L’Afghanistan talebano: Ong senza donne mentre il mondo chiude gli occhi

L’Afghanistan talebano dove per le donne che rivendicano autonomia, dignità, diritto allo studio e al lavoro,  non c’è posto 

Di Umberto De Giovannangeli, Globalist

L’Afghanistan abbandonato. L’Afghanistan tradito. L’Afghanistan dimenticato. L’Afghanistan in mano a un regime oscurantista, misogino. L’Afghanistan talebano dove per le donne che rivendicano autonomia, dignità, diritto allo studio e al lavoro,  non c’è posto. Se non come appendice dell’uomo. E per quante, eroicamente, si ribellano la sentenza è il carcere o la morte per lapidazione.

Fuori dalle Ong

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi, si unisce ai responsabili di altre organizzazioni umanitarie nel chiedere alle autorità de facto dell’Afghanistan di revocare la direttiva che limita la possibilità per le donne a lavorare con le organizzazioni non governative.

“Impedire alle donne di svolgere attività umanitarie è una grave negazione della loro umanità. Non farà altro che provocare ulteriori sofferenze e disagi a tutti gli afghani, soprattutto alle donne e ai bambini. Questo divieto deve essere revocato”, ha dichiarato Grandi.

Più di 500 donne lavorano con le 19 Ong partner dell’Unhcr in Afghanistan, assistendo quasi un milione di donne e ragazze. Le ultime restrizioni costringeranno l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati a interrompere temporaneamente le attività fondamentali a sostegno della popolazione afghana, in particolare di donne e bambini.

Oltre a fornire aiuti umanitari fondamentali, il personale femminile è in prima linea nel trovare soluzioni per gli afghani colpiti da quattro decenni di conflitti e persecuzioni, tra cui milioni di rifugiati e sfollati interni. Circa 3,4 milioni di persone sono attualmente sfollate all’interno dell’Afghanistan e altri 2,9 milioni sono sfollati fuori dal Paese come rifugiati.

“Limitare fortemente i diritti delle donne afghane e il loro coinvolgimento negli sforzi umanitari e di sviluppo rischia di spingere altre famiglie a fuggire oltre confine come rifugiati. Inoltre, diminuisce le prospettive di soluzioni a lungo termine per coloro che sono già sfollati, come la decisione di tornare volontariamente a casa per ricostruire le proprie vite”, ha dichiarato Grandi.

In tutte le 34 province dell’Afghanistan, le donne hanno guidato e partecipato attivamente alla risposta umanitaria, permettendo all’Unhcr di raggiungere oltre sei milioni di afghani dall’agosto 2021. Con tante altre restrizioni imposte alle donne, questo nuovo decreto avrà un impatto devastante sulla popolazione afghana, che si stima sia composta da 40 milioni di persone.

Dopo il divieto imposto dai talebani alle donne che lavorano per gruppi non governativi in Afghanistan, alcune donne dello staff affermano che sono determinate e cercheranno di continuare il loro lavoro. Il divieto ha spinto le agenzie umanitarie internazionali a sospendere le operazioni nel Paese e ha costretto decine di gruppi più piccoli a interrompere o ridurre il proprio lavoro. Ciò aumenta la possibilità che milioni di afghani rimarranno senza aiuti essenziali, inclusi cibo, istruzione e assistenza sanitaria, questo inverno. L’agenzia che coordina lo sviluppo e il lavoro di soccorso in Afghanistan stima che molti dei suoi 183 membri nazionali e internazionali abbiano sospeso, interrotto o ridotto le loro attività e servizi umanitari dall’entrata in vigore dell’ordine.

 Stop ai programmi

Le Nazioni Unite hanno annunciato di aver temporaneamente sospeso diversi programmi di aiuto in Afghanistan a causa della mancanza di personale femminile; la decisione dopo che i talebani hanno posto il divieto alle donne di lavorare nelle organizzazioni non governative, il che ha già spinto diverse Ong a lasciare il Paese in segno di protesta. “Alcuni programmi delicati hanno già dovuto essere temporaneamente interrotti per mancanza di personale femminile”, si legge in un comunicato firmato dai responsabili delle principali agenzie umanitarie dell’Onu e da altre Ong presenti in Afghanistan. E questo perché le donne sono “fondamentali in tutti gli aspetti della risposta umanitaria in Afghanistan”, poiché  possono accedere a “popolazioni che i loro colleghi uomini non possono raggiungere”, quindi la loro partecipazione ai programmi di aiuto “non è negoziabile e deve continuare”. 

I responsabili dei programmi umanitari in Afghanistan si sono rammaricati del fatto il bando dei talebani “abbia conseguenze immediate” in un Paese dove più di 28 milioni di persone hanno bisogno di assistenza; ma hanno anche assicurato che continueranno a coinvolgere le autorità nei loro programmi, pur senza ignorare il limite di non poter contare sulle donne nei loro team di lavoro. “Cercheremo di continuare le attività salvavita urgenti a meno che non vengano impedite, e nel frattempo valuteremo meglio la portata, i parametri e le conseguenze di questo ordine per le persone che assistiamo”.

Da quando sabato scorso i talebani hanno vietato alle donne di lavorare nelle Ong e nelle organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite, diverse organizzazioni -come Save the Children, Care, il Consiglio norvegese per i rifugiati e l’International Rescue Committee (Irc)- hanno sospeso i loro programmi in Afghanistan. Nel frattempo, molte altre organizzazioni rimangono indecise, in attesa che l’Afghan Aid Agencies Coordinating Body, composto da un centinaio di organizzazioni afgane e 83 internazionali, prenda una decisione. Il divieto da parte dei fondamentalisti è arrivato pochi giorni dopo che i talebani avevano escluso le donne dall’università, estendendo il divieto all’istruzione secondaria femminile imposto non appena sono saliti al potere nell’agosto 2021.

Anche prima che i talebani vietassero alle donne afgane di lavorare in gruppi non governativi, le loro forze hanno visitato più volte l’ufficio di un’organizzazione locale nella capitale Kabul per verificare che il personale femminile rispettasse le regole sui codici di abbigliamento e sulla segregazione di genere. Le donne dell’ufficio erano state molto attente, sperando di evitare problemi con i talebani. Indossavano abiti più lunghi e il velo islamico e rimanevano separati dai colleghi maschi nello spazio di lavoro e durante i pasti, ha detto all’Associated Press una dipendente di una Ong. “Abbiamo persino cambiato gli orari di arrivo e partenza del nostro ufficio perché non volevamo essere seguiti” dai talebani, ha detto, parlando a condizione che il suo nome, titolo di lavoro e il nome della sua organizzazione non vengano usati per paura di rappresaglie . Ma non è stato sufficiente. Sabato, le autorità talebane hanno annunciato l’esclusione delle donne dalle ONG, presumibilmente perché non indossavano correttamente il velo o l’hijab.

La mossa ha spinto le agenzie umanitarie internazionali a sospendere le operazioni in Afghanistan, aumentando la possibilità che milioni di persone rimangano senza cibo, istruzione, assistenza sanitaria e altri servizi critici durante i rigidi mesi invernali. L’agenzia che coordina lo sviluppo e il lavoro di soccorso in Afghanistan, ACbar, stima che molti dei suoi 183 membri nazionali e internazionali abbiano sospeso, interrotto o ridotto le loro attività e servizi umanitari dall’entrata in vigore dell’ordine. Questi membri impiegano complessivamente più di 55.000 cittadini afgani, di cui circa un terzo sono donne. L’agenzia afferma che il personale femminile svolge un ruolo essenziale nelle attività delle Ong, fornendo servizi umanitari nel rispetto delle usanze tradizionali e religiose. Tuttavia, le donne in alcune organizzazioni locali stanno cercando di continuare a fornire servizi il più possibile. Un’operatrice della Ong, che ha due lauree magistrali e tre decenni di esperienza professionale nel settore dell’istruzione afghana, voleva andare in ufficio un’ultima volta per ritirare il suo laptop ma è stata avvertita dal suo direttore che c’erano dei talebani armati fuori dall’edificio. È determinata a continuare ad aiutare gli altri, anche se ora lavora da casa.

