Il nemico invisibile

Israele vive sopra una bomba, e il diniego dei diritti palestinesi è il grande ostacolo 

Tel Aviv, 24 giugno 2021

Sono trascorse solo poche settimane dal cessate il fuoco che ha messo fine all’ultima escalation di violenza tra israeliani e palestinesi e, almeno qui nel centro di Tel Aviv, del conflitto, dell’occupazione e quasi quasi anche degli stessi palestinesi già non si percepisce più alcuna traccia. Una volta terminata l’emergenza missili, la quotidianità ha ripreso il sopravvento, e sono sufficienti il nuovo governo, il nuovo presidente e la minaccia di una nuova variante Covid per catalizzare l’attenzione dei media.

Vorrei dunque partire proprio da questa normalità apparente per riprendere alcune riflessioni, in parte da me condivise nei giorni scorsi in occasione di una serata di studio sulla situazione in Medioriente organizzata dal Centro Studi Ettore Luccini.

Salvo per il significativo aumento degli allarmi su Tel Aviv a causa dei razzi lanciati da Hamas (i razzi generalmente colpiscono principalmente le località a sud di Israele più vicine geograficamente alla Striscia di Gaza), la novità che ha caratterizzato le calde giornate dello scorso maggio è stata lo scoppio di violenti e sanguinosi scontri tra civili israeliani e palestinesi, in particolare nelle città miste. Tale sviluppo ha fornito alla popolazione un assaggio di quella che potrebbe trasformarsi in una vera e propria guerra civile che nel peggiore degli scenari rischierebbe di sfociare in una pulizia etnica. Si tratta di un’inquietante esperienza, senza precedenti negli ultimi decenni, che avrebbe dovuto quanto meno fungere da monito per il futuro tutt’altro che roseo che attende gli abitanti di questa terra disgraziata, ma, come era prevedibile, le abitudini sono dure a morire e, non appena rientrata l’emergenza, la stragrande maggioranza degli israeliani sembra aver scelto come sempre di rimettere la testa sotto la sabbia, riprendendo a vivere come niente fosse.

Ignorare di essere seduti su una bomba a orologeria significa prima di tutto rifiutare di assumersi la responsabilità dell’occupazione e della violenza insita nella pratica coloniale e nella repressione del popolo palestinese, o almeno di parti consistenti di esso, ad opera di Israele.

Questa amara constatazione ci conduce ad alcune questioni essenziali. La prima è quella dell’invisibilità dei palestinesi, la quale è alimentata e mantenuta da alcune circostanze. Innanzitutto il denial, il rifiuto da parte degli ebrei, israeliani e non, di ammettere l’occupazione e le conseguenze di essa. In secondo luogo, la politica di separazione dei palestinesi che si trovano spesso irrimediabilmente separati dai membri della propria famiglia senza possibilità di ricongiungersi. Si tratta di una violenza psicologica che indebolisce e svilisce un popolo già umiliato. E infine il supporto economico prestato dall’America, ma soprattutto dell’Europa all’Autorità Palestinese, la quale naturalmente non è economicamente indipendente, non reggendosi su un sistema fiscale autonomo.

Chiaramente parlando di invisibilità il caso più clamoroso e drammatico è quello di Gaza, la prigione a cielo aperto della quale Israele nega in mala fede la responsabilità, attribuendola a Hamas.

La seconda questione che desidero toccare è quella dell’asimmetria. Dobbiamo imparare a parlare in termini di un conflitto asimmetrico. È vero che si tratta di due parti, ma è fuorviante continuare a portare avanti un discorso sulla pace che collochi le due parti sullo stesso piano. È inconcepibile paragonare i privilegi di cui godono gli ebrei, con la realtà dei palestinesi controllati attraverso l’uso di tecnologie sofisticate, bypass roads, richiesta di infiniti permessi burocratici, checkpoint ecc. Gli stessi arabi israeliani sono nella migliore ipotesi cittadini di serie B.

Paradossalmente, un esempio di asimmetria è spesso evidente anche nei media italiani, dove è troppo spesso assente un interlocutore palestinese alla stregua degli intellettuali e scrittori ebrei e israeliani che scrivono regolarmente sulle maggiori testate.

La terza questione è quella degli insediamenti in Cisgiordania. Finché perdura l’opera di colonizzazione portata avanti dai governi della destra israeliana, la  situazione è destinata ad inasprirsi. È dunque anche responsabilità dell’Europa quella di impedire e contenere questo fenomeno, affinché Israele non si tramuti definitivamente in un regime di apartheid.

Sempre in tema di responsabilità dell’Europa forse sarebbe opportuno tornare a riflettere su come sia stato proprio il fallimento nella soluzione della questione ebraica a produrre, all’indomani della Shoah, quella palestinese, la cui Nakba si perpetua sino ad oggi. Lo stesso antisemitismo odierno, che pure ha almeno in parte matrici diverse, alimenta la paura che ha messo a tacere gli ebrei europei, il cui spirito intellettuale e critico negli ultimi 70 anni si è pressoché annullato (Enzo Traverso, La fine della modernità ebraica. Dalla critica al potere). Di questi e altri subdoli meccanismi indirettamente pagano il prezzo anche i palestinesi.

