Come far rinsavire gli umani. Una ‘modesta’ proposta

Riconvocare un nuovo Tribunale Russell, che giudichi personaggi come Trump, Putin, Netanyahu e molti altri 

Come rinsavire questo mondo di folli che ci vogliono portare alla guerra, insieme facendoci dimenticare la crisi climatica e sociale – è un classico della politica: la guerra per dimenticare il resto, il nemico per rafforzare la comunità e cancellare e reprimere il dissenso e la critica?

Come far rinsavire quei tanti, troppi, sempre di più che votano neo-fascisti, tecno-fascisti, fascio-populisti, fascio-conservatori, fascio-sovranisti, MAGA-fascisti, fascio-capitalisti?

Come non lasciare solo Papa Leone (lo dico, con imbarazzo, da non credente: solo il papa si oppone alla tendenza bellicista, ricordandoci che si vis pacem para pacem)?

E come gridare: basta follia, basta giocare col fuoco, basta con un capitalismo che preferisce lucrare sul riarmo (gli è in realtà perfettamente funzionale e congeniale) invece di impegnarsi sulla transizione ecologica e nella cura della biosfera e della società?

Chi ha qualche anno sulle spalle, forse si ricorderà del Tribunale Russell. Mentre i giovani probabilmente non sanno neppure chi sia stato Bertrand Russell (filosofo, logico, matematico, attivista e saggista britannico – 1872-1970). Meno che meno ricorderanno Lelio Basso (politico e fine intellettuale italiano – 1903-1978).

Ecco allora una modesta proposta, che sappiamo quasi-impossibile, ma ci proviamo ugualmente. Riconvocare un nuovo Tribunale Russell. Riconvocarlo noi tutti società civile; noi tutti che cerchiamo ancora di essere sapiens; noi tutti che crediamo nel sapere aude! kantiano e ripudiamo l’intelligenza artificiale e vogliamo conservare la nostra libertà, soprattutto cognitiva; noi che crediamo in libertà, uguaglianza e fraternità; noi tutti che abbiamo letto la prima Scuola di Francoforte e L’uomo a una dimensione di Marcuse (oggi ancora più attuale); noi tutti che abbiamo letto la Laudato si’ e la Fratelli tutti di Papa Bergoglio; noi tutti che ci sentiamo responsabili verso i nostri figli e nipoti e verso coloro che verranno dopo di loro; noi tutti che non ci rassegniamo ai crimini delle oligarchie/pifferai magici e delle masse digitalizzate che le seguono; noi tutti che non accettiamo di vivere nell’alveare di Mandeville, oggi digitale, pieno di vizi e però apparentemente molto ricco; noi tutti che sosteniamo che la crisi climatica (che il sistema non vuole risolvere, vedi fallimento anche della COP 30) è un crimine contro l’umanità, come una guerra; noi tutti che ci opponiamo a chi pretende di essere sovrano assoluto del mondo (con la correità ancora di chi li vota) e gridiamo che deve essere deposto, detronizzato, rottamato. Ovvero, noi-tutti-richiamati-qui-sopra dobbiamo essere capaci (come una volta nella Grecia antica) di deporre l’oligarchia e di attuare la demo-crazia.

Un Tribunale che era senza un reale potere giuridico e sanzionatorio (oggi ci sarebbe la Corte penale internazionale, certo, ma sappiamo che fine sta facendo – e ci serve altro), ma con un potentissimo potere morale/etico/umanistico capace di portare anche oggi nella gabbia degli accusati, davanti appunto a un Tribunale plurale e indipendente che li giudichi, personaggi come Trump, Putin, Netanyahu – e poi tutti coloro che a loro non sono capaci di opporsi o anzi sono complici delle loro follie/crimini, dei loro genocidi, delle loro guerre, della loro predicazione dell’odio e del riarmo, della loro crisi climatica sempre più drammatica e veloce, dei migranti lasciati annegare nel Mediterraneo, dei rimpatri forzati, della loro società sempre più repressiva. E quindi, dopo i tre boss richiamati sopra, convocare e giudicare – e l’ordine è casuale: Ursula von der Leyen, Macron, Merz, Bin Salman, Meloni & Salvini, Mattarella (che invoca anche lui il riarmo), Musk-Bezos-Altman & la Silicon Valley (oligopolio-oligarchia), il governo e le banche svizzere, la finanza, BlackRock e simili, Modi, Starmer, l’industria del fossile e dell’agroalimentare, le lobbies, la manosfera, gli economisti (poche le eccezioni), Mario Draghi, il management e il marketing, il Fondo monetario, il complesso militare-industriale-scientifico, l’industria della distrazione di massa, i meccanismi di governance, tutta la struttura e la sovrastruttura tecno-capitalista, eccetera eccetera (e aggiungete voi…).

Ma cos’era il Tribunale Russell? “L’International war crimes tribunal venne presentato da Bertrand Russell (già promotore della Bertrand Russell Peace Foundation) in una conferenza organizzata a Londra nel novembre 1966; il Tribunale nacque per giudicare i crimini commessi dagli Stati Uniti durante il conflitto in Vietnam. Nella Conferenza di Londra venne redatto uno statuto per rendere formali le modalità di svolgimento dei lavori del Tribunale e i suoi scopi, soprattutto quello di creare un mezzo di diffusione imparziale della verità da rendere nota all’opinione pubblica mondiale. Il Tribunale era presieduto, oltre che dallo stesso Russell, da Jean-Paul Sartre e Vladimir Dedijer; tra i membri della giuria comparivano Wolfgang Abendroth, Günter Anders, Lelio Basso, Simone de Beauvoir, Laurent Schwartz, et al. […]

La prima Sessione del Tribunale si tenne a Stoccolma dal 2 al 10 maggio 1967. […]. La seconda Sessione a Copenaghen (21-30 novembre 1967) […]. Al termine delle due Sessioni il Tribunale arrivò alla conclusione che “la guerra portata avanti dagli americani era stata svolta secondo modalità contrarie al diritto internazionale e ai principi fondamentali dei diritti dei popoli: la politica americana nel Vietnam venne giudicata come genocidio (secondo la definizione della Convenzione per la prevenzione e repressione del delitto di genocidio del 1948), per il fatto di aver scelto una politica di aggressione nei confronti di una popolazione che si ribellava all’oppressione, senza aver tentato una politica di pace”.

Fu seguito dal Tribunale Russell II, fondato e presieduto da Lelio Basso nel novembre 1973 allo scopo di affrontare le violazioni dei diritti umani, dell’uso della repressione e della tortura nelle dittature dell’America centro-meridionale.

Ora esiste il Tribunale Permanente dei Popoli (TPP), ma è quasi sconosciuto, “competente a pronunciarsi su ogni grave crimine commesso a danno di popoli e minoranze. Nasce a Bologna nel 1979 nel contesto della Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli (1976) e sulla scia dell’intuizione del giurista e politico Lelio Basso, il quale trasformò le esperienze dei Tribunali Russell […] in un’istituzione permanentemente all’ascolto di popoli costretti a misurarsi con l’assenza del diritto e l’impunità. Il TPP è composto da una rete esperti e personalità riconosciute a livello internazionale, di volta in volta convocati per la composizione della giuria di ciascuna Sessione. Ha sede a Roma e rappresenta una delle espressioni della Fondazione Lelio e Lisli Basso”.

Ripristinare e affermare la verità – questo era dunque l’obiettivo principale del Tribunale Russell. Ma oggi, a parte i noi tutti di cui sopra (ma quanti siamo?) chi cerca la verità, chi persegue il giusto, chi crede davvero nella libertà-uguaglianza-fraternità, nel sapere aude!, chi invoca oggi un nuovo Tribunale Russell o rivaluta e potenzia il TPP, dov’è l’umanità e dov’è l’umanesimo, dov’è l’utopia (e senza utopia si resta catturati nel labirinto/alveare), dove sono l’indignazione e una coscienza critica collettiva che accomuni le troppe proteste autoreferenziali e settoriali (che non danno fastidio al potere, spegnendosi rapidamente) e le faccia diventare una vera lotta internazionale di liberazione e di emancipazione, come cercava di attivare la prima Scuola di Francoforte?

Oppure, per sentirci emancipati e liberi ci è bastato usare l’intelligenza artificiale per mandare video di Auguri per Natale?

Nell’immagine: una seduta del Tribunale Russell II


Pandemia di Covid: «Ora si danno tutti una pacca sulla spalla»

Riconvocare un nuovo Tribunale Russell, che giudichi personaggi come Trump, Putin, Netanyahu e molti altri 

Di Martina Frei, Infosperber

La pandemia di coronavirus è iniziata sei anni fa. Come valuta questo periodo con il senno di poi?
È stato molto opprimente. All’epoca ho dovuto confrontarmi spesso con i politici. La politica pensava di poter fare infettivologia. Ma solo pochi esperti avevano davvero esperienza nella lotta alle epidemie. Questi avrebbero dovuto consigliare i politici. Ma ciò non è avvenuto.

Perché no?
Non saprei dirglielo. È stato come una valanga: un Paese ha fatto qualcosa, gli altri hanno seguito l’esempio, nessuno poteva sottrarsi. C’era un piano pandemico per situazioni del genere, c’erano soluzioni preparate, ma nonostante ciò non sono state utilizzate. Questo è stato il primo grande errore.

