Una forbice che fa male alla democrazia

La politica della destra liberista, smentendo l’assunto del benessere per tutti, ha spalancato le porte alle destre populiste che proclamano ad alta voce di essere dalla parte dei disagiati, ma poi, alla prova dei fatti, mettono sul piatto alcune politiche che ai disagiati badano poco 

Tanto per iniziare l’anno con qualche attenzione agli aspetti sociali della nostra beneamata democrazia. Gli economisti bene informati ci dicono che il fossato fra ricchi e poveri sta aumentando ed è ormai un baratro. Non tutti sono d’accordo sui rimedi. C’è chi sostiene che sarebbe opportuno che il capitalismo riconoscesse la necessità di bilanciare i profitti con politiche sociali e, all’opposto, c’è l’ultraliberista impenitente che sostiene, con disinvolte interpretazioni, che le imprese debbono puntare ai massimi profitti e pensare agli azionisti e non preoccuparsi di investire nelle politiche sociali perché “l’avidità è un bene” e porta benefici per tutti (e quindi avanti con la riduzione delle aliquote fiscali per i ricchi!) Mi guardo in giro e, forse perché troppo ignorante in materia per cogliere la complessità del ragionamento, confesso la mia perplessità: constato che, se fosse vero l’assunto liberista, qualcosa dovrebbe essere andato storto fino ad oggi e forse c’è parecchio da correggere.

Intanto le associazioni che si occupano dell’assistenza agli indigenti confermano. In Europa un quarto della popolazione è a rischio di esclusione sociale. Nel Ticino siamo lì: 80.000 persone – ¼ della popolazione – sono a rischio povertà. E i pensionati che non ce la fanno a tirare alla fine del mese sono in aumento. Insomma, possiamo disquisire all’infinito sulle responsabilità più o meno grandi del capitalismo liberista, ma un dato è certo: povertà e fame sono aumentati a dismisura anche da noi.

Nel “Rapporto sulle disuguaglianze nel mondo, 2018” (La Nave di Teseo, Milano, 2019), gli autori (un team di economisti di oltre 70 paesi) si dicono convinti che se il problema delle diseguaglianze non viene affrontato “può portare a catastrofi politiche, economiche e sociali”. E avvertono come questo fenomeno sta condizionando la vita di ogni cittadino e le sue aspettative per il futuro.

Ecco, ci siamo, il problema sta proprio qui: il futuro! È fuor di dubbio che il liberismo sfrenato di questi anni ha generato conseguenze devastanti, tanto da far pensare ai cittadini impoveriti che la liberaldemocrazia sia diventata un’oligarchia di fatto che rappresenta tanto gli interessi dei poteri economici e finanziari e poco o nulla quelli della collettività, e quindi non sia più in grado di offrire un futuro migliore.

Il risultato? La politica della destra liberista, smentendo l’assunto del benessere per tutti (i ricchi sempre più ricchi avrebbero provveduto a fare i poveri meno poveri), ha spalancato le porte alle destre populiste che proclamano ad alta voce di essere dalla parte dei disagiati, ma poi, alla prova dei fatti, mettono sul piatto alcune politiche che ai disagiati badano poco. Offrono paure e nemici al “popolo dei perdenti “perché servono a serrare le file e portano voti: il popolo (ma quale popolo?) per queste nuove destre illiberali (postfasciste, afasciste [che non prendono posizione nei confronti del fascismo, ndr], trumpiste, tradizionaliste regressive che siano) non è un fine ma uno strumento. E il rispetto dello stato di diritto non è fra gli obiettivi irrinunciabili.

Conclusione. Una cattiva politica economica può portare alla sfiducia nei confronti della democrazia liberale e a un cattivo governo della cosa pubblica. Che la destra neoliberista abbia contribuito a cancellare la prospettiva di un futuro migliore e a generare il drammatico scontento sociale che ha aperto la strada alle destre autoritarie e illiberali in molti paesi mi pare dimostrato dai fatti.

E il 2024 non lascia ben sperare.


Il difficile equilibrio

La politica della destra liberista, smentendo l’assunto del benessere per tutti, ha spalancato le porte alle destre populiste che proclamano ad alta voce di essere dalla parte dei disagiati, ma poi, alla prova dei fatti, mettono sul piatto alcune politiche che ai disagiati badano poco 

Mentre ancora nei talk show si discute se il braccio destro alzato da sinistri figuri ad Acca Larenzia sia apologia al fascismo, o peggio, cosa sia questa fantomatica apologia, già in Italia si affaccia una nuova polemica, parallelamente a quella di Vittorio Sgarbi e del quadro di Manetti, si intende, e a quella del Ferragnigate con uova e panettoni. Protagonista questa volta è Paola Cortellesi, reduce dal successo pressoché planetario del film C’è ancora domani, dove, ci si perdoni, in un’opera di certo non priva di pregi, si cerca di sdoganare un femminismo un poco all’acqua di rose e anche permeato di una certa furbizia. 

L’intelligente comica e attrice italiana, recentemente invitata dalla romana università Luiss a inaugurare l’anno accademico, ha proposto al pubblico presente una serie di riflessioni ruotanti intorno alla condizione femminile, in una società e un’epoca come le nostre, confrontate con una media di un femminicidio ogni 72 ore, dunque non proprio al riparo di qualsiasi forma di esercizio del patriarcato.

Nel suo lungo intervento alla Luiss la Cortellesi ripercorre, fra le altre cose, con una buona dose di ironia anche la genesi e lo sviluppo di C’è ancora domani – sottolineando come la salvezza della protagonista Delia fosse da imputarsi non all’intervento di un uomo (che tutt’al più nel film interviene per picchiare la moglie), quanto alla sua forza di tenere duro, in particolare «esercitando un diritto, suo e di milioni di altre donne. Si salva con la consapevolezza e un ritrovato rispetto di sé stessa». Di questo suo ampio discorso la stampa italiana ha riportato solo qualche breve passaggio. Ma non passaggi a caso, e come poteva essere altrimenti?, bensì quelli più spinosi, in cui Cortellesi scava nelle fiabe, che sono patrimonio dell’infanzia e dell’anima di ognuno di noi, dando così adito alle polemiche da parte degli avversari della political correctness.

