«Get Back» e il mistero della creatività

«Get Back» e il mistero della creatività

Sei ore di musica, scazzi e risate con i “Fab Four”


Mattia Pelli
Mattia Pelli
«Get Back» e il mistero della creatività

“Meanwhile back at home too many Pakistanis, Living in a council flat Candidate Macmillan, tell us what your plan is, Won’t you tell us where you’re at”

Mia figlia di 11 anni è una vera fan dei Beatles e io, pur non essendo mai stato appassionato come lei dei “Fab Four”, ne sono molto fiero. Così venerdì, nella serata tradizionalmente dedicata alla visione di un film in famiglia, quando mi ha proposto di vedere “Get back” ho accettato, senza ben sapere quello a cui stavo andando incontro.

Dopo circa un’ora delle quasi otto totali di durata della docu-fiction in tre parti di Peter Jackson, il resto della famiglia aveva gettato la spugna e sul divano eravamo restati solo io e lei. Ipnotizzati.

“The Beatles: Get Back”, che si può vedere in streaming sulla piattaforma Disney+ [trailer in fondo alla pagina], è il montaggio di oltre cinquantasei ore di riprese e centocinquanta ore di audio raccolte nel 1969 durante la creazione dell’album “Let it be”. Dopo oltre due anni di assenza dalle scene e in mezzo a forti tensioni tra i membri del gruppo, i Beatles decidono di riprovarci tornando alle origini, al rock’n roll dei primi album, e si impongono una sfida: scrivere in appena due settimane 14 nuove canzoni da suonare dal vivo in un grande ritorno sulle scene, che si realizzerà con il celeberrimo “concerto sul tetto”.

Decidono anche di ingaggiare un regista, Michael Lindsay-Hogg, al quale chiedono di documentare tutto il processo creativo: lui li prende molto sul serio e mette microfoni (anche nascosti) ovunque e registra immagini in continuazione, come in un vero e proprio reality, spesso a loro insaputa, mentre i Beatles cercano giorno dopo giorno, chiusi in un grande studio, di fare emergere la musica, provando e riprovando.

Immagini e suoni che sono restati per oltre 50 anni sepolti da qualche parte e su cui ha messo le mani il regista neozelandese Peter Jackson (quello de “Il signore degli anelli”) che con pazienza certosina da questo magma di immagini ha fatto emergere una storia, un senso, una direzione. “The Beatles: Get Back” è tante cose insieme: a me ha ricordato le tensioni di “Dogville”, di Lars von Trier, o un documentario di Frederick Wiseman, come il suo capolavoro “Welfare”, nel quale la pellicola scorre quasi senza interruzione e fa emergere naturalmente le relazioni fra le persone.

In “Get back” si assiste al crescere della tensione tra Paul, John, George e Ringo, il cui sodalizio creativo è ormai entrato in crisi ma che lascia ancora spazio all’esplosione di momenti intimi, folli, di risate e schitarrate che li uniscono al di là delle parole. Sopra tutti, fisicamente, Ringo, appollaiato con la sua batteria, silenzioso e pensoso. Sotto c’è Paul, che al contrario parla tantissimo, in continuazione, analizza la situazione, si deprime, si fa prendere dalla rabbia, dalla gioia. John lo guarda, chitarra in braccio, lo ascolta e parla poco. Da parte, accanto a lui, c’è Yoko, che parla ancora meno. George è il terzo incomodo tra McCartney e Lennon, e a un certo punto se ne va, arrabbiato, rischiando di mandare a monte tutto il progetto. Ma sarà proprio lui a regalare ai Beatles la soluzione, momentanea, che permetterà di superare la crisi, grazie al coinvolgimento del tastierista Billy Preston, che darà nuova energia ai quattro.

Nel film si alternano lunghi momenti di stasi, che per alcuni risulteranno noiosi, ma che sono necessari per capire la bellezza dei sussulti di creatività, quando di colpo Paul e John si accendono, suonano, creano e coinvolgono George e Ringo. Uno dei momenti più intensi è quello nel quale si sente nascere dal basso di Paul “Get back”, inizialmente “la solita canzone”, come dice lui e che di colpo, grazie all’apporto di George, di Ringo e di John diventa la canzone che conosciamo, una protest song antirazzista, contro il nazionalismo bianco, anche se McCartney deciderà poi di “mondare” l’ultima strofa, quella più politica, quella detta “dei pachistani”.

Più che un documentario sui Beatles, quello di Jackson è un film sulla creatività e sulla bellezza e su come essa possa nascere anche in situazioni difficili, da esseri pieni di imperfezioni e miserie quali siamo tutti noi, senza eccezioni, Beatles compresi.

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