genitori e figli, capaci di sviluppare un dialogo sano e libero da concetti corrotti e malati. Malachia, l’ultimo dei profeti di Israele, sintetizza proprio in questa relazione la realizzazione dei giorni messianici e la restaurazione della vera pace: «e ricondurrò il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri» (Malachia 3, 24).

Ogni ebreo al termine della Amidà, parte principale delle tre preghiere quotidiane, recita la formula: «… Concedi una pace buona su di noi…». La pace non è tale se solamente tacciono i cannoni, perché sia completa dovrà essere buona. Se tacciono i cannoni è già un gran successo, ma è solo il punto di partenza verso la buona pace, che sarà prima di tutto rispetto per ogni persona. Per questa ragione, quando l’ebreo recita questa benedizione si ritira facendo tre passi indietro, come un suddito che si congeda dalla presenza del proprio sovrano. Un’interpretazione suggestiva di questo gesto mette in evidenza come per raggiungere la pace è necessario essere disposti a retrocedere non di uno, ma di tre passi. E proprio di questo indietreggiamento si avverte oggi l’urgenza, liberarsi dai pregiudizi e dai luoghi comuni che stanno alimentando una demonizzazione assoluta e una delegittimazione di Israele dai risvolti poco limpidi.

L’autore è rabbino e direttore del Dipartimento Cultura dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane
Nell’immagine: la lettura della Torah


Meglio saperlo prima?

Per uscire dall’imperativo del controllo, del dominio del potere, è necessario aprirsi a quegli elementi che ci dispongono ad un altro rapporto con il mondo 

Che cosa bisogna conoscere, prima di avvicinare una creazione artistica?

Può sembrare una domanda oziosa, di chi ha tempo da perdere in speculazioni estetiche, ma in realtà non è così, perché il risultato di una fruizione artistica – musicale, cinematografica, teatrale, museale… – può essere radicalmente diverso se da noi spettatori vengono o meno pretese nozioni e conoscenze preliminari (e se, in caso affermativo, qualcuno ha avuto il buon cuore di avvisarci).

Ad andare all’opera senza sapere nulla della trama o del libretto, in tantissimi casi si rischia di non capirci nulla. E spesso non è nemmeno possibile riconoscere se quel cantante agghindato d’oro che entra ora in scena, è lo stesso che era uscito dieci minuti fa trafitto da un’alabarda o invece è quel suo cugino che vorrebbe soffiargli trono e consorte.

Ad andare a concerto senza sapere che stai per affrontare intricati contrappunti bachiani che si risolveranno solo un’ora e mezzo più tardi, oppure sottilissime nuance di rumori generati con il sassofono baritono che hanno cambiato il corso della sperimentazione avanguardistica degli anni ’70, si rischiano pure cocenti delusioni. O forzose pennichelle che a casa, senza l’onere del biglietto, sarebbero senz’altro venute meglio.

Il cinema, di contro, è l’arte che spesso si ritiene portatrice di un’esperienza autosufficiente, per cui non sono necessarie allo spettatore informazioni precedenti al contatto con l’opera: semplicemente cominci la visione e ti viene raccontato tutto quello che serve per godere a fondo l’esperienza artistica. E se mancano informazioni fondamentali – di trama, di contesto narrativo, storico, psicologico, estetico,… – è solo perché il regista non ha voluto che tu le sapessi.

Due recenti approdi in sala e su piattaforma sembrano però contraddire questa legge non scritta, per cui un’informazione preliminare sarebbe ed è fondamentale per godere appieno del Maestro di Bradley Cooper e della Priscilla di Sofia Coppola. Entrambi i film trattano – direttamente o indirettamente – di due dei più importanti musicisti del secondo novecento americano: Leonard Bernstein ed Elvis Presley. “Trattano” è in realtà un verbo fin troppo generoso, varrebbe forse meglio “sfiorano” oppure “evocano”, perché quella attorno ai due geni della classica (ma anche del musical) e del rock non è certo una trattazione nel senso di un’informazione esaustiva, bensì un prendere spunto dalle loro vicende umane – prima ancora che artistiche – per rappresentare sfumature anche profonde della loro esistenza.

