Le incognite del dopo-voto tedesco

Le incognite del dopo-voto tedesco

Rinascita socialista, crollo CDU-CSU, ma saranno i verdi e soprattutto i liberali a decidere la futura coalizione


Aldo Sofia
Aldo Sofia
Le incognite del dopo-voto tedesco

Doveva rimanere una battuta pre-elettorale, ed invece è possibile che ad augurare il buon Natale alla nazione sarà davvero, e di nuovo, Angela Merkel. Costretta a garantire il disbrigo degli affari correnti. L’inedito esito elettorale lascia infatti la Germania sospesa. A meno di sorprese, che per ora nessuno pronostica, ci vorrà tempo, parecchio tempo, prima che Berlino abbia un nuovo governo. L’ultima volta ci vollero sei mesi. Ma c’era una CDU-CSU che primeggiava nettamente, e c’era lei, ‘Mutti’: in nome della celebrata e reale stabilità politica tedesca, difficile allora che si potesse evitare la ‘Grosse Koalition’, e così fu. Stavolta è diverso. Stavolta la CDU-CSU crolla, zavorrata dall’inconsistente gaffeur Armin Laschet, e scende al minimo storico; da dove invece risale, dopo un ventennio, l’SPD a guida Olaf Scholz, guarda caso il socialista tedesco che per stile e fin qui per contenuti (ministro delle finanze uscente) è il più merkeliano del partito risuscitato.

Che in vetta ci siano un vincitore e uno sconfitto non c’è dunque dubbio. L’enigma sta più in basso: nei Verdi – buon risultato, ma assai inferiore alle speranze che ancora in primavera i sondaggi assegnavano alla sua inesperta candidata Annalena Baerbock; e nei liberali di Christian Lindner, che saranno il vero ago della bilancia (anche perché si è sbriciolata la sinistra radicale ‘Die Linke’, che rischia di non entrare in parlamento, e che qualcuno ipotizzava possibile ruota di scorta di una coalizione a guida socialdemocratica). Oggi quasi tutti i commentatori escludono una riedizione della ‘grande coalizione’. Non con la CDU-CSU così ridimensionata, e dunque probabile teatro di una resa dei conti interna con la destra del partito in cerca di rivincita, e tentata di recuperare suffragi fra gli elettori della sconfitta AFD nazional-populista); e nemmeno con l’SPD, che in caso di una nuova alleanza con i democristiani, potrebbe rianimare una sua sinistra giovane e agguerrita che già manifestò velleità secessioniste.

Nessuno, o comunque pochissimi si chiedono se lo storico crollo della destra non dipenda anche dal bilancio della cancelliera che ha guidato il paese per sedici anni, attraversando elettoralmente indenne crisi interne (la minaccia dell’AFD populista soprattutto dopo aver aperto le porte a quasi un milione di siriani in fuga) e crisi internazionali di ogni genere, ma sempre nel rispetto della regola della ‘Germania potenza reticente’, cioè intelligentemente indecisa se tedeschizzare l’Europa o farsi europeizzare davvero, e imponendo comunque la sua guida spesso arcigna ed egoista (basti pensare ai surplus commerciali) dell’Unione. Eppure quello della Merkel è un bilancio non necessariamente brillante sul piano interno, e ciò spiega almeno in parte la rimonta di un’SPD che per tre lustri lei era riuscita a ‘cannibalizzare’. La politica del rigore e dell’austerity ha un prezzo sociale, che in Germania, paese della grande industria ma anche dei lavoretti (gig economy) a basso salario, è piuttosto salato. Ce lo conferma un dato che sorprende sempre: in Germania un bambino su cinque vive in povertà. E infatti, si vedrà poi quanto sinceramente, il vincente Scholz ha promesso parecchio in fatto di solidarietà, coesione sociale, nuovi assegni famigliari, salario minimo garantito almeno di 12 euro l’ora, 400 mila nuovi appartamenti popolari, riforma delle pensioni minacciate dal calo demografico, insomma quella che il probabile futuro cancelliere di sinistra ha definito ‘la nuova fabbrica sociale’.

Il problema? Non sembra tanto quello della scelta di coalizione da parte dei Verdi, anche se i Grünen, con cui Scholz dichiarò di voler governare, hanno dimostrato una certa disinvoltura nel decidere localmente con chi allearsi (e in generale anche in Europa, vedi l’Austria, dove governano con la destra più tosta e meno europeista). No, il problema per i socialisti è il partito liberale FDP. Con i Verdi indispensabile a qualsiasi coalizione, ma con una filosofia di governo economico assai diversa e assai profilata: sollecitano infatti un ritorno all’austerity e al pareggio di bilancio assai poco conciliabili con i propositi di robusto miglioramento sociale programmato dell’SPD. E anche poco in sintonia con la svolta dell’Unione europea, spinta dalla pandemia a mettere nel cassetto la rigida disciplina budgetaria del passato e allargare i cordoni della borsa per soccorrere cittadini ed economia. Apparente quadratura del cerchio, dunque. A cui la CDU-CSU lega ancora qualche velleità di rimanere alla guida della nazione. E incognita che pesa anche sull’Europa. Che potrebbe essere costretta a una riedizione del titanico scontro tra… ’formiche’ e ‘cicale’.

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