Sprofondo verde, e miracolo a Basilea Campagna (per il Partito evangelico)

L’esito delle elezioni cantonali di Zurigo e Basilea Campagna fornisce utili indicazioni per quanto potrà avvenire in autunno a livello federale 

“Il possibile lo stiamo facendo, l’impossibile anche, per i miracoli ci stiamo attrezzando”: così recitava anni fa lo slogan di una pubblicità, che ebbe talmente successo da essere ripresa un po’ da tutti per quasi ogni occasione. Mai però è diventato realtà, che i miracoli dicono essere appannaggio esclusivo di entità che di terreno ha poco o nulla. Eppure ci riesce difficile definire altrimenti quanto successo ieri a Basilea Campagna per l’elezione del Consiglio di Stato.

Per carità, che l’UDC, secondo partito cantonale fino a ieri, da oggi il primo, potesse anche perdere il seggio lasciato vacante, stante la sua intrinseca debolezza nelle elezioni per gli esecutivi, poteva anche essere ipotizzabile; ma che a causare quella che in ogni caso sarebbe stata una sorpresa fosse un partito, quello evangelico, che mai nella sua storia è riuscito ad eleggere un consigliere di Stato in alcun cantone, questo nessuno, neppure il più visionario degli analisti, avrebbe potuto prevederlo.

Un partito, per di più, che stando ai risultati del Gran Consiglio, ha dimostrato di possedere una forza elettorale di poco superiore al 5%, contro il quasi 23% degli sconfitti. Un abisso elettoralmente parlando, che tuttavia è stato colmato. Un miracolo, appunto, e forse non è un caso che l’autore sia l’esponente di un partito che con la religione, dunque l’ultraterreno, ha un rapporto particolare.

Un risultato questo che potrebbe indurre a meditare la sinistra nostrana, da sempre abbarbicata al proporzionale come mezzo per mantenere la sua rappresentanza in Consiglio di Stato e che forse adesso, alla luce anche della recente formazione di una lista d’area rossoverde, potrebbe essere sedotta dall’idea di un cambiamento di sistema, in linea appunto con quanto avviene in tutto il resto della Svizzera.

Al di là, comunque, dell’aneddotica e delle battute, resta come detto oltre la sorpresa la conferma che l’UDC anche in cantoni dove è elettoralmente forte fa fatica ad essere percepita dai cittadini (perché dove vige il sistema maggioritario è tutto l’elettorato che ti elegge, non solo i tuoi sostenitori) come un partito di Governo, e per il primo partito svizzero questo continua ad essere un problema. Un paradosso all’apparenza insolvibile: o diventi un partito di Governo ma quindi fatalmente perdi quella forza propositiva e propulsiva che ti ha permesso di superare tutti gli altri, oppure mantieni il tuo essere sempre e irrimediabilmente contro, ma fai fatica ad entrare in Governo. E la tattica di tenere un piede dentro e uno fuori funziona per un po’, ma non all’infinito, anzi alla lunga logora (PS docet).

Il PS e i Verdi, appunto, che anche in queste prime elezioni del 2023 hanno dimostrato di essere in perdita di velocità. Gli ecologisti in particolare, che hanno lasciato sul campo voti e seggi sia a Basilea Campagna che a Zurigo, l’altro cantone in cui si è votato ieri per il rinnovo dei poteri: -2,6% e 2 seggi nel primo, -1,5% e 3 seggi nel secondo. Tanti, troppi per essere considerata solo una scossa di assestamento dopo la spettacolare avanzata di 4 anni fa.

Anche perché i cugini moderati, i Verdi liberali, quell’avanzata l’hanno continuata quasi allo stesso ritmo: a Liestal hanno fatto segnare uno stratosferico +3,9% e 3 seggi, a Zurigo hanno invece marciato sul posto elettoralmente, ma grazie al gioco dei resti sono riusciti a conquistare un seggio in più. L’onda verde insomma continua, solo che ha cambiato soggetto politico conquistando anche gli elettori moderati, non più solo una frangia degli alternativi di sinistra.

Ciò che forse spiega il ristagno delle due formazioni storiche del centro. Il PLR, forte di sondaggi favorevoli, si aspettava molto da queste elezioni, ma ha raccolto poco o nulla: stabile a Zurigo, dove ha fallito il raddoppio in Governo, non si è mosso in Gran Consiglio; stabile a Basilea Campagna, dove è sì avanzato leggermente nelle elezioni per il parlamento ma non ha guadagnato alcun seggio supplementare. Stesso discorso per il Centro (ex PPD), che è riuscito a mantenere le sue posizioni grazie soprattutto alla fusione con l’ormai disciolto PBD, ché altrimenti sarebbe risultato in calo.

A sinistra se i Verdi piangono, i socialisti non ridono. Hanno mantenuto le posizioni a Zurigo, conquistando anzi un seggio in più in Gran Consiglio, ma hanno mancato nettamente l’assalto al seggio in Consiglio di Stato della centrista Silvia Steiner; hanno mantenuto il seggio in Governo a Liestal, ma hanno perso due seggi in parlamento e si sono fatti superare dall’UDC come primo partito del cantone. Unica nota forse positiva per l’area rossoverde, a Zurigo la cosiddetta “alleanza climatica” (PS, Verdi, Verdi liberali, Evangelici e Lista alternativa) con 91 seggi su 180 è riuscita a mantenere la maggioranza in Gran Consiglio.

In generale queste elezioni hanno confermato i sondaggi per le elezioni federali di autunno: i grandi partiti di Governo ristagnano (pure il PLR, del cui previsto aumento come detto non si è vista traccia), i Verdi calano e i Verdi liberali avanzano. E proprio quest’ultima situazione, se tra qualche mese si confermasse, potrebbe porre non pochi problemi a dicembre, al momento del rinnovo del Consiglio federale; perché i due partiti ecologisti assieme farebbero circa il 20% dell’elettorato, ossia il secondo partito svizzero: chiedersi se ed eventualmente per quanto tempo sarà possibile tenere fuori dalla stanza dei bottoni una parte così consistente dei cittadini non sarà ozioso, così come immaginare ai danni di chi, questo ingresso, semmai, avverrà.

Con una variabile in più: che fino ad ora a provarci erano sempre stati gli ecologisti puri e duri, le cui chance di raccogliere voti al di fuori della loro area di riferimento erano praticamente pari a zero, domani potrebbero farlo anche i cugini liberali, la cui forza di attrazione verso i parlamentari borghesi è di ben altro spessore. E il PLR a questo punto trema.


Elezioni, la cartina di tornasole Zurigo

L’esito delle elezioni cantonali di Zurigo e Basilea Campagna fornisce utili indicazioni per quanto potrà avvenire in autunno a livello federale 

La tornata elettorale di quest’anno, che culminerà ad ottobre con le Federali, inizia questo fine settimana a Zurigo e Basilea Campagna, che fungono da tradizionale cartina di tornasole delle tendenze dell’elettorato. Sotto gli occhi attenti di politologi ed esperti dei partiti nazionali sarà in particolare il risultato del Gran Consiglio del cantone più popoloso della Svizzera, che raramente ha sbagliato nel rilevare le tendenze elettorali generali della popolazione elvetica (il risultato del Consiglio di Stato, ad elezione maggioritaria come dappertutto in Svizzera ad eccezione del Ticino, dipende da numerose variabili e fa quindi storia a sé).