Ed è qui che le informazioni preliminari sarebbero necessarie, visto che nei film non appaiono quasi per nulla: senza sapere dell’eccezionalità e dell’innovatività di Bernstein come pianista, direttore, compositore e divulgatore poco ci interesserebbe del suo ménage familiare, della difficoltà di tenere in piedi un matrimonio e una famiglia quando si è dichiaratamente bisessuali. Eppure, il regista Bradley Cooper evita con cura di soffermarsi sui molti e oggettivi successi raccolti da Bernstein in una vita che è stata dedicata con tutte le energie alla musica. Così come la quasi segregazione cui è stata sottoposta Priscilla Presley dal famosissimo marito apparirebbe sotto tutt’altra luce – senza diminuire in gravità – se si ricordasse che i mesi trascorsi lontano da Graceland vedevano Elvis impegnato in uno dei più luminosi percorsi di scrittura della storia musicale.

Non si tratta di giustificare o di relativizzare le responsabilità private dei grandi artisti, ma il racconto dei loro “dietro le quinte” interesserebbe davvero poco se non ci fosse anche il corrispettivo “davanti le quinte”, che in questo caso i due registi danno per scontato. Un po’ come successe nel 2004 con il meraviglioso Last Days di Gus Van Sant: un gorgo di situazioni ed emozioni che inevitabilmente trascinavano verso l’epilogo tragico, che se però non sapessimo fortemente ispirati alla vicenda umana e artistica di Kurt Cobain meriterebbero poco più di un «e chi se ne frega!».

Un tacito accordo tra regista e pubblico che quindi si può dare per acquisito, quello della Coppola e di Cooper? Forse, ma non tutti gli spettatori di oggi si ricordano la portata rivoluzionaria di West Side Story e l’ostracismo che quel musical procurò al “classico” Bernstein, e che proprio il dilemma classico/contemporaneo lo dilaniò praticamente tutta la sua vita almeno quanto la questione dell’orientamento sessuale. Così come la pressione sociale e al tempo stesso l’innovazione culturale di cui Elvis fu protagonista sono dati oggettivi che non tutti possono ricordare all’ingresso di una sala cinematografica, ma che non dovrebbero mancare ogni volta che si voglia accennare a lui, anche solo in quanto essere umano, anche solo di riflesso.

Nell’immagine: Bradley Cooper nelle vesti di Leonard Bernstein


“Le terga in una stanza”, ovvero il peggio del pop e rock italiani

Per uscire dall’imperativo del controllo, del dominio del potere, è necessario aprirsi a quegli elementi che ci dispongono ad un altro rapporto con il mondo 

“Le terga in una stanza” sarebbe il titolo perfetto sul quale far calare il sipario. Il riferimento è all’ ultima di una lunga serie di polemiche che hanno agitato i media e infiammato i social italici. “Il culo in una stanza”, pardon:  “Le terga in una stanza” si riferisce alla polemica tra Paoli – “oggi emerge chi mostra il culo” – e Elodie – “anche grandi artisti posson esser delle me**e” – a sigillare l’infinto scontro tra le differenti scuole di pensiero, tra chi promuove la libertà di mostrar le proprie mercanzie e chi “vade retro Satana”, il focus deve esser posto sulla musica. Si evince che nel sistema odierno, quello mainstream, quello figlio di una industria musicale in ginocchio e in fase di trasformazione, che  più si mostrano le armi di seduzione di massa più si acchiappano consensi, followers, articoli; e si mascherano al contempo le carenze artistiche, a tratti abissali.  

