Storia, memoria e politica
Quali limiti siamo ancora disposti a difendere affinché la forza, l’interesse e il potere non tornino a essere l’unica misura possibile dei rapporti fra gli esseri umani?
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Quali limiti siamo ancora disposti a difendere affinché la forza, l’interesse e il potere non tornino a essere l’unica misura possibile dei rapporti fra gli esseri umani?
• – Nelly Valsangiacomo
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Quali limiti siamo ancora disposti a difendere affinché la forza, l’interesse e il potere non tornino a essere l’unica misura possibile dei rapporti fra gli esseri umani?
Questo è il testo dell’intervento della storica Nelly Valsangiacomo alla Conferenza sulla riabilitazione dei condannati/e nel nostro paese per aver aiutato gli oppositori ai regimi fascisti nella Seconda guerra mondiale, promossa a Locarno l’11 agosto scorso dall’Associazione Memoria 1939-1945
Che cosa distingue il nostro tempo dagli anni Trenta e Quaranta del Novecento? È una domanda che vale la pena porre all’inizio di questa giornata dedicata alla riabilitazione dei sostenitori della Resistenza francese e italiana.
Quando guardiamo il presente, le analogie con il passato sembrano imporsi facilmente. Vediamo guerre, nazionalismi, razzismi, antisemitismo, xenofobia. Vediamo minoranze trasformate in capri espiatori, società attraversate dalla paura e dalla ricerca di nemici, la forza tornare a essere presentata come una virtù. L’avanzata di movimenti illiberali, nazionalisti, suprematisti e apertamente espansionisti è impressionante. E non riguarda soltanto altri paesi. Anche in Svizzera, la trasformazione di partiti che si definiscono liberali verso un intreccio sempre più marcato di liberismo economico e nazionalismo politico dovrebbe interrogarci.
La tentazione di dire che stiamo tornando agli anni Trenta è forte. Ma tra gli anni Trenta e noi è accaduto qualcosa di enorme. C’è stata la catastrofe della Seconda guerra mondiale, la Shoah, milioni di morti, deportazioni e persecuzioni.
E c’è stata anche la risposta a quella catastrofe. Dopo il 1945 si è cercato di trasformare una parte dell’esperienza in diritto. Non si partiva dal nulla. Il diritto internazionale e forme di diritto umanitario esistevano già. Ma dopo il 1945 si compie un salto fondamentale. Si afferma che esistono limiti che neppure gli Stati possono oltrepassare; diritti che appartengono alla persona in quanto tale; che persino la guerra ha delle regole; che i civili devono essere protetti; che chi fugge dalla persecuzione possiede dei diritti.
Si cerca, in altre parole, di costruire un ordine nel quale la forza non sia più sufficiente a legittimare sé stessa. Nel quale anche lo Stato, anche il vincitore, anche chi invoca la propria sicurezza debba incontrare dei limiti. Ma il 1945 non è una data magica dopo la quale tutto diventa improvvisamente chiaro.
La giornata di oggi ce lo ricorda in modo particolarmente evidente. La Svizzera ha impiegato decenni per riabilitare persone che avevano scelto di combattere il fascismo fuori dai propri confini. I volontari svizzeri della guerra di Spagna sono stati riabilitati soltanto nel 2009. Per coloro che parteciparono alla Resistenza francese e italiana il riconoscimento è arrivato soltanto ora.
Questo ritardo ci ricorda che legalità e giustizia non coincidono necessariamente. Quelle persone furono condannate sulla base del diritto allora vigente. Ma il fatto che oggi le riabilitiamo dice quanto tempo occorra a una società per rimettere in discussione il proprio passato. Perché una riabilitazione tardiva non riguarda soltanto chi viene riabilitato: riguarda anche chi riabilita, e il modo in cui una società vuole pensare sé stessa nel presente.
Anche l’ordine costruito dopo il 1945 non è mai stato pienamente realizzato. Non ha eliminato guerre, imperialismi, torture, genocidi. Le stesse potenze che hanno contribuito a costruirlo ne hanno ripetutamente violato i principi.
E tuttavia qualcosa era cambiato. Ed è questo qualcosa che oggi è nuovamente in discussione.
Perché c’è una differenza fondamentale fra violare una regola e contestare l’esistenza della regola. Il diritto viene violato. È sempre accaduto. Un ordine internazionale entra invece in una crisi più profonda quando gli Stati che dovrebbero sostenerlo non sono più disposti a pagare un prezzo politico per difenderlo.
La crisi dell’Etiopia è esemplare. Di fronte all’aggressione italiana del 1935 furono adottate sanzioni, alle quali anche la Svizzera partecipò, sia pure con forti cautele. Ma quando la difesa della sicurezza collettiva entrò in conflitto con interessi economici e politici, gli Stati non furono disposti ad andare fino in fondo. Le istituzioni continuavano a esistere. Era la loro credibilità che si stava sgretolando.
Non siamo negli anni Trenta. Ma la storia ci permette di riconoscere alcuni dei meccanismi attraverso i quali un ordine internazionale può perdere la propria forza. Non soltanto quando le norme vengono violate, ma quando la violazione diventa normale e diminuisce la volontà politica di difenderle.