Da dove partire dunque per ricostruire? Parlare oggi di due Stati per due popoli non è più realistico, anche e soprattutto dal punto di vista geografico. Continuare a sostenere la soluzione dei due stati, ritornello abusato anche dalle pseudo sinistre israeliane, è piuttosto un modo per rimanere nell’impasse. Tuttavia anche a chi sostiene la via dello Stato Unico è chiaro che c’è molto lavoro da fare per preparare il terreno, soprattutto considerando che gli ebrei non sono emotivamente pronti a rinunciare allo Stato ebraico, se mai lo saranno.

Ciò che emerge oggi è la necessità di una cooperazione profonda e strutturata tra israeliani e palestinesi -cominciando dagli intellettuali di entrambe le parti – fondata su un principio di binazionalismo egualitario fondato sulla parità di diritti, che possa porre le basi anche per nuovi coraggiosi accostamenti, come quello dei rispettivi traumi, cioè la Shoah e la Nakba.

Si tratta di operazioni che minacciano l’identità delle parti in gioco, ma sostenere un po’ l’una un po’ l’altra a seconda delle bandiere è un’operazione sterile che negli anni non ha condotto a nessun cambiamento sostanziale.

Se dunque è importante bloccare, o quanto meno contenere, l’espansione delle colonie, nonché sostenere attivisti e organizzazioni come B’tselem e Breaking the silence che quotidianamente monitorano e si battono contro le violazioni dei diritti umani, non meno importante è intraprendere un lento lavoro, direi quasi psicoanalitico, di riassetto delle coscienze. In sostanza, affinché quella bomba ad orologeria non scoppi, è necessario promuovere nuove consapevolezze senza cedere alle suggestioni della paura.


Ancora si dimenticano gli aerosol

Israele vive sopra una bomba, e il diniego dei diritti palestinesi è il grande ostacolo 

“Queste poche frasi sugli aerosol rappresentano uno dei più importanti progressi scientifici della pandemia”. Così Zeynep Tufekci commentava l’aggiornamento della pagina dell’Organizzazione mondiale della sanità sul modo di trasmissione della Covid19. Come già avevo scritto, pur continuando a sostenere che “il virus si diffonde soprattutto fra persone a stretto contatto fra di loro”, a fine aprile l’OMS ammetteva infine che “il virus può trasmettersi in ambienti chiusi mal ventilati e/o affollati, dove le persone trascorrono periodi prolungati. Questo perché gli aerosol restano sospesi nell’aria e viaggiano oltre la distanza di un metro”.

Pochi giorni dopo, in un lungo commento pubblicato sul New York Times, Zeynep Tufekci sottolineava che questo cambiamento “rimette in discussione presupposti centrali nella prevenzione dei contagi, vecchi di un secolo”. “Se l’importanza degli aerosol fosse stata riconosciuta prima – proseguiva – ci avrebbero detto che evitando contatti stretti e prolungati con altre persone si è molto più sicuri all’aperto, dove queste piccole particelle si disperdono più rapidamente. Avremmo cercato di rendere più sicuri gli spazi chiusi, con una buona ventilazione e se necessario filtrando l’aria. Invece di regole generiche sugli assembramenti, ci saremmo concentrati sulle situazioni che possono provocare molteplici contagi; persone in ambienti mal ventilati, soprattutto se praticano attività che aumentano la produzione di aerosol, come gridare e cantare. Avremmo cominciato prima a usare le mascherine e avremmo fatto più attenzione a come si adattano al nostro viso. E saremmo stati meno ossessionati dalla disinfezione delle superfici”.

A quasi due mesi da quel cambiamento, perché tornare su un argomento al quale ho già dedicato numerosi articoli (qui, qui, qui e qui)? Perché le misure entrate in vigore sabato mostrano che di aerosol in Svizzera ancora ci si preoccupa poco o nulla: obbligo delle mascherine allentato sul posto di lavoro e nelle scuole secondarie e professionali; revoca dell’obbligo del telelavoro; revoca del limite del numero di ospiti a un tavolo nei ristoranti (dove la mascherina va portata solo quando si è in piedi); apertura di discoteche e sale da ballo, seppur con obbligo di certificato Covid; limite di mille persone, purché sedute, sia all’esterno che all’interno per le manifestazioni in cui non è richiesto il certificato Covid, di 250 con obbligo della mascherina all’interno se stanno in piedi (500 all’aperto); infine, ciliegina sulla torta, esibizioni di cori ammesse anche al chiuso.

Il comunicato pubblicato settimana scorsa dal Consiglio federale è lungo e dettagliato ma nemmeno accenna ai sensori di CO2 che pure la Task force scientifica, in un suo policy brief, definisce “uno strumento semplice ed economico in grado di avvertire i presenti della scarsa ventilazione dell’ambiente e dell’opportunità di intervenire con un’azione adeguata, come aprire le finestre o uscire dalla stanza in cui ci si trova”, e che potrebbe perciò “essere utile per contrastare la pandemia, soprattutto nelle scuole” (e sul posto di lavoro, aggiungerei). Chissà che questa dimenticanza non si spieghi con il fatto che generalizzando l’uso dei sensori di CO2 scopriremmo che molto spesso respiriamo aria di qualità insufficiente e che di conseguenza sarebbe necessario migliorare la ventilazione, rispettivamente adottare filtri efficaci contro il virus…

Ma a preoccupare è il fatto che, se d’estate si può stare all’aperto e migliorare la ventilazione è relativamente semplice, per l’autunno sarebbe indispensabile prepararci adesso, soprattutto visto che avremo quasi certamente a che fare con una variante, che si tratti della Delta o della cosiddetta Delta plus, che nell’aria si trasmette ancora meglio.

