Ma la purezza permette davvero di sostenere le categorie di persone che si vogliono tutelare?

Domande, e qualche fatto, sulle prospettive della sinistra in risposta a Pino Sergi – Di Manuele Bertoli, Consigliere di Stato 

Ha ragione Pino Sergi (Naufraghi-e del 22 settembre) nel dire che viviamo in un periodo di declino capitalistico nel quale la guerra in Europa (anche se non c’è purtroppo solo quella), ma soprattutto la crisi ambientale dirompente, mettono a nudo una serie di problemi irrisolti, ai quali va naturalmente aggiunto il grande tema dell’ingiusta ridistribuzione della ricchezza. Non concordo invece con la sua visione della sinistra, la quale sarebbe utile solo se pronta a prefigurare un altro ordine economico-politico e sociale che rompa con la logica del sistema attuale, mentre qualsiasi postura diversa non farebbe che sostenere visioni di destra o di estrema destra.

Qual è l’obiettivo?

Cominciamo a dire che se l’obiettivo è il cambiamento verso valori che io e Sergi possiamo condividere, bisogna ragionevolmente anche porsi la domanda “con quali forze ci arriviamo”. Non mi pare che le posizioni di rottura sostenute dall’estrema sinistra, a volte ammiccanti ad un’ipotetica rivoluzione, abbiano la capacità di smuovere grandi masse di persone. Altrimenti i risultati elettorali, per esempio del MPS, sarebbero nettamente più elevati, oppure le battaglie politiche vinte a muso duro sarebbero numerose. I dati degli ultimi tre decenni a questo proposito mi paiono invece indicare altro, a meno di volerli leggere con occhiali deformanti.

Può darsi invece, ma è un’ipotesi, che l’obiettivo sia un altro, più introspettivo, ovvero potersi beare della propria purezza, tale da non concepire alcun tipo di compromesso con nessuno. Posizione del tutto legittima, che però non può non suscitare una domanda diversa, ovvero “ma la purezza permette davvero di far avanzare le cose per le categorie di persone che si vogliono tutelare? Serve davvero a qualcuno?”

In attesa della rivoluzione, nel nostro sistema politico bisogna volenti o nolenti arrivare a delle maggioranze per cambiare qualcosa. Davanti al popolo, in Parlamento o in Governo, il nocciolo rimane questo. E per arrivarci a volte serve risolutezza, quel picchiare i pugni sul tavolo che tra l’altro piace molto alla destra, ma molto più spesso serve pazienza e capacità di convincimento. In ogni caso spesso bisogna sporcarsi le mani, perché da soli al 51% è molto difficile arrivarci.

La tesi di Sergi, oltre a sostenere la bontà di scelte radicali pur di fronte a dati impietosi quanto al loro reale gradimento nella popolazione, parte anche da un altro assunto, ovvero che l’azione della sinistra “impura” si sia concretizzata in risultati praticamente nulli a favore delle classi meno favorite e nell’affermarsi di una politica di controriforme che ci avrebbe riportati indietro di decenni. Non so bene a quali dossier faccia allusione, ma qualche esempio può forse essere utile per mostrare una realtà che a me pare un po’ diversa.

Le teorie e i fatti

Senza scomodare l’AVS e l’AI, la cassa malati obbligatoria, l’assicurazione maternità, la creazione dell’Ente ospedaliero, gli assegni familiari ticinesi, l’armonizzazione delle prestazioni sociali, la legge per le famiglie, la legge sugli aiuti allo studio, l’abbandono del nucleare, la costruzione di Alptransit, il potenziamento del trasporto pubblico nel nostro Cantone, gli investimenti nella riconversione energetica degli alloggi, la tassa sul sacco, il salario minimo, il potenziamento della scuola inclusiva, l’obbligo formativo fino a 18 anni, la legge sul sostegno alla cultura, per fare alcuni esempi, sono tutti dossier sui quali la sinistra “impura” ha lavorato parecchio per concorrere a trovare maggioranze e che a me non paiono banalità da disprezzare con sussiego. Ma probabilmente su questo le visioni divergono.

Divergono anche quanto alle strategie per difendere gli interessi delle classi meno fortunate.

Prendiamo il problema delle pensioni. L’estrema sinistra, assieme alla destra, ha combattuto Previdenza 2020 qualche anno fa ed assieme hanno vinto. Ovviamente il desiderio dell’estrema sinistra era ottenere qualcosa di meglio, ma qual è il risultato finale per quanto riguarda l’AVS? È peggiore, come ha purtroppo decretato il popolo domenica scorsa. Eppure lo si era detto e stradetto, ottenere qualcosa di meglio sarebbe stato molto difficile, mentre molto più probabile sarebbe stato quell’arretramento che poi si è verificato. A chi serve questo risultato? Alle donne che in cambio della parificazione dell’età di pensionamento avranno ricevuto meno compensazioni e non sanno ancora come andrà con la LPP?

Prendiamo un tema più modesto, ma non per questo di poco conto, il superamento dell’anacronistico sistema dei livelli alla scuola media ticinese. In settembre avremmo potuto cominciare con una sperimentazione per finalmente avviarci a cambiare le cose, ma un incomprensibile voto negativo dell’estrema sinistra in Gran Consiglio ha rinviato tutto a non si sa quando. A chi è servito quel NO? Ai ragazzi e alle ragazze provenienti dalle classi sociali meno favorite? Alle loro famiglie?

La partita da giocare, per tornare al titolo del contributo di Sergi, è quella dei miglioramenti sociali e ambientali nel segno di una maggior giustizia per tutti. La si può giocare scendendo in campo ben sapendo di andare incontro anche a sgambetti e falli pesanti, oppure la si può sostanzialmente non giocare, rinnegando il campo, teorizzando e fantasticando sul calcio perfetto mentre la destra vince per forfait. Per me e per il PS la scelta è sempre stata chiara ed è la prima. Senza naturalmente abbandonare visioni più nette, ma con i piedi piantati per terra, avanzando passo per passo quando è possibile.

Le prossime elezioni cantonali, se tutto andrà come previsto, vedranno in campo una lista unitaria per il Consiglio di Stato sostenuta da socialisti e ambientalisti. Anche la lista unitaria servirà a portare in Governo qualcuno che possa pesare e spingere in questa direzione. Il resto è sostanzialmente un dettaglio, indipendentemente dalle lunghe, un po’ curiose elucubrazioni di Sergi, o se si preferisce del banale chiacchiericcio.


Scendere in campo, ma per giocare quale partita?

Domande, e qualche fatto, sulle prospettive della sinistra in risposta a Pino Sergi – Di Manuele Bertoli, Consigliere di Stato 

Marina Carobbio “è scesa in campo”; pochi giorni prima, Greta Gysin aveva deciso di non scendere in campo. Ma, fuor di metafora, quale (o quali) partite si vogliono giocare con queste scelte?

PS e Verdi per diverse settimane hanno costruito una narrazione nella quale inquadrare le future scelte dei candidati e delle candidate. Si tratta del più volte citato “progetto condiviso dell’area di sinistra e progressista”. Un progetto che, come tale, non ha ancora né capo né coda. Anche perché, almeno finora, il PS rimane una forza saldamente ancorata alla collaborazione governativa, costi quel che costi; i Verdi, seppur con qualche cedimento negli ultimi tempi, restano per il momento una forza di opposizione. Il loro voto su Preventivi e Consuntivi, l’atto in cui, in un certo senso, si condensa e si giudica l’attività del governo, resta per il momento negativo. Vedremo.

In mancanza di “ciccia” da mettere nel “progetto”, la vera discussione è stata (e temiamo che tale resterà) squisitamente e prosaicamente elettorale. Fino a pochi a pochi giorni fa, il progetto si declinava nella prospettiva di un rafforzamento elettorale dell’area rappresentata da PS e Verdi con l’obiettivo dichiarato di conseguire un secondo seggio in Consiglio di Stato. Era questa la partita che si affermava di voler giocare. E per questa partita appariva sensato mettere in campo “candidature forti”, personalità che potessero attrarre voti: condicio sine qua non per poter dare al progetto una certa credibilità.

Una narrazione (a volte esplicita, a volte solo sottintesa) che ha permesso alle direzioni di PS e Verdi di convincere la propria base a sostenere fin dall’inizio l’ipotesi di un’alleanza; ma che fin da subito ha pure mostrato alcune contraddizioni. Infatti, se l’obiettivo fosse stata veramente la conquista di un secondo seggio in governo, mal si comprende come non sia stata presa in considerazione la proposta presentata dall’MPS per una lista unica per Gran Consiglio e Consiglio di Stato. 

Ma ora, dopo le decisioni definitive delle due parlamentari nazionali, la narrazione si è trasformata in una favola, raccontata per nascondere le esigenze elettorali dell’una e dell’altra parte, spesso legate a carriere presenti e future. Dietro i proclamati  “progetti” di ampio respiro vi è una prospettiva di corto periodo, in qualche caso anche un po’ di affanno, la solita cucina elettorale.

La prospettiva del raddoppio oggi – risolti, o quasi, i problemi di posti – non esiste più; e nemmeno la si evoca come obiettivo per il quale valga la pena tentare di battersi: il ritiro di Greta Gysin ha implicitamente significato proprio questo. D’altronde la recente conferenza cantonale del PS ci ha messo sopra la classica pietra, ribadendo – di fatto con l’accordo dei Verdi – che il posto in Consiglio di Stato dell’”area progressista” (cosa sarà mai?) deve spettare a un/una rappresentante del PS. È così da 100 anni, e deve continuare ad essere così!