Non parlo ovviamente di chi ha giocato già nel corso del tempo con la propria fisicità e sessualità a complemento di una certificata caratura artistica e musicale. Dal bacino basculante di Elvis a Iggy Pop, che ha fatto del suo fisico una sorta di marchio di fabbrica, da Bowie che ha giocato con la sessualità androgina a Jim Morrison che per essersi calato i pantaloni sul palco è finito in gattabuia di esempi ne abbiamo collezionati a bizzeffe.  E in tempi più recenti ricordate i tour provocanti di Madonna o le mise di Cher?  Un tempo erano loro, oggi invece abbiamo Elodie, Arisa, Annalisa, Achille Lauro, Damiano dei Manskin. La gara è rimanere in mutande, per chi le indossa ancora. Non a scrivere “Light my fire”, “Lust for life”, “Heroes” o “Il cielo in una stanza”. Canzoni che hanno attraversato il tempo e lo spazio, vincendoli con levità e una qualità espressiva ed artistica  a dir poco straordinarie.  

Breve digressione: avete notato che la maggior parte dei capolavori che hanno edificato la storia della musica pop e rock recano poche firme autoriali, tendenzialmente e al massimo dei binomi? Che so Jagger- Richard, Lennon- McCartney, Reed-Cale, John-Taupin, Page-Plant? Ma anche Battisti-Mogol quando ovviamente non sono gli stessi interpreti a scriversi testo e musica? Oggi i successi pop del mainstream italiano vantano una panchina di autori che neppure quella dell’Inter di Moratti. Ma i risultati? 

Nell’anno ormai appena passato il mainstream musicale italiano, quello sempre più povero, come non mai, e figlio di un analfabetismo preoccupante, musicale, culturale, lessicale e sentimentale ha dato il meglio di sé. A fronte di una produzione artistica spesso di qualità scadente, a tener banco sui principali media tradizionali e non, sedicenti artisti e argomenti il cui peso specifico è nullo, e che con la musica proprio non c’azzeccano. Il bacio tra Fedez e “non mi ricordo chi” a Saremo, le baruffe estive tra Meneguzzi e J Ax, l’ennesimo sbrocco di Morgan a X Factor, le nudità delle varie Elodie e Arisa e via discorrendo. Elette a eroine contro il patriarcato! In tutto questo tramestio la musica è spesso la grande assente tanto nella “leggera” quando nel pop italico; salvo lodevoli eccezioni.  Come lo è ormai da tempo dai principali talent, davvero alla frutta, primo fra tutti X Factor: dati d’ascolto a picco, giudici inadeguati al ruolo, proposte scadenti. Un circo barnum caciarone e patetico nel quale la musica è ridotta una volta ancora a mero orpello.   

Seconda breve digressione: avete notato come stanno iniziando a circolare con una certa puntualità docufilm dedicati a che so: i “Ferragnez” o Ilary Blasi? L’ultimo in ordine di apparizione è quello che ha Achille Lauro come protagonista: «Un film sulla mia vita come un poema epico», che già fa ridere così. Il meccanismo è sempre quello: infanzia infelice e problemi famigliari che accendono l’empatia del pubblico, la retorica delle lacrime e la commiserazione, e poi la strada, le amicizie deviate, i furti al supermercato e la redenzione grazie alla musica. Per consegnarti anche quale  paladino di una presunta generazione. Così come se esponi i tuoi problemi psichici, leggasi Fedez, hai garantito fiumi di inchiostro più che se invadi uno stato qualsiasi. 

Ps. L’annunciato concerto di Lauro a Roma in occasione della fine dell’anno è stato annullato causa scarsissima prevendita di biglietti, nonostante lo sperato traino del biopic di cui sopra.