Per scatenare la riflessione l’attrice ha infatti tentato dei paragoni, come quello che vorrebbe Biancaneve ridotta alla stregua di una qualsiasi colf, o Cenerentola a poco più di una umile sguattera. Cortellesi ha anche aggiunto alcune considerazioni, ad esempio sul valore della bellezza (nella fiaba ma anche nella società), in nome della quale sguarnite fanciulle finiscono sotto l’ala protettrice di meravigliosi principi azzurri, a differenza di altre giovani, magari dotate di altri valori come intelligenza oppure sense of humour.

Fra i molti che si sono sentiti toccati dal discorso della Cortellesi, la maggior parte senza ascoltare o leggere integralmente l’intervento ed ignorando la verve ironica che l’ accompagnava, non poteva non spiccare il solito Giuseppe Cruciani, giornalista e polemista, che dall’alto delle sue tristemente proverbiali finezza e classe, ha accolto con un «avete rotto il c.» il tema della riflessione, lamentando infinita esasperazione verso tutto ciò che anche solo lontanamente ha il sapore dell’inclusività.

Ma (e qui probabilmente casca l’asino) al netto di toni, atteggiamento e mancata disposizione al dialogo, il discorso della saturazione può anche contenere in nuce, se non semi di verità, almeno spunti di valutazione. L’operazione di prendere sotto la lente le fiabe analizzando attraverso di esse le strutture sociali, oltre a non essere nuova, non è di per sé sbagliata e senza dubbio può condurre a riflessioni interessanti, ma presenta un rischio, che è simile a quello che vediamo in occasione dei processi implicati nella cancel culture in senso lato.

Laddove si crede di potere rimuovere un’idea distruggendo ciò che la incarna, infatti, si rischia di avere alla fine unicamente un grande vuoto, che con tutta probabilità non sarà riempito di nulla di nuovo. In altre parole, prendendo un esempio che ci riguarda, se dovessimo distruggere la statua del nostro Alfred Escher (davanti alla Stazione centrale di Zurigo) per i suoi trascorsi schiavisti, cancelleremmo anche parte della nostra storia, che ci piaccia o no, sia perché non ci confronteremmo più con un aspetto del passato del nostro paese, sia perché sorvoleremmo sul fatto che Escher fu anche pioniere della ferrovia, e che dunque gli dobbiamo moltissimo. Lo stesso vale per le fiabe, e lo si può dire serenamente senza neanche scomodare il noto linguista e studioso delle narrazioni fiabesche Vladimir Propp: sono molto di più di una rappresentazione della società, andando a toccare aspetti profondi, anche del subconscio. Eliminandole cosa avremmo al loro posto?

Perché, allora, non trasformare ciò che ci infastidisce o non ci rappresenta (più)? Perché non dare delle targhe nuove alle statue, magari raccontandone la vera valenza, oppure spostarle, o affiancarvene altre? E alla stessa stregua, perché non raccontare le protagoniste delle fiabe oltre che come belle (non lo siamo forse tutte, chi più chi meno, come ci dicono pubblicità e social da mattina a sera?), anche come particolarmente furbe, e dunque straordinariamente intelligenti, e dunque capaci di salvarsi in una società che non era fatta per loro? In fondo, basterebbe qualche accorgimento qua e là, no?

Siamo in una fase di stravolgimenti sociali e individuali, diremmo liquida, mutuando il termine dal compianto Zygmunt Bauman, e proprio per questo meno sicura delle proprie strutture e delle proprie gerarchie di valori. Oggi forse più che mai è richiesto un incredibile sforzo di creatività, onde dar vita ad un’inclusività vera, che parta dal presupposto che esista un modo di coinvolgere il passato nel presente per continuare a raccontare la storia e le storie, anche dove fanno più male o dove ci fanno arrossire per la vergogna. In questo modo, forse, si creerebbe anche un terreno di confronto tra chi farebbe saltare il sistema in toto, e chi invece vede nella tradizione la propria forza, nonché ragione di esistere. Una nuova forma di inclusività,  insomma. 


Scontro tra due Americhe

La politica della destra liberista, smentendo l’assunto del benessere per tutti, ha spalancato le porte alle destre populiste che proclamano ad alta voce di essere dalla parte dei disagiati, ma poi, alla prova dei fatti, mettono sul piatto alcune politiche che ai disagiati badano poco 

Di Gianni Riotta, La Repubblica

È ormai dal 2000 che i caucus, le assemblee dirette che fungono da primarie in Iowa, non sanno scegliere lo sfidante repubblicano per la Casa Bianca. Allora toccò a George Bush figlio, poi i vincitori dello stato, Mike Huckabee 2008, Rick Santorum 2012, Ted Cruz 2016, vennero uno per uno sonoramente sconfitti, ma Donald Trump, che ha trionfato lunedì con il record storico dei voti, è certo di invertire il trend e battere Joe Biden a novembre.

Le dimensioni del successo, ottenuto nel gelo artico che i militanti hanno affrontato per partecipare, di persona, ai caucuses, sono formidabili. Il 51% dei suffragi, doppiando il governatore della Florida Ron DeSantis, 21,2%, e l’ex ambasciatrice Onu Nikki Haley 19,1. Trump domina la base classica, maschi bianchi senza laurea e aree rurali, e ora rimonta fra laureati, professionisti, ceti abbienti, donne. Due repubblicani su tre, in Iowa, ne condividono la crociata sulle “Elezioni 2020 rubate da Biden!” e alla domanda dei sondaggi, “Qualora venisse condannato per uno dei 91 capi d’accusa contro di lui, Trump potrebbe comunque essere eletto?” 6 su 10 rispondono, senza dubbi, di sì.

Oggi Donald Trump è padrone del Grand Old Party repubblicano e per Haley e DeSantis la rivincita in New Hampshire, il 23 gennaio, ha già l’aria del capolinea. Intimiditi dall’aggressività di Trump, i rivali lo trattano con assoluta deferenza, forse la Haley in cerca di uno spot da vicepresidente contro Kamala Harris. Trump II, però, è bene che gli europei ne prendano atto, non sarebbe il duplicato della prima amministrazione. Stavolta il leader populista non nominerebbe ministri mainstream, capitani d’industria, ex generali, governatori centristi, ma rabbiosi compagni di battaglia, senza mezze misure in politica interna o estera e pronti a denunciare ogni compromesso con l’opposizione.

La revanche contro avversari politici e “repubblicani traditori” sarà immediata, fra campagne contro l’emigrazione, legale e no, discorsi irridenti per gli intellettuali, divisione del mondo in sfere di influenza con la Russia di Putin e la Cina di Xi Jinping che abbandonino Ucraina e alleati europei.