Tutti abbiamo voglia di normalità, ma non tener conto degli aerosol ci espone al rischio di ripetere gli errori dell’estate scorsa e di trovarci in autunno alle prese con una quarta ondata.

È davvero questo che vogliamo?


Sergio Rossi – Economia svizzera e scenari post Covid

Israele vive sopra una bomba, e il diniego dei diritti palestinesi è il grande ostacolo 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Libia, lo stupro delle minorenni

Israele vive sopra una bomba, e il diniego dei diritti palestinesi è il grande ostacolo 

Sono rimaste in cinque. Tutte minorenni. Tutte somale. La loro età è nota alla polizia libica. Ma non è certo l’essere poco più che bambine a metterle al riparo degli stupri di guardiani foraggiati, equipaggiati e addestrati da Italia e Unione europea. Anche se Bruxelles ha scaricato le responsabilità su Roma.

Un mese fa, due ragazzine, dopo l’ennesima sessione di abusi ad opera degli agenti, hanno provato a togliersi la vita. Entrambe sono state ricoverate in ospedale a Tripoli e visitate dal personale di Medici senza frontiere, che ne ha chiesto l’immediato rilascio. Ma non c’é stato niente da fare. Le hanno di nuovo gettate in cella. Per continuare come prima.

“Anche se non è la prima volta che subisco aggressioni sessuali, queste sono le più dolorose, perché sono commesse dalle persone che dovrebbero proteggerci”, ha raccontato una di loro. Nessuna alternativa: “Devi dargli qualcosa in cambio per poter andare in bagno, o per chiamare la famiglia, o per evitare di essere picchiata”.

Succede nel centro di detenzione di Shara’ al Zawiya, una prigione dove vengono portati i migranti catturati in mare dalla cosiddetta guardia costiera libica. In attesa del loro trasferimento in uno degli altri 28 campi di prigionia riconducibili al governo di Tripoli. Le ragazze in passato sono state rinchiuse in gattabuie clandestine. Ma adesso che si trovano in una struttura statale assicurano che “è come essere prigioniere dei trafficanti”.

Gli assalti sessuali possono avvenire in qualsiasi momento della giornata. l’Associated Press è riuscita a mettersi in contatto con una di loro. Proteggere l’identità delle giovani è un obbligo. L’adolescente sta affrontando il rischio di ritorsioni pur di denunciare gli aguzzini. Ma per i poliziotti stupratori non sarà difficile, con solo 5 minorenni, punirle indiscriminatamente.

“Una notte di aprile, verso mezzanotte, una ragazza chiese a una guardia di lasciarla andare in bagno. Quando ebbe finito, la guardia l’aggredì. Dopo averla palpeggiata la stuprò mentre lei piangeva. Poiché il poliziotto aveva sporcato il vestito della ragazzina, le ordinò di andare a lavarsi”, si legge in un report di alcuni attivisti libici entrati in contatto con le piccole prigioniere. “Ero pietrificata – ha raccontato la 16enne somala -. Succede ogni giorno. Se resisti, vieni picchiata e privata di tutto”.

Il governo libico non ha voluto commentare le notizie. Suki Nagra, rappresentante in Libia dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha commentato: “Le armi tacciono, c’è un cessate il fuoco, ma le violazioni dei diritti umani continuano senza sosta”. E da Ginevra l’Alto Commissariato parla di “violenza sessuale inconcepibile contro donne e ragazze migranti nel centro di detenzione Shara’ al Zawiya di Tripoli: si sa di tentativi di suicidio per disperazione e fame. Chiediamo il loro rilascio e protezione immediata. La Libia non è un porto di ritorno sicuro per i migranti”.

La sola certezza è l’impunità. “Nessun addebito si è avuto per gli autori di questi abusi contro le donne riportate in Libia dalla guardia costiera”, denuncia ancora una volta Vincent Cochetel, inviato dell’Alto commissariato per i rifugiati nel Mediterraneo centrale. “La maggior parte delle rifugiate, evacuate dai centri di detenzione dove erano state trattenute per più di 9 mesi – aggiunge – aveva figli o era incinta a causa degli stupri delle guardie”. Anche quando i casi sono documentati e i presunti colpevoli vengono arrestati, “spesso finiscono in libertà per mancanza di testi disposti a testimoniare per paura di rappresaglie. Ad esempio – ricorda l’Associated Press -, Abdurhaman al-Milad (il noto Bija, ndr) che è sotto sanzioni delle Nazioni Unite, e venne arrestato l’anno scorso con l’accusa di traffico di essere umani e contrabbando di carburante, è stato rilasciato senza processo”.