Ma la Svezia ha deviato dal percorso.
Sì. È stato l’unico Paese a discostarsi. E ha superato la pandemia meglio di noi in Germania.

La mortalità in eccesso in Svezia è stata inferiore a quella in Svizzera o in Germania?
Certamente.

Quali altri gravi errori ha commesso la politica?
Uno dei più grandi errori dei politici è stato quello di ascoltare esclusivamente i cosiddetti esperti. Tra questi includo anche l’Accademia nazionale delle Scienze e la Commissione Etica tedesche. Le idee in parte completamente assurde che venivano diffuse da queste istituzioni erano indicibili. Purtroppo anche colleghi del settore sanitario pubblico che non avevano alcuna esperienza nella lotta alle pandemie hanno preso la parola. Il traffico aereo è stato inutilmente paralizzato in un momento in cui all’interno del Paese c’erano già molti più contagi di quelli importati dagli aerei. Ma purtroppo questo è successo in tutto il mondo.

Chi è René Gottschalk
L’ex direttore ministeriale e professore di medicina René Gottschalk (nato nel 1956) è biotecnico, bioingegnere e medico. Ha proseguito la sua formazione come medico specialista in medicina interna con specializzazione in infettivologia e sanità pubblica. Nel 1998 è passato dalla clinica universitaria di Francoforte all’ufficio sanitario locale, di cui è stato direttore dal 2009 fino al suo pensionamento anticipato nel 2021. Durante questo periodo, l’ufficio si è trasformato da un’autorità dall’aspetto antiquato a un centro moderno che opera in modo scientifico. Quando è scoppiata l’epidemia di Sars-1, Gottschalk ha diretto, come attività secondaria, il «Centro di competenza per agenti altamente patogeni» dell’Assia. Successivamente ha conseguito l’abilitazione alla docenza sul Sars-1. Per molti anni è stato portavoce di un gruppo di lavoro sugli agenti altamente patogeni presso l’Istituto Robert Koch (RKI), ha fornito consulenza al Centro federale tedesco di informazione sui rischi biologici e sugli agenti patogeni speciali presso l’RKI ed è stato membro di un gruppo di esperti dell’OMS. Il suo interesse particolare era rivolto alla gestione delle crisi e delle infezioni negli aeroporti, alla gestione dei germi altamente patogeni, alla prevenzione delle epidemie e alle questioni di salute pubblica e al bioterrorismo. Nel 2014 ha fondato la «Policlinica studentesca» presso l’Ufficio sanitario di Francoforte. Qui gli studenti curano, sotto la supervisione di medici, persone prive di assicurazione sanitaria. Gottschalk ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui la Croce al merito federale nel 2023 e la medaglia Paracelso, la più alta onorificenza della professione medica tedesca.

«I dati sono stati raccolti, ma non sono stati creduti», ha affermato recentemente durante i colloqui di Bad Nauheim. Di quali dati si trattava?
Già nel febbraio 2020 erano disponibili i primi dati epidemiologici: l’epidemia sulla nave da crociera «Diamond Princess» ha mostrato quali gruppi di persone erano a rischio e quanto fosse alta la mortalità da Covid. Lo «studio Heinsberg» ha confermato questi risultati. Si è quindi saputo molto presto in quale fascia d’età le persone si ammalavano gravemente, quante di loro dovevano essere ricoverate in ospedale, quale percentuale probabilmente sarebbe morta. Sulla base di questi dati si sarebbe potuto elaborare un piano su come procedere al meglio. Ma ciò non è avvenuto. I coronavirus sono pericolosi per gli anziani, ma non per i giovani. Lo si sapeva già dal Sars-CoV-1. Si sarebbe dovuto dare credito ai risultati raccolti all’inizio.

Le immagini di Bergamo sono rimaste impresse nella mente di tutti.
Sì, erano impressionanti anche perché, come quelle dell’11 settembre, sono state mostrate mille volte. Ma sarebbe stato molto facile capire come si è arrivati a quelle immagini: quasi tutti i decessi erano di anziani che erano stati contagiati dai giovani. I giovani si erano infettati mentre sciavano nelle località sciistiche e poi avevano portato il virus, ad esempio, a Bergamo. Poiché in ospedale non c’era posto per gli anziani malati, questi ultimi sono stati trasferiti nelle case di riposo, dove hanno contagiato gli altri residenti. Si è creato così un circolo vizioso tra ospedale e casa di riposo.

Sia in Germania che in Svizzera erano stati preparati piani di emergenza. Il piano pandemico definiva tre fasi: la «fase di contenimento», con pochi contagi iniziali, in cui si cerca di guadagnare tempo con misure preventive generali. Seguiva la «fase di protezione», quando l’epidemia dilaga e occorre proteggere in modo specifico i gruppi a rischio. Infine, la «fase di mitigazione», in cui l’obiettivo principale è quello di ridurre le conseguenze. Lei ha criticato il fatto che il piano pandemico non sia stato rispettato. Cosa è andato storto?
La politica ha costretto il servizio sanitario pubblico al contenimento in una fase in cui si trattava solo di una misura per creare lavoro per le autorità sanitarie. Ai fini della protezione dalle epidemie, nel corso della pandemia non ha portato a nulla. Nella fase di contenimento si cerca di individuare le persone infette presenti nel Paese, compresi i loro contatti. L’obiettivo è rallentare la diffusione del virus. Solo in questo periodo ha senso tracciare i contatti. Successivamente, occorre proteggere le persone a rischio e prendersi cura di loro.

Per mesi gli uffici sanitari sono stati costretti a tracciare i contatti, quando ormai c’erano già tantissimi contagi. Quanta capacità lavorativa è stata assorbita dal compito di tracciare i contatti?
All’ufficio sanitario di Francoforte è stato il 100%. Tutti i dipendenti erano impegnati in questo. Questo tracciamento dei contatti, del tutto assurdo, ha assorbito tutta la nostra capacità. È stato così in tutti gli uffici sanitari. Non è stato più possibile svolgere altri compiti importanti, come le visite mediche di ammissione dei bambini alla scuola, le consulenze socio-psichiatriche, le visite ambulatoriali e, soprattutto, le consulenze igieniche, ad esempio nelle case di riposo.

Perché non si è opposto?
In realtà ho ignorato le direttive politiche. In un giorno abbiamo avuto 400 nuovi contagiati. Era necessario rintracciare tutte le persone con cui erano entrati in contatto. In alcuni casi, 60 soldati e personale ausiliario non qualificato hanno aiutato il nostro ufficio a rintracciare le persone con cui erano entrati in contatto. Ciononostante, non riuscivamo a stare al passo. Ho quindi ordinato al personale di occuparsi solo dei gruppi a rischio.

Ha avuto problemi per questo?
No.

Perché la politica ha imposto tali requisiti agli uffici sanitari?
Questo lo deve chiedere ai politici. Ancora oggi non lo capisco. Questa influenza politica e anche il fallimento dei colleghi nel proprio campo di competenza – ne parlo ancora con rabbia. All’epoca sono state rilasciate dichiarazioni in parte pessime. Il virus era nuovo, sì, ma i dati su come si trasmette, quali sono i gruppi a rischio, ecc. – tutto questo era noto. Ma questi dati non sono stati presi in considerazione. All’epoca eravamo disperati.

«L’incidenza» dominava i titoli dei giornali.
Questo è un altro esempio. L’incidenza è un termine epidemiologico definito. Ma durante la pandemia, l’Istituto Robert Koch ha calcolato in modo errato il «tasso di incidenza». In realtà si trattava solo di un tasso di segnalazione dei test positivi. Il fatto che un test di laboratorio servisse come prova della malattia contraddiceva le conoscenze di base. L’OMS era corresponsabile di questo. Allo stesso modo, la «letalità» – ovvero la mortalità di una malattia – è stata equiparata alla mortalità, ovvero la mortalità causata da tutte le malattie in relazione alla popolazione totale.

Un grande punto di contesa è stata la chiusura delle scuole. Perché si è opposto con tanta forza?
La mia ex collega Ursel Heudorf ha esaminato più volte gli scolari a partire dal 2020 e ha pubblicato i risultati. Questi hanno dimostrato che i bambini non rappresentano alcun pericolo. Ciononostante, i virologi hanno continuato ad affermare che i bambini fossero diffusori del virus. Non si sarebbe dovuto introdurre nemmeno l’obbligo di test per gli scolari. Doveva essere chiaro a tutti che in un gruppo di popolazione che deve sottoporsi al test si riscontrano più casi che in gruppi di popolazione che non devono sottoporsi al test. Da ciò non si può però concludere che nel gruppo sottoposto a test obbligatorio ci siano più casi di malattia che in altri gruppi di popolazione.

A Natale 2020 erano in vigore regole severe sul numero di persone che potevano festeggiare insieme. Anche a Capodanno erano vietati i grandi assembramenti, anche all’aperto.
Chiunque poteva capire che rinchiudere le persone favorisce la diffusione del virus. Ciononostante, ai bambini è stato vietato di giocare al parco… L’Istituto Robert Koch e l’OMS si sono allontanati dai principi dell’infettivologia. E quando la Corte costituzionale federale ha dovuto valutare se le misure ordinate fossero legittime, ha invitato proprio gli esperti che avevano precedentemente richiesto tali restrizioni. Non sono state ammesse opinioni contrarie. La legge tedesca sulla protezione dalle infezioni è diventata una legge restrittiva per la popolazione in relazione al Covid-19. Sono stati inseriti numerosi paragrafi, senza seguire il normale iter legislativo.