“È mia responsabilità prendere la mano di donne e ragazze e fornire loro servizi”, ha detto. “Lavorerò fino alla fine della mia vita. Per questo non lascio l’Afghanistan. Sarei potuto andare, ma altre donne si rivolgono a me per chiedere aiuto. Se falliamo, tutte le donne falliscono”. La sua Ong fornisce consulenza alle donne in materia di imprenditorialità, assistenza sanitaria, consulenza sociale e istruzione. Le sue attività si svolgono di persona nella capitale, Kabul, e in un’altra provincia. Ha aiutato 25.000 donne negli ultimi sei mesi e spera di aiutarne altre 50.000 nei prossimi mesi, anche se non è chiaro come lo farà, dato che la maggior parte del suo personale permanente e temporaneo è costituito da donne.

La “resa” di Save The Children

“Con grande rammarico abbiamo dovuto sospendere i nostri programmi in Afghanistan in seguito all’annuncio dei Talebani di vietare alle donne il lavoro nelle Ong. Non possiamo e non vogliamo operare senza la piena partecipazione e le garanzie di sicurezza per il nostro personale femminile in prima linea e in ufficio.
Uno dei nostri portavoce ha dichiarato: “Il personale femminile è al centro del lavoro di Save the Children in Afghanistan. Sono i nostri medici, infermiere, ostetriche, sono le nostre consulenti, operatrici e insegnanti, sono le nostre esperte di finanza, sicurezza e risorse umane.

“Ma soprattutto, il nostro personale femminile ci permette di accedere a donne e bambini. La maggior parte delle donne in Afghanistan può vedere solo operatori sanitari e operatori sanitari di sesso femminile, e le bambine possono essere istruite solo da insegnanti di sesso femminile. Se il personale femminile viene eliminato dalla forza lavoro delle Ong in Afghanistan, non saremo più in grado di fornire servizi salvavita a milioni di donne e bambini. Senza di loro, non possiamo operare in sicurezza”.
Il divieto di assunzione di personale femminile avrà un impatto diretto sull’assistenza salvavita che forniamo quotidianamente, ecco perché chiediamo un’immediata inversione di rotta rispetto a questa decisione”. (…) 

Afghanistan, un popolo tradito. Vittima del fallimento dell’Occidente. Venti anni di guerra per poi riconsegnare gli afghani e soprattutto le afghane a dei fanatici sessuofobici e oscurantisti. E questo nel silenzio assordante della Comunità internazionale.

Nell’immagine: donne in Afghanistan


La nave dei folli – Dal Verbo fatto carne al “Web” incarnato

L’Afghanistan talebano dove per le donne che rivendicano autonomia, dignità, diritto allo studio e al lavoro,  non c’è posto 

Ho avuto qualche resistenza, è vero, quando ho visto il papa, spinto su una sedie a rotelle, avviarsi tra due ali di fedeli a depositare in un presepio in  fondo alla basilica la statuetta di un Bambingesù nudo e gioioso nel freddo. Forse per il forte contrasto tra un che di puerile o di troppo ingenuamente simbolico e quel che rappresenta il papa come autorità o istituzione universale, nonostante la sua infermità che accentuava oppure  attenuava quell’impressione offerta al mondo. Una liturgia  che segna un giorno in cui la Chiesa, che appare ormai minoritaria, quasi spinta in un angolo dalla secolarizzazione e  dalla mercificazione di tutto, riesce ancora ad emergere e tornare maggioranza, forte di un annuncio che va oltre il recinto religioso.

Nel mito o nel nome del Dio-bambino, immagine insuperata della dignità di ogni uomo, espressa e ritrasmessa nel presepio. Nella sua umiltà di capanna divenuta riparo, di mangiatoia divenuta culla, di asino e di bue divenuti compagni partecipi e fonte di calore e di colore, di Maria povera madre premurosa, di Giuseppe attonito padre inquieto.

Un “brand” bimillenario, il più “fashion” e duraturo nella cronologia del pianeta, un patrimonio da tutelare in modo dinamico, una sorta di brevetto sul quale di può far leva. Lo ha sempre capito la Chiesa, almeno da quando Francesco d’Assisi ha avuto la geniale ispirazione di celebrare il Natale con una rappresentazione, reale, fisica (1223 nel villaggio di Greccio). Francesco voleva rendere visiva (come diceva) “l’umiltà dell’incarnazione”. Lo ha però capito un poco più tardi anche il mercato, fattosi a sua volta concorrente di dio, appropriandosene, pur sottoponendolo poi a massiva e progressiva erosione.

Se si seguono alcuni fatti, pubblicazioni o alcuni dati apparsi recentemente, si può aggiungere – anche se può apparire o blasfemo o terribilmente triste in questo periodo – che al “Verbo si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi”, che è poi l’essenza, la ragione o la festa del Natale e dei giorni che seguono, udito spesso dai credenti nelle chiese o nei servizi liturgici televisivi, è andato sostituendosi un’altra dizione che non si sa quanto sia più umanamente triste e volgare o quanto più religiosamente blasfema: “il web si è fatto carne”.

Come? Facendo del neonato un feticcio o un’ossessione informatica, da osservare, registrarne con piccoli tocchi su icone apposite, ogni suo gesto: dall’allattamento (seno destro o sinistro, tempo), al cambiamento dei pannolini (quante volte, solo umido, misto), alle ore di sonno in tempi diversi, ai pianti, ecc. Giorni,settimane, mesi di vita di un pargolo trasformati in cifre, poi registrate e presentate sotto forma di grafici colorati, è quanto propongono una serie di applicazioni, alcune gratuite altre no. Si moltiplicano le applicazioni, seguitissime (Bebe, ad esempio, si trova in 22 lingue e ha milioni di utilizzatori attivi nel mondo, con una media di 100 mila al mese). Ne nascono anche libri che diventano bestseller (come sembra in Francia “Le Bébégraphe”, 176 pagine, 15 euro). Benché si debba ammettere una evidenza: anche quantificato, il bébé rimane sempre una scienza inesatta. E forse così si salva anche un poco di umanità. E di Natale.

L’accostamento fatto può sembrare inappropriato, fuori posto o folle. Almeno due considerazioni potrebbero comunque renderlo lecito.

La prima sotto forma di interrogativo che ci si può legittimamente porre: quanto questo ricorso sfrenato al web, questo “web che si fa carne”, non è frutto d’angosce genitoriali crescenti, come una sorta di fuga per la tangente che cerca modi di rassicurazione, ma sempre e solo in una forma particolare e  di consumo?

La seconda è più economica. Gli industriali si avvalgono subito dei grafici messi a disposizione perché hanno  subito intuito che il “web che si fa carne” è una miniera d’affari, che vuole rassicurare i genitori. Risulta così che si sono moltiplicati in maniera esponenziale i “rimedi”o le “fughe”, pur avvertendo che… non si tratta di dispotivi medicali. Si possono dunque citare: le calze connesse, che seguono in tempo reale, sullo smartphone, il ritmo cardiaco e il tasso di ossigenazione del pargoletto quando dorme (300 euro); il sensore attaccato agli indumenti che vi avverte se il pargoletto sta dormendo sul ventre (200); la camera di videosorveglianza, con visione notturna, che capta l’umidità e analizza la qualità dell’aria (290); il dondolo intelligente che permette, mediante un’applicazione, di cullare il bambino secondo una intensità classificata in  cinque modi (500).

Dire che è la negazione del presepio, è ovviamente troppo. Dire però che  si è tolta o si sta togliendo molta umanità nel presepio domestico, se non è una constatazione  può essere un avvertimento.

E allora anche il gesto del papa da cui siamo partiti finisce per avere un valore più che simbolico.Ammettiamolo. E così a maggior ragione il Natale: fosse solo perché la tradizione è  garanzia di un futuro, più che custodia del passato o delle ceneri.


Sgomberanti di sogni

L’Afghanistan talebano dove per le donne che rivendicano autonomia, dignità, diritto allo studio e al lavoro,  non c’è posto 

Donald Winnicott, noto pediatra e psicoanalista, già negli anni Settanta era preoccupato per il cicaleccio moralista nei confronti della gioventù, quasi essa dovesse essere una malattia dalla quale guarire in fretta.

Nel raccontare, giudicare, descrivere le giovani e i giovani d’oggi ho sempre l’impressione di sbagliarmi, o di esercitare, impropriamente, un potere acquisito, col passaggio all’adultità, che mi suona falso, quasi spocchioso. Dal dilemma non se ne esce, poiché anche a volerne parlar bene, è quasi impossibile scardinare le rigide posizioni che prende il nostro cervello, lo schematico giudizio inconscio che attiva di riflesso le solite sinapsi; siamo tutti spinti a categorizzare, etichettare, definire, delimitare, cadendo nei cliché più logori che le e li riguardano. Ed ecco che allora una certa gioventù diventa velocemente sbagliata, irresponsabile, immatura, superficiale, edonista, ribelle, viziata, sciocca, fragile, narcisita, violenta, “brozzona” e, più recentemente, “antagonista”.