Il primo ministro belga Alexander De Croo, presidente in carica del Consiglio UE, lo ha detto con franchezza al Parlamento europeo “Se il 2024 ci riporterà al clima “America First” l’Europa resterà sola con se stessa e non dobbiamo aver paura di questa prospettiva, ma abbracciarla…per diventare più forti, sovrani, indipendenti”.

Nobili parole, che la rielezione di Trump metterebbe però a una prova esistenziale durissima. Gli europei vedrebbero Putin all’offensiva contro Kiev e, ove le difese ucraine, senza il sostegno di Washington e Bruxelles, crollassero, avrebbero le truppe di Mosca addosso, dal Baltico alla Polonia, senza la garanzia antica della difesa alleata Nato.

I paesi asiatici ed africani, dal Mar Rosso sotto assedio Houti e con l’Iran allerta, fino al Mar Cinese Meridionale con Taiwan circondata, dovrebbero affrontare la sottomissione alla Cina, senza più la sponda americana.

Se questo è il quadrante internazionale che seguirà la vendetta politica di Trump, l’America che ne germinerà avrebbe lasciato sgomenti i padri fondatori, certi, al di là della politica, che Costituzione e istituzioni civili fossero sacre. Nell’ultimo discorso prima di essere assassinato, alla fine della guerra di Secessione, aprile 1865, il presidente Abraham Lincoln chiese alla banda musicale di intonare “Dixie”, la ballata delle armate sconfitte della Confederazione sudista, e subito parlò di “Riconciliazione e ricostruzione” fra americani.

Uno spirito e una cultura perduti. Le due Americhe guidate da Trump e Biden sono nemiche giurate, su diritti, economia, ideali, futuro, un paese chiuso contro uno che guarda in avanti, una comunità che cerca ovunque nemici da cacciare contro una che sogna ancora alleati da coltivare. L’Iowa ha premiato il rancore che Trump vuole esportare dal New Hampshire al resto d’America. Le elezioni si giocheranno fra comizi e tribunali e il verdetto delle urne e dei magistrati riguarderà noi tutti, ben oltre il 2024.


William Kristol: “Con Trump si rischia la deriva autoritaria, da presidente non avrà limiti”

La politica della destra liberista, smentendo l’assunto del benessere per tutti, ha spalancato le porte alle destre populiste che proclamano ad alta voce di essere dalla parte dei disagiati, ma poi, alla prova dei fatti, mettono sul piatto alcune politiche che ai disagiati badano poco 

Di Alberto Simoni, La Stampa

Mr. Kristol, Trump ha vinto come nessun altro in Iowa. Tornerà alla Casa Bianca il 20 gennaio 2025?
«Se succederà c’è il rischio di una deriva autoritaria».

Cosa cambierebbe per il mondo?
«Gli Stati Uniti sono sempre stati un’àncora di stabilità. Quando ci sono state crisi, e molte ne sono avvenute – la Guerra Fredda, i Balcani, l’Iraq, l’insorgere dei movimenti populisti per spaziare fra campi diversi – tutto è stato gestito grazie alla solidità del sistema. L’ordine mondiale non è collassato. E quanto fatto da Putin in Ucraina dimostra che la leadership Usa resta indispensabile. L’ho visto e toccato con mano nei viaggi che faccio in Europa. L’Est guarda a Washington non a Berlino».

Perché Trump la spaventa più oggi che nel 2016?
«Non ci sono più le protezioni attorno a lui che esistevano nel primo mandato. E non arriveranno stavolta i McMaster o i Mattis a contenerlo o Paul Ryan al Congresso. Se conquisterà la Casa Bianca, non avrà limiti».

La base di Trump è granitica dimostra il voto in Iowa, e i processi e le incriminazioni non lo indeboliscono. Da dove deriva questa forza?
«Trump è intelligente, astuto, molto più abile di come viene dipinto dai rivali. E solo riconoscendogli queste doti si può battere, sottovalutarlo è stolto. Il suo elettorato è fideista e lo considera un mito, il trumpismo è un culto. I focus group cui partecipo evidenziano che gli elettori di Donald Trump non hanno ricordo della sua presidenza o la vedono con lenti distorte. Non tengono conto dei disastri, degli errori commessi. Dicono che nei quattro anni di Trump non c’era l’inflazione e il mondo era in pace. E questo basta per alimentare quella narrativa che si stava meglio con lui che con Biden. Poi quest’anno Trump ha un vantaggio in più».

Quale?
«Si è sdoppiato, è un candidato contemporaneamente anti-establishment e di esperienza di governo. Serve far funzionare Washington? Io sono la persona giusta perché l’ho già fatto, dice. Washington è paralizzata? Bisogna cambiarla. Governo e populismo insieme».

Biden ha commentato l’esito in Iowa dicendo che è chiaro chi sarà il suo rivale e ha precisato che le elezioni sono fra «me e voi contro i repubblicani estremisti Maga»: fa bene a impostare la campagna elettorale sulla difesa della democrazia?
«Può funzionare, ma Biden è debole. Gli americani quando lo osservano pensano alla sua età, non a quel che ha fatto. E aggiungo, pure bene. Non credo sia il candidato più forte da opporre a Trump».

Che America è quella che boccia un presidente che, cito le sue parole, «sta facendo bene»?
«L’elettorato è irrazionale, talvolta agisce a impulsi. Molti americani ritengono che le cose siano fuori controllo e che prima – con Donald – non era così. I social e i network conservatori cavalcano questi sentimenti creando una narrazione negativa per Biden e favorendo Trump».

L’inflazione però è un problema reale, molti cittadini lamentano di aver portafogli più vuoti di un tempo.
«Vero, poi se hai meno di 45 anni non hai mai vissuto in un’epoca ad alta inflazione, allora è tutto nuovo e inquietante. Eppure, se i prezzi sono saliti, anche i salari sono aumentati. Così come gli assegni delle pensioni. Ora l’inflazione sta scendendo, ma ci si ricorda di quando i prezzi erano bassi, non che adesso stanno calando. È questa l’irrazionalità, l’incapacità di mettere le cose in una giusta prospettiva».

Cosa ha sbagliato Biden?
«A non fare un solo mandato. L’età è un handicap, inutile accampare scuse. Oggi avrebbe le mani libere sui temi di sicurezza nazionale e politica estera e tratterebbe con il Congresso senza condizionamenti. E inoltre ci sarebbe una nuova generazione di democratici in rampa di lancio».

