“Posso vedere la notte” Navalny ci mise l’anima e ha dovuto metterci anche il suo corpo

“Posso vedere la notte” Navalny ci mise l’anima e ha dovuto metterci anche il suo corpo

La morte in carcere del dissidente e principale oppositore di Vladimir Putin ci dice e ci ricorda molte cose


Aldo Sofia
Aldo Sofia
“Posso vedere la notte” Navalny ci mise...

“Guardo fuori dalla finestra e posso vedere la notte, poi la sera e poi di nuovo la notte”. Fu il suo primo messaggio, inviato lo scorso dicembre, quando finì lassù, nel gelido gulag artico, nella fredda cella lontanissima da Mosca in cui il potere post-sovietico di Vladimir Putin lo aveva confinato dopo la mostruosa sentenza di 19 anni di carcere (carcere duro), che sommati ad altre condanne avrebbe portato la sua detenzione a un totale di una trentina d’anni: in sostanza “fine di pena mai”, cioè l’ergastolo. E, in quei giorni di festività di fine anno, concludeva il messaggio con la sua immancabile ironia, una delle armi migliori e più taglienti di  Aleksei Navalny contro i burocrati del regime e il loro capo supremo: “Tranquilli, sono un Babbo Natale a regime speciale”. Da dissidente a oppositore politico, non solo con generiche denunce verbali, ma anche con inchieste giornalistiche, prove di corruzione, accuse documentate, materiale virale  che partiva da quella che lui definiva “la quarta dimensione”: blog, rete, social, documentari di denuncia che ingolosivano soprattutto i giovani, che a suo tempo aveva potuto mobilitare nelle strade, e ora raccoglieva sull’enorme piazza virtuale e internazionale del web. Uno di quei filmati, che ottenne un premio importante all’estero, lo aveva dedicato alle ricchezze personali accumulate da Putin già a partire dai tempi di San Pietroburgo, da dove partì la sua imprevista e poi folgorante carriera politica: i miliardi, il villone dello zar su un angolo esclusivo del Mar Nero militarmente protetto (anche da missili terra-aria), gli yatch, i conti in Occidente, i servizievoli e ben oliati sodali prestanome, la corruttela del suo ‘cerchio magico’ e degli oligarchi con cui aveva stabilito un patto di ferro (a voi il business, a me il controllo indisturbato del potere). 

Soprattutto questo dava fastidio all’autocrate e alla corte moscovita, insieme alla sua capacità di farsi ascoltare anche dai palchi spesso improvvisati sulla strada, e ancor più spesso neutralizzati e fatti sgombrare con qualsiasi pretesto dalla polizia. Per tentare di cambiare la Russia in democrazia parlamentare (eterno, irrealizzato, e ancora illusorio sogno di tanti pensatori russi della “corrente europea”) ci metteva l’anima, si disse. Ma ha dovuto metterci tutto, ci ha dovuto mettere anche il suo corpo, la sua vita. E già aveva corso il rischio quando nel 2020 venne avvelenato durante un volo interno russo da agenti segreti, rischiò la morte, fu salvato in un ospedale della Germania: poteva rimanere all’estero, ma decise di rientrare in patria per  affrontare un processo. Sfida autentica. Che “lassù”, sotto i cipolloni della Piazza Rossa, infastidì più che preoccupare. E infatti Putin, che non pronunciava mai il suo nome, si riferiva sprezzantemente a lui come al “paziente berlinese”. “Morte naturale, causa embolia”, recita l’ufficialità del regime. Ma a questo punto, che importa? Navalny è stato comunque ucciso. Anche se non con un colpo alla testa, come tante e tanti altri, per esempio Anna Politkovskaya, che denunciava i crimini russi in Cecenia. Lungo elenco. Veleno o pallottola, a discrezione. O semplicemente la spietatezza debilitante della cella, dell’isolamento, dei maltrattamenti, di una faticosissima sopravvivenza, delle visite dei famigliari crudelmente negate, delle continue punizioni (l’ultima, per Navalny, ancora mercoledì scorso), e una prospettiva di vita senza vita, che puoi anche combattere spavaldamente ma che ti uccide dentro. 

