La pagliuzza e la trave

La pagliuzza e la trave

Udc, liberali e parte del centro contro l’aiuto alla stampa svizzera in votazione a febbraio: ma tacciono sul saccheggio della pubblicità da parte di Google e co. che mette in crisi i giornali svizzeri


Roberto Porta
Roberto Porta
La pagliuzza e la trave

A Berna, parlamento e governo l’hanno chiamato: “Pacchetto di misure in favore dei media”. Ed è considerato come una sorta di scialuppa di salvataggio per aiutare le testate giornalistiche svizzere – anche quelle online – a rimanere a galla in questo tormentato periodo storico. Basti dire che negli ultimi trent’anni il nostro Paese ha perso per strada una settantina di giornali, messi irrimediabilmente alle strette dalla mancanza di mezzi finanziari, dal calo degli abbonamenti e della pubblicità. E dalla drastica modifica delle abitudini del pubblico, sempre più attratto dal richiamo – gratuito – dei social media. Negli ultimi anni in Ticino ne hanno fatto le spese il “Giornale del Popolo” e “Il Caffè”. E così il mondo della politica si è mosso e ha dato vita a questo pacchetto in sostegno dei media, in tutto 150 milioni di franchi all’anno che vanno ad aggiungersi agli oltre 130 milioni già versati oggi. Si tratta di misure a sostegno della distribuzione postale dei giornali, in favore delle radio e delle televisioni locali e di aiuti ai siti online di informazione.

Sono previsti anche finanziamenti in favore dell’agenzia di stampa svizzera e delle scuole di giornalismo. Esclusa da questo pacchetto sarà la SSR, visto che riceve già il canone e, in gran parte, i maggiori gruppi editoriali elvetici. Il sistema prevede infatti che il sostegno finanziario sia destinato soprattutto alle piccole testate che si muovono su scala regionale. Maggiore sarà il fatturato e minore sarà l’aiuto pubblico che si potrà ricevere: questo il principio attorno a cui ruota il meccanismo di sovvenzioni ideato da governo e parlamento. Il 13 di febbraio si andrà alle urne perché in particolare il PLR e l’UDC, con qualche sostegno sparso anche da parte dell’Alleanza di centro, hanno lanciato il referendum. Un’alleanza di destra che non ne vuole sapere di questo aiuto pubblico ad un settore in chiara difficoltà e da più parti ritenuto fondamentale per la coesione del Paese, per la promozione della pluralità delle opinioni e in definitiva per la qualità democratica della nostra società.

Ma al di là degli aspetti tecnici di questa riforma – sono ad esempio esclusi i quotidiani e i siti di informazione online gratuiti – va sottolineato con forza un aspetto che viene molto spesso dimenticato. Il mercato pubblicitario svizzero cede circa un miliardo e 400 milioni di franchi all’anno ai giganti di Internet, Google e Facebook su tutti. Cifra riportata dallo studio sulla qualità dei media pubblicato annualmente dall’Università di Zurigo. L’impressione è che i referendisti preferiscano prendersela con le piccole testate elvetiche e che non si siano nemmeno accorti di questi falchi feroci e ingordi che fan man bassa di entrate pubblicitarie. Soldi che oggi finiscono negli Stati Uniti ma che in altri tempi sarebbero rimasti in Svizzera. E non stiamo parlando di briciole ma appunto di quasi un miliardo e mezzo di franchi. Anche per questo motivo, per il ruolo crescente di Google e affini, i ricavi pubblicitari sono calati del 40% negli ultimi venti anni.

Fa dunque sorridere – ma ci sarebbe da piangere – che proprio il fronte sovranista si schieri contro questo pacchetto di misure ma lasci del tutto indisturbati questi poteri mediatici stranieri, liberi di saccheggiare il mercato pubblicitario elvetico. Un sovranismo dunque a due velocità, che si inalbera ad esempio per il cosiddetto “miliardo di coesione” destinato ai Paesi più poveri dell’Unione europea – si tratta di un miliardo e 300 milioni, spalmato su 10 anni – e non fa nulla per una cifra simile – ma su base annuale – che invece finisce nelle casse straniere dei grandi giganti di Internet. La campagna in vista della votazione del 13 febbraio sarà di certo agguerrita, anche perché i media sono finiti nel mirino delle critiche pure della rumorosa galassia “no vax”.

Se il fronte del “sì” vorrà riuscire a vincere dovrà dar prova di compattezza e far leva sulle tante contraddizioni dei referendisti, prima fra tutte quella, appunto, del sovranismo a due velocità. Google e Facebook liberi di fare quello che vogliono nel nostro Paese e stampa locale sempre più penalizzata. È questa la visione davvero lungimirante di chi combatte questi aiuti ai media!

Roberto Porta è presidente dell’Associazione ticinese dei giornalisti (ATG)

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