Vi racconto un altro Afghanistan

Vi racconto un altro Afghanistan

Riflessioni anche controcorrente dell’inviato ticinese Filippo Rossi, collaboratore di quotidiani svizzeri e del settimanale l’Espresso


Filippo Rossi
Filippo Rossi
Vi racconto un altro Afghanistan

Vorrei fare una provocazione. Una riflessione. Per chi ha conosciuto l’Afghanistan della Repubblica islamica, Kabul non sembrerebbe più la stessa oggi. Non solo Kabul, il paese in generale. Molte cose sono cambiate. Ma non tutte in negativo. Molta disinformazione, molti giudizi e preconcetti hanno completamente distorto la realtà dei fatti. Sì, l’Afghanistan che l’occidente ha conosciuto e che ha voluto cambiare forzatamente non esiste più. In realtà non è mai esistito. È sempre stata un’immaginazione per giustificare un’occupazione fallimentare e massacri di centinaia di migliaia di persone.

Il ritorno dei Talebani è stato preso molto male da tutti, quasi fossero estranei completamente al paese e il diavolo in terra. È vero, negli anni ’90 lo sono forse stati. Ma oggi, oltre a rappresentare molta più popolazione afghana di quanto si pensi -trasformandosi negli anni da movimento puramente ultraconservatore a movimento di resistenza (caratterizzato sì da tratti estremisti) e sostenuto da molte persone che hanno subito torti o uccisioni da parte delle forze Nato – non si stanno comportando esattamente come la gente pensa o dice che facciano. Girano fake news a tutto spiano. Nemmeno una delle più famose attiviste del paese (una donna di più di 70 anni) si azzarda per ora a fare pronostici su ciò che succederà, sebbene non nasconda che a suo modo di vedere la situazione non prometta nulla di buono. Le donne con le quali ho parlato hanno pianto, sì. Ma più per il timore dettato dall’incertezza, visto che i fatti alla mano non confermano le paure. Non è un elogio all’Emirato islamico. Non bisogna fraintendere, attenzione. Difatti, sarebbe difficile difenderne alcuni comportamenti al limite, come le intrusioni notturne, i furti di veicoli da proprietà private, le minacce, oppure il fatto che hanno bandito le donne dallo sport. 

È semplicemente l’esposizione di una realtà dei fatti. 

Sia uomini che donne dicono: “Mitarsim ama bibinim chi meisha”, ovvero: “Siamo spaventati ma aspettiamo per vedere”. I giornalisti europei giustificano le proprie idee dicendo che non ci sono donne per strada, che è pericoloso, che sono costrette a coprirsi. Si creano nel loro proprio immaginario degli scenari che poi trasmettono a chi legge da casa perché spesso non hanno una misura di riferimento con il passato. Sono spesso esagerazioni fatte perlopiù per ingigantire il loro lavoro che per riportare quello che succede. Forse ci saranno meno ragazze in giro. Può darsi, anche se è difficile fare un calcolo preciso. Ma ne vedo altrettante come prima negli ospedali, negli aeroporti, nei locali, nei mercati e anche nelle università. E sono vestite come prima, senza niqab o chadori (burqa). Ma con Hijab-Islami, il velo, il fazzoletto. Cosa che era normale anche prima.

Persino i talebani hanno espressamente detto che solamente l’”Hijab Islami”, il fazzoletto, è obbligatorio. Il burqa altro non è che una forma culturale e personale di una donna o di una famiglia. Cosa differente. E che nelle province ci siano più donne con questo tipo di abbigliamento viene dal fatto che nelle province la gente è più conservatrice. Ma è sempre stato così. In Afghanistan, le donne si sono sempre vestite in modo conservatore per strada e ora non hanno cambiato molto il loro stile. Spesso proprio perché durante il governo precedente, era pericoloso camminare per strada e gli abusi erano moltissimi. E chi obbligò il burqa per un periodo – dettaglio storico- fu il noto Ahma d Shah Massud. Il periodo del Jihad fu tremendo. Chiedetelo a qualsiasi donna afghana. Piuttosto, vedere giornaliste di fama internazionale girare per le strade con braccia e gambe scoperte, oppure con magliette attillate è un insulto alla cultura afghana, non ai talebani. E questo ha dato fastidio a tutti. Quindi per i blogger arrivati come avventurieri dico: va bene fare informazione, ma almeno fatela giusta. Inutile fare sensazionalismo per accaparrarsi qualche follower in più e fare propaganda. Tutti fanno errori, compreso io. Anzi ne ho fatti molti e li ammetto. Ma perseverare è diabolico.

Alcune scuole femminili sono state interrotte. Sì, verissimo. Ma le università private no. Le classi fra ragazzi e ragazze sono state separate ma al liceo, per esempio, lo erano già prima. Non è quindi una misura uniforme né una novità. Ora si vedranno le vere misure prese. Non si può giudicare troppo in fretta. Per ora l’unica università che resta chiusa è quella di Kabul, che ancora non ha ricevuto il via libera per riaprire. Molti dicono che non potranno studiare, fare arte, cantare. Ma ancora nessun divieto finora, o solamente moniti unilaterali da parte di mujahidin per strada.

