Demografia e lavoro: come cambia il Ticino (seconda parte)

Demografia e lavoro: come cambia il Ticino (seconda parte)

Perché il declino demografico minaccia la nostra economia e la nostra società


Furio Bednarz
Furio Bednarz
Demografia e lavoro: come cambia il Ticino...

La politica ticinese fa fatica a riconoscere la realtà ambivalente dell’integrazione transfrontaliera della nostra economia (e della nostra società) nel segno dell’equilibrio tra domanda e offerta di lavoro reso possibile dal pendolarismo dei lavoratori residenti in Italia. Qualcuno preferisce far finta che il fenomeno non esista, e raccontare solo del Ticino innovativo (che pure esiste) mettendo in ombra le inerzie di sistema. Altri si limitano a denunciare le storture connesse al frontalierato – il traffico, il dumping salariale – senza considerare che la presenza di pendolari è una conditio sine qua non del modello di sviluppo locale. Molte imprese locali sono frutto di delocalizzazioni dalla vicina Lombardia, e cercano in modo naturale i loro collaboratori a sud. 

Pochi cercano di comprendere i fenomeni cogliendone la complessità: ad esempio non è l’aspirazione dei giovani ticinesi ad una formazione terziaria di qualità, non per forza di cose da conquistare sottocasa, che deve preoccupare, conta piuttosto la minor frequenza dei ritorni, prodotto di un mix di fattori: una domanda di lavoro attraente nella Svizzera interna, la concorrenza insostenibile in Ticino dei professionisti provenienti dall’Italia, che deprime i salari e – paradosso – rende anche difficile l’accesso dei giovani al lavoro. Vi è un crescente disallineamento tra domanda e offerta di lavoro, dietro al quale si celano molte contraddizioni e rischi che la possibilità di attingere al mercato transfrontaliero del lavoro ha sinora occultato. 

L’invecchiamento della popolazione è anche invecchiamento delle forze lavoro, che impedisce la trasmissione intergenerazionale delle competenze, delle esperienze e dei valori. Nei prossimi dieci anni in Ticino a fronte di oltre 70.000 uscite dal mondo del lavoro si verificheranno poco più di 30.000 ingressi di giovani alla conclusione del loro percorso formativo. Anche senza ipotizzare ulteriori crescite dell’occupazione e anche immaginando di ridurre il gap dovuto alla mobilità intercantonale dei giovani, mancherà dunque il ricambio naturale. La carenza di risorse acuirà la dipendenza da risorse reperibili all’esterno dell’area. Senza dimenticare che anche i frontalieri invecchiano, e la loro sostituzione non la si può dare per scontata. 

La nostra economia dipende eccessivamente da risorse esterne la cui disponibilità non è infinita, ed è condizionata da un complesso equilibrio di fattori contingenti. La rivoluzione di valori, e anche le forme di disorientamento giovanile rispetto ai progetti di carriera, si manifestano a sud come a nord del confine. Il ricambio intergenerazionale sarà per tutti difficile e rispondere ai cambiamenti in atto nel mondo del lavoro non sarà più scontato, grazie ai differenziali di salario che caratterizzano i due mercati del lavoro e motivano i pendolari frontalieri. L’imminente entrata in vigore del nuovo accordo fiscale sulla tassazione complementare tra Italia e Svizzera renderà molto meno appetibile lavorare in Ticino ai salari attuali, e le ragioni dello scambio win win di oggi andranno riviste; delle due l’una, o si ridurranno i fenomeni di dumping – il che magari rimetterà in pista i professionisti ticinesi – o mancherà la possibilità di trovare oltre frontiera le risorse umane necessarie in ogni caso a garantire il funzionamento del sistema. Per non parlare delle opportunità nuove che anche in Italia si potrebbero aprire qualora le risorse del PNRR, piano nazionale di rilancio sostenuto dall’Unione Europea, riuscissero a produrre gli effetti di ripresa attesi, offrendo a molti attuali pendolari nuove chance di impiego e ad imprese che si erano delocalizzate la possibilità di riposizionarsi oltre confine. Per l’economia ticinese si aprirebbe la necessità di una riflessione sul modello di sviluppo, nel segno di una più forte innovazione e maggiore responsabilità sociale.

 Il declino demografico produce una società anziana, poco adatta a valorizzare i giovani talenti, che non é capace di far emergere progetti e intercettare le nuove aspirazioni dei pochi giovani che la abitano. E lascia strascichi di esclusione, auto-marginalizzazione dal mercato del lavoro di un crescente numero di giovani “non più studenti, né in cerca di lavoro”, i cosiddetti NEETs che si confinano in casa, si rifugiano nel sostegno delle famiglie e dell’aiuto sociale. Una sindrome che la pandemia ha contribuito ad approfondire, traducendosi in forme sempre più frequenti di disagio sociale e psichico.

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