Per fortuna la bellezza esiste ancora, esisterà sempre. La troviamo “altrove”. In un “altrove” davvero ricco di declinazioni artistiche ma che non ha diritto di cittadinanza nei palinsesti televisivi e radiofonici dei grandi network commerciali e, sempre più spesso,  sulle pagine dei quotidiani nazionali, più attenti a rincorrere e amplificare il nulla o giù di lì.  Un altrove importante, eccitante e urgente. Dobbiamo frugare nei circuiti alternativi contemporanei se non vogliamo crogiolarci col passato, esercizio comunque fonte di gioia:  rileggere i classici è sempre formativo ed eccitante.  

Questa bellezza la troviamo spegnendo i programmi televisivi che impongono e marciano sui soliti noti. Che sono una minoranza, anche se “esasperati” al parossismo. 

Cercare questa bellezza che si esprime attraverso l’arte, la cultura e la comunicazione è vitale. È una forma di resistenza etica alla barbarie sociali e del “mercato”. L’arte è bellezza, elevazione dell’anima, capacità visionaria, identità e tanto altro ancora. E l’elenco è ricco assai anche se ci riferiamo alla sola musica italiana. Ottima, grande musica e contenuti distanti anni luce dal quel mainstream che sta implodendo nonostante si mostrino con un certo affanno numeri e cifre clamorose tra live, vendite e streaming. Ma anche qui il Re è sempre più nudo, appunto in mutande da quando qualcuno si è messo a verificare e a far i conti in tasca aprendo il classico vaso di Pandora. Cifre gonfiate, biglietti dei concerti invenduti, acquisizioni di streaming e follower per gonfiare il personaggio di turno con lo scopo di amplificarne l’“hype”. Che significa garantirne la visibilità sui media, tradizionali e non, per fare rumore, proseguire con una narrazione fallace per la quale la musica di consumo sia davvero solo quella. Argomento comunque interessante e complesso, che merita un approfondimento per i tasti che tocca – economici, industriali, relativi alla comunicazione –  e che inoltre ci parla “dell’estetica” ma anche dell’etica dominante di una società. 

Buon Sanremo comunque! Mancano giusto poche settimane…

Nell’immagine: dettaglio dalla locandina del biopic “Ragazzi Madre – L’Iliade” di Achille Lauro


“Le mie prigioni e il futuro della Russia”

Per uscire dall’imperativo del controllo, del dominio del potere, è necessario aprirsi a quegli elementi che ci dispongono ad un altro rapporto con il mondo 

Dal nostro corrispondente da Mosca

Boris Kagarlitsky, sociologo e politologo di fama internazionale e attivista di sinistra russo, dopo 4 mesi è uscito dal carcere. Fortunatamente, per l’accusa di aver “approvato il terrorismo” è stato condannato solo a una multa pecuniaria. Comunque, non potrà più svolgere attività di docenza o professionale in Russia.

L’opposizione ha tirato un respiro di sollievo, perché il dissidente rischiava fino a sei anni di detenzione nonostante i 65 anni di età. Pur non potendo, entrare nei dettagli della vicenda giudiziaria, abbiamo parlato con Boris della sua esperienza di prigionia e sulle riflessioni sullo stato generale del Paese.

Questa è la prima intervista che Boris concede da quando ha lasciato il carcere di Siktyvkar (Repubblica Komi) che si trova a 1300 chilometri da Mosca e siamo felici di poterla proporre su Naufraghi/e, che già lo aveva intervistato lo scorso anno. In lingua italiana (ed. Castelvecchi) è già uscito il suo volume “L’impero della periferia. Storia critica della Russia dalle origini a Putin”, e in primavera per lo stesso editore avremo il suo nuovo libro “La lunga ritirata”, un’ampia riflessione sulla sconfitta della sinistra europea e sulle sue prospettive. 

