Spettro politico compatto, israeliani anestetizzati

Spettro politico compatto, israeliani anestetizzati

GUERRE DEL GOLFO Lo stesso copione tra slogan militaristici, distorsioni bibliche e discriminazioni interne. Sinistra e destra insieme contro il «nemico» comune, mentre la popolazione corre nei rifugi dieci volte al giorno e agli sfollati arrivano appena cento euro di contributo


Sarah Parenzo
Sarah Parenzo
Spettro politico compatto, israeliani anestetizzati

Dalla nostra corrispondente da Tel Aviv

Sabato 28 febbraio, poche ore dopo l’inizio della nuova offensiva contro l’Iran, Yair Lapid, leader dell’opposizione israeliana, postava già il proprio sostegno all’operazione militare promossa dal governo Netanyahu. Insieme a Lapid ad applaudire all’eliminazione di Khamenei, esprimendo soddisfazione e fiducia nelle capacità dell’Idf, c’erano anche i democratici guidati da Yair Golan.

Ogni qualvolta si intraprende una battaglia contro un «nemico» comune lo scenario è il medesimo: la già flebile sinistra sionista perde ogni residuo di capacità critica, allineandosi alla volontà della destra, mentre i civili, reduci da anni di guerre e traumi, accettano passivi e rassegnati il proprio destino.

AD ANESTETIZZARE gli israeliani, trasformandoli in marionette mansuete e disciplinate, costrette a correre giorno e notte nei rifugi antimissile al ritmo di 10 sirene nell’arco delle 24 ore, è un cocktail letale «generosamente» offerto dai media e dai programmi scolastici che ripropongono la stessa criminale retorica che da anni deforma le coscienze, normalizzando l’uso della guerra.

Tra gli ingredienti principali che annebbiano le menti, sopprimendo ogni dissenso, troviamo gli abusati slogan «insieme vinceremo» e «occasione storica», la distorsione di passi biblici, per lo più estrapolati acriticamente, e la strumentalizzazione della memoria della Shoah che insieme perpetuano la percezione dell’eterna vittima minacciata dall’esterno.

Intrappolati in quella che la psicoanalista Dana Amir intervistata da Dana Mills per la piattaforma indipendente Local Call, ha definito una «coazione a ripetere», nel disperato tentativo di esercitare il controllo che hanno perso da tempo, gli israeliani ricorrerebbero alla violenza come unico strumento di gestione dei conflitti, al punto da dimenticare il dettaglio che in questo frangente storico è quasi sempre Israele stessa a innescarli.

Per capire che il fenomeno non riguarda solo i fanatici delle schiere di Ben Gvir e Smootrich, basta leggere i post della laburista Naama Lazimi che, nonostante un serio passato da sindacalista, celebra la morte dell’ayatollah alla vigilia della festività ebraica di Purim, dimostrando di non essere immune alle seduzioni etno-religiose che la propaganda utilizza da anni per raccogliere consensi.

Se la diffidenza innata verso gli altri era giustificata nei secoli della diaspora che ha riservato agli ebrei un destino infausto, una volta acquisita la sovranità essa si va gradualmente trasformando in un boomerang che, oltre a colpire ingiustamente i palestinesi, si ritorce contro gli israeliani stessi che pagano un prezzo molto più alto di come probabilmente appare agli spettatori esterni, ormai comprensibilmente critici e indignati.

ELIMINARE le minacce, quand’anche reali, non si dimostra ormai condizione sufficiente per condurre una vita normale e, per lo stato ebraico, la prima settimana di questa nuova guerra si chiude con un bilancio negativo costellato da morti, feriti, distruzione, angoscia, paura e soprattutto da un’immensa stanchezza. Netanyahu ha scelto di scatenare un altro pericoloso conflitto con l’Iran senza aver affrontato la questione dell’assenza di rifugi a norma di legge, pur consapevole che almeno il 33% dei residenti non ha accesso ad alcuna protezione.

È superfluo specificare che la discriminazione avviene per lo più su base etnica e di censo, finendo per riguardare in particolare gli ultraortodossi e i palestinesi, questi ultimi doppiamente esposti ed eterni assenti dalle agende politiche che strumentalizzano i diversivi regionali per distrarre l’opinione pubblica dal dramma che si consuma Gaza e Cisgiordania. E mentre i proprietari degli edifici danneggiati a giugno sono ancora in attesa di una risposta dalle istituzioni, i nuovi sfollati si trovano a disporre del ridicolo contributo di poco più di cento euro per l’acquisto di beni di prima necessità.

Mentre gli attori nell’arena si moltiplicano e la confusione si estende a tutta la regione, con il coinvolgimento del fronte libanese e la resistenza dell’Iran la guerra si preannuncia lunga e gli israeliani si ritroveranno ancora una volta costretti a lavorare sotto le bombe con le scuole semi funzionanti e un sistema di salute mentale al collasso che deve ancora far fronte al trauma delle vittime dirette e secondarie del 7 ottobre, così come di soldati e riservisti che prestano servizio da due anni e mezzo a questa parte.

PER USCIRE indenni da tanto disagio questa volta non basteranno certo i cosiddetti «coach di resilienza» messi a disposizione agli utenti da una delle maggiori assicurazioni sanitarie, chi è stato lungimirante è già scappato e molti cercheranno di lasciare il paese.

A oggi solo i partiti arabi e i membri della coalizione per la pace «It’s Time» hanno condannato fermamente la guerra mentre con queste esecuzioni hollywoodiane Netanyahu sembra aver guadagnato nei sondaggi.

Tuttavia, se il regime iraniano non crollerà, come è probabile, anche lo scenario del «nuovo Medio Oriente» dovrà farsi attendere deludendo il primo ministro israeliano che, travestito da falso messia, inscena salvataggi di altri popoli mentre ebrei e palestinesi si confrontano, asimmetricamente e quotidianamente, con la lesione dei diritti fondamentali garantiti da ogni democrazia che pretenda di definirsi tale.

Scritto per il manifesto

Nell’immagine: un rifugio a Tel Aviv

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