Il discorso sulle donne, infine, è molto delicato in una società conservatrice come l’Afghanistan. Io posso assicurare, e lo ribadisco – e sono le parole anche di reporter che come me hanno seguito il paese per anni – che le donne girano per strada, sono all’università, sono a scuola e soprattutto si vestono come prima. L’ho visto.

Le donne, per dirla tutta, hanno paura. Comprensibile. E le cose per loro non saranno più come prima. Non bisogna nasconderlo e rattrista molto. Avranno sicuramente delle limitazioni, come ad esempio nello sport o nei viaggi. Sono cose che si sentono ed è solo questione di tempo prima che vengano imposte. Ed è una cosa tragica. Ma per ora speculiamo come se stessimo scommettendo alla roulette e sicuramente i Talebani non saranno restrittivi come prima. Non al punto che vogliono far credere i più allarmisti. È evidente come la questione delle donne afghane, utile per 20 anni a politici e attivisti, sia stata rimessa in voga da maniaci di protagonismo che poi, per davvero, non se ne curano molto appena la notizia scema.

Ci sono vari motivi se molte donne non lavorano e non escono. Innanzitutto, se le scuole sono chiuse non vanno al lavoro (ma le donne lavorano nei ministeri, negli ospedali, negli aeroporti, sono nei luoghi pubblici di fianco ai talebani). Ma poi c’è la crisi economica, problema principale. Se non hanno soldi per andare al mercato, non ci vanno. E la maggior parte delle donne si occupa della casa. 

Vorrei portare un esempio concreto: nell’ospedale Ali Abad di Kabul, un medico mi ha detto che ha visto donne morire perché non ammesse alle cure intensive, perché i talebani non permettevano che fossero curate da uomini. Bene. Dopo 10 minuti, intervisto una dottoressa. Mi dice che non è vero, che lei può curare tutti, anche uomini. Molti manipolano i giornalisti per i propri interessi. 

Osservando i mujaheddin per strada e parlando con i leader ci si accorge che hanno vissuto per anni in un altro emisfero. Quando li ho visitati durante la guerra, mi potevo benissimo immaginare uno scenario simile. Per molti di loro arrivare in una città come Kabul dove tutti i servizi sono presenti – parliamo di servizi base come l’elettricità – è stato uno shock. Non hanno mai assistito a una manifestazione, mai avuto a che fare con proteste oppure con donne per strada che urlano. Non hanno mai visto un luna park o uno zoo. Ancora, non è una giustificazione, ma bisogna capire che non hanno mai avuto il tempo di essere istruiti e di abituarsi a una vita cittadina e civile, essendo stati costretti a vivere in grotte remote senza nemmeno la connessione per il cellulare durante la guerra. 

Dietro a tutte le critiche – e se ne potrebbero fare molte ai talebani a partire dal governo che è stato scelto e alle stranezze che stanno accadendo in questi giorni a livello politico – non possiamo ancora giudicare le misure prese. Finora ci sono state esclusivamente imposizioni unilaterali, decise da comandanti o leader regionali. Discoste e non ufficiali dal governo di Kabul. Ancora, molte le fake news di propaganda estera, indiane, russe, turche e anche occidentali che hanno cercato di infangare la reputazione generale del movimento. Titoli di giornale fuorvianti. Dal Panjshir, dove si parla di torture sui civili senza nessuna prova, alle donne frustate o alla stampa messa a tacere. Forse è successo, ma ammesso che ci siano le prove, sono casi isolati. Molte violenze contro i giornalisti che abbiamo potuto vedere, inoltre, mi ricordano alcune manifestazioni europee. Non è sbagliato dire che ci sono state violenze e che sono state denunciate. Ho sentito di alcuni abusi e uccisioni anche in città di provincia. Ma ancora, sono casi isolati.

La cosa che mi sorprende è vedere molti giornalisti stranieri prendere una parte, essere faziosi, solamente perché nell’immaginario comune (così come nel nostro vocabolario), un talebano è satana. Ma non è sempre così. Ci sono molti dettagli che andrebbero approfonditi. E sarebbe tema di un articolo a parte. Vedere una giornalista di punta della principale rete pubblica italiana che provoca volutamente un talebano per fare scandalo e diventare un’eroina non è giornalismo. È spazzatura. E vorrei dirle che una persona in Afghanistan non si guarda mai negli occhi, perché è segno di sfida. Provocare un talebano solamente per fare l’eroina, fa di te una persona che non rispetta la cultura altrui, cercando di imporre la propria.