Anche Reagan nel 1984 era il candidato più anziano di sempre. Aveva 73 anni e si candidò per un secondo mandato. Poi stravinse…
«Dentro l’Amministrazione si dibatteva, ma attorno a Reagan c’erano persone del calibro di George Bush, vicepresidente, di James Baker e George Shultz. Rassicuravano tutti con la loro presenza. Blinken non è una figura pubblica. E non ha forza nemmeno Kamala Harris».

Il duello bis fra Biden e Trump non piace agli americani. Scommetterebbe oggi a primarie avviate che l’epilogo è scritto?
«Entrambi conquisteranno la nomination prima del Super martedì del 5 marzo. Da quel giorno ci domanderemo: ma non c’era un cinquantenne preparato, un ex militare un uomo d’affari pronto per correre?».


Una speranza chiamata Bernardo Arévalo per il Guatemala ed il Centro America

La politica della destra liberista, smentendo l’assunto del benessere per tutti, ha spalancato le porte alle destre populiste che proclamano ad alta voce di essere dalla parte dei disagiati, ma poi, alla prova dei fatti, mettono sul piatto alcune politiche che ai disagiati badano poco 

“Le elezioni sono solo un momento, il punto culminante di un intero processo: quel che davvero importa è la storia che vi sta alle spalle”. Parole sante, oseremmo dire, se si pensa che nel clima mediatico attuale relativo al genocidio del popolo palestinese da parte dello Stato di Israele, troppo spesso si è vista negare la storia o farla iniziare il 7 ottobre 2023.

Non così per Fernando Solis, direttore della ventennale rivista guatemalteca di analisi marxista e gramsciana El Observador, alla vigilia dell’insediamento del governo progressista di Bernardo Arévalo.

Domenica 14 gennaio 2024 il piccolo e dimenticato Guatemala, con i suoi 17 milioni di abitanti, satellite fedele degli Stati Uniti nel Centro America, ha vissuto una giornata che può senz’altro definirsi storica per il suo valore simbolico: il sociologo Arévalo – conosciuto più semplicemente come Bernardo – è entrato nella casa presidenziale a Città del Guatemala insieme alla vicepresidente Karin Herrera in un clima “sorprendentemente calmo”, come lo ha definito Solis.

Lo stesso non può certo dirsi degli ultimi quattro mesi vissuti nel paese, caratterizzati da quello che è stato definito come un golpe blando orchestrato dalla magistratura e dal governo uscente di Alejandro Giammattei per impedire l’ascesa al potere di Arévalo; un periodo che è però anche stato segnato da una grande e costante mobilitazione sociale guidata dal movimento indigeno, a cui hanno preso parte ampi settori popolari, studenteschi e sindacali, a difesa della democrazia e dell’esito delle elezioni.

Un esito che aveva sorpreso tutti già nella prima giornata elettorale tenutasi il 25 giugno 2023, quando Sandra Torres, la candidata de la Unidad Nacional de la Esperanza – e della continuità, andrebbe aggiunto, delle élite al potere, come dimostra la natura del suo partito e il suo vincolo matrimoniale con l’ex presidente Álvaro Colom (2008-2011) – si posizionò al primo posto con il 15,7% dei voti, ma vide anche il successo inatteso di Bernardo Arévalo del movimento civico, progressista e anti-corruzione Semilla, che ottenne l’11,8% delle preferenze e si assicurò il ballottaggio, in programma il 25 agosto. Fu allora che la sorpresa si trasformò in sogno e realtà: con il 60,1% dei voti, Arévalo vinse le elezioni presidenziali.

Si apriva così un intenso periodo di instabilità e di attacchi alla democrazia: immediatamente dopo il voto, il governo uscente non ne riconobbe l’esito e chiese un riconteggio, che per altro confermò il risultato. Ma era solo l’inizio: il Pubblico Ministero e la Fiscalía Especial contra la Impunidad, un organo giudiziale accusato di accanirsi in realtà su chi denunciava casi di corruzione all’interno dell’establishment, mise in scena una vera e propria persecuzione contro il movimento Semilla, provando a togliergli la personalità giuridica, facendo irruzione ben quattro volte in poche settimane nelle sedi di conteggio delle schede alla ricerca di presunte irregolarità e orchestrando di fatto un vero e proprio golpe blando, il cui obiettivo era impedire a qualsiasi costo che il 14 gennaio 2024, Bernardo Arévalo si insediasse quale nuovo presidente del Guatemala.

Un tentativo di ostacolare il corso della democrazia che avrebbe facilmente avuto successo se non fosse stato per la sorprendente richiesta di Stati Uniti, Unione Europea e Organizzazione degli Stati Americani (OEA) di rispettare i risultati elettorali, ma soprattutto se non fosse stato per la grande mobilitazione sociale e popolare. Cominciata con un Paro Nacional – sciopero nazionale – che ha paralizzato il paese per quasi tre settimane, la protesta guidata dalle numerose popolazioni indigene presenti nel paese, si è poi diretta fino alla capitale e vi è rimasta con un presidio permanente di fronte al Pubblico Ministero, chiedendo il rispetto dell’esito delle votazioni e le dimissioni dei magistrati Consuelo Porras e Rafael Cucurrichiche, considerati i principali artefici del golpe in corso.

Fernando Solis, economista e direttore de El Observador, fa notare che il tentativo di colpo di Stato a cui si è assistito a partire da agosto e che a oggi è tutt’altro che un “rischio scampato”, viene da lontano, è intrinseco alla storia contemporanea del Guatemala e alle sue dittature militari, e si riflette anche nella deriva autoritaria che da un decennio ha conosciuto il paese. Una tendenza, spiega l’analista, che risponde alla capacità dei settori legati alle forze militari di controllare il governo e le sue istituzioni, così da dirigere il potere politico attraverso una strategia che nel tempo si è consolidata attorno a tre assi principali: cancellare il poco che resta degli Accordi di Pace del 1996 e sabotare i processi giuridici in corso relativi a gravi violazioni dei diritti umani in cui sono imputati militari di alto rango (e in questo senso si è riusciti a sospendere la condanna contro il defunto dittatore Rios Montt per il genocidio della popolazione indigena Maya Ixil); smantellare, attraverso la persecuzione giuridica e il ricorso ai sicari in collaborazione con le numerose bande criminali, le resistenze comunitarie ai megaprogetti estrattivisti; proporre un modello di accumulazione capitalistica basato proprio sugli investimenti di imprese multinazionali nell’estrazione di risorse naturali e di combustibili fossili.