L’esempio fu proprio quattro anni fa: in Governo fu maggioranza di centrodestra (due UDC, un PLR e un PPD, oggi Centro, contro due PS e un Verde), mentre in Gran Consiglio si registrò l’avanzata massiccia di Verdi e Verdi liberali ai danni soprattutto dell’UDC, una tendenza questa che trovò poi conferma in autunno. Quest’anno i sondaggi sia federali che cantonali sono di segno opposto, e parlano di un riequilibrio verso destra, con a livello federale in particolare i Verdi in perdita di consensi a favore di PLR e Verdi liberali (PVL). Gli altri partiti registrano variazioni al di sotto del punto percentuale, per cui li si può considerare sostanzialmente stabili (tutti comunque sono nel margine di errore).

Leggermente diversa la situazione a Zurigo, dove a rischio in Parlamento vi è la cosiddetta “Alleanza climatica” (la maggioranza di 92 seggi su 180 di PS, Verdi, Verdi liberali, Lista alternativa e Partito evangelico), che nell’ultimo quadriennio è riuscita a portare avanti una politica ambientale piuttosto ambiziosa. I sondaggi predicono una sostanziale parità fra questa e il campo borghese, con gli schieramenti che raggiungerebbero entrambi il 50%. L’elezione potrebbe quindi venire decisa da un pugno di schede.

Sono in ogni caso previsti cali importanti sia per i Verdi che per il PS e anche per l’UDC, che col 24% otterrebbe il peggior risultato dal 1995, pur rimanendo tuttavia il partito di maggioranza relativa. Il PVL continuerebbe la sua ascesa, e buoni risultati dovrebbero ottenere anche il Centro e il PLR. Questo raccorcerebbe la distanza dal PS, senza però riuscire nell’obiettivo annunciato di scavalcare i socialisti al secondo posto.

In Consiglio di Stato da segnalare rispetto a quattro anni fa la separazione dal PS del capo del Dipartimento della sicurezza Mario Fehr, ora senza partito (un caso che ricorda alla lontana quanto successo in Ticino con Amalia Mirante). Malgrado ciò Fehr continua ad essere in base ai sondaggi il candidato che dovrebbe raccogliere il maggior numero di consensi, grazie anche all’appoggio dell’elettorato borghese.

Ciò potrebbe scompigliare le carte di una votazione all’apparenza scontata, visto che tutti e sette gli uscenti si ripresentano. Il PS in effetti intende riconquistare quel seggio che considera perso, e per farlo presenta oltre all’uscente Jacqueline Fehr la consigliera nazionale e municipale di Kloten Priska Seiler-Graf; nel mirino vi è la poltrona occupata dalla centrista Silvia Steiner, che per essere rieletta, disponendo il suo partito di una piccola base elettorale (i cattolici nel cantone sono minoranza, e per di più spesso guardano alle formazioni progressiste) deve sperare in un massiccio appoggio da parte degli altri partiti borghesi. I quali tuttavia, stante appunto la variabile Mario Fehr, potrebbero essere più preoccupati di conservare i loro che aiutare l’alleata di Governo.

Stando ai sondaggi parrebbe invece senza speranza il tentativo del PLR di recuperare il secondo seggio andato quattro anni fa ai Verdi, un tentativo che tuttavia potrebbe nuocere ancor di più al risultato della Steiner. Probabile comunque che l’elezione si decida al secondo turno.

Stesso discorso a Basilea Campagna. Per il Consiglio di Stato si ripresentano 4 uscenti su 5 (l’eccezione è l’UDC Thomas Weber), ma ben difficilmente muteranno gli equilibri, che vedono i 5 maggiori partiti svizzeri – UDC, PS, PLR, Centro e Verdi – rappresentati nell’Esecutivo, mentre i sondaggi per il Gran Consiglio (90 membri) non si discostano in modo significativo da quelli zurighesi e federali.

A marzo/aprile sono poi previste altre elezioni. Si comincia ad Appenzello esterno il 12, ma gli appuntamenti da tenere d’occhio sono altri. Sempre il 12 a San Gallo gli elettori saranno chiamati a decidere chi subentrerà in Consiglio degli Stati a Berna a Paul Rechsteiner (PS), che dopo quasi 40 anni passati sotto il cupolone di Palazzo federale (fu eletto al Nazionale nel 1986!) ha deciso di ritirarsi dalla politica. Unico dato certo, gli subentrerà una donna, visto che tutti i quattro candidati (una PS, una Verde, Una UDC e una PLR) appartengono al gentile sesso. Il secondo turno, dato per certo, è previsto il 30 aprile.

Donne che dovrebbero sfondare anche a Lucerna il 2 aprile, data in cui dovrebbe terminare l’egemonia maschile in Governo. I sondaggi danno infatti per certa l’elezione di una rappresentante del Centro e di una di sinistra. L’attenzione tuttavia nel cantone, oltre alla questione di genere, sarà focalizzata dalla successione del consigliere di Stato indipendente Marcel Schwerzmann, che non si ripresenta. Il suo seggio è quindi a disposizione di uno dei partiti storici, che stanno già affilando le armi.


Scuola: tante idee e ben confuse

L’esito delle elezioni cantonali di Zurigo e Basilea Campagna fornisce utili indicazioni per quanto potrà avvenire in autunno a livello federale 

La scuola ticinese sembra non avere pace. Dopo la bocciatura nel settembre 2018 in votazione popolare de “La scuola che verrà”, o meglio del credito quadro da 6,73 milioni per finanziare la sperimentazione della riforma, si sono moltiplicate idee, iniziative e atti parlamentari. 

Cito a memoria (mi scuso per eventuali dimenticanze) e in maniera sintetica: il progetto del DECS per superare i livelli A e B in terza media, la cui sperimentazione è stata poi affossata lo scorso dicembre in Gran Consiglio dai voti di UDC, PLR, Lega e MPS; l’iniziativa popolare “Basta livelli nella scuola media” lanciata dal sindacato VPOD e sostenuta da PS e Verdi – è riuscita, per cui prima o poi la si voterà; una proposta PLR – “un po’ di tronco comune, un po’ di corsi a scelta e un po’ di approcci differenziati”, spiegò il presidente del partito Speziali, che giusto per chiarire aggiunse che la proposta liberale non era “un salto indietro, ma un salto un po’ avanti e un po’ di lato” (chiarissimo, no?); un primo pacchetto di atti parlamentari dell’MPS – quattro iniziative, di cui tre elaborate, e una mozione (a meno che ci sia sfuggito non ci è ancora giunta notizia del secondo, ma non disperiamo); le proposte del Centro – due iniziative parlamentari in forma elaborata e altrettante mozioni; l’iniziativa parlamentare generica UDC “Rinnoviamo la scuola dell’obbligo ticinese” (61 spunti di riflessione in cinque ambiti d’intervento: corpo insegnante, organizzazione scolastica, livelli, contenuti e ruolo dei genitori), approvata dal Gran Consiglio con 43 sì (PLR, Lega e UDC), 21 no (la sinistra) e 19 astenuti (il Centro); la recente proposta della Commissione formazione e cultura di anticipare il tedesco in prima media (come non si sa, ma a questo piccolo particolare ci penseranno poi tecnici, presidente della Commissione, il leghista Michele Guerra, dixit); l’ultimissima proposta sempre della detta Commissione per il superamento dei livelli (permesso alle scuole di sperimentare), approvata da PS, Centro e Lega ma non da UDC e PLR (quest’ultimo ha annunciato un rapporto di minoranza). Non male per quattro anni di lavoro – e poi c’è chi dice che i nostri politici non fanno altro che scaldare le sedie! 