Riassumiamo per i lettori che non hanno potuto seguire da vicino la tua vicenda, i motivi che ti hanno portato alla detenzione

Ufficialmente sono stato accusato di “approvare il terrorismo”. Come prova di questo mio presunto reato hanno usato uno stralcio di un video dove commentavo l’attacco ucraino al ponte di Crimea dell’ottobre 2022. Il titolo del video era “Il saluto esplosivo del gatto del ponte”. Facevo riferimento scherzoso a un gatto che effettivamente vive su quel ponte e di cui tutti i blogger avevano parlato quando Putin era giunto in Crimea il giorno precedente all’esplosione. La mia era solo una battuta sarcastica, nulla di più. A fronte di ciò anche il giudice ha dovuto riconoscere che non c’era alcuna approvazione del terrorismo da parte mia, anche se ovviamente non mi potevano mandare assolto. In realtà, i motivi del mio arresto erano diversi da quelli ufficialmente dichiarati. Alla metà dello scorso anno, infatti, era in corso una campagna per chiudere la bocca a tutti i personaggi più o meno noti che criticavano il potere, non importa se di destra o di sinistra. Non fui arrestato solo io ma anche un personaggio reazionario come Igor Strelkov per esempio. 

Comunque, alla fin fine, ti sei fatto quattro mesi e mezzo di carcere

Sì ma non era la prima volta. Sono stato in prigione in epoca sovietica ai tempi di Breznev, quando avevo formato dei “club socialisti”, e poi nel 1993 e ancora nel 2001. Devo dire che da allora qualcosa è cambiato in meglio…

Ecco, raccontaci come sono le carceri russe. In Occidente abbiamo l’idea che possano assomigliare a qualcosa di tenebroso a metà fra le celle dell’impero zarista e le baracche dei gulag

Bisogna subito dire che in Russia sono previste diverse forme di detenzione, più o meno dure. Io sono finito, per fortuna, in una delle celle meglio attrezzate. Eravamo quattro e colui che, per modo di dire, se la passava meglio era un detenuto che attendeva il processo già da più di sei anni.  Per questo era già molto ben organizzato e aveva la sua TV e il suo frigorifero, che ovviamente aveva acquistato di tasca propria. Era molto rispettato nel carcere. Per cui, per esempio, i secondini non potevano mettere nella sua cella un detenuto che non gli fosse gradito. Ma questa, va ricordato, era una prigione per detenuti in attesa di giudizio. Ci sono poi i lager, ovvero dove si sconta la pena se si è condannati, che sono assai peggio. Sono spesso strutture isolate nei boschi e dove c’è l’obbligo di lavorare. Anche se poi le scappatoie ci sono sempre: un detenuto che stava lì con me anche se era stato condanno era potuto rimanere in qualità di cuoco. È stata una cosa vantaggiosa perché in quanto suo conoscente ti garantiva sempre una razione maggiore di rancio. Si possono anche acquistare prodotti alimentari nello spaccio interno (che comunque è molto caro) e anche ordinare la pizza all’esterno che però ti arriva il giorno dopo, ovviamente fredda.

Quali erano i tuoi rapporti con gli altri detenuti? In Russia siamo ormai abituati al fatto che tutti temono di parlare di argomenti “vietati” come la guerra o la corruzione del potere

In carcere nessuno ha paura di parlare. Del resto a cos’altro potrebbero essere condannati? Da questo punto di vista è paradossalmente un’oasi di libertà. In generale i detenuti hanno un atteggiamento molto critico su quanto avviene nel Paese. Non ho incontrato nessun che fosse entusiasta per la guerra in Ucraina. Ma c’è un aspetto da sottolineare: la persona che si dichiara contraria alla guerra potrebbe, allo stesso tempo, essere disposta ad andare a combattere perché ciò consente di uscire di prigione. Cercano di sfruttare questa possibilità soprattutto i detenuti che devono scontare più di cinque anni di reclusione. Se la pena è inferiore, preferiscono restare in carcere e non rischiare la pelle.Ho conosciuto anche un detenuto che era stato in Ucraina come volontario e poi, una volta tornato, lo avevano di nuovo arrestato. Anche lui era comunque contrario alla guerra. 