Questa strategia, basata sulla combinazione fra autoritarismo politico e neoliberismo economico, eredità di Pinochet e oggi acclamata da diverse democrazie liberali in tutto il mondo, in Guatemala è stata e continua a essere prodotto di quello che è conosciuto come il Pacto de Corruptos, un’alleanza informale fra politici, imprenditori e ovviamente rappresentanti delle famiglie dell’oligarchia che da sempre si tramandano il potere.

Una strategia che nel 2019, durante il governo di Jimmy Morales, ha portato all’espulsione della Comisión Internacional contra la Impunidad en Guatemala (CICIG) guidata allora da Ivan Velásquez, attuale Ministro della Difesa nel governo di Gustavo Petro in Colombia. La notizia aveva fatto discutere non poco, alla luce della denuncia da parte dell’ONU e poiché durante i suoi 13 anni di attività, la CICIG aveva portato alla luce numerosi scandali di corruzione e aveva rappresentato uno spiraglio di democrazia benvisto anche da parte di numerosi investitori nazionali e stranieri.

L’arrivo di Bernardo Arévalo alla casa della presidenza del 14 gennaio scorso ha un valore simbolico non indifferente poiché rappresenta forse l’ultima chiamata per evitare al Guatemala di compiere un ulteriore passo verso il baratro dell’autoritarismo, oggi più che mai se messo in prospettiva con modelli e minacce simili a quelle di Bukele in El Salvador o Milei in Argentina. Bernardo – figlio di Juan José Arévalo, che governò durante i primi sei dei dieci anni della “primavera guatemalteca” dopo la rivoluzione del 1944, un’epoca di apertura democratica e affermazione di diritti sociali – non può essere definito un politico di sinistra. Appoggiato da una parte della borghesia nazionale e del settore imprenditoriale non legato all’oligarchia, ha come obiettivo principale quello di combattere la corruzione endemica e viene percepito dalla società civile come una boccata di aria fresca, o almeno come una figura diversa rispetto ai suoi predecessori.

Questo, tuttavia, è sufficiente per osare sperare nella capacità di apportare cambiamenti da parte del suo movimento Semilla, nato durante le giornate di protesta di massa del 2015 – benché orchestrate dagli Stati Uniti – che portarono alla destituzione del governo del corrotto Otto Pérez Molina. Del resto, rispetto al panorama attuale e alla luce degli esempi di altri governi progressisti presi in ostaggio dai poteri di sempre come nel caso di Boric in Cile o Petro in Colombia, il rafforzamento di una democrazia reale e non solo di facciata, sarebbe già un successo non da poco. Ciò potrebbe infatti implicare, fra le altre cose, la fine della persecuzione contro gli attivisti sociali e le resistenze comunitarie, il rispetto dei diritti umani e della diversità culturale, un’inversione di rotta nella concessione di licenze di estrazione mineraria a imprese nazionali e straniere, il ritorno ai contenuti degli Accordi di Pace, alla giustizia transizionale e alla costruzione di verità e memoria.

La cautela è d’obbligo quando si parla anche solo di progressismo e democrazia, tanto più se si tratta del Guatemala, e di fatto alcuni già rimproverano ad Arévalo che del suo governo annunciato faccia parte solo una persona indigena, così come preoccupa il suo silenzio – da ieri a rischio di diventare assordante – rispetto al genocidio in atto in Palestina, considerato una dimostrazione che la presenza degli Stati Uniti continuerà ad essere quasi asfissiante.

Ma l’appoggio ricevuto durante gli ultimi mesi dai settori popolari e indigeni lascia sperare che il nuovo presidente sappia avvicinarsi alla piazza e dialogare con lei; del resto, se così non fosse, perderebbe un appoggio imprescindibile e si esporrebbe a un rischio troppo elevato di un colpo di Stato in stile peruviano che rimane dietro l’angolo.

Forse proprio per questa ragione, conclude Fernando Solis, nel frattempo è lecito sperare e riconoscere che questa elezione rimane comunque qualcosa di molto grande.

Nell’immagine: donne maya festeggiano dopo l’insediamento di Arévalo


Sergio Rossi – Bitcoin in Borsa, i rischi rimangono

La politica della destra liberista, smentendo l’assunto del benessere per tutti, ha spalancato le porte alle destre populiste che proclamano ad alta voce di essere dalla parte dei disagiati, ma poi, alla prova dei fatti, mettono sul piatto alcune politiche che ai disagiati badano poco 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Sgomberare il passato al passo del gambero

La politica della destra liberista, smentendo l’assunto del benessere per tutti, ha spalancato le porte alle destre populiste che proclamano ad alta voce di essere dalla parte dei disagiati, ma poi, alla prova dei fatti, mettono sul piatto alcune politiche che ai disagiati badano poco 

Non è senza qualche esitazione e con non poca preoccupazione che occorre tornare a parlare delle azioni degli autogestiti a Lugano, dopo l’occupazione natalizia del dancing di Capo San Martino durata una notte e affrontata, una volta di più, da parte dell’autorità, con lo sgombero immediato (senza alcuna resistenza o scontro, va ricordato) ed il ritorno all’ordine e alla legalità, nel rispetto della legge e soprattutto della proprietà privata.

Per la cronaca, si tratta del settimo episodio di “occupazione” di un edificio dismesso, e se ci si volesse ragionare sopra un attimo, varrebbe pure la pena di riflettere sul fatto che le “azioni” dell’autogestione mettono in evidenza (fra le altre cose) quanto e come gli spazi urbani luganesi siano costellati da edifici abbandonati, inabitati da anni; insomma, qualcosa che varrebbe la pena di considerare problematico.

Del più recente episodio di Capo San Martino si è già dato conto in questa sede con un intervento di Bruno Brughera; è un episodio, in verità, che continua a suscitare reazioni alquanto inquietanti. Si è detto qui, con Danilo Baratti, delle smodate e goffe esternazioni pseudostoriche dei due vicepresidenti luganesi del PLR.

Ieri ci è tornato sopra anche Paride Pelli, direttore del Corriere del Ticino, con un editoriale che pare scritto (non senza un certo eccesso di zelo) come fosse un comunicato stampa di Municipio e Polizia di Lugano, tanto è allineato a quella che pare la rinnovata e ferma chiusura nei confronti di qualsiasi forma di visione alternativa (eh, sì, magari anche antagonista) della realtà sociale e culturale non solo cittadina, liquidata con il motto “gli autogestiti non sono un problema politico ma di ordine pubblico”.