Quali, ad esempio?
I viaggiatori in treno di età superiore ai 14 anni dovevano indossare una mascherina FFP2. I medici del lavoro avrebbero dovuto scendere in piazza, perché la legge sulla sicurezza sul lavoro richiede che tali mascherine vengano tolte dopo mezz’ora prima di poter essere riutilizzate, e questo vale per i professionisti del settore medico. Per i cittadini “normali” queste mascherine non sono in linea di principio ammesse. Anche l’Istituto Robert Koch avrebbe dovuto protestare immediatamente. Ma non c’è stata alcuna opposizione. Se all’epoca avete viaggiato da Monaco ad Amburgo, avete dovuto indossare la mascherina FFP2 per ore. Una mascherina che coprisse bocca e naso sarebbe stata sufficiente.

Dove sarebbe stato opportuno indossare le mascherine FFP2?
Se proprio necessario, a parte le cliniche, avrebbero dovuto indossarle gli operatori sanitari nelle case di riposo. E solo dopo aver effettuato un «test FIT» per verificare che la mascherina fosse davvero aderente. Se ci sono perdite, l’aria praticamente non viene più filtrata. Ho visto bambini con mascherine FFP2 così grandi che metà pendeva sotto il mento. Assurdo.

Senza tutte queste misure, la pandemia non sarebbe stata molto peggiore?
Questo argomento viene ripetuto continuamente. Non posso fare altro che ridere. Per quanto riguarda il tracciamento dei contatti, ad esempio, non c’erano prove che funzionasse nel lungo periodo.

Ma non potete nemmeno dimostrare che altrimenti sarebbe andata meglio.
Non è vero. L’efficacia delle misure previste nei piani di igiene è stata dimostrata da tempo. Ad essere essenziali sono dispositivi di protezione adeguati e la formazione del personale che si occupa dei pazienti a rischio.

Lei e i suoi collaboratori avete visitato anche le case di riposo e di cura. Qual era la situazione lì?
Abbiamo visto cose che non credereste mai. C’erano case di cura che non avevano alcuna scorta di mascherine, assolutamente nulla. I contenitori per il disinfettante per le mani erano collocati in posti completamente sbagliati. C’erano troppo pochi indumenti protettivi. Le misure di isolamento sono state attuate in modo errato, ad esempio praticamente tutte le persone nelle case di riposo sono state confinate, una grave violazione dei diritti fondamentali dell’uomo. Solo i pazienti gravemente malati avrebbero dovuto essere isolati, ma non isolati dal mondo esterno. Il fatto che le persone siano state lasciate morire da sole, senza che i parenti potessero visitarle, mi lascia sbalordito.

Quale percentuale dei decessi per Covid tra i residenti delle case di riposo e di cura è da attribuire alla mancanza di igiene?
Non sono in grado di fornire cifre, ma direi che la percentuale è stata considerevole. Ci sono stati però anche esempi molto positivi: quando in una casa di riposo ebraica a Francoforte si sono verificati alcuni casi di Covid, abbiamo immediatamente elaborato un piano d’azione insieme al direttore sanitario della struttura. In questo modo è stato possibile interrompere la catena di contagio Quindi era possibile agire anche in modo diverso.

Quanto è stata efficace la vaccinazione contro il Covid?
Per gli anziani è stata assolutamente utile. Tuttavia, è stato subito chiaro che non proteggeva dalla trasmissione del virus. Per questo motivo, dopo aver inizialmente sostenuto l’obbligo di vaccinazione in ambito medico, mi sono poi opposto. Inoltre, più spesso si somministra un richiamo con lo stesso vaccino, peggiore è la risposta immunitaria. Lo ha sottolineato il professore di immunologia Andreas Radbruch e probabilmente vale anche per il vaccino antinfluenzale. Considero l’influenza il killer più grande in assoluto. Ma mi vaccinerò contro di essa solo se ci sarà un cambiamento significativo nel vaccino.

Oltre alla vaccinazione, cosa ha funzionato bene nella pandemia secondo lei?
Il fatto che non fossimo soli e che non ci siamo lasciati vietare di esprimere la nostra opinione. Ho avuto l’onore di far parte di un gruppo di eccellenti scienziati che hanno detto: «Così non va bene!» All’epoca questo gruppo si riuniva online ogni 14 giorni e redigeva dichiarazioni in cui venivano regolarmente segnalati i problemi e le possibili soluzioni. Ma a quanto pare non sono state nemmeno discusse.

Alcuni parlano di «pandemia pianificata» e sospettano che dietro tutto questo ci sia un piano.
È una totale assurdità. Queste sciocchezze le hanno raccontate i teorici della cospirazione e i complottisti. Selezionano sempre solo singole affermazioni e le inseriscono nella loro visione del mondo.

Nel 2021, dopo 12 anni come direttore dell’ufficio sanitario di Francoforte, è andato in pensione anticipatamente. Perché?
Non potevo più sopportare di vedere come anche le misure igieniche più semplici fossero attuate in modo errato. Mi ha particolarmente infastidito il fatto che il servizio sanitario pubblico fosse rappresentato in modo insufficiente nei comitati competenti e, quando lo era, da colleghi senza sufficiente esperienza nella lotta alla pandemia. Oggi sono felice di non dover più condividere la responsabilità di tutto questo.

Durante la pandemia di coronavirus, con le sue dichiarazioni si è «fatto molti nemici», come si leggeva nel 2024 nella laudatio per l’assegnazione della medaglia Paracelso. Le divisioni di allora sono state colmate?
I divari rimangono. Ed è deprimente vedere come è composta ora la commissione d’inchiesta incaricata di fare chiarezza sulla pandemia di coronavirus in Germania: vi fanno parte ancora una volta gli esperti che già allora avevano espresso opinioni insostenibili. Ora si congratulano a vicenda per quanto sono stati bravi.

Traduzione a cura della redazione


Dall’Ucraina a Gaza: l’incubo delle guerre senza fine

Riconvocare un nuovo Tribunale Russell, che giudichi personaggi come Trump, Putin, Netanyahu e molti altri 

Di , La Stampa

Le guerre infinite, sfinite, senza pace e senza tregua, le guerre della post diplomazia, le guerre eterne che infilano gli anni come le pietre di una collana, una dopo l’altra, malattie endemiche, le guerre che diventano silenziosamente destino: ci attaccheranno entro il… la guerra mondiale sarà tra cinque anni…

È terribile lo so ma tutto ciò che vive è terribile…; le guerre in cui per fare la pace manca sempre solo un dieci per cento, dai è niente… ma dentro quel miserrimo dieci c’è tutto quello per cui si è fatta la guerra e il resto su cui pare siano tutti miracolosamente d’accordo sono solo ciacole…; le guerre underground e nello spazio, le guerre senza Blitzkrieg, senza battaglia decisiva, guerre orfane di Valmy e di Stalingrado, di eroismo decisivo, banali quotidiane sonnolente ripetitive come turni in fabbrica basta solo sostituire nel turno gli assenti (non torneranno) e riarmare i missili… e domani si riprende…; le guerre sproporzionate perché non hanno più uno scopo finale ma la cui unica misura è continuarle, le guerre senza vittoria perché nello scorrere del tempo si è dimenticato qual era lo scopo per cui erano scoppiate; le guerre dove il termometro dell’orrore e del terrore non è il numero dei morti o il valore economico delle distruzioni ma semplicemente, banalmente essere più grandi di ciò che cerca di essere più grande di esse.

Le guerre in cui non serve a niente studiare o comprendere il nemico, basta odiarlo in modo terroristico, marattiano. Le guerre senza limiti perché quelle “small” costano poco e rendono poco. Le guerre dei pacifisti timidi e dei guerrafondai che arruolano contro “i pagnottisti” anche i diritti universali, le guerre in cui non si sa il numero dei morti non perché le cifre incrinino il morale del fronte interno suvvia! ma perché le vittime non hanno alcuna importanza, sono solo argomenti della propaganda…; le guerre in cui il massacro permanente diventa parte dell’armonia universale, che creano sviluppo, occupazione, danno lavoro, sviluppano invenzioni e intelligenze evviva era ora, usciamo dalla stagnazione!

Le guerre in cui i chierici tradiscono ogni giorno per abitudine senza neppure un piatto di lenticchie, dove le sacrosante accuse dei papi vengono passate sotto silenzio (ah questi preti che ne sanno? ), le guerre dove non è vero che vincerà quello che resiste un minuto di più dell’altro… perché gli orologi sono stati disattivati, e dunque da dove partiamo per contare?

Sono le guerre in cui la seduzione della violenza, la lussuria dell’occhio la definiva la Bibbia, non è più necessaria per alimentarle, non le guardiamo più sono lì, uffa… Ecco le guerre su cui nascondiamo i dubbi come credenti in crisi, nella certezza che nessun altro li provi. In una specie di autismo collettivo ci sentiamo colpevoli. E per questo taciamo. E sbagliamo.

