La prima condizione per rimanere umani

La prima condizione per rimanere umani

Giornata mondiale dei diritti umani: il senso di una data e di un impegno insostituibile


Gabriela Giuria Tasville
Gabriela Giuria Tasville
La prima condizione per rimanere umani

Ogni 10 dicembre il mondo ricorda lo straordinario risultato di quel giorno del 1948, quando le Nazioni Unite si riunirono per firmare la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Il primo articolo sancito dalla Dichiarazione – “tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti” – ci ricorda che la strada da percorre è lunga; e per tante, troppe persone, complicata e tortuosa. L’anno 2021 ci presenta un bilancio complesso; ripercorrendone anche solo le principali tappe ci confrontiamo con situazioni di sofferenza e sconforto, e con una società civile impegnata a resistere su più fronti.

L’anno comincia con una buona notizia, che ci solleva l’animo: il blocco dell’estradizione di Julian Assange verso gli Stati Uniti. Ma soltanto due giorni dopo, non possiamo che essere indignati e increduli davanti alle immagini da Washington sulla violenta irruzione nel Campidoglio di un gruppo di scalmanati sostenitori di Trump mentre è in corso la sessione di certificazione della vittoria del presidente eletto Joe Biden.

Il 1° febbraio un nuovo colpo di Stato in Myanmar; la disperazione di tutte le persone scese in strada a manifestare contro un putsch che liquida brutalmente una breve stagione democratica e contro cui soprattutto i giovani si battono a mani nude, pacificamente.

A marzo, in un referendum, la Svizzera vota con più del 51% il divieto del burqa e del niqab; questa consultazione ha visto gran parte della società civile elvetica coesa per il NO; purtroppo ha vinto la strumentalizzazione della paura.

Nel mese di aprile a San Gallo centinaia di persone protestano per la prima volta contro la misure anti-COVID, e inizia così un vortice di rabbia e scontento verso una gestione della crisi pandemica che crea forti spaccature nella nostra società; ma, soprattutto, che è spesso la manifestazione di una mancata solidarietà.

Maggio: inizia la crisi e poi la guerra di Gaza: Israele bombarda la Striscia – che con due milioni circa di abitanti ha la più alta densità di popolazione al mondo -; avviene in seguito al lancio di missili da parte di Hamas contro il territorio israeliano, e della tensione a Gerusalemme est per l’ordine di sfratto di diverse famiglie arabe; ancora una volta l’unica dialettica è quella delle armi, dello scontro, degli uni contro gli altri e sono di nuovo i civili a pagare il prezzo più alto per decisioni di chi non crede e non vuole dialogo e pace.

A giugno durante i campionati europei di calcio ci siamo inginocchiati contro il razzismo e contro le discriminazioni, mentre in Svizzera eravamo impegnati contro la Legge federale sulle misure di polizia per la lotta al terrorismo (MPT): la nuova norma votata dalla popolazione, permetterà all’Ufficio federale di polizia di prendere una serie di misure contro una persona sospettata di rappresentare una minaccia, anche se “non ci sono prove sufficienti per avviare un procedimento penale”.

Piangiamo insieme ad Haiti, in luglio: in uno dei paesi più poveri al mondo, il suo presidente Jovenel Moïse viene barbaramente ucciso.

La spensieratezza del mese di agosto sarà spazzata via con la morte di Gino Strada e con l’arrivo dei Talebani a Kabul, con il terrore e l’angoscia negli sguardi delle persone che cercano di fuggire dall’Afghanistan; bambine e ragazze sono di nuovo vittime di un fanatismo religioso che ci ricorda quanto sia fragile la Democrazia là dove la comunità internazionale non è in grado d’intervenire nel giusto modo, mentre continua ad investire più sull’industria bellica che sull’istruzione. Dopo 20 anni di intervento militare da parte della coalizione occidentale, lo stesso Occidente accoglie il minimo indispensabile dei fuggiaschi afghani: con una politica che dichiaratamente vuole tenerli lontani da Stati Uniti ed Europa.

Arriva settembre e con un referendum la Svizzera conferma l’approvazione di una legge sul matrimonio tra persone dello stesso sesso; finalmente il matrimonio è per tutt*! Premio Nobel per la Pace 2021 in ottobre: assegnato ai giornalisti Maria Ressa (Filippine) e a Dmitry Muratov (Russia) “per i loro sforzi per salvaguardare la libertà di espressione, che è una condizione preliminare per la democrazia e una pace duratura”.

E si passa quindi dalla speranza allo sgomento: cioè dal G20 alla COP26, ancora una volta i “grandi” della terra si confermano lontani e sprezzanti nei confronti delle future generazioni e sulle conseguenze nefaste del riscaldamento globale.

In occasione di questo 10 dicembre, l’Alta Commissaria per i Diritti Umani, la cilena Michelle Bachelet, riflette sull’importanza dell’inclusione e sul fatto che ancora oggi questa è preclusa a una grossa fetta di umanità mentre – sottolinea – “l’uguaglianza riguarda l’empatia e la solidarietà”.

E così oggi, il nostro pensiero sarà con Patrick Zaki che dopo 22 mesi riabbraccia i suoi cari; e al confine tra la Polonia e la Bielorussia, dove migliaia di migranti e profughi sono “prigionieri” di un braccio di ferro tutto politico, ancora una volta vittime di un inaccettabile ‘crimine’ e di una complice indifferenza che riguarda tutta l’Europa.

Quella delle organizzazioni indipendenti impegnate quotidianamente per il rispetto dei diritti umani è una battaglia difficile, faticosa, spesso solitaria e ancor più spesso taciuta. A loro dovrebbero andare gli auguri e gli incoraggiamenti di questo fine 2021. Ci vuole forza e resilienza a combattere sui così tanti fronti contro la disumanità e la negazione di ogni diritto. Ma ci ricordano col loro impegno che difendere l’Umanità è la prima e principale condizione per restare umani.

L’autrice opera per la ”Fondazione Diritti Umani” di Lugano

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