Kazakistan alle urne in un momento delicato della sua storia di ex-Repubblica Sovietica

Kazakistan alle urne in un momento delicato della sua storia di ex-Repubblica Sovietica

Appare “in controtendenza” l’orizzonte dei diritti e degli ordinamenti democratici in opposizione (pur velata) alla Federazione russa. Ma attenzione alla lunga ombra cinese


Donato Sani
Donato Sani
Kazakistan alle urne in un momento delicato...

Domenica 20 novembre in Kazakistan è il giorno delle elezioni presidenziali anticipate. Elezioni dall’esito scontato, che porteranno alla rielezione di Kassym-Jomart Toqaev in un Paese che non ha mai veramente conosciuto l’alternanza politica. Ma che arrivano allo schiudersi di una delle annate più significative per la storia della giovane repubblica centroasiatica. Infatti, l’anno è iniziato con le proteste popolari e le violenze di piazza in diverse città kazake (2-11 gennaio), che sono state contenute e represse grazie anche all’aiuto delle truppe dell’alleanza difensiva CSTO (2500 unità ca., per lo più russe). A questi eventi ha fatto seguito un tentativo di riformare in senso più democratico e più sociale lo stato kazako in risposta alle suddette rivolte di piazza. Nel mezzo di questi eventi si è inserita la guerra in Ucraina che per ragioni storiche ha delle implicazioni importanti pure in Kazakistan, che, ricordiamo, è stato interessato in epoca sovietica da una forte immigrazione proveniente sia da Russia che da Ucraina.

Il Paese dell’Asia centrale riveste un ruolo sempre più strategico in un contesto geopolitico mondiale in rapida definizione. Questa posizione è dovuta sia alle sue grandi riserve di materie prime (metano, petrolio, carbone, uranio, ferro, ecc.), che ne hanno favorito la grandissima crescita economica nell’ultimo ventennio, sia al ruolo di confine e di mediazione tra diverse aree geografiche e culturali del mondo, che il Paese si è assunto in maniera anche consapevole. Il Kazakistan si trova a costruire un suo cammino storico particolare tra più mondi che esercitano influenze politiche ed economiche più o meno forti: ci riferiamo in particolare a Cina, Russia, UE (primo partner del Paese per interscambio commerciale e investimenti esteri), USA e Turchia (nella sua proiezione panturanica). In questo contesto di mediazione si inserisce ad esempio l’istituzione del Congresso delle religioni mondiali e tradizionali, caso più unico che raro di congresso di questo genere organizzato a scadenze regolari da uno Stato (laico) per promuovere il dialogo interreligioso e la pace. La partecipazione di Papa Francesco al congresso del settembre scorso ha sicuramente rafforzato il prestigio diplomatico e politico di questa iniziativa.

Quelle che si svolgeranno domenica sono, come accennato delle elezioni anticipate, seguite alle riforme della costituzione proposte dall’attuale presidente Toqaev e approvate dal popolo kazako il 5 giugno. In una modifica sottoscritta il 17 settembre da Toqaev stesso è stato introdotto il limite di un solo mandato per l’incarico di presidente della Repubblica kazaka. Anche se l’attuale presidente rimarrà probabilmente in carica per un periodo complessivo di 10 anni (2019-29), si tratta di una proposta esplicitamente in controtendenza in un Asia centrale e in uno spazio post-sovietico caratterizzato spesso dalla propensione a presidenze a vita.

Come detto, è stato un anno di riforme costituzionali, che nelle intenzioni di chi le ha proposte dovrebbero portare alla nascita di una seconda repubblica kazaka, un modello alternativo al super presidenzialismo che è stato il modello istituzionale finora in vigore nel Paese, dominato nella sua breve storia dalla figura di Nursultan Nazarbaev, presidente ininterrottamente per quasi trent’anni, dalla nascita del Paese nel 1991 al 2019. La gestione del potere da parte di Nursultan Nazarbaev aveva avuto come risvolto una promozione di persone della sua cerchia familiare in posizioni strategiche e l’avvento di elementi di quello che noi chiameremmo un culto della personalità.

Le riforme costituzionali hanno riguardato soprattutto una decentralizzazione delle competenze dal governo nazionale a quelli locali, una facilitazione nelle registrazioni dei partiti politici nelle tornate elettorali, un rafforzamento del ruolo del parlamento. Le riforme contemplano ad esempio una diminuzione del numero di parlamentari scelti direttamente o indirettamente dal presidente, la democratizzazione del processo di scelta dei governatori regionali, l’istituzione di una corte costituzionale che serva da ultimo grado di appello per i cittadini. Solo il tempo potrà dirci se la democratizzazione legale in atto corrisponderà pure ad una situazione de facto più democratica.

È parsa molto significativa pure di una nuova forma di gestione del potere la reazione rispetto ai fatti tragici di gennaio, quando le rivolte di piazza avevano fatto più di 230 morti in seguito a scontri molto cruenti con polizia ed esercito. Al contrario delle famose proteste degli operai dell’industria degli idrocarburi del 2011 a Zhanaozen, dove la risposta, anche giudiziaria, delle autorità era stata molto più dura e spietata, in seguito a questi eventi la reazione si è rivelata molto più conciliante. Di recente (il 2 novembre) è stata concessa pure una vasta amnistia da parte di Toqaev a circa 1500 persone, colpevoli di reati penali di media portata durante i fatti di gennaio.

Un altro capitolo importante di questa recentissima storia kazaka riguarda i rapporti con la Federazione russa. Nonostante un rapporto storico, economico e politico fortissimo con la Russia, Toqaev ha ribadito più volte che non riconoscerà nessuna modifica dei confini ucraino-russi. La posizione era già stata espressa emblematicamente in giugno al forum di San Pietroburgo. In una conferenza stampa congiunta con Putin, incalzato dalle domande di Margarita Simonyan in merito alla sua posizione sul riconoscimento delle Repubbliche popolari di Donetsk e di Luhansk, Toqaev aveva risposto con grande fermezza che il suo Paese non avrebbe mai riconosciuto nessun quasi stato (sic).

A inizio settembre Toqaev ha ottenuto da Xi Jinping la promessa di garantire la sovranità e integrità del suo Paese. Questa conferma da parte cinese è da una parte il riconoscimento del crescente ruolo cinese nella regione come potenza di riferimento. Dall’altra serve ad assicurarsi che mire straniere non riguardino in futuro anche il Kazakistan: già dagli anni ’90 è diffusa negli ambienti nazionalisti russi l’idea che bisogna riunificare le città russofone del nord (Pavlodar, Karaganda, Petropavl) alla Russia. Questo tema è ritornato pure in un post apparso chissà per una decina di minuti sul profilo social dell’ex-presidente russo Medvedev (su VK) il 2 agosto di quest’anno. Nel complesso le relazioni politiche tra Kazakistan e Russia continuano ad essere eccellenti e niente sembra averle turbate, nemmeno il fatto che gli hacker filorussi della formazione “Beregini” abbiano scoperto ad inizio agosto una triangolazione già avvenuta tra Kazakistan e Giordania – e una ancora da effettuarsi attraverso una ditta bulgara – per una vendita di armi all’Ucraina per decine di milioni di dollari.

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