Alla fine, come era prevedibile, Marina Carobbio è scesa in campo: non più per tentare il raddoppio (sparite le altre possibili candidature “forti” per coadiuvarla in questa impresa), ma, si racconta, per “confermare” il seggio socialista in governo; qualcuno si spinge fino ad usare termini più forti: per “blindare” il seggio.

Ora, con tutta la simpatia e stima che possiamo avere per Marina Carobbio, una cosa appare evidente: la sua candidatura non serve a nessuno di questi obiettivi. Il seggio PS in governo (almeno per questa tornata) non è a rischio in nessuna delle configurazioni elettorali immaginabili. Sicuramente non dopo l’alleanza PS-Verdi, così come è stato definitivamente deciso; ma non lo sarebbe stato nemmeno con la presentazione di una lista del solo PS. Persino una lista per il CdS con candidature “normali” (per esemplificare: cinque deputati/e in GC o altri nomi che sono stati fatti in questi mesi) garantirebbe comunque al PS la conferma del proprio seggio, in qualsiasi configurazione. E, allora, a cosa serve la “discesa in campo” di Marina Carobbio, anche in considerazione del fatto che, precipitandosi verso il Consiglio di Stato, rinuncia di fatto a difendere il seggio conquistato al Consiglio degli Stati, la cui “importanza storica” è stata a più riprese messa in evidenza?

Forse è convinta che sia difficile (forse impossibile) difendere quel seggio agli Stati conquistato sul filo di lana alle ultime elezioni nazionali e che sia grande il rischio di incorrere in una sconfitta. E allora ecco che la sua candidatura prende anche un’altra valenza, di opportunità personale.

Certo, le sentiamo già arrivare le obiezioni dei “tattici”: se non si fosse “messa a disposizione” si spianerebbe la strada ad Amalia Mirante. Ma, a questo punto, lo spirito di rinnovamento che il PS tanto sbandiera potrebbe sicuramente impedire una terza candidatura consecutiva dell’economista social-liberale che, avute le sue occasioni, dovrebbe farsene una ragione e lasciare il posto in lista ad altri/e.

In realtà tutti hanno capito quale sia il “progetto” a cui si allude. Non certo la creazione di un blocco potente che potrebbe costituire un incoraggiamento alle lotte contro le politiche proposte dalla maggioranza parlamentare e governativa, ma un progetto elettorale in sintonia con quanto da ormai due decenni si fa in Svizzera: progetti che non ci pare abbiano sconvolto gli equilibri di potere in questo paese.

In tutto questo, appare a prima vista poco comprensibile quale possa essere l’interesse dei Verdi: quale partita vogliono giocare i Verdi?

Ricordiamo, infatti, che i Verdi presenteranno una propria lista (separata da quella del PS) per il Gran Consiglio. Non vogliamo certo portar male a nessuno, ma – partendo da una visione realistica dei rapporti di forza elettorali (che, alla prossima tornata, verosimilmente saranno complessivamente ancora più favorevoli alla destra) – ci pare di poter affermare che i Verdi non otterranno un gran risultato. Cosa che rischia di rendere visibili due cose:
a) il PS avrebbe ottenuto il suo seggio in Consiglio di Stato anche senza l’apporto dei Verdi; questi ultimi hanno ottenuto “pari dignità” nella formazione della lista per il CdS, ma rischiano di palesare ancora maggiore subordinazione in termini di rapporti di forza elettorali;
b) i Verdi potrebbero rischiare di non poter rieleggere Greta Gysin in Consiglio Nazionale nemmeno nel caso di una congiunzione con il PS.

Questo ultimo aspetto ci pare un elemento decisivo per tentare di spiegare la mancata “discesa in campo” di Greta Gysin. L’operazione “sinistra alternativa” del 2019 era riuscita – grazie alla congiunzione con il PS – per una serie di ragioni particolari (l’MPS aveva rinunciato a presentarsi e I Verdi avevano riunito attorno a loro tutti i satelliti del PS: PC,POP, Forum…). Questa configurazione appare oggi ben diversa. I Verdi sono coloro che hanno insistito più di tutti – a giusta ragione – per escludere accordi elettorali con i filo-Putin (PC, POP) a livello cantonale, difficile che possano ricredersi a livello federale; l’MPS, molto probabilmente si presenterà e non ha alcuna intenzione di procedere a congiunzioni con il PS (soprattutto dopo che i co-presidenti PS sono corsi a spiegare le ragioni di fondo per le quali è impossibile allearsi a livello cantonale…).

La risposta dei Verdi (e soprattutto di Greta Gysin)  a questa possibile e difficile configurazione è evidente: una lista unica PS-Verdi per le elezioni nazionali (con la libertà degli eletti di aderire ai rispettivi gruppi in Consiglio Nazionale), capitanata da Greta Gysin e Laura Riget, con buona pace del povero Bruno Storni.

Ma parliamo un po’ di politica…

Quanto abbiamo finora raccontato (tutt’altro che entusiasmante, ma che abbiamo voluto richiamare per cercare di offrire una narrazione diversa da quella che si è imposta) si pone su un piano istituzionale e elettorale. Un piano che non solo poco incide sui reali rapporti di forza, ma dove il predominio delle forze borghesi è garantito da molto tempo e, temiamo, lo sarà per molto tempo ancora.

Posizioni istituzionali, in governo e in Parlamento,  che potrebbero sostanzialmente anche servire a contribuire alla creazione di un rapporto di forza diverso, favorevole ai salariati e alle salariate, ai pensionati, alle donne: in breve, a tutte e tutti coloro che cercano di fornire risposte adeguate – e realmente efficaci – ai problemi e ai bisogni che la crisi capitalistica pone ogni giorni di più in modo drammatico; bisogni e problemi che si pongono in ambito sociale, formativo, ambientale, dei diritti.

Negli ultimi decenni è successo esattamente il contrario. La presenza istituzionale delle forze espressione della “sinistra” hanno piuttosto contribuito a riportare le esigenze e i bisogni dei salariati nel quadro di una concertazione attenta alle compatibilità con il sistema. Le buone proposte, come ebbe modo di “teorizzare” un importante esponente in governo del PS, “sono quelle che hanno possibilità di essere accettate”. Un visione tutta interna ai rapporti di forza dati, e compatibile con questi rapporti di forza. Un visione che si è concretizzata in risultati praticamente nulli a favore delle classi subalterne e nell’affermarsi di una politica di contro-riforme che ci ha riportati indietro di decenni.

Qualche settimana fa l’MPS aveva presentato la propria proposta di una lista unica per il Consiglio di Stato e per il Gran Consiglio legandola a due elementi.

Anzitutto la presa d’atto che viviamo in un nuovo periodo storico e di declino capitalistico. Guerra, crisi ambientale dirompente, pandemia: sono solo la punta dell’iceberg di un capitalismo ormai entrato in una fase autodistruttiva. Una fase del suo sviluppo che, in assenza di una critica radicale da sinistra al suo funzionamento, senza proposte alternative per un altro ordine economico-politico e sociale che rompa con la sua logica, diventa favorevole alle forze di destra e di estrema destra. Questa evoluzione, sia del contesto economico-sociale che di quello politico, ripropone, drammaticamente, l’alternativa “socialismo o barbarie”.

In secondo luogo, affinché la nostra proposta non apparisse solo come una simpatica provocazione, abbiamo posto la necessità di un cambiamento, di una “discontinuità”, di atteggiamento politico, in governo e in parlamento, da parte del PS. Per questo abbiamo proposto di discutere come sviluppare, in Governo e in Parlamento, un’opposizione di fondo alla politica dei partiti borghesi. Abbiamo indicato alcuni punti sui quali, se vi fosse stata volontà politica, si poteva provare ad avviare un confronto: la risposta alla crisi economica e sociale (dumping, pensioni e salari), a quella ambientale, al riarmo e alla guerra, alle discriminazioni di genere, alla crisi sanitaria. 

Ma questa proposta non ha avuto nemmeno il diritto di ottenere l’entrata in materia, respinta nello spazio di poche ore, ribadendo, per voce del presidente Sirica, la logica governativa del PS.

Nelle prossime settimane sentiremo parlare di “contenuti”, di “programmi”; non dubitiamo che, come già anticipato settimane fa, la lista PS – Verdi presenterà un “programma di governo” che conterrà minuziose e “realistiche” proposte; che, tuttavia, varranno – dal punto di vista del loro possibile successo – quanto quelle che faranno l’MPS o altre forze politiche alternative a quelle dei partiti maggiori presenti in Governo e in Gran Consiglio. Chiunque sia (e per quanto sia “capace” e “competente”) a sedere in governo.


La compagna elettorale torna alla carica

Domande, e qualche fatto, sulle prospettive della sinistra in risposta a Pino Sergi – Di Manuele Bertoli, Consigliere di Stato 

Se ne sta parlando ormai da settimane e ancora negli scorsi giorni se n’è dato conto anche in questo sito con i recenti interventi di Fabio Dozio e di Rocco Bianchi. La campagna elettorale dello schieramento rosso-verde continua a manifestarsi, soprattutto, come una questione di nomi e di seggi.

Prima l’obiettivo raddoppio ed i “nomi forti” di Carobbio e Gysin, con Bertoli parcheggiato in attesa. Poi i dubbi sulla candidatura Carobbio di una parte di militanti del PS (quella definita “di destra”) con il ritorno in scena di Amalia Mirante esplicitamente disposta a ricandidarsi per la terza volta. Poi un po’ meno fiducia nelle possibilità di raddoppio e la rinuncia di Greta Gysin, con il “congedo sommesso” (ma sempre disponibile) di Bertoli, fino alla Conferenza Cantonale dello scorso 7 settembre che ha pressoché plebiscitato le scelte della direzione del partito dando di fatto via libera a Carobbio, affiancata dal “giovane” e “rinnovatore” Yannick Demaria, del comitato GISO, studente e militante per l’ambiente. Insomma, il profilo “giusto” per smettere di parlare di posti e di nomi e passare ai temi, come auspicato dai copresidenti Sirica e Riget, e finalmente occuparsi dell’agenda politica.