I pericoli conseguenti all’essere poco lucidi, vittime di un immaginario collettivo dominante e di questo filtro interpretativo quasi obbligato, stanno soprattutto nel fatto che le ragazze e i ragazzi si convincano di essere in un certo modo e che questo pregiudizio nei loro confronti nasconda uno strumento sociale di gestione delle soggettività che produce conformismo e malessere. Si assiste nel frattempo ad una continua e graduale patologizzazione e ad una veloce ed eccessiva medicalizzazione dei loro modi di fare e di pensare, che genera ansia ulteriore in coloro che stanno crescendo e impotenza o deresponsabilizzazione tra chi è già “cresciuto”.

 La pandemia pare abbia esacerbato certi giudizi sulla gioventù, che certo si è confrontata con un’angoscia mortifera che raramente ha trovato un suo antidoto nelle nuove e incrementate forme dello stare insieme, del fare comunità, perlopiù dietro uno schermo. Abbiamo detto loro che le persone sono pericolose proprio quando era delle altre persono che avevano più bisogno.

Credo che l’incontro con la paura sia fondamentale, da attraversare, con le necessarie risorse interiori ma anche grazie a una società che fornisce delle risposte, delle risorse esterne, dei contesti propositivi di libertà di espressione, che riaccendano gli entusiasmi e che non rinchiudano lo sguardo in perimetri sempre più ristretti.

 Vorrei dunque scrivere di un bisogno, di un desiderio che ho potuto osservare in questi ultimi anni, nei quali la possibile libertà di iniziativa e di incontro sembra essersi ridotta. Ho percepito un vuoto sociale e una forte mancanza di idealismo, accompagnata da rassegnazione, in seguito alla fine dell’esperienza del centro sociale autogestito, come luogo fisico d’incontro e di vita.

Il Molino non era un centro giovanile ma un luogo che stimolava lo scambio tra generazioni o meglio che assottigliava e rimescolava il concetto di “generazione”, andando oltre la categorizzazione legata alle età. A proposito dell’esperienza che è stata si è già scritto molto, mi interessava qui focalizzare lo sguardo sulla gioventù intesa come età di coloro che si affacciano timorosi sul mondo circostante, che escono dalle confortevoli (o meno) case e iniziano il loro percorso di scoperta.

Credo che il centro sociale autogestito rappresenti una via di senso per le giovani generazioni e che possa aiutare a crescere, a responsabilizzare, a smuovere dall’immobilità nella quale si desidera il più delle volte tenerle. Una prospettiva che necessita di un po’ di coraggio da parte degli spaventat* e un po’di fiducia da parte dei preoccupat*. 

Sono molti di più di quanto si creda le giovani e i giovani che prima della pandemia avevano timidamente e con curiosità scoperto nella realtà dell’autogestione un bacino di meraviglia, nuove amicizie, nuove capacità e possibilità di dare un senso a ciò che un senso ce l’ha davvero, cioè lo stare insieme in un luogo percepito come casa, non quella in cui si dorme, ma quella speciale, la casa degli amici, la casa del fare, dell’apprendimento, dell’iniziativa, del valore.

Le proposte di un centro sociale autogestito creano dibattito su temi importanti come il razzismo, i popoli oppressi, la giustizia sociale, la giustizia ambientale; c’è scambio e vita nella partecipazione a  questa esperienza di autonomia guardata ancora e sempre più con scetticismo e diffidenza; si possono incontrare delle figure amiche anche, che, tolto lo sguardo giudicante e moralizzante, sanno accogliere, consigliare, contenere.

A Lugano tutto questo non c’è più, il tentativo di tenerne accesa la fiamma è difficoltoso, l’intenzione distruttiva ha avuto il sopravvento. Immaginiamo come la minaccia di sgombero, l’invadente, violenta, ingiustificata azione di polizia, la distruzione gratuita di una parte di quell’esperienza costruita in anni di idealismo positivo, e la definitiva sigillatura di un luogo che è stato esperienza fondamentale per molt* ragazz*, sia stata sconvolgente e violenta, violenta tanto quanto le parole utilizzate ancora ultimamente dalle autorità. Quello che abbiamo vissuto è stato un oscuramento della luce delle idee, il crollo di una fiducia, insieme ai colorati muri, nei confronti del desiderio, della spinta di costruzione del sé, e che ha generato una frustrazione di molt*, una rabbia che si cova e si alimenta nell’odio e nei timori dimostrati.

 Uno spazio autogestito (o più di uno) permette un’esperienza diversa da quelle che già esistono, diversa nelle modalità, nelle parole, nell’incontro, nell’esempio, nell’avventura che promette.

Come adult*, come istituzioni vogliamo e pensiamo di promuovere e di insegnare la capacità critica, la libertà di espressione propria della democrazia, crediamo in un’idea di libertà conquistata e necessaria per essere un po’ più felici ma poi nel concreto ne abbiamo paura.

Ci si lamenta spesso dell’isolamento delle giovani e dei giovani d’oggi, della loro svogliatezza. Ho il sospetto che la loro apatia, il loro cinismo sia solo lo specchio della nostra incapacità di leggerezza, della nostra ipocrisia in una consumistica società, dell’incapacità di tornare a sognare un mondo migliore.

 Ci si può e ci si deve fidare a lasciare che ess* possano vivere un’esperienza che non sia strutturata dalle e dagli adult*, da loro guidata e nel peggiore dei casi da ess* manipolata, in un contesto in cui l’essere autonom*, lontan* dall’istituzionalizzazione continua delle esperienze di auto-organizzazione e dai contesti presidiati e sorvegliati, protegga anche dal pericoloso vivere in cui la sicurezza viene assunta a principale alibi subdolo per ottenere ciò che si vuole: il controllo.

Un tatuaggio sul petto di un giovane molinaro rappresenta un cancello, il grande cancello scricchiolante del CSOA (era po’ sghembo e non privo di fascino). Delimita uno spazio, è all’entrata del suo cuore. Un cancello che protegge, simbolo di resistenza alle brutture, agli sgomberanti di sogni. Lascia entrare ciò che gli piace, ciò che lo fa stare bene. In molti hanno la sensazione di aver perso qualcosa tra le macerie di quella notte. Hanno perso o sono stati temporaneamente privati di un accesso a qualcosa di importante per tutti: una speranza. Diamo loro uno spazio. 

O che se lo prendano.

Nell’immagine: murale di Keith Haring


La propaganda di Putin ha trasformato le scuole russe in centri di indottrinamento

L’Afghanistan talebano dove per le donne che rivendicano autonomia, dignità, diritto allo studio e al lavoro,  non c’è posto 

Il processo di radicalizzazione del regime putiniano, entrato in una nuova fase con l’aggressione militare all’Ucraina, inevitabilmente tocca ogni settore della società russa. Nuove leggi sempre più repressive, misure che vanno a colpire ogni aspetto della cultura e della vita (pubblica e privata) dei cittadini, l’adozione di provvedimenti volti a terrorizzare e a tenere nel silenzio la popolazione: questo breve elenco fornisce un quadro di come le autorità russe in questi dieci mesi di guerra stiano affrontando la situazione interna. Non sono più possibili spazi di autonomia né tanto meno opinioni diverse nemmeno in quegli ambiti, come la scuola e l’università, dove fino al 24 febbraio 2022 si provava a resistere (per quanto possibile e in modi differenti) al controllo politico e ideologico sull’istruzione.

L’introduzione di nuove discipline nei curricula scolastici e l’organizzazione di corsi obbligatori nei percorsi universitari, orientate a instillare nei giovani idee ultraconservatrici e nazionaliste, assieme all’istituzione di centri di addestramento militare presso gli atenei e a speciali programmi per le ultime classi curati dall’esercito, rappresentano dei tentativi di irreggimentare quelle fasce d’età più ostili alla guerra e refrattarie alla propaganda trasmessa ormai senza soste in televisione. Non si tratta di una novità, perché già in passato vi sono state discussioni sulla necessità di sviluppare programmi scolastici e universitari nella direzione di una istruzione “patriottica”, e di omologare, anche attraverso l’introduzione di un unico manuale di storia della Russia, l’insegnamento del passato. Già nel febbraio 2013, agli inizi della svolta nazional-imperialista, Vladimir Putin aveva invitato a lavorare alla pubblicazione di un manuale che, secondo il presidente, non era “un tentativo di introdurre una uniformità nel pensiero e nelle valutazioni” ma “i manuali di storia devono sì tener conto delle differenze d’età, però essere strutturati nel quadro di una concezione unica, nella cornice della logica ininterrotta della storia russa, delle interazioni nelle sue varie tappe e rispettando tutte le pagine del nostro passato”.

