Così nascono le dittature

Così nascono le dittature

Come le autocrazie elettive aggrediscono (per ora solo politicamente) le democrazie arrendevoli


Andrea Ghiringhelli
Andrea Ghiringhelli
Così nascono le dittature

Chiusi un articoletto, qualche tempo fa, con il disagio di chi ha l’impressione che le democrazie liberali stiano prendendo una brutta piega. Lo disse Pier Luigi Bersani, emiliano sagace e verace dalla faccia onesta che non te le manda a dire a proposito delle inclinazioni autoritarie di una certa destra italica: “Badate bene, in fondo a questa strada c’è Orbán!”. La statistica gli dà ragione: i sistemi non democratici sono tornati a prevalere e l’insoddisfazione rispetto al funzionamento delle istituzioni democratiche è in aumento. Le democrazie complete sono sempre meno, quelle imperfette sempre di più e si fanno largo le autocrazie elettive, dove le elezioni controllate hanno l’ unico scopo di confermare chi sta al potere e lì vuol rimanere.

È noto, ma lo ripeto. Il motore della democrazia liberale è il dissenso, il costante confronto delle idee. Le intese fra le parti alla fine si raggiungono con un “armistizio”: si depongono le armi delle idee inconciliabili e si decide di ragionare sulle soluzioni possibili. A legittimare la democrazia liberale è dunque il pluralismo, è il principio della maggioranza che governa nel rispetto delle minoranze e dei principi costituzionali. Il sistema democratico in altre parole è lo strumento che limita i poteri di chi governa (il diritto è fondamento e limite dell’attività dello Stato, ci dice la Costituzione federale). E pure la sovranità popolare non ha un potere illimitato come pretendono i populisti (che ci ripetono che il popolo li ha eletti e quindi comandano come vogliono): vi è la Costituzione che pone i paletti da non oltrepassare. Questo – sia detto per evitare obiezioni immediate – vale sul piano dei principi: nella pratica il funzionamento delle democrazie liberali oggi lascia parecchio a desiderare e occorre una costante manutenzione per riparare a grosse falle in materia di giustizia sociale che ci fanno pensare che il governo a favore dei molti sia diventato negli ultimi tempi un governo a favore dei pochi. Sul tema, Platone (che notoriamente non tifava per la democrazia) ci ragionò parecchio e certe sue riflessioni sulle nozioni di libertà e eguaglianza come pure sul tema della competenza, della mediocrità in democrazia e della demagogia sono di straordinaria attualità.

Lo constatiamo tutti. In alcuni paesi la democrazia ha subito una vistosa distorsione: al principio di maggioranza che governa nel rispetto delle minoranze si è sostituito il potere della maggioranza che vince e in nome del popolo comanda e dispone a favore di una parte e non del tutto. I post- o criptofascisti con malcelate velleità autoritarie ci fanno intendere che l’opposizione è piuttosto fastidiosa e la critica è poco gradita. Karl Schmitt, giurista e politologo tedesco morto nel 1985, ha parecchio seguito in questi ambienti: insegna che in politica gli avversari sono dei nemici di cui è bene disfarsi per annullare chi perturba “la tranquillità, la sicurezza e l’ordine” interno. In fondo a tutto ciò, vi è la democrazia illiberale, un paradosso, una contraddizione in termini: Norberto Bobbio informa i distratti che non ci può essere democrazia senza libertà, se muore l’una perisce pure l’altra.

Fatti due conti, sono tanti gli esempi di regimi più o meno democratici che stanno imboccando pericolose derive autoritarie e promuovono l’esclusione, l’ingiustizia sociale, la diseguaglianza.

Micromega, rivista di approfondimento politico, al tema ha dedicato un volume (3/2023) e fa un lungo elenco dell’incedere poco incoraggiante delle democrazie illiberali: c’è Orbán, c’è Erdogan, c’è la deriva teocratica di Israele e poi ci sono quelli dell’autoritarismo soft, quelli che governano come la signora Meloni che non vuole saperne di intendere la democrazia come strumento del “governo limitato”: e infatti vuole cambiare la Costituzione. Questa destra del fascio littorio (mai dismesso) non ammette ovviamente i valori dell’antifascismo che sta alla base di qualsiasi Stato di diritto. Continua a professarsi sincera paladina della democrazia ma di una democrazia afascista: siamo all’obbrobrio concettuale.

Articolo pubblicato da laRegione
Nell’immagine: un manifesto strappato raffigurante Giorgia Meloni 

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