Un’altra ragazza ha riferito di aver iniziato a subire molestie sessuali pochi giorni dopo essere stata condotta al centro di detenzione. Il brutale copione non cambia. Quando ha chiesto a una guardia di lasciarle chiamare i genitori, il militare le ha dato un telefono e l’ha fatta uscire dalla cella. Dopo che la ragazza ha riattaccato, lui l’ha afferrata.

Al 10 giugno, un totale di 10.454 rifugiati e migranti sono stati segnalati dall’ONU come intercettati dai guardiacoste libici nei primi 5 mesi del 2021. La maggior parte sono cittadini del Sudan (20%), del Mali (16%) e del Bangladesh (9%).

Da Bruxelles intanto rispondono di chiedere spiegazioni all’Italia. Alcune settimane fa un portavoce della Commissione aveva spiegato che le intercettazioni in mare avvengono perché Roma nel 2017 aveva pagato di tasca propria, versando circa 2 milioni di euro, la registrazione dell’area di ricerca e soccorso libica, nonostante la Libia non sia riconosciuta come “paese sicuro”. Quanto alla gestione dei migranti da parte del Dipartimento anti-immigrazione illegale di Tripoli (Dcim) “non ci sono fondi dell’Ue che vanno direttamente all’autorità libica”, ha detto Ana Pisonero, portavoce della Commissione europea. Semmai “è in vigore il programma messo in campo dal ministero dell’interno italiano” per il sostegno della Guardia costiera. Tuttavia, ha aggiunto, “l’attuale sistema di detenzione arbitraria e disumana dei migranti deve finire”.

In maggio era stata ancora una volta la procura internazionale dell’Aja a denunciare i crimini. “Negli ultimi sei mesi, l’Ufficio del procuratore ha continuamente ricevuto e raccolto informazioni credibili e prove sostanziali su gravi crimini che si presume  siano stati commessi in centri di detenzione ufficiali e non ufficiali in Libia”, si leggeva. Abusi “commessi su larga scala: violenza sessuale, trattamento disumano e detenzione arbitraria”. Violazioni “ampiamente denunciate per anni, ma finora nessuno è stato ritenuto responsabile”.

Articolo di Nello Scavo pubblicato da Avvenire il 22 giugno
Nell’immagine d’archivio alcune donne detenute in un campo di prigionia a Tripoli – Robert Y. Pelton / Moas


Isole Orcadi (Scozia)

Israele vive sopra una bomba, e il diniego dei diritti palestinesi è il grande ostacolo 


foto © Marco D’Anna

Ci sono isole dove il mare penetra dentro alla terra,
il vento spazza gli alberi e l’erba dei prati, il verde si scuote e ricorda il profumo di onde lontane,
le coste s’innalzano e le rocce si fanno aguzze per opporsi alla violenza della tempesta,
ma quando cala la notte i fiordi si aprono per accogliere l’abbraccio della marea.
Io sono nato in un luogo così, questa è la musica del mio mondo.
La risacca mi accarezza, mi riporta a casa e mi sospinge via.
Con i piedi piantati nel muschio, la mente naviga altrove,
è così che mi sento quasi felice.

testo © Marco Steiner

Dopo tanti anni di viaggi, Marco & Marco non potevano fermarsi. Abbiamo deciso di ripartire attraverso l’Immaginario, del resto lo diceva Saramago, “Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione…” Ecco quello che faremo, torneremo per vedere con altri occhi… se volete potrete partire con noi.


Pilastri inamovibili ma stanno franando

Israele vive sopra una bomba, e il diniego dei diritti palestinesi è il grande ostacolo 

L’Everest dei debiti e l’intervista a Sergio Rossi rivelano anche un mondo al rovescio, come in una lastra fotografica. O perlomeno bislacco. In un doppio senso. Nel senso che quanto ci hanno insegnato nella vita, nella scuola, all’università sembra si sia capovolto. Nel senso che idee o azioni ritenute sino all’altro ieri utopie, paradossi, mitologie o credenze ingannevoli, stanno ottenendo o hanno ottenuto libero corso. Non si va per le frasche se ci si pone qualche interrogativo o pensiero apparentemente antico o balzano attorno a quell’Everest.

Chi avrebbe immaginato, ad esempio, che la cancellazione del debito – idea che sembra uscire dall’antichità biblica o dal giubileo sabbatico che cancellava i debiti ogni sette anni – è stata posta all’ordine del giorno nelle discussioni di Banche centrali o organizzazioni internazionali come una via percorribile per non “sbattere contro il muro”? E non tanto per i paesi poveri (come proponevano importanti encicliche papali un tempo), ma ora per i paesi cosiddetti ricchi, superindebitati? Chi avrebbe pensato che l’interesse sul denaro prestato (che è poi il prezzo del denaro nel tempo) tornasse ad essere ridiscusso o fosse in pratica azzerato per evitare una dannazione, questa volta non divina (perché solo Dio è il padrone del tempo, lo si legge comunque ancora in manifesti apparsi in questi giorni sulle nostre strade!), ma solo tremendamente economica? Chi avrebbe immaginato che la manna dal cielo (“farò piovere del cibo dal cielo per te”) si traducesse ai nostri tempi, dapprima nella seria teoria economica definita appunto helicopter money, la moneta-elicottero (far piovere dall’alto il denaro o, in termini concreti, distribuire direttamente del denaro ai consumatori, la nuova manna, per far fronte ad una recessione economica) e poi, con la crisi pandemica, nella sua concreta ed estesa applicazione, con lo Stato (come avviene ancora negli Stati Uniti, ma è già avvenuto altrove) che fa piovere assegni sulle economie domestiche affinché possano continuare a consumare ma soprattutto far ruotare domanda, produzione ed economia? Chi avrebbe pensato che la ricchezza diventasse una maledizione, generando le più drammatiche e problematiche emigrazioni di persone da paesi ricchi e straricchi di risorse, indispensabili al futuro, come quelli africani, verso l’esausta e indebitata Europa, creandole sconquassi sociali?