In Russia i detenuti comuni sono separati da quelli politici?

In epoca sovietica c’era questa separazione, ora no. Oggi suddivisione nelle carceri russe è diversa. Si separano quelli che creano problemi da quelli che non ne creano; tra quelli di “bassa qualità” e quelli di “alta qualità”. Stupratori, spacciatori, ecc. sono considerati ovviamente di “basso livello” e non fanno certo una bella vita dietro le sbarre. Due delle persone che erano in cella con me erano accusate di omicidio ma venivano da “strati sociali rispettabili” essendo degli ex imprenditori, per cui venivano comunque considerati di “alto livello”.  

Per quanto riguarda i rapporti con l’esterno, per esempio la corrispondenza?

La ricevevo. Passava per la censura ovviamente. Due lettere sono state bloccate perché mi informavano che stava girando la voce che Putin fosse morto. Potevo anche scrivere. Ho potuto scrivere quattro articoli, ovviamente non attinenti ai “temi caldi”. Qualcuno ha iniziato a incitarmi a scrivere dei “quaderni dal carcere” ma mi sono rifiutato rispondendo che non avevo intenzione di stare a lungo in carcere come Gramsci!

Si possono ricevere libri in carcere?

Per i libri la situazione è complicata. C’è la biblioteca interna ma che contiene solo letteratura, niente saggistica. Anche dall’esterno si può ricevere solo letteratura. Un ulteriore problema è dovuto al fatto che non esiste un catalogo della biblioteca del carcere. Per cui devi chiedere un titolo a caso e dopo un po’ la bibliotecaria ti comunica se il titolo è disponibile o meno. Io chiedevo ai miei compagni di cella cosa avessero letto, così un’idea su cosa chiedere l’avevo. Si legge molto in carcere per passare il tempo.

Niente saggistica, peggio che in Italia durante il fascismo

Il primo mese e mezzo la bibliotecaria era malata, e non ho potuto ordinare niente. Per cui successivamente mi sono accontentato.

In quanto sociologo cosa hai colto della composizione sociale dei carcerati? Si tratta soprattutto di proletari o sottoproletari?

Sì, molti proletari ma anche tanti funzionari statali in carcere per corruzione. C’era anche l’ex vice sindaco di una cittadina. Era in carcere per omicidio. Aveva ucciso involontariamente una persona durante una rissa tra ubriachi seguita alla festa della città. C’erano poi vari imprenditori legati a organizzazioni criminali. Naturalmente tanti operai, disoccupati, giovani. Un caleidoscopio di tutta la società russa. Molti crimini sono legati al reddito. Al reddito che non c’è o che è insufficiente per vivere. 

Vivendo a Mosca si ha quasi l’impressione che la criminalità in Russia non esista, che il regime operi per dare un’immagine di tranquillità e di sicurezza. Neppure sui giornali “mainstream” vengono riportati casi di cronaca nera

Non è proprio così. Ogni sera va onda in Tv “Dejurnaja Cast” (“Stazione di servizio”) una trasmissione molto vista dai detenuti, in cui si parla di cronaca nera. Poi c’è una trasmissione quotidiana di cronaca nera sulla Tv locale che dura un’ora e in cui molti detenuti riconoscono amici e parenti coinvolti in qualche brutto affare… 

E i migranti?

Ovviamente ci sono molti migranti in carcere . Soprattutto uzbeki, molto meno kazaki. Si tratta di circa del 15-20% della popolazione carceraria. Poi ci sono gli elementi della diaspora post-sovietica, soprattutto di origine azera.

Questa condizione, diciamo ‘estrema’, ti ha condotto a fare delle riflessioni sulla società russa in generale? 