Poco più di un anno dopo, nell’agosto 2014, l’allora ministro dell’Istruzione Dmitry Livanov annunciò che non vi sarebbero stati manuali unici, ma la presentazione di un nuovo standard unificato dell’insegnamento della storia. La standardizzazione era stata già discussa nei mesi precedenti all’interno di un comitato creato ad hoc, ai cui lavori aveva preso parte Putin in varie occasioni, e il cui compito consisteva nell’eliminare “l’immondizia ideologica” presente nei testi e nei programmi, definita anche come “uno sputo in faccia” dal presidente in un suo intervento.

Contemporaneamente agli interventi del Cremlino sull’insegnamento della storia patria, avevano più successo altre iniziative volte a militarizzare la scuola. Il 1 settembre 2014 inizia il programma delle “classi cadette”, oggi presente in 254 istituti di Mosca, che differisce dalle scuole militari vere e proprie perché gli allievi non vivono in caserma. Dalla settima all’undicesima classe (ma in alcune scuole già in quinta e in sesta vi sono momenti di preparazione alla vita cadetta) gli allievi frequentano le lezioni in divisa militare, la disciplina è severa e sono sotto la responsabilità di un ufficiale delle forze armate russe. L’iscrizione non è automatica, i ragazzi e le ragazze devono passare una prova che comprende test di russo, inglese e matematica per essere ammessi nelle classi, che seguono il programma scolastico normale con l’aggiunta delle lezioni delle materie militari il pomeriggio, assieme allo svolgimento dei compiti.

La disciplina e la permanenza a scuola fino a tardi hanno avuto un ruolo nel promuovere le “classi cadette” tra i genitori, e da qualche anno non è raro vedere alunni in divisa, in metropolitana o in autobus, mentre si recano a scuola. Il ministero della Difesa nel 2016 ha poi lanciato il movimento Yunarmiya (esercito giovane), indirizzato ai bambini e agli adolescenti, che si pone, tra i vari obiettivi, di “educare alla fedeltà, al servizio, all’amore per la propria patria” e al “rispetto verso l’istituto della famiglia e la memoria degli antenati”. Yunarmiya avrebbe dovuto essere, secondo alcune previsioni, un tentativo di far sorgere qualcosa di simile ai pionieri d’età sovietica, ma il progetto sembrerebbe non essere decollato: al dicembre 2021 un milione di bambini e adolescenti avevano aderito al movimento, soprattutto grazie alle pressioni esercitate dall’alto sugli insegnanti. In molti casi, nonostante i finanziamenti ottenuti dal governo, le uniformi devono essere acquistate (spesso a prezzi esorbitanti) dai genitori, e ci sono stati scontri a livello locale per il controllo dei coordinamenti, denominati “comandi”. Dal 21 luglio 2022 Yunarmiya è nella lista degli enti russi sottoposti a sanzioni da parte dell’Unione Europea.

Altri tentativi di costituire associazioni e movimenti rivolti all’infanzia e agli adolescenti si sono susseguiti nel corso dell’ultimo decennio, restando però spesso sulla carta o diventando organizzazioni tenute in vita artificialmente. Al momento anche il movimento giovanile, definito come i “pionieri di Putin”, di cui si era dato l’annuncio con la presentazione di un disegno di legge alla Duma il 19 maggio scorso tradottosi poi in un decreto presidenziale pochi mesi dopo, sembrerebbe seguire la stessa traiettoria. Il giorno scelto per depositare il disegno di legge non è stato casuale, perché coincide con l’anniversario della fondazione dell’Organizzazione sovietica dei pionieri, mentre il primo congresso si è svolto dal 18 al 20 dicembre. Inizialmente chiamata Bolshaya peremena (il “grande intervallo” tra la terza e la quarta ora di lezione, che dura 15 minuti invece di 10), la nuova associazione ha adottato il nome di Dvizhenie pervykh (Movimento dei primi), e si può aderire a partire dai sei anni fino ai diciotto.

I valori al centro del movimento sono “la vita e la dignità, il patriottismo, il lavoro costruttivo, il bene e la giustizia, la famiglia forte”, e si ribadisce a più riprese come l’organizzazione sia autonoma e autogestita dai giovani aderenti, anche se il Consiglio di supervisione è presieduto da Putin e a regolamentare finalità, obiettivi e modalità è la legge federale n° 261 del 14 luglio 2022. Vi è però già un’altra struttura, il Movimento russo degli scolari, anche questa voluta dal presidente, istituita con il decreto n° 536 del 29 ottobre 2015. Il moltiplicarsi di associazioni e movimenti testimonia le difficoltà del Cremlino nell’intercettare gli umori e le simpatie di adolescenti e giovani, per cui la necessità di intervenire nei programmi scolastici e universitari viene vista come una priorità non più rinviabile.

La Duma ha approvato il 14 settembre la nuova legge sull’istruzione, che elimina ogni autonomia delle scuole e degli insegnanti: i programmi vengono definiti a livello centrale, senza alcuna possibilità di adattamenti e di modifiche, e potranno essere utilizzati solo i manuali di studiosi autorizzati dal ministero. “Sappiamo tutti che introducendo una normativa così diretta difendiamo quelle discipline che formano i valori dei giovani, e li prepariamo ai nostri valori di cui stiamo parlando, e in tal senso ogni variabilità, esemplificazione, incertezza causano gravi danni”: la presidente della Commissione Istruzione della Duma Olga Kazakova ha così presentato la legge durante la sessione plenaria.

Dal 1 settembre 2023 i programmi entreranno in vigore a tutti gli effetti, come i manuali, tra cui il libro di testo di storia, disciplina al centro delle attenzioni del regime putiniano. Già nella circolare ministeriale del 12 settembre di quest’anno si è introdotto, tra le conoscenze ritenute basilari di carattere storico per gli alunni delle classi decima e undicesima, lo studio delle cause e delle ragioni dell’operazione speciale militare in Ucraina. Anche nelle lezioni dedicate all’attualità, chiamate “Discorsi sulle cose importanti”, ampio spazio è dedicato alla guerra dal punto di vista del Cremlino. La commissione per il nuovo manuale di storia è presieduta da Vladimir Medinsky, consigliere di Putin già ministro della Cultura e autore di numerose pubblicazioni dove il passato della Russia è presentato come una continua lotta contro complotti provenienti dall’esterno. La sua attività da storico ha suscitato in passato non poche perplessità per la qualità dei suoi studi e la modalità di compilazione e presentazione, tanto da spingere la comunità di studiosi Dissernet, da anni impegnata nel denunciare i plagi nelle tesi e le irregolarità nel mondo accademico, a chiedere la revoca del titolo di dottore di ricerca in scienze storiche dell’ex ministro, senza successo.

Come presidente della Società russa di storia militare, Medinsky ha proposto una lettura del passato del paese incentrata sulla continuità ideale e statale dalla Rus’alla Russia di oggi, mettendo in primo piano il ruolo svolto dagli eserciti nelle varie epoche, e promuovendo iniziative di vario genere, dalla pubblicazione di testi alla costruzione di monumenti, altro elemento su cui si spinge per formare memorie e immagini dell’attuale guerra all’Ucraina compatibili con la propaganda bellica di Mosca. In numerose scuole russe sin dalla primavera sono apparsi dei banchi particolari, chiamati “degli eroi”. Una iniziativa avviata qualche anno fa da Russia Unita, il partito al potere, in alcune regioni, dedicata ai combattenti dei conflitti del passato (su tutte, la Seconda guerra mondiale), e tramutatasi ora in un ulteriore strumento propagandistico a scuola, da estendere in tutto il paese. I banchi sono riservati agli alunni che si distinguono per voti e disciplina in classe, e sulla superficie, oltre alla foto del caduto, vi è la sua biografia, le decorazioni ricevute, il racconto delle sue gesta, un tentativo di epicizzazione di una guerra a cui prendono parte come mobilitati i genitori degli stessi ragazzi.