In tutto questo guazzabuglio medievale, nel cui merito ci guardiamo bene dall’entrare, ci sembra comunque di poter individuare due approcci distinti, per non dire antitetici, tra chi vede nella scuola soprattutto uno strumento funzionale alla successiva entrata del giovane mondo del lavoro, a qualsiasi livello poi si collochi, e chi invece ritiene la scuola un luogo soprattutto di scoperta e apprendimento del mondo e di sé, ossia di cultura nel senso più ampio del termine e di educazione (in senso etimologico: dal latino e(x)ducere, ossia “tirar fuori” e far scoprire e sviluppare all’allievo ciò che ha di autentico e proprio).

Da una parte dunque una visione sincronica dell’istituzione (formo persone che entreranno nel mondo del lavoro tra 15 o 20 anni in funzione di quello che ritengo siano le attuali  esigenze della società), dall’altra una se non atemporale per lo meno il più possibile diacronica (formo oggi delle persone affinché siano in grado di cavarsela qualsiasi cosa si troveranno ad affrontare in futuro perché ho dato loro gli strumenti per apprendere). Quale sia tra queste visioni quella a più ampio respiro lascio ai lettori decidere.

Ma qui entriamo in ciò che divide; più utile al dibattito dovrebbe essere capire ciò che unisce, e da lì dunque partire per comporre eventuali differenze e trovare una visione comune. In questo senso, se il fine primo da tutti dichiarato è migliorare il comunque già buon livello della scuola ticinese, un confronto tra il nostro sistema e quello internazionalmente da anni ritenuto tra i migliori al mondo, quello della Finlandia, potrebbe forse suggerire alcune piste da approfondire (copiare no, a detta degli esperti non è possibile).

Premessa non trascurabile, perché certe cose sono anche la cartina di tornasole per comprendere un popolo e un modo intendere il governo e il ruolo dello stato, è dagli anni ’30 che le neomamme finlandesi ricevono un “pacchetto maternità”, in cui tra le altre cose ci sono dei libri (per i genitori e per i bambini). Il segnale è chiaro: la cultura dell’apprendimento inizia fin dalla nascita, e in famiglia.

Senza entrare nei dettagli, a Helsinki la scuola dell’obbligo hanno deciso di strutturarla così: dopo una serie di programmi forniti da centri diurni e un anno propedeutico non obbligatorio (non stupitevi: le leggi finlandesi prevedono fino a 3 anni di congedo parentale, e i costi degli asili nido sono irrisori), la scuola obbligatoria inizia a 7 anni e dura fino ai 16. Non prevede stacchi o passaggi (elementari seguite dalle medie) ma è indivisa e unica. A questa segue una scuola secondaria superiore, solitamente della durata di tre anni, che prevede due indirizzi: uno per il proseguimento degli studi (università e politecnici) e uno per l’inserimento nel mondo del lavoro.

Piccolo particolare non senza importanza, nella scuola dell’obbligo finlandese non esiste la bocciatura, semplicemente perché non esiste la progressione da una classe all’altra ma solo la progressione personale all’interno di un dato corso (a ben vedere non esistono dunque neppure le classi). Compiti a casa pochi, test e verifiche pure (non si studia e non si insegna per le verifiche, ma per apprendere e imparare ad apprendere).

Corollario a questa filosofia, fino ai 13 anni non esistono le note come noi le intendiamo (una valutazione rispetto al livello raggiunto in base all’età e al programma da svolgere), e anche dopo si ricevono solo giudizi motivazionali che registrano i progressi compiuti e i punti da migliorare. 

Gli allievi che manifestano disagi e difficoltà di apprendimento e socializzazione vengono seguiti immediatamente, ciò che spiega come mai in Finlandia, a differenza di altri Paesi (Svizzera e Ticino compresi), la proporzione di allievi che usufruiscono di attività di sostegno con l’età non aumenta, bensì diminuisce.

Di conseguenza in Finlandia a scuola non esiste la competizione, bensì la cooperazione – tra allievi, tra docenti e tra allievi e docenti e pure tra scuole – ciò che permette anche di variare e sperimentare di continuo nuove soluzioni pedagogiche ed educative adattandole ai presenti (e al presente). Insomma, la scuola in Finlandia è intesa come luogo di apprendimento in cui dare la possibilità ai giovani di sviluppare al meglio le loro potenzialità, qualunque esse siano. Con ciò, visto che tutti, quasi senza accorgersene e senza fatica, tendono a dare il meglio di loro stessi proprio perché lo fanno soprattutto per loro stessi, è evitato il livellamento verso il basso. 

Ultima curiosità, in Finlandia non esistono scuole private.

Modello simile in Estonia, nazione emergente che punta molto sulla formazione e che nell’ultimo rilevamento ha superato proprio la Finlandia: a scuola senza stacchi dai 7 ai 16 o 17 anni anni, grande autonomia didattica delle scuole e degli insegnanti, niente note ma solo valutazioni personalizzate in cui si evidenziano i punti forti e le debolezze degli allievi.

Dato non trascurabile: tutti questi Paesi, così come del resto tutti gli altri top ten delle classifiche internazionali, investono nella scuola almeno il 6% del PIL. A titolo di paragone il Ticino investe circa il 4%, ciò che nel confronto intercantonale ci colloca al terzultimo posto (dati 2020). Sarà un caso?

Nell’immagine: una scuola “senza pareti” in Finlandia


Si agitano le acque all’interno dell’UDC

L’esito delle elezioni cantonali di Zurigo e Basilea Campagna fornisce utili indicazioni per quanto potrà avvenire in autunno a livello federale 

Il referendum sul controprogetto all’iniziativa sui ghiacciai pare destinato al fallimento, la raccolta delle firme per l’iniziativa sulla neutralità ristagna, le tensioni interne crescono e pure la politica imposta da Blocher pare non faccia più l’unanimità, tanto che l’ex consigliere federale ed ex presidente democentrista Ueli Maurer invita il partito a cambiare rotta e “trovare nuovi cervelli”.

C’è maretta nell’UDC svizzera. Anzi, forse di più, visto che un paio di settimane fa la Neue Zürcher Zeitung, poi ripresa dal portale online Watson.ch, titolava senza mezzi termini con “Chaos SVP” (“Caos UDC”). Il quotidiano zurighese puntava il dito in particolare sulla difficoltà che due progetti cari a Christoph Blocher stanno incontrando – il referendum sul controprogetto all’iniziativa sui ghiacciai, con cui il partito conta, per di più a pochi mesi dalle elezioni federali (la data prevista in caso di riuscita è giugno), di bissare il successo ottenuto due anni fa quando il popolo affossò la legge sul CO2, e l’iniziativa sulla neutralità – e riferiva di tensioni il cui capro espiatorio parrebbe essere uno dei sodali della prima ora di Blocher, l’ex consigliere nazionale Ulrich Schlüer. Pare tuttavia che i dissidi siano più profondi e, come dimostrano le tensioni emerse durante la recente elezione di Albert Rösti e le parole di commiato dell’ormai ex Ueli Maurer, interessino anche la linea attuale del partito, dunque pure il finora indiscusso padre-padrone del partito.

Ma andiamo con ordine. Secondo la NZZ a un mese scarso dalla consegna delle firme necessarie, al referendum mancherebbero circa 20.000 sottoscrizioni, ammesso e non concesso che i dati siano esatti, perché pare appunto che all’interno dell’ufficio del partito preposto al controllo e alla raccolta delle sottoscrizioni, diretto appunto da Schlüer, nessuno sia in grado di dirne il numero esatto. E per un partito che ha fatto anche dell’efficienza e della managerialità il suo tratto distintivo non è una bella cosa.

Tant’è che, narra appunto la NZZ che cita fonti vicine proprio a Blocher, a margine della recente sessione parlamentare si sono svolte riunioni in cui sono volate anche parole grosse. In sintesi: o le cose cambiano, oppure Schlüer può fare le valigie. E con lui magari anche qualcun altro. Ce n’è, insomma, di cose mai viste all’interno del partito.

