Fame nel mondo, scandalo intollerabile

Fame nel mondo, scandalo intollerabile

Il 40% dell’umanità vive di fame e povertà, a vantaggio delle multinazionali


Eleonora Giubilei
Eleonora Giubilei
Fame nel mondo, scandalo intollerabile

Sradicare la fame e la povertà resta uno degli obiettivi più ambiziosi che l’umanità si sia mai posta. Se nel 2015 risultava chiaro a tutti, stati membri dell’ONU compresi, come la Dichiarazione del Millennio fosse stata amaramente disattesa, ora si guarda con apprensione agli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030.

Il bilancio stilato per l’odierna Giornata mondiale dell’alimentazione, infatti, è catastrofico. Secondo la FAO (Food and Agriculture Organization), oltre tre miliardi di persone soffrono la fame: a non potersi permettere un’alimentazione sana è quasi il 40% della popolazione mondiale. All’Africa spetta un preoccupante ma prevedibile primato: è il paese più colpito dall’insicurezza alimentare, con oltre metà dei decessi infantili causati da fame e malnutrizione. Anche le recenti crisi umanitarie in Afghanistan e ad Haiti contribuiscono a peggiorare il quadro generale.

Ma è il mondo intero a essere sotto scacco ed è proprio la pandemia da COVID-19 a esacerbare la situazione: le popolazioni più a rischio, già provate da conflitti e da eventi climatici estremi, hanno sempre maggiori difficoltà ad avere accesso al cibo e ai beni di prima necessità. L’aumento della povertà impedisce alle famiglie di acquistare cibo per il sostentamento quotidiano, mentre gli agricoltori non riescono a vendere il proprio raccolto, creando un circolo vizioso in cui milioni di persone necessitano aiuti alimentari d’emergenza.

Si stima che i piccoli agricoltori producano più della metà del cibo a livello mondiale. Le grandi aziende e le multinazionali ne producono invece il 40%, ma controllano ben il 70% delle superfici agricole. Ciò significa una concorrenza spietata per l’accesso alla terra, alle risorse idriche e, di conseguenza, ai mercati. Le aziende familiari, che producono in modo ecologico e sostenibile, vengono il più delle volte messe all’angolo dall’industria agroalimentare. A quest’ultima sono imputabili le principali problematiche della nostra era, come deforestazioni massicce, utilizzo di monocolture, pesticidi e fertilizzanti, inquinamento di acqua e sottosuolo: pratiche con pesanti ripercussioni sull’equilibrio degli habitat naturali, nonché sulla salute umana e animale.

Il modo di produrre il cibo che finisce sulle nostre tavole è tra i primi responsabili della diminuzione delle risorse naturali, dell’estinzione delle specie e del deterioramento ambientale. Tutti fattori che causano siccità, povertà e fame, amplificando ulteriormente le disuguaglianze sociali già esistenti e creandone di nuove.

Per aiutare le popolazioni più povere ad affrancarsi dalla fame è quindi necessario, e urgente, contribuire al loro sviluppo agricolo: in primis con scelte politiche coraggiose, che incentivino gli investimenti responsabili, l’innovazione, il risanamento ambientale. Rendere la produzione sostenibile, inclusiva e resistente ai cambiamenti climatici, puntando su partecipazione delle famiglie e prezzi accessibili a tutti, è qualcosa di possibile già oggi. Sarebbe prioritario che i governi concretizzassero i loro intenti, superando retorica e soprattutto interessi di parte.

Mentre sovrappeso e obesità rappresentano la nuova piaga dei paesi ricchi, la fame condanna chi ne soffre a un inferno perenne. L’alimentazione è un diritto umano fondamentale, negato ancora a tanti, troppi.

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