Quando a fine marzo del 2017 le proteste contro la corruzione causate dal documentario di Alexey Navalny su Dmitry Medvedev hanno visto la partecipazione di tantissimi giovani nelle più importanti città russe, le principali reti televisive del paese hanno puntato il dito contro gli “scolari” traviati, per poi ripetere più o meno le stesse parole a distanza di quattro anni, durante le manifestazioni contro l’arresto del blogger sopravvissuto al tentativo di avvelenamento e ritornato a Mosca dalla Germania. Come spiegato già all’epoca dal gruppo di studiosi “Monitoraggio del folklore attuale”, a spingere giovani e giovanissimi a manifestare andando incontro ad arresti e violenze da parte della polizia era un sentimento di profonda indignazione verso le menzogne di un regime basato formalmente sulla divisione dei poteri e sulla democrazia.

Questo sentimento si estende anche al di là degli under 20, ed è evidente anche nelle rilevazioni effettuate a proposito del sostegno o meno all’operazione speciale militare, dove circa il 50% nella fascia d’età tra i 19 e i 29 anni è per fermare le ostilità (tra gli over 60 è il 25%). L’attenzione verso le università da parte delle autorità, intermittente nel corso di questi ultimi anni con alcune operazioni volte a demolire gli spazi di autonomia in alcuni atenei, dall’inizio della guerra è diventata pressante. Espulsioni di studenti e docenti contrari alla politica del Cremlino, perquisizioni negli studentati, ragazzi mobilitati anche se in presenza dell’esonero di leva: si tratta di alcuni degli strumenti utilizzati dalle amministrazioni degli atenei, sotto la pressione dell’FSB e delle forze dell’ordine. Ultima in ordine di tempo, Yuliya Galyamina, attivista politica già consigliera municipale, è stata licenziata dal suo posto di professoressa associata presso l’Istituto di scienze sociali dell’Accademia presidenziale russa a causa del suo status di “agente straniero”. Dal prossimo settembre vi saranno nuovi corsi per gli studenti, tra cui “Fondamenti della preparazione militare”, “Principi e fondamenti della statualità russa” e verrà reso obbligatorio per tutti gli indirizzi di studio un programma di almeno 144 ore di storia patria a cura della Società storica russa. Del modulo dedicato alla preparazione militare già si conosce il programma, di 108 ore e suddiviso in 9 blocchi che coprono diversi aspetti delle arti della guerra, dalla politica alla difesa dagli attacchi chimici o nucleari, invece gli altri corsi sono in fase di definizione. Insieme ai cambiamenti nel piano di studi, un decreto del primo ministro Mikhail Mishustin emanato il 23 dicembre prevede l’apertura in 16 università di centri di preparazione militare.

L’allungarsi della guerra, di cui non si intravede la fine, le difficoltà nel creare consenso tra le giovani generazioni e l’incertezza della situazione socioeconomica spingono il Cremlino a muoversi verso un controllo ancor più capillare di scuola e di università, dopo aver espulso dal settore educativo ogni voce di dissenso (si veda ad esempio la vicenda della rivista studentesca Doxa e dei suoi redattori condannati a pene detentive e amministrative). Un tentativo di vera e propria “rieducazione”, che ricorda le famigerate “terapie di conversione” ai danni di omosessuali, lesbiche e persone trans, con l’obiettivo di sradicare ogni possibile diversità non accettata dal potere. Un modello inquietante, invocato anche per i minori ucraini portati in Russia, come dichiarato dal commissario presidenziale per i diritti dell’infanzia Mariya Lvova-Belova, che ha “adottato” un orfano di Mariupol: nessuna indipendenza di giudizio, nessuna identità autonoma, per i giovani oggi sotto il regime di Putin.

Nell’immagine: Putin a colloquio con alcuni giovani (via The Moscow Times)


Anno 2023, nel mondo c’è una rivoluzione in corso: è quella scoppiata in Iran

L’Afghanistan talebano dove per le donne che rivendicano autonomia, dignità, diritto allo studio e al lavoro,  non c’è posto 

Di Umberto De Giovannangeli, Globalist

C’è una rivoluzione in corso nel mondo. È la rivoluzione iraniana. Una rivoluzione è molto più di una rivolta, di una protesta per quanto sempre più estesa (oltre 161 città coinvolte). Rivoluzione è consapevolezza di sé, è chiarezza degli obiettivi che s’intendono perseguire. Rivoluzione è cambiamento radicale e non qualche concessione strappata al regime che si combatte. Tanto più quando il regime in questione, quello teocratico-militare iraniano, risponde alle richieste dei manifestanti con l’unico linguaggio che conosce: quello della repressione. Brutale, sistematica.

I martiri

Una rivoluzione ha anche i suoi eroi, i suoi martiri. Un giovane poco più che trentenne è morto in Iran dopo venti giorni di coma a seguito di torture. Era stato arrestato, pestato e poi rilasciato proprio per paura che morisse in cella. Si chiamava Mehdi Zare Ashkzari e a rendere la sua agghiacciante fine ancora più ‘sentita’ in Italia è il legame con Bologna e con la sua università in particolare, dove Mehdi aveva studiato farmacia, prima di rientrare in patria due anni fa.

Ed è Amnesty International Italia a diffondere le prime informazioni sul caso. Poi il messaggio di Patrick Zaki che, con la scomparsa del trentenne iraniano, sottolinea come l’Università di Bologna abbia “ora una nuova vittima della libertà di espressione”. Parole disarmanti quelle dello studente egiziano rimasto in prigione in patria per due anni per reati d’opinione, quando commenta: “Purtroppo, questa volta, era troppo tardi per salvarlo”.

È però poi il fiume di reazioni, di testimonianze e di affetto di chi lo conosceva e aveva condiviso con Mahdi gli anni universitari che fa della città italiana la cassa di risonanza di questo ennesimo caso shock proveniente dall’Iran. Mehdi Zare Ashkzari “era uno di noi”, dice all’Ansa Sanam Naderi, iraniana che vive a Bologna, “era conosciutissimo, molti studenti sono stati da lui, hanno mangiato la pizza dove lavorava. Era sempre sorridente”.

Mehdi si era iscritto all’università nel 2015 e per un periodo aveva lavorato come fattorino, per mantenersi agli studi, poi come aiuto-cuoco in una pizzeria. Due anni fa era tornato in Iran per stare vicino alla madre che stava male, poi la madre è deceduta, come racconta un altro suo amico, Ali Jenaban: “L’ultima volta che l’ho sentito era felice, mi diceva ‘con la famiglia andiamo avanti’. Anche lui partecipava alle manifestazioni per la libertà, per trovare quello che vogliamo tutti noi”. “Abbiamo avuto la notizia della morte solo ieri sera perché i familiari non avevano detto niente per non avere problemi nel fare il funerale, altrimenti il regime non rilascia il corpo”, racconta Sanam. “Domani ti seppelliranno accanto alla tomba di tua madre è li ritroverai la pace, ma mi raccomando non farle vedere i segni delle botte e dei lividi e il tuo naso rotto”, scrive un parente.

La comunità attorno all’ateneo bolognese è sconvolta:“Accogliamo la notizia con sgomento, dolore, indignazione ed esprimiamo il nostro cordoglio alla famiglia e la nostra solidarietà a tutte le iraniane e a tutti gli iraniani che, anche nelle Università, stanno lottando e soffrendo per i valori che ci sono più cari”, ha commentato il rettore di Bologna, Giovanni Molari. “L’università e la città di Bologna continueranno a chiedere giustizia e l’intervento delle istituzioni”, gli ha fatto eco la professoressa Rita Monticelli, coordinatrice del Master Gemma frequentato da Patrick Zaki e delegata del sindaco ai diritti umani e al dialogo interreligioso e interculturale, intervenendo alla marcia della pace in città. E dal palco della marcia la vice sindaca di Bologna, Emily Clancy, lancia un messaggio di solidarietà: “Da Bologna mandiamo un pensiero molto forte alla famiglia di Mehdi Zare Ashkzari. A tutti coloro che lottano per la libertà di donne e uomini in Iran. Mandiamo un forte abbraccio di fratellanza e sorellanza alla comunità iraniana”.