Ma non per tutti, eh no. Perché questa doppia designazione deve comunque ancora passare al vaglio della decisione definitiva che sarà presa dal Congresso PS il prossimo 13 novembre ed Amalia Mirante ha già tuonato via social: “Care e cari amici”, scrive in Facebook, “ negli ultimi giorni moltissimi di voi mi hanno espresso la propria solidarietà e sostegno. In molti in effetti intravedono una strategia precisa volta a tenere fuori me dalla lista e blindare le candidature “giuste”. Un metodo ben poco democratico che adesso colpisce o vorrebbe colpire me, ma in passato è stato usato contro altre e altri e se non si dice basta verrà usato anche in futuro.” E in chiusura promette battaglia:” Il mio impegno c’è e io ci sarò, il 13 novembre. Perché non ho alcuna intenzione di mollare e con il vostro aiuto, vinceremo.” Neanche ci fossero gli Inti Illimani.

Mentre si vorrebbe tanto capire, nel PS, a sinistra, ma non solo, quali siano i punti principali, le priorità individuate da partito e area per affrontare la campagna dei prossimi mesi, magari per riprendere ed ampliare, ad esempio, il pacchetto di misure concrete presentate (anche in questa sede) da Ivo Durisch per sostenere le famiglia nell’affrontare l’inflazione, per combattere l’escalation di costi, dell’energia e delle casse malattia, per esempio, ebbene no, a tenere banco continua a restare questa sorta di duello fra compagne elettorali: l’una tendenzialmente sempre vincente (e ben presente, con tanti meriti, nel dibattito politico), l’altra quadriennalmente attivissima nel riproporsi come il nuovo che avanza, l’alternativa soffocata che manca al partito; colei che quando parla di democraticità dovrebbe forse ricordare, come suggerisce un intervento di Aurelio Sargenti in “ticinonews”, che il partito l’ha già candidata due volte e gli elettori non l’hanno votata. Se ne facesse una ragione.

Insomma, il confronto, dentro il PS, continua a restare ancorato a questi personalismi, mentre al di fuori del partito i Verdi sui nomi tacciono e lanciano iniziative puntuali di tipo ecologico. L’Mps, per parlare solo un momento del “convitato di pietra” al banchetto della sinistra unita da cui si è autoescluso (o da cui è stato rapidamente allontanato per non essere tredici a tavola) sta lanciando a sua volta iniziative, interpellanze e petizioni a raffica su temi sociali, a livello cantonale e comunale, a Bellinzona.

Nell’anno della ricorrenza del secolo di presenza in Governo, il PS sembra insomma riuscire ad attirare l’attenzione dei media solo sulla questione del seggio in Consiglio di Stato e, tutt’al più, su quella dell’alleanza elettorale (si spera poi anche programmatica) con i Verdi ed il Forum Alternativo.

Ma anche restando, ancora solo per un momento a questo tema, e provando ad immaginare le implicazioni e le possibili conseguenze della candidatura di Marina Carobbio, vi è un aspetto che non sembra troppo preso in considerazione (men che meno evocato come tema di discussione e riflessione interna) e che pure dovrebbe meritare, istituzionalmente e politicamente, una certa attenzione: quello, diciamo, della sovrapposizione, per Carobbio, di due cariche importanti. 

Nel suo caso, venisse eletta, si tratterebbe per lei di lasciare Berna il prossimo aprile, per sedersi in Consiglio di Stato a Bellinzona, con una non comune retromarcia (per carità, del tutto legittima) ma non priva di “effetti secondari”. Così facendo, infatti, lascerebbe vacante per almeno 6 mesi (da aprile ad ottobre 2023) il suo posto alla Camera alta federale. Un aspetto trascurabile? Mica tanto, visto che sulla questione ci si sta chinando anche nelle stanze della nostra Cancelleria di Stato cantonale.

Istituzionalmente l’abbandono di un posto come quello di senatore dovrebbe implicare una nuova votazione politica che, nel caso specifico, essendo a carattere maggioritario, implica anche un possibile ballottaggio, dunque due turni. Ora, considerati i tempi tecnici previsti dalla Legge sull’esercizio dei diritti politici  che contempla 60 giorni di tempo per inoltrare candidature e impone che in luglio e agosto in Ticino non si vota, l’organizzazione di un’elezione suppletiva, ha  come conseguenza che certamente per i lavori delle camere federali del giugno ’23 il posto di Carobbio non sarà occupato, per quelli di settembre, forse neanche, perché a quel punto, chi sta a Berna per un solo mese prima delle nuove elezioni? 

Un bel grattacapo, non c’è che dire, che per di più potrebbe implicare una spesa non prevista per il Cantone di alcune centinaia di migliaia di franchi. Poi si potrebbe pure aggiungere che nei sei mesi di campagna elettorale cantonale Marina Carobbio dovrebbe anche sdoppiarsi, per rappresentare il Cantone a Berna e sé stessa (ed il PS) in Ticino. 

Su quest’ultimo punto si può legittimamente immaginare che le qualità e le capacità di lavoro di Carobbio le consentiranno di essere presente su entrambi i fronti. Resta però un fatto incontestabile: quasi certamente, per almeno sei mesi e più, il seggio tanto miracolosamente conquistato, per la prima volta nella sua storia, dal PS alla Camera dei Cantoni, resterà vacante ed il Ticino, in quel contesto, sarà rappresentato dal solo Marco Chiesa. Forse, sulla questione, la Sinistra potrebbe porsi qualche domanda o fornire, prima o poi, qualche risposta. Almeno entro primavera. 


Continuiamo così, facciamoci del male

Domande, e qualche fatto, sulle prospettive della sinistra in risposta a Pino Sergi – Di Manuele Bertoli, Consigliere di Stato 

Ogni volta che mi soffermo sull’area che genericamente si definisce di sinistra e/o di centrosinistra, mi viene in mente la celebre scena in cui Nanni Moretti, di fronte a delle persone che non sanno cosa sia la Sacher torte né tantomeno come si mangia e come si taglia, esclama sconsolato: “Vabbè! Continuiamo così, facciamoci del male”.

Non sfuggono a questa immaginifica constatazione gli avvenimenti di questi ultimi mesi, che hanno avuto una prima conclusione, sia pure ancora teoricamente provvisoria (decisivo e definitivo sarà infatti solo il congresso del 13 novembre), mercoledì 7 settembre al Comitato cantonale del PS ticinese.

Riassumiamo: la scorsa primavera i vertici di Verdi e PST annunciano urbi et orbi l’intenzione, anzi la decisione di unire le forze per il Consiglio di Stato, formando una lista unica secondo la formula del 2+2+1 (2 socialisti, 2 verdi e 1 rappresentante della cosiddetta società civile). Obiettivo dichiarato: puntare al rafforzamento dell’area “rossoverde” e ambire a un secondo seggio in Governo. La formula era un po’ uregiatta – due a me e due a te e il quinto che non lo posso dividere a un esterno ma in un paese normale avrebbe avuto il pregio di mettere tutti d’accordo e unire davvero le forze per puntare con decisione agli obiettivi dichiarati. Perché, è stato ribadito più volte mercoledì sera, bisogna suscitare entusiasmo in un elettorato che appare ormai stanco, demotivato e sfiduciato.

In un paese normale, appunto, cosa che il Ticino non è. E difatti, giusto per suscitare l’auspicato entusiasmo e dare “nuovi stimoli” che possano far “ritrovare slancio”, immediatamente sono iniziati gli psicodrammi, tra autocandidature che ammaliano, richieste di formazioni satelliti contigue rese pubbliche solo o soprattutto per suscitare imbarazzo (ossia, letteralmente, impedimento o impaccio al libero e normale svolgersi di un’azione) nella controparte e occupare, lo spazio di un mattino o poco più, le prime pagine dei media estivi, mozioni PS “suprematiste”, dietrologie su presunte manovre tese a promuovere la candidatura unica di Marina Carobbio e malcelati timori della base socialista di perdere il seggio a favore dei compagni-rivali ecologisti. Imbarazzante (questa volta nel senso di sensazione e situazione di forte perplessità e/o disagio), davvero.

Col senno di poi, forse i vertici rossoverdi avrebbero dovuto essere più chiari e decisi mesi fa, oppure rimandare l’annuncio quando i giochi sulle candidature erano già definiti. Perché è chiaro che se si ambisce al rafforzamento dell’area e a un ipotetico secondo seggio, la lista deve essere impostata per conseguire questo obiettivo; di conseguenza bando a ciance e personalismi di ogni genere e tipo e dentro tutti i candidati forti possibili. Poi al popolo decidere (e difatti Bertoli, malgrado la sua conclamata intenzione di lasciare la carica, fino a poco tempo fa si era comunque tenuto a disposizione).