Non ci siamo accorti che le guerre si distaccavano dal fine, troppo complicato, manifestamente irraggiungibile, la punizione di Putin e la pace “giusta”, la ricolonizzazione della Ucraina senza nemmeno la palingenesi bolscevica, la distruzione di Hamas, la fine di Israele, il califfato planetario, la conquista del Sudan, il controllo dello Yemen dove ieri di nuovo i sauditi in lotta con gli Emirati hanno bombardato. E allora l’unica scappatoia possibile, l’unica strategia possibile qual è? Far acquistare alla guerra una vita propria, vita esuberante e dallo sviluppo indeterminato. In Ucraina a Gaza e altrove muoiono, ma almeno per noi il capitolo finale è rinviato a data da destinarsi. Povero Clausewitz con la sua ideuzza consolatoria: la subordinazione della guerra alla politica. Un abbaglio ottocentesco: oggi bisogna affiggere sui municipi autocratici, democratici e fanatici il motto del maledetto Ludendorff signore della guerra prussiano: «Ogni attività umana e sociale non è giustificata se non prepara la guerra». Si troverebbe a suo agio oggi in qualsiasi talk show a Est e a Ovest.

Finora la guerra era un azione incompleta e in sé contraddittoria, la necessità di tenersi pronti a vederla irrompere in una forma più radicale (guerra mondiale, guerra atomica eccetera) l’hanno spinta verso la ascensione all’estremo, alla necessità di un quotidiano rilancio ma senza mai andare fino all’ultima delle possibilità. Perché allora ci sarebbe la vittoria o la resa che segnano sempre la fine. Avete notato che nessuno con uno sforzo di sincerità chiede la resa del nemico, sempre solo paci giuste, dignitose, onorevoli… Il vocabolario per continuare sine die. Non a caso a trattare sono immobiliaristi, veri talenti non del negletto “balance of powers”, ma del buon affare. Appunto. Quale affare è più redditizio della guerra?

Benvenuti dunque nell’anno ventiduesimo del Ventunesimo secolo. In cui l’unico vero dramma è la dolorosa dispersa confusa e omeopatica resa alla ineluttabilità della guerra permanente. Questo è il secolo delle guerre in cui non potete immaginarvi un dopoguerra che vi disincagli almeno per un po’ di tempo dalla angoscia. Il dopoguerra in Palestina sarebbe una Gaza di superficie che fa le fusa a turisti a cinque stelle e un sottosuolo dove i riciclati tunnel di Hamas diventano l’Averno sommesso e invisibile in cui i palestinesi si rintanano al tramonto, terminati i loro umili lavori “en plein air’? E riuscite a immaginare un dopoguerra ucraino con Putin sempre al Cremlino, la Legione di Macron che mette caserma magari a Poltava dove Pietro il Grande macellò gli svedesi, gli ucraini che hanno un esercito di un milione di uomini e Trump che spedisce a Mosca e a Kiev le fatture per terre rare e altre primizie?

Nell’immagine: miliziani dello Yemen lanciano un’operazione militare in una zona montuosa nella provincia di Abyan


La guerra di Putin, ecatombe russa: “Sono 350mila i morti al fronte”

Riconvocare un nuovo Tribunale Russell, che giudichi personaggi come Trump, Putin, Netanyahu e molti altri 

Di , la Repubblica

Anatomia di una carneficina. Il numero di vittime inghiottite dal conflitto ucraino è impressionante e indefinito, occultato con cura da entrambi i belligeranti. Pochissimi sono gli indicatori che permettono di comprendere le dimensioni dell’ecatombe e sono concordi nel segnalare come la strage continui a diventare più cruenta. Uno dei rari riferimenti oggettivi viene dal monitoraggio condotto dalla Bbc assieme a Mediazona, un collettivo di dissidenti russi, e ad alcuni volontari: censiscono i necrologi russi pubblicati sui giornali o sui siti web, dove i soldati uccisi al fronte vengono ricordati con nome e cognome.

Nel corso del 2025 sono aumentati del 40 per cento, portando il bilancio documentato dall’inizio dell’invasione a 160 mila. Questo dato, di per sé sconvolgente, è parziale: la Bbc reputa rappresenti il 45-65 per cento del totale. Questo significa che i morti russi sono compresi tra 243 mila e 352 mila. Per avere un termine di paragone, è come se tutti gli abitanti di Firenze fossero stati assassinati. La statistica è in linea con quelle fornite da altre fonti. Un dossier del CSIS, il Center for Strategic and International Studies, a giugno sosteneva che Putin avesse mandato al massacro 250 mila uomini, mentre 750 mila sarebbero stati feriti. E Donald Trump ha dichiarato che dall’estate Mosca avrebbe perso 25 mila soldati ogni mese, rendendo il dato finale addirittura superiore al calcolo della Bbc. Invece la redazione di Meduza, formata da oppositori in esilio in Lettonia, ha preso in esame i bollettini di mortalità del Rosstat, l’equivalente dell’Istat. Su questa base reputa che a metà del 2025 abbiano perso la vita tra 200 e 220 mila militari, a cui vanno sommati 30-40 mila dispersi in combattimento. Da allora il Cremlino ha sospeso la pubblicazione delle statistiche di Rosstat, allargando la barriera del segreto.

L’aspetto più raccapricciante è l’escalation registrata dall’inizio dei colloqui di pace. I necrologi hanno cominciato a intensificarsi da febbraio 2025, quando la prima telefonata diretta tra Trump e Putin ha aperto il percorso negoziale. Il trentenne Murat Mukashev ha deciso di arruolarsi perché pensava che il conflitto fosse agli sgoccioli. Aveva preso parte alle manifestazioni di piazza contro il Cremlino: una foto lo mostra circondato dagli agenti mentre alza un cartello di protesta. Nel 2022 ha contestato l’invasione sui social, poi all’inizio del 2024 è stato arrestato per detenzione di droga. Ha rifiutato più volte di entrare nell’esercito per evitare di scontare la pena, ma dopo l’elezione di Trump si è convinto ad accettare. “Credeva che Trump avrebbe fermato la guerra e gli sembrava una chance per non restare dieci anni in cella”, hanno riferito i suoi amici. Murat è stato ammazzato durante un assalto nella regione di Kharkiv il 10 giugno. L’eccidio si è gonfiato durante l’estate, per toccare il picco a ottobre e novembre con 322 necrologi al giorno, il doppio rispetto all’anno precedente. Questo massacro ha due spiegazioni tecniche. La prima è ovvia: il Cremlino ha accelerato l’offensiva, spingendo sempre più reparti all’assalto per occupare terreno prima di un eventuale accordo. E chi va all’attacco esce allo scoperto, con un livello di perdite più alto.

C’è però una caratteristica angosciante, imposta dalla nuova natura della guerra: il dominio dei droni, mai esistito prima. Il loro ruolo sui campi di battaglia è cresciuto esponenzialmente nel corso del 2024 e ora sono i protagonisti assoluti del conflitto, tanto da provocare l’80 per cento delle vittime. Le bombe volanti sono onnipresenti: nugoli di quadricotteri che restano in agguato notte e giorno impedendo i movimenti in una fascia di oltre dieci chilometri dalla prima linea. Con una conseguenza drammatica: è impossibile portare via i feriti. Negli eserciti della Nato esiste la regola della “golden hour”, l’ora d’oro entro cui i militari colpiti devono raggiungere un ospedale, altrimenti le lesioni diventano letali. Per questo esistono elicotteri e mezzi blindati per l’evacuazione rapida, con le prime cure somministrate durante il trasferimento: un soccorso garantito persino tra i monti dell’Afghanistan.

In un Ucraina non è più possibile. Gli elicotteri restano lontanissimi mentre barellieri e ambulanze finiscono inesorabilmente sotto il tiro dei droni, tanto che nessun ufficiale rischia di perdere due-tre uomini per salvarne uno. I feriti rimangono senza terapie per giorni e pochi sopravvivono. I resoconti bellici degli ultimi quarant’anni riportano un’equazione consolidata: per ogni morto ci sono tre o quattro feriti. Nel Donbass e a Zaporizhzhia il rapporto invece è di uno a uno: gli scontri hanno raggiunto una letalità senza precedenti. Pure le truppe di Kiev pagano un tributo di sangue colossale. Lo scorso febbraio Zelensky ha detto che 46 mila soldati erano stati uccisi e 380 mila feriti nella resistenza contro gli invasori. Un bilancio giudicato cauto, se non reticente.

Esistono pure 80 mila dispersi e la Bbc stima che a oggi l’Ucraina abbia sepolto 140 mila militari. Per rendersene conto basta girare nei cimiteri di città e villaggi, colmi di tombe con la bandiera nazionale e quella dei battaglioni in cui facevano servizio i caduti. Poche settimane fa il grande camposanto di Leopoli ha esaurito lo spazio disponibile: sono partiti i lavori per costruirne un secondo. Il confronto tra le perdite può confondere. I morti di Mosca sono almeno il doppio ma non è una proporzione positiva, anzi. La demografia dimostra il contrario, perché gli uomini russi potenzialmente arruolabili sono sei volte più numerosi: 33 milioni contro sei milioni.

Non solo: il Cremlino continua a reclutare 30 mila volontari ogni mese, convinti a prendere le armi da paghe altissime che toccano 130 mila euro l’anno. Kiev invece non riesce a rimpiazzare le perdite e la leva obbligatoria è a dir poco impopolare: gran parte dei coscritti diserta durante l’addestramento iniziale. Ed è proprio il fattore umano a condizionare la situazione al fronte, dove i generali di Putin gettano senza sosta schiere inesauribili di fanti contro i capisaldi ucraini sguarniti.