Gli occhi del mondo restano così puntati sulla feroce repressione iraniana anche con l’inizio di questo nuovo anno, e proprio in seguito ai festeggiamenti nella notte sono stati arrestati a Damavand, vicino alla capitale iraniana, alcuni ex e attuali calciatori di una nota squadra di Teheran, per aver partecipato a una festa di Capodanno con uomini e donne e aver consumato alcolici. Lo scrive l’agenzia iraniana Tasnim. Dagli ultimi aggiornamenti risulta che lo stato di fermo per gli sportivi sia comunque durato poco, e siano stati rilasciati dopo poco. L’episodio rimarca però il fatto che dalla Rivoluzione islamica del 1979 in Iran è vietato partecipare a feste miste, con uomini e donne, e bere alcolici. Intanto è stato anche rilasciato il giornalista dissidente Keyvan Samimi, che era in carcere dal dicembre 2020 accusato di “tramare contro la sicurezza nazionale”.

Stando a quanto appreso da Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, il ragazzo è stato torturato “al punto che dopo essere entrato in coma è morto. Non è la prima volta che il regime iraniano rilascia un prigioniero per non farlo morire in carcere. Purtroppo il 2023 inizia come è finito il 2022, con sangue e morti nelle piazze e nelle carceri, non va abbassata l’attenzione. Nemmeno sul caso di Zaki, sono storie che ci appartengono”. Alle violenze farebbe riferimento anche il messaggio di un parente che gira tra gli studenti iraniani: “Domani ti seppelliranno accanto alla tomba di tua madre, ma non farle vedere i segni delle botte e dei lividi e il tuo naso rotto, che hai subito nella detenzione”. (…)

100 condannati a morte?

Secondo un rapporto dell’organizzazione basata in Norvegia Iran Human Rights (IHR), sono almeno 100 le persone che rischiano l’esecuzione. Si tratterebbe, però, di un numero inferiore a quello reale. L’ong sostiene infatti che molte famiglie siano state minacciate di non rivelare sentenze o accuse di cui devono rispondere loro parenti. A tutti i 100 condannati o accusati non è stato garantito il diritto a un avvocato e a un giusto processo. Il rapporto sottolinea che nei casi in cui ci sia stato un contatto con gli accusati questi abbiano tutti dichiarato di esser stati sottoposti a tortura fisica o psicologica per estorcere false confessioni. Alcuni dei capi di accusa più comuni sono “inimicizia contro Dio” e “corruzione sulla Terra”. Secondo il direttore di IHR, Mahmoood Amiry-Moghaddam, “con le sentenze di condanna a morte, e con alcune loro esecuzioni, le autorità intendono mandare a casa le persone […] in generale abbiamo visto ancora più rabbia contro le autorità e questa strategia dell’intimorire attraverso le esecuzioni è fallita”.

Lettera dal carcere

Ne dà conto, su RaiNews, Laura Aprati. “Narges Mohammadi, un’importante attivista per i diritti umani in Iran, ha scritto dal carcere per fornire alla Bbc, dettagli su come le donne detenute nelle recenti proteste antigovernative subiscano abusi sessuali e fisici e ha affermato che tali aggressioni sono diventate più comuni nelle recenti proteste.

L’attivista racconta che alcune delle donne arrestate, durante le manifestazioni, sono state trasferite nella sezione femminile della prigione di Evin. Proprio in questa terribile prigione ha avuto modo di incontrarle e ascoltare dettagli degli abusi subiti: un’attivista è stata legata mani e piedi a un gancio sul tettino del veicolo che l’ha portata in carcere ed è poi stata violentata dagli agenti di sicurezza. Mohammadi, che ha scritto di aver visto cicatrici e lividi sui corpi delle compagne di cella, ha invitato a denunciare quanto sta accadendo anche se questo può portare all’intimidazione delle famiglie delle donne detenute. “Non rivelare questi crimini contribuirebbe al proseguimento dell’applicazione di questi metodi repressivi contro le donne”, ha dichiarato l’attivista. “Le violenze contro le donne attiviste, combattenti e manifestanti in Iran dovrebbero essere riportate ampiamente e con forza a livello globale”, ha concluso Mohammadi, dicendosi convinta che le “donne coraggiose, resilienti e piene di speranza” dell’Iran vinceranno: “Vittoria significa instaurare la democrazia, la pace e i diritti umani e porre fine alla tirannia”.

Mohammadi, vicecapo del Centro per i difensori dei diritti umani dell’avvocato premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi,è stata oggetto di diverse condanne dal 2011 ed è attualmente in carcere per “diffusione di propaganda”. Quest’anno è entrata nella lista della Bbc delle 100 donne “più ispiranti e influenti” del mondo. Prigionieri politici di spicco in Iran, ma che non sono in isolamento, sono spesso in grado di comunicare con il mondo esterno tramite le loro famiglie o altri attivisti”.

Nell’immagine: manifestazione contro il Basiji (l’organizzazione paramilitare incaricata di vegliare sulla “morale islamica”) dopo la preghiera dello scorso venerdì a Zahedan


Se n’è andato il “pastore tedesco”

L’Afghanistan talebano dove per le donne che rivendicano autonomia, dignità, diritto allo studio e al lavoro,  non c’è posto 

Il “pastore tedesco” se n’è andato, parafrasando una storica copertina de il manifesto di quando Joseph Ratzinger fu eletto papa.

Inesorabile il generalizzato coro di condoglianze (sentite e di circostanza) per l’intellettuale e teologo forbito, ricordato per il suo pontificato e il decennio da emerito. Ma sono in pochi ad avventurarsi a parlare di lui quale conservatore. Anzi di più, un reazionario che da inquisitore capo nell’infinito papato (27 anni) di Karol Wojtyla (in quanto suo prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede) negli anni ’80 e ’90 azzerò fra gli altri la “sovversiva” Teología de la Liberación latinoamericana, che altro non era che l’avanguardia nell’applicazione del Concilio Vaticano II, con al centro l’”opzione preferenziale per i poveri”.

Col risultato di affossare quel concilio ispirato da Giovanni XXIII (e attuato fin dove possibile da Paolo VI) all’insegna della circolarità e sinodalità (tanto poco praticate da Giovanni Paolo II) di una Chiesa da sempre piramidale, e di un ecumenismo che doveva essere aperto a tutti “gli uomini (e oggi aggiungeremmo noi “le donne”) di buona volontà”.

In quel modo nel subcontinente più cristiano-romano del pianeta fu spianata la strada al piano neoliberista di Ronald Reagan per l’espansione delle sette fondamentaliste che oggi, per esempio nel gigante Brasile, quasi superano in numero i cattolici. Basti pensare che già agli inizi degli anni ’80 il generale golpista Efraín Ríos Montt in Guatemala, primo genocida delle popolazioni maya, era pastore della Iglesia del Verbo (mentre suo fratello Mario era vescovo cattolico).

Ma almeno al papa polacco, rispetto a Ratzinger, un’attenuante la si poteva riconoscere perché proveniva da un paese a “socialismo reale” e dunque non poteva che essere un anticomunista verace, che diffidava degli avventi in qualche odore di marxismo del Centro e Sudamerica.  

Le censure e i processi vaticani a teologi come il peruviano Gustavo Gutierrez o il brasiliano Leonardo Boff (ma anche in Europa al tedesco Hans Kung) li istruì personalmente l’ex arcivescovo di Monaco. Per non parlare del padre gesuita basco Jon Sobrino, trapiantatosi in El Salvador, particolarmente preso di mira da Ratzinger per i suoi scritti che umanizzavano eccessivamente la figura di Gesù di Nazareth fino a diluirne l’immagine di “figlio di dio”. Sobrino era particolarmente vicino all’arcivescovo di San Salvador, Oscar Romero, assassinato dagli squadroni della morte nel 1980 mentre diceva messa, e la cui canonizzazione fu boicottata per decenni dall’accoppiata papale polacco-tedesca fino all’insediamento di papa Francesco. Che finalmente poté convertirlo (nel 2018) in San Romero de America.

Pur tuttavia Benedetto XVI ha salvato in qualche modo la sua storia con l’ultimo atto da pontefice: le dimissioni. Comprese che quale studioso, storico e spiritualista non avrebbe potuto mettere mano alle riforme in quel vespaio che era la santa sede. E così è campato più da papa emerito che da papa reggente, in un silenzio prevalente (salvo qualche incursione strumentale del suo fedelissimo assistente Georg) ma pur sempre continuando a fare da ingombrante riferimento degli esponenti ed apparati conservatori del cattolicesimo.