In quest’ottica il “sacrificio” di Marina Carobbio, ossia il suo abbandono della difesa del seggio conquistato tre anni fa al Consiglio degli Stati (la prima donna ticinese e il primo esponente socialista del Canton Ticino ad assurgere a tale carica, non dimentichiamolo) per candidarsi al Consiglio di Stato poteva anche essere comprensibile – lasciava una carica per provare a conquistarne una supplementare, e i conti alla fine se tutto fosse andato bene sarebbero restati numericamente pari, oltre che politicamente positivi. Tuttavia, dopo l’uscita di scena dapprima della candidata di punta dei Verdi e poi del consigliere di Stato uscente PS, qualche perplessità è d’obbligo. Anzitutto perché la sua non rielezione alle Federali del 2023, data per certa praticamente da tutto il PS e dintorni (ma non si doveva infondere entusiasmo, stimoli e speranza?) è a mio modesto avviso tutt’altro che scontata, ché come tutti gli uscenti lei e Marco Chiesa partono in vantaggio rispetto a qualsiasi futuro candidato PLR e PPD, senza dimenticare che in una ipotetica e probabile corsa a quattro anche al secondo turno la presunta solidarietà borghese potrebbe/dovrebbe venire a mancare (ognuno per sé e vinca il migliore. come appunto successo nel 2019). Soprattutto vi è da chiedersi, alla luce delle rinunce eccellenti appena citate e dei numeri che garantiscono all’area sicuramente almeno un seggio in Consiglio di Stato, della sua intrinseca necessità davvero i socialisti tra i loro circa 1.000 iscritti e i circa 10.000 elettori non riescono a trovare altri due nuovi candidati degni per la carica? Rinnovamento, è stato infatti uno dei mantra più spesso recitati mercoledì sera da vertici e base PS; ebbene, l’auspicato “new deal” del partito pare che passi dal candidare e fare eleggere (perché salvo improbabili cataclismi nessuno può avere alcun dubbio su cosa succederà al congresso PS di novembre e poi alle Cantonali del prossimo aprile) una delle sue politiche di più lungo corso affiancandole, in nome di una vetera logica di quote, un esponente della Gioventù socialista. Auspicabilmente maschile, perché se quote devono essere “che si rispetti anche la ripartizione egualitaria fra i sessi” (sì, abbiamo sentito anche questa). Il nuovo che avanza è insomma prioritariamente una questione anagrafica e di sesso, non di idee, competenza e capacità di leggere interpretare la realtà.

Ciliegina sulla torta, come da titoli di giornali i vertici hanno dichiarato che finalmente adesso ci si potrà concentrare sui programmi e sulle idee, ammissione implicita che in questi mesi si è discusso più che altro se non solo di cadreghe e affini (in ogni caso questa è l’immagine che è passata nel cantone, non altra). Imbarazzante, di nuovo.

Anche se ogni tanto qualche dubbio mi assale, io non so se, come ha scritto Silvano Toppi su questo sito, la sinistra abbia paura dell’intelligenza; è tuttavia certo che in tutta questa vicenda abbia una volta ancora discusso più “del contenente (o del contendente, del posto da occupare) che del contenuto ignorando, come dice un antico principio della logica, che il contenuto assume sempre la forma del contenente” e dunque mancando “di una visione più ampia, anche utopistica, che sappia far lievitare idee e soluzioni, invece di agganciarsi come molluschi alle solite inerti pietre di inciampo che nessuno riesce più a smuovere”.

Risultato politico finale? Il prossimo anno l’area rossoverde avrà come oggi un, anzi una consigliera di Stato, non avrà più una consigliera agli Stati e in Gran Consiglio, visto che è utopico pensare a un ribaltamento di maggioranza, conterà più o (magari anche) meno di oggi.

Che volete che vi dica: continuiamo così, facciamoci del male (e speriamo che almeno la Sacher torte sia buona).


Collegialità? Non a tutti i costi

Domande, e qualche fatto, sulle prospettive della sinistra in risposta a Pino Sergi – Di Manuele Bertoli, Consigliere di Stato 

Si comincia a guardare alle prossime elezioni cantonali di aprile 2023. In perfetto stile iperbolico, che contraddistingue la nostra politica “provinciale, ripiegata su sé stessa, in preda a tormentoni triti e ritriti, mediocre e senza guizzi” (Corriere del Ticino). Fanno discutere la sinistra e il Partito socialista, che dovrà sostituire l’uscente Manuele Bertoli. Gli altri quattro consiglieri di stato si ripresentano e saranno verosimilmente rieletti.

La novità, confermata dalla Conferenza cantonale del PS mercoledì 7 settembre, è data dalla decisione di proporre una lista unitaria rossoverde (2 PS + 2 Verdi +1 società civile). Una prospettiva intelligente politicamente e quasi obbligatoria tatticamente, visto che in passato l’elezione di Bertoli non fu trionfale. Sommando le forze, PS e Verdi garantiscono la conquista di un seggio e potrebbero sognare un raddoppio.

Nel 2019, considerando i voti preferenziali, il PS ottenne il 17,06 % dei suffragi, i Verdi il 4,33%, PPD 18,23, PLR 24,49, Lega 27,86. Sommando PS e Verdi si ottiene il 21,39%. Se l’andamento del prossimo aprile fosse simile, sarebbe impossibile il raddoppio, perché Lega e PLR rimarrebbero in vantaggio.

Nel 2015 il risultato complessivo dell’area fu identico. Per conquistare due seggi in governo, ad aprile la coalizione di sinistra dovrebbe dunque fare un balzo in avanti notevole.

Sul piano nazionale la sinistra non canta vittoria. Il miglioramento dei Verdi è dato dalle perdite del PS, meno 45 seggi parlamentari negli ultimi tre anni.

Per ambire al raddoppio è tardi. L’alleanza rossoverde doveva nascere tre anni fa e non, come ora, alla vigilia delle elezioni. Era necessario un progetto politico, fondato su un programma condiviso, di alleanza delle sinistre che coinvolgesse i due partiti maggiori, ma anche il Forum alternativo e i comunisti e cercando di mobilitare anche istanze della società civile. Il Movimento per il socialismo, si sa, ama correre da solo.

Cosa succederà ad aprile? L’alleanza confermata mercoledì darà frutti sostanziosi? La socialista Marina Carobbio ha, finalmente, annunciato la sua disponibilità, Boas Erez è ancora in sospeso. Erez potrebbe scendere in campo ad aprile per poi, se non eletto, rilanciare alle federali di ottobre. I verdi devono scegliere i loro candidati. In casa PS sarà il congresso, il prossimo 13 novembre, a nominare i due candidati. Amalia Mirante, già due volte in lizza, si ripropone, contro i disegni della direzione del partito. Ce la farà a entrare in lista?

Il dibattito sui nomi è sterile se non si riesce a valutare e definire il ruolo del prossimo consigliere di stato di sinistra. Non c’entrano le famiglie, non c’entra essere economisti (ma da quando in qua?), conta la personalità e il profilo politico. Conta l’autorevolezza e la volontà di profilarsi anche al di fuori dei compiti del proprio dipartimento.

Marina Carobbio ha la statura per far parte di un esecutivo, dopo una vita da parlamentare? Boas Erez rispecchia il programma rossoverde? Samantha Bourgoin ha sufficiente esperienza politica? I socialisti sono in governo da 100 anni. La recente e interessante pubblicazione della Fondazione Pellegrini Canevascini, Tracce di rosso, sul secolo di PS in governo, mostra le luci, ma anche le ombre di questa esperienza. Molto istruttivo: meno ministerialismo, più vicinanza alla società civile. Non sottostare pedissequamente al mito del risparmio. Evitare il complesso dell’affidabilità, ereditato dall’ammiccamento della socialdemocrazia al neoliberismo (“terza via”). Insomma: collegialità, ma non a tutti i costi!

Chi sarà eletto dovrà dirigere il DECS, perché gli uscenti rimarranno al loro posto. Bertoli ha rinunciato a prendere il DSS quattro anni fa, un errore politico che riduce il campo d’azione della sinistra. Che fare? Werner Carobbio, protagonista di mezzo secolo e più di storia socialista valuta positivamente la centenaria presenza del PS in Governo ma definisce, sul Quaderno del Forum alternativo, “aspetti negativi e discutibili l’eccessivo adeguamento del partito alla politica governativa”. Un monito che vale, a maggior ragione, per la nuova coalizione rossoverde.


La sinistra ha vergogna dell’intelligenza?

Domande, e qualche fatto, sulle prospettive della sinistra in risposta a Pino Sergi – Di Manuele Bertoli, Consigliere di Stato 

È tornato spesso, su queste pagine, il discorso su ciò che sta capitando o non capitando in quell’area politica che potremmo definire, genericamente, per intenderci, sinistra ticinese. Ad uno che per professione ha sempre seguito la politica, dall’esterno, non dentro gli schieramenti, pare l’eterno arrotarsi su sé stessi, in cerca di una differenza dall’altro o delle pretese carenze da rimproverargli. Valutando il risultato dell’osservazione con l’intensità di imbarazzo che si provoca (dimenticando che l’imbarazzo non è mai singolo, è binario); discutendo quindi più del contenente (o del contendente, del posto da occupare) che del contenuto; ignorando, come diceva un antico principio della logica, che il contenuto assume sempre la forma del contenente; rimobilitando anche un antico brutto vezzo cantonticinese (sin dal Franscini, che ne fu vittima), mai caduto in disuso e ormai dilagato nell’era dei “social media”, l’anonimato: forse anche perché si continua a ritenere che un anonimo… è più di un singolo; mancando poi sempre, infine, di una visione più ampia, anche utopistica, che sappia far lievitare idee e soluzioni, invece di agganciarsi come molluschi alle solite inerti pietre di inciampo che nessuno riesce più a smuovere.

Fatta questa premessa, va aggiunto che ci sono forse tre cose che non si considerano o si sottovalutano: il paradosso di sinistra, la fragilità democratica nella sinistra, il credere nell’intelligenza.

