Il paese dove quasi tutti sono vaccinati

Il paese dove quasi tutti sono vaccinati

Dialogo a distanza fra un Naufrago e un giramondo


Bruno Giussani
Bruno Giussani
Il paese dove quasi tutti sono vaccinati

Ho pubblicato sul Corriere del Ticino un articolo che raccontava i 14 giorni di quarantena obbligatoria imposti a chi voglia entrare in Nuova Zelanda: organizzata militarmente, con tre test Covid successivi, uscendo dalla stanza solo mezz’ora al giorno per camminare (vietato correre) sul parcheggio dell’albergo, e neanche tutti i giorni. Tenendo fermi in questo modo i visitatori all’arrivo, il paese riesce da mesi a correre più veloce del virus, e dall’altra parte dell’isolamento, finiti i 14 giorni, la vita scorre come se fosse il 2019: cene al ristorante, concerti, eccetera.
Mi ha scritto uno dei redattori dei “Naufraghi” rimproverandomi bonariamente per non aver analizzato, per esempio, “come sarebbe possibile per la Nuova Zelanda muoversi in questo modo se non fosse in mezzo all’oceano, in una sorta di ‘autosufficienza’ che non la vede, sempre per esempio, dipendente da un quarto di lavoratori frontalieri (che per fortuna fanno andare avanti settori cruciali della nostra economia e del nostri sistema sanitario); insomma, il nostro stare in mezzo all’Europa rende intrinsecamente impossibile adottare anche solo lontanamente misure come quelle descritte nell’articolo” (che era basato sul diario di quarantena a Auckland di un’imprenditrice romanda).

Vero. Infatti la premessa dell’articolo era esplicitamente che la Svizzera e la Nuova Zelanda si assomigliano molto (politicamente, socialmente, demograficamente – 8 milioni/5 milioni) ma sono anche diametralmente opposte (in mezzo a un continente l’una, un arcipelago nell’oceano l’altra). E l’intenzione non era di suggerire misure alla neozelandese: era solo di descriverle.
Ma riprendiamo la domanda del redattore: è possibile non essere un’isola, avere un numero elevato di frontalieri, e minimizzare l’impatto del Covid?

Usiamo allora un altro esempio, che non è un’isola ma la porzione d’Europa più vicina all’Africa: Gibilterra. Territorio cosiddetto “d’oltremare” della Gran Bretagna; fa frontiera con l’Andalusia, in Spagna; fa parte dello spazio Schengen. La sua economia è centrata sulla finanza offshore e sul turismo. Il tenore di vita è più elevato di quello spagnolo. I gibilterrini sono 34’000, un decimo dei ticinesi. Ogni giorno 15’000 frontalieri entrano dalla Spagna. In altre parole, il tasso di frontalierato è doppio del nostro.
Gibilterra ha avuto un’evoluzione pandemica non totalmente diversa da quella del Ticino: confinamento la primavera scorsa, estate un po’ più rilassata, poi le cose si sono fatte difficili di nuovo con l’inverno. Attualmente il numero totale di morti è di 94 su 4250 casi totali. Non siamo molto lontani, in proporzione, dai dati ticinesi, che sono, dall’inizio della pandemia, di 978 morti su 30800 casi.

Due realtà quindi altamente paragonabili.
A Gibilterra i ristoranti e caffè sono aperti, le strade commerciali sono piene [nella foto, ndr]. L’obbligatorietà delle mascherine è progressivamente ridotta. Recentemente 600 persone hanno assistito alla partita della nazionale di calcio contro l’Olanda (finita 0-7) e alcune migliaia a un incontro di boxe – tutti vaccinati e testati negativi.

Perché il paese ha puntato tutto sulla vaccinazione, e l’ha eseguita in modo estremamente efficiente ed efficace, senza tentennare e senza se e ma: oltre l’85% della popolazione sopra i 16 anni è stata vaccinata (il 98% di coloro sopra i 60). La vaccinazione è stata offerta anche a tutti i frontalieri spagnoli e più della metà di questi hanno già ricevuto almeno la prima iniezione. Certo, la piccola dimensione del paese e la densità della popolazione (praticamente è una sola città, all’ombra della famosa Rocca) ha giocato a favore. Ma c’è anche “uno spirito comunitario attorno alla questione”, ha detto la ministra della salute Samantha Sacramento a una newsletter americana, e quello spirito sta persino spingendo i pochi dubbiosi sulla vaccinazione a cambiare idea. La gente si comporta ancora in modo guardingo ma, dice ancora la ministra, “l’abbiamo chiamata Operazione Libertà, la campagna di vaccinazione, e ora, a tre mesi dall’inizio, sembra proprio una liberazione”.

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