Appare piuttosto discutibile ed anche inquietante prendere atto che una questione che riguarda anzitutto la socialità, i margini di convivenza e di confronto che dovrebbero essere garantiti democraticamente dal potere politico a forme di organizzazione che ad esso non si conformano, si trasformi immediatamente in una semplice questione di polizia, che rimetta al più presto tutto in ordine e rimetta “quei quattro esaltati” al loro posto (che quale sia, non si sa).

Così facendo, con tanto di benedizione in prima pagina, dopo qualche passo “distensivo”, che aveva portato anche la municipale Valenzano Rossi ad incontrare gli autogestiti, eccoci tornare indietro alle severe misure di un’autorità che non sa essere autorevole, ma solo autoritaria e punitiva. Ed ecco che l’abbattimento di parte dell’ex-macello del maggio 2021, nonostante l’iter giudiziario ancora in corso, dopo la riapertura delle indagini su quell’episodio di “comunicazione claudicante”, torna ad essere, per la penna di Pelli, uno “sgombero causa edificio pericolante”. Incredibile!  

A scanso di equivoci, va chiarito che contestando le affermazioni del “Corriere” non si vuole e non si deve automaticamente accettare in toto la logica e le azioni degli autogestiti; non si vuole e non si deve  per forza approvare acriticamente il fatto che le diverse forme di occupazione coincidano con atti di vandalismo (?) ed imbrattamenti di muri, mobili e finestre, che gli attivisti ritengono, discutibilmente, espressioni insite nella lotta.  

Di queste forme di “protesta” si può certamente dibattere, richiamarsi alla legge fin che si vuole, con pieno diritto. Ma se così si vuole e dev’essere, bisogna ricordare anche che fra il 29 ed il 30 maggio 2021 da parte dell’autorità è stato compiuto un reato (per volontà precisa o per errore o per altro ancora, chissà se lo sapremo mai) tuttora impunito; ed allora questo continuo richiamarsi alla legge con il fiato alle trombe di un po’ tutti gli smemorati del circondario suona incoerente ed inaccettabile.

Così come molto discutibile risulta la posizione che nel tempo il Municipio di Lugano ha assunto verso altre forme di “cultura alternativa”, salutando con inedita enfasi l’esperienza della “Tour Vagabonde” di un anno fa, senza che poi ne sia seguito nulla, se non, da parte delle associazioni coinvolte, una recentissima “Carta della Gerra” che ripropone il tema della necessità di “spazi” per attività culturali e ricreative che nascano indipendenti, “dal basso”. Uno spazio che manca, indiscutibilmente, in una pianificazione territoriale totalmente consacrata alle esigenze dell’imprenditoria edile ed immobiliare. 

Sia ben chiaro: “La Straordinaria” e l’esperienza dello scorso anno non sono la stessa cosa dell’autogestione dei molinari, per la quale c’è una valenza di chiara opposizione politico-sociale che può manifestarsi in forme di lotta assenti nella strategia “culturale” delle associazioni che hanno dato vita alla programmazione della “Tour Vagabonde”.

Ma l’una e l’altra esperienza, magari con qualche connessione ed intreccio fra loro, sono segnali forti, di intraprendenza, di voglia di autonomia, di alternativa, che in un contesto urbano come quello di Lugano la politica non può pensare di definire solo e soltanto come realtà da contenere con misure d’ordine pubblico, non può limitarsi a considerare come un un “disturbo della pubblica quiete” e poco più. 

Per una semplice legge della fisica (se proprio non vogliamo ricorrere al buon senso) varrebbe la pena di ricordare che senza valvola, la pentola a pressione scoppia. E poi si rischia di doversi chinare sul altre macerie, su altre lattine, vetri di bottiglia, cocci. Amari.

Nell’immagine: alcuni dei molti edifici abbandonati e/o inutilizzabili del Luganese, tratte da un video-elenco realizzato dal movimento Ticino is Burning che vi proponiamo qui sotto


Alla fiera di Davos le disuguaglianze oscene del capitale

La politica della destra liberista, smentendo l’assunto del benessere per tutti, ha spalancato le porte alle destre populiste che proclamano ad alta voce di essere dalla parte dei disagiati, ma poi, alla prova dei fatti, mettono sul piatto alcune politiche che ai disagiati badano poco 

Di Roberto Ciccarelli, il manifesto

Saluti dalla 54esima edizione del World Economic Forum di Davos dove prevalgono la paura, la volatilità e il timore dell’instabilità: le passioni dominanti nel capitalismo finanziario. A questi umori tendenti al tetro allude il tema che sarà discusso fino a venerdì: la «fiducia». «Ci troviamo in un mondo fratturato e a divisioni sociali sempre più profonde, che portano a un’incertezza e a un pessimismo diffusi. Dobbiamo ricostruire la fiducia» ha detto l’ottantacinquenne Klaus Schwab, già docente all’università di Ginevra, patron della kermesse svizzera diventata un’impresa di successo. Vasto programma per un capitalismo che prospera in borsa sulle altalenanti passioni tristi. Quella di Schwab è un’invocazione alla Moira, la forza superiore alla volontà degli dèi. Fosche restano le previsioni sulla globalizzazione neoliberale, la divinità celebrata dal 1971 tra queste alture svizzere dove Thomas Mann ha disegnato il paesaggio per la sua Montagna incantata.

A QUESTA SEDUTA spiritica quest’anno parteciperanno 2800 uomini e donne d’affari e sessanta capi di stato. Un kolossal tanto spettacolare, quanto ornamentale dal punto di vista politico. Davos non è né un G7 né un consiglio di amministrazione, anche se si dà tante arie. È piuttosto un roadshow finanziario dove il presidente francese Emmanuel Macron venderà la sua «start-up nation» per attrarre gli investimenti esteri in Francia. O dove l’ultimo arnese del neoliberalismo più reazionario, il presidente argentino Javier Milei cercherà un sostegno per ottenere 4,7 miliardi di dollari annunciati dal Fondo Monetario Internazionale e in cambio offrirà il massacro dello Stato sociale.

