Il nemico invisibile

Il nemico invisibile

Israele vive sopra una bomba, e il diniego dei diritti palestinesi è il grande ostacolo


Sarah Parenzo
Sarah Parenzo
Il nemico invisibile

Tel Aviv, 24 giugno 2021

Sono trascorse solo poche settimane dal cessate il fuoco che ha messo fine all’ultima escalation di violenza tra israeliani e palestinesi e, almeno qui nel centro di Tel Aviv, del conflitto, dell’occupazione e quasi quasi anche degli stessi palestinesi già non si percepisce più alcuna traccia. Una volta terminata l’emergenza missili, la quotidianità ha ripreso il sopravvento, e sono sufficienti il nuovo governo, il nuovo presidente e la minaccia di una nuova variante Covid per catalizzare l’attenzione dei media.

Vorrei dunque partire proprio da questa normalità apparente per riprendere alcune riflessioni, in parte da me condivise nei giorni scorsi in occasione di una serata di studio sulla situazione in Medioriente organizzata dal Centro Studi Ettore Luccini.

Salvo per il significativo aumento degli allarmi su Tel Aviv a causa dei razzi lanciati da Hamas (i razzi generalmente colpiscono principalmente le località a sud di Israele più vicine geograficamente alla Striscia di Gaza), la novità che ha caratterizzato le calde giornate dello scorso maggio è stata lo scoppio di violenti e sanguinosi scontri tra civili israeliani e palestinesi, in particolare nelle città miste. Tale sviluppo ha fornito alla popolazione un assaggio di quella che potrebbe trasformarsi in una vera e propria guerra civile che nel peggiore degli scenari rischierebbe di sfociare in una pulizia etnica. Si tratta di un’inquietante esperienza, senza precedenti negli ultimi decenni, che avrebbe dovuto quanto meno fungere da monito per il futuro tutt’altro che roseo che attende gli abitanti di questa terra disgraziata, ma, come era prevedibile, le abitudini sono dure a morire e, non appena rientrata l’emergenza, la stragrande maggioranza degli israeliani sembra aver scelto come sempre di rimettere la testa sotto la sabbia, riprendendo a vivere come niente fosse.

Ignorare di essere seduti su una bomba a orologeria significa prima di tutto rifiutare di assumersi la responsabilità dell’occupazione e della violenza insita nella pratica coloniale e nella repressione del popolo palestinese, o almeno di parti consistenti di esso, ad opera di Israele.

Questa amara constatazione ci conduce ad alcune questioni essenziali. La prima è quella dell’invisibilità dei palestinesi, la quale è alimentata e mantenuta da alcune circostanze. Innanzitutto il denial, il rifiuto da parte degli ebrei, israeliani e non, di ammettere l’occupazione e le conseguenze di essa. In secondo luogo, la politica di separazione dei palestinesi che si trovano spesso irrimediabilmente separati dai membri della propria famiglia senza possibilità di ricongiungersi. Si tratta di una violenza psicologica che indebolisce e svilisce un popolo già umiliato. E infine il supporto economico prestato dall’America, ma soprattutto dell’Europa all’Autorità Palestinese, la quale naturalmente non è economicamente indipendente, non reggendosi su un sistema fiscale autonomo.

Chiaramente parlando di invisibilità il caso più clamoroso e drammatico è quello di Gaza, la prigione a cielo aperto della quale Israele nega in mala fede la responsabilità, attribuendola a Hamas.

La seconda questione che desidero toccare è quella dell’asimmetria. Dobbiamo imparare a parlare in termini di un conflitto asimmetrico. È vero che si tratta di due parti, ma è fuorviante continuare a portare avanti un discorso sulla pace che collochi le due parti sullo stesso piano. È inconcepibile paragonare i privilegi di cui godono gli ebrei, con la realtà dei palestinesi controllati attraverso l’uso di tecnologie sofisticate, bypass roads, richiesta di infiniti permessi burocratici, checkpoint ecc. Gli stessi arabi israeliani sono nella migliore ipotesi cittadini di serie B.

Paradossalmente, un esempio di asimmetria è spesso evidente anche nei media italiani, dove è troppo spesso assente un interlocutore palestinese alla stregua degli intellettuali e scrittori ebrei e israeliani che scrivono regolarmente sulle maggiori testate.

La terza questione è quella degli insediamenti in Cisgiordania. Finché perdura l’opera di colonizzazione portata avanti dai governi della destra israeliana, la  situazione è destinata ad inasprirsi. È dunque anche responsabilità dell’Europa quella di impedire e contenere questo fenomeno, affinché Israele non si tramuti definitivamente in un regime di apartheid.

Sempre in tema di responsabilità dell’Europa forse sarebbe opportuno tornare a riflettere su come sia stato proprio il fallimento nella soluzione della questione ebraica a produrre, all’indomani della Shoah, quella palestinese, la cui Nakba si perpetua sino ad oggi. Lo stesso antisemitismo odierno, che pure ha almeno in parte matrici diverse, alimenta la paura che ha messo a tacere gli ebrei europei, il cui spirito intellettuale e critico negli ultimi 70 anni si è pressoché annullato (Enzo Traverso, La fine della modernità ebraica. Dalla critica al potere). Di questi e altri subdoli meccanismi indirettamente pagano il prezzo anche i palestinesi.

Da dove partire dunque per ricostruire? Parlare oggi di due Stati per due popoli non è più realistico, anche e soprattutto dal punto di vista geografico. Continuare a sostenere la soluzione dei due stati, ritornello abusato anche dalle pseudo sinistre israeliane, è piuttosto un modo per rimanere nell’impasse. Tuttavia anche a chi sostiene la via dello Stato Unico è chiaro che c’è molto lavoro da fare per preparare il terreno, soprattutto considerando che gli ebrei non sono emotivamente pronti a rinunciare allo Stato ebraico, se mai lo saranno.

Ciò che emerge oggi è la necessità di una cooperazione profonda e strutturata tra israeliani e palestinesi -cominciando dagli intellettuali di entrambe le parti – fondata su un principio di binazionalismo egualitario fondato sulla parità di diritti, che possa porre le basi anche per nuovi coraggiosi accostamenti, come quello dei rispettivi traumi, cioè la Shoah e la Nakba.

Si tratta di operazioni che minacciano l’identità delle parti in gioco, ma sostenere un po’ l’una un po’ l’altra a seconda delle bandiere è un’operazione sterile che negli anni non ha condotto a nessun cambiamento sostanziale.

Se dunque è importante bloccare, o quanto meno contenere, l’espansione delle colonie, nonché sostenere attivisti e organizzazioni come B’tselem e Breaking the silence che quotidianamente monitorano e si battono contro le violazioni dei diritti umani, non meno importante è intraprendere un lento lavoro, direi quasi psicoanalitico, di riassetto delle coscienze. In sostanza, affinché quella bomba ad orologeria non scoppi, è necessario promuovere nuove consapevolezze senza cedere alle suggestioni della paura.

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