Medio Oriente: la soluzione alla violenza deve essere strategica

Medio Oriente: la soluzione alla violenza deve essere strategica

Le radici dell’odierna guerra spiegate da un ex-diplomatico israeliano


Nadav Tamir
Nadav Tamir
Medio Oriente: la soluzione alla violenza...

Con l’autorizzazione e nella traduzione di Gariwo pubblichiamo un editoriale di Nadav Tamir pubblicato su The Times of Israel il 13 maggio 2021. Nadav Tamir è direttore esecutivo di J Street in Israele, Senior Advisor per le relazioni internazionali del Peres Center for Peace and Innovation e membro del think-tank Mitvim. Ha lavorato all’ambasciata israeliana di Washigton e nel consolato generale del New England. [neretti dell’autore, ndr]


Ogni volta che inizia un conflitto tra Israele e Hamas politici e commentatori militari si mettono a dare consigli su come bisogna rispondere: attaccare, continuare con la deterrenza, imporre una sanzione. Queste risposte tattiche appaiono logiche alla maggioranza degli israeliani che subiscono i missili terroristici di Hamas e sentono un bisogno, tutto umano, di rispondere all’aggressione.

Tuttavia, si tratta di un’illusione perché non esiste una soluzione tattica alla questione di Gaza, né con le risposte militari né con l’accordo a breve termine per i finanziamenti del Qatar. Non esiste una risposta militare alla questione di Gaza, nemmeno nelle mani del più potente esercito del Medio Oriente. Non esiste nemmeno la possibilità di separare Gaza dagli altri elementi della realtà palestinese in Cisgiordania e tra i cittadini arabi d’Israele.

Hamas rappresenta un pubblico palestinese che non scomparirà, islamisti che non sono la maggioranza della popolazione palestinese. Hamas riesce a guadagnare popolarità tra i palestinesi non islamisti approfittando di un vuoto. Quando ignoriamo le aspirazioni personali dei palestinesi, i loro simboli nazionali e le loro tradizioni musulmane (che appartengono anche ai musulmani non islamisti) rafforziamo l’estremismo.

La cosiddetta legge sullo Stato-nazione, che discrimina gli arabi israeliani, l’espulsione delle famiglie palestinesi di Gerusalemme dalle loro case a Sheikh Jarrah, le violazioni dello status quo sul Monte del Tempio/Haram El Sharif e la violenza della polizia in generale, soprattutto all’interno di uno dei luoghi santi dell’Islam, rafforzano i radicali, che in questo non vedono altro che un’opportunità.

La separazione tra Gaza e la Cisgiordania che i governi israeliani cercano di promuovere non funziona, perché non c’è soluzione per Gaza senza una soluzione globale alla questione palestinese. La Cisgiordania e Gaza sono due parti diverse ma comuni, proprio come la cosmopolita liberale Tel Aviv e la nazionalista religiosa Gerusalemme non possono essere separate tra loro.

Il governo israeliano sta ricompensando Hamas con fondi dal Qatar per ottenere un po’ di quiete a breve termine ed evitare di impegnarsi nelle questioni centrali tra noi e i palestinesi. Allo stesso tempo, il nostro governo tende a indebolire gli elementi palestinesi moderati che sono interessati a una soluzione non violenta del conflitto e che credono che la diplomazia, più che il terrorismo, sia il modo per realizzare le loro aspirazioni nazionali.

C’è una alleanza di interessi non scritta tra gli estremisti palestinesi e i nostri estremisti, che ora sono anche rappresentati nella Knesset. Gli estremisti di entrambe le parti credono che il caos e la violenza li rafforzino politicamente. Quanto sta accadendo adesso è un altro esempio di questo schema che si ripete più e più volte. Eppure sembriamo incapaci di imparare dall’esperienza, e questa volta assistiamo a questa orribile e violenta radicalizzazione proprio all’interno delle città miste israeliane.

La situazione politica attuale di Israele contribuisce al caos di un governo che si occupa della sopravvivenza politica e legale del primo ministro. Un ministro della sicurezza interna che cerca di guadagnare popolarità nel Likud e tra i suoi contatti con la spavalderia; un commissario di polizia che non ha l’esperienza e la formazione richieste per saper affrontare situazioni complesse che non si possono risolvere con la violenza; gli estremisti razzisti e fascisti della società israeliana che sono entrati a far parte della nostra legislatura con l’aiuto del primo ministro e che ora alimentano il conflitto nelle nostre strade.

Naturalmente anche la parte palestinese deve assumersi la sua parte di colpa. È particolarmente deludente la mancanza di una leadership moderata che calmi i disordini nelle città arabe all’interno di Israele.

Come al solito, la maggior parte di noi, compresi molti dei miei più cari amici, difendono la bandiera quando Israele è sotto attacco e mi accusano di concentrare le mie critiche su di noi, lamentandosi del fatto non sono patriottico quando il mio popolo è sotto attacco.

La mia risposta è che l’istituzione del nostro stato e la realizzazione del sogno sionista richiedono un’assunzione di responsabilità. Possiamo continuare all’infinito con l’inutile gioco dello scaricabarile, come bambini all’asilo che litigano e dicono alla maestra che a iniziare è stato l’altro.

Ma a me non interessa il gioco dello scaricabarile. Io mi aspetto che noi, come parte forte e sovrana, ci assumiamo una responsabilità. Responsabilità significa imparare dai nostri errori e smettere di appigliarci alle colpe dell’altro. L’elemento centrale del sionismo era trasformare gli ebrei da vittime della storia a coloro che sanno modellarla. Non possiamo farlo cadendo negli errori e nel male altrui, ma solo comportandoci come adulti responsabili. Non come mocciosi in una rissa di strada.

Il governo israeliano deve dar forma a una politica completa per la questione palestinese, incentrata sulla diplomazia strategica con la leadership palestinese dedicata a trovare una soluzione al conflitto e che ci liberi da schemi futili e ripetitivi. Allo stesso tempo, dobbiamo promuovere una vera uguaglianza per i cittadini palestinesi di Israele. Altrimenti, gli estremisti correranno ancora una volta a riempire il vuoto creato dal nostro governo.

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