L’alternativa agli attentati

L’alternativa agli attentati

La cultura come forma di resistenza: il ‘Teatro della libertà’ del campo profughi di Jenin, dove viveva l’autore dell’ultimo attacco nel centro di Tel Aviv


Sarah Parenzo
Sarah Parenzo
L’alternativa agli attentati

Tel Aviv – Al mio risveglio questo sabato mattina di primavera, il silenzio del giorno sacro per l’ebraismo è rotto solo dal canto degli uccellini.

A interrompere l’idillio, riportandomi alla realtà, sono tuttavia le immagini del telegiornale che riprendono i mezzi blindati dell’esercito israeliano mentre escono dal campo profughi di Jenin, in Cisgiordania, dopo aver individuato il luogo di residenza dell’attentatore che giovedì sera ha aperto il fuoco a Tel Aviv provocando tre morti e numerosi feriti. Il ventottenne palestinese che ha sparato sulla folla dei clienti di un pub di Dizengoff, una delle vie centrali più frequentate nel fine settimana, è rimasto ucciso a sua volta in uno scambio di colpi intorno alle 4 del mattino successivo, dopo essere stato localizzato a Yaffo al termine di una lunga ed estenuante caccia all’uomo da parte delle forze dell’ordine israeliane.

L’attentato di Tel Aviv si somma a quelli delle scorse settimane, compiuti nelle città di Beer Sheva, Hadera, Bnei Brak e Ramat Gan, che hanno inaugurato una nuova ondata di violenza che coincide non solo con le celebrazioni del mese del Ramadan, ma anche con una crisi politica interna israeliana che potrebbe condurre a nuove elezioni e persino al paventato ritorno al potere dell’ ex primo ministro Benjamin Netanyahu.

Come “da tradizione” Israele risponderà, tra le altre cose, demolendo l’abitazione della famiglia dell’attentatore e, come per ricordare chi comanda, ieri mattina ha compiuto il primo passo di una lunga serie di drammatiche rappresaglie.

Dopo una notte asserragliati in casa mentre l’attentatore si aggirava armato per le vie, già ieri gli abitanti di Tel Aviv, soprannominata la città che non dorme mai, hanno ripreso la loro frenetica vita, immersi come sono nei preparativi per la settimana della Pasqua ebraica, che avrà inizio il prossimo venerdì sera con la celebrazione del Seder.

Se per anni questa capacità di integrare simili eventi traumatici nella coscienza, liquidandoli con apparente facilità, mi sembrava sinonimo di attaccamento alla vita e di resilienza, oggi non posso fare a meno di disperarmi di fronte al rifiuto e all’incapacità degli israeliani di porsi degli interrogativi, effettuare correlazioni e assumersi la responsabilità degli effetti dell’occupazione.

Social media e mezzi di informazione che celebrano esercito, polizia e servizi, fanno parte del disgustoso copione che segue ogni attentato all’incolumità di civili israeliani, rendendo le vicende di questo conflitto asimmetrico ancora più surreali, soprattutto se si pensa che, stando alle stime delle Nazioni Unite, negli anni dal 2008 al 2020 i morti palestinesi ammontano a circa 5600 contro 250 israeliani, mentre i feriti palestinesi sarebbero 115000 contro i 5600 israeliani.

Senza nulla sottrarre al valore di ogni singola vita, al dramma delle famiglie delle vittime e alle legittime e umane paure e angosce dei civili, compresa la sottoscritta, quello del ‘denial’, cioè del ‘rifiuto’, è un prezzo che gli israeliani pagano caro da decenni e che alimenta futuri scenari tutt’altro che rosei per quest’infausto angolo di mondo.

Tuttavia, onde evitare di cedere alla seduzione depressiva propongo invece di soffermarci su di un’interessante e forse costruttiva coincidenza. Proprio questa settimana, infatti, cadeva l’undicesimo anniversario dell’uccisione di Juliano Mer Khamis, attore, regista e attivista, direttore artistico del Freedom Theatre nel campo profughi della stessa Jenin.

Inizialmente il teatro era sorto per iniziativa dell’ebrea israeliana Arna Mer Khamis, attivista politica e protagonista di campagne di lotta per la libertà e i diritti umani, impegnata per la difesa e l’educazione dei bambini palestinesi. Dopo essere stato distrutto durante la battaglia del 2002, nel 2006 il Freedom Theatre è stato rifondato da Juliano, figlio di Arna e del palestinese Saliba Khamis, affermandosi come modello di resistenza civile e non violenta all’occupazione israeliana.

Il teatro utilizza giochi di ruolo, musica, danza e arte per aiutare gli studenti a esprimere le loro frustrazioni e a mettere in scena le personali lotte quotidiane. Laboratori teatrali, corsi di cinema, fotografia, scrittura creativa e altre forme culturali sono infatti gli strumenti che il Freedom Theatre offre ai giovani del campo per affrontare, esprimere e canalizzare la paura cronica, la depressione e lo stress post-traumatico di cui sono vittime.

Tale processo di autoespressione ed esplorazione dell’identità tramite l’arte rende la performance teatrale ed estetica un catalizzatore di energie per il cambiamento sociale nei territori palestinesi, promuovendo al contempo un’identità collettiva e la creazione di una narrativa alternativa in grado di sfidare i discorsi dominanti del conflitto israelo-palestinese, sia a livello locale che internazionale.

Attorno al teatro si è formata una comunità artistica vivace e creativa che ha prodotto anche diversi adattamenti di opere famose come La fattoria degli animali di George Orwell (2009), Gli uomini al sole di Ghassan Khanafani (2010) e Alice nel paese delle meraviglie (2011) di Lewis Carroll.

“La terza intifada si combatterà con la cultura”, affermava Juliano Mer Khamis sottolineando fiero come il progetto costituisca una forma di resistenza dei palestinesi nella lotta per la liberazione, e non un’alternativa alla stessa.

Khamis è stato ucciso a Jenin, il 4 aprile 2011, da un uomo armato mascherato nei pressi del teatro. Nonostante sia stato indagato da molteplici autorità, tra cui lo Shin Bet, l’omicidio rimane irrisolto.

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