Già, perché oltre al referendum (dai più ormai dato per perso, pur se come detto non c’è chiarezza in merito) ad essere a rischio pare ci sia anche l’iniziativa sulla neutralità, fortissimamente voluta da Blocher e con cui il partito, persa la battaglia sui Bilaterali e in stasi sulla politica contro gli stranieri, cerca di darsi un tema forte in vista sempre delle elezioni federali del prossimo anno, con la speranza di rinnovare i fasti passati. Manca ancora più di un anno per raccogliere le 100.000 firme necessarie, ma l’obiettivo sembra assai lontano, forse troppo. Per di più a minare la raccolta, secondo la NZZ, ci sarebbero forti dissidi interni, giacché parecchi esponenti democentristi non solo non vedono la necessità dell’iniziativa, ma proprio non la capiscono, per non dire che la avversano. Anche questo mai visto all’interno del partito, per lo meno dopo le passate epurazioni.

In discussione in questo senso ci sarebbe anche la direzione del partito, in particolare il suo presidente Marco Chiesa (sarà un caso che vanta l’insolito record di essere l’unico parlamentare assunto a tale carica a non essere mai riuscito a far approvare una propria proposta né in Consiglio nazionale né agli Stati?), già mai veramente amato dalla base e oggi accusato di non riuscire non solo a immaginare il futuro, ma neppure a gestire il presente, ossia far passare, mettere in pratica e soprattutto far accettare gli ordini di Blocher e del suo cerchio magico.

L’elezione di Albert Rösti, o meglio l’insolito ottimo risultato ottenuto dal suo sfidante Hans-Ueli Vogt, uomo alieno all’apparato blocheriano e politico che, per sua stessa ammissione, non segue ciecamente la linea UDC, è in questo senso rivelatore dei contrasti e delle controversie che attraversano il partito. Perché come capogruppo UDC Rösti aveva molti più contatti e relazioni con gli esponenti degli altri partiti di un ex consigliere nazionale come Vogt, per cui i ben 98 voti ottenuti da quest’ultimo non si possono giustificare se non anche con una fronda interna UDC, che ha colto l’occasione per manifestarsi e dichiarare la sua insofferenza per certe dinamiche interne e certe politiche; dunque per la dirigenza, o meglio per l’uomo che da circa 30 anni ormai tiene saldamente in pugno il partito.

Non bisogna neppure dimenticare che Blocher ha ormai un’età avanzata (a ottobre ha compiuto 82 anni), e all’orizzonte, con la figlia che al momento pare dare priorità alla ditta di famiglia più che alla politica, non si intravvede un successore. Inevitabile quindi che i papabili o supposti tali qualche gomitata inizino a darsela; inevitabile anche che la nuova generazione abbia idee e visioni diverse rispetto a quelle del leader maximo democentrista e degli esponenti a lui più vicini.

Lette in questa successione di fatti, le parole dell’ormai ex consigliere federale ed ex presidente UDC Ueli Maurer rilasciate in un’intervista sempre alla NZZ a fine anno, il suo ultimo giorno di lavoro, assumono una valenza e una profondità ben diversa che se lette avulse da questo contesto. «La strada è lunga e ha bisogno di nuovi cervelli», ha affermato, prima di aggiungere che il partito dovrà rivedere la sua strategia, dimostrando più responsabilità e dare prova di maggior collaborazione con le altre formazioni politiche, trovando una «narrazione positiva», poiché se si continua a suonare l’allarme prima o poi si perde di credibilità ed efficacia. Un invito neppure troppo velato a Blocher a farsi da parte e lasciare spazio a nuove persone con un loro nuovo modo di far politica.

Sì, c’è davvero maretta all’interno dell’UDC.

Nell’immagine: una scena dal documentario “L’expérience Blocher“, di Jean-Stéphane Bron (2013)


Una (impossibile) confusione tra giornalismo e politica

L’esito delle elezioni cantonali di Zurigo e Basilea Campagna fornisce utili indicazioni per quanto potrà avvenire in autunno a livello federale 

La replica di Ruben Rossello, già presidente dell’Associazione giornalisti ticinesi, all’articolo con cui Aurelio Sargenti attacca l’editoriale a doppia firma Daniel Ritzer/Andrea Manna apparso su “La Regione” e difende la decisione di Marina Carobbio di non dimettersi prima delle elezioni cantonali di aprile 2023, merita una riflessione.

Diciamolo subito: non entro nel merito della polemica elettorale in salsa squisitamente onfalocentrica cantoticinese; a mio avviso è molto interessante la questione che Rossello pone, che così, se non erro, si può riassumere: quando, e se del caso in che modo, un politico può intervenire in un dibattitto pubblico senza entrare in conflitto con la stampa e la sua libertà? O, per usare le parole di Rossello, può un politico “affossare pubblicamente – ancorché con buona dose di ironia – un editoriale critico nei confronti della propria corrente politica”?

Per Rossello no, o comunque, se un politico lo fa, che lo faccia a determinate e precise condizioni, ché altrimenti “il rischio dietro l’angolo è la confusione di ruolo tra chi è chiamato ad esercitare il mandato democraticamente ottenuto dal popolo (i politici) e chi è chiamato a controllare l’esercizio di tale mandato (i media)”. 

Premesso che Sargenti nella sua replica a Ritzer/Manna avrebbe forse fatto meglio a dichiarare la sua appartenenza politica (pur se essa probabilmente è nota ai più e lo è sicuramente a tutti i lettori di Naufraghi/e);  detto che anche Rossello dimentica di specificare di essere stato presidente di ATG e di esserne ancora uno dei membri del suo comitato, ritengo invece che Sargenti aveva non solo il diritto di scrivere quello che ha scritto, ma pure il dovere di farlo. Ben venga infatti a mio avviso il politico che si inserisce sui media nel dibattito democratico; se poi lo fa con colta ironia e penna sagace al posto della becera arroganza imperante, meglio ancora. Ha stroncato la tesi Ritzer/Manna? A loro o a chi per loro l’eventuale compito di una duplica. 

Impostato in tal modo, in un dibattito pubblico la confusione di ruolo paventata da Rossello è impossibile che avvenga, per lo meno sui media: da una parte ci sarà chi difende una tesi, dall’altra chi ne difende una contraria, qualunque carica o ruolo essi ricoprano. Senza dimenticare che su un quotidiano i rispettivi ruoli sono definiti dalle rubriche su cui appaiono i vari contributi. Nel caso specifico, da una parte vi era l’editoriale, da sempre appannaggio del direttore della testata o dei giornalisti della redazione, dall’altra un pezzo ospitato nella rubrica “ospiti e opinioni”. 

Diverso sarebbe stato il caso se Sargenti, come purtroppo sempre più spesso accade (si veda in proposito l’articolo pubblicato su questa testata lo scorso 6 ottobre che riferiva di uno studio condotto dall’Università di Zurigo o, più recentemente e sempre su questa testata, la testimonianza di François Pilet, giornalista, co-fondatore ed editore del portale online Gotham City), avesse usato e di conseguenza abusato della sua carica per esercitare pressioni sulla redazione affinché correggesse il tiro, o addirittura ritrattasse. 