Il paradosso della sinistra

Questi nostri tempi sono di destra, le soluzioni sono di sinistra: che la sinistra, tutta la sinistra, sembra ignorarlo o rimanga con questa constatazione come irretita e imbambolata, è il suo paradosso. Questi tempi vedono la destra preponderante perché si ha paura degli sconvolgimenti in corso, quelli geopolitici (con una o più guerre) o quelli economici, conseguenza (con la fine della “demondializzazione felice”, quella dei prezzi sempre più bassi). Persino di quelli climatici, ormai innegabili, sempre più catastrofici, anche se la destra li camuffa ora come pretesto per la “dittatura ecologica”, ritenuta ovviamente di sinistra, perché è a sinistra e non a destra che si propongono improrogabili cambiamenti, che sconvolgono la destra.

Sconvolgimenti che favoriscono il ritirarsi in casa propria, il ripristinare frontiere, rimettere barriere protezionistiche, armarsi e spendere più soldi per l’esercito, rendere il nazionalismo (il patriottismo) o il sovranismo, divenuti sinonimi di identità, differenza, dignità, e salvaguardia della democrazia, l’unica scelta culturale e politica possibile. O anche la strategia economica, sempre e solo bilaterale, per i buoni affari da salvare, con i condizionamenti che si possono subire, venduti come neutralità attiva.

Sono questi tempi così complessi e fragili da diventare il terreno ideale, come ha già insegnato la storia del secolo scorso, per l’ascesa delle estreme destre. Che possono riuscirci facilmente se riescono a soddisfare i desideri di ordine e di rassicurazione. Quanto sta succedendo in Italia, sempre ritenuta un laboratorio politico, è forse più emblematico che altrove.

Questi tempi sfidano o portano addirittura fuori asse la sinistra, area del cambiamento sociale, dell’universalismo, dell’equità, dell’apertura all’altro e alle novità, del non sfruttamento dell’uomo, che è esso stesso natura, e quindi del rapporto con tutta la natura, che è di vita prima che di uso e sfruttamento.

Questi tempi non sono di sinistra, ma paradossalmente la portata degli sconvolgimenti, che sono il concime della destre estreme, implica un tale bisogno di intervento dello Stato, e quindi di gettito fiscale, di lotta pronta e organizzata al riscaldamento del clima, di coesione sociale che esiga la riduzione delle diseguaglianze… che le soluzioni non possono più essere quelle di destra (o del neoliberismo), possono essere solo di sinistra.

Di questa sorta di paradosso le sinistre non sembrano rendersi conto. Se se ne rendessero conto non dovrebbero imbarazzarsi a vicenda nel discuterne, dovrebbero privilegiare le loro convergenze, non le loro divergenze. E non tanto per riuscire a governare assieme (gonfiando a dismisura e persino ridicolmente il problema della presenza o del chi in Consiglio di Stato), ma per difendere lo Stato previdenziale, per contrastare le dittature di fatto della destra; per la giustizia sociale, la libertà, per non temere mai l’apertura, non evitare il cambiamento, opporsi all’uso disumano e distruttivo del territorio, dell’ambiente, del pianeta; per combattere il servilismo o il vassallaggio politico, economico, militare rispetto ad ogni potenza, interna o esterna, anche quando torna comodo ai propri affari o a una pretesa sicurezza nazionale.

La mente democratica debole

Per rendersi conto di questa sorta di paradosso della sinistra e della sua efficacia a tradurlo in risorsa politica è necessaria una mente democratica (come dice Massimo Recalcati, psicanalista, sul caso italiano, problema quasi analogo al nostro, in un articolo [riservato agli abbonati, ndr] apparso su “Repubblica”). Se una mente democratica funziona includendo e non escludendo, per integrazioni e non per scissioni, se lavora per cogliere la forza delle differenze senza pretendere di assimilarla ad un solo modello, considerati i fatti tra la sinistra ticinese, bisognerebbe concludere che da qualche parte c’è un manco… di mente democratica. Quali sono gli ostacoli che possono ingrippare una mente democratica? Aristocraticismo, pregiudizio, supponenza, arroganza, disprezzo nei confronti delle forze minori (sono i termini usati da Recalcati)? Forse, sotto sotto, c’è un po’ di tutto questo,unito ad una dose di narcisismo. Ritengo però che la deficienza di mente democratica stia ancora altrove.

Rispetto a quanto si diceva prima, essa consiste nel paradossale atteggiamento acronico (fuori dal  tempo) della sinistra nel posporre la responsabilità che le spetta nella società, soprattutto in questo tempo, (cioè opporsi alla mareggiata di destra populista e feudataria nello stesso tempo); consiste nell’arroccamento sulle piccole differenze, l’ambizione di contare di più del proprio partner di sinistra, l’isterilimento delle idee perché non si riesce più a sottrarsi alle minutaglie locali, solo perché si ritiene di poterle far rendere elettoralisticamente, snobbando così le “grandi visioni” che sono invece le sole che possono dar anima e togliere dalla miseria della piccola politica.

È la persistente e sterile tentazione che corrompe anche i migliori, è il complesso dell’affidabilità o della critica di “non essere vicina alla ggente”.

Non aver vergogna dell’intelligenza

Siamo anche in tempi in cui si ha vergogna dell’intelligenza. L’acronicità o il non sentire il tempo che corre è appunto anche conseguenza di un “pensiero globale” o di una visione coerente che è venuta a mancare alla sinistra, che è anche una rottura storica del suo continuum ideologico. (La gauche a-t-elle renoncé à l’intelligence? si interrogava qualche tempo fa “Le Monde”, tanto per dire che il problema è forse universale) È una incapacità a elaborare o anche solo a schizzare una visione di tempi lunghi, poiché si è prigionieri di troppe quisquilie interne o cantonali.

Chi osa dirlo sarà ovviamente tacciato di essere, appunto, “lontano dalla ggente”, sarà definito “intellettuale”, “accademico”. Ma non è forse grave rivelarsi troppo spesso incapaci o indolenti nell’oppore la coerenza di un pensiero strutturato e costruttivo al semplicismo estremo e violento, di violenza sociale, in ultima analisi nient’altro che distruttivo?

La sinistra non dovrebbe aver vergogna dell’intelligenza, dovrebbe finalmente cercare di parlare all’intelligenza dei cittadini; non è compito facile, ma solo qui si può fare la differerenza, andare controtempo, questa volta, perché solo così si saprà mostrare di credere nell’intelligenza delle persone e operare con essa, e non rassegnarsi a ciò che muove solo visceralmente o elettoralmente.

Anche perché solo in questo modo si può rivitalizzare la democrazia che può essere solo intelligenza: l’ignoranza porta altrove.


Il PS senza alibi

Domande, e qualche fatto, sulle prospettive della sinistra in risposta a Pino Sergi – Di Manuele Bertoli, Consigliere di Stato 

Greta Gysin ci ha pensato bene, e ha detto “no, grazie”. La Consigliera nazionale verde è una donna intelligente ed una politica coerente, oltre che agguerrita.

Forse Gysin ha fatto attentamente i conti e ha capito che le chance di un candidato verde, chiunque esso sia e pur in una lista comune, sono limitate dalla forza elettorale notevolmente superiore del PS. Forse non è ancora pronta a gettare tutte le sue forze in una campagna elettorale che le avrebbe chiesto un’energia enorme e una soverchiante disponibilità di tempo. Probabilmente il suo lavoro a Berna la interessa molto, e sa che è a Berna che si prendono le decisioni anche per il Ticino.

Probabilmente sa che a Bellinzona avrebbe avuto mani e piedi legate dalla destra e dalla sinistra, che difficilmente si sarebbe potuto notare il suo lavoro e che, in quelle condizioni, la sua ancora giovane carriera politica (suscettibile di ulteriori, brillanti traguardi) ne avrebbe certamente sofferto. Certamente Greta Gysin è una politica che porta rispetto verso i propri elettori, ai quali vuole rendere conto di un lavoro compiuto; e a Berna non mancano né i problemi, né le sfide.

Dicendo “no, grazie”, Greta Gysin in una articolata intervista a “laRegione” ha sottolineato un paio di cosette che vale la pena ricordare.

Gysin, tra altre interessanti prese di posizione, dice “Non credo di essere così importante, né che l’area sia così tanto in crisi”; oppure “Sarebbe tragico se il destino di un’area politica fosse legato a una sola persona”; oppure ancora “Dobbiamo fare un discorso di contenuti e obiettivi concreti (…) non pensare solo a chi siederà in governo nella prossima legislatura”; e infine “…se il destino dell’area dipende da una sola persona questo la dice lunga sullo stato dell’area, e quello su cui lavorare è rafforzarla. Questo può accadere facendo crescere più persone e nuovi profili, dando loro spazio”.

Una bella lezione di umiltà, ma anche di politica, sulla quale i capi del PS, e il gruppo che si occupa delle candidature (che poi sono le stesse persone), dovrebbero riflettere e trarne coerentemente le conseguenze. Le due paventate candidature progressiste al Consiglio di Stato per le elezioni del prossimo aprile (quelle di Gysin e di Carobbio Guscetti) avrebbero dovuto portare i due partiti ad ottenere il raddoppio delle forze di sinistra in Governo. In questa sede si è già detto come quella fosse più un’illusione elettoralistica che una possibile realtà. Allo stesso modo, è altamente improbabile che il seggio del PS, presentato nell’ambito di una lista comune, possa essere messo in discussione.