Stati uniti, il prezzo della grazia

Riconvocare un nuovo Tribunale Russell, che giudichi personaggi come Trump, Putin, Netanyahu e molti altri 

Di Luca Celada, il manifesto

In un post su Truth Social di paio di settimane fa, Trump ha annunciato «la concessione della grazia piena a Tina Peters per aver contribuito a smascherare» i brogli orditi nelle elezioni presidenziali del 2020, quelle che il presidente afferma tuttora di aver vinto.

La donna all’epoca era una funzionaria di Mesa County in Colorado. Nelle fatidiche settimane seguite al voto, quando Trump e la sua squadra avevano fatto di tutto per ribaltare il legittimo risultato ed impedire l’insediamento di Biden, Peters aveva amplificato la disinformazione e tentato di manomettere i sistemi informatici di tabulazione del suo distretto.

NELLA SENTENZA di condanna a suo carico, il giudice ha motivato i nove anni di reclusione con l’attentato all’integrità dei sistemi elettorali, affermando che l’imputata, complottista recidiva, avrebbe «certamente tentato di ripeterlo».

Credenziali, insomma, che garantirebbero una grazia dal presidente che le sta utilizzando a ritmo di record. In questo caso però il proclama di Trump è rimasto simbolico. La condanna di Peters, infatti, non è federale ma dipende dalla giurisdizione statale del Colorado. Solo il governatore di quello stato potrebbe quindi concedere un perdono.

Non potendo intervenire direttamente, il presidentissimo ha intrapreso una campagna di rappresaglia contro quello stato dell’Unione, ordinando il trasferimento dal Colorado in Alabama del comando di difesa spaziale (Spacecom), la chiusura del centro federale di ricerca atmosferica e ordinando al ministero di Giustizia di indagare il pubblico ministero di Mesa County ed il carcere in cui è detenuta Peters. L’ultima punizione è stata di bloccare gli aiuti federarli richiesti dal Colorado per riparare i danni delle inondazioni della scorsa estate.

QUESTA È OGGI la realtà americana, con un presidente che dichiara guerre e persegue ripicche personali contro stati, funzionari e amministrazioni locali, impugnando il sistema giudiziario come clava contro gli avversari politici.

L’uso strumentale della “clemenza esecutiva” è paradigmatico di questa presidenza imperiale. Appena insediato, Trump ha concesso la grazia a più di 1.500 estremisti Maga condannati per l’assalto eversivo al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Nel primo anno del primo mandato, Trump aveva concesso la grazia e commutato la pena a 240 persone. Nel solo 2025 ne ha firmate già oltre 1.600.

Oltre ai 1.500 seguaci di Capitol Hill, la lista dei beneficiari della munificenza del presidente comprende altri «perseguitati politici» come 23 militanti anti abortisti, condannati per aver illegalmente minacciato pazienti e ostruito l’accesso a consultori. Vi sono poi i membri del gruppo “stop the steal” che per conto del presidente tentò di sovvertire le elezioni del 2020. Fra questi hanno beneficato della sua indulgenza Jenna Ellis, Sydney Powell, Rudy Giuliani e Mark Meadows, tutti fautori del piano per sostituire i grandi elettori con sostenitori di Trump.

Fra i componenti del gruppo c’era anche Ed Martin, avvocato, attivista conservatore che ora coordina e smista proprio le richieste di grazia per conto della Casa bianca. Le potenziali “clemenze”, vengono vagliate dallo staff legale, dalla capo gabinetto Susie Wiles e perfino da una speciale funzionaria designata «pardon zar» da Trump. Il presidente decide infine, da sovrano, a chi dispensare le indulgenze.

A WASHINGTON non è un segreto che la sua benevolenza può essere coadiuvata con professioni di pubblico sostegno e generose donazioni da parte dei postulanti. Attorno alle richieste si è costituita quella che il Wall Street Journal ha recentemente definito un comparto industriale della clemenza e una rete i lobbisti specializzati nel perorare cause di facoltosi clienti. Sempre secondo il prestigioso giornale economico, in questa Casa bianca dove tutto ha un prezzo (la residenza, ad esempio, acquistabile con una gold card da 1 milione di dollari), le quotazioni per una domanda che vada a buon fine variano fra 1 e 6 milioni di dollari.

AIUTA MOLTO anche conoscere le persone giuste, preferibilmente con un’entratura nella cerchia presidenziale di Mar A Lago, meglio se nella stretta parentela della dinastia di casa. Uno dei beneficiari di lusso della generosità presidenziale è stato Changpeng Zhao fondatore della piattaforma cripto Binanace, che supporta anche le valute coniate dalla World Liberty Financial, azienda di famiglia di Trump & figli. Trump ha commutato la sua sentenza per frode fiscale una settimana dopo l’incontro con i suoi avvocati, organizzato da Don Jr., figlio maggiore di Trump.

Altri graziati per intercessione di comuni amici politici, comprendono l’ex governtore dell’Illinois Rod Blagojevich (che a suo tempo aveva messo all’asta il seggio parlamentare liberato da Barack Obama) e George Santos, ex parlamentare e millantatore seriale condannato per truffa aggravata.

UN’ALTRA GRAZIA, quella per l’imprenditore sportivo Tim Leiweke, condannato per illeciti finanziari, è stata apparentemente negoziata nell’arco di una partita di golf nel circolo del presidente, con i buoni auspici del comune amico, e parlamentare Maga, Trey Gowdy.

Se le affinità del presidente con affaristi ed insider trader, esponenti della corte di oligarchi di cui si è circondato, può essere scontata, più sorprendenti sono i favori elargiti ai trafficanti di droga. A questa categoria appartengono l’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández, liberato a sorpresa il mese scorso dal carcere dove scontava una condanna a 45 anni di reclusione per collusione con i cartelli dei trafficanti ed il concorso, secondo i magistrati, nell’importazione in Usa di 400 tonnellate di cocaina.

Precedentemente Trump aveva graziato Ross Ulbricht, architetto del sito Silk Road per lo spaccio di stupefacenti sul dark web. E dire che nel nome della gioventù sacrificata dal fentanil gli Stati uniti sembrano pronti alla guerra col Venezuela.

LA GRAZIA AD ULBRICHT era stata promessa all’ala anarco capitalista della sua coalizione. Non è escluso che seguano “perdoni” anche per altri operatori del mondo delle criptovalute e figure legate al tecno liberismo di Silicon Valley. Fra i papabili vi è ad esempio, Elizabeth Holmes che sta scontando 11 anni per la truffa della startup di diagnostica Theranos. E molti si aspettano che la benevolenza presidenziale si volga presto anche verso Ghislaine Maxwell. La complice adescatrice di Jeffrey Epstein ha dopotutto già negoziato un trattamento di favore in cambio di dichiarazioni tese a scagionare Trump dallo scandalo della pedofilia. E tutto è negoziabile per il presidente la cui autobiografia è sottotitolata L’arte di fare affari.

IN TEORIA la facoltà di grazia esecutiva dovrebbe veicolare empatia dello stato in casi di errori giudiziari o «manifesto pentimento», riflettere, in ogni caso, una sintonia con gli interessi umanitari del paese. Ma secondo Liz Oyer, legale del ministero di giustizia licenziata a marzo, Trump ha sovvertito questo dispositivo. «Il presidente non sembra considerare gli interessi del pubblico americano – ha affermato al Wall Street Journal – ma unicamente I suoi tornaconti politici, personali e finanziari».

Nell’immagine: l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021


Sergio Rossi – L’economia che verrà

Riconvocare un nuovo Tribunale Russell, che giudichi personaggi come Trump, Putin, Netanyahu e molti altri 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


L’insegnamento non è una pratica da sbrigare

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Il mestiere dell’insegnante è il titolo del volume (Edizioni Casagrande, Bellinzona 2024) che raccoglie una selezione degli scritti sulla scuola di Fabio Camponovo. Nella sua duplice veste di insegnante e di formatore d’insegnanti, egli fu per molti anni una delle voci più ascoltate: per la sua indipendenza, per il suo rigore, per la sua forza di pensiero e per la sua intelligenza cristallina e profonda.

Per  Fabio Camponovo la scuola è soprattutto un racconto, una narrazione – magari non sempre lineare e pacifica – articolata attorno alla classica triade educativa: scuola, studente, docente. Il suo ragionare sull’educazione è stato assiduamente interconnesso con chi la scuola la fa, ed è stata una appassionata ribellione alla «pura e semplice gestione amministrativa dei sistemi educativi» (p. 155).  

Come lui stesso amava ricordare, il dibattito sulla scuola deve sempre essere aperto e vivo perché è un dibattito di civiltà.

Potremmo scrivere molte parole per ricordare Fabio Camponovo. Ma chi lo ha conosciuto bene sa quanto esse verrebbero da lui giudicate troppe e persino fastidiose a fronte del suo essere parsimonioso di presenza e di parole. Così come il suo eloquio rallentato, di cui egli spesso sorrideva, non era dovuto a un vezzo, ma alla ricerca del vocabolo appropriato, alla fatica del pensare, al cercare di rendere semplice (non banale!) ciò che per natura è complesso. La ricerca del concetto e della parola giusta, la dispositio rigorosa, la coerenza e la chiarezza didattica erano sue belle qualità.

Per quanto detto, non aggiungiamo altro e ricordiamo Fabio Camponovo ripubblicando parte della sua intensa introduzione al volume Il mestiere dell’insegnante, da lui stesso intitolata Tra pubblico e privato. Storia del mio rapporto con la scuola.

