Il brillante figlio di un’epoca finita per sempre
Marco Blaser, quando "la televisun la gh'eva una forza de leun" (Jannacci dixit)
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Marco Blaser, quando "la televisun la gh'eva una forza de leun" (Jannacci dixit)
• – Michele Ferrario
Lo storico Renato Simoni si sofferma sulle vicende della famiglia Travaini che per oltre 80 anni ha gestito i servizi funebri e di taxi nel Magnifico Borgo
• – Michele Ferrario
Un nuovo saggio del giornalista Bruno Giussani descrive la situazione odierna, elenca i rischi a cui l’Europa è sottoposta e suggerisce alcune vie per provare a difendersi.
• – Michele Ferrario
Un breve racconto di Patricia Highsmith ambientato nella Vallemaggia di fine Ottocento è stato da poco riproposto, in una nuova traduzione, dalle Edizioni Casagrande di Bellinzona
• – Michele Ferrario
“Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo” (Pier Paolo Pasolini). Da una ricca collezione di cartoline postali raffiguranti stadi grandi e piccoli sparsi nel mondo è nato un libro originale, singolare, emozionante. Presentato stasera (ore 18.00) alla Biblioteca cantonale di Bellinzona
• – Michele Ferrario
Fino a domenica, gli Eventi letterari Monte Verità sono dedicati a tutte le facce dell’amore. Un programma coerente, incorniciato da due giganti
• – Michele Ferrario
Mentre in Ticino si discutono ipotesi e congetture in vista delle Cantonali del 2027, il saggista Aldo Schiavone affronta la crisi della politica e della sua capacità di rappresentare la società odierna
• – Michele Ferrario
Inevitabile chiederselo, tanto nel libro di Camus quanto nella versione cinematografica prossimamente nelle sale
• – Michele Ferrario
Nel nuovo saggio di Bruno Giussani sull’IA un quadro aggiornato delle opportunità, ma anche delle lusinghe e dei rischi da cui provare a difendersi
• – Michele Ferrario
Anche la funzione futura della storica sala da concerto, ora chiusa per il restauro della vecchia sede della Radio, è legata al rischio del dimezzamento dei fondi per la SSR
• – Michele Ferrario
Marco Blaser, quando "la televisun la gh'eva una forza de leun" (Jannacci dixit)
Con Marco Blaser si chiude definitivamente la luminosa storia di un’Azienda che – molti diranno fatalmente – negli ultimi anni ha cambiato volto, obiettivi, collocazione sul mercato. Non per scelta propria, ma perché è la società stessa ad essere mutata anche nel proprio modo di informarsi, formarsi, concepire l’intrattenimento: i tre pilastri sui quali il Servizio pubblico radiotelevisivo (oggi multimediale) poggia.
Blaser è espressione di un’altra epoca: nato tra le due guerre, cresciuto potendo seguire una precoce vocazione al giornalismo, alla comunicazione, al mondo dei media che suo padre, pur sorpreso e forse un tantino preoccupato, mai ostacolò. A 19 anni Marco iniziò a frequentare Radio Monteceneri, così carica di storia e di prestigio, voce autonoma e indipendente che negli anni del conflitto veniva ascoltata con attenzione ben oltre i confini svizzero italiani.
Blaser, quello che ho personalmente conosciuto per una quindicina d’anni, fino al suo pensionamento nel 1999, era, da direttore, presentissimo a tutti i livelli: strategico (con sguardo sempre attento alla dimensione confederale del nostro Paese e della SSR, tanto nei contenuti di programma che per gli equilibri finanziari e di rappresentatività politica); operativo (pochissime persone come lui, pochissimi altri pionieri della RTSI conoscevano il mestiere, o meglio tutti i mestieri/professionalità che le permettevano di andare in onda). In lui si assommavano il realizzatore, il regista, il giornalista, il presentatore.
Quelli della mia età ricorderanno che era stato Marco – insieme a Eugenio Bigatto – a portarci sulla luna. Aveva un timbro di voce inconfondibile, impostato sì, ma non forzato o innaturale. E anche i contatti con lui non erano difficili. Sapeva ascoltare, suggerire, certamente anche influenzare talune scelte. Poliglotta, perfettamente a suo agio con le lingue nazionali, l’inglese e lo Schwyzerdütsch, si muoveva con leggerezza in ambiti diversissimi. Ha intervistato il mondo dello sport, i grandi dello spettacolo e della scienza, i tenori della politica, sempre adottando un linguaggio comprensibile a tutti. Radio e televisione erano e sono strumenti popolari, familiari e trasversali: la sua preoccupazione era di non escludere chi stava dall’altra parte dello schermo, bensì, semmai, di allargare in un’ottica che oggi, con un luogo comune, definiremmo inclusiva.
Blaser, si diceva, è stato anche influente uomo di equilibri tra regioni linguistiche e tra le unità aziendali della SSR: la RTSI doveva caratterizzarsi ai suoi occhi prima di tutto come antenna pienamente svizzera, nazionale, come riverbero sulla Svizzera italiana di quanto accadeva oltre San Gottardo e oltre Sarine, ma anche come testimonianza quotidiana dell’italianità linguistica del Paese verso San Gallo, Zurigo, la Berna federale, Coira, e la Romandia.
Tutti questi rapidi appunti, scritti lontano dal Ticino da chi per l’ultima volta lo intervistò, già segnato dalla malattia, una quindicina d’anni or sono, vanno certamente messi in relazione con il radicale cambiamento, o piuttosto la rivoluzione che ha toccato il mondo dei media e la sua fruizione.
Oggi, in tempi di tutto gratis e subito, senza porsi molte domande, una figura come quella di Blaser è inimmaginabile: il giornalismo e le professioni ad esso affini e complementari da una parte, il management dall’altra. Marco è stato un unicum probabilmente irripetibile, ma anche un figlio brillante della sua epoca.
Nell’immagine: Marco Blaser denuncia il rifiuto della polizia degli stranieri di ammettere e far curare in Svizzera, alla fine degli anni ’60, alcuni bambini sud-vietnamiti feriti durante la guerra (dal documentario di Werner Weick “Qui Marco Blaser“)
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