PAURA E DELIRIO all’hotel Edelweiss di Davos, imponente albergo del 1900, dove il «Forum economico mondiale» rifletterà, pensoso, sulle conseguenze delle atrocità nei conflitti in Medio Oriente o in Ucraina, gli assalti alle navi nel mar rosso che hanno provocato i bombardamenti sullo Yemen di Usa e Gran Bretagna preoccupati per i portafogli occidentali. Si parlerà anche di un rapporto presentato dal Fondo Monetario Internazionale sull’intelligenza artificiale. Un classicone del catastrofismo digitale per grandi e piccini. Si prevede che avrà conseguenze sul «60%» dei lavori delle «economie avanzate» e aumenterà il divario tra chi guadagna di più e chi meno. Più che una profezia, quest’ultima è già la realtà. Servirebbe la volontà di disarticolare gli oligarchi della rete che campano sul lavoro digitale di ciascuno di noi. Ma questa volontà è assente.

NEL CIRCO MEDIATICO dove convergeranno le star politiche che servono ad attirare partecipanti paganti la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen scivolerà nei prossimi giorni tra un bilaterale con il primo ministro cinese Li Qiang, uno con il segretario di stato Usa Blinken e un altro con il presidente ucraino Zelensky. Quest’ultimo parlerà delle sue condizioni per la pace. «Una conversazione fine a se stessa che non porterà ad alcun risultato senza di noi» ha detto il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov. Il Brasile insiste sull’istituzione di un tavolo di negoziazioni tra Ucraina e Russia. Il presidente Lula si risparmierà la gita sulle Alpi e sostiene le proposte dei Brics come Sudafrica e India. Nel rebus della «guerra mondiale a pezzi» la Turchia, invece, boicotterà Davos. La posizione dei suoi organizzatori sulla guerra di Israele contro Hamas non è piaciuta a Erdogan.

SUL SET INNEVATO striato dal sole il traffico è stato interrotto l’altro giorno dagli attivisti ecologisti che accusano l’élite parolaia del Forum di essere pericolosamente compiacente con i rischi e le disuguaglianze prodotte dal «greenwashing» del capitalismo fossile. Su uno dei cartelli esposti dai manifestanti si è letto: «Wef, Wtf?», cioé: «World Economic forum, what the fuck?». La traduzione non serve, lo slogan è universale. Il resto lo ha detto Al Gore a Bloomberg: «Alcuni paesi non vogliono rispettare l’impegno sui combustibili fossili decisi al vertice Cop28».

NEL GIORNO DI INIZIO del convivio svizzero la Ong Oxfam ha pubblicato il rapporto su «Multinazionali e disuguaglianze multiple». Il suo direttore Amitabh Behar ha parlato di «disuguaglianze oscene». Amitabh Behar. La ricchezza dei cinque miliardari più ricchi al mondo, tra i quali c’è Jeff Bezos di Amazon, è più che raddoppiata dal 2020 da 405 miliardi di dollari a 869 miliardi di dollari. Invece, la ricchezza del 60% più povero dell’umanità non ha registrato alcuna crescita. In Italia, un altro rapporto «Disuguitalia» (ne parliamo sotto) ha rivelato che a fine 2022 l’1% più ricco era titolare di un patrimonio 84 volte superiore a quello detenuto dal 20% più povero della popolazione, la cui quota di ricchezza nazionale si è dimezzata in un anno. Tra un decennio il mondo potrebbe avere il suo primo trilionario. Non sarà un piacere perché le grandi aziende aumenteranno i profitti mentre i salari oggi sono dimezzati dall’inflazione. La fiducia che cercano a Davos è, nei fatti, impossibile. È stata distrutta dall’avidità.

Nell’immagine: proteste a Davos


Trump, candidato inevitabile: ecco perché

La politica della destra liberista, smentendo l’assunto del benessere per tutti, ha spalancato le porte alle destre populiste che proclamano ad alta voce di essere dalla parte dei disagiati, ma poi, alla prova dei fatti, mettono sul piatto alcune politiche che ai disagiati badano poco 

Di Alberto Simoni, La Stampa

Donald Trump non ha rivali per la nomination repubblicana. Nella gelida notte dell’Iowa, l’ex presidente ha ridimensionato le aspirazioni di Nikki Haley, tenuto a distanza Ron DeSantis ed eliminato – incassando pur l’endorsement – il giovane imprenditore del biotech, Vivek Ramaswamy. Ci sono diversi elementi che testimoniano quanto la vittoria di Trump sia storica e schiacciante, i numeri non dicono bugie. E neanche gli elettori che hanno confermato comunque le previsioni dei sondaggi, migliorandole dal punto di vista di Trump.

Ecco quali sono i punti dello strapotere di Trump

I voti

Donald ha preso il 51,1% superando la soglia psicologica del 50% che alcuni opinionisti, come Karl Rove, ex guru di George W. Bush, avevano indicato come riferimento fra una vittoria agrodolce e una che chiude la partita.

La geografia
La mappa delle 99 contee dell’Iowa è una chiazza rosso scura, che rappresenta la gradazione della percentuale di voti presa da Trump. Solo in una contea l’ex presidente è stato superato da Nikki Haley.

La storia
Mai un candidato repubblicano aveva vinto così nettamente, quello che si era imposto senza discussioni e con il più ampio margine era stato Bob Dole nel 1988, allora 12 punti. Trump vince con il 29,9% in più del secondo classificato a spoglio completato nel 96% dei distretti.

I temi
Gli iowaniani hanno votato, secondo le rilevazioni della CNN, mettendo al primo posto i temi economici, poi l’immigrazione, quindi la politica estera e l’aborto. Ebbene in tre su 4 Donald è risultato il più affidabile e il preferito. Solo sulla politica estera, Haley è ritenuta migliore.

La rotta per la nomination
La carovana si sposta ora in New Hampshire (martedì 23 gennaio); quindi Nevada (8 febbraio) e South Carolina (24 febbraio). L’ordine di arrivo dell’Iowa è un doppio successo per Donald poiché oltre che garantirli il voto di un elettore su due, ha ridotto le chance dei rivali. DeSantis aveva puntato tutto sull’Iowa, aveva l’organizzazione più capillare e attiva eppure, nonostante sia andato meglio dei sondaggi recenti, è al secondo posto. E la prossima sfida sarà in New Hampshire per lui terreno ostile. I suoi ieri dal palco dell’Hotel Sheraton a West Des Moines hanno detto che “ora è una corsa a due” e che “Ron non è finito”. Ma martedì prossimo, a meno di miracoli, il governatore della Florida non è favorito. Il motivo è che le primarie del New Hampshire sono aperte, ossia votano anche gli indipendenti. E questa era l’asse nella manica di Nikki Haley, distanziata di appena 7 punti da Donald Trump nel Granite State. Per questo aveva bisogno di un secondo posto in Iowa, le sarebbe servito per rafforzare il momentum l’inerzia favorevole. Ma non c’è stato né secondo posto, né momento favorevole. Così la strada per Trump verso la Convention di Milwaukee di luglio sembra in discesa. Potrebbe anche incassare – de facto – la vittoria prima del 5 marzo, il Super Tuesday che mette in palio un numero consistente di delegati.