Buon viaggio, amico caro, e grazie per aver condiviso con alcuni di noi un importante tratto di strada intrisa di studio, letture, discussioni, passioni e tanto altro. In particolare molti giovedì sera, a volte vittoriosi a volte no, ma sempre in bella amicizia. Vale.       


Nato giusto a metà degli anni ’50, appartengo a una generazione che poi ha vissuto, fin dall’adolescenza, un periodo stimolante e, almeno per me, caratterizzato dal fascino della relazione dialettica fra cultura, pensiero e impegno sociale. Un periodo di rinnovamento e anche di fervore intellettuale nel quale lo studio e la scuola erano ancora percepiti come la strada dell’emancipazione personale e civile.

A partire dai 15 anni, come altri compagni, mi “nutrivo” (si fa per dire, perché gli approcci erano ingenui e prettamente degustativi) di una varietà di letture che mi sembrava disvelassero un mondo segreto: arte, poesia, narrativa, psicologia, antropologia, scienze e… politica. L’impegno scolastico era percepito come passione politica nel senso nobile del termine: cambiare il mondo attraverso l’educazione mirando a ideali di pace, giustizia sociale, antiautoritarismo, pensiero critico, libertà, uguaglianza, solidarietà. L’accesso alla cultura era visto come leva di una trasformazione globale. Si trattava di ideali ingenui? Può essere, ma non tanto da non segnare in parte, proprio in quegli anni, anche le istituzioni dello Stato e il corpus delle leggi.

Frequentai le scuole elementari nella pluriclasse di quello che allora era il comune più a sud della Svizzera (Pedrinate), il ginnasio a Mendrisio, il liceo a Lugano. Dopo la maturità scelsi di studiare Lettere a Ginevra (italiano e storia in particolare) già pensando all’insegnamento. Una scelta dettata dal fascino umanistico della facoltà ma anche, onestamente, dal fatto che la mia origine socio-culturale consentiva di aspirare a quel mestiere e un po’ meno ad altre professioni accademiche che neppure riuscivo a immaginare. D’altra parte gli insegnanti erano figure professionali che avevano fatto parte del mio mondo fin dall’infanzia, le uniche di cui avessi un’impronta esperienziale.

A Ginevra seguii con interesse i corsi di didattica di Carlo Ossola e decisi di laurearmi con una tesi relativa appunto alla Didattica dell’italiano. Grande fascino, di natura diversa eppure potentissima, esercitarono su di me la passione messa nei corsi e nei seminari da illustri professori universitari come Maria Corti, Bronisław Baczko, Luis Prieto. In loro percepivo il gusto della condivisione intellettiva, il senso della relazione educativa, il piacere dell’incontro dialettico. Avrei voluto almeno cercare di imitarli.

Per guadagnare qualche soldo optai, ancora giovanissimo, per le supplenze, poi per l’incarico di insegnamento e infine per l’abilitazione pedagogica (un biennio) fino alla nomina ginevrina in qualità di docente di italiano e storia nel secondario 1 e 2 (medie e licei). Di quei corsi pedagogici ricordo con gratitudine i pomeriggi formativi passati con Philippe Perrenoud (sociologo dell’educazione) e le lezioni di Philippe Meirieu (pedagogista): incontri che sapevano aprire uno sguardo riflessivo ben oltre la sterile metodologia didattica. Venne infine il periodo delle scelte difficili: restare, dopo cinque anni, nella scuola ginevrina o tornare in Ticino? Decisi di partecipare ai concorsi per le secondarie ticinesi, con il rovello di lasciare il certo (la nomina ginevrina e un salario superiore di almeno un terzo a quello cui avrei avuto diritto in Ticino) per l’incerto (erano anni in cui si rimaneva “incaricati annuali”, senza garanzia di riassunzione, per oltre un decennio).

Decisioni di questo tipo sono spesso legate a fattori di diversa natura: il caso, i buoni risultati ottenuti nel concorso, le relazioni sentimentali e l’attrattiva di un vero e proprio insegnamento letterario nei licei ticinesi, un insegnamento da me percepito come accesso privilegiato all’umanesimo culturale. Ottenni da Ginevra un congedo e, grazie anche a un accordo fra i rispettivi Dipartimenti dell’educazione, iniziai l’insegnamento in Ticino nel gennaio del 1984.

Da quel momento il mio rapporto con l’insegnamento (e successivamente con la responsabilità della formazione  pedagogico-didattica) prese ad evolvere rapidamente. Si aprì un periodo professionalmente parecchio impegnativo.

Rispondendo a un concorso universitario ebbi nel 1987 un piccolo incarico come docente di Didattica dell’italiano all’Università di Friburgo (protratto fino al 2021); su consiglio di un collega che già aveva ricoperto quella carica, diventai esperto per l’insegnamento dell’italiano nelle scuole medie ticinesi. Discussi con l’allora capo dell’Ufficio dell’insegnamento medio superiore della possibilità di creare un istituto di formazione per i settori secondari in Ticino, fui chiamato a sperimentare presso il Liceo di Lugano 1 dei momenti formativi con i giovani insegnanti e partecipai alla progettazione dell’Istituto per l’abilitazione e l’aggiornamento dei docenti con sede a Locarno (IAA, poi Alta scuola pedagogica, oggi Dipartimento formazione e apprendimento della SUPSI). Tutto questo mantenendo delle ore di insegnamento liceale, almeno finché la salute me l’ha concesso: ho sempre sostenuto infatti che un formatore credibile deve poter svolgere di persona la professione per la quale prepara. […]

In verità, proprio per la politica scolastica cantonale, credo di essere stato spesso, in senso lato, una “pietra d’inciampo”, una voce critica e dissonante. Lo sono stato probabilmente anche perché ho sempre privilegiato, testardamente, l’indipendenza intellettuale e l’amore per il confronto dialettico come condizione di progresso, o forse perché l’orgoglio mi ha sempre impedito di tributare riconoscenza per una carica ricoperta. Lo sono stato, infine, perché non ho mai rinunciato alla riflessione critica sulle scelte dipartimentali e neppure mi sono mai piegato a logiche partitiche o sindacali.

Ne sono orgoglioso? Francamente non so: il dubbio è la bussola che ha sempre orientato il mio percorso e in molti casi sicuramente avrò sbagliato. Oggi, volgendo lo sguardo a ritroso, non mi lamento e penso anzi di essere stato un privilegiato. Credo di avere avuto la straordinaria possibilità (davvero straordinaria per un insegnante) di ricoprire diversi ruoli, di collaborare a progetti di istituto, di partecipare a importanti gruppi di lavoro, di conoscere persone e ambienti di lavoro qualificati. Ho avuto una vita professionale intensa, direi invidiabile.

Vengo ora, sia pur brevemente, ai temi affrontati in un libro che qui ripropone miei scritti degli ultimi vent’anni. Scritti di scuola, potremmo dire, che solo la pazienza e l’amorevole ostinazione di un gruppetto di amici – e in particolare di due colleghi che in luoghi diversi (in Ticino per l’uno e a Friburgo per l’altro) ho brevemente accompagnato nella formazione – hanno saputo riunire. In essi si troveranno temi che io ho avvicinato in occasioni diverse, cercando spesso di evidenziare le trasformazioni che la scuola ha vissuto negli ultimi decenni non senza effetti anche preoccupanti sull’identità professionale dell’insegnante.

Non a caso gli interventi pubblici si succedono a partire dai primi anni Duemila: anni nei quali prende forma l’Alta scuola pedagogica e in cui, per ragioni di risparmio, il Governo ticinese immagina di poter aumentare l’onere di lavoro dell’insegnante senza intaccare la qualità del suo contributo formativo. Soprattutto sono anni nei quali si materializza una diversa figura professionale dell’insegnante, non più persona di cultura che assume la responsabilità della crescita intellettiva e culturale dell’allievo, ma professionista e comunicatore didattico a cui spetta il compito di facilitare l’apprendimento. Cambia radicalmente in quel contesto anche la relazione fra endo– ed eso-paideia, il rapporto cioè tra ciò che in termini di formazione ed educazione si realizza dentro le mura scolastiche e ciò che invece avviene fuori dalle stesse. E si tratta di un enorme mutamento di carattere antropologico-culturale al quale la scuola ha faticato – e fatica tuttora – a rispondere, trovandosi costretta suo malgrado a ridefinire la propria identità istituzionale. È interessante cogliere in questo periodo anche il suo costituirsi, soprattutto nella percezione del cittadino, non più come istituzione dello Stato quanto piuttosto come pubblico servizio educativo. Da qui l’allievo che diventa fruitore e il genitore che diventa cliente. Sono questi i temi che, soprattutto grazie alla costituzione del Movimento della Scuola (associazione magistrale di cui fui cofondatore), sono stati introdotti nel dibattito pubblico sull’educazione e sui sistemi scolastici.

Non so spiegarmi il fatto che il pensiero pedagogico (in Ticino in particolare) sia parso scarsamente interessato a una riflessione globale su queste trasformazioni, rifugiandosi volentieri nell’esaltazione dei processi d’apprendimento (al centro è l’allievo che impara) a parziale discapito del significato dell’insegnamento (il maestro che “lascia un segno”). Di fatto ci si è dimenticati che la base di ogni buona pratica educativa è la qualità della relazione fra un insegnante e i suoi allievi, e che è solo dentro questa relazione che si può dare senso ai percorsi di crescita intellettuale, culturale e civile della persona.

