La scuola fuori dalla scuola

La scuola fuori dalla scuola

L’insegnamento attraverso la realtà pratica può essere più efficace dell’insegnamento scolastico. Lo teorizzava Ivan Illich, autore di “Descolarizzare la società”. Che avesse ragione?


Adolfo Tomasini
Adolfo Tomasini
La scuola fuori dalla scuola

“Dare a tutti eguali possibilità d’istruzione è un obiettivo auspicabile e raggiungibile, ma identificare questo obiettivo nella scolarizzazione obbligatoria è come confondere la salvezza eterna con la chiesa. La scuola è divenuta la religione universale di un proletariato modernizzato e fa vuote promesse di salvezza ai poveri dell’era tecnologica”. Queste parole, persino sacrosante, le ha scritte uno storico, pedagogista e filosofo austriaco poco più di cinquant’anni fa, proseguendo poi in questi termini: “Lo stato nazionale ha fatto propria questa religione arruolando tutti i cittadini in un programma scolastico graduato che porta a una successione di diplomi e che ricorda i rituali iniziatici e le ordinazioni sacerdotali di tempi lontani. Lo stato moderno si è assunto il compito di far rispettare le decisioni dei suoi educatori per mezzo di volonterosi funzionari addetti alla lotta contro gli evasori dall’obbligo scolastico e mediante i titoli di studio richiesti per ottenere un impiego, un po’ come i re spagnoli facevano applicare le decisioni dei loro teologi servendosi dei conquistadores e dell’inquisizione”.

Siamo nel 1971, l’onda lunga del Sessantotto non si è ancora del tutto spenta. A scrivere quelle righe è Ivan Illich, nato giusto un secolo fa e morto nel 2002. La scuola, in quegli anni, rivendicava più libertà pedagogica e didattica, e contestava i piani di studio degli anni ‘50. Ma nessuno osava scalfire la Laica Trinità Istituzionale: l’Insegnante, la Sua aula, i Suoi allievi. Da quella struttura non si uscirà mai davvero, salvo per l’espansione colonizzante degli specialismi: un po’ meno nella scuola elementare, quasi fondativa dalla scuola media in su.

Illich, che non ha niente a che fare coi movimenti del Sessantotto, in quegli anni pubblica “Descolarizzare la società”. Osserva che “è fuori della scuola che ognuno impara a vivere. Si impara a parlare, a pensare, ad amare, a sentire, a giocare, a bestemmiare, a far politica e a lavorare senza l’intervento di un insegnante. Gli orfanelli, gli idioti e i figli degli insegnanti imparano quasi tutto quello che sanno fuori del processo “educativo” predisposto per loro. Gli insegnanti che hanno tentato di migliorare l’istruzione dei poveri hanno ottenuto risultati mediocri. Ai genitori poveri che vogliono mandare a scuola i loro bambini non interessa tanto ciò che impareranno, quanto il diploma e i soldi che grazie al diploma potranno guadagnare. E i genitori borghesi quando affidano i propri bambini a un insegnante lo fanno per impedire che imparino ciò che i poveri apprendono per le strade”. Come nota efficacemente il nostro contemporaneo Philippe Meirieu: «Meno male che non è la scuola a insegnare ai bambini a camminare: altrimenti avremmo un terzo della popolazione che cammina bene, un terzo che zoppica e un terzo che rimane immobilizzato a letto!»

Studi più recenti si occupano dell’educazione informale, quel concetto che Illich aveva intuito senza ancora nominare. Nel 1993 un gruppo di ricercatori aveva dimostrato l’efficacia dell’educazione di strada, non imposta da alcuna autorità, osservando dei ragazzini che vendevano frutta in strada. Mentre risolvevano correttamente il 98% dei calcoli complessi nel contesto reale del mercato, la loro precisione crollava al 37% quando gli stessi problemi venivano proposti in forma astratta e scolastica, confermando che le competenze acquisite con la pratica potevano essere più efficaci delle didattiche scolastiche. Un’analoga ricerca aveva puntato i riflettori sulle casalinghe che, al supermercato, erano confrontate con Azioni imperdibili. Anche in quel caso i loro calcoli mentali non le avevano tradite, mentre gli stessi quesiti, in versione scolastica, avevano dato risultati più scadenti.

Sarebbe interessante discuterne oggi direttamente con Illich, immaginandolo ancora quarantacinquenne: chiedergli cosa pensa della nostra scuola, ancora lì ben salda e obbligatoria, ma col moltiplicarsi infinito di diplomi, bachelor e master e formazioni continue che spesso sono continue anche se non si impara niente di nuovo – sempre che imparare abbia a che fare con scelte individuali e umanistiche a favore della propria professionalità, non solo dettate da promozioni e fragili avanzamenti curricolari ed economici.

Eppure già in quegli anni Ivan Illich restò solo. Credo che le generazioni di insegnanti degli anni ‘40 e ‘50 l’abbiano incontrato sui loro percorsi formativi, perché tutto ciò che sosteneva era interessante, a parte, chissà?, l’abolizione delle scuole, che ovviamente non sarebbe stata applaudita da chi insegnante lo era già, lo stava diventando oppure sognava di diventarlo. Non tutti avevano la cosiddetta vocazione, perché c’erano, e ci sono ancora, canti di sirene piuttosto ammalianti, per lo più senza rischi.

Non so se oggi esista ancora, da qualche parte, una sana vena di iconoclastia, qualche opinione spregiudicata, radicale e irriverente verso le nostre autorevoli e secolari istituzioni. Ma mi piace crederci.

PS: Pochi anni dopo “Descolarizzare la società”, Illich se la prese anche con la sanità, denunciando, tra tante cose, la diffusione di malattie iatrogene, cioè malattie generate dalla notevole crescita della medicalizzazione. Nel 1975 pubblicò “La nemesi medica”, la vendetta. Se ci si pensa, si nasce se un medico lo certifica, e anche la morte è certificata da un medico. Serve un certificato per non andare al lavoro se ci si sente indisposti. Serve un diploma per poter entrare nel mondo del lavoro, in termini economici e sindacali. Se non hai il pezzo di carta non sei nessuno. È la liturgia finale di questa fede moderna. Capita, purtroppo.

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