Riposi in pace dunque e comunque Joseph Ratzinger…


Una (impossibile) confusione tra giornalismo e politica

L’Afghanistan talebano dove per le donne che rivendicano autonomia, dignità, diritto allo studio e al lavoro,  non c’è posto 

La replica di Ruben Rossello, già presidente dell’Associazione giornalisti ticinesi, all’articolo con cui Aurelio Sargenti attacca l’editoriale a doppia firma Daniel Ritzer/Andrea Manna apparso su “La Regione” e difende la decisione di Marina Carobbio di non dimettersi prima delle elezioni cantonali di aprile 2023, merita una riflessione.

Diciamolo subito: non entro nel merito della polemica elettorale in salsa squisitamente onfalocentrica cantoticinese; a mio avviso è molto interessante la questione che Rossello pone, che così, se non erro, si può riassumere: quando, e se del caso in che modo, un politico può intervenire in un dibattitto pubblico senza entrare in conflitto con la stampa e la sua libertà? O, per usare le parole di Rossello, può un politico “affossare pubblicamente – ancorché con buona dose di ironia – un editoriale critico nei confronti della propria corrente politica”?

Per Rossello no, o comunque, se un politico lo fa, che lo faccia a determinate e precise condizioni, ché altrimenti “il rischio dietro l’angolo è la confusione di ruolo tra chi è chiamato ad esercitare il mandato democraticamente ottenuto dal popolo (i politici) e chi è chiamato a controllare l’esercizio di tale mandato (i media)”. 

Premesso che Sargenti nella sua replica a Ritzer/Manna avrebbe forse fatto meglio a dichiarare la sua appartenenza politica (pur se essa probabilmente è nota ai più e lo è sicuramente a tutti i lettori di Naufraghi/e);  detto che anche Rossello dimentica di specificare di essere stato presidente di ATG e di esserne ancora uno dei membri del suo comitato, ritengo invece che Sargenti aveva non solo il diritto di scrivere quello che ha scritto, ma pure il dovere di farlo. Ben venga infatti a mio avviso il politico che si inserisce sui media nel dibattito democratico; se poi lo fa con colta ironia e penna sagace al posto della becera arroganza imperante, meglio ancora. Ha stroncato la tesi Ritzer/Manna? A loro o a chi per loro l’eventuale compito di una duplica. 

Impostato in tal modo, in un dibattito pubblico la confusione di ruolo paventata da Rossello è impossibile che avvenga, per lo meno sui media: da una parte ci sarà chi difende una tesi, dall’altra chi ne difende una contraria, qualunque carica o ruolo essi ricoprano. Senza dimenticare che su un quotidiano i rispettivi ruoli sono definiti dalle rubriche su cui appaiono i vari contributi. Nel caso specifico, da una parte vi era l’editoriale, da sempre appannaggio del direttore della testata o dei giornalisti della redazione, dall’altra un pezzo ospitato nella rubrica “ospiti e opinioni”. 

Diverso sarebbe stato il caso se Sargenti, come purtroppo sempre più spesso accade (si veda in proposito l’articolo pubblicato su questa testata lo scorso 6 ottobre che riferiva di uno studio condotto dall’Università di Zurigo o, più recentemente e sempre su questa testata, la testimonianza di François Pilet, giornalista, co-fondatore ed editore del portale online Gotham City), avesse usato e di conseguenza abusato della sua carica per esercitare pressioni sulla redazione affinché correggesse il tiro, o addirittura ritrattasse. 

Telefonate agli amici degli amici o ai compagni di aperitivo ed happy hour, minacce più o meno velate, denunce anche fantasiose ma fatte all’unico scopo di sfiancare finanziariamente redazioni ed editori già economicamente sotto pressione, redazioni ridotte all’osso e quindi giornalisti impossibilitati ad approfondire i fatti, ridotti spesso a meri passacarte dei comunicati dell’ufficio marketing e comunicazione del politico o dell’azienda di turno, pressioni sulle autorità pubbliche affinché non diffondano dati essenziali: questi solo alcuni dei veri pericoli che oggi minacciano la libertà di stampa, dunque il libero formarsi delle opinioni dei cittadini e perciò anche la nostra democrazia e le nostre libertà.


Risposta di Ruben Rossello

Fa bene Rocco Bianchi a ricordare la quantità di mezzi subdoli di cui i politici dispongono per cercare di condizionare i media, mezzi che stanno agli antipodi dalla schietta maniera scelta da Sargenti per esprimere la sua critica a Ritzer e Manna. Cosi come è pacifico che ogni politico può partecipare al dibattito delle idee inviando le proprie ai giornali.

Ciò detto, confermo l’impressione che, nella piccolezza della realtà ticinese, l’intervento di Sargenti – tanto per l’autorevolezza del protagonista quanto per la rapidità e la forma data al suo commento – rischia di risuonare (certo involontariamente, l’intenzione non era quella) come un richiamo all’ordine della stampa amica che, ormai in campagna elettorale, è bene resti allineata senza troppi distinguo. La lezione che viene dall’illuminismo sulla separazione dei poteri e sul valore per noi fondativo della libertà e dell’indipendenza della stampa credo impongano qualche prudenza. O una forma che eviti questa impressione.


Aspro Natale

L’Afghanistan talebano dove per le donne che rivendicano autonomia, dignità, diritto allo studio e al lavoro,  non c’è posto 

Sotto Natale le pagine della «Regione» sono state animate da alcuni temi controversi. Tra questi anche l’insolita fretta della Divisione della cultura nel bandire un paio di concorsi, a più di un anno dal previsto pensionamento del direttore dell’Archivio cantonale e della direttrice della Pinacoteca Züst. Un riepilogo per i distratti: la questione era emersa inizialmente sulla «Domenica» del 18 dicembre con un confronto a distanza tra Mario Botta, la presidente dell’Associazione dei musei svizzeri Carole Haensler e la direttrice della Divisione della cultura e degli studi universitari, Raffaella Castagnola Rossini. Botta e Haensler esprimevano preoccupazione per il passaggio dalla funzione attuale di direttrice–curatrice della Züst a quella di semplice curatore/curatrice. 

È seguito, il 20 dicembre l’intervento sulla «Regione» di Andrea Ghiringhelli, in prima pagina, a cui ha replicato il giorno dopo, con la velocità del lampo, Raffaella Castagnola, postillata lì per lì dallo stesso Ghiringhelli. E si è infine avuta notizia («La Regione», 24 dicembre) di un’articolata interpellanza presentata al Consiglio di Stato dalla granconsigliera Anna Biscossa. Un piccolo regalo di Natale [se ne è dato conto anche in questa sede, n.d.r.].

La voce riportata da Andrea Ghiringhelli, e cioè che potrebbe trattarsi «di un’operazione clientelare per consentire di sistemare le cose prima delle elezioni di aprile», non sembra così campata in aria. Tanto più se, riferisce ancora Ghiringhelli, «il vento potrebbe cambiare per chi è abituato a gestire lo spazio culturale con piglio autoritario ma scarsa autorevolezza» (e saranno soprattutto queste parole ad aver prodotto l’immediata replica della Divisionaria: un giudizio più esteso di Ghiringhelli si può rileggere sul «Caffè» del 26 gennaio 2020). O forse, pensando al “declassamento” previsto per la pinacoteca, siamo all’alba di un progetto gestionale accentratore in cui i responsabili dei vari istituti culturali diventano subordinati diretti della Divisionaria?

Al di là dei concorsi anticipati, e in attesa delle prevedibili risposte del Consiglio di Stato, è il caso di allargare il discorso e di accennare al diffuso malessere (prudente eufemismo) che ha attraversato vari segmenti del settore della cultura in questi ultimi anni. Tra le ragioni, oltre all’irrigidimento burocratico al limite del vessatorio, una scarsissima propensione all’ascolto (altra espressione quasi eufemistica) da parte della Divisionaria, attitudine, questa, che condivide con il Consigliere di Stato che la dirige. «Ci permetteremo eventualmente di ricontattarvi qualora ritenessimo opportuno un confronto diretto»: con questo capolavoro di apertura si chiudeva la risposta del ministro (18 febbraio 2020) a un gruppo di enti e associazioni culturali che aveva esposto la propria preoccupazione in merito al funzionamento della Divisione. In marzo alcune persone erano intenzionate a rilanciare pubblicamente il tema, ma il Covid ha preso improvvisamente il sopravvento, travolgendo anche quei propositi, forse vani. 