Quel che ne è conseguito è un progressivo impoverimento pedagogico della funzione docente. L’insegnante ha perso quel prestigio che ancora pochi decenni prima gli era riconosciuto e si confronta oggi con un profilo professionale che, lungi dal consolidarne la matrice intellettuale, punta retoricamente il dito contro le sue carenze didattiche. In quest’ottica il “buon insegnante” diventa sostanzialmente un buon prestatore di servizio didattico.

Si aggiunga poi, ed è fatto gravido di conseguenze negative, un reale peggioramento delle condizioni lavorative del docente, che si deve caricare sulle spalle sempre maggiori oneri formativi. Corre pubblicamente l’idea che in fondo il suo impegno sia appiattito su quelle 24 o 25 ore settimanali di lezione in aula, mentre lo studio, la ricerca (e perché no? anche la produzione scritta), la formazione continua, le attività connesse con l’insegnamento (dalla progettazione didattica alla correzione e alla valutazione), gli incontri con gli allievi e/o con i genitori, le crescenti richieste burocratico amministrative…, non facciano parte della sua attività. Siamo vicini alla proletarizzazione dell’insegnante.

Sono soprattutto le scelte di politica scolastica (direttamente o indirettamente influenzate dalle organizzazioni economiche internazionali) che affrontano il passaggio da una scuola nella quale al centro era posto un sapere strutturante la conoscenza di sé e del mondo a una scuola dove anche lo sviluppo personale è finalizzato all’acquisizione di un’operatività strumentale. Paradossalmente più la scuola – e lo studio – vede sgretolarsi quel monopolio formativo che le era stato a lungo riconosciuto, più i piani di formazione si intestano compiti educativi a 360 gradi. Compiti che non era mai stato necessario formalizzare, perché connaturati all’atto magistrale, hanno così preso la forma di dichiarazioni ufficiali in termini di competenze da perseguire e valutare (educazione emotiva, relazionale, comportamentale, psico-sociale: le cosiddette soft o life skills ritenute fondamentali dal mercato del lavoro). Sulla carta si disegna dunque una scuola estremamente ambiziosa, ma nei fatti si tratta di una scuola disorientata, in affannosa ricerca di modellizzazioni pedagogico-didattiche e di un’identità nuova. È una scuola, infine, che rischia di mettere gli insegnanti in uno stato di perenne insoddisfazione circa i risultati globali ottenuti e che a me pare a rischio di implosione. Si tenga conto anche del fatto che la formazione si indirizza oggi a ragazzi per i quali il futuro non è più un orizzonte di concrete aspirazioni e di valori sicuri, bensì un oscuro destino cangiante e quindi potenzialmente ansiogeno. Di questi fenomeni si parla poco, rifugiandosi a volte nell’orgoglio di una scuola ticinese che, malgrado l’investimento finanziario sia parecchio inferiore alla media svizzera, ottiene buoni risultati nei test PISA: prove internazionali utili a stilare classifiche e un po’ meno a misurare lo stato di salute di un sistema educativo (famosa la massima di Einstein che dice: «Le cose che contano non si possono contare»). Oggi, se dovessi indicare uno sforzo prioritario per la scuola sarei tentato di dire che, più che dannarsi l’anima per raggiungere competenze plurime, dovrebbe recuperare l’esperienza conoscitiva come scoperta di senso e preservare il valore (e anche il piacere) dello studio quale pratica fondante dell’emancipazione intellettiva. […].

Gli articoli di Fabio Camponovo su Naufraghi/e

Nell’immagine: Fabio Camponovo durante la sua relazione al convegno “Ben venga maggio” (18.5.2024)


Finanziaria 2026 e Legge Mancia, saranno felici i gatti di Aosta

Riconvocare un nuovo Tribunale Russell, che giudichi personaggi come Trump, Putin, Netanyahu e molti altri 

Dal nostro corrispondente dall’Italia

Un anno fa, la sera del 27 gennaio 2025, un fatto di cronaca suscitò ilarità e non pochi mugugni. Un radiologo di Aosta, Gianluca Fanelli, portò all’ospedale Parini, dove lavorava, una delle sue cinque gatte, Athena, caduta dal settimo piano e gravemente ferita. Sottoposta a una Tac e a un drenaggio allo pneumotorace, la micia venne salvata. Ma, in un Paese dove per fare una Tac con il servizio pubblico devi aspettare mesi e mesi, partì giustamente una segnalazione alle autorità sanitarie e alla Procura della Repubblica, anche se i “gattari” difendevano il medico.

Fanelli si giustificò, asserendo che gli esami programmati per la giornata erano terminati e quindi non c’erano pazienti in attesa, e che comunque era fuori servizio. «Se la mia gatta fosse morta», spiegò, «non me lo sarei potuto mai perdonare, anche per i miei figli che la adorano. Mi dispiace se tutto questo abbia comportato una violazione delle regole e mi dichiaro disponibile, laddove tale condotta avesse causato un danno economico di qualsiasi genere all’azienda, a farmi personalmente carico della sua integrale rifusione».

Il fatto torna alla mente oggi con l’approvazione definitiva in extremis, nel penultimo giorno utile ossia il 30 dicembre, della legge di bilancio dello Stato 2026, la cosiddetta “Manovra”, che stabilisce tasse, bonus, tagli, investimenti per la sanità, la scuola, le pensioni, gli enti locali, il welfare, correggendo i conti per rispettare i vincoli europei su deficit e debito.

Non è particolarmente interessante soffermarsi sui contenuti di questa stiracchiata e mediocre legge di bilancio, le casse dello Stato languono, il debito pubblico cresce e non c’è trippa per gatti: il Governo fa dunque quello che può con i pochi soldi a disposizione, e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti tira un respiro di sollievo per essere riuscito a tenere a bada l’armata Brancaleone dei suoi colleghi e quindi a far quadrare i conti.

Ma a ben vedere la “trippa per gatti”, in senso non metaforico, è stata trovata, perlomeno per quelli di Aosta, con lo zampino – indiretto – di Athena. Perché su richiesta della senatrice della Lega Nicoletta Spelgatti (nomen omen), la quale, guarda caso, è moglie del radiologo Fanelli, è stata stanziata la bella cifretta di 400.000 euro per il gattile-canile di Aosta.

Viene da chiedersi perché mai lo Stato centrale debba occuparsi di questioni strettamente locali, riguardanti il Comune o la Regione. La spiegazione è semplice, anche se difficile da comprendere fuori dagli italici confini.

Da decenni, infatti, vige una tacita regola al momento dell’approvazione della Manovra finanziaria, codificata nella cosiddetta “Legge Mancia”. Che in realtà legge non è, bensì un lungo elenco di finanziamenti a pioggia, più o meno consistenti, che vanno a saziare gli appetiti di senatori e deputati a favore del loro elettorato locale.

Funziona così: un deputato o un senatore presenta un ordine del giorno durante l’esame della Finanziaria in commissione o in aula, chiedendo di destinare fondi a un progetto nel proprio collegio elettorale. Se l’ordine del giorno viene approvato, il politico si porta a casa la propria “mancia” con la quale si fa bello davanti ai suoi elettori.

Si va dalla rotatoria nel paese al campetto da calcio, dalla riqualificazione dell’area per le feste locali del piccolo borgo al contributo per una realtà associativa, come, per esempio, i 400.000 euro in tre anni concessi all’Associazione Locanda del Samaritano di Catania, sponsorizzata dal deputato Roberto Pella (Forza Italia); dal milione di euro all’ippodromo delle Capannelle (Roma) ai 200.000 euro all’associazione “Gattorandagio” (i gatti vanno forte) di Curtatone (Mantova), su richiesta del leghista Andrea Paganella.

Anche la benemerita Fondazione Einaudi – che predica bene ma, almeno in questo caso, sembra razzolare male – non è esente dal contagio della “Legge Mancia”, ricevendo 600.000 euro in due anni «per l’attivazione di scuole di liberalismo nelle repubbliche balcaniche», qualsiasi cosa voglia dire, e altri 600.000 euro per uno studio «sul valore della lettura su carta e della scrittura in corsivo a mano, nonché sugli effetti della diffusione delle tecnologie digitali sui processi cognitivi».

La lista di enti, parrocchie, festival, associazioni beneficiate dalla “Legge Mancia” è lunghissima, e coinvolge anche vecchi riciclati della politica: 200.000 euro vanno alla neonata Associazione Giorgio Napolitano presieduta da Walter Veltroni, 300.000 alla Fondazione De Gasperi presieduta da Angelino Alfano.

Il conto finale per il 2026 è salato: oltre 100 milioni di euro. Lo Stato, con questa consuetudine tanto deprecabile quanto offensiva dell’etica e del buon senso in questi tempi difficili, si trasforma in un generoso Babbo Natale. Niente da fare: a trionfare ancora una volta è la peggiore clientela.

La gatta Athena, i suoi padroni e i gatti di Curtatone ne saranno comunque felici.


Dividendi di guerra: 5 miliardi di dollari ai gruppi europei della difesa nel 2025

Riconvocare un nuovo Tribunale Russell, che giudichi personaggi come Trump, Putin, Netanyahu e molti altri 

Di Luigi Pandolfi, il manifesto

Mentre le bombe continuano a cadere sull’Ucraina e il negoziato di pace resta imprigionato in un eterno gioco dell’oca, c’è chi con la guerra e con le armi sta facendo affari d’oro.