Telefonate agli amici degli amici o ai compagni di aperitivo ed happy hour, minacce più o meno velate, denunce anche fantasiose ma fatte all’unico scopo di sfiancare finanziariamente redazioni ed editori già economicamente sotto pressione, redazioni ridotte all’osso e quindi giornalisti impossibilitati ad approfondire i fatti, ridotti spesso a meri passacarte dei comunicati dell’ufficio marketing e comunicazione del politico o dell’azienda di turno, pressioni sulle autorità pubbliche affinché non diffondano dati essenziali: questi solo alcuni dei veri pericoli che oggi minacciano la libertà di stampa, dunque il libero formarsi delle opinioni dei cittadini e perciò anche la nostra democrazia e le nostre libertà.


Risposta di Ruben Rossello

Fa bene Rocco Bianchi a ricordare la quantità di mezzi subdoli di cui i politici dispongono per cercare di condizionare i media, mezzi che stanno agli antipodi dalla schietta maniera scelta da Sargenti per esprimere la sua critica a Ritzer e Manna. Cosi come è pacifico che ogni politico può partecipare al dibattito delle idee inviando le proprie ai giornali.

Ciò detto, confermo l’impressione che, nella piccolezza della realtà ticinese, l’intervento di Sargenti – tanto per l’autorevolezza del protagonista quanto per la rapidità e la forma data al suo commento – rischia di risuonare (certo involontariamente, l’intenzione non era quella) come un richiamo all’ordine della stampa amica che, ormai in campagna elettorale, è bene resti allineata senza troppi distinguo. La lezione che viene dall’illuminismo sulla separazione dei poteri e sul valore per noi fondativo della libertà e dell’indipendenza della stampa credo impongano qualche prudenza. O una forma che eviti questa impressione.


Buona qualità dei media, pur con qualche ma

L’esito delle elezioni cantonali di Zurigo e Basilea Campagna fornisce utili indicazioni per quanto potrà avvenire in autunno a livello federale 

Il panorama mediatico della Svizzera italiana è tutto sommato buono, con punte anche di eccellenza, mediamente compatibile “a offerte analoghe nelle regioni linguisticamente più estese”, ma con alcune zone d’ombra, alcune “incrinature” che dovranno essere monitorate con attenzione: è questo in estrema sintesi quanto emerso da uno studio, dedicato espressamente alle testate (radiotelevisive e della stampa scritta; quelle unicamente online non sono state purtroppo analizzate) del Ticino e del Grigioni italiano, condotto da Colin Porlezza e Linards Udris per l’Istituto di ricerca di opinione pubblica e società dell’Università di Zurigo e pubblicato sull’Annuario della qualità dei media.

Un mercato di piccole dimensioni il nostro, molto particolare nella sua storia e nella sua evoluzione e che dunque, nel gran marasma della digitalizzazione dell’informazione, deve affrontare sfide particolari e trovare risposte specifiche. Del resto, che il Ticino sia da sempre, a livello mediatico, un caso unico a livello mondiale è cosa nota, ché in nessun altro luogo esiste una tale varietà di testate in un’area così piccola. Un ricco panorama che, come detto e come è evidente, non ci ha messo al riparo dall’evoluzione mondiale generale: contrazione dei lettori e delle entrate (mercato pubblicitario e abbonamenti), concentrazione editoriale, chiusure e fallimenti. Anzi, stando ai due autori, proprio queste “peculiarità geografiche, giornalistiche e soprattutto economiche del mercato dei media creano grandi difficoltà” ai nostri mezzi di informazione. Tanto più che, malgrado le sollecitazioni che da tempo e per tempo sono arrivate dalle associazioni di categoria e dalle redazioni stesse, rispetto al resto della Svizzera nelle nostre regioni “la trasformazione digitale è in ritardo”.

Non solo, paragonando i due cantoni italofoni lo studio evidenzia notevoli differenze: se infatti i Grigioni hanno già mosso i primi passi per affrontare il problema del futuro dell’offerta mediatica a livello locale, la sua conservazione e la sua promozione (ha promosso uno studio in merito, che tra le altre cose ha proposto la creazione di un’agenzia di stampa in lingua italiana), il Ticino si è contraddistinto per il suo immobilismo, tant’è che, malgrado la locale università abbia una facoltà di scienze della comunicazione, “non esiste ancora uno studio che analizzi in modo approfondito la situazione dei media locali e regionali”. Insomma, Coira batte Bellinzona per forfait.

Eppure, malgrado tutto ciò, sorprendentemente le testate ticinesi non solo sono riuscite in buona parte a sopravvivere, ma pure a produrre servizi di qualità. Anche con punte di eccellenza. È il caso soprattutto dei programmi di informazione della RSI (se ne ricordino coloro che vogliono diminuire il canone e, de facto, l’abolizione del servizio pubblico nel nostro Cantone), che “ottengono punteggi di qualità elevati, analoghi a quelli dei loro omologhi della Svizzera tedesca e della Svizzera Romanda” e che con il TG hanno “ottenuto il punteggio più alto nel 2021”. La pecca dell’emittente di Comano sta nella sezione online, forse per via del “maggiore utilizzo di formati innovativi, rivolti in particolare a un pubblico più giovane” rispetto alla concorrenza. Insomma, la cosiddetta “informazione bollicine” non paga, per lo meno in termini di qualità (l’audience è un altro discorso).

Superiore ai colleghi germanofoni ma non ai romandi pure il risultato di Teleticino, che comunque ha una “tendenza altalenante” (un anno fa bene, l’anno dopo o quello prima decisamente meno: urge trovare costanza di rendimento), mentre la stampa scritta (Corriere del Ticino e La Regione) si colloca sul livello dei media d’oltralpe di lingua tedesca ma a notevole distanza da quelli francofoni. Per inquadrare meglio questo risultato bisogna tuttavia “tenere conto che nella Svizzera italiana non esistono i classici giornali scandalistici di bassa qualità” (il mercato limitato non ne permette la sopravvivenza), per cui, ne deduciamo, forse la media risulta un po’ artatamente alta.

Questi buoni risultati dei media nostrani, strano a dirsi, potrebbero essere dovuti alla pandemia da Covid 19, ossia, frutto, insomma “solo di un “effetto coronavirus” a breve termine”, affermano i due autori. In effetti prima della pandemia “si notava una chiara tendenza a una maggiore commercializzazione” dell’informazione, con una quota di “soft news”, ossia di notizie leggere e di intrattenimento, elevata e tendenzialmente in aumento; “l’anno del coronavirus (2020, ndr.) ha segnato l’inizio di una nuova fase”, in cui si è ricominciato a parlare in modo diffuso di argomenti “seri”.

Altra buona notizia, dal 2015 al 2021 “la quota di contributi puramente redazionali è aumentata dal 55% al 66%”, mentre sono diminuiti i contributi non firmati (dal 25% al 15%); dopo aver segnato un aumento tra 2017 e 2020, pure i contributi di agenzia rielaborati in redazione sono tornati ai livelli minimi del 2015. I drastici tagli ai budget per collaborazioni a nostro avviso non sono estranei a questa comunque positiva evoluzione.

Pecca non da poco, ci rinchiudiamo sempre più in noi stessi (Ticino ombelico del mondo per i nostri media non è una metafora, ma un modo di essere), ché “la varietà geografica è calata in quasi tutte le testate”, che registrano “un orientamento nazionale” e locale “molto più marcato”. Con la pandemia sono diminuite drasticamente le notizie dall’estero, si sono mantenute stabili quelle nazionali (ma che succederà ora in post pandemia nessuno lo sa, anche se i segnali di smantellamento delle redazioni e dei corrispondenti da oltre San Gottardo non mancano), mentre sono aumentate quelle regionali e locali.