Perché è opportuno e tutt’altro che balzano rilevare tutto questo? Perché ci dà il vero stato della questione. O forse perché ci dà il senso del dove siamo finiti, in cima a un Everest di sabbia. Perché ci sono paradigmi che ci hanno inquadrato la vita e hanno fatto la nostra cultura, non solo economica, che erano dati per pilastri inamovibili, assiomi assoluti, e che ora sono saltati o stanno franando.

Si è quindi nella situazione che nulla risulta certo e che tutto in un modo o nell’altro sembra dover cambiare. Il problema è rendersene conto. Anche se molti continueranno a credere che il possibile allontani sempre più i limiti dell’impossibile o dell’impensabile. E non solo ci sperano, ci contano.


Quella strada non s’ha da fare

Israele vive sopra una bomba, e il diniego dei diritti palestinesi è il grande ostacolo 

Era bello fare gli ambientalisti negli anni 90 e 2000, quando al tavolo delle trattative si trovavano “antagonisti” con cui era possibile discutere, poiché vedevano la posta in gioco in tutta la sua interezza. La Svizzera sembrava sulla strada giusta per trasformarsi gradualmente in paese modello per un’Europa all’epoca ancora lontana dall’urgenza delle questioni ambientali.

Il popolo svizzero sembrava intuire la necessità di un cambiamento di rotta, e i successi delle votazioni Iniziativa delle Alpi (1994), TTPCP e finanziamento TP (1998) e Avanti No (2004, in cui, peraltro, si metteva un veto al raddoppio del Gottardo) lasciavano ben sperare su quello che sarebbe potuta essere la filosofia ambientalista nazionale. Poi però le cose sono cambiate e, imprevedibilmente per chi in quegli anni era al fronte per la protezione della natura, in peggio.

Forse la prima volta il “tabù ambientalista” è stato infranto dalla Consigliera federale pipidina Doris Leuthard, che con i suoi grandi sorrisi, l’entusiasmo per le grandi opere e indubbie capacità oratorie, è riuscita a convincere il popolo svizzero della bontà del raddoppio autostradale del San Gottardo. Per la gioia incondizionata, fra gli altri, di USTRA (Ufficio federale delle strade), che, pur essendo, appunto, ufficio federale, e dunque pubblico, e non partito politico, durante la campagna per il raddoppio sguinzagliò per tutta la Svizzera i propri funzionari mandandoli a partecipare a dibattiti politici in veste di proseliti.

Il cambiamento di rotta della classe politique e del popolo in materia di temi ambientali è stato evidente in tutta la sua dolorosa concretezza lo scorso 13 giugno, quando sono stati respinti tutti i temi in votazione. Probabilmente è un segno dei tempi, l’ambiente è quantità négligeable, e la Gioventù del clima un gruppo di ragazzi capricciosi senza esperienza, e così anche questa volta USTRA ne è uscito più ringalluzzito di prima, e prosegue con slancio ed energia tutti i suoi piani di cementificazione/asfaltamento.

L’ultima misura (in ordine di tempo) per cui si batte questo nostro ufficio di funzionari dediti alla politica, è la costruzione di una nuova corsia autostradale tra Chiasso e Mendrisio. Sulle prime semplicemente denominata “terza corsia”, ha ora subito un restyling di nome, forse per mettere a tacere animi critici che si vorrebbero più tranquilli, trasformandosi in “corsia dinamica”. Come riportato sulle pagine de La Regione del 27 maggio, Guido Biaggio, vicedirettore dell’Ufficio federale in questione, sente di avere “tagliato un traguardo” in materia di consensi, anche perché (e qui ci viene molto da ridere), un domani si potrà destinare la contesa corsia al car pooling o ai mezzi pubblici.

Insomma, se non abbiamo capito male, si ovvia alla mole indecente di traffico che da anni soffoca il Mendrisiotto e il Basso Ceresio con una nuova corsia, che agevolerà il traffico negli orari di punta e sicuramente ne attirerà di nuovo, mettendo a tacere chiunque non sia d’accordo con questa soluzione tirando in ballo l’esperienza fatta da altre grandi città e la possibilità di coinvolgere fantomatici mezzi pubblici di cui non si conosce l’entità (dunque i treni passeranno dall’autostrada? O verranno create nuove linee di bus per l’autostrada?).