Con questo non voglio dire che non ci siano persone a rischio. Anzi, molte sono fuggite perché impaurite e forse davvero ricercate. La guerra fa brutti scherzi. Ma altrettante che non ci sono riuscite hanno ricevuto un’amnistia ufficiale. Alcuni dicono che i talebani entrano nelle case di notte. Ma non ci sono prove ufficiali. Sono voci di molti amici e conoscenti che raccontano. O hanno rubato e occupato molte case. Io ci credo, ma a volte sono esagerazioni. In Afghanistan gira ogni tipo di notizie per spaventare e fomentare l’odio, quando per ora non c’è una via ufficiale, non ci sono leggi concrete e si è creata una situazione caotica. Peraltro, non troppo distante da ciò che era prima, dove i signorotti della guerra presenti nel palazzo presidenziale e nel parlamento chiudevano strade intere, rapivano, uccidevano, torturavano. E le leggi e la costituzione per alcuni erano “aleatorie”. Era uno stato mafioso. Ora questo non c’è più.

Una cosa che si dimentica facilmente inoltre è che per molti afghani vedere il numero di morti a causa della guerra scendere dai 200 giornalieri a zero è per ora più importante di altro. E poi, il vero problema adesso è la crisi economica che sta affossando il paese in un baratro dal quale difficilmente si rialzerà senza aiuti internazionali, i quali difficilmente arriveranno se la leadership talebana non darà una sterzata alle decisioni prese nell’eleggere un gabinetto molto radicale – secondo alcuni imposto dal Pakistan proprio per mantenere una situazione di instabilità nel paese. Ma non è solo colpa dei talebani se l’economia è al collasso. Gli occidentali sono i primi responsabili, con un ritiro caotico, quasi fatto apposta, e una gestione immorale delle risorse durante 20 anni di presenza ingiustificata durante i quali miliardi sono stati sperperati per uccidere civili e creare solo dipendenza. La chiusura delle frontiere, degli aiuti internazionali ai civili. La chiusura voluta delle banche. Tutti fattori che hanno pesato molto su un paese che viveva praticamente solo di rimesse e aiuti esteri (il governo repubblicano stesso e suoi addetti erano pagati principalmente dai fondi USAid). Non sono io a dire che l’occupazione è stata una violenza contro l’Afghanistan. Lo dicono tutti gli afghani, compresi coloro che hanno approfittato e si sono arricchiti con il flusso di denaro arrivato nel paese da ovest. 

Intanto la gente non mangia e non beve. Non è uno scherzo. E ora arriva l’inverno, i trasporti su strada si faranno più difficili, i costi dei beni di base aumenteranno ancora di più. La gente ha fame perché il mondo non fa respirare il paese. Ciò aumenterà solamente la tensione.

Molte persone che sostenevano i talebani durante gli anni della resistenza all’occupazione, si sono schierate contro questo governo. A pochi piace. Ed effettivamente non sorprende. Ma ciò non toglie che bisogna lasciare la transizione fare il suo corso, vedere cosa succederà e le misure che verranno prese, anche perché se i Talebani manterranno le promesse cercheranno di creare un governo inclusivo. Ma solamente se i paesi vicini e la comunità internazionale lo permetteranno. Poi se ne riparlerà. Gli scenari politici sono due: una riforma del gabinetto, ovvero un’apertura a donne e minoranze, oppure uno scontro civile. Ci sono troppe incognite, troppe sorprese. Ministri che non si sa nemmeno che faccia abbiano, altri che sono sulle liste dei terroristi. E uno scontro fra diverse fazioni interne al nuovo regime, che non è altro che un riflesso di interessi esterni, aggiunto a gruppi di milizie per ora silenziose ma pronte all’agguato e sparse su tutto il territorio, potrebbe essere letale per la stabilità del paese. 

La gente ha gli occhi puntati solo sul Panjshir, idolatrando un gruppo di signori della guerra corrotti visti come eroi della resistenza contro i talebani, guidati da un leader – Ahmad Massud- tanto temerario che guida la prima linea da un hotel 5 stelle di Parigi, o dalla capitale tagika Dushanbe. Oppure dall’eroico e corrotto ex-vicepresidente Amrullah Saleh, il quale appena sentito l’odore di polvere da sparo avvicinarsi troppo è decollato con un elicottero per il Tajikistan, spendendo per il carburante tanto quanto sarebbe costato il cibo per sfamare l’intera Kabul per una settimana. Non mi ha sorpreso per nulla. Mentre il problema più grande, di cui nessuno parla, è latente: in tutto il paese decine di milizie armate e sostenute da paesi ostili al nuovo regime potrebbero improvvisamente fare un brutto scherzo al nuovo governo.

Insomma, l’Afghanistan che molti hanno conosciuto non esiste più. Molte cose cambieranno, molte sono già cambiate. La sensazione di estrema sicurezza che si ha camminando per le strade, però, fa capire anche che non tutto è negativo. Per molti afghani questo è inaccettabile, non riusciranno mai ad accettare i Talebani. Alcuni ci convivranno in silenzio, soffrendo. Altri invece hanno aperto la porta di casa e tirato un sospiro di sollievo. Non si può generalizzare. Chi è fuggito prima o poi proverà a tornare. Gli afghani sono troppo legati alla loro terra.

Resta il fatto che il più grande danno non lo hanno fatto i Talebani, bensì la comunità internazionale, la quale ha distrutto un paese con l’arroganza di chi pensa che il proprio modello sia il migliore. E non è ancora finita.

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