L’atroce assassinio di un bracciante e l’orrendo teatrino collettivo

L’atroce assassinio di un bracciante e l’orrendo teatrino collettivo

In Italia la tragica morte di un immigrato irregolare fa “scoprire” la tragedia della schiavitù nell’agricoltura; una vergognosa farsa politica, a destra e a sinistra


Aldo Sofia
Aldo Sofia
L’atroce assassinio di un bracciante e...

Orrendo e immondo teatrino. Altro non sono l’ipocrita piagnisteo, la vociante indignazione, l’annuncio degli ‘immediati’ provvedimenti, l’ennesimo rosario delle promesse. Orrendo teatrino per l’assassinio di uno schiavo [come ben denuncia qui Concita De Gregorio], Satnam Singh, 31 anni, lavoratore indiano nell’agro pontino (campagne laziali di Latina), un braccio tranciato da un macchinario agricolo, il moribondo trasportato e abbandonato davanti al cancello di casa, insieme al suo arto staccato e sistemato in una cassetta della frutta. Soccorsi fuori tempo utile, due giorni di agonia, e addio Satnam. Tornato in quella visibilissima “invisibilità” condivisa da più di 230.000 sfruttati, anonimi, illegali, lavoratori in nero, abitanti in putridi ghetti, che a volte prendano pur fuoco, per mano criminale e razzista. Contratti di lavoro inesistenti o bugiardi, perché le otto ore di lavoro previste diventano facilmente anche dodici. Schiena piegata, mani piagate. Sole e caldo implacabili, cassette di frutta e verdura da riempire a tempo record, il controllo occhiuto e impietoso di padroni e caporali. Se ti va bene, 5 euro all’ora, con cui ti devi comprare anche acqua potabile, panino, e diritto al trasporto se non hai la fortuna di una bicicletta scassata.

Il bracciante irregolare Satnam Singh, dunque. Il “signor capo del governo” che vuol essere chiamata “Giorgia” parla dell’atroce episodio come di “atti disumani che non appartengono agli italiani”. Gran balla, e assoluzione collettiva. Come quando nelle forze dell’ordine, comprese quelle carcerarie, si moltiplicano gli atti di violenza, ma la prima preoccupazione è di ribadire che “comunque il Corpo è sano, i casi sono isolati, gli agenti in generale vanno ringraziati perchè mettono a rischio la loro incolumità”.

Dal Sud al Nord, dalla Puglia al Mantovano, dalla Calabria al Veneto, l’importante è che frutta e verdura arrivino sulle tavole della nazione. E che ci arrivino arricchendo chi paga salari da fame, e ancor più nutrendo a costi contenuti chi si sfama in cucine popolari o in eleganti sale da pranzo. Lo si sa da anni, lo si sa da sempre: è questa doppia, semplice, brutale verità che indirettamente rende tutti silenti, e complici, fra i consumatori ma soprattutto nel mondo politico. Destra e sinistra. Nessun governo ha mai voluto affrontare il problema con un minimo di serietà. Toccare questo sistema schiavistico e di cui molti, moltissimi profittano scatenerebbe infatti proteste politiche e insoddisfazioni vorrebbe, e intende, affrontare. Se pagati almeno dignitosamente, i braccianti irregolari (ma anche quelli che sarebbero in regola) farebbero aumentare di almeno il 30-35 per cento il costo dei generi agricoli più venduti. Non può dunque sorprendere che meno di 7.000 aziende agricole su 400.000 che conta la Penisola abbiano accettato di iscriversi alla “Rete di controllo agricolo di qualità”, che certifica anche l’eticità del lavoro.

E i controlli? Un vuoto quasi assoluto. Ricordo che al primo viaggio in Puglia per occuparmi di “invisibili” sfruttati nei campi mi accompagnava il timore di non riuscire a trovarli, perché probabilmente al lavoro soprattutto in terreni discosti, più difficili da individuare. Ingenuità. Ci si muoveva lungo la strada principale, si gettava un’occhiata, e facilmente potevi vederli nei campi, africani arabi o europei orientali. Te ne accorgevi anche perché i primi a reagire erano i sorveglianti del caporalato. Insulti e minacce. E se arrivavano poliziotti e carabinieri era soprattutto per convincerci a lasciar perdere, sempre il controllo dei nostri documenti, mai di quelli che stavano nel campo e dei loro generosi datori di lavoro. Lo stesso, all’alba: individuato il punto di raccolta dei braccianti, bastava aspettare l’arrivo dei “caporali” incaricati della selezione e del trasporto dei braccianti; mai visto un controllo delle autorità. Che, volendo, e con comodo, avrebbero anche potuto fare una mappa dettagliata degli infami luoghi di “residenza” degli immigrati: piccole e cadenti fattorie abbandonate, stalle, grotte, tende, villaggi di lamiere, i servizi igienici manco a parlarne, tutti improvvisati e insalubri. Con gli abitanti locali ad accomodarsi nel suo piccolo rendiconto: casalinghe con i prezzi abbordabili al mercato, proprietari di case con l’affitto di locali fatiscenti e affollatissimi che nessun altro avrebbe potuto accettare, piccoli negozi o supermercati soddisfatti di averli – quegli schiavi – come clienti poveri ma regolari

Invisibili ben visibili, in realtà. Dove i giornalisti potevano incontrare facilmente una umanità che per i ‘caramba’ era composta di fantasmi, per certi sindacalisti più che altro un fastidio, per le autorità locali una rogna da evitare, e per i partiti risultavano irrilevanti rispetto alla volontà di tenersi stretto il consenso degli elettori.

Così, per dirne solo una, per cento ragioni fu anche comprensibile la protesta dei trattori dello scorso anno, dei contadini mandati a manifestare fino a Bruxelles, delle rivendicazioni di sussidi da parte di un settore già super-sussidiato dalla disprezzata Europa. Ma non che si fosse alzata una sola voce per ricordare che anche fra i mitici agricoltori della nostra romantica fantasia qualcuno andava anche richiamato alle sue responsabilità in fatto di sfruttamento. Silenzio. Fino a Satnam Singh. E, tranquilli, anche dopo Satnam Singh.

Nell’immagine: il povero Satnam Singh

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