Non fosse una questione tanto seria e urgente, quella dell’ambiente, ci verrebbe quasi da ridere. Ma poiché non è bello essere gabbati così spudoratamente e poiché i risultati di inquinamento a breve e lungo termine sono molto più palesi di quanto non lo fossero 20-30 anni or sono, non ci resta che piangere. O forse tornare a ribellarci.


Silenzi, illegalità e chiare (ir)responsabilità

Israele vive sopra una bomba, e il diniego dei diritti palestinesi è il grande ostacolo 

Come d’abitudine, non appena aperta l’inchiesta penale sulla demolizione del Macello è calata sulla questione una cortina di silenzio. Cortina che sparisce magicamente quando c’è un’intervista esclusiva da rilasciare alla televisione amica, o quando si tratta di scaricare la Pepa tencia su altri, come fatto con il comunicato dell’esecutivo di Lugano: senza chiarire alcunché, a 10 (dieci!) giorni dall’abbattimento dell’edificio simbolico, il Municipio ha espresso un pietoso “ma noi avevamo detto solo il tetto”. Ma come: allora i Colonnelli avevano parlato tra di loro di toccare l’edificio?! Dopo aver detto che loro non ne sapevano niente? Dopo aver detto, a macerie ancora fumanti, che insomma, era necessario abbatterlo per gravissimi motivi di sicurezza immediati (immediatissimi, alla una di notte e considerando che l’edicio era vuoto…)? Dopo aver detto che era tutto espressione di un’azione di polizia, che insomma la clausola generale di polizia…?

Alle favole raccontate da una maggioranza politica liberal-pipidina-leghista (chi sta tirando i fili?), con cui i socialisti collaborano nel nome della collegialità e della concertazione, intrinsecamente violenta e particolarmente incline a comportamenti illegali, sono poi arrivati gli appelli al dialogo. Dialogo che ora sembra che tutti vogliano sostenere. D’altronde sono passati solo 19 (diciannove!) anni del 2002, ovvero da quando venne firmata una convenzione per intavolare un dialogo per trovare una nuova sede ai Molinari. Una convenzione, firmata anche dal governo cantonale, che dava in uso gli spazi come soluzione provvisoria: nessuno ha mai occupato il Macello, esso era la sede temporanea in vista di una nuova assegnazione basata su una mediazione da fare fra città, cantone e Molinari.

Le autorità si svegliano solo ora? No, le autorità sapevano di dover trovare una soluzione definitiva perché così si erano impegnate, ma non hanno mai voluto affrontare la questione. Chi era infatti in governo cantonale quando venne firmata la convenzione, tra il 2002 al 2013? Marco Borradori. E chi è dal 2013 sindaco a Lugano? Marco Borradori. Ora, il sindaco “proprio non sa capacitarsi” di come sia possibile che il Macello sia stato abbattuto. Ma smettiamola con le frottole! Borradori aspettava solo che la Iron Lady liberale entrasse in Municipio e finalmente il suo inattivismo è diventato un lasciapassare alla distruzione, la cifra politica è questa. La soluzione del depuratore alla Stampa (attuabile peraltro solo fra qualche anno in ragione dei lavori di bonifica e ristrutturazione necessari), vista da fuori è ancor più imbarazzante, anche solo dal profilo simbolico-linguistico. Il fatto poi che Fabio Schnellmann dichiari in televisione, a difesa della ruspante collega municipale,  trattarsi di un “progetto serio e studiato”, quando lo stesso direttore del consorzio ha dichiarato a La Regione “a noi degli autogestiti non è stato detto nulla, è una novità”, rende la faccenda ancora più grottesca.

Pacta sunt servanda, si impara al primo anno di diritto. Ma il Municipio e il Consiglio di Stato non sembrano interessati, anzi. Ed è proprio in questo immobilismo della politica, di certo non disinteressato, che vanno ricercate le responsabilità politico-istituzionali sia dell’annosa questione dell’autogestione, sia di quanto avvenuto la notte del 29 maggio. Ribadiamo un punto fermo: la convenzione è chiara ed è valida, ma sono proprio i paladini della proprietà privata e del rispetto dei contratti che se ne stanno infischiando dei contratti e delle basi della nostra convivenza giuridica! La realtà è che c’è un gioco simbolico perverso basato su un’alleanza reazionaria fra leghisti e fasce liberal-conservatrici che stanno rispolverando il famoso motto “law and order” di nixoniania memoria, criminalizzando l’opposizione e tagliandole le gambe. E proprio come ai tempi di Nixon e Reagan, lo fanno attraverso atti illegali e disordinati. Altro che Law and order!

Martino Colombo e Filippo Contarini sono giuristi


Istituzione – destituzione

Israele vive sopra una bomba, e il diniego dei diritti palestinesi è il grande ostacolo 

Il bel documentario di Felice Zenoni “La spia e gli anarchici”, che ieri sera Naufraghi/e ha proposto come avvio per una discussione su “Principi, regole e derive del confronto democratico”, ha molto da insegnare sul piano storico e anche su quello simbolico.