Non peggio, ma sicuramente non meglio, dei gulag in cui furono rinchiusi i dissidenti politici degli ultimi decenni dell’Unione sovietica, visto che Putin, dopo il passaggio “dal regime alla dittatura”, è arrivato a “parzialmente beatificare” persino Stalin per la vittoria su Hitler (dopo che l’Urss ebbe  pagato un tragico tributo di sangue anche a causa della sua impreparazione) e soprattutto per aver “mantenuto l’impero”, soggiogando le nazioni del centro Europa per garantirsi  lungo i confini dell’Urss una preziosa ma annichilita “fascia di sicurezza”: lo stesso neo-zar, falsificatore seriale della Storia, che ancora di recente, nell’intervista a un accomodante e iper-trumpiano giornalista televisivo statunitense, è arrivato a dire che fu causato dalla Polonia l’innesco della seconda guerra mondiale, tentando così inutilmente di giustificare il patto germano-sovietico (Ribbentrop-Molotov) che  aveva portato all’occupazione militare e allo smembramento di quel paese (una parte a Hitler, una a Stalin), vero  preludio al grande conflitto. Immaginiamoci allora cosa sarebbe avvenuto dell’Ucraina dei tragici giorni nostri se l’invasione russa avesse realizzato i suoi piani iniziali, di conquista al tempo stesso politica e militare, non solo il Donbas ma anche Odessa e le altre città dell’ex “piccola Russia”, nazione “artificiale” per il Cremlino, da punire collettivamente in quella accurata e feroce denazificazione preannunciata da un paio di saggi (mai smentiti) della putinianissima “Ria Novosti”.  Così come è piombata sempre nelle scorse settimane la minaccia che il capo del Cremlino ha lasciato cadere sulle piccole Repubbliche Baltiche, ree secondo Mosca di perseguitare le loro minoranze russe (e ci vorrebbe una commissione d’inchiesta internazionale, con partecipazione russa, per fissare davvero parole di verità), e di abbattere le statue che ricordano il “periodo sovietico”. Lo dimenticano troppo spesso i volonterosi critici di un pacifismo occidentale che non trova sbocchi, che attribuisce gran parte della responsabilità della guerra ucraina alle alleanze occidentali fornitrici di armi, mettendo in secondo piano  la tradizione imperiale e i nyet del Cremlino, e che appena possibile sul piano della democrazia applicata fanno le pulci al governo di Kiev.

Tutto questo evoca la morte in carcere del 47enne Navalny. Un uomo che si è battuto fino all’ultimo respiro. A lui  (figlio di semplici genitori ‘sovietici’) un certo progressismo continua ad attribuire, e a non perdonare, la colpa di un “inizio corsa” in cui nazionalismo e xenofobia caratterizzarono la sua predicazione politica; senza sottolineare abbastanza e correttamente  che ebbe poi il coraggio (e ce ne voleva) di virare, battersi per le libertà individuali, per uno Stato di diritto, per una Russia grande ma non aggressiva, contrario in modo cristallino all’attacco contro l’Ucraina (anche se, va ricordato per correttezza, un distinguo lo aveva precedentemente fatto per l’annessione della Crimea nel 2014). 

No, inutile illudersi, anche questa volta (come fu per il ‘ribelle’ wagneriano Prighozin) che lo scandalo del cadavere del ‘suo nemico più detestato e pericoloso” possa mettere davvero in difficoltà Putin. Si scoloriranno presto le foto e appassiranno velocemente i fiori apparsi ieri lungo le strade di Mosca. E il ‘boss’ riuscirà comunque a far arrivare e in parte a far bere la sua versione, destinata soprattutto ai paesi del “Sud Globale” e alle sue “truppe cammellate” nei partiti della destra-destra dei nostri paesi . In linea perfetta con la tradizione illiberale, dallo Zar al PC a Putin. Tanto più che Navalny non ha praticamente eredi in una cerchia di oppositori assai ridotta, e piuttosto litigiosa. Molti di quelli che lo seguirono e che per lui scesero in piazza hanno abbandonato due anni fa il paese in quella giovanile (soprattutto) fuga in massa che seguì l’avvio della “operazione militare speciale”. Il coraggio, in Russia, ieri come oggi, sembra non bastare mai. Non coagulare mai. E se accade, è per essere tradita.

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