Altro problema sottolineato dallo studio è che la “pandemia ha ulteriormente aggravato la situazione economica dei media della Svizzera italiana”, per cui “in caso di ulteriori tagli i media potrebbero essere tentati di produrre più contributi automatizzati grazie a strumenti tecnici come l’intelligenza artificiale”, ammesso e non concesso che si posseggano le competenze necessarie, si abbia la possibilità di accedere agli indispensabili dati strutturati per adempiere a un simile passo e, soprattutto, si abbia “l’effettiva possibilità di attuare i cambiamenti necessari nella produzione giornalistica”.

Insomma, se a prima vista nel panorama mediatico della Svizzera italiana tutto sembra andare per il meglio, a un’analisi più approfondita emergono alcuni problemi non di poco conto: la diminuzione dell’eterogeneità e concentrazione dei media; la copertura dell’informazione politica stagnante nel post-pandemia (la tornata elettorale che sta iniziando aiuterà, ma durerà solo un anno o poco più) e la necessità di utilizzare in futuro “sempre più canali aggiuntivi, in particolare sulla piattaforme dei social media, aumentando così l’impegno richiesto”, sia in termini di risorse umane che finanziarie, cosa non evidente visti i chiari di luna economici attuali e futuribili.

Di conseguenza “sulla base di questi sviluppi, sarebbe auspicabile che il Canton Ticino si impegnasse maggiormente nella discussione sul tema della promozione mediatica”. Politica, se ci sei batti un colpo (veloce, per favore)!


Lista rosso-verde in Consiglio di Stato: una faida interna inevitabile

L’esito delle elezioni cantonali di Zurigo e Basilea Campagna fornisce utili indicazioni per quanto potrà avvenire in autunno a livello federale 

Pochi giorni fa il sindaco di Bellinzona Mario Branda ha pubblicamente espresso il suo sostegno ad Amalia Mirante. “Io sarei favorevole ad avere in lista [per il Consiglio di Stato, ndr] anche Amalia Mirante. Penso che coprirebbe un’area politica che magari potrebbe anche non sentirsi rappresentata da Marina Carobbio”: queste le sue parole. Limpide e chiare.

Due giorni fa è arrivata la replica, altrettanto chiara benché indiretta, dei due co-presidenti del PS: basta sterili battaglie sui nomi, fatte per di più sui media e non all’interno degli organi del partito, e concentriamoci sui programmi, che “sui nomi ci confronteremo in maniera democratica e trasparente al congresso” del 13 novembre. Questa in estrema sintesi il senso del peraltro piuttosto lungo e articolato documento inviato sotto forma di newsletter a iscritti e simpatizzanti, in cui si afferma tra l’altro come queste “continue uscite mediatiche che non parlano dei problemi che vive la popolazione ticinese ma di nomi e strategie interne diano una pessima immagine di noi”.

Evviva, ci sono arrivati! Peccato solo che ormai il danno è già stato fatto, e porvi rimedio non sarà per nulla facile, per lo meno nel breve periodo, ossia entro aprile. Perché è vero, come ricordano i due presidenti del partito, che le decisioni sull’alleanza con i Verdi e sulla composizione della lista comune per il Consiglio di Stato sono state prese democraticamente e ad ampia maggioranza, ma è anche vero che la loro comunicazione e la strategia adottata dalla direzione del partito (dei due partiti) ha non solo lasciato agli avversari interni lo spazio per intervenire nel modo e nei toni che in questi mesi abbiamo visto, ma l’ha persino favorito.

Non si comunica una specie di rivoluzione copernicana come è la lista comune rosso-verde senza prima averla preparata a puntino, ossia senza aver pronti i contenuti programmatici, senza aver discusso a fondo con tutti gli attori in causa (in particolare i rivali e le minoranze interne) e senza aver previsto tutte le possibili obiezioni, i possibili rimedi e, soprattutto, i futuri passi da compiere. E anche, se mi si permette, se non le possibili strategie di uscita per lo meno i possibili cambiamenti che si potrebbe essere costretti a fare in corso d’opera, le concessioni che si potrebbero dare.

Inoltre se si afferma che il progetto annunciato lo scorso mese di giugno è “mosso da una chiara visione e da una strategia che tiene conto del contesto storico della lista, ossia quello di rafforzare l’area rosso-verde sulla base di proposte politiche alternative alla maggioranza politica attuale nell’interesse del Ticino e di chi ci vive”, è sì comprensibile (a mio avviso non dovrebbe essere neppure necessario dirlo, ma tant’è) che si specifichi che “non lo piegheremo ad un superficiale dibattito su cosa conviene di più nel corto termine o cosa fa litigare di meno dando contentini a tutti e tutte”, visto che un progetto di tal fatta deve obbligatoriamente essere pensato e impostato sul medio se non addirittura sul lungo periodo; gli è però che per lungo tempo, troppo tempo, di questo progetto, di queste “proposte politiche alternative alla maggioranza politica attuale” – una volta si chiamava programma – non si è saputo né visto alcunché.

C’è stata, è vero, la presentazione a metà settembre del Piano di rilancio per il Ticino 2030 (“Per un Ticino in cui vivere”), un interessante anzi notevole documento che tuttavia è e rimane un prodotto targato PS, non una sintesi di area su cui lavorare, magari anche litigare, e poi da presentare ai rispettivi organi interni e ai rispettivi congressi. Dall’area rosso-verde unita invece non solo i cittadini, ma pure i simpatizzanti e probabilmente anche gli iscritti hanno dovuto aspettare il numero di questo mese (!) di PS.ch e la convocazione per il congresso di novembre per poter leggere la piattaforma comune di Governo. Anche questo un gran bel documento, nulla da dire in proposito, ma giunto a oltre tre mesi dall’annuncio di giugno. Troppo tardi per incanalare il dibattito sul piano politico ed evitare quelle che i due co-presidenti hanno definito discussioni “da tifoseria”.

Ovvio quindi che se queste sono state le condizioni di partenza date (dalla direzione e dalla presidenza, non dalle minoranze interne, è bene ricordarlo), il dibattito non poteva che incanalarsi sull’unico argomento su cui era possibile discutere: i nomi da mettere in lista. Da qui a dar sfogo alle faide interne il passo non solo è stato breve, ma inevitabile, i conseguenti danni di immagine pure. Pure questo limpido e chiaro (Recoaro?).

Nell’immagine: la prima pagina della citata piattaforma di governo PS-Verdi


La libertà di stampa che fu

L’esito delle elezioni cantonali di Zurigo e Basilea Campagna fornisce utili indicazioni per quanto potrà avvenire in autunno a livello federale 

I media sono davvero indipendenti e liberi? La questione è dibattuta praticamente fin dalla loro nascita e, almeno nei Paesi occidentali, sembrava aver trovato se non una risposta del tutto affermativa per lo meno uno status quo tendente al bello. Vi erano grandi differenze tra i paesi, certo, ma da Stoccolma a Palermo, da Lisbona a Vienna, la stampa nel suo complesso poteva dirsi sostanzialmente libera e indipendente. Il cosiddetto quarto potere, cane da guardia degli altri (e della democrazia).

Uno stato delle cose che, negli ultimi anni, sia la digitalizzazione imperante, sia la concentrazione editoriale crescente stanno mettendo sempre più a rischio. Le accuse di produrre fake news, di essere al soldo di fantomatici “poteri forti” e le minacce neppure troppo velate rivolte ai giornalisti sui social media ormai non si contano più. Tutte pressioni che limitano l’autonomia giornalistica e dunque mettono in pericolo non solo la libertà di stampa, ma anche il funzionamento stesso dello stato. E questo avviene anche nelle democrazie occidentali, Svizzera compresa, paese, non dimentichiamolo, da anni in arretramento sia nelle classifiche internazionali sulla libertà di stampa che negli indici sulla qualità (le due cose vanno di pari passo, evidentemente: meditate, editori e lettori, meditate).

