La trave nell’occhio

La trave nell’occhio

Appunti televisivi: chi decide i contenuti, i dirigenti o il gusto del pubblico e la maggioranza dei consensi?


Andrea Ghiringhelli
Andrea Ghiringhelli
La trave nell’occhio

“Trattateci come esseri intelligenti”: l’ha scritto qualche tempo fa, con sintesi fulminea, la giornalista Sara Rossi Guidicelli a proposito di alcuni programmi di Rete 1 (La Regione, 26 novembre 2021). Condivido. Vale anche per i programmi televisivi. Cinque anni orsono azzardai ciò che ritrovo nell’articolo citato. Mi pareva, allora, che la qualità dell’ “elettrodomestico” in discussione non fosse in costante ascesa. Indicavo il tripudio ossessivo dei quiz che imperversano a qualsiasi ora del giorno e della notte, il rigurgito di truculenti telefilm di consumo, la scipitezza di certe trasmissioni. Fui garbatamente rimproverato di non capire (forse per questione anagrafica o forse per incompetenza) i tempi che corrono: nuova tecnologia online, nuovi servizi personalizzati, nuovi orientamenti, nuovi obiettivi, nuove esigenze, quindi nuovi palinsesti. Mi ero misurato, per cercar conforto alle mie impressioni di cittadino qualunque, con i pareri di alcuni studiosi con le mani in pasta: Karl Popper, quello di Cattiva Maestra Televisione; Giovanni Sartori, quello di Homo Videns; Umberto Eco, quello degli scritti Sulla Televisione 1956-2015; e pure Pier Paolo Pasolini aveva da ridire sul consumismo televisivo. Ma se ho ben capito: tutti superati dagli sconvolgimenti in corso. Per farla breve: a decidere i contenuti, in larga parte, non sarebbero i conduttori e i dirigenti ma il pubblico e la maggioranza dei consensi, indici di ascolto e audience in prima fila. Un addetto ai lavori mi spiegò che “la televisione è fatta da ciò che la gente vuole” ma poi mi bisbigliò all’orecchio che “la cosa più terrificante è proprio ciò che la gente vuole” e mi parve di cogliere un non so che di rassegnato.

Le televisioni commerciali stanno orientando i contenuti e pure il servizio pubblico, quello del canone, si sta pericolosamente adeguando. A proposito della RSI: accanto a trasmissioni di storica fattura e collaudata consistenza e di approfondimenti di apprezzata qualità, ci sono trasmissioni che non contribuisco a innalzare il quoziente intellettivo : diciamo che non agevolano i processi cognitivi. La strada percorsa è piuttosto quella paventata da Giovanni Sartori: dall’Homo sapiens all’Homo Videns all’Homo Insipiens.

Mi pare che la giornalista citata in apertura, certamente più esperta del sottoscritto e di giudizio assennato, confermi. Le proclamate intenzioni di far sempre meglio sono rimaste sulla carta. Il gigionismo, il lazzo ridanciano, la vanesia autoreferenza corredano alcune novità del palinsesto e non sembrano arretrare. E non manca l’enfasi populista di chi vuol andare verso la gente aprendo il microfono alla ciarla da bar senza alcuna mediazione critica; tutto è lecito, tutto è interessante; perfino le sconcertanti banalità sono sdoganate come considerazioni intelligenti: è la voce della gente secondo il conduttore, anche lui, per l’occasione, “parlatore da bar”. Al cospetto di questi spettacoli, chi reputa radio e televisione dei facilitatori di processi cognitivi deve per forza ricredersi. Scivoliamo negli insidiosi anfratti della sottocultura quando si avallano certe iniziative: un esercizio bislacco, di spiccata autoreferenzialità, che tracima nel cattivo gusto. Non mi sembra un contributo particolarmente felice per la buona causa. L’ottima promozione del libro e del pensiero intelligente ce la offriva, tanto per fare un esempio, Bernard Pivot [nell’immagine, ndr] su Antenne 2: presentava scrittori noti, poco noti e premi Nobel nella trasmissione Apostrophes: altissimi gli indici d’ascolto. Cessò nel 1990 ma forse varrebbe la pena di ripescarla negli archivi e carpirne qualche suggerimento. Ma non è facile cambiare in meglio certe impostazioni: prevale e prevarica la funzione dell’intrattenimento come pura evasione e disimpegno. In questo modo – ci dice l’autore di Homo Videns – si “disattiva la nostra capacità di capire i problemi”. Mi dicono che la funzione educativa e pedagogica della radiotelevisione è esaurita fin dagli anni ’80 e oggi a pesare è la concorrenza fra pubblico e privato: in questa contesa l’audience impone le sue regole (e quasi sempre premia la bassa qualità). Una domanda: ammesso (e non concesso) che la televisione pubblica abbia perso la funzione educativa e pedagogica di altri tempi, perché si accetta che assecondi pericolosamente e troppo spesso le logiche e le abitudini diseducative e superficiali di tante televisioni commerciali? C’è sempre di mezzo l’audience o il basso costo di taluni prodotti?

Io reputo che la televisione abbia una grande responsabilità perché diffonde modi di pensare, impone forme espressive di ogni genere, omologa comportamenti. E quindi continuo a ritenere che abbia ragione quel tale direttore della BBC. Raccomandava un sapiente equilibrio fra tre funzioni: 1. educare, 2. informare, 3. intrattenere. Se la terza funzione fagocita le altre con eccessiva disinvoltura, e mi pare che così sia, c’è qualcosa di storto da raddrizzare.

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