Buona qualità dei media, pur con qualche ma

Buona qualità dei media, pur con qualche ma

È quanto risulta da uno studio condotto dall’Università di Zurigo dedicato alla Svizzera italiana – Livello d’eccellenza per il TG della RSI – Auspicato un maggiore impegno della politica


Rocco Bianchi
Rocco Bianchi
Buona qualità dei media, pur con qualche ma

Il panorama mediatico della Svizzera italiana è tutto sommato buono, con punte anche di eccellenza, mediamente compatibile “a offerte analoghe nelle regioni linguisticamente più estese”, ma con alcune zone d’ombra, alcune “incrinature” che dovranno essere monitorate con attenzione: è questo in estrema sintesi quanto emerso da uno studio, dedicato espressamente alle testate (radiotelevisive e della stampa scritta; quelle unicamente online non sono state purtroppo analizzate) del Ticino e del Grigioni italiano, condotto da Colin Porlezza e Linards Udris per l’Istituto di ricerca di opinione pubblica e società dell’Università di Zurigo e pubblicato sull’Annuario della qualità dei media.

Un mercato di piccole dimensioni il nostro, molto particolare nella sua storia e nella sua evoluzione e che dunque, nel gran marasma della digitalizzazione dell’informazione, deve affrontare sfide particolari e trovare risposte specifiche. Del resto, che il Ticino sia da sempre, a livello mediatico, un caso unico a livello mondiale è cosa nota, ché in nessun altro luogo esiste una tale varietà di testate in un’area così piccola. Un ricco panorama che, come detto e come è evidente, non ci ha messo al riparo dall’evoluzione mondiale generale: contrazione dei lettori e delle entrate (mercato pubblicitario e abbonamenti), concentrazione editoriale, chiusure e fallimenti. Anzi, stando ai due autori, proprio queste “peculiarità geografiche, giornalistiche e soprattutto economiche del mercato dei media creano grandi difficoltà” ai nostri mezzi di informazione. Tanto più che, malgrado le sollecitazioni che da tempo e per tempo sono arrivate dalle associazioni di categoria e dalle redazioni stesse, rispetto al resto della Svizzera nelle nostre regioni “la trasformazione digitale è in ritardo”.

Non solo, paragonando i due cantoni italofoni lo studio evidenzia notevoli differenze: se infatti i Grigioni hanno già mosso i primi passi per affrontare il problema del futuro dell’offerta mediatica a livello locale, la sua conservazione e la sua promozione (ha promosso uno studio in merito, che tra le altre cose ha proposto la creazione di un’agenzia di stampa in lingua italiana), il Ticino si è contraddistinto per il suo immobilismo, tant’è che, malgrado la locale università abbia una facoltà di scienze della comunicazione, “non esiste ancora uno studio che analizzi in modo approfondito la situazione dei media locali e regionali”. Insomma, Coira batte Bellinzona per forfait.

Eppure, malgrado tutto ciò, sorprendentemente le testate ticinesi non solo sono riuscite in buona parte a sopravvivere, ma pure a produrre servizi di qualità. Anche con punte di eccellenza. È il caso soprattutto dei programmi di informazione della RSI (se ne ricordino coloro che vogliono diminuire il canone e, de facto, l’abolizione del servizio pubblico nel nostro Cantone), che “ottengono punteggi di qualità elevati, analoghi a quelli dei loro omologhi della Svizzera tedesca e della Svizzera Romanda” e che con il TG hanno “ottenuto il punteggio più alto nel 2021”. La pecca dell’emittente di Comano sta nella sezione online, forse per via del “maggiore utilizzo di formati innovativi, rivolti in particolare a un pubblico più giovane” rispetto alla concorrenza. Insomma, la cosiddetta “informazione bollicine” non paga, per lo meno in termini di qualità (l’audience è un altro discorso).