A distanza di 40 anni, due protagonisti delle lotte zurighesi per l’autogestione, che hanno militato su fronti contrapposti, si incontrano, discutono, rievocano. Il sorvegliante e il sorvegliato, il gendarme e il ribelle. Ognuno a partire dalla propria prospettiva, ognuno con i propri ripensamenti ma anche con le proprie certezze, senza rinnegare la propria identità  e la propria storia personale. L’interesse del documentario sta soprattutto in questo: nel racconto dei fatti turbolenti e violenti che hanno portato alla creazione e poi alla demolizione del primo centro autogestito zurighese,  l’AJZ, a partire da due punti di vista contrapposti eppure, alla fine, da qualche parte convergenti.

Dopo quei fatti (lo ha raccontato durante la discussione Tiziana Mona, che ne fu testimone in quanto giornalista) il riconoscimento da parte dei cittadini e delle autorità zurighesi della legittimità delle richieste del movimento giovanile portò alla costituzione della Rote Fabrik quale centro autonomo, sussidiato e riconosciuto per il suo contributo culturale e creativo allo spazio pubblico cittadino.

Oggi, a Lugano, il clima politico è molto diverso da quello della Zurigo di quarant’anni fa, ma – lo ha ricordato Pietro Martinelli – è diverso anche dal clima che, all’inizio del duemila, portò alla cessione agli autogestiti degli spazi dell’ex macello.

È diverso il clima o sono diverse le persone che gestiscono il potere?

Il clima lo è certamente. L’analisi di Christian Marazzi lo ha messo bene in evidenza: il sovranismo al potere, soprattutto in un dipartimento chiave come quello cantonale delle Istituzioni, ha assecondato, quando non incoraggiato, le pulsioni latenti di rifiuto del diverso in tutte le sue manifestazioni: i migranti, gli stranieri, i frontalieri, gli “alternativi”.

Ma la lega c’era anche nel 2002, quando Giorgio Giudici, Nano Bignasca e Giovanni Cansani, insieme alle autorità cantonali, misero a disposizione degli autogestiti gli stabili dell’ex macello. Sono quindi mutate le condizioni politiche e sociali, ma è mutato anche l’atteggiamento di chi regge le redini del potere cittadino.

La maturità e la professionalità di un’autorità politica si misurano anche – e soprattutto – rispetto alla capacità di calcolare la portata e le conseguenze pratiche, politiche e simboliche dei propri atti. Lungimiranza politica significa proprio questo. E le vicende di queste settimane dimostrano che la lungimiranza non sembra più essere considerata un requisito essenziale per chi gestisce le sorti di una città: vale, come in altri campi, l’impulso immediato, la reazione a caldo, l’esibizione muscolare.

Ma l’autoaffermazione inconsulta nasconde spesso una debolezza, una mancanza di saldezza identitaria e di coscienza di sé.

Uno degli interrogativi emersi durante la serata è stato quello relativo alle contraddizioni interne al movimento autogestito. All’ambivalenza rispetto agli atteggiamenti vandalici di alcune frange del movimento, ad esempio; o al rifiuto di istanze di mediazione e di scelte comunicative efficaci nei confronti della popolazione e del Municipio. Come si può dialogare con chi si nega al dialogo? Come ci si può riconoscere reciprocamente a partire da posizioni così diametralmente opposte?

Messa da parte la risibilità di proposte municipali che mirano a relegare l’autogestione in periferia misconoscendone l’essenza eminentemente urbana, questi interrogativi rimandano a una questione che rimane cruciale. Certo, il dialogo fra istituzioni paritarie è più semplice. Ma la prova di maturità a cui sono chiamate le istituzioni cittadine sta proprio nel fatto di doversi confrontare non con un’istituzione, ma con un’istanza radicalmente diversa. Proprio questo è il terreno di prova della ponderatezza e della saldezza identitaria di un’istituzione: il  confronto con l’alterità.

È in libreria da qualche tempo un volumetto della filosofa Donatella Di Cesare intitolato “Il tempo della rivolta”. Il libro è utile per illuminare almeno una caratteristica dei movimenti anarchici, anche laddove si consolidano in un’esperienza associativa come questa dell’autogestione: essi si autopercepiscono e si autorappresentano non in quanto istituzione ma, letteralmente, in quanto destituzione. L’istituzione cristallizza, aggrega, solidifica, dà forma. La destituzione, al contrario, si vuole fluida, disaggregante, oppositiva. Potremmo dire che una risponde a un’istanza apollinea, l’altra a un’istanza tendenzialmente dionisiaca.

Il tema dell’autogestione rappresenta una prova di maturità e di solidità identitaria per le istituzioni cittadine entro questo confronto apparentemente irresolubile: un’istituzione si mostra salda e consapevole di sé quando è in grado di riconoscere la possibilità simbolica della propria destituzione.

Le grandi città come Zurigo hanno saputo fare questo passo e – come ha sottolineato l’architetta Katia Accossato- ne hanno beneficiato in termini di vivacità e di stimoli creativi.


“Adéss Basta!” lo diciamo noi

Israele vive sopra una bomba, e il diniego dei diritti palestinesi è il grande ostacolo 

La serata organizzata da “Naufraghi/e” all’USI con la proiezione del documentario “La spia e gli aanarchici” di Felice Zenoni, è stata davvero interessante e diversa dai soliti dibattiti, soprattutto per i punti di vista e per le suggestioni che sono emerse.

