Triage sì, triage no, triage mah!

Triage sì, triage no, triage mah!

Ma soprattutto bisognerebbe ‘sciogliere’ questa parola per capirne il significato non sempre chiaro e chiarito


Nelly Valsangiacomo
Nelly Valsangiacomo
Triage sì, triage no, triage mah!

Ci sono termini che definiscono i periodi storici, e periodi storici che ridefiniscono i termini. Triage è senza dubbio uno di questi. Due categorie professionali in particolare ne fanno attualmente un uso pubblico tanto abbondante quanto poco chiaro: chi lavora nell’ambito della comunicazione medica e i giornalisti.

Il triage è un atto tecnico, che sottostà a una serie di regolamenti e protocolli e che serve a fare una scelta sull’urgenza e sul tipo di cura da prestare rispetto alle condizioni del paziente in una situazione data. La Grande guerra, con la sua durata, la sua intensità e l’uso di nuove armi, ha rapidamente imposto al contempo l’affermazione e la revisione del concetto. Forse anche questo periodo pandemico ne vedrà una nuova riformulazione, tuttavia non siamo in guerra, vale la pena ribadirlo, e questo significa che le condizioni non sono le stesse, nonostante il linguaggio guerresco, che sappiamo bene essere strettamente correlato all’idea di scelte sociali e politiche “giuste”. Vale anche la pena ribadire che le riflessioni, anche etiche, sulle cure da prestare accompagnano costantemente la medicina, si pensi ad esempio alla medicina palliativa.

Stiamo vivendo una situazione complessa, nella quale non solo l’ambito della salute è molto sollecitato, ma anche le articolazioni tra discorsi politici e sanitari non sono sempre lampanti. Proprio per questo certi termini andrebbero usati con cautela.

È un bene che si decostruiscano le informazioni palesemente scorrette, mi pare però molto problematico che all’interno di una visione che si vuole condivisa dalla maggioranza della società tutto faccia brodo a livello informativo, poiché è proprio in quest’ambito, quello della notizia che pare lucida, oggettiva, incontrovertibile, che si annidano i malintesi, le essenzializzazioni e per finire la disinformazione. Il termine triage è un esempio fra i molti, ma è un esempio importante, poiché la parola racchiude il dilemma etico di ognuno di noi e colpisce profondamente il nostro immaginario.

Se si prendono le notizie di questi giorni, cosa intende il direttore di un ospedale quando parla di triage? E cosa intende chi, a pari competenze professionali, ci dice che non si può nella fattispecie parlare di triage? E tutto questo nello stesso momento informativo, nel quale un giornalista afferma con toni apocalittici che siamo ormai sulla soglia del triage, mentre il collega successivo modera i toni. Il problema è che non sembra esserci un uso condiviso del termine, ma una nebulosa di possibili interpretazioni. Insomma, vogliamo almeno spiegare chiaramente di cosa si sta parlando? Perché un conto è dover spostare pazienti in un altro reparto o ospedale, un altro conto è dover scegliere quali operazioni compiere e in che tempi; un’altra cosa ancora è decidere di non curare per nulla qualcuno.

Che ognuna di queste scelte possa essere importante, o anche esiziale, a seconda degli specialisti interpellati, non è la questione che qui si vuole sollevare. Il problema è la banalizzazione. Una banalizzazione che, a effetto domino, investe poi la comunicazione collettiva, i “social”, con le classiche distorsioni condannate e sbeffeggiate da “chi sa”, senza che ci si interroghi su come a monte sono state veicolate certe notizie, dagli esperti dapprima, ma pure da chi per mestiere deve mantenere uno sguardo critico anche su posizioni che si considerano ampiamente accettate. Andrebbero sciolti i termini quando sono così importanti, andrebbero scelte le parole con più cura se lo scopo è veicolare un’informazione.

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