Superiore ai colleghi germanofoni ma non ai romandi pure il risultato di Teleticino, che comunque ha una “tendenza altalenante” (un anno fa bene, l’anno dopo o quello prima decisamente meno: urge trovare costanza di rendimento), mentre la stampa scritta (Corriere del Ticino e La Regione) si colloca sul livello dei media d’oltralpe di lingua tedesca ma a notevole distanza da quelli francofoni. Per inquadrare meglio questo risultato bisogna tuttavia “tenere conto che nella Svizzera italiana non esistono i classici giornali scandalistici di bassa qualità” (il mercato limitato non ne permette la sopravvivenza), per cui, ne deduciamo, forse la media risulta un po’ artatamente alta.

Questi buoni risultati dei media nostrani, strano a dirsi, potrebbero essere dovuti alla pandemia da Covid 19, ossia, frutto, insomma “solo di un “effetto coronavirus” a breve termine”, affermano i due autori. In effetti prima della pandemia “si notava una chiara tendenza a una maggiore commercializzazione” dell’informazione, con una quota di “soft news”, ossia di notizie leggere e di intrattenimento, elevata e tendenzialmente in aumento; “l’anno del coronavirus (2020, ndr.) ha segnato l’inizio di una nuova fase”, in cui si è ricominciato a parlare in modo diffuso di argomenti “seri”.

Altra buona notizia, dal 2015 al 2021 “la quota di contributi puramente redazionali è aumentata dal 55% al 66%”, mentre sono diminuiti i contributi non firmati (dal 25% al 15%); dopo aver segnato un aumento tra 2017 e 2020, pure i contributi di agenzia rielaborati in redazione sono tornati ai livelli minimi del 2015. I drastici tagli ai budget per collaborazioni a nostro avviso non sono estranei a questa comunque positiva evoluzione.

Pecca non da poco, ci rinchiudiamo sempre più in noi stessi (Ticino ombelico del mondo per i nostri media non è una metafora, ma un modo di essere), ché “la varietà geografica è calata in quasi tutte le testate”, che registrano “un orientamento nazionale” e locale “molto più marcato”. Con la pandemia sono diminuite drasticamente le notizie dall’estero, si sono mantenute stabili quelle nazionali (ma che succederà ora in post pandemia nessuno lo sa, anche se i segnali di smantellamento delle redazioni e dei corrispondenti da oltre San Gottardo non mancano), mentre sono aumentate quelle regionali e locali.

Altro problema sottolineato dallo studio è che la “pandemia ha ulteriormente aggravato la situazione economica dei media della Svizzera italiana”, per cui “in caso di ulteriori tagli i media potrebbero essere tentati di produrre più contributi automatizzati grazie a strumenti tecnici come l’intelligenza artificiale”, ammesso e non concesso che si posseggano le competenze necessarie, si abbia la possibilità di accedere agli indispensabili dati strutturati per adempiere a un simile passo e, soprattutto, si abbia “l’effettiva possibilità di attuare i cambiamenti necessari nella produzione giornalistica”.

Insomma, se a prima vista nel panorama mediatico della Svizzera italiana tutto sembra andare per il meglio, a un’analisi più approfondita emergono alcuni problemi non di poco conto: la diminuzione dell’eterogeneità e concentrazione dei media; la copertura dell’informazione politica stagnante nel post-pandemia (la tornata elettorale che sta iniziando aiuterà, ma durerà solo un anno o poco più) e la necessità di utilizzare in futuro “sempre più canali aggiuntivi, in particolare sulla piattaforme dei social media, aumentando così l’impegno richiesto”, sia in termini di risorse umane che finanziarie, cosa non evidente visti i chiari di luna economici attuali e futuribili.

Di conseguenza “sulla base di questi sviluppi, sarebbe auspicabile che il Canton Ticino si impegnasse maggiormente nella discussione sul tema della promozione mediatica”. Politica, se ci sei batti un colpo (veloce, per favore)!

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