È pur vero, a quanto mi si dice, che nel frattempo c’è stato qualche snellimento delle pratiche burocratiche, senza tuttavia che il clima di disagio e sfiducia sia venuto meno. Insomma, i curiosi concorsi anticipati sembrano la manifestazione collaterale di un problema più grande e di nomine sbagliate del passato. In modo diverso, perché diverse sono le modalità di produzione e di finanziamento, sono stati portati all’esasperazione gli ambienti del teatro, della musica, della ricerca storica, del cinema, dell’editoria… Esasperazione che difficilmente può esprimersi apertamente, per motivi altrettanto diversi, ma che ancora vibra nell’aria.

Si è parlato molto in questi mesi – anche fino alla noia – di persone, di procedure elettorali, di candidature blindate. Sarebbe ora di dire anche altro in merito alla successione alla guida del DECS. Per esempio, augurarsi che chiunque arrivi su quella poltrona sia capace di attivare una dinamica di ascolto con chi lavora negli ambiti di sua competenza – i produttori di cultura, i docenti – senza pensare di avere a priori la soluzione migliore. E che anche la scelta degli alti funzionari sia coerente con quell’attitudine.

Nell’immagine: Raffaella Castagnola Rossini, direttrice della Divisione della cultura e degli studi universitari del DECS


Stipendi bassi, poca didattica e molta burocrazia: la disillusione degli insegnanti europei

L’Afghanistan talebano dove per le donne che rivendicano autonomia, dignità, diritto allo studio e al lavoro,  non c’è posto 

Di Carlo Scognamiglio, Micromega

È cruciale ma ancora latitante l’impegno dei governi europei nel migliorare le condizioni lavorative dei docenti e stimolare la vocazione all’insegnamento.  

Mentre giunge alla conclusione l’anno 2022, Eurydice Italia mette a disposizione sul proprio sito web un lungo documento intitolato: Insegnanti in Europa: carriera, sviluppo professionale e benessere. Si tratta di un rapporto che sintetizza i dati qualitativi Eurydice (anno di riferimento 2019/20), basati sulle politiche e le normative nazionali, con i dati quantitativi emersi dall’indagine TALIS (Teaching and Learning International Survey) del 2018, basata prevalentemente su interviste raccolte tra i vari attori dei sistemi scolastici europei (per lo più docenti e dirigenti) al fine di raccogliere percezioni personali ed esperienze concrete.

Il target scelto è quello dei docenti della secondaria inferiore (ISCED 2) e prende in esame tutti i 27 membri dell’UE, nonché Regno Unito, Albania, Bosnia ed Erzegovina, Svizzera, Islanda, Liechtenstein, Montenegro, Macedonia del Nord, Norvegia, Serbia e Turchia. Con stile anglosassone, il rapporto anticipa immediatamente – in estrema sintesi – i risultati dell’indagine sviluppata. Dal punto di vista delle condizioni di lavoro, emerge con forza che pressoché in tutti i Paesi dell’UE i docenti dedicano alle attività d’aula meno della metà del proprio orario di lavoro. 

Il resto del tempo è distribuito tra attività funzionali all’insegnamento (come la preparazione delle lezioni o la correzione delle verifiche) e per circa un quarto del proprio monte ore complessivo, sono costretti a concedere tempo ed energie ad attività burocratico-amministrative, necessarie per garantire il funzionamento della complessità di un’organizzazione come la scuola; con delle differenze importanti, tuttavia: in Turchia, Paese che ha più aspiranti docenti di quanti il sistema sarebbe in grado di accogliere, il tempo dedicato ad attività “extra-didattiche” si ferma al 12% rispetto all’impegno lavorativo complessivo.

A Cipro o in Inghilterra, invece, dove si assiste alla difficoltà di reclutamento di insegnanti in area scientifica o a fenomeni di dimissioni diffuse, il tempo medio che gli insegnanti della secondaria di primo grado riescono a dedicare al puro insegnamento si ferma al 40%. Questo dato è sintomatico: la progressiva iper-burocratizzazione della professione rischia di generare disaffezione. Intendiamoci: è del tutto evidente che una parte di cura documentale e ponderazione gestionale devono far parte della professionalità di un insegnante, che non lavora da solo e non è un precettore domestico, bensì un elemento di un sistema molto articolato, in cui occorre saper contribuire proficuamente. Ma non vi è dubbio che un certo allontanamento dalla precedenza della didattica è ormai sensazione diffusa.

In generale, gran parte degli insegnanti europei sono insoddisfatti dei propri stipendi, soprattutto là dove la retribuzione si colloca al di sotto della media del PIL pro-capite. Il livello di stress dichiarato è molto elevato, e le ragioni del malessere sul posto di lavoro sono attribuite un po’ ovunque al sovraccarico di lavoro amministrativo, alle aspettative troppo alte sui risultati degli studenti e alle difficoltà di gestione di classi sempre più irrequiete dal punto di vista disciplinare.

In molti Paesi la progressione di carriera è resa possibile da processi valutativi o da esperienze formative (sviluppo professionale), mentre in altri l’unica variabile di miglioramento economico è legata all’anzianità di servizio. La formazione in servizio è valorizzata praticamente ovunque, e il 93% dei docenti ha dichiarato di aver frequentato percorsi di aggiornamento nell’anno precedente allo svolgimento dell’intervista, con molteplici percorsi affrontati nei Paesi baltici, e solo un paio l’anno, ad esempio, in Belgio e Francia.

In tutti i Paesi europei esistono forme di valutazione degli insegnanti, ma non sempre stringenti, e non in tutti (sebbene in molti) la valutazione – oltre a fornire feedback al docente – è utilizzata per disporre l’attribuzione di premi o disporre progressioni di carriera. Quasi ovunque partecipa o governa il processo di valutazione il dirigente dell’istituto scolastico, e gli strumenti prevalenti sembrano essere le osservazioni in classe o i colloqui individuali, entro i quali iniziano a prender parte sempre più importante gli elementi informativi legati ai risultati scolastici degli studenti: “i dati TALIS 2018 mostrano che è molto diffuso l’utilizzo dei risultati esterni degli studenti e di quelli scolastici. In tutta l’UE, più del 90% degli insegnanti lavora in scuole dove tali informazioni vengono utilizzate per la loro valutazione” (p. 190). Solo 15 paesi ricorrono al processo autovalutativo come strumento per la valutazione degli insegnanti.

La conclusione del rapporto è preoccupante, ma degna di aprire una riflessione:

“In tutta Europa, i sistemi educativi stanno affrontando una crisi vocazionale della professione docente. La maggior parte dei paesi riscontra una carenza generale di insegnanti, a volte esacerbata da squilibri nella loro distribuzione tra materie ed aree geografiche, da un invecchiamento della popolazione docente, da abbandoni della professione e da bassi tassi di partecipazione alla formazione iniziale. Molti sistemi educativi affrontano diverse sfide contemporaneamente e hanno bisogno di politiche che possano ridare attrattività alla professione dell’insegnamento come scelta di carriera. I governi di tutta Europa stanno mettendo in atto piani che mirano a contrastare il logoramento degli insegnanti, spesso tramite la riorganizzazione della formazione iniziale, il miglioramento delle condizioni di lavoro, la riforma dei percorsi di carriera e la modernizzazione dello sviluppo professionale continuo” (pp. 18-19)

Ma in questo lungo rapporto, che racconta i vari aspetti delle condizioni di lavoro dei docenti europei, attraversando temi importanti come l’età pensionabile o la mobilità internazionale, manca un elemento, che pure dovrebbe esser considerato cruciale, imprescindibile per chiunque possegga una conoscenza minima di teoria delle organizzazioni: qual è il grado di coinvolgimento degli insegnanti nei processi decisionali? È possibile che una progressiva attenuazione della capacità democratica – affermatasi mezzo secolo fa in molti sistemi scolastici europei – abbia progressivamente contribuito a una disaffezione nei confronti della professione? Al di là dei prevedibili argomenti economici e reputazionali, la qualità e la quantità della partecipazione collegiale, l’effettiva significatività del proprio patrimonio di idee in un contesto organizzativo – o al contrario la sua svalutazione e marginalizzazione – potrebbero comporre quel tassello mancante, necessario per rendere decifrabile il puzzle di questo lento tramonto, un “grande freddo” di disillusione, come sembra emergere dalle evidenze raccolte da Eurydice e TALIS, rispetto al quale tutti i governi europei dovranno quanto prima individuare risposte capaci di agire in profondità.

Nell’immagine: Silvio Orlando nel ruolo di un insegnante nel film “La scuola” di Daniele Luchetti (1995)