Il PS si trova ora in una situazione tra il grottesco e l’imbarazzante, nella quale la cerchia dirigente del partito deve onestamente dire ai propri elettori che gli allarmi sono rientrati: lo spauracchio Gysin non c’è più, e l’emergenza sorpasso da parte dei verdi neppure. Il problema è che lo spauracchio e l’emergenza, creati ad arte per preoccupare i propri elettori, servivano ai dirigenti del PS per portare avanti la candidatura “forte” e salvatrice di Marina Carobbio Guscetti. La quale non si è ancora ufficialmente pronunciata: era in evidente imbarazzo, e oggi, con la rinuncia di Gysin, lo è ancora di più.

Infatti l’alibi di una candidatura verde forte, che facesse tremare il PS, non esiste più, e l’esempio cristallino di Gysin che vuole onorare il proprio mandato a Berna pesa come un macigno. Sì, perché a Berna anche Carobbio Guscetti ha fatto e sta facendo un ottimo lavoro, con pieno merito. Ma sembrerebbe che per lei, in prospettiva, si palesi come prioritaria la propria incerta presenza in Consiglio degli Stati l’anno prossimo. L’operazione salvataggio (via da Berna per non perdere) di Carobbio Guscetti, con la caduta dei presupposti chiave, comincia ad essere imbarazzante per la stessa Consigliera agli Stati.

È di oggi la dichiarazione di Manuele Bertoli, consigliere di Stato uscente per il PS, che annuncia il proprio ritiro: ha capito che le urgenze e i “pericoli gravi” per il suo partito sono oramai alle spalle, e che la sua presenza sulla lista rosso-verde non è più né necessaria, né utile. Quanto ai suoi apprezzamenti su Carobbio Guscetti, hanno tutta l’aria di un normale quanto dovuto fair-play.

Come dice Gysin, sarebbe tragico se il destino di un’area (in questo caso di un partito che siede in Governo da cento anni) fosse legato ad una sola persona. In tempi passati il PST soffrì molto della longevità politica di Guglielmo Canevascini, che creò per anni tensioni nel partito e impedì a persone pronte e preparate di accedere al Governo in occasione di diverse elezioni. E non si parla di un Consigliere qualunque, ma di Canevascini, un uomo che in tempi durissimi, con forza, creatività e determinazione unici (e con l’aiuto di Consiglieri borghesi illuminati) rovesciò il Paese come un calzino facendolo uscire dal medioevo economico e sociale nel quale languiva.

Oggi, come per incanto, quelle stesse tensioni – che pure ci sono – appaiono “insonorizzate” da una macchina bene oliata che decide e avanza. Siamo sicuri che il gruppo incaricato di vagliare tutti i possibili candidati lo faccia in modo aperto e trasparente, magari in ascolto di base e sezioni e non solo rispondendo a chi si “autocandida”? Siamo certi che tutti i potenziali candidati vengano considerati con totale disponibilità di ascolto e che non se ne scartino a priori alcuni partendo da un soggettivo presupposto secondo il quale questo o quel candidato – ed evidentemente candidata – non “sarebbero interessati”?

Ora la candidatura Carobbio Guscetti non è più necessaria per salvare il Partito, il quale ce la farà da solo, comunque. Occorre tuttavia, a questo punto, che i candidabili escano allo scoperto e che indichino problemi e temi che intenderebbero affrontare, e soprattutto che indichino come il PS, secondo loro, debba concretamente muoversi tra elettori, alleati, area progressista e avversari, per fare avanzare questo benedetto, povero e immobile Paese.

Tutti si aspettano solo quelle proposte: forza e coraggio.


Era solo acqua sporca?

Domande, e qualche fatto, sulle prospettive della sinistra in risposta a Pino Sergi – Di Manuele Bertoli, Consigliere di Stato 

Sembra essere caduto nel vuoto l’intervento di Enrico Lombardi del 28 luglio, intitolato Per vedere di nascosto l’effetto che fa, mosso dalla perentoria chiusura del PS di fronte alla proposta del MPS di una lista unica per il legislativo. Apparentemente ci possono essere buone ragioni per non tornare sulle considerazioni di Lombardi. Prima di tutto la proposta del MPS è durata meno dello spazio di un mattino, respinta dagli interlocutori (quindi anche dai Verdi) nel momento stesso in cui veniva resa pubblica, e probabilmente, a parole e nei fatti, già prima. E poi può sembrare troppo ingenuo quel vagheggiare “nuovi stimoli” che possano far “ritrovare slancio” all’area di sinistra. Eppure, quelle aspettative non andrebbero lasciate cadere.

È vero che nel frattempo altre voci si sono fatte sentire su «Naufraghi»: il fantomatico Giusfin, che era già intervenuto a caldeggiare la fronda “contabile” interna al PS (facendo di fatto il gioco dell’autocandidata che ammalia, anche se nel suo articolo sul Primo di agosto mostra, vivaddio, di non esserne affatto ammaliato) e in replica Aurelio Sargenti. Ma entrambi liquidano concordemente la proposta del MPS: il primo come “velleitaria” e “declamatoria”, pur concedendo che la direzione del PS avrebbe potuto, almeno per cortesia, prendersi due minuti in più; il secondo ancora più sbrigativamente.

Liquidata la faccenda, entrambi si concentrano sulle tensioni interne al PS, portando il discorso, da prospettive opposte, sulla eventuale candidatura di Marina Carobbio. È poi intervenuto Virginio Pedroni, che allarga un po’ gli orizzonti sul finale, dopo aver stroncato la mossa MPS e fatto alcune puntualizzazioni sulle presunte manovre tese a promuovere la candidatura Carobbio. Di queste ultime non mi occupo – se la vedano i socialisti – perché la questione che mi interessa discutere è l’altra, cioè quella delle liste uniche dell’“area di sinistra”. Ma prima di affrontarla, anche per evitare fraintendimenti, mi tocca fare una lunga premessa (che è già un po’ un entrare nel merito).

Si è parlato fin qui del MPS, del PS, solo indirettamente dei Verdi. Non sarò io a portare la “posizione dei Verdi”, ai quali pure appartengo, perché sulle questioni elettorali ho, e non da oggi, una posizione tiepida, defilata, marginale. Parlo quindi a titolo personalissimo. Di militante e di elettore. È un po’ un ragionare ad alta voce per capire come porsi di fronte alle varie opzioni sul campo (che poi tanto varie non sono, visto che quella del MPS è stata prontamente depennata dall’elenco).

Cominciamo dall’“area di sinistra”: i Verdi ne fanno parte? C’è un’abusatissima frase che ogni tanto qualcuno ripete in casa verde: «i Verdi non sono né di destra né di sinistra, sono avanti». D’accordo sull’avanti, a maggior ragione se pensiamo che la battuta è nata forse trent’anni fa. Sul resto bisogna invece vedere cosa si intende per sinistra. Affrontare la questione in poche frasi è difficile. È un fatto che se consideriamo propri della sinistra alcuni elementi portanti della sua tradizione maggioritaria (socialista o comunista che sia), e cioè industrialismo, centralismo, statalismo, siamo assai lontani.

Molti anni fa Alexander Langer parlava di recuperare «qualche idealità smarrita tradizionalmente dalle sinistre e magari rifugiata a destra: il senso della differenza contro un malinteso trionfo dell’eguaglianza; il bisogno di identità, di tradizione, di “patria” particolare; una domanda di spiritualità e di interiorità; una rivalutazione dell’iniziativa personale e di gruppo rispetto alla priorità dell’”ente pubblico”; una ricerca di “comunità” non riconducibile alla socialità politicizzata e strutturata propria della tradizione di sinistra…». Del resto anche Norberto Bobbio, nel suo celebre libretto Destra e sinistra (1994), in cui a fare da discrimine è l’opposizione disuguaglianza/uguaglianza, dapprima pone i Verdi né di qua né di là (sono “attraverso”, ubiquitari), ma per poi concludere che di fatto l’affermarsi dei movimenti verdi non porta affatto «a rendere anacronistica la vecchia diade ma a ribadirla in seno a questi stessi movimenti (…) nei quali il diverso modo di concepire il rapporto dell’uomo con la natura» – e io aggiungerei soprattutto tra uomo e uomo (e donna, ovviamente) – «è destinato a reintrodurre, e ha già in parte introdotto, la distinzione tra Verdi di destra e Verdi di sinistra». Non a caso in Svizzera c’è stata la scissione, chiarificatrice, dei Verdi liberali.

Se il semplice ambientalismo può essere trasversale, l’ecologia politica è radicalmente anticapitalistica (pensiamo già solo al tema della decrescita) e pone i Verdi, direi, non solo a sinistra ma alla sinistra del PS. Se poi scendiamo al livello dell’agire politico in Gran Consiglio, vediamo che i Verdi votano spesso, molto spesso, come il PS e/o come il MPS. Quindi un’“area” di fatto esiste, in taluni principi e nei fatti, per cui ha certamente senso porsi il problema di un suo volto elettorale unitario. La si chiami “di sinistra”, “rosso-verde” o altro ancora, ma c’è. Del resto, ne è convinta anche la dirigenza verde, visto che sta lavorando a una lista unica.

Oltre quella che ho citato prima («…sono avanti») c’è un’altra frase/sentenza sui Verdi, assai meno ricordata: «i Verdi lavorano per la propria estinzione». L’avevo già ripresa tempo fa, commentandola così: «al centro della loro visione del mondo (o almeno della corrente in cui mi posso identificare) non c’è un progetto di presa del potere ma un’idea di trasformazione sociale che passa per altre strade; non devono dunque sopravvivere a tutti i costi, autoperpetuarsi per mantenere porzioni di potere politico. Una volta affermatasi nella società l’idea che per trovare un’armonia tra uomo e natura e tra uomo e uomo bisogna abbandonare il mito della crescita economica, la cultura del profitto, lo stile di vita energivoro e consumistico, i verdi possono anche scomparire».

