Funesti moralisti, maledetta opposizione

Funesti moralisti, maledetta opposizione

Etica e politica, un rapporto che dovrebbe essere riconsiderato, magari pure “resuscitato” in un contesto in cui tutto pare lecito, tranne fare opposizione


Andrea Ghiringhelli
Andrea Ghiringhelli
Funesti moralisti, maledetta opposizione

In questi ultimi anni sono rimasto colpito, come altri presumo, da due aspetti della vita politica: nonostante il diffuso deterioramento politico e civile in atto un po’ ovunque, la ripulsa della questione etica è generale. Proprio non se ne parla. E quando capita di accennarvi, interviene il politico di turno a condannare il fatale ritorno dei moralisti e a imbastire un discorso assai confuso sul rapporto fra morale e politica con un appello estemporaneo al Machiavelli. Piovono invece i rimbrotti arcigni contro la maledetta opposizione, troppo virulenta e assai fastidiosa, che perturba il produttivo e proficuo andamento dei lavori parlamentari.

Alcune noterelle personalissime, da cittadino spettatore, a proposito dei due temi.

I non troppo remoti episodi di mala gestione e mala amministrazione e alcune eccessive condiscendenze nei confronti di comportamenti non propriamente edificanti, accaduti anche da noi (spicca il silenzio assordante della politica attorno al razzismo conclamato e latente di pubblici ufficiali e di qualche politica/o; e i tiramolla, con tanto di polvere sotto il tappeto, attorno alle malandrinate amministrative) mi hanno persuaso che l’espunzione di ogni pur lieve sprazzo di etica civile ha influito pesantemente sulla politica, perché ha generato una legittimazione di comportamenti riprovevoli e ha vanificato il principio di responsabilità politica. 

I politici – ci spiega un eminente giurista – dovrebbero essere, nella stragrande maggioranza, un “valore aggiunto” al servizio del bene pubblico: dovrebbero, ma sono in tanti, in troppi, a travisare la loro funzione, e più che servitori dello Stato sembrano servitori di sé stessi. Gli effetti li stiamo misurando: inadempienze anche assai gravi sono ritenute trascurabili perché non hanno “una particolare rilevanza penale”, e quindi ininfluenti dal profilo politico, e ognuno resta al suo posto, senza vergogna. Non vorrei ripetermi, ma come non ricitare, con una libera interpretazione, il conciso ed esplicito epigramma di Niccolò Ammaniti: la politica ha sdoganato le figure di merda!

Più pacatamente Marco Belpoliti precisa: “La vergogna non c’è più. Quel sentimento che ci suggerisce di provare un turbamento, oppure un senso di indegnità di fronte alle conseguenze di una nostra frase o azione sembra scomparso”. Come non ricordarlo? Comportamenti che non molto tempo fa avrebbero condotto e hanno condotto i politici coinvolti a togliere il disturbo, oggi sono ritenuti largamente scusabili. Perché? Ma, appunto, perché i rilievi etici non hanno rilevanza penale. E chi insiste nel reclamare trasparenza e spiegazioni e una piena assunzione di responsabilità politica è vissuto con malcelata irritazione: l’effetto casta si fa sentire anche da noi.

Un tale diceva con felice aforisma che “la luce del sole è il migliore disinfettante” in politica: aveva ragione, ma peccava di ottimismo. Anche in politica il cambiamento climatico ha avuto conseguenze: siamo sempre sul perturbato, la nebbia è stagnante e l’opacità regna sovrana. Incidentalmente capita che qualche esponente della categoria sollevi il problema dell’“eticamente deprecabile”, ma la regola vale solo per gli altri. E il sospetto, per noi cittadini, è che l’intensità del pubblico biasimo vari in funzione del colore politico. Si è più o meno colpevoli a dipendenza della tinteggiatura.

La maledetta opposizione

La seconda constatazione è il grande fastidio con cui i partiti al potere, o parte di essi, vivono le critiche acerbe. Nel nostro cantone c’è il Movimento per il socialismo che va giù duro (a proposito e qualche volta a sproposito) e c’è chi rampogna per il troppo insistere del piccolo gruppo. In genere non condivido certe prese di posizione suggerite da una dottrina, ma sommessamente ricordo agli insofferenti che la democrazia è per definizione il regime del dissenso e l’opposizione – sia in un regime maggioritario sia in un regime consociativo come il nostro – è di vitale importanza: perché il suo ruolo è di controllare l’azione dei governanti, impedire il malgoverno, denunciare senza remore le opacità e pure tutti i presunti comportamenti eticamente discutibili.

La vera opposizione deve essere leale ma intransigente, distruttiva ma propositiva, e sempre alternativa, mai indulgente. Il problema – se ben ricordo, lo segnalava il politologo Angelo Panebianco – è che nei regimi democratici oggi vi è poca opposizione vera; al contrario, vi è un’omogeneizzazione delle politiche dei partiti e una sorta di emarginazione soffice dell’opposizione che non fa bene alla democrazia. Quindi ben venga l’opposizione che dà fastidio.

Constato, e chiudo, che chi prova a imbastire un discorso minimo sul rapporto necessario fra etica e politica, e magari a perorare il principio di una vigorosa opposizione come motore della democrazia, viene subito respinto fra i “moralisti presumibilmente di sinistra”: suona come una condanna irrevocabile. Consola il fatto che nella categoria dei moralisti compaiano pure dei premi Nobel.

Articolo scritto per “laRegione”
Nell’immagine: il politico Cetto La Qualunque, personaggio di Antonio Albanese

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