In carcere hai la possibilità di incontrare persone che normalmente non frequenteresti. Nella mia visione, molta gente che è in galera non si può definire criminale. Non hanno quella “tendenza interiore” al crimine. Si tratta perlopiù di gente che supera i confini della legalità con relativa facilità. Gente per cui delle piccole infrazioni della legge sono abituali e che prima o poi finiscono arrestate. C’era per esempio un giovane che si era scazzottato coi vicini perché avevano la musica alta. Non era un criminale, semplicemente una persona che aveva facilità a risolvere le controversie in quel modo. Per questa gente oltrepassare certi limiti non è così grave. 

Ti conosco come una persona ottimista, sia dal punto di vista individuale che politico. Dopo questa esperienza lo sei ancora?

Sì, sono un ottimista di natura. Ero convinto che non sarei rimasto in galera a lungo e così è stato. Ho dei motivi per essere otimista. Se credi che ti succederanno cose positive aumentano le possibilità che esse realmente avvengano. 

Sai che in merito alla tua reclusione, sui social qualcuno ci ha anche scherzato: “Il potere non sa cosa significa arrestare Kagarlitsky. Ai tempi dell’Urss, dopo che lo arrestarono, quasi subito morì Breznev!

…e figurati che dopo il mio ultimo arresto è iniziata a girare la voce che Putin era morto e quella che vedevamo in Tv era solo una controfigura!

Anche Gorbaciov prima di morire intitolò la sua autobiografia “Io resto ottimista”, tu perché lo rimani?

Bisogna ammettere onestamente che di solito le vicende come la mia non finiscono bene. Il fatto di essere un docente universitario, un politologo e un sociologo conosciuto anche all’estero, mi ha aiutato molto. E non solo, mi ha aiutato la campagna dell’opinione pubblica a mio favore. Anche qualcuno che sta al vertice ha pensato che fosse meglio lasciarmi andare, che il mio caso li danneggiava più che avvantaggiarli. Però se fosse successa la stessa cosa a un attivista di sinistra o dei diritti civili di provincia nessuno lo avrebbe aiutato. Lì in carcere c’era per esempio un attivista che aveva criticato il governo sul suo blog e, per il mio stesso reato, stava scontando cinque anni e mezzo di prigione. 

A me è andata bene e sono contento, ma l’ingiustizia resta evidente. Dal punto di vista politico posso dire questo: certo alle presidenziali di marzo Putin verrà rieletto, ma il solo fatto che una parte dell’opinione pubblica pensa che egli sia morto e al suo posto ci sia una controfigura la dice lunga sulla credibilità di queste elezioni. La gente crede molto meno nel sistema rispetto a sei anni fa. Per la prima volta la gente pensa in cuor suo che non siano elezioni legittime. La situazione è diversa anche per la nomenklatura burocratica. La burocrazia è stanca di dover risolvere problemi che il Cremlino continuamente crea. Per esempio, in molti pensano che queste elezioni non servano, nel momento i cui devono affrontare ben altri problemi. In provincia questo malessere è ancora più evidente che a Mosca. Si tratta di un fenomeno nuovo. 

La Russia è sull’orlo di una crisi in cui il pericolo maggiore viene non dal popolo ma dalla burocrazia. Quest’ultima tende sempre di più a sabotare i progetti del governo, a rallentarli. Più avanti si mobiliterà anche il popolo, ma per ora il fattore di destabilizzazione principale è la burocrazia. Il potere non è in grado di risolvere alcun problema. Prosegue sulla strada della repressione e della propaganda e accumula problemi. Come dice un detto russo: “per guarire il malato rompono il termometro”. Pensano che non affrontandoli i problemi si risolveranno da soli. Il livello dei problemi che si sono accumulati non può conoscerlo l’opposizione, ma è più interessante che non lo conosca neppure il potere. Quando e come tutto ciò si trasformerà in protesta sociale nessuno lo sa. Ma è certo che per motivi diversi tutte le classi oggi in Russia sono scontente e incerte.

Nell’immagine: Boris Kagarlitsky al momento dell’ultimo arresto