Penso che il ruolo fondamentale dei Verdi sia stato e rimane quello di portare le istanze ecologiste dentro le istituzioni, di essere una cassa di risonanza di un movimento che cresce innanzitutto nelle piazze, nelle associazioni, nelle campagne, nei quartieri, nelle comunità che sperimentano “buone pratiche” in ambito ambientale e sociale, ma anche nei luoghi della ricerca, accademica o no, in cui maturano le conoscenze che stanno alla base di queste pratiche. Far circolare le idee, insomma, portarle anche dentro il terreno della politica istituzionale.

Se le premesse sono queste, l’attenzione va posta soprattutto sulla presenza nei legislativi, mentre nelle dinamiche elettorali che si stanno delineando vedo il rischio che troppe energie siano assorbite dalla competizione per un seggio in Consiglio di Stato. Capisco bene le motivazioni, espresse e inespresse, che spingono alla lista unica per il governo. Tra queste mettiamoci anche il PS in perdita di velocità che deve salvare il seggio e i Verdi in ascesa che vedono la possibilità concreta di conquistarlo. Una presenza paritaria si giustifica pienamente e lascia la possibilità di ampliare l’alleanza e il bacino elettorale con una quinta candidatura esterna ai due partiti principali: la formula 2+2+1, che tanto disturba i contabili della “fronda” PS, è, come dice Pedroni, espressione di “ragionevolezza”. Ovvio che alla formuletta magica si accompagnerà poi un documento programmatico comune che suggelli il patto elettorale: lo si fa sempre (l’abbiamo fatto anche a Lugano, senza metterci il PSE…). Ma pur con una messa a punto di obiettivi comuni resterà essenzialmente quello che è: una ragionevolissima operazione elettorale che pur non riunendo tutta l’area “di sinistra” garantirà tranquillamente la conservazione di uno scranno governativo (puntando anche sulla possibilità, invero assai remota, del raddoppio).

Obiettivo irrinunciabile? Forse non così tanto. Pur riconoscendo l’importanza di alcune riforme, non so quanto la secolare presenza minoritaria in governo abbia giovato ai socialisti e soprattutto al socialismo (un tentativo di bilancio è nella recente pubblicazione Tracce di rosso, della Fondazione Pellegrini Canevascini). Dubito che gioverebbe ai Verdi e alla loro azione l’entrata di un/a loro rappresentante in un governo dominato dalla destra. Anche per questo sono stato tra i pochissimi astenuti all’ultima assemblea cantonale, in un partito che non pare avere molti dubbi sull’opportunità di questo passo. E non è che manchino buone ragioni per farlo, il passo: si possono chiamare in campo il senso di responsabilità, la convinzione di poter contribuire più efficacemente al cambiamento di rotta verso una società più giusta e meno distruttiva, e altro ancora. Ciò non toglie che la base dell’accordo, pur ragionevolissimo, resta di natura essenzialmente elettorale (scelta evidentemente pertinente, visto che di elezioni stiamo parlando).

La proposta del MPS – lista unitaria per il Consiglio Stato e per il Gran Consiglio – spostava invece il discorso su un altro piano, meno facile da portare avanti ma politicamente più interessante. Eppure, quello che poteva essere, come in fondo auspicava Enrico Lombardi, un «nuovo stimolo», è stato accolto come una provocazione estemporanea e Riget/tato sdegnosamente. Una proposta nata morta. Se è andata così ci sono evidentemente delle ragioni. Alcune osservazioni sensate in merito le ha fatte Virginio Pedroni, sottolineando la natura inflessibile, non dialogica, di quella proposta. Visto che nel nostro mondo tutto si riconduce ormai alla finanza, potremmo quasi paragonarla a un’OPA (Offerta pubblica d’acquisto) ostile. La si potrebbe ritenere semplicemente un’abile mossa del MPS per riaffermare la differenza tra sé e gli altri attraverso un’offerta di alleanza, non solo elettorale, insidiosa e verosimilmente inaccettabile. Difficile per il PS, meno per i Verdi, accogliere la prospettiva di un «cambiamento di paradigma» che «si concretizzi attraverso la costruzione di uno schieramento che sul terreno economico, sociale ed ambientale si opponga al mondo del capitale, ai suoi governi, ai suoi partiti». Difficoltà evidenziata anche nel documento MPS, in cui si sottolinea peraltro che anche per lo stesso MPS la proposta «rappresenta uno sforzo di cambiamento non certo trascurabile, in particolare dal punto di vista della tattica elettorale».

Al di là degli ostacoli propriamente politici potrebbero esserci altri motivi di prudenza da parte di Verdi e PS, in relazione alle modalità di azione del MPS. Quest’ultimo è un gruppo piccolo, coeso, reattivo, rapido nel prendere posizioni e decisioni: è un aspetto che può portare una notevole pressione sugli eventuali alleati, più “pesanti” nel loro agire, costretti a fare i conti con l’agenda del MPS e magari a subirla. Quindi a un’egemonia di indirizzo – insita nella proposta di cui stiamo parlando, che propone/impone una politica di opposizione a tutti i livelli – potrebbe accompagnarsi un’egemonia operativa a cui può essere laborioso far fronte.

Devo però dire che recentemente mi sono trovato a collaborare con il MPS su due questioni specifiche – il referendum sul PSE a Lugano e il Comitato contro la guerra – e lo si è potuto fare fruttuosamente (aggiungo che senza il MPS non ci sarebbe stata né una cosa né l’altra). E in ogni caso l’idea di un progetto d’area comune che vada oltre la contingenza elettorale (o che vada al di là di quel “programma minimo” richiesto da qualsiasi lista unica per l’esecutivo) merita di essere discussa. Insomma, tornando alle aspettative di Lombardi e a prescindere – so che non è facile – dalla natura ultimativa della proposta MPS, forse il bambino poteva anche esserci, in quell’acqua sporca buttata via d’istinto. Sarà magari per un’altra volta.

Giunti alla fine ci si potrebbe chiedere: ma a cosa serve questo articolo, che a tratti può anche sembrare un esercizio di cerchiobottismo? Cerca di fare il punto su alcuni aspetti della situazione, tutto qui. Almeno per amor di dibattito, per ballare coi lupi.


La via imbarazzante al socialismo

Domande, e qualche fatto, sulle prospettive della sinistra in risposta a Pino Sergi – Di Manuele Bertoli, Consigliere di Stato 

“Quando ne abbiamo parlato a PS e Verdi, abbiamo visto molto imbarazzo, che ci ha convinti che era la proposta che dovevamo portare avanti”. Questa sorprendente frase, quasi una confessione, si può leggere nel testo dell’intervista rilasciata alla Regione (il 27 luglio scorso) dal coordinatore del MPS Giuseppe Sergi per illustrare l’offerta avanzata dal suo partito di un’alleanza di ferro a sinistra. Le proposte fatte per imbarazzare possono avere molti scopi, dall’offensivo al terapeutico, ma di solito non quello di coinvolgere seriamente l’interlocutore in un’azione comune in vista di un obiettivo condiviso.

Osservata da sinistra, la preparazione della prossima campagna elettorale sembrava, con una rilevante eccezione di cui diremo, avviata su binari di ragionevolezza. L’alleanza rosso-verde per il Consiglio di Stato, con una presenza paritaria in una lista unica di rappresentanti delle due forze e di un quinto candidato (eh sì, non ne bastano quattro, perché lasciare un posto vuoto darebbe una brutta impressione) proveniente dalla fantomatica società civile, crea le migliori condizioni per garantire un seggio in governo ai progressisti, e magari anche per sperare qualcosa in più. Per il resto, questione delle candidature PS a parte (ecco l’eccezione, di cui diremo), sarebbe stato il caso di parlare di contenuti. Poi sono giunte le prime increspature.

Si è incominciato fra i socialisti, dove qualcuno – forse anche per sostenere un’anomala e precocissima autocandidatura (quella di Amalia Mirante) a un posto in lista – contesta, sulla base della storia e della forza elettorale pregressa, una presenza paritaria di socialisti e verdi. Un’obiezione, questa, che, se dovesse prevalere, comporterebbe la rottura dell’accordo elettorale fra le due principali forze della sinistra. È difficile capire il senso di questa posizione, anche perché l’esito della competizione interna alla lista, questione che legittimamente sta a cuore ad ambedue i contraenti, non dipende dal numero, ma dal peso dei candidati.

Poi è arrivata la proposta di unità blindata (o tutto o niente) da parte del MPS. Proposta “imbarazzante”, come detto, in realtà forse soprattutto per chi l’ha avanzata. Eccone i termini: lista unica per esecutivo e legislativo, revisione radicale della linea politica in particolare del PS, per convergere sulle posizioni del MPS (l’opposizione e il rifiuto di ogni compromesso, anche in governo, con chi non è radicalmente ostile alla logica del capitale, come via privilegiata verso una non meglio precisata svolta rivoluzionaria, contrapposta a qualsiasi illusoria strategia a tappe). Quanti punti esclamativi, per chi dice di voler dialogare! Insomma, un paradossale miscuglio di fusionale volontà unitaria e assoluta mancanza di flessibilità. Come non provare imbarazzo.