Secondo un’analisi di Vertical Research Partners per il Financial Times, nel 2025 gli azionisti dei principali gruppi europei della difesa metteranno in tasca circa 5 miliardi di dollari. Mai così da 10 anni. Non solo plusvalenze, però. Anche maggiori investimenti. Si stima che la quota delle entrate destinata allo sviluppo della capacità produttiva delle aziende, unita a quella per la ricerca, sia passata dal 6,4% al 7,9% rispetto al periodo precedente l’invasione russa dell’Ucraina.

IN QUESTO QUADRO, un ruolo rilevante continua a svolgerlo il giochetto del riacquisto delle azioni proprie per farne lievitare il prezzo, il cosiddetto buyback. Pura speculazione.

In cima alla classifica, ci sono le britanniche Bae Systems e Babcock International, le francesi Thales e Dassault Aviation, le tedesche Rheinmetall e Hensoldt, la svedese Saab, il colosso italiano Leonardo. Quest’ultimo, grazie al riarmo europeo e al boom di commesse nel settore aeronautico, nei primi nove mesi del 2025 ha macinato ricavi per 13,4 miliardi di euro (+11,3%) e un «risultato operativo» – la differenza tra costi e ricavi, al netto di tasse e interessi – pari a 945 milioni (+18,9%). I profitti finali sono stati di 466 milioni (+28%).

NEGLI STATI UNITI, al contrario, i rendimenti per gli azionisti delle sei maggiori aziende di difesa (Lockheed Martin, General Dynamics, Northrop Grumman, RTX Corporation, L3Harris Technologies e Huntington Ingalls) sarebbero diminuiti, dopo il picco del 2023. Come pure gli investimenti.

Per questa ragione, il settore è finito nel mirino della Casa Bianca. L’accusa è che si usino i profitti per riacquistare azioni anziché aumentare la produzione di armi. Ma l’analista di Vertical Research Rob Stallard non è d’accordo: «Negli ultimi due anni, i riacquisti di azioni e i dividendi si sono quasi dimezzati». Evidentemente c’è dell’altro.

Dietro questi numeri, troviamo sempre il solito intreccio. Le fortune degli azionisti europei non sono quelle dei pensionati con i loro risparmi, ma dei grandi fondi di investimento. Gli stessi nomi ricorrono ovunque: BlackRock, Vanguard e gli altri colossi della finanza globale, che siedono stabilmente nel capitale delle imprese della difesa. Verrebbe da dire: gli americani, se non guadagnano in patria, rimediano in Europa.

I loro profitti, comunque, non dipendono soltanto dalla vendita materiale di armamenti, ma dalla potente spinta impressa alle quotazioni azionarie dalle scelte pubbliche. I bilanci degli stati orientati al riarmo e le promesse della Commissione europea – 800 miliardi di euro sul piatto per acquistare armi a debito – hanno funzionato come un moltiplicatore finanziario. Prima ancora che i carri armati escano dalle fabbriche, i mercati, insomma, hanno già incassato.

È IL CAPITALISMO finanziario: vive di attese e di azzardi. Se le guerre durano più a lungo, ci sono più soldi da fare. Se si evoca la minaccia di un’invasione russa, ci sono più soldi da fare. La sicurezza diventa una narrazione per i mercati. E la pace un fattore di rischio per i portafogli degli azionisti. Si chiama sistema militare-industriale-mediatico-finanziario.

Nell’immagine: una fabbrica di armi tedesca


Crisi economica e difficoltà sul campo. Così Mosca gioca la carta della vittima

Riconvocare un nuovo Tribunale Russell, che giudichi personaggi come Trump, Putin, Netanyahu e molti altri 

Di , La Stampa

Forse, l’incontro tra Volodymyr Zelensky e Donald Trump a Mar-a-Lago non è stato così povero di risultati, come si sarebbe potuto giudicare dai sorrisi spazientiti con i quali il presidente ucraino aveva commentato le dichiarazioni del padrone di casa.

Probabilmente è stato raggiunto qualche progresso, abbastanza sensibile perché Vladimir Putin possa aver sentito il bisogno di ribaltare il tavolo delle trattative e annunciare una rappresaglia senza precedenti contro Kyiv e il suo «terrorismo di Stato».

Il pretesto sarebbe un attacco di droni che l’esercito ucraino avrebbe lanciato subito dopo il vertice in Florida contro la residenza del dittatore russo a Valday. Secondo il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, ben 91 droni avrebbero puntato nella notte sulla dacia di Putin (non è stato precisato se in quel momento fosse abitata), e anche se abbattuti senza lasciare vittime né danni visibili, questo attacco comporterà la «revisione della posizione negoziale della Russia», con immediata rappresaglia contro la capitale ucraina.

Qualcosa deve essere accaduto a Mar-a-Lago, se Mosca ha cominciato a parlare dei 91 droni soltanto ieri sera, dopo che nel rapporto quotidiano della mattinata il ministero della Difesa russo aveva menzionato un totale di 89 droni ucraini lanciati contro la Russia, di cui soltanto 18 verso la regione di Novgorod. Una discrepanza talmente visibile da aver costretto poi i militari ad aggiornare il conto, sostenendo che tutti i droni abbattuti la notte di lunedì sopra l’immenso territorio russo sarebbero stati diretti verso la dacia preferita del presidente russo (nella quale, secondo le inchieste dei giornalisti dell’opposizione, vengono cresciuti nel lusso e nel segreto Ivan e Vladimir, i due figli che Putin avrebbe avuto dalla ex ginnasta Alina Kabaeva).

Secondo il sito Sota, gli abitanti di Valday non si sono accorti di nulla, nei social della cittadina non c’è menzione di esplosioni notturne, e il sindaco ha fatto ieri pomeriggio una diretta Internet di Capodanno come se nulla fosse.

Il giornalista Mark Krutov di Radio Liberty pubblica la mappa delle batterie della difesa antiaerea nei pressi della residenza di Putin – una ventina di installazioni, probabilmente il punto meglio protetto della Russia insieme al Cremlino – e sostiene che la storia dei 91 droni sia «completamente inventata, con zero prove».

È vero che Putin insiste sempre che «non comincia le guerre, le finisce», e nelle interviste televisive di fine anno i suoi sudditi ormai dichiarano che la Russia si starebbe «difendendo da una aggressione ucraina».

Diversi attacchi particolarmente brutali, a cominciare dall’ondata di bombardamenti che nell’ottobre 2022 lasciò per la prima volta Kyiv senza luce e riscaldamento, erano stati giustificati dal Cremlino come “risposta” ai contrattacchi ucraini, in un’intenzionale presentazione dell’aggressore come vittima.

Ma stavolta l’escalation era già in corso, con Kyiv e Odesa che non hanno ancora ripristinato completamente le forniture di elettricità e riscaldamento dopo i raid russi a Natale. Perché alzare ancora il livello dello scontro, mentre l’evidente impantanamento del “negoziato di pace” lasciava i russi liberi di avanzare e bombardare? Krutov formula il sospetto più evidente: «Forse qualche falco del Cremlino ha paura che l’accordo di pace si stia avvicinando, e si è inventato questa storia per Putin».

L’altra risposta possibile è che Mosca all’improvviso ha deciso di atteggiarsi a vittima, per lanciare una escalation, perché ha fretta. È vero che Putin dichiara in continuazione di poter «ottenere gli obiettivi prefissati con strumenti militari» e di non avere quindi bisogno della diplomazia, ma i militari russi parlano di una crescente difficoltà sul terreno, e il governo di Mosca di numeri sempre più negativi per l’economia.

Il politologo kyiviano Viktor Andrusiv ritiene che l’obiettivo di Zelensky sia quello di resistere fino a marzo, quando verrà meno per almeno sei mesi la principale vulnerabilità ucraina, quella delle città al buio e al freddo. A quel punto sarebbe Putin a «dover decidere se tenersi il Donbas e dichiarare vittoria, oppure rischiare un collasso».

È una guerra di logoramento, dove la scommessa è durare più a lungo dell’avversario, e nel caso dell’Ucraina ai problemi militari ed economici si aggiunge la variabile Trump. Dopo il celebre scontro nello Studio Ovale, l’obiettivo di Zelensky ormai è di sopravvivere all’ennesimo vertice con il presidente americano, in una sorta di sindrome di Stoccolma diplomatica in cui diventa sempre più abile a non dire mai di no esplicitamente, riuscendo però a non piegarsi alle pressioni. L’analista russo (in esilio) Vladimir Pastukhov paragona i negoziati a una partita a ping-pong tra Putin e Zelensky, dove lo scopo «è far rimbalzare la pallina nel campo avversario senza sfiorare mai la rete», che è rappresentata da Trump e «colpisce con una scossa chiunque la tocchi».

Una partita che gli ucraini devono far durare il più a lungo possibile: fino alla fine dell’inverno, fino a che la crisi economica russa azzoppi l’esercito di Putin, fino a che la campagna elettorale per il Midterm metterà in difficoltà Trump. Intanto, «ci sono i soldi degli europei per un altro anno, e i missili balistici di produzione ucraina in arrivo», scrive Pastukhov, aggiungendo che esiste il drammatico rischio che tra qualche mese Zelensky sia costretto ad accettare condizioni peggiori di adesso. Ma non può nemmeno fermarsi, anche perché è Putin che non glielo permetterebbe.