Il Covid-19 sembra aver dato un’accelerazione non da poco, per lo meno stando a quanto è risultato da uno studio compiuto da due docenti dell’Università di Zurigo, Lea Stahel e Katja Rost, che hanno appunto esaminato la frequenza e la forma con cui i giornalisti elvetici hanno subito delle interferenze esterne nel periodo 2020-2021. Ben 567 i giornalisti della Svizzera tedesca, francese e italiana intervistati; le loro risposte non possono che preoccupare.

I risultati mostrano infatti che quasi nove intervistati su dieci (86,9%) hanno subito pressioni esterne di vario tipo. Le più comuni sono intimidazioni o misure di natura informativa, come la diffusione di informazioni dannose sui giornalisti o la minaccia di ritirare l’accesso alle informazioni (il 75,1% degli intervistati ne hanno subite). Interessante notare inoltre come il 58,4% sia stato accusato a vario titolo di cospirazione, non solo in relazione al Covid 19, mentre la metà (49,9%) abbia ricevuto insulti o dichiarazioni di odio.

Queste pressioni vengono esercitate soprattutto attraverso i canali di comunicazione digitali, come e-mail e social media. I metodi tradizionali (telefono e lettere) e gli incontri personali sono nettamente minoritari.

Non sono comunque da sottovalutare le pressioni economiche (50,8%), come la minaccia di ritirare la pubblicità, quelle istituzionali (42,1%), come il rischio di essere oggetto di un’azione legale, e le minacce o le molestie vere e proprie, sia fisiche che sessuali (28,9%).

Piccola consolazione, se la coazione sotto forma di promessa di introiti pubblicitari è relativamente diffusa (23,3%), i tentativi di corruzione vera e propria sono rari: benefici materiali (denaro, viaggi, cene ecc.) sono stati offerti infatti solo al 9,4% degli intervistati.

Da un punto di vista della politica editoriale invece duole constatare come ben un terzo (33,4%) abbia subìto avvertimenti relativi alla carriera, e che per un altro quinto (18,2%) dagli avvisi si sia purtroppo passati ai fatti, tanto che la loro carriera è stata effettivamente resa più ardua, se non addirittura troncata. Inoltre, al 33,9% degli intervistati è stato chiesto di non riferire negativamente su un inserzionista, e un altro quarto (24,2%) ha subito pressioni di altro tipo da un superiore o dal suo direttore editoriale. Insomma, non solo la libertà di stampa in generale è minacciata ma, e non poteva essere altrimenti, anche quella interna alle redazioni è fortemente in pericolo.

Anche le rubriche in cui lavorano i giornalisti giocano un ruolo: coloro che si occupano di criminalità e giustizia (94,1%), intrattenimento (93,5%) e affari (93,2%) sono quelli che hanno un rischio maggiore di subire interferenze e pressioni.

Gioca un ruolo importante anche il Cantone: più di nove intervistati su dieci che hanno riferito regolarmente sul Canton Svitto hanno subito pressioni (95,8%), seguito da quelli che si sono occupati di Friburgo (95,7%) e Giura (94,7%); Sciaffusa per contro ha la percentuale più bassa, ma non infima, ché il 76% dà comunque da pensare. Ticino e Grigioni, entrambi con l’83,8%, sono al penultimo posto di questa classifica, e per una volta tanto non possiamo che rallegrarcene.

Piccola consolazione finale, i giornalisti individuano più frequentemente i soggetti che esercitano pressioni nel loro pubblico (56,4%), ciò che, editore e direttore permettendo, dovrebbe rendere più facile la gestione di questi casi. Segue però a ruota (48,4%) il mondo imprenditoriale, e questo, diciamocelo, non è per nulla bello. Curiosamente distanziata la politica (28,7%), seguita a ruota da attivisti non identificabili in un partito classico (23,3%). La somma dei due dati arriva però a un tutt’altro che rassicurante 52%.

Dallo studio emerge dunque un quadro della professione del giornalista tutt’altro che roseo. Va certo rimarcato che si tratta di uno studio basato su autodichiarazioni e non su osservazioni esterne, ma testimonia comunque di un diffuso malessere e di un crescente degrado della professione e delle condizioni in cui i giornalisti sono costretti a lavorare. In questo senso è doveroso anche rimarcare come nello studio non sono state considerate tutte quelle latenti pressioni presenti nel lavoro quotidiano, più sottili e più difficili da percepire, che genericamente si trasformano in una sorta di più o meno inconscia “autocensura”.

Ma i giornalisti possono difendersi? O per lo meno cercare aiuto? Difficile, visto che buona parte delle pressioni arriva anche dall’interno, ma non impossibile. In questo senso le due autrici hanno affermato che gli intervistati hanno mostrato una buona soddisfazione verso il supporto dato loro dai sindacati (molto o abbastanza soddisfatti 46%; né soddisfatti né insoddisfatti 36%; molto o abbastanza insoddisfatti:18%), mentre si sono dimostrati grandemente insoddisfatti verso le politiche dei social media (molto o abbastanza soddisfatti 8%; né soddisfatti né insoddisfatti 28%; molto o abbastanza insoddisfatti:64%), in merito ad esempio alla cancellazione dei contenuti.

Livelli simili di insoddisfazione si riscontrano in relazione alla società in generale (molto o abbastanza soddisfatto 18%; né soddisfatto né insoddisfatto 27%; molto o abbastanza insoddisfatto 55%), ad esempio in relazione all’apprezzamento del giornalismo, e alla politica (molto o abbastanza soddisfatta 25%; né soddisfatta né insoddisfatta 29%; molto o abbastanza insoddisfatta 46%), ad esempio per quanto riguarda l’impegno per la libertà di stampa.

Anche per questo, affermano le autrici, ma non solo per questo (concorrono anche la diminuzione della fiducia nei media, le pressioni economiche sulle testate e sul settore dei media in generale, l’aumento della comunicazione digitale, la diminuzione del numero dei giornalisti nelle redazioni, la concentrazione editoriale…), “è probabile che le pressioni continuino o addirittura aumentino in futuro”.

Nell’immagine: il logo della Giornata mondiale della libertà di stampa 2022


Benvenuti al Grand Hotel del terrore

L’esito delle elezioni cantonali di Zurigo e Basilea Campagna fornisce utili indicazioni per quanto potrà avvenire in autunno a livello federale 

Era il mese di marzo del 1976 quando Sergio Ferrari, allora poco più che ventenne, fu arrestato dalla polizia argentina e portato nella prigione di Coronda, a 500 km da Buenos Aires. La sua colpa? Essere un dirigente del fronte studentesco, un fatto quasi imperdonabile per il regime dittatoriale che opprimeva l’Argentina all’epoca. A lui andò meglio dei 30.000 desaparecidos e delle altre migliaia di morti che i generali han lasciato alle loro spalle: nel 1979 fu infatti liberato e raggiunse la Svizzera, dove tuttora vive.

Questi tre anni di vita al di fuori del mondo in un ambiente dai prigionieri ironicamente soprannominato Grand Hotel, è stata raccontata in un libro – “Grand Hotel Coronda”, appunto – scritto in modo collettivo da 70 ex prigionieri politici, dal maggio 2003 riuniti nell’associazione “El Periscopio”, il cui obiettivo è contribuire alla promozione e al sostegno di progetti per il recupero della memoria storica e di azioni volte a indagare, testimoniare, ricreare e promuovere in ogni forma possibile le esperienze solidali, i Diritti Umani, la verità e la giustizia.