Di notevole impatto sono apparsi gli interventi di Christian Marazzi, che nell’analizzare l’attuale situazione dell’autogestione a Lugano, dopo la demolizione dell’ex-Macello, ha puntato il dito in particolare su un decennio di politica cantonale, oltre che comunale, che con la direzione al Dipartimento delle Istituzioni di Norman Gobbi, ha assunto progressivamente e decisamente connotati repressivi evidenti.

L’attuale situazione, insomma, è figlia di anni in cui i più deboli – migranti, stranieri e lavoratori in cerca di permessi, sono stati progressivamente individuati come “nemici” e sono stati messi all’angolo dalle pratiche volute e applicate in particolare dal Dipartimento di Gobbi.

Le parole d’ordine di leghisti e Udc e la complicità di parte di correnti interne ai partiti borghesi, in nome di principi di facile appeal declamati ad ogni occasione con retorica populista, imperversano ormai in vari ambiti, ma soprattutto hanno davvero trasformato gli organi di polizia in un apparato al servizio di una politica xenofoba e razzista affermando, come ha detto nel suo intervento Pietro Martinelli, “la dittatura della maggioranza sui diritti delle minoranze”.

Nel contesto sociale e urbano delle “minoranze” si collocano evidentemente anche le diverse realtà cosiddette antagoniste, non solo rappresentate dal Molino, che da decenni portano avanti pratiche diverse di autogestione.

Allo stato attuale, dopo che la demolizione del Macello ha prodotto una serie di gravi ripercussioni sulle possibilità di dialogo fra le parti, soprattutto riguardo alla questione di una nuova sede per l’autogestione, va affermato con chiarezza che a segnare in maniera decisiva questa frattura, con la ferita inferta all’ex-Macello, è stata ed è l’arroganza dell’esecutivo luganese, che si è spinto ad un livello che ha ampiamente oltrepassato i termini della decenza.

A questo punto non si può porre la questione delle prospettive future come qualcosa che ha semplicemente a che vedere con una volontà di dialogo che parrebbe non sortire dall’autogestione e che ha invece nel Municipio un disponibilissimo interlocutore.

I fatti parlano chiaro, e dicono di un’autorità comunale e cantonale che con il proprio agire porta la piena responsabilità dell’attuale situazione di stallo.

Perché qualcosa si smuova, occorre che nel contesto di un’area che comprende forme diverse di adesione o solidarietà verso la totale legittimità delle pratiche antagoniste ci si guardi in faccia e si provi a coordinare delle azioni e una campagna di controinformazione, per sensibilizzare l’opinione pubblica, per far pressione e per contrastare la deriva di uno stato ormai giunto al punto di cambiare le carte in tavola e far apparire la polizia come vittima dei più recenti eventi e “disordini”.

Se prima del 29 maggio ancora si poteva immaginare che un dibattito in proposito fosse possibili in termini di aperto e diretto confronto politico con l’autorità, oggi, dopo il vile e becero atto della demolizione con il seguito di comunicati, dichiarazioni e smentite, si pone la necessità di considerare nuove forme di “pressione”, una rinnovata unità d’intenti per una lotta di giustizia.

Il PS per primo, a mio avviso, deve chiarire al proprio interno se voglia continuare a mantenere il piede in due scarpe! La municipale socialista, da artefice è passata al ruolo di vittima, per poi riallinearsi alla collegialità dell’esecutivo. Ci saremmo aspettati un segnale forte da parte sua… e forse ancora sarebbe un segnale incoraggiante che il PS, con la propria municipale, elabori al proprio interno e in dialogo con altre forze progressiste, una diversa strategia politica, in nome della vera legalità e del riconoscimento concreto dei principi democratici, ampiamente calpestati dall’attuale Municipio luganese.

Si tratta insomma di affermare concretamente che questo momento storico, nella nostra realtà cittadina e regionale, ma non solo, mostra con tutta evidenza preoccupanti aspetti di autoritarismo e di repressione delle minoranze che vanno ben oltre il tema dell’autogestione e della sua ghettizzazione. È un tema che tocca l’organizzazione e il comportamento delle forze dell’ordine nonché tutto l’apparato del Dipartimento delle Istituzioni.

Senza dover necessariamente aspettare le conclusioni della magistratura, occorre far pressione per nuove regole di impegno politico concreto; attraverso specifici atti parlamentari, per esempio, si potrebbe dar vita ad una “controiniziativa” [rispetto a quella, intitolata “Adéss Basta!”, lanciata dall’UDC di Lugano – ndr] intitolata “’Adéss Basta!’ lo diciamo noi”, che in opposizione all’inaccettabile gestione politica e amministrativa della città, proponga la riedificazione dell’ex- macello per tornare a farne la sede di pratiche autogestite.

Le diverse espressioni della sinistra e dei Verdi, come è stato sottolineato opportunamente in chiusura di serata, dovrebbero, per una volta, mettere da parte rancori e personalismi per un’azione comune che dia un segnale chiaro e forte di cosa si deve intendere e si intenda per democrazia.

Bruno Brughera è portavoce dell’Associazione Idea Autogestione (AIDA)