È una domanda che riguarda direttamente il nostro presente. Penso, tra gli altri, a Gaza e ai Territori occupati. Penso a Cuba e a un embargo economico che dura da oltre sessant’anni. Penso alle migrazioni e alla crescente tendenza europea a spostare fuori dai propri confini il controllo e la gestione delle persone che cercano di raggiungere l’Europa. Sono situazioni profondamente diverse, che non intendo confondere. Ma pongono una domanda comune: il diritto vale sempre, oppure soprattutto quando serve a limitare gli altri?
Certo, potremmo osservare che tra l’universalità dei diritti e la logica del capitalismo esiste una tensione profonda. Ma, comunque la pensiamo, dobbiamo ricordare quante vite è costato arrivare fin qui. I diritti sono universali proprio perché non dipendono da chi li invoca: devono proteggere chi non ci assomiglia, chi è dall’altra parte di una guerra, chi bussa alla nostra frontiera. E il diritto internazionale deve valere anche quando limita noi o i nostri alleati, non soltanto l’avversario.
E qui entra in gioco anche la Svizzera. Non può certo imporre il rispetto del diritto internazionale, ma, come depositaria delle Convenzioni di Ginevra, ha una responsabilità particolare nel difenderne l’autorità. Una responsabilità che riguarda anche il nostro presente, mentre ci prepariamo a votare su un’iniziativa che limiterebbe fortemente la possibilità della Svizzera di adottare sanzioni contro Stati belligeranti. Perché una cosa è non riuscire a impedire una violazione; un’altra è rinunciare a reagire. La neutralità non dovrebbe significare rinunciare a difendere il diritto internazionale quando viene calpestato.
Ma la storia che oggi commemoriamo richiama anche la responsabilità individuale. Noi guardiamo al passato sapendo già quali leggi erano ingiuste, chi avrebbe dovuto parlare, aiutare, disobbedire. E possiamo facilmente convincerci che saremmo stati dalla parte giusta. Chi viveva allora, invece, viveva dentro il proprio presente e dentro una normalità. Ed è questo che dovrebbe inquietarci: raramente le persone si percepiscono come ingiuste. Si percepiscono come normali, ragionevoli, rispettose delle leggi.
Le grandi forme di esclusione possono cominciare quando una discriminazione diventa normale, quando ciò che ieri ci scandalizzava oggi non ci scandalizza più, quando un’eccezione si ripete fino a non sembrarci più eccezionale. È qui che la responsabilità individuale incontra la storia. Perché accanto alla responsabilità delle istituzioni e degli Stati c’è la nostra capacità di riconoscere un’ingiustizia anche quando è legale, abituale o politicamente conveniente. La domanda allora è: che cosa siamo disposti a considerare normale oggi?
Ed è qui che storia e memoria incontrano la politica. Perché la politica non è soltanto ciò che fanno i governi: è anche ciò che una società accetta o decide di non accettare più. Oggi il rapporto di forza tende sempre più a prevalere sulla regola, e il diritto rischia di diventare negoziabile quando contrasta con gli interessi del più forte.
È un rovesciamento importante: la politica democratica, pensata anche come strumento per porre limiti, è sempre più subordinata alla forza e all’economia. Il potere economico diventa direttamente potere politico, mentre nei rapporti internazionali riemergono logiche imperiali di potenza, territori, risorse e sfere d’influenza.
E tuttavia non siamo negli anni Trenta. Le istituzioni esistono. Le norme esistono. La memoria esiste. La questione è se siamo ancora disposti a difenderle.
Ed è qui che una giornata come questa acquista il suo significato. La storia non serve a prevedere il futuro e la memoria non ci impedisce magicamente di ripetere il passato. Ma storia e memoria possono fare qualcosa di essenziale: rendere meno normale il presente, aiutarci a riconoscere quando una discriminazione diventa accettabile, un’eccezione permanente, un diritto negoziabile.
E ricordarci che il diritto internazionale costruito dopo la catastrofe del Novecento è una costruzione politica: può essere difesa, rafforzata, svuotata o distrutta.
Forse la lezione degli anni Trenta non consiste soltanto nel riconoscere il fascismo, ma anche il momento in cui un sistema internazionale perde forza perché diminuisce la volontà di difenderlo. E questo non avviene soltanto nelle istituzioni: avviene anche nelle società, quando ciò che ieri era inaccettabile diventa normale.
Per questo parlare oggi di storia e di memoria significa necessariamente parlare anche di politica. Per ricordarci quanto sia difficile riconoscere il proprio tempo mentre lo si sta vivendo.
È anche per questo che ha senso dedicare questa giornata a donne e uomini che, di fronte alla Resistenza francese e italiana, dovettero scegliere nel proprio presente, senza conoscere ancora il giudizio che la storia avrebbe dato delle loro scelte. Gli interventi di questa mattina ci permetteranno di ricostruire quelle vicende e comprenderle nella loro complessità. Poi la commemorazione ci porterà dalla storia alla memoria.
Ma storia e memoria rimangono vive nel presente soltanto se continuiamo a porci una domanda: che cosa facciamo noi oggi? Che cosa siamo disposti a considerare normale? Quali violazioni siamo disposti a tollerare perché riguardano altri?
E quali limiti siamo ancora disposti a difendere — come individui, come cittadine e cittadini, come società e come Stato — affinché la forza, l’interesse e il potere non tornino a essere l’unica misura possibile dei rapporti fra gli esseri umani?
È qui che storia, memoria e politica tornano a incontrarsi.
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