Il libro esce adesso in traduzione italiana, per le edizioni Albatros. Sergio Ferrari e due altri suoi compagni di (s)ventura provenienti dall’Argentina, Alfredo Vivo e il presidente dell’associazione El Periscopio Augusto Saro, presenteranno il libro in Italia e in Ticino. Quattro le tappe previste nel nostro cantone: dopo l’esordio ieri sera a Bellinzona, questa sera il tour farà tappa a Biasca per poi spostarsi domani a Lugano e domenica Mendrisio.

Abbiamo incontrato Ferrari e Saro prima della tappa di Bellinzona.

Nell’immagine: Sergio Ferrari in visita al carcere di Coronda nel 2019


Continuiamo così, facciamoci del male

L’esito delle elezioni cantonali di Zurigo e Basilea Campagna fornisce utili indicazioni per quanto potrà avvenire in autunno a livello federale 

Ogni volta che mi soffermo sull’area che genericamente si definisce di sinistra e/o di centrosinistra, mi viene in mente la celebre scena in cui Nanni Moretti, di fronte a delle persone che non sanno cosa sia la Sacher torte né tantomeno come si mangia e come si taglia, esclama sconsolato: “Vabbè! Continuiamo così, facciamoci del male”.

Non sfuggono a questa immaginifica constatazione gli avvenimenti di questi ultimi mesi, che hanno avuto una prima conclusione, sia pure ancora teoricamente provvisoria (decisivo e definitivo sarà infatti solo il congresso del 13 novembre), mercoledì 7 settembre al Comitato cantonale del PS ticinese.

Riassumiamo: la scorsa primavera i vertici di Verdi e PST annunciano urbi et orbi l’intenzione, anzi la decisione di unire le forze per il Consiglio di Stato, formando una lista unica secondo la formula del 2+2+1 (2 socialisti, 2 verdi e 1 rappresentante della cosiddetta società civile). Obiettivo dichiarato: puntare al rafforzamento dell’area “rossoverde” e ambire a un secondo seggio in Governo. La formula era un po’ uregiatta – due a me e due a te e il quinto che non lo posso dividere a un esterno ma in un paese normale avrebbe avuto il pregio di mettere tutti d’accordo e unire davvero le forze per puntare con decisione agli obiettivi dichiarati. Perché, è stato ribadito più volte mercoledì sera, bisogna suscitare entusiasmo in un elettorato che appare ormai stanco, demotivato e sfiduciato.

In un paese normale, appunto, cosa che il Ticino non è. E difatti, giusto per suscitare l’auspicato entusiasmo e dare “nuovi stimoli” che possano far “ritrovare slancio”, immediatamente sono iniziati gli psicodrammi, tra autocandidature che ammaliano, richieste di formazioni satelliti contigue rese pubbliche solo o soprattutto per suscitare imbarazzo (ossia, letteralmente, impedimento o impaccio al libero e normale svolgersi di un’azione) nella controparte e occupare, lo spazio di un mattino o poco più, le prime pagine dei media estivi, mozioni PS “suprematiste”, dietrologie su presunte manovre tese a promuovere la candidatura unica di Marina Carobbio e malcelati timori della base socialista di perdere il seggio a favore dei compagni-rivali ecologisti. Imbarazzante (questa volta nel senso di sensazione e situazione di forte perplessità e/o disagio), davvero.

Col senno di poi, forse i vertici rossoverdi avrebbero dovuto essere più chiari e decisi mesi fa, oppure rimandare l’annuncio quando i giochi sulle candidature erano già definiti. Perché è chiaro che se si ambisce al rafforzamento dell’area e a un ipotetico secondo seggio, la lista deve essere impostata per conseguire questo obiettivo; di conseguenza bando a ciance e personalismi di ogni genere e tipo e dentro tutti i candidati forti possibili. Poi al popolo decidere (e difatti Bertoli, malgrado la sua conclamata intenzione di lasciare la carica, fino a poco tempo fa si era comunque tenuto a disposizione).

In quest’ottica il “sacrificio” di Marina Carobbio, ossia il suo abbandono della difesa del seggio conquistato tre anni fa al Consiglio degli Stati (la prima donna ticinese e il primo esponente socialista del Canton Ticino ad assurgere a tale carica, non dimentichiamolo) per candidarsi al Consiglio di Stato poteva anche essere comprensibile – lasciava una carica per provare a conquistarne una supplementare, e i conti alla fine se tutto fosse andato bene sarebbero restati numericamente pari, oltre che politicamente positivi. Tuttavia, dopo l’uscita di scena dapprima della candidata di punta dei Verdi e poi del consigliere di Stato uscente PS, qualche perplessità è d’obbligo. Anzitutto perché la sua non rielezione alle Federali del 2023, data per certa praticamente da tutto il PS e dintorni (ma non si doveva infondere entusiasmo, stimoli e speranza?) è a mio modesto avviso tutt’altro che scontata, ché come tutti gli uscenti lei e Marco Chiesa partono in vantaggio rispetto a qualsiasi futuro candidato PLR e PPD, senza dimenticare che in una ipotetica e probabile corsa a quattro anche al secondo turno la presunta solidarietà borghese potrebbe/dovrebbe venire a mancare (ognuno per sé e vinca il migliore. come appunto successo nel 2019). Soprattutto vi è da chiedersi, alla luce delle rinunce eccellenti appena citate e dei numeri che garantiscono all’area sicuramente almeno un seggio in Consiglio di Stato, della sua intrinseca necessità davvero i socialisti tra i loro circa 1.000 iscritti e i circa 10.000 elettori non riescono a trovare altri due nuovi candidati degni per la carica? Rinnovamento, è stato infatti uno dei mantra più spesso recitati mercoledì sera da vertici e base PS; ebbene, l’auspicato “new deal” del partito pare che passi dal candidare e fare eleggere (perché salvo improbabili cataclismi nessuno può avere alcun dubbio su cosa succederà al congresso PS di novembre e poi alle Cantonali del prossimo aprile) una delle sue politiche di più lungo corso affiancandole, in nome di una vetera logica di quote, un esponente della Gioventù socialista. Auspicabilmente maschile, perché se quote devono essere “che si rispetti anche la ripartizione egualitaria fra i sessi” (sì, abbiamo sentito anche questa). Il nuovo che avanza è insomma prioritariamente una questione anagrafica e di sesso, non di idee, competenza e capacità di leggere interpretare la realtà.

Ciliegina sulla torta, come da titoli di giornali i vertici hanno dichiarato che finalmente adesso ci si potrà concentrare sui programmi e sulle idee, ammissione implicita che in questi mesi si è discusso più che altro se non solo di cadreghe e affini (in ogni caso questa è l’immagine che è passata nel cantone, non altra). Imbarazzante, di nuovo.

Anche se ogni tanto qualche dubbio mi assale, io non so se, come ha scritto Silvano Toppi su questo sito, la sinistra abbia paura dell’intelligenza; è tuttavia certo che in tutta questa vicenda abbia una volta ancora discusso più “del contenente (o del contendente, del posto da occupare) che del contenuto ignorando, come dice un antico principio della logica, che il contenuto assume sempre la forma del contenente” e dunque mancando “di una visione più ampia, anche utopistica, che sappia far lievitare idee e soluzioni, invece di agganciarsi come molluschi alle solite inerti pietre di inciampo che nessuno riesce più a smuovere”.

Risultato politico finale? Il prossimo anno l’area rossoverde avrà come oggi un, anzi una consigliera di Stato, non avrà più una consigliera agli Stati e in Gran Consiglio, visto che è utopico pensare a un ribaltamento di maggioranza, conterà più o (magari anche) meno di oggi.

Che volete che vi dica: continuiamo così, facciamoci del male (e speriamo che almeno la Sacher torte sia buona).