La scena aperta della droga di Zurigo, chiusa 30 anni fa, fu probabilmente la più grande del mondo. Da quell’esperienza nacquero le strategie di riduzione del danno che hanno proiettato la Confederazione sotto i riflettori dei media internazionali.
Giugno ‘93. “Sui marciapiedi e sui binari di quella che era una stazione ferroviaria. I tossici sono lì; in piedi, seduti, sdraiati, con una siringa in mano a cercarsi una vena. Impresa spesso difficile a giudicare dalle stille di sangue che colano lungo le braccia di molti di loro. Chi l’ha trovata sta planando sui marciapiedi della stazione sotto lo sguardo allibito dei curiosi che li guardano dal Kornhausbrücke.”
“Letten, l’ultimo capolinea” era il titolo di un pezzo che scrissi nel ‘93, agli inizi del mio percorso professionale. Per immaginarsi il Letten bisogna pensare a un binario morto nel centro della città di Zurigo sotto il Kornhausbrücke. La densità della gente presente in certi punti era paragonabile a quella del mercato di Bellinzona il sabato precedente la Pasqua. Come a Bellinzona, anche al Letten molti dei presenti erano “turisti”, ma questi non erano alla ricerca della Sonnenstube, bensì di un posto dove poter comperare e consumare sostanze stupefacenti senza doversi sbattere.
Giugno ’93. “Dal buco nella ramina attraverso il quale siamo passati Kurt ed io arriva un tizio che, ancor prima di aver appoggiato la sua cassa di birra sulla quale esporre la mercanzia, lancia un paio di “brown sugar” …e subito i clienti arrivano. …Altri personaggi si muovono tra i binari tirandosi appresso delle grosse borse della spesa. Vendono sigarette, kalte Coca Cola, biscotti, panini imbottiti, Chokito. Hanno di tutto. Uno da lì non avrebbe più bisogno di muoversi se non fosse che ogni tanto sbarca la polizia e, mitra alla mano, controlla documenti e si porta via un po’ di gente. Quando arriva la polizia è un fuggi fuggi generale, e immediatamente dopo che se n’è andata i tossicomani riprendono possesso dei luoghi. D’altra parte, dove dovrebbero o potrebbero andare?”
Tra spacciatori la concorrenza era alta, sparatorie e regolamenti di conti non erano una rarità. Il prezzo delle sostanze era in picchiata. L’eroina, complici le guerre di quegli anni, in gran parte finanziate con il traffico di oppiacei, in una decina d’anni era passata da un migliaio di franchi al grammo a meno di 100.
Quello fu probabilmente uno dei primi scenari evidenti di criminalità diffusa in Svizzera; l’apparato giudiziario mostrava tutti i suoi limiti. Agli arresti difficilmente corrispondevano sanzioni “certe e severe” e la teoria della prevenzione generale su cui poggiavano gli ordinamenti giudiziari di tutti i Paesi democratici non reggeva più. Le galere erano piene e le autorità cominciarono a utilizzare i container per le detenzioni. La frustrazione tra i poliziotti era alta. I fermati non sempre venivano portati in centrale; capitava che venissero accompagnati in periferia dalla polizia, che poi li abbandonava in aperta campagna senza le scarpe. Anche in inverno.
Giugno ’93. “La passerella è affollatissima, la gente spinge in tutte le direzioni. Una bolgia dove molti stanno in piedi soltanto perché si appoggiano agli altri mentre, sostenuti dalla balaustra, ci sono quelli che si cercano l’ennesima vena buona.”
Si stima che il Letten fosse frequentato regolarmente da diverse centinaia di persone, anche mille. Buona parte provenienti dal Platzspitz, che era un progetto pilota della città che per un certo periodo predispose una scena aperta “controllata”. Quando la situazione andò fuori controllo si chiuse il progetto e i frequentatori del parco si spostarono al Letten, dove rimasero fino al 14 febbraio del ’95.
Dopo l’esperienza del Platzspitz le autorità federali cambiarono strategia e introdussero la strategia dei 4 pilastri (prevenzione, trattamento, riduzione del danno e repressione). La novità era la riduzione del danno, che prevedeva, fra le varie misure, anche la prescrizione medica di eroina da parte dello Stato. Esercizio questo che proiettò la Confederazione sulle prime pagine dei media di tutto il pianeta. Lo scetticismo era grande. Anche il cambio di paradigma era notevole: il tossicomane, da sempre considerato un delinquente, da allora fu trattato come una persona bisognosa di cure.
Per svolgere l’esercizio si dovette monitorare attentamente la popolazione dei consumatori cronici di eroina che, secondo le stime, in quel periodo nel nostro Paese era di circa 30.000 persone. Popolazione che, si calcolò in seguito, consumava circa 21 tonnellate di eroina all’anno a fronte del migliaio di chili sequestrati annualmente dalla polizia. Seppur proibito il mercato era de facto libero. La quantità era enorme, soprattutto se consideriamo che le 21 tonnellate servivano a soddisfare il solo bisogno interno e non includevano i quantitativi in transito, impossibili da stimare.
A certificare che i tossicomani sono dei malati e non dei delinquenti ci pensarono i risultati delle ricerche, che certificarono un calo della criminalità di oltre l’85% tra chi aveva accesso alle misure alternative proposte dalla Confederazione. Va inoltre sottolineato che la riduzione del danno permise di risparmiare moltissime risorse, migliorare e salvare la vita di migliaia di persone e ridurre significativamente i guadagni dei trafficanti.
Quest’ultimo aspetto è anch’esso calcolabile. Prendiamo il periodo tra il 2000 e il 2002, quando la Confederazione comperò e prescrisse 541,4 Kg di eroina terapeutica che costarono al contribuente elvetico 8 milioni di franchi. Tanti? Facciamo i calcoli della serva e consideriamo che in quel periodo, sul mercato nero, la sostanza era tagliata mediamente del 75%. Di conseguenza i 541,4 Kg sarebbero diventati 2.165,6. Oltre 2 tonnellate che, se vendute al dettaglio a 120 franchi il grammo, avrebbero generato quasi 260 milioni di franchi; soldi che la criminalità organizzata non ha incassato perché gli eroinomani, che senza la sostanza non possono stare, hanno avuto accesso ai piani di prescrizione medica.
Riassumendo: il trattamento a base d’eroina, una misura strettamente socio-sanitaria, ha avuto come effetto indiretto la sottrazione di quasi 260 milioni di franchi al crimine organizzato.
Gli stessi 8 milioni investiti in operazioni repressive difficilmente avrebbe dato lo stesso risultato. Quindi la risposta è no: 4 milioni all’anno per far star meglio migliaia di persone, rendere più sicuro il Paese e sottrarre un quarto di miliardo alle organizzazioni criminali, è nulla.
Quella messa a punto dalla squadra di tecnici dell’allora consigliera federale Dreifuss si è rivelata essere una strategia di riduzione del danno che ha saputo tener conto dell’ampiezza del problema e delle risorse a disposizione. Considerando che le risorse sociali costano una frazione di quanto costano quelle repressive, il risultato non è stupefacente.
Nell’immagine: il Letten, 1993