Infine, su Naufraghi si è cominciato a discutere in questi giorni del fatto che, se Marina Carobbio dovesse scendere in campo nella contesa per il governo, si confermerebbe l’esistenza di un cerchio magico “carobbiano” che ha messo le mani sul Partito socialista, una situazione fatta risalire addirittura ai tempi del PSA, a partire dalla tormentata scelta del 1975 di inviare a Berna Carobbio e non il più votato Martinelli. Che dire? In politica i personalismi contano e i cognomi hanno un peso notevole, persino quando si devono eleggere i presidenti degli Stati Uniti (i Kennedy, i Bush, i Clinton) o i primi ministri dell’India (i Nehru-Gandhi), ovvero della seconda e della prima democrazia del mondo per numero di abitanti, figuriamoci nel nostro piccolo Ticino. 

In proposito, evito la lista delle famiglie perché troppo lunga, e non vorrei, dimenticandone qualcuna, farle un torto. Le ambizioni personali esistono, possono a volte anche essere ingombranti, ma la qualità di una classe politica dirigente si misura anche dalla capacità di gestirle in vista di un interesse superiore. Sentiamo allora come commenta quel lontano episodio degli anni Settanta la “vittima” della situazione, cioè Pietro Martinelli, nel suo libro-intervista autobiografico recentemente pubblicato (strano che nessuno, neppure l’anonimo – a proposito, perché anonimo?- estensore dell’articolo di Naufraghi, abbia sentito il bisogno di consultarlo, per completare il quadro): “Oggi penso che quella sia stata la chiave della nostra vittoria. Senza quella decisione, Werner a Berna e io in Ticino, non saremmo andati avanti a lungo con quello spirito di amicizia e concordia che ci ha permesso di superare tutte le rivalità e contrapposizioni che avevano avvelenato la vita nel PST” (P. Martinelli, Le battaglie di una vita, a cura di R. Antonini, Casagrande, Bellinzona 2021, p. 123). Ogni ulteriore commento mi pare superfluo. Un giudizio che si può leggere anche come un monito.

Perché non sono tutte rose. Il fatto che il PS, alla ricerca di una candidatura forte e competente per la successione di Manuele Bertoli, pensi di dover prendere in considerazione due possibili arrocchi istituzionalmente assai poco eleganti (dal Consiglio degli Stati o dalla sindacatura di Bellinzona al governo cantonale, a mandato non concluso) è il sintomo di una difficoltà di rinnovamento del personale politico assai preoccupante.

Qui arriviamo a una questione generale ben più importante. Le vicende più sopra commentate riguardano la politique politicienne locale, quella politica dei politici di professione che è parte essenziale della democrazia (di politici professionisti in senso lato, ovvero di tutti coloro che dedicano una fetta considerevole del loro tempo alla politica, e ne traggono tutto o una parte significativa del loro sostentamento: quelli che, come diceva il grande sociologo Max Weber nella sua famosa conferenza del 1918 sulla politica come professione, vivono per la politica ma anche di politica). La qualità di questa sfera della classe dirigente, come più in generale quella della democrazia, è oggi in ribasso. Ha ragione il MPS: non siamo in tempi da business as usual, ma questo vale anche per loro. La politica dei professionisti e semiprofessionisti, con i loro tatticismi, personalismi, calcoli, sgambetti rischia di diventare sempre più autoreferenziale e a volte, soprattutto quando c’è di mezzo un incontrollato ego, grottesca (il caso italiano è purtroppo davanti ai nostri occhi). Astensionismo elettorale e populismo sono gli effetti anche di questo fenomeno. 

Oggi la democrazia è davvero in crisi, a causa dei conflitti profondi interni alle società democratiche devastate da decenni di neoliberismo e delle sfide provenienti da quelle non democratiche (metterle tutte sullo stesso piano, sotto la categoria di imperialismo -euroamericano, russo, cinese, ecc. – è la classica, hegeliana, notte in cui tutte le mucche sono nere). La sfida per chi sceglie la vita politica, soprattutto se si colloca in quella parte oggi minoritaria che è la sinistra, è dunque ancora più grande, e più arduo il compito di muoversi, come diceva Weber, fra un’appassionata etica della convinzione, che non deve divenire fanatismo, e una sobria etica della responsabilità, che non si tramuti in pigra o vigliacca acquiescenza.


Fibrillazioni sulla zattera dei Naufraghi?

Domande, e qualche fatto, sulle prospettive della sinistra in risposta a Pino Sergi – Di Manuele Bertoli, Consigliere di Stato 

Parto dal fondo, dalla didascalia che accompagna la foto, sperando di non andare a fondo: «Nell’immagine: una delle pochissime fotografie di Werner Carobbio disponibili online». Dato che l’articolo firmato da un non meglio precisato “Giusfin” (anche sulla zattera dei Naufraghi ci sono clandestini?) gioca molto con il modo verbale del condizionale (“parrebbe”, “sembrerebbe”, “si vorrebbe”) speculo a mia volta e sorrido pensando che simili didascalie si usano solitamente per accompagnare fotografie di latitanti (eppure il politico in questione è – meglio era – paradossalmente un presenzialista per cui ci sono centinaia di fotografie sue in circolazione: infatti Google ne offre molte).

Ma andiamo alla sostanza. L’articolista per due terzi del suo scritto etichetta la proposta politica del Movimento per il Socialismo (MPS) come «provocatoria», “velleitaria”, “donchisciottesca” e «talmente declamatoria che non contiene un solo argomento che possa essere trasformato in proposta o in azione serie». Basterebbero questi giudizi per giustificare «il secco e rapidissimo diniego ad una proposta di unità del MPS» da parte della co-presidente Laura Riget. Certo, la direzione del PS avrebbe potuto, da bravi ‘dorotei’, far finta di entrare nel merito della provocazione, temporeggiare e poi dire “no grazie” per le stesse ragioni evidenziate da Giusfin. Io, al posto loro, forse lo avrei fatto; avrei detto al duo Sergi & Pronzini di essere interessato solo per vedere lombrosianamente la loro faccia! Invece la precipitosa co-presidenza ha detto subito di no! Troppo seri questi giovani co-presidenti del PS.

E veniamo alle supposte assenze di «proposte concrete, pratiche, politicamente sostenibili»; al fatto che «si disquisisce sulle candidature piuttosto che sul cosa si intende fare». Chi segue attentamente e non superficialmente le piccole vicende politiche di casa nostra sa che è stata nominata una ‘Commissione cerca’ col compito di individuare personalità che possano interpretare bene il pensiero politico socialista e quindi figurare sulle liste del Consiglio di Stato e del Gran Consiglio ad aprile 2023. Alla direzione del partito il Comitato cantonale ha poi affidato il non facile compito di cercare alleanze con altre formazioni politiche della sinistra affinché ci si possa presentare alle prossime elezioni cantonali con una lista forte e il più possibile coesa attorno a un programma condiviso. Ed è quello che sta succedendo. Purtroppo però agli organi di informazione interessano di più i nomi; i mass media sono infatti più pronti ad appassionarsi al gioco della torre, cioè a chi è buttato giù dalla torre, che ai programmi. E il giochetto è loro reso ancora più simpatico da chi ha già annunciato ai quattro venti la sua disponibilità a figurare sulla lista per l’elezione del prossimo Consiglio di Stato. Questa è la politica, bellezza! Purtroppo! Veniamo al «giochino del cerchio magico, che ha cominciato a funzionare nel 1975 quando fu lasciato a casa Pietro Martinelli, che avrebbe dovuto andare a Berna, per mandarci Carobbio».

A parte il fatto che bisognerebbe conoscere meglio la vicenda prima di pronunciare dei giudizi, mi pare che il presunto «giochino» non sia poi riuscito male, anzi! L’ articolista sig. Giusfin snocciola dati sulla presenza dei Carobbio a Berna e a Bellinzona. La storia ci dice che un politico rimane a lungo al potere sostanzialmente per tre motivi: o per un uso delittuoso del potere (clientelismo, minacce, repressioni ecc.); o per la mancanza di sostituti di pari forza, popolarità, competenza; o per la sua capacità di governare con (piena o accettabile) soddisfazione dei cittadini elettori. Prendiamo il caso dei sindaci. Giorgio Giudici (re Giorgio) è stato sindaco di Lugano per quasi 30 anni: in virtù di una perfetta organizzazione clientelare? O per mancanza di alternative? O per una libera scelta dei cittadini elettori luganesi che hanno premiato la competenza?

Werner Carobbio è stato sì a lungo in Nazionale, ma con una preparazione e una personalità che oggi sono merce rara. Pietro Martinelli ha lavorato e molto bene per tre legislature in Consiglio di Stato e ne avrebbe fatto volentieri una quarta se il partito l’avesse appoggiato (ma forse è stato giusto così, anche se si è perso non poco a livello politico, intenso come scienza del governo). La possibile candidata al prossimo Consiglio di Stato, mai nominata nell’articolo di Giusfin, cioè Marina Carobbio, ha fatto e sta facendo una carriera politica importante (dal Gran Consiglio al Nazionale – poi da lei presieduto- agli Stati) per meriti certamente suoi. Possiamo riconoscere a questi tre politici appena citati competenza, impegno, onestà ed esperienza? Direi proprio di sì! Il problema vero, ed è questa la reale colpa di tutti i partiti, è la disattenzione o negligenza nel preparare la generazione successiva di possibili politici.

 Per concludere mi pare che la situazione politica attuale, non facile per non dire molto difficile, richieda l’impegno di politici competenti e di esperienza che non perseguano l’interesse personale, ma che si occupino del bene comune. Purtroppo non ne vedo molti in circolazione. E spero che i pochi superstiti (e in questo caso le poche) resistano, resistano, resistano.

La redazione precisa che immagini e didascalia sono della redazione, e non di chi ha steso l’articolo in questione. Quanto al numero di immagini disponibili online, chiunque lo può facilmente verificare