Il partito
Molti senatori e deputati, oltre che politici a livello locale hanno fatto l’endorsement per Trump. Ieri si è aggiunto Marco Rubio, senatore della Florida, lo Stato di DeSantis. Non che gli abitanti dell’Iowa siano corsi in massa a votare spinti da Rubio, ma ormai si sta imponendo la narrazione di un “Trump inevitabile” difficile da scalfire. Soprattutto se poi gli elettori appena possono confermano la tendenza.

Giustizia
Due terzi dei partecipanti ai caucus hanno detto che i processi e un’eventuale condanna non cambieranno l’opinione su Trump che considerano idoneo alla presidenza. I prossimi mesi saranno un alternarsi fra eventi elettorali e apparizioni in tribunale. Trump ha mostrato di sfruttare le comparsate in aula e di usarle come comizi. Basti guardare la curva dei sondaggi che dopo la prima incriminazione (caso Stormy Daniel) hanno avuto un’impennata a favore del tycoon.

Biden
La Casa Bianca ha osservato attentamente i caucus concentrando l’attenzione proprio sulla vastità della vittoria di Trump. Il presidente ha già detto in più occasioni che il suo rivale è l’estremismo di Maga (Make America Great Again, il movimento di Trump) e non ha mai creduto potesse spuntare un altro avversario. Biden vuole puntare sulla difesa della democrazia. Anche perché sul tema economia è più debole. Ed è proprio questo, insieme alla difesa dei confini, quello per cui gli elettori conservatori si fidano di Trump.

 


Taiwan, i vantaggi dell’ambiguità

La politica della destra liberista, smentendo l’assunto del benessere per tutti, ha spalancato le porte alle destre populiste che proclamano ad alta voce di essere dalla parte dei disagiati, ma poi, alla prova dei fatti, mettono sul piatto alcune politiche che ai disagiati badano poco 

Per decenni, in Occidente, fu l’“isola che non c’è”. Taiwan, che chiamavamo Formosa, sulle carte geografiche sembrava una macchiolina di scarso interesse per il pubblico, tutt’al più consapevole che si trattava del ridotto su cui si era rifugiato con le superstiti e sconfitte truppe nazionaliste il generale Chang Kai-Shek, sopraffatto in Cina dall’esercito di liberazione di Mao; prima o poi comunque destinata, quell’ “isola sospesa”, ad essere conquistata e annessa alla grande madrepatria, che dal 1949 era governata dalla nuova potenza comunista mondiale.

Dopo tre quarti di secolo, Taiwan è invece trasformata in “punto potenzialmente più pericoloso del pianeta”. Minacciosa intersecazione fra i due colossi mondiali, Cina e Stati Uniti. Con l’America che ne ha fatto, per interesse strategico ed economico, la sentinella più avanzata del suo sistema di alleanze nell’Indo-Pacifico; e con l’Impero di Mezzo” che ne ha costantemente rivendicato l’appartenenza per suggellare il suo status di potenza globale, più che mai dopo l’arrivo di Xi Jinping alla guida dello Stato-Partito.

Così, mentre sullo scacchiere internazionale sono già in atto due conflitti che minacciano di esondare (Ucraina e Medio Oriente), la consultazione elettorale di sabato nell’isola ha cristallizzato un interesse senza precedenti. Con esito chiaro. Per l’Occidente, certo che la vittoria nella corsa presidenziale di William Lai, del DPP, d’orientamento liberal-progressista, partito che si impone per la terza volta consecutiva, è uno schiaffo a Pechino nonché l’ulteriore consacrazione di un’indipendenza e di una democrazia a cui Taiwan non intende rinunciare; per altri, invece, il fatto che il neo capo dello Stato non abbia la maggioranza in parlamento, grazie alla relativa tenuta del Kuomintang (erede dei nazionalisti di Chang Kai-Shek) relativizza l’irritazione della Cina, che durante la campagna elettorale (con dichiarazioni categoriche e pressanti esercitazioni militari nello Stretto) ha insistito sulla “riunificazione ineluttabile”. I progressisti vittoriosi e del tutto ermetici nei confronti di Pechino, i nazionalisti sconfitti più favorevoli al dialogo con la madre-patria. È la rappresentazione che ne ha dato la stampa internazionale. Davvero assai sommaria.

La realtà è invece che nessuna delle formazioni politiche di Taiwan auspica o ipotizza l’annessione alla Cina. Nemmeno il Kuomintang, democratizzatosi dal 1996, anche a costo di perdere il potere. Eludere questa verità ha forse vivacizzato ma distorto il significato del voto. In effetti si protrarranno i paradossi della crisi simboleggiata da Formosa. In primis, il doppio gioco americano. Gli Stati Uniti non hanno mai riconosciuto Taiwan come stato indipendente. L’hanno anzi inserita, pur aiutandola e armandola, nella logica di “una sola Cina con due sistemi” (un’altra Hong Kong, per intenderci, con rischi annessi). A urne chiuse, la Casa Bianca ha ribadito il non riconoscimento. È la “politica dell’ambiguità”, come la definiscono senza imbarazzo anche a Washington. Frutto anche della passata convinzione che il galoppante sviluppo economico (col coinvolgimento cinese nell’economia globale) avrebbe indotto un cambiamento politico interno favorevole al pacifico snodo anche della questione taiwanese. Un’illusione. Al vertice di San Francisco Biden e Xi hanno riallacciato il dialogo. Ma la Cina rimane il principale competitore “sistemico”. E Taiwan continuerà ad affidare il suo futuro a un’ambiguità politica in cui, finché dura, l’Ovest ha tutto da guadagnare: sia per l’alleanza geostrategica con la “sentinella avanzata Taiwan”, sia perché “l’isola che non c’era”, è un pivot economico, e oggi vende al mondo (Cina compresa) il 90 per cento dei semiconduttori più avanzati. Indispensabili all’economia tecnologica e globalizzata.

Scritto per laRegione
Nell’immagine: “